I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.
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giovedì 21 maggio 2015

Forza maggiore ( 2014 )

Tomas ed Ebba sono una bella coppia con due bellissimi bambini, Vera ed Harry.
Dopo un periodo particolarmente intenso di lavoro si stanno godendo una bella vacanza in montagna sulle Alpi francesi  quando succede un fatto che incredibilmente mina l'armonia di una coppia che fino a quel momento era perfetta.
Una valanga si stacca dalla montagna mentre loro stanno mangiando tranquillamente al ristorante all'aperto e li investe o perlomeno sembra investirli con tutta la sua forza.
Tomas prende il telefonino e scappa a gambe levate , mentre Ebba pensa ai bambini e cerca di fare loro scudo con il suo corpo.
La valanga in realtà si ferma prima, non sposta neanche i piatti che stanno sui tavoli, ma in realtà ha spostato moltissimo nell'unione familiare.
E sembra che i problemi tra i due causino una sempre crescente tensione nei figli e anche nella coppia di amici che è venuta fin sulle Alpi Francesi per fare loro compagnia.
Se dovessi spiegare a qualcuno di che cosa parla questo Forza maggiore , ammetto che sarei in una certa qual difficoltà, perché la vicenda narrata è chiarissima, addirittura adamantina nel suo assunto, quello che invece si deve cercare tra le pieghe della sceneggiatura, tra il detto e il non detto, è decisamente più difficile.
Quando ero adolescente si favoleggiava che la Scandinavia, la Svezia in particolar modo, fosse una terra di assoluta libertà ed emancipazione sessuale, di estrema elasticità nelle relazioni sentimentali e sociali in genere, una terra dove il benessere era talmente radicato da essere persino inquietante.
Ma c'era la vocina dentro che ti diceva che non poteva essere tutto rose e fiori, che sicuramente dietro il funzionamento apparentemente perfetto di uno Stato sociale tentacolare e assai accurato nel fornire il miglior servizio possibile, ci doveva essere qualcosa che non andava , perlomeno ci doveva essere qualche granello di sabbia che arrivava non dico a inceppare tutto il meccanismo ma riusciva a farlo cigolare.
Nel 2011 Ruben Ostlund, il regista di Forza maggiore, aveva firmato Play ambientato nella periferia di Goteborg , un film che spazzava via in un sol colpo l'idea della perfezione asburgica della vita svedese ( se interessa ne parlammo qui ) , in cui come un entomologo esaminava la vita di una piccola gang di ragazzi neri che commetteva vari reati e atti di bullismo.
Si era basato sugli atti della polizia di Goteborg raccolti tra il 2006 e il 2008.
E questo lavoro da entomologo lo ha fatto anche in Forza Maggiore in cui ha esaminato le reazioni di vari gruppi di persone di fronte a una catastrofe naturale.
Però se in Play era tutto terribilmente serio e aveva l'aria di un reportage giornalistico, qui la narrazione è filtrata attraverso una lente deformante che rende tutto grottesco e che evoca quasi il trisma mandibolare per come si ride a denti strettissimi.
Perché si ride , si ride a denti serrati, si serra talmente la bocca che arriva a far male perché più si va avanti e più ci si accorge che c'è poco da ridere.
Anzi nulla.
Forza maggiore è una disamina acida su quanto possa arrivare a essere misero e gretto l'animo umano, è come se Vinterberg avesse preso tutta la congrega e la cattiveria di Festen e l'avesse portata in settimana bianca da qualche parte sulle Alpi Francesi, è la dissezione chirurgica, asettica e ferocissima di una famiglia che improvvisamente scopre la crisi, un baratro senza fondo che divide Tomas ed Ebba,
Ostlund sembra un piccolo Von Trier all'opera per come (non) muove la telecamera e per come pretende in termini emotivi dai suoi attori.
Ma forse tutto è partito da Scene da un matrimonio di Bergman,  il primo film che ha dissezionato chirurgicamente in maniera così precisa il rapporto tra due coniugi.
Dopo quella fuga ingloriosa e vagamente fantozziana  di Tomas vengono meno i requisiti minimi che tengono insieme una coppia, soprattutto la stima e la fiducia reciproci.
Oscar Wilde , supremo cantore di amore e di altri sentimenti, diceva che non si può passare una vita accanto a una persona che si stima solamente ( perché ci deve essere l'amore).
Figuriamoci se viene a mancare anche la stima, se il cosiddetto uomo di casa si comportasse come un coniglio, se piangesse come una donnicciola per implorare il perdono, se ammettesse tutte le sue colpe e anche oltre.
Forse basterà un gesto riparatore o forse no.
Rimane tutto fuori campo.
Ed è questa indeterminazione che ti uccide giorno dopo giorno.


PERCHE' SI : Ostlund si dimostra ancora una volta un ottimo regista anche quando si infiltra nel territorio del grottesco, film di cattiveria difficile da raccontare, da vedere per credere.
PERCHE' NO : è un film che se ne infischia delle logiche commerciali, si prende tutto il suo tempo e si presta a talmente tante letture che sfuggiranno al grosso pubblico, ma in fondo per me non c'è problema.


LA SEQUENZA : la sequenza della valanga e quella del pianto disperato di Tomas fuori della sua stanza alla vista di tutti.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

La Svezia della mia adolescenza credo che sia definitivamente cambiata.
Il cinema scandinavo si rivela una fucina di inaspettati talenti
La settimana bianca non fa per me.
Per adesso la vacanza sulle Alpi francesi non la prenotiamo.


( VOTO : 7,5 / 10 )

Force Majeure (2014) on IMDb

venerdì 1 maggio 2015

The Keeper of Lost Causes ( 2013 )

Carl Morck è un poliziotto danese scomodo che ha commesso un grosso errore facendosi ferire e facendo finire il suo partner paralizzato in un letto d'ospedale a vita: una volta rimessosi il suo capo gli crea una sorta di ufficio tutto per lui, il Dipartimento Q in cui si deve occupare dei cosiddetti "cold cases", i casi irrisolti di qualche anno prima e che ora sono sul punto di essere archiviati.
Gli viene affiancato un collega musulmano , Assad e insieme prendono in esame  il caso di Merete Lynggard, giovane esponente politico con fratello disabile sparita misteriosamente cinque anni prima sul traghetto che collega la Svezia alla Danimarca, durante un viaggio di collegamento.
Scoprono diversi punti oscuri ma la verità è molto più brutta delle loro peggiori attese.
The Keeper of Lost Causes è il film tratto dal primo romanzo del Dipartimento Q scritto da Jussi Adler Olsen, a cui è stato dato un seguito con Fasandræberne ( The Absent One) di cui abbiamo già parlato su queste pagine qualche tempo fa ( esattamente qui ).
Nel frattempo la saga del Dipartimento Q è arrivata felicemente al sesto romanzo, Fasandræberne è stato il miglior incasso al box office danese del 2014 e il terzo capitolo è già in lavorazione  e sarò pronto a breve.
Quindi parliamo di un prodotto che ha caratteristiche vincenti sin dal suo inizio: potrei copincollare la recensione del secondo film e inserirla qui sotto perché tutto quello che ho detto sull'altro film vale anche per questo .
E' evidente che il regista , Mikkel Norgard, esperto regista televisivo, non ha voluto cambiare neanche una virgola dal primo al secondo film.
Sono due casi completamente diversi, è possibile vederli nell'ordine sbagliato ( come ho fatto io) perché i riferimenti sono praticamente assenti, The Keeper of Lost Causes non perde neanche troppo tempo in preamboli al contrario di quello che mi sarei aspettato..
Il personaggio di Carl e quello di Assad ci sono spiattellati in faccia così, brutalmente, senza troppe spiegazioni e presto prevale questa atmosfera tendente al tetro mutuata dal trauma pregresso che si porta dietro Carl, la tenebra che si porta nel cuore come un macigno è la sua caratteristica principale a cui fa da contrappeso la solarità e la razionalità di Assad che lo guida quando Carl tende a deragliare pericolosamente.
E gli succede piuttosto spesso.
L'altro contrappeso fondamentale di tutta la narrazione è la storia di Merete Lynggard .
Sto sorvolando sul caso di cui si occupano per non rovinare il piacere della visione: in realtà non è un vero e proprio spoiler perché viene tutto mostrato quasi all'inizio del film ma per me è stato un grosso shock e per questo non voglio anticipare nulla .
Interessante notare che la traduzione internazionale del titolo del film  si focalizzi sul personaggio di Carl ( una specie di custode delle cause perse), mentre il titolo originale Kvinden i buret ( più o meno Femmina in gabbia ) si riferisca alla donna sparita sul traghetto.
Anche questa produzione  è ottimamente confezionata e si situa in quella linea grigia ( ma queste parole mi sembra di averle già usate per l'altro film) che giace tra il Millennium svedese targato Stieg Larsson e un thriller americano di livello piuttosto alto che non dimentichi però delle precise logiche commerciali.
Poteva diventare benissimo una ballata dolorosa sul male di vivere di un poliziotto masticato e risputato dalla vita , poteva essere l'inno alla forza e alla determinazione di chi non si arrende mai  e invece è "solo" un thriller ottimo per passare una serata all'insegna della tensione e del dolore fisico.
Perché certe sequenze e non posso dirvi quali sono , provocano veramente del dolore fisico.
Peccato per quel finale un po' spiccio che in confronto a tutto quello lasciato vedere in precedenza ha un'apparenza piuttosto sbrigativa.
Anzi, il suo problema è un altro: dopo un film così era nelle attese un altro colpo di scena di quelli tellurici e invece ci si accontenta di qualcosa di più canonico, funzionale alla narrazione ma che rientra nei binari dell'assoluta convenzionalità.
Ma forse sono io che pretendo un po' troppo.

PERCHE' SI : ottima confezione, coppia di poliziotti ben assortita, atmosfera tetra che ti prende alla gola, 95 minuti passati sul filo della tensione senza mai guardare l'orologio.
PERCHE' NO : dal finale mi aspettavo di più, un altro , l'ennesimo colpo di scena e invece c'è la sensazione che ci si accontenti, il personaggio del villain secondo me è tenuto troppo al coperto.

LA SEQUENZA : la ricostruzione della sparizione di Merete Lynggard, passo per passo leggendo i rapporti della polizia.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
Da questo film e non solo ho capito che c'è veramente del marcio in Danimarca.
Ma anche in Svezia.
Ho conosciuto Fares Fares per due commedie assolutamente favolose ( come Jalla! Jalla! e Kops) e credevo che il suo volto e il suo fisico fossero sublimi per comicità e invece è a suo agio anche in una parte in cui non fa ridere.
Non vedo l'ora di vedere il film tratto dal terzo romanzo.

( VOTO : 7 + / 10 )

The Keeper of Lost Causes (2013) on IMDb

venerdì 20 marzo 2015

The Absent one ( aka Fasandræberne , 2014 )

A metà degli anni '90 , due gemelli , un ragazzo e una ragazza , sono trovati brutalmente uccisi nelle vicinanze di una scuola molto esclusiva.Trovano il colpevole , viene condannato e tutto finisce lì.
Dopo venti anni il caso finisce sulla scrivania del detective Carl Morck, addetto alla sezione Q assieme al suo collega Assad.
La sezione Q si occupa dei cosiddetti cold cases, casi mai risolti compiutamente  e poi ripresi per via di nuove acquisizioni.
E qui i due detective si accorgono di indagini un po' troppo frettolose e vengono a sapere di una chiamata d'emergenza effettuata da una ragazza, Kimmie, che risulta scomparsa da allora.
Ma sulle tracce della scomparsa si mettono anche i suoi ex compagni di college, ora uomini ricchi e influenti e soprattutto senza scrupoli.
E' una lotta contro il tempo.
The Absent One ( lasciamo ai glottologi il titolo originale che fa venire i brividi solo a guardarlo) è il secondo film dopo The Keeper of lost causes tratto dai romanzi di Jussi Adler-Olsen appartenenti alla cosiddetta serie del Dipartimento Q , iniziata nel 2007 e nel frattempo arrivata al sesto romanzo.
Le trasposizioni cinematografiche stanno seguendo l'ordine cronologico dei romanzi e se tanto mi dà tanto, visto che The Absent One è stato di gran lunga il miglior incasso al box office danese del 2014, ci dobbiamo aspettare a breve una prosecuzione della serie.
E bisogna esserne ben lieti perché il thriller diretto da Mikker Norgaard ( regista attivo più che altro in televisione ma che aveva diretto anche The Keeper of lost causes) funziona egregiamente, è il classico film che appassiona il pubblico e non fa alzare troppo il sopracciglio al critico spocchioso che non vede l'ora di distruggere il cinema di genere.
E siccome non siamo critici spocchiosi ma goderecci appassionati di cinema, The Absent one è il titolo giusto per starsene belli belli incollati sul bordo della poltrona per due ore  lasciandosi trasportare da un film molto ben confezionato, diciamo molto all'americana e che ha una struttura solida e avvincente.
Non è corretto cominciare a vedere una sorta di sequel senza aver visto il primo film ( ma ovvierò presto) ma non ci sono riferimenti al primo caso, perlomeno niente che condizioni la visione e non ne risente neanche l'introduzione dei due personaggi principali, il detective Morck ombroso e solitario e il suo assistente Assad , più razionale di lui che spesso diventa l'amplificatore della sua coscienza esprimendo dubbi e incertezze.
E il caso di cui si occupano in questo film di dubbi in partenza ne ha tanti.
The Absent one si muove in quella linea grigia che va da Cold Cases, la crime series americana, e arriva dopo una bella trasvolata oceanica ai romanzi di Stieg Larsson e al personaggio di Lisbeth Salander nei relativi film della serie Millennium, da Uomini che odiano le donne in poi .
Innegabili le analogie tra il personaggio di Kimmie e quello di Lisbeth, entrambi due ribelli dall'animo punk che hanno sempre combattuto contro tutto e contro tutti.
E analogo anche il loro percorso di riscatto, direi solo che il personaggio di Lisbeth lascia un po' più spazio alla coreografia rispetto a quello di Kimmie, ma sono entrambe l'energia impersonificata e modellata a forma di donna.
Fotografato in maniera eccellente e molto ben recitato The Absent one è strutturato in maniera ottimale, equilibrato , con una sapiente gestione dei colpi di scena e pur avendo l'aspetto tipico del thriller scandinavo non ha neanche quel passo lungo che caratterizza tutte le crime stories provenienti da quella parte d'Europa.
Andando a leggerlo più in profondità, ma chissà se è il caso o un concetto nella testa dell'autore del romanzo, possiamo vedere The Absent one come un apologo sul potere del denaro, su come il denaro manipoli persone e coscienze e arrivi a manipolare anche il senso di giustizia che dovrebbe appartenere ad ognuno di noi.
Quello stesso senso di giustizia che muove il detective Morck che sceglie di occuparsi di questo caso invece dell'altra cinquantina di misteri insoluti che affollano la sua scrivania.
Ed è lo stesso senso di giustizia dello spettatore messo alla prova quando, inerme, è costretto a seguire una schiera di personaggi che con il denaro riescono veramente a comprare tutto.
Ma soprattutto a distruggere.
E basta solo guardarsi attorno per vedere che questi personaggi esistono veramente e sono intorno a noi.

PERCHE' SI : ottima confezione, coppia di detective ottimamente assortita, una storia ben strutturata e ben narrata
PERCHE' NO : punti di riferimento piuttosto evidenti, non il massimo dell'originalità ma solo se vogliamo essere cattivi.

( VOTO : 7 + / 10 ) 

Fasandræberne (2014) on IMDb

mercoledì 4 marzo 2015

Ida ( 2013 )

Polonia 1962 : Anna è una giovane novizia in attesa di prendere i voti nel convento in cui vive sin da bambina quando, orfana, vi è stata portata durante la Seconda Guerra Mondiale. La madre superiora insiste con lei per farla andare a Varsavia e conoscere Wanda, sua zia, suo unico parente in vita, che però non l'ha mai cercata.
Conosce Wanda e scopre una cinquantenne delusa e disillusa, alcolista, facente parte dell'elite del regime ( è un magistrato) in cerca di amore che trova in pillole grazie a incontri sessuali occasionali.
Wanda dice anche la verità sulle origini di Anna, che in realtà si chiama Ida, è di origine ebrea e ha avuto i genitori uccisi da coloro che ora occupano la sua casa natia.
Anna / Ida torna al convento per poi essere richiamata a Varsavia quando la zia si suicida. Decide di provare per un certo lasso di tempo le sue abitudini, alcool, fumo, sesso per poi decidere definitivamente la sua strada:i voti o la vita laica.
La scelta è più o meno obbligata.
Con Ida termina il pellegrinaggio di quest'anno dei film che hanno concorso alla notte degli Oscar.
E termina col botto: Ida , premiato con l'Oscar per il miglior film straniero, per quanto mi riguarda è allo stesso livello dei film premiati alla kermesse hollywoodiana, se non addirittura oltre.
Il film dell'esperto regista polacco ma trapiantato in Inghilterra Pawel Pawlikowski, che lo ha anche cosceneggiato, è la vera sorpresa di questo scorcio di inizio di 2015 col suo rigore stilistico e con la sua scelta di optare per un bianco e nero molto contrastato al posto di un più usuale colore.
Una scelta che all'apparenza puzza di autorialità parruccona, il vezzo di fare qualcosa di diverso giusto per distinguersi , ma che in realtà è il sacrosanto contraltare stilistico al rigore più che classico della messa in scena.
E poi la fotografia ad opera di Lukasz Zal e di Ryszard Lenczewski è letteralmente da urlo, candidata al premio Oscar , è stata letteralmente scippata del premio, perché nettamente la migliore.
Ida urla Bresson a pieni polmoni e lo fa con cognizione di causa: era facile citare come influenza i film più noti del maestro invece Pawlikowski va direttamente alla radice del dilemma religioso che il grande regista francese ha esplorato lungo la sua quarantennale carriera, va a al suo film d'esordio, La conversa di Belfort, la storia di Anne Marie ( il nome della protagonista di Ida è solo un caso?) che si avviava verso la vita monastica.
Per un po' i due film corrono parallelamente ( la vita nel convento, sempre uguale a se stessa, la scena in cui le suore stanno davanti al crocifisso con la faccia letteralmente a terra, in posizione prona, di totale prostrazione al Signore) poi Ida vira per altre tematiche molto più moderne.
Diventa una specie di road movie, sia fisico che esistenziale, un romanzo di formazione doloroso e appassionato in cui il mentore di Anna / Ida è sua zia Wanda, uno dei più bei personaggi visti al cinema in tempi recenti.
Una donna emancipata quando l'emancipazione femminile era una chimera praticamente irraggiungibile, un ruolo di prestigio in una nazione oppressa dal comunismo, che dietro quell'anelito insopprimibile di libertà che vuole continuamente riaffermare in ogni campo ( vedi la condotta di vita e non ultimo il comportamento sessuale), nasconde un'infelicità ben tangibile, un profondo disagio esistenziale che il rapporto con la nipote, un rapporto paritario, da donna a donna, Anna/Ida non era mai stata trattata così da adulta consapevole e responsabile delle proprie scelte, riesce appena a mitigare.
Le due donne escono cambiate dal loro incontro : Wanda prende la sua decisione e anche Ida compie il passo decisivo verso il futuro, dopo aver provato l'ebbrezza dell'indipendenze, proprio come la zia, un po' per vedere l'effetto che fa .
Però la Ida che vediamo nel finale non è più il fragile giunco in balia del vento , con gli occhi da cerbiatta impaurita, che lasciava il convento quasi in punta di piedi.
E' una donna fatta ormai, il suo sguardo è sempre alto e fiero, esercita il suo diritto di scelta consapevole.
Anche se obbligata
Ida è un fulmine a ciel sereno in una cinematografia sempre più attenta all'incasso e meno all'espressione artistica.
Un film scarno, essenziale , persino nella durata, meno di 80 minuti, classico nel vero senso del termine ma senza quella presunta superiorità intellettuale di cui spesso si macchiano i cosiddetti film d'autore.
Ida è un viaggio straordinario in compagnia di due eccellenti protagoniste, una piccola isola felice che col suo silenzio e la sua compostezza può trovare il suo posto accanto al fracasso che la circonda.
Sia nella sala cinematografica che nella vita reale.

PERCHE' SI : intensissimo romanzo di formazione, bressionano fino al midollo, due protagoniste eccellenti
PERCHE' NO : il bianco e nero allontanerà i fan del cinema usa e getta ( ma credo che non sia un difetto), poi non riesco a trovargli altri difetti, è stato amore a prima vista.

( VOTO : 8,5 / 10 )

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sabato 31 gennaio 2015

When Animals Dream ( aka Når dyrene drømmer, 2014 )

Marie ha sedici anni e vive in un paesino di poche decine di anime in un 'isola sperduta della parte occidentale della Danimarca.
Verte tutto intorno alla fabbrica locale di lavorazione del pesce dove Marie ha cominciato a lavorare da poco divenendo presto il bersaglio degli scherzi, non sempre di buon gusto, da parte dei colleghi.
A casa la situazione non è delle più rosee: il padre Thor gestisce un negozio di alimentari e assieme a lei si dedica alla madre di Marie , bloccata in stato vegetativo su una sedia a rotelle, vittima di una misteriosa malattia.
Marie ha degli strani segni sul corpo e non può fare a meno di  notare gli strani conciliaboli tra il medico del paese, che viene a casa a fare le terapie alla madre, e il padre.
Le stanno nascondendo qualcosa e presto Marie lo scoprirà sulla sua pelle...
E' difficile mettere un film come questo, ad opera dell'esordiente danese Jonas Alexander Arnby, nel calderone horror, dei film sui licantropi, perché a scanso di equivoci diciamo subito che si parla di licantropi, ma è innegabile che un film dall'approccio autoriale come questo, rarefatto come l'atmosfera che lo permea, ha una modalità di avvicinamento al genere che si può definire in un certo senso contigua a quello che Lasciami entrare a suo tempo ebbe con i film sui vampiri.
Ora, occorre prendere con le pinze l'affermazione appena fatta perché è vero che i due film sono entrambi nordici, hanno un passo decisamente lungo e trattano due categorie totemiche dell'horror da una prospettiva diversa e originale.
Ma è anche vero che i due film sono completamente differenti stilisticamente e si situano anche in epoche diverse del percorso di crescita dei rispettivi protagonisti.
Probabilmente l'horror non è neanche il genere a cui guarda Amby, perché in realtà When Animals Dream ( titolo che occhieggia a Philip K Dick) è da considerare più che altro un romanzo di formazione.
O meglio di deformazione , la giovane Marie sta andando incontro a modificazioni del suo corpo indipendenti dalla sua volontà e scopre che , suo malgrado, c'è qualcosa di misterioso che la lega alla malattia della madre.
Il genere del coming of age che è molto frequentato dal cinema americano, indie e non, qui è trattato in maniera abbastanza peculiare, immergendolo in una natura brulla, in un clima gelido , gestito più con i silenzi che con le parole.
Soprattutto diventa un dramma personale che ha delle inattese vette di violenza che stridono con il silenzio che opprime il paesino dimenticato da Dio e dagli uomini che giace, letteralmente giace attorno ai personaggi del film , simbolo immobile di un altroquando in cui lo spazio e il tempo sembrano totalmente distorti rispetto al resto dell'universo tangibile.
Marie, l'esordiente Sonia Suhl, veramente brava, è fragile come un giunco però come quello si piega ma non si spezza, il furore che entro la rugge esonda improvviso e proprio come Lasciami entrare , il rosso delle macchie di sangue sembra quasi un'entità aliena che "sporca" un ambiente asettico, quasi ibernato in una fissità da cui sembra che non ci sia via d'uscita.
Marie se vuole sopravvivere , questa via d'uscita la deve trovare.
Il suo corpo che sta cambiando, la sua anima che anela all'amore vogliono questo.
Marie è diversa come era diversa la madre al cui altare il padre ha sacrificato tutta la sua vita, per amore.
E la sua dolorosa diversità ci viene annunciata attraverso inquietanti squarci onirici che come lame di bisturi affondano nella carne molle dell'oscurantismo di cui sono vittime gli abitanti del paesino.
Naturalmente la comunità non è in grado di accettare la sua diversità che si perde tra le pieghe della leggenda.
E proprio questo rigetto di cui lei è vittima ( le sta vicino solo quello che diventerà il suo fidanzato suggerendo  per lui un ruolo simile a quello avuto dal padre nei confronti della madre di Marie) ne fa empatizzare la sofferenza.
Perché il vero mostro non è lei , vittima di una caccia selvaggia.
Il vero mostro è chi non accetta la diversità.
Messaggio da leggere non solo in chiave cinematografica.

PERCHE' SI : ambientazione da urlo nel gelo e con un mare incredibile, ottima protagonista,originale approccio al genere.
PERCHE' NO : nonostante duri poco più di 80 minuti il passo è lungo, compassato, astenersi chi cerca solo sangue e gore ( arrivano ma tardi).

( VOTO : 7,5 / 10 )

 When Animals Dream (2014) on IMDb

martedì 9 settembre 2014

The act of killing ( 2012 )

Anwar Congo ed Herman Koto, uomini indonesiani di una certa età , benestanti, accettano l'invito da parte di un documentarista di far parte di numeri musicali e di rievocazioni di scene del crimine da cinema americano per ricordare il loro passato, di come nel 1965 , a causa del colpo di Stato in Indonesia, si trasformarono da volgari bagarini dediti al traffico di biglietti del cinema, in spietati assassini al servizio della giunta militare salita al potere, torturatori di poveri contadini ed intellettuali accusati tutti indistintamente , di etnia cinese o meno, di essere comunisti e solo per questo crimine degni di essere giustiziati.
Il documentario è una discesa in un abisso grottesco in cui il ricordo sembra ancora dolce e il rimorso è un qualcosa di sconosciuto....
Appena partiti i titoli di coda di questo documentario , diretto da Joshua Oppenheimer, da Christine Cynne da un regista indonesiano anonimo ( anzi a scorrere i credits colpisce quella lunghissima sfilza di maestranze il cui nome resta volutamente misterioso, a testimoniare la scomodità del tema trattato dal film e il suo materiale narrativo più che scottante) si è come liberati da un incubo.
Non per la qualità del film, altissima, ma si rimane veramente senza parole ad assistere impotenti allo sfoggio di tanta malvagità, a toccare quasi con mano quanto possa essere pericoloso l'animale uomo , l'unico al mondo capace di sterminare altri esponenti della sua specie praticamente senza motivo.
Oppenheimer e i suoi coregisti scelgono l'assoluta neutralità: nessuna voce off, solo qualche didascalia all'inizio per inquadrare il contesto storico, poi è un assolo di questi due nonnetti , apparentemente miti e inoffensivi , che snocciolano come se fosse la cosa più normale del mondo tutte le atrocità che hanno commesso in quel 1965.
Si rimane straniati, senza parole, perché assieme ad altri componenti degli squadroni della morte di quegli anni , miti vecchietti come loro, accettano di far parte di una sorta di rappresentazione storica che. partendo dai loro racconti di tortura e di morte , rievoca un periodo storico fondamentale della storia indonesiana.
Il corto circuito è completo quando addirittura , questi ometti ormai piuttosto in là con gli anni accettano di recitare nella parte delle vittime.
Un gioco grottesco con il regista che diventa responsabile di una loro caratterizzazione oltre i confini del ridicolo.
Il regista diventa quindi un deus ex machina che riesce a comporre e scomporre un quadro storico come se tutto fosse un mosaico e lui fosse in possesso di tutte le tessere.
Ed è qui, rivedendosi , che Anwar Congo, ha un minimo atto di cedimento, quando abbracciato ai nipoti, orgoglioso di farsi vedere nelle vesti di attore, quasi fosse a Hollywood, si domanda se pagherà mai un prezzo per tutte le nefandezze che ha commesso nel suo passato.
Rimorso no. Quello è assolutamente fuori contesto.
The act of killing sconvolge per quello che non è poi accaduto nella storia indonesiana: dopo il massacro di un milione di presunti comunisti, nessuna revisione storica ha cercato di assicurare i colpevoli alla giustizia terrena ( forse sperando solo in quella divina), nessun rimorso per il passato neanche a livello istituzionale , visto che gente come Anwar Congo, Herman Koto e tutti quelli come loro responsabili fisici di quel genocidio, oggi siano stimati vecchietti, benestanti e considerati anche saggi, una sorta di memoria storica di un paese giovane come l'Indonesia.
Non solo Michael Moore nel documentario di denuncia: non solo le sue spettacolarizzazioni per dimostrare le sue tesi,
Esiste un modo altro per raccontare tremende storie vere, ferite ancora aperte .
E questo è The act of killing , l'atto di uccidere, il racconto, grottesco e metacinematografico, di come a metà degli anni '60, in un popoloso Paese asiatico, la vita dell'uomo non valesse nulla.
Un modo come un altro per svuotare di significato l'omicidio e la tortura, l' atto fisico dell'uccisione e mettere a tacere eventuali sensi di colpa.
Che a distanza di quasi 50 anni ancora faticano ad affiorare.
Anzi sono ancora ben sepolti.

PERCHE' SI :  si resta senza parole, sconvolgente, rappresentazione metacinematografica di grande impatto visivo ed emotivo
PERCHE' NO: può essere insostenibile per qualcuno, altrimenti non riesco a trovargli difetti...

( VOTO : 8,5 / 10 ) 

The Act of Killing (2012) on IMDb

martedì 24 giugno 2014

The dark side of the sun ( 2011 )

Lo Xeroderma pigmentosum è una malattia che non permette l'esposizone alla luce solare di chi ne è affetto perchè provoca ustioni gravissime, invecchiamento precoce e tumori della pelle. E dà un'aspettativa di vita molto bassa perché accanto a questa impossibilità di esporsi alla luce solare ci sono molte altri problemi clinici che vengono fuori.
Questa è la storia di Dan e Karen e della loro figlia Katie, loro secondogenita , che ha appena finito il liceo nonostante l'importante deficit di vista e del 90 % dell'udito, e di come quando loro figlia era piccola riuscirono a tirare su dal nulla Camp Sundown, un luogo di aggregazione dei malati di xeroderma pigmentosum e dei loro familiari, un luogo in cui vivere la notte e cavalcarla fino in fondo per dimenticare , almeno per un breve periodo, l'isolamento a cui sono costretti per la maggior parte dell'anno.
E l'isolamento uccide ancora prima della malattia.
Da genitore mi si stringe il cuore quando vedo al cinema trattare storie di bambini che devono combattere contro malattie infide, invalidanti e mortali come lo xeroderma pigmentosum.
E so anche che cosa vuol dire l'isolamento forzato per un bambino che di giorno, nel pieno della canicola estiva deve andare in giro coperto dalla cima dei capelli alla punta dei piedi e ciò non è neanche sufficiente per evitare i rischi di ustioni.
Ecco perché i bambini , i soggetti affetti da questa malattia, sono costretti a vivere di notte,
Nel mio piccolo sto capendo anche io la bruttezza della sensazione dell'isolamento che possono provare questi bambini, perché anche mia figlia la sta provando, non per una malattia del genere,
fortunamente,ma ci hanno consigliato caldamente di non esporla al caldo e al sole per i recenti problemi che ha avuto.
E lei non l'ha presa benissimo, dato che vede i suoi amici andare al mare a ridere e scherzare e lei deve attenersi a uno stile di vita molto più ritirato.
Ecco perché ho compreso benissimo il peso di quel macigno che gli affetti da questa malattia si portano dietro.
Un carico gravoso che solo nel periodo in cui sono al Camp Sundown finalmente viene alleggerito e tutto questo perché ci si trova assieme a tanti altri ragazzi che vivono la stessa invalidante condizione patologica e , venendo meno l'isolamento che ottunde stati d'animo e coscienze, si riesce a vivere compiutamente una notte che normalmente è gravida di paure , ottenendo come per miracolo la forza per affrontare il giorno.
The dark side of the sun è corredato inoltre di molte sezioni realizzate con tecniche di animazione ( molto giapponesi come stile ) per sottolineare il travaglio interiore dei piccoli protagonisti e di chi sta loro accanto.
Il documentario di Carlo Hintermann e Lorenzo Ceccotti è una coproduzione internazionale in cui è molto importante l'apporto italiano. 
Realizzato tre anni fa , finalmente vede la luce nelle nostre sale pur con una distribuzione assai deficitaria, ma purtroppo non è una novità.
E' uno di quei film che dovrebbe essere proiettato nelle scuole per mostrare che cosa può provocare l'isolamento e soprattutto che non bisogna avere paura della diversità e della malattia, bisogna combattere per vincere e se non è possibile, allora conviverci nel modo più indolore possibile.
Forse la sottolineatura con le immagini animate a volte è un po' troppo evidente , sfociando nella retorica ma è difetto piccolo in rapporto alla funzione sociale che può avere questa interessante opera che è un po' film, un po' cartone animato e un po' documentario....

( VOTO : 7 + / 10 )

The Dark Side of the Sun (2011) on IMDb

martedì 17 giugno 2014

We Are the Best! ( 2013)

Stoccolma 1982: Bobo e Klara sono due amiche tredicenni che si professano punk nonostante tutti si affannino a dire loro che il punk è morto e sepolto. Millantando capacità musicali che non hanno , grazie a una piccola furbizia riescono a procurarsi uno spazio settimanale gratuito in una sala prove di un centro ricreativo pubblico, attrezzata con gli strumenti musicali che loro neanche hanno.
Per farsi insegnare qualcosa propongono a Hedvig, ragazza solitaria a causa di un'educazione particolarmente bacchettona, ma brava chitarrista, di entrare nel gruppo.
E cominciano a provare passando attraverso gioie e dolori, passioni e incomprensioni, infatuazioni e litigi fino ad arrivare al battesimo del fuoco in una esibizione dal vivo davanti a quattro scalmanati...
Lukas Moodysson torna a fare il cinema che più gli ha regalato soddisfazioni, torna a trattare tematiche che sembra conoscere molto da vicino .
We Are the Best! è il ritratto di un gruppetto di adolescenti nella Stoccolma del 1982 e rappresenta un'ideale diapositiva in cui fotografare se stessi ( Moodysson è del '69, quindi lui in quell'anno aveva la stessa età delle protagoniste) e un 'epoca fatta di sogni , ideali e aspettative.
Si inserisce a pieno titolo nel genere del coming of age movie ma lo fa con quella spiccata sensibilità che contraddistingueva il suo magico esordio, quel Fucking Amal che è un film amatissimo qui a bottega.
Qui si respira la stessa aria : adolescenti in confusione ormonale, dalla sessualità incerta, genitori che sono troppo presenti e pressanti ( come quelli di Hedvig ) oppure con l'aspirazione di essere solamente amici dei propri figli lasciando loro una libertà assoluta ( che si trasforma in loro assenza come nel caso di Bobo e Klara , lasciate praticamente a vivere allo stato brado senza alcuna guida), la mancanza di comprensione tra il mondo degli adulti e quello dei ragazzi che sembrano essere due compartimenti a tenuta stagna non comunicanti tra loro.
La differenza tra Fucking Amal e We Are the Best! è nel respiro del racconto: una narrazione fluida e lineare nel primo caso, un andamento rapsodico nel secondo e questo lo si deve sicuramente alla fonte da cui è tratto, una graphic novel ad opera di Coco Moodysson, moglie di Lukas.
We Are the Best! è un film semplice, senza orpelli , strutturato esattamente come le strisce di un fumetto, che racconta in modo spontaneo e volitivo la vita di queste tre adolescenti che stanno cercando il modo migliore, e più indolore, di crescere.
Vogliono essere orgogliosamente diverse, esplorano anche le trasgressioni, trovano l'amalgama perfetta nella loro diversità e soprattutto vedono tutto dal basso della loro prospettiva di tredicenni che hanno appena imboccato la via dell'adolescenza.
Moodysson cattura alla perfezione lo spirito libero e la spontaneità di tre protagoniste a loro modo straordinarie per sguardo e per il loro essere simpaticamente genuine.
Personaggi a cui ci si affeziona e quasi dispiace di lasciare quando scattano i titoli di coda.
We Are the Best!  parla di punk senza essere un film musicale ( anche se la colonna sonora, ben presente , è massiccia il giusto), ricostruisce un 'epoca  in cui tre ragazzine, fondamentalmente una che poi contagia le altre due, si mettono in testa di far rivivere un genere musicale crollato sotto i colpi della new wave e dell'heavy metal.
Per fare punk non occorre saper suonare: in questo Sex Pistols e Ramones sono una testimonianza eclatante.
Bisogna ESSERE  punk!
E allora puoi fare tutto, anche avere un solo pezzo in repertorio e non saperlo nemmeno suonare bene....
Loro lo possono fare perché Bobo, Hedvig e Klara sono le migliori.
They Are the Best!

( VOTO : 8 + / 10 ) 

We Are the Best! (2013) on IMDb

lunedì 7 aprile 2014

Nymphomaniac Volume 1 ( 2013 )

Seligman, uomo di mezza età, di buona cultura e scapolo , mentre torna a casa in un uggioso pomeriggio invernale trova in un vicolo, stesa per terra in stato di semincoscienza , una donna che afferma di chiamarsi Joe. La soccorre ma al suo rifiuto di farsi vedere da un medico se la porta in casa per darle un tè caldo e dei vestiti puliti. E lei ricambia raccontando la sua storia di dipendenza dal sesso, dei vari step che la cotraddistinguono , della storia d'amore con Jerome.
Il tutto condito con divagazioni filosofiche, matematiche, mistiche e dettagli sulla tecnica della pesca alla mosca.

La recensione che vi state apprestando a leggere non è quella voluta dall'autore, anzi è stata tagliata in più parti.

Ahhhhh!!! ci avete creduto , eh?

La recensione che state leggendo è priva di censure e consigliata a un pubblico adulto.

Venire accolti nel film con un paio di minuti di schermo nero e il pensiero che comunque si sta per vedere la prima parte , mutilata, di un film originariamente unico però diviso in due uscite per motivi commerciali ...beh devo dire che non predispone molto bene.
Un po' ci pensano i Rammstein a mettermi di buon umore, sono sempre un bel sentire , un po' come accomodarsi in un salotto dove ti stanno aspettando dei vecchi amici  casinisti e molto fuori di testa.
Un po' come Lars Von Trier. del resto uno che ammette chiaramente di non stare bene, di avere tutte le fobie di questo mondo e di un altro paio di mondi ancora, uno che si è aggiunto una Von fasulla nel cognome, ha sicuramente qualche problema di personalità, con il suo ego che balla la lambada con le prime racchie che gli capitano a tiro.
Però il nostro Lars è fubbbo, fubbbissimo e ha un fiuto da segugio di Sant'Uberto ( si dice che sia il cane con il naso migliore per ritrovare le tracce) per quanto riguarda il marketing.
Lui o chi per lui.
A scanso di equivoci io amo follemente Lars Von Trier , le sue fobie e quella che ritengo la sua genialità, il suo modo di fare cinema. Penso che sia un regista sempre e comunque oltre e che ad ogni uscita puntualmente rimarchi la distanza tra lui e il resto del panorama cinematografico.
Come ho già detto più volte è uno dei pochi registi di cui si parlerà tra 50-100 anni quando verrà studiato il cinema di questo periodo, in realtà non così fecondo di autori imprescindibili.
Lars von Trier per me lo è da quando vidi al cinema Le onde del destino, un ricordo indelebile che mi ha fatto recuperare tutta la sua opera antecedente a quello e non mi ha fatto perdere praticamente nulla delle sue opere successive.
Nymphmaniac Volume 1 ( ma presumo che anche il Volume 2 sia su questa lunghezza d'onda) ricorda parecchio Le onde del destino: entrambi divisi in capitoli, entrambi film sull'amore e sulle sue declinazioni anche le più sgradevoli  e poi i personaggi di Bess e Joe non sono poi così distanti.
Cercano amore , di dare e riceverlo, ma si scontrano con l'impossibilità di soddisfare questo loro desiderio. Se Bess lo fa per il marito paralizzato e per un senso di colpa mai sopito, Joe lo fa fondamentalmente per se stessa e cerca di compensare questa impossibilità ad amare ( e ad essere amata) con la quantità, con la stimolazione compulsiva dei propri istinti sessuali.
Nymphomaniac Volume 1 ( per adesso solo questo posso giudicare) non è un film pornografico nonostante qualche volta scivoli nella rappresentazione molto esplicita del sesso, non è un film per guardoni assatanati che non riuscirebbero mai a uscire vivi da un film porno che duri cinque ore .
E' un film sull'ossessione principale della vita di Von Trier: l'amore e le patologie ad esso inerenti.
La ninfomania del resto è problema clinico che lui affronta prendendolo un po' alla larga.
Più scrivo e più mi accorgo che sto ciurlando nel manico: non ho la più pallida idea di cosa pensare e scrivere di un film monco , censurato a sangue e la cui seconda puntata la vedrò, forse tra 20 giorni.
Però mi ha attirato con una misteriosa forza centripeta che non è legata alle grazie della giovane Stacy Martin che si concede generosamente alla macchina da presa , mi ha attirato con le sue invenzioni grafiche che ravvivano un film fondamentalmente da camera ( da letto), con il suo sproloquiare di argomenti che erano sepolti in me da quando andavo al Liceo ( i numeri di Fibonacci , ma pensa te....) e con un finale , provvisorio che si ferma a quel Cantus Firmus , potente ed evocativo ma che viene troncato proprio sul più bello.
Eppure non posso fare a meno di ammettere che per tutta la visione spesso la mente è volata via in associazioni sempre più ardite.
Del resto questo ultimo tango a Copenaghen si predispone molto bene.
E continuo a pensare che Lars Von Trier sia un gran burlone a cui piace giocare con i propri spettatori., ma soprattutto uno che sa magheggiare alla grande con  il marketing.
Di questo film si parla dapperutto, dalle canoniche a sotto i caschi del parrucchiere e quindi questo è già un grandissimo successo.
La prima cosa che ho pensato quando Joe comincia a parlare della verginità come una zavorra di cui liberarsi è che il nostro Larsuccio si è voluto fare beffe di tutto quel cinema americano indie , quello legato alla formazione e all'idealizzazione del primo incontro d'amore. Lui lo risolve in un'officina, in modo squallido, tre botte da una parte e cinque dall'altra , in pochi secondi, altro che le menate sentimental/indie superchiacchierate e superpippose.
La gara  sul treno: a parte che un treno come quello sarebbe il sogno di molti maschietti e a parte che Sophie Kennedy Clark sembra una copia sputata di Kirsten Dunst, la mente mi è tornata indietro a un vecchio film di Aldo Lado, L'ultimo treno della notte , in cui succedevano cose ben più tristi. Però l'aria anni '70 è la stessa.
Altra cosa che mi ballava da una parte all'altra facendo un tango con uno dei miei unici due neuroni rimasti è questa domanda: e se Von Trier ci avesse presi tutti per il culo e in realtà questo fosse il remake non dichiarato di Gola profonda ( solo che Mea Vulva, Mea Maxima Vulva Joe , il clitoride ce l'ha nel posto giusto)?
Credo che alla fine di questo Nymphomaniac Volume 1 si parlerà per le motivazioni sbagliate ma anche questo è dovuto alla campagna virale di marketing che ha creato delle attese spasmodiche non giustificate.
Ecco allora che il cinema in cui vai a vederlo si trasforma in una congrega di vecchi porconi vestiti con cappellone a larghe tese, occhialoni scuri a mascherare la maggior parte del volto e uno spolverino coloro grigio topo.
E anche quando prendi posto in sala vedi davanti a te tutte quelle teste isolate che ti fanno ripensare ai cinemini porno di una volta, quelli in cui se volevi entrare era meglio fare qualche vaccinazione, spettatori in solitario insomma e un gran via vai presso i bagni che però prima erano posti contigui alla sala e ci si accedeva facilmente, oggi per arrivarci devi fare quasi una cicloturistica non competitiva.
Eppure si procede senza troppi intoppi,nonostante un argomento da far tremare le vene nei polsi, pur con un andatura sinusoidale tra momenti alti ( a me per esempio quei dieci minuti in cui è in scena Uma Thurman mi sono sembrati la parte migliore ) e altri un po' meno alti ma secondo me funzionali allo scopo del film che vuole colpire intenzionalmente sotto la cintura .
Si veda ad esempio la sequenza in cui lei, col padre morente nel letto d'ospedale, sente il  bisogno impellente di farsi dare una ripassatina da un 'operaio, un risvolto di sceneggiatura che sembra estratto di peso da un film porno: " Lei lavora qui , tutto solo in queste brutte segrete nel sotterraneo dell'ospedale?" " Si, signora , proprio qui" " Ah che bello ! Allora scopiamo" nella tradizione gloriosa della Jenna Jameson di turno, una che la Joe del film se la mette nel taschino con tutti i record che ha battuto.
E già che ci stavamo il buon Lars ci poteva risparmiare la visione orrida del culone ignudo e peloso di Slater che è immerso nelle proprie deiezioni, vari baffetti di merda di cui avremmo volentieri fatto a meno.
Per concludere perchè qui parlo parlo e non sto dicendo niente:  giudicare Nymphomaniac Volume 1 è pratica ai limiti dell'onanismo cerebrale perchè è un film monco, senza finale e per giunta anche censurato.
Il problema grosso è che a causa di una campagna di marketing superaggressiva e fondata su qualcosa che in realtà nel film non c'è ( non è un film oltre i limiti della pornografia), questa pellicola arriverà anche, ma forse soprattutto, alle persone sbagliate, gente che non ha la minima idea di chi cazzo sia Lars Von Trier ma che sa benissimo che cosa sia una ninfomane.
Che cosa si è disposti a fare per un pugnetto di euri in più....

( S.V./ 10 ) 

Nymphomaniac: Vol. I (2013) on IMDb

giovedì 19 settembre 2013

A Royal Affair ( 2012 )

1767: la giovane principessa inglese Caroline Matilda va in sposa quindicenne , come da promessa, al cugino, re Christian di Danimarca di appena due anni più grande. Il suo matrimonio si rivelerà presto un inferno: il re è fragile psichicamente , se non squilibrato e preferisce la compagnia delle matrone del bordello a quella della regina. Ma riescono lo stesso a procreare un erede. Christian è praticamente prigioniero del Consiglio di Corte che lo tratta come un minus habens e lo esclude da tutte le decisioni politiche finchè non conosce un medico tedesco,Johann Friedrich Struensee, seguace delle nuove idee illuministe che stanno prendendo piede in Europa.Il medico grazie a terapie oculate fa migliorare lo stato mentale del giovane re, diventa suo buon amico e  riesce ad instillargli idee nuove in politica attuando riforme impensabili fino a pochi anni prima.
Ma il dottor Struensee commette un tragico errore: si invaghisce , ricambiato, della regina Caroline Matilda e questa diventa un'arma formidabile nelle mani di quel Consiglio di Corte, fatto di nobili conservatori fomentati dalla matrigna del re Christian, per metterlo in cattiva luce anche a  causa delle sue idee illuministe e riprendersi il potere mandando in esilio la regina.
A Royal Affair di Nikolaj Arcel, già cosceneggiatore della serie tv scandinava Millennium e, tra gli altri,  del film Uomini che odiano le donne, tratti dai fluviali romanzi di Stieg Larsson, racconta un pezzo di storia danese che è ignorato dai più, soprattutto alle nostre latitudini.
C'era il rischio di fare qualcosa di polpettonesco, la durata ampiamente sopra le due ore in questo senso predispone e magari ci si accorge che , specie nella parte centrale , il passo è quello lungo della fiction televisiva. Ma stavolta non è un male: il tempo che Arcel si prende per raccontare la sua storia è ben impiegato nel comporre un quadro variegato ed esaustivo delle personalità complesse dei tre protagonisti in campo tutti alle prese con le proprie debolezze e contraddizioni.
Christian VII di Danimarca è un re solo di facciata, pusillanime prigioniero dei suoi dignitari, interessato più ai suoi giochi e scherzi che alle sorti del suo popolo.
La regina Caroline Matilda è prigioniera di una vita consacrata all'opulenza e al lusso sfrenato ma senza neanche un barlume di felicità e per questo è quasi portata a cedere le sue grazie al dottor Stuensee, di idee illuministe ( quasi socialiste ) ma allo stesso tempo assiduo frequentatore di bordelli e dedito al libertinaggio come pochi.
Eppure dalla sinergia di queste tre personalità differenti e uniche venne fuori una stagione di riforme irripetibile per la Danimarca.
A Royal Affair è fondamentalmente la storia dell'ascesa e della caduta del dottr Struensee a cui Mads Mikkelsen dona fascino e fisicità e proprio la passione che lega tra di loro i protagonisti è un qualcosa che gli permette di andare a un livello superiore rispetto ai soliti film ricchi visivamente, curati sotto ogni aspetto formale, ma fondamentalmente senza anima.
Il film di Nikolaj Arcel oltre a offrire particolare ricchezza nelle ricostruzioni d'epoca e uno sfarzo raramente riscontrabile in una produzione europea ( per di più scandinava, non proprio la cinematografia più ricca) regala una storia di amore, di passione in vorticoso crescendo e con delle pagine assolutamente vigorose in cui il fuoco che arde dentro i cuori dei personaggi viene efficacemente contrappuntato dal gelido clima danese, con il ghiaccio che avvolge tutto e tutti.
E poi ci sono delle prove d'attore assolutamente straordinarie: detto della prova eccellente di Mads Mikkelsen, ormai una garanzia anche a livello internazionale, la vera scoperta di questo film è Mikkel Boe Folsgaard nella parte di Christian che disegna un personaggio memorabile  afflitto da problemi di paranoia e di schizofrenia, vittima delle proprie pulsioni e insicurezze senza mai scivolare nell'eccesso dell'overacting o nella caricatura.
A Royal Affair ha anche concorso come miglior film straniero agli Oscar del 2013.
Continua a esserci del marcio in Danimarca.

( VOTO : 7,5 / 10 ) 


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domenica 15 settembre 2013

Submarino ( 2010 )

Nick vive in un piccolo appartamento squallido: è appena uscito di prigione e cerca di dimenticare la sua vita grama con lunghe sedute di pesi in palestra e bevute massacranti. Ha un fratello minore ( nel film non ha nome)  che ha un figlio, Martin, è vedovo e tossicodipendente. Non si vedono da anni ma si incontrano di nuovo al funerale della madre che ha segnato la loro infanzia per la sua dipendenza all'alcol.
Un altro evento ha segnato in modo definitivo l'infanzia di Nick e del fratello.
Ora entrambi cercano di fuggire dalla spirale autodistruttiva in cui sono imprigionati.
Ma non sarà facile....
C'era già Shakespeare che in tempi non sospetti diceva che c'era del marcio in Danimarca.
E per vedere il marcio che si nasconde in un Paese lindo e progredito come il piccolo Stato nordico, basta guardarsi un film di Thomas Vinterberg che con la sua cinepresa da entomologo sfruculia letteralmente nello squallore che si nasconde dietro la facciata pulita e rispettabile danese.
Submarino è uno sguardo cupo e disperato su una Copenaghen nascosta agli occhi dei turisti, un coacervo di fallimenti, di clochard buttati agli angoli della strada a subire le angherie del tempo e di bulletti occasionali, di famiglie disfunzionali tenute assieme non si sa come, di esistenze al margine che vanno avanti per inerzia , giorno per giorno.
Non è un bel posto per viverci questa Copenaghen tratteggiata in modo così feroce e realistico: lo sa bene Nick che si sente nè più , nè meno di un rifiuto della società e lo sa anche  suo fratello che nel film non ha nome, un tossicodipendente senza speranza che cerca goffamente di nascondere questo suo "vizietto" al figlio che in molti frangenti si dimostra più adulto del padre.
Ecco, in questo quadro di totale annichilimento  , l'unica speranza che lascia intravedere un film a tonte fosche come Submarino, è legata al ruolo dei bambini che spesso sono più adulti di coloro che adulti lo sono solo anagraficamente e che dovrebbero badare a loro.
E'evidente nel flashback che apre il film e che descrive l'ambiente da cui sono venuti fuori Nick e il fratello ( madre alcolizzata assolutamente non in grado di badare loro) bambini che  avranno la loro infanzia segnata da un'immane tragedia, ed è evidente anche nel rapporto tra Martin e il padre tossicodipendente, in quello sguardo a metà tra il comprensivo e l'inquisitore, una sorta di rimprovero per un genitore che vorrebbe nascondere tutti i fantasmi della sua vita dietro i paradisi artificiali creati dall'eroina.
Submarino non lavora per ellissi, picchia direttamente allo stomaco descrivendo esistenze gettate via o che si stanno gettando dentro un abisso senza fondo.
Vinterberg non lavora di cesello ma stavolta usa la sciabola per un film di durezza inaudita in cui tutto viene mostrato e non suggerito: anche la tragedia terribile a cui devono sopravvivere Nick e il fratello, dai tempi della loro infanzia.
In un alternanza tra esterni grigi e ghiacciati di una Copenaghen ben lontana dallo stereotipo fissato nelle immagini delle cartoline ed interni in cui lo squallore è appena rischiarato dalle scene in cui il fratello di Nick cerca di dare al figlio quella quiete familiare negata dal destino ( ma anche se non soprattutto da quella immensa fregatura del libero arbitrio), Submarino conferma il talento di un cineasta come Vinterberg che lontano dai rigidi dettami del Dogma, lascia intuire la sua capacità di raccontare tutto il marcio che si nasconde dietro una società apparentemente aperta e all'avanguardia come quella danese.
Facendoci sapere che Shakespeare aveva proprio ragione.

( VOTO : 7,5 / 10 ) 

Submarino (2010) on IMDb