I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.

lunedì 10 giugno 2013

Epic ( 2013 )

La giovane Mary Katharine torna a casa dal padre, una specie di strambo inventore che vive in una casa caotica, un po' come la sua vita. Lei è convinta che c'è una civiltà microscopica nel loro giardino, lui assolutamente no. Quando la ragazza viene rimpicciolita a causa dell'incantesimo della regina Tara troverà conferme alle sue teorie. C'è un universo nel suo giardino e soprattutto c'è una lotta ( epica ) tra il Bene e il Male. Assieme a un Uomo Foglia, al suo esercito e a tutta una serie di personaggi stravaganti si troverà nel bel mezzo della battaglia. E dovrà salvare il mondo.
Ormai la guerra per gli incassi che si sta combattendo nel settore dell'animazione ha assunto connotati ben più epici di quelli di questo nuovo film diretto da Chris Wedge già deus ex machina del brand de L'era glaciale e di Robots.
Questo si traduce nella spasmodica ricerca di una qualità tecnica sempre più elevata , complice anche l'uso della stereoscopia che se , utiilizzata scientemente nel campo dell'animazione può innalzare e di parecchio il livello estetico , che purtroppo non trova sempre riscontro nella qualità della storia narrata e in una tipizzazione sempre marcata del target di riferimento.
Una volta eravamo abituati a pensare che i film a cartoni animati fossero di esclusiva pertinenza dei bambini e invece oggi questi film parlano indifferentemente ai padri e ai figli , stimolando la cinefilia degli uni con riferimenti ad hoc che può essere anche divertente andare a scoprire,  le cornee e si sentimenti dei più piccoli che magari non coglieranno tutti i riferimenti ma si possono appassionare a quello che stanno vedendo.
Epic corrisponde proprio a questo identikit: bello e colorato, inappuntabile  dal punto di vista tecnico, una storia intima ma universale allo stesso tempo ( da un banale litigio con il padre alla lotta per salvare il mondo), la sempiterna lotta tra Bene e Male narrata al cinema tantissime altre volte.
E poi ci sono quelle citazioni, o veri e proprio scippi di idee che lo fanno ricollegare al micro mondo fantasy di Arthur e il popolo dei Minimei ( creatura bessoniana e quindi europea al 100 %, è piacevole constatare che stavolta sono gli americani che inseguono gli europei) oppure al successo disneyano live action di un paio di decenni fa intitolato Tesoro , mi si sono ristretti i ragazzi ( e relativi seguiti perchè tanto cambiando l'ordine degli addendi il risultato non cambia tra rimpicciolimenti e ingradimenti dei vari componenti della famiglia).
Altro riferimento piuttosto marcato che più che una citazione è una vera e propria scimmia inchiavardata sulle spalle del film è quello ad Avatar. Si cambia furbescamente il colore che fa da sfondo a tutto il mondo nascosto che viene gradualmente svelato agli occhi dello spettatore( dall'azzurro del film di Cameron al verde di questa pellicola) e si parte con la lotta selvaggia per salvare il mondo con tanto di spruzzate new age ( veramente in Avatar erano delle vere e proprie secchiate con cui si cercava di annegare lo spettatore) .
Epic è visione piacevole ma gli manca quello scatto di reni che lo faccia competere ad armi pari con le ultime meraviglie Pixar o Dreamworks che sembrano piazzarsi su un gradino più alto.
Dalla sua ha un pugnetto di personaggi ben definiti ma che hanno il difetto di farsi dimenticare appena dopo i titoli di coda.
E questo ha ben poco di epico.

( VOTO : 6 / 10 ) 


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domenica 9 giugno 2013

Bronson ( 2008 )

Nel 1974 il poco più che adolescente Michael Peterson ha un sogno nel cassetto: vuol diventare una celebrità. Ma sceglie di entrare nella storia con il modo sbagliato: una rapina in banca che gli frutta solo una condanna a 7 anni di prigione. E chiuso nelle patrie galere gli succede anche di peggio: vittima della sua personalità scostante si fabbrica un alter ego schizzato e violentissimo che risponde al nome di Charles Bronson, si, proprio lui, il giusitiziere della notte.
Manifestando in più occasioni la sua pericolosità sociale Peterson, oramai per tutti Bronson, finirà per passare ben 34 anni in galera , quasi tutti in isolamento.
Teoricamente ci troviamo di fronte a un biopic di un personaggio molto sui generis, in pratica è una rappresentazione teatrale stilizzata in cui il protagonista, uno smisurato Tom Hardy, è di fatto l'unico attore presente sulla scena.
Addirittura si rivolge al suo pubblico guardando nella telecamera cercando di vendere  se stesso nel migliore dei modi. La prigione è di fatto uno sfondo teatrale che ammortizza le gesta del "criminale più pericoloso di tutto il Regno Unito".
E questo senza aver mai ucciso nessuno.
Ne ha ammaccati,parecchi però. 
Michael Gordon Peterson in arte Charles Bronson, proprio come l'attore dallo sguardo di pietra, è certamente pericoloso non tanto perchè attenta alla vita degli altri quanto perchè non riconosce alcuna autorità superiore. E'pericoloso socialmente quindi molto più di un omicida.
Riconosce solo se stesso,il resto del mondo non lo riguarda, così il fatto di stare in isolamento per 30 anni dei quasi 35 anni trascorsi dentro.
Bronson sembra Mangiafuoco, assomiglia alla versione in carne, muscoli(soprattutto) ed ossa di quegli artisti da circo che decenni fa si vantavano di essere gli uomini più forti del mondo con tanto di bilancieri al seguito, è un figlio de-genere di Alex De Large ma con lui la cura Ludovico non ha mai funzionato.
E'una figura magnetica, oscura eppure quasi trasparente nella sua "filosofia" di vita ultra-violenta. Con la sola differenza che mentre nel film di Kubrick questa filosofia era la base di tutto, nel film di Refn è un processo in evoluzione costante che diventa sempre più evidente dopo ogni fatto violento che caratterizza la vita di Bronson, il quale ha una consapevolezza inferiore di quella che poteva avere il personaggio kubrickiano.

L'atmosfera che si respira nel film è surreale in questo corroborata dalla fotografia di Larry Smith che privilegia le tonalità sature. La prigione diventa una dimensione a metà tra la realtà e il sogno(o meglio l'incubo).
Refn tecnicamente è un regista parecchio talentuoso ma forse qui si lascia prendere la mano dall'enfasi di raccontare un personaggio eccessivo, sopra le righe.
Enfasi che si traduce in un uso piuttosto smodato delle musiche (fondamentalmente Verdi e Wagner ma anche musica leggera contemporanea) per sottolineare alcuni passaggi del film.
Refn in questa sua opera non si rivela essere regista da mezzi toni, il film è urlato in faccia allo spettatore ma  si avverte che il regista danese ha preso questo personaggio così off limits ad uso e consumo della propria estetica fatta di scene bellissime da vedere se prese singolarmente.
Nel suo insieme il film invece arriva a essere sfiancante pur nella sua breve durata (meno di 90 minuti al netto dei titoli di testa e di coda). 
Sembra che Refn abbia più voluto raccontare se stesso e la sua poetica da regista di nicchia (con continui ammiccamenti da Kubrick a Tarantino,dal Chopper di Andrew Dominik  al McGuigan di Gangster N.1,fulminante esempio di gangster movie britannico nichilista nella sua violenza)   che un personaggio come quello di Michael Gordon "Charles Bronson" Peterson.
La cui vita è comunque un grandissimo soggetto da cui trarre un film. 

( VOTO : 7 / 10 ) 

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sabato 8 giugno 2013

Warm Bodies ( 2013 )

Il mondo è sull'orlo dell'apocalisse, forse anche oltre, gli umani stanno combattendo per la sopravvivenza contro orde di zombie di diversa fattura ( tra cui gli Ossuti che hanno perso ogni connessione con la razza umana ).Julie si trova nel mezzo di una battaglia e viene inopinatamente salvata da uno zombie che si fa chiamare R.
Da qui la loro storia di mutuo soccorso e di amore vero e proprio per cercare di fermare gli Ossuti e non farsi ammazzare dal padre di Julie che ha ingaggiato una lotta all'ultimo sangue con gli zombie di tutte le risme.
Anche quelli come R che sembra stiano guarendo dalla loro malattia.
Vedere scritto sul manifesto la dicitura " dagli stessi produttori di Twilight" per quanto mi riguarda non è una bella pubblicità e mi crea pregiudizi più che altro mentre mi appresto alla visione.
La domanda più gettonata durante la visione di Warm Bodies è stata : ma che razza di film è? Essere zombie è una malattia da cui si può guarire? E chi l'ha inventata questa bestemmia?
Non è uno zombie movie ( son sicuro che Romero darebbe di stomaco alla vista di questi mangiatori di cervelli che non sembrano morti e in putrefazione ma semplicemente un po' malmessi e stropicciati, miracoli del make up), non è solo una storia d'amore per teenagers perchè un po' di teste aperte per mangiare cervelli gli hanno fatto guadagnare negli USA un divieto al di sotto dei 13 anni, non è un coming of age movie anche se ne risuonano gli echi, soprattutto la colonna sonora che ha tra le altre una Rock you like a Hurricane piazzata in un punto strategico della pellicola e che fa decisamente la sua porca figura, fanno pensare a una di quelle commedie di formazione ( in fondo sia Juliet che R stanno imparando a convivere con la loro nuova condizione parafisiologica).
E' un ibrido cangiante che cambia forma e tonalità col passare dei minuti ma ha una cosa che gli ha fa guadagnare millemila punti rispetto a Twilight e rispettivi seguiti: non si prende mai sul serio.
I monologhi di R sono dotati di un'ironia stralunata che, adagiata su un substrato non troppo romantico nè troppo orrorifico rendono il film scioccamente piacevole.
Ero pronto a parlare di spazzatura immonda e invece pur non potendo gridare al miracolo perchè Warm Bodies è una normalissima storia d'amore con qualche crampo che , a parte la trovata dell'amore interspecie ( peraltro già esplorata in Twilight), si dimostra solo un abile frullamento di generi e stili , uno resta lì a guardarlo con il sorriso a increspare le labbra perchè ci sono situazioni oltre il concetto di assurdo e poi anche perchè R è uno dei nerd più simpatici apparsi ultimamente su grande schermo.
E per giunta zombie: magari vorrei dire anche che Nicholas Hoult è bravo nella parte ma ho l'impressione che non gli farei un gran complimento perchè in fondo ha sempre quegli occhioni sgranati, quell'espressione un po' così e soprattutto all'inizio biascica fastidiosamente le parole che cerca di articolare di fronte alla sua amata Juliet.
Warm Bodies calpesta sistematicamente tutte le leggi della zombielogia in nome dell'immortale assioma dell'amore che vince sempre e comunque, ma non bisogna prenderlo come film di zombie così come Shaun of the Dead o il misconosciuto Fido ( se non l'avete visto recuperatelo, è un gioiellino): è più che altro una commedia sentimentale perchè in fondo anche l'amore è trattato più o meno come una malattia infettiva contagiosa da cui è impossibile guarire a differenza della condizione da mangiatore di cervelli .
A parte qualche ingenuità, qualche caduta di tono nella parte centrale e una certa meccanicità negli snodi narrativi Warm Bodies è però un prodotto da apprezzare per il suo tono scherzoso e autoironico, un inno al meticciato cinematografico che intrattiene e non irrita.
E per essere prodotto dagli stessi loschi figuri che hanno realizzato quelle patacche in serie di Twilight non è poco...

( VOTO : 6 / 10 ) 


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venerdì 7 giugno 2013

Tutti pazzi per Rose ( 2012 )

Nella primavera del 1958 Rose Pamphyle ha 21 anni, un bastimento carico di sogni e una realtà nel piccolo negozio di paese del padre con l'avvenire già scritto. Diventare la moglie del figlio del proprietario dell'autofficina. Ma lei non ci sta e fugge in città dove arriva all'ufficio dell'assicuratore Louis. Vuol diventare segretaria, il sogno di tutte le ragazze della sua età a quell'epoca ma il suo nuovo capo ha altri programmi per lei. Notata la strabiliante velocità con cui batte a macchina ( e solo con due dita!) la vuol fare diventare , previo duro allenamento, la più veloce dattilografa di Francia, anzi no, del mondo.
Riuscirà nella sua impresa? E sboccerà l'amore?
Naturalmente le domande poste ora ora sono retoriche perchè vedendo questo tipo di film sappiamo benissimo fin dall'inizio che riuscirà nell'impresa e che sboccerà l'amore. Il bello di questo tipo di pellicole non è sapere come vanno a finire, perchè finiscono praticamente tutte nello stesso modo, è la strada percorsa per arrivare a un qualcosa atteso fin dal primo minuto di proiezione. Insomma contano le spezie che vengono utilizzate per dare aroma e fragranza al tutto.
E qui il regista Regis Roinsard, debuttante al cinema ma con una carriera luminosa nel campo della pubblicità e degli spot televisivi, di spezie per insaporire la narrazione ne mette parecchie.
Tutti pazzi per Rose ( decisamente più apprezzabile il titolo originale Populaire che si riferisce a un modello di macchina da scrivere) è una perfetta simulazione di commedia sentimentale americana anni '50. Qualcosa del tipo Spencer Tracy/ Katharine Hepburn per intenderci e se è vero che Romain Duris , pur essendo bravo e molto adatto per questo tipo di ruolo, non ha nemmeno  un grammo del carisma del mitico Spencer ( sempre se il carisma si possa misurare a peso ), il corto circuito è assicurato dalla bella e promettente Deborah Francois( certo che di strada ne ha fatta dai Dardenne e da La voltapagine, in cui era alle prese con un ruolo inquietante) che è una specie di Audrey Hepburn con i capelli alla Marilyn , non a caso indicate come modelli di riferimento dalle numerose fotografie attaccate alle pareti.
La fotografia dai toni squillanti e la ricostruzione d'epoca sono poi perfette per dare un'aria vintage alla pellicola che è semplice ( la sceneggiatura non nasconde sorprese e segue da vicino le schermaglie dei due progaonisti che donano vivacità al film) moderna e stilosa allo stesso tempo con tutte quelle tonalità pastello sparate a mitraglia  in faccia all'ignaro spettatore.
Non si ride quasi mai , ma si sorride spesso e si resta affascinati dal personaggio di Rose, una sorta di Amelie Poulain anni '50, che intraprende la strada per il successo partendo dalla provincia francese più profonda, quella che non ha ancora la tv e che apprende le notizie solo dai quotidiani quando arrivano.
Rose guarda tutto quello che la circonda con i suoi occhi da cerbiatta e acquista sempre più luce e glamour col proseguire del film assecondata da un pigmalione/allenatore che sembra non avere nessuno scrupolo nel trattarla. Sembra.
Tutti pazzi per Rose non riserva eccessive sorprese in nome di uno schema collaudato senza sbavature ma riesce lo stesso a essere passatempo molto piacevole per il suo stile citazionista ( tutte citazioni per affetto) e per la sua leggerezza che gli permette di arrivare alla soglia delle due ore senza annoiare, quasi non avvertendo lo scorrere del tempo.
Perchè nel film di Roinsard il tempo sembra essersi fermato: c'è il boom economico e ci sono i sogni ad occhi aperti. Tutto quello che ci viene negato oggi.
Dopo la perfetta simulazione del cinema muto, The Artist, la Francia propone con un po' di faccia tosta ( ma vince assolutamente la sfida) la perfetta ricostruzione della commedia sentimentale americana anni '50.
Con un pizzico di nostalgia ma anche con quel quid di furbizia che stavolta non dispiace.

( VOTO : 7 / 10 )

  Populaire (2012) on IMDb

giovedì 6 giugno 2013

Poetry ( 2010 )

La protagonista ( Mi-ja) è una donna un pò in là negli anni, tira su il nipote che va ancora a scuola e che inspiegabilmente è rimasto a lei dopo che la figlia ha divorziato e ha cominciato a vivere altrove. A un banale controllo medico le viene diagnosticato il morbo di Alzheimer.
E'per quello che talvolta dimentica i nomi delle cose più banali, secondo lei perchè è un periodo un pò così...
Per arrivare a fine mese fa anche la badante part-time a un anziano signore non più autosufficiente
Una brutta storia in cui è stato implicato il nipote scuoterà i giorni sempre uguali dell'anziana signora.
Mi-ja veste con vestitini dai motivi floreali vivaci, indossa sempre un vezzoso cappellino, conduce una vita modesta ma dignitosa.Si iscrive a un corso di poesia e si duole tanto che la poesia non le sgorghi con naturalezza dal cuore. Già la poesia. Guarda gli oggetti ma non le vengono le parole, men che meno qualcosa di poetico. Cerca quasi con ansia l'ispirazione per scrivere ma non le viene naturale.
Il suo piccolo mondo nella cittadina vicino Seul in cui vive è a tenuta stagna, impermeabile alle influenze esterne. Però quando viene avvicinata dal padre di un compagno di scuola del nipote che assieme ad altri viene accusato di aver perpetrato violenza sessuale su una compagna di scuola che poi ha scelto di suicidarsi (e lei all'inizio del film nell'ospedale aveva visto il corpo della ragazza ed era stata colpita dalla reazione della madre) tutte le sue certezze vengono annullate.
Il suo mondo viene irrimediabilmente incrinato e condizionato. E la ricerca della poesia che sente avere dentro di lei diventa spasmodica.
Si sente inadeguata , non conforme al mondo che la circonda e che sembra volerla inghiottire in un boccone solo.
Il nipote invece continua da invertebrato a vegetare massacrandosi con idioti shows televisivi e uscite con gli amici. 
Pur se il personaggio di Mi Ja è il cardine del film è indubbio che in Poetry oltre a un riuscito ritratto femminile vi sia molto altro. E'il ritratto di una crisi di valori che attanaglia soprattutto la parte più giovane della società coreana.
Una società in cui le donne sono succubi, le famiglie sono disgregate e le generazioni future riservano solo cocenti delusioni.

Accanto a questo  c'è come un esortazione a guardare dentro se stessi per trovare la forza di andare avanti, in fondo la poesia parte da dentro l'anima, allora perchè non affidarsi al proprio cuore?
Poetry è anche una descrizione poetica dell'avvicinamento della protagonista, già nella fase autunnale della propria vita alla morte e prima ancora all'oblio.
L'Alzheimer arriva a toglierti la memoria e con lei si perde tutto, malattia vigliacca come poche altre.
E una vita senza memoria che razza di vita può essere?
Lee Chang Dong comunque non cerca la facile svolta melodrammatica, lavora di cesello sulle emozioni trattenendole, smorzandole persino, in un finale di grande bellezza legato alla sensibilità dello spettatore.
In questo è aiutato da una splendida attrice che dà vita a un personaggio femminile che non si dimentica facilmente, Jeong Hye Jun, diva coreana tornata davanti alla macchina da presa dopo molti anni di lontananza, donna all'apparenza delicata come un fiore al vento eppure ostinata e capace di estrarre da se stessa risorse inaspettate.
Anche a costo di umiliarsi. 

( VOTO : 8 / 10 ) 


Poetry (2010) on IMDb

mercoledì 5 giugno 2013

Daisy vuole solo giocare ( 2008 )

Dopo la morte della figlia, Thomas e Martha decidono di trasferirsi in un piccolo , remoto villaggio irlandese per vivere in tranquillità la gravidanza di lei, giusto per ricordare il meno possibile quello che è successo.
In questo piccolo paese sulla costa conoscono una bambina autistica , Daisy, a cui si attaccano fortemente  nonostante  sia praticamente ostracizzata dal resto della comunità. Arrivano addirittura ad accoglierla in casa quando perde il fratellino ed entrambi i genitori in tragiche circostanze. E attorno a loro cominciano ad accadere strani avvenimenti che coinvolgono la bambina. Semplice casualità o c'è qualcosa d'altro?
Il film di Aisling Walsh ( regista del pluripremiato Angeli Ribelli di qualche anno prima e con  una lunga carriera televisiva alle spalle) si basa sulla leggenda irlandese chiamata Changeling in cui il figlio di una fata viene scambiato con un bimbo umano nella culla e siccome , essendo malato,continuerà a piangere dovrà essere curato dalla mamma surrogata fino a che guarirà e solo in quel momento  verrà restituito il suo bambino vero.
Una leggenda affascinante su cui la Walsh gioca di sponda in un'ambientazione da favola irlandese e con tutto l'armamentario di dicerie e cattiverie popolari che accolgono la coppia di protagonisti , Martha e Thomas, che cercano solo un posto dove vivere serenamente e poter superare il loro terribile trauma.
E invece....
L'assunto di Daisy vuole solo giocare è quindi che la bambina del titolo,inquadrata in modo sempre poco rassicurante, possa essere la figlia di una fata piuttosto che un demone vero e proprio. Però i comportamenti sono da diavoletto.
E' scacciata da tutti gli altri del paese, si trova sempre coinvolta in situazioni particolari che non la mettono in buona luce, addirittura subisce un tentativo di omicidio ad opera di un vecchio del paese particolarmente agitato verso di lei.
E poi soprattutto all'inizio è abbastanza inquietante quando si mette fuori della finestra a intonare come un mantra la cantilena " Vuoi giocare con me?".
Il problema di Daisy vuole solo giocare è che il fascino della leggenda ancestrale, unito a un'ambientazione più che magica , oltre a una protagonista abbastanza di grido ( la Morton era veramente incinta quando ha girato questo film) , ebbene tutti questi fattori insieme non riescono a farne un bel film.
E' tutto derivativo, senza sorprese e anche l'ambiguità di fondo della figura di Daisy su cui la regista gioca in modo piuttosto pesante si risolve in pratica con un nulla di fatto comodo, forse troppo comodo per dare una chiusura a un film fiacco e irrisolto che , a dispetto di buoni ingredienti di base, si perde nel marasma di dozzine di altri prodotti uguali e soprattutto non originali.
A questo punto è meglio andarsi a rivedere The Orphan.

( VOTO : 5 / 10 )  The Daisy Chain (2008) on IMDb

martedì 4 giugno 2013

Silent Night ( 2012 )

In un piccolo e tranquillo paesino della profonda provincia americana alla vigilia di Natale c'è un serial killer che , travestito da Babbo Natale, sta facendo una strage. Gli dà la caccia una poliziotta che ha appena perso tragicamente il marito coadiuvata dal suo capo e da un collega che non è proprio il massimo dell'efficienza e del coraggio. Il problema è che nel paese è in programma una parata di gente vestita da Babbo Natale e non è facile trovare tra di loro il killer che intanto continua ad agire indisturbato lasciando dietro di sè una copiosa scia di sangue.
Perchè non  vedersi un film teoricamente natalizio agli inizi di giugno? Teoricamente non c'entra nulla ma con questo tempo da lupi....
Questo Silent Night del 2012 tecnicamente è il remake di un piccolo slasher anni '80 Silent Night , Deadly Night da noi intitolato Natale di Sangue.
Non un remake pedissequo perchè le sinossi sono abbastanza diverse , diciamo una rimasticatura, una reprise di un film anni '80 girato quasi 30 anni dopo proprio come se fosse una pellicola di quegli anni.
Quello che si nota subito nel film di tale Steven C. Miller, poco più che trentenne ma già un curriculum piuttosto nutrito , complice un'ambientazione senza tempo nel classico paesino americano dove il tempo sembra che non lasci il suo segno, è lo stile vintage che non ha nulla a che vedere con l'horror plasticoso che infesta gli schermi cinematografici al giorno d'oggi.
Niente computer grafica ma uno stile volutamente scarno ed essenziale con sangue e squartamenti a volontà resi con effetti speciali artigianali ma sempre dannatamente efficaci.
Si può dire tutto il male possibile di questi film: è solo una sequela di omicidi seguendo modi fantasiosi, non c'è approfondimento dei personaggi, praticamente non ci sono spiegazioni da dare sul motivo scatenante la furia omicida di questo serial killer travestito da Babbo Natale che uccide senza pietà chi pare a lui ma è disposto anche a risparmiare qualcuno nella sua lunga serie di omicidi ( tipo la vecchia in chiesa o la bambina).
Tutto vero: sono grossi limiti in una narrazione tradizionale. Ma lo slasher non è un genere tradizionale.
Perchè, non nascondiamocelo, il divertimento sta tutto lì: lo spettatore non si chiede se il serial killer continuerà ad uccidere perchè è una cosa scontata, si chiede solo COME continuerà ad uccidere.
E qui in quanto a creatività siamo messi piuttosto bene: si parte con un tizio arrostito con le luci di Natale, si prosegue con tutta una serie di delitti all'arma bianca e addirittura c'è anche l'uso di un lanciafiamme.
La mattanza è cospicua e tutto funziona per il meglio fino a quando c'è il tentativo di dare un background sia al personaggio del killer che a quello della poliziotta.
Che , a conti fatti, in un film di questo genere, risulta cosa abbastanza pleonastica.
O forse serve solo per dare un seguito.
Da notare la presenza di un Malcolm McDowell piuttosto agitato mentre è piuttosto efficace è la prova della coprotagonista Jamie King.
Per una serata a neuroni zero Silent Night è assolutamente consigliato.

( VOTO : 6 / 10 ) 

Silent Night (2012) on IMDb

lunedì 3 giugno 2013

Una notte da leoni 3 ( 2013 )

Stu si è sposato, Alan si è comprato una giraffa e ha trovato modo di decapitarla  sull'autostrada e suo padre muore per un attacco di cuore provocatogli dall'ennesima marachella del figlio che ha smesso di prendere i farmaci che lo aiutavano a vivere una vita ( quasi ) normale. Sono i vecchi amici che devono convincerlo a rientrare in una clinica psichiatrica per resettare la sua vita. Il problema è che un boss della mala intima loro con le cattive di ritrovare circa venti milioni di dollari in lingotti d'oro che gli sono stati sottratti da una vecchia conoscenza del gruppo, Mr Chow. Tutto questo li riporterà dove è cominciato tutto, a Las Vegas. E forse tutto quello che qui ha avuto inizio avrà anche una fine.
Il cerchio si sta chiudendo.
Si dirà squadra vincente non si cambia ed è esattamente quello che succede in questo film: la squadra è intatta , c'è qualche new entry dal nome altisonante, è stata invece cambiata la chimica del film partendo dalla demenazialità conclamata dei primi due capitoli per arrivare a un pastiche di generi di quest'ultimo che invece di far progredire il livello lo fa arretrare paurosamente.
Se la demenzialità è il punto di partenza ( non so come definire altrimenti un tizio che si porta dietro una giraffa in autostrada) poi si esplorano il road movie e si arriva anche al thriller sopra le righe con addirittura la comparsa di morti ammazzati dal boss John Goodman oramai abbonato a queste parti brevi ma incisive con personaggi perlomeno stravaganti.
Il problema è che quando uno va al cinema per vedere Una notte da leoni 3 , ci va per sbellicarsi, si deve reggere la pancia per il troppo ridere, gli devono uscire le lacrime a forza di mettere in azione le mascelle per sghignazzare senza requie e senza vergogna.
E tutto questo qui non succede: questo film a parte i primi  cinque minuti e qualche scenetta fugace non fa ridere.
Se il secondo capitolo della saga era una riproposizione dello stile del primo film  cambiando semplicemente le locations ( ma la risata grassa era comunque assicurata) ed era stato aspramente criticato per questo, questo film conclusivo della saga rivela ambizioni insapettate ma che crollano a fronte di un'impressione di stanchezza generale.
E poi diciamolo : il motore comico della serie è stato sempre il personaggio di Alan capace di creare da solo una nuova star della commedia demenziale , Zack Galifianakis, che qui viene disinnescato in malo modo a favore del personaggio di Mr Chow che è simpatico come una gomma americana attaccata sotto una scarpa.
E dove cacchio è l'hangover del titolo originale? La sbornia, la notte brava?
Todd Phillips nel tentativo di riannodare le fila e chiudere il tutto nella maniera più armoniosa possibile rinuncia quasi del tutto alle memorabili extravaganze dei primi due capitoli in nome di un percorso di crescita e di maturazione di questi vitelloni ormai sulla soglia dei 40 che finalmente hanno messo su famiglia, o quasi.
Il risultato è il punto più basso della saga, una commedia debole e troppo conforme agli standards del buonismo dilagante a Hollywood senza punte di cattiveria vera.
Quella che aveva reso famosa la saga del Wolfpack ( che da noi chissà perchè da lupi si son trasformati in leoni!).
Un peccato: era auspicabile una chiusura diversa senza quella punta di noia che affiora a tratti durante il film.
E comunque meglio non pensare neanche a un quarto capitolo...

( VOTO : 4,5 / 10 )  The Hangover Part III (2013) on IMDb

domenica 2 giugno 2013

Fast & Furious 6 ( 2013 )

Dom Toretto e la sua famiglia allargata di criminali su quattro ruote fumanti e sgommanti, dopo il colpo milionario del capitolo precedente sono in giro per il mondo a godersi il bottino in una vacanza dorata senza fine.Almeno così sembra fino a che non sono contattati dall'erculeo Hobbs che si ritrova tra le mani il caso di una banda di criminali al soldo di un ex militare che sta mettendo a segno colpi sempre più spettacolari.
Colpi  che nascondono in realtà un fine ultimo che potrebbe aprire scenari da Terza Guerra Mondiale. 
E il braccio destro di Shaw è Lettie,la donna di Dom, presunta morta in uno dei capitoli precedenti .
I Toretto boys si rimettono all'opera anche perchè Hobbs ha promesso loro l'amnistia e sgommando da una parte all'altra del globo  si catapultano sulle tracce di Shaw.
Naturalmente sarà una lotta all'ultimo sangue, pardon , inseguimento.
Credo che tutti i film della serie Fast & Furious siano gli unici nella storia del cinema che devono apporre la dicitura "Don't try this at home" , un po' come i combattimenti di wrestling.
Perchè le cose che accadono son cose che voi umani non potreste nemmeno immaginare.
Altro che navi in fiamme al largo dei bastioni di Orione, qui ci sono replicanti spaccaculi e macchine di ogni tipo ed epoca, compresa una specie di macchina da Formula Uno a ruote scoperte, che sfrecciano col loro branco di cavalli vapore per le strade di Londra.
Vogliamo poi parlare di macchine sputate fuori dalla pancia di un aereo o di un carro armato partorito da un camion in movimento che si mette a sparare all'impazzata lungo un'autostrada spagnola?
Per non nominare poi scene da film di supereroi ( tipo Superman, James Bond gli fa un baffo dove ne ha un altro) quando Dom vola , letteralmente, a captare nell'aria Lettie , per poi atterrare su un povero parabrezza da riparare poi con la polizza cristalli?
Se dovessimo dare un voto a  questo film secondo un metodo di  "valutazione" tradizionale bisognerebbe essere cattivi con un action che si basa solo su inseguimenti, corpo a corpo e sequenze che assumono quasi la valenza del cartoon per come trattano i personaggi in carne ed ossa ( assolutamente elastici, praticamente impossibile fargli male ), con una sceneggiatura attaccata con lo sputo e farcita di battute one line che vorrebbero essere lapidarie ma spesso valicano la soglia del ridicolo involontario.+
Ma Fast & Furious 6 trascende un concetto di cinema tradizionale: un po' come succedeva negli ultimi due capitoli , che già che ci siamo ci andremo a rivedere, tutto è portato verso l'iperbole assoluta.
The Rock che da che mondo e mondo è atterrato al cinema solo per spaccare culi, ha una maglietta che trattiene a stento le sue masse muscolari ( altro che le camicie scure che lo paludavano in The Snitch- L'infiltrato) , Vin Diesel ha sempre quello sguardo un po' così , ma quando nella stiva di un aereo assieme a The Rock malmena una specie di quarto di bue con una Doomsday Device stile tag team di wrestling strappa l'"oooohhh" convinto alla sala e anche un inizio di applauso, Walker fa sempre la solita figura del due di coppe quando briscola è spade, anche quando va a fare il duro in una prigione.
E anche il resto del cast è studiato per rispettare uno spartito fatto di azione e pause ironiche , cazzotti e risate, inseguimenti e feticismo per l'arte applicata al design automobilistico.
La ricetta di Fast & Furious 6 è perfetta , forse pure troppo: riecheggia del cinema fracassone di Maicolbei ma almeno sembra non prendersi troppo sul serio, poi un conto è vedere robottoni senza capo nè coda che cigolano senza soluzione di continuità creando  una vera e propria cacofonia sonora , un conto è sentire il canto dei cavalli vapore che intonano una sinfonia rombante.
Più volte è abbattuto il muro dei decibel ma alla fine chissenefrega, al sesto capitolo di una saga partita come corso accelerato di feticismo automobilistico ed elegia delle corse truccate nel ventre squallido delle downtown, si è arrivati all'apoteosi del cinema tamarro.
Sembra che non è possibile andare oltre: o forse si, perchè la solita microsequenza dopo i titoli di coda, stile cinema supereroistico( ancora!), ti fa uscire dal cinema con l'acquolina in bocca.
C' un nuovo cattivo in lista d'attesa.
E questo sembra papparsi in un boccone solo tutti i villain dei film precedenti.
Vero Jason?

( VOTO : 7 / 10 )

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sabato 1 giugno 2013

Stupidario veterinario

Oggi niente film: del resto abbiamo fatto indigestione ieri con ben due post di cui uno dedicato all'ottuagenario più tosto di tutto il cinema, Clint Eastwood, festeggiato adeguatamente anche se in ritardo da me perchè da bravo bradipo scordarello arrivo per ultimo e soprattutto dimentico le cose.
Non so con che cadenza pubblicherò questo tipo di post un po' più "personali" ma spero di riuscire a raccontare un po' di cosette divertenti che mi accadono durante il lavoro...
Beh da qualche parte nel muro di parole di questo blog sicuramente è già trapelato e mi ricordo che lo svelai anche in un post dedicato a un veterinario australiano di professione star televisiva che risponde al nome di Chris Brown, alto, magro,biondo e con gli addominali a tartaruga.Come dissi allora siamo gemelli separati alla nascita.
A dir la verità non precisamente e quando questa cosa l'ho detta a mia figlia ( che sotto sotto è innamorata di Chris Brown) lei mi ha praticamente riso in faccia.
Mi ritengo fortunato a fare il lavoro che faccio non per particolari soddisfazioni economiche che non ci sono ma perchè amo moltissimo gli animali , mi permette di stare a contatto con la gente ( anche se a volte preferirei che questo contatto non fosse così stretto perchè , chiariamolo subito, il cliente NON ha sempre ragione) e certe volte mi fa proprio divertire perchè di cose buffe ne accadono a iosa.
La cosa più difficile è mantenere il contegno, non scoppiare a ridere...
E , confrontandomi con le cose buffe che succedono anche ad altri colleghi ( c'è un apposito gruppo su Facebook in cui noi veterinari  scriviamo tutte le cose buffe che ci succedono) devo dire che sono messo piuttosto bene.
Del resto ho a che fare con clienti che vengono anche da paesi piccoli, gente con un cuore grande così ma che a volte ha una concezione tutta sua del rapporto con gli animali. Anzi, già che ripongono fiducia nel veterinario e non nel vicino di casa che, siccome ha avuto cani per una vita, ci capisce...beh è una grande vittoria.
Da che cosa possiamo cominciare, vediamo....
Potrei raccontarvi di quel cliente che mi venne a parlare del suo tacchino depresso ( parole testuali) e di come mimò il male del suo pennuto alla mia richiesta di spiegazioni ulteriori. E di come poi me lo portò in ambulatorio facendo la fila assieme ad altri clienti con animali da compagnia più "tradizionali".
Era un tacchino bello grosso, avrà fatto una ventina di kili ma era tranquillissimo, forse proprio perchè era depresso...
O di quella volta che una volta visitato un cagnolino e , una volta rimesso a terra, il quadrupede pensò bene di odorare la gamba del padrone e dopo aver preso bene la mira di lasciarci un ricordo del contenuto della sua vescica.
Oppure vi posso raccontare di questa cosa successa qualche anno fa. Una signora un po' anziana entra e mi comincia a dire: sono venuta da lei perchè la signora X ( nome che non ricordavo ma pazienza, può succedere) mi ha parlato benissimo di lei, che è molto gentile, molto umano e molto competente. E qui già il mio ego si stava facendo smisurato e aveva cominciato a ballare una mescolanza di danze caraibiche e tip tap per tutta la stanza. Vedendola senza animali al seguito ho l'ardire di chiederle: " In che cosa posso esserle utile, signora?"
E lei " dottore ho un mal di schiena feroce da molto tempo e sono venuta per sentire un suo parere"
Io sono stato un po' interdetto per qualche attimo e poi le ho svelato l'arcano: "signora io sono un veterinario, il medico è 100 metri prima, sulla sinistra, sempre da questo lato della strada! "
E la signora saluta, un po' confusa e se ne va senza voltarsi indietro....
Un altro episodio e poi basta per questo primo post, spero di una lunga serie: questa è abbastanza datata ma è indimenticabile.
Era un sabato pomeriggio e stavo a passeggio con la mia futura moglie. Un signore mi telefona al telefonino delle urgenze e mi chiede se si deve preoccupare perchè il suo cane gli ha spazzolato via tutto il lumachicida che aveva  appena messo in giardino. Io gli rispondo che si deve preoccupare e anche parecchio e gli dò appuntamento in ambulatorio. All'arrivo il cane, accompagnato da due signori, presumibilmente padre e figlio, è già in preda convulsioni. E' un grosso boxer , cerco di sedarlo in tutti i modi ma finisco la scorta di Valium che avevo in ambulatorio. Così faccio una prescrizione al figlio e lo mando in farmacia per prendere dell'altro Valium.
Appena uscito il signore anziano mi dice che non si sente tanto bene, chiamo il 118 perchè credo che si tratti di un'emergenza cardiologica ma la situazione precipita : sviene e allora lo metto a terra , gli alzo i piedi e comincio a dargli degli schiaffetti per cercare di rianimarlo. Ma niente. Gli schiaffetti diventano ceffoni veri e propri e devo pure fargli un massaggio cardiaco per farlo riprendere a respirare. Intanto arriva il medico del 118 e il signore un pochino si è già ripreso: io mi vergogno come un ladro perchè le mie mani gentili gli hanno lasciato i segni in faccia ma la cosa bella accade dopo.
Entra tutto trafelato il figlio appena tornato dalla farmacia notturna e mi dice: " Dotto' ho visto l'ambulanza qua fuori! ma che s'è morto il cane?"
E io non ho potuto fare altro che ridergli in faccia.
Per la cronaca cane e padrone poi si sono ripresi benissimo!