I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.
Visualizzazione post con etichetta documentario. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta documentario. Mostra tutti i post

venerdì 19 giugno 2015

The Nightmare ( 2015 )

Il film comincia con lo studio dell'etimologia della parola "Nightmare" ( Incubo) e da qui si parla di un disturbo molto presente nella popolazione e ampiamente sottostimato: la cosiddetta " paralisi nel sonno" ( paralisi ipnagogica) una condizione patologica in cui si è perfettamente lucidi e consapevoli dei fenomeni che accadono intorno ma si è completamente impossibilitati a qualsiasi tipo di movimento.
Questo accade insieme alla percezione di presenze nella stanza attorno al letto e saltuariamente alla sensazione di fluttuare nella stanza al di fuori del proprio corpo, 
E si può comprendere facilmente come  il tutto divenga  terrorizzante.
Il documentario di Rodney Ascher presenta otto casi di questa sindrome, raccontata dagli stessi protagonisti.
Fino alla visione di questo The Nightmare non conoscevo Rodney Ascher, non avevo mai visto  Room 237 , acclamatissimo suo documentario sulle interpretazioni da dare a Shining di Stanley Kubrick( e ancora non l'ho visto ), ignoravo persino l'esistenza di documentari da ascrivere al genere horror.
Mettiamo le cose in chiaro: Rodney Ascher non è un medico , né si scava una trincea dietro estenuanti spiegoni/pipponi medico-scientifici che renderebbero il suo film  attaccabile dall'accademico e dall'esperto medico di turno.
Giustamente , aggiungo io.
Semplicemente prende otto persone che soffrono di questa paralisi nel sonno e fa descrivere a  favore di camera , con le loro parole quello che succede loro e che spesso continua a succedere in quella parte della loro vita che va dalla sera alla mattina.
Il tutto con l' ausilio di un minimo di messa in scena che descriva in modo il più fedele possibile i fenomeni che raccontano i diversi intervistati.
In più si contestualizza il tutto con riferimenti pittorici , parliamo del bellissimo Incubus di Henry Fussli, quadro che ho già avuto modo di dire ho visto dal vivo e a cui sono molto legato, ma soprattutto cinematografici con riferimenti a The Nightmare on Elm Street di Wes Craven e Allucinazione perversa di Adrian Lyne , di cui sono mostrati alcuni spezzoni.
L'impressione che ho avuto uscendo dalla visione di questo film di Rodney Ascher è stata strana , spiazzante : da un lato non si può non notare un racconto che , cinematograficamente parlando, si presenza abbastanza ripetitivo nel parlare di esperienze abbastanza simili tra di loro.
D'altro canto però , i racconti degli otto protagonisti mettono una certa tensione addosso: anzi, dirò di più, mentre senti il racconto delle loro esperienze, vai a frugare nella memoria su momenti particolari della tua vita in cui ti senti di aver vissuto un qualcosa di simile a quello che ora hai appena visto su schermo.
Quello che colpisce è il senso d'isolamento che affligge queste persone che di fatto sono sole contro i propri incubi notturni anche se dormono assieme al proprio partner, si avverte quasi fisicamente la presenza di un muro costruito attorno a queste persone che non riescono a condividere quello che succede nella loro notte perché chi non lo vive con loro o come loro, non può capire.
Questa mancata condivisione della propria condizione li rende di fatto molto più aperti verso la telecamera, non si sentono più soli perché stanno parlando con un regista che ha esperienza della loro sindrome e vengono a conoscenza di altre storie come la loro.
Insomma sanno che qualcuno li può comprendere , cosa che in realtà a loro manca moltissimo.
Impossibile dire di più, ho fatto lo slalom tra paletti vicinissimi proprio per non togliere il piacere della visione.
Una sola cosa : se prima non avevo alcuna ragione di avere paura del buio e del sonno, ebbene ora almeno una piccola ragione ce l'ho...


PERCHE' SI : un documentario horror, genere mai visto prima ( almeno da me),alcuni racconti fanno venire la pelle d'oca, si respira tensione.
PERCHE' NO : dal punto di vista cinematografico è piuttosto ripetitivo, la messa in scena degli incubi non brilla per particolare cura.


LA SEQUENZA : quella in cui uno dei protagonisti descrive il suo incubo che lo affligge si  da bambino.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Esistono anche i documentari horror.
Devo recuperare assolutamente Room 237.
Frugando nei ricordi mi sembra di aver vissuto una cosa simile ma non vorrei che fosse semplice ipocondria.
Non avevo mai sentito parlare di paralisi ipnagogica.


( VOTO : 7 / 10 )


 The Nightmare (2015) on IMDb

martedì 9 settembre 2014

The act of killing ( 2012 )

Anwar Congo ed Herman Koto, uomini indonesiani di una certa età , benestanti, accettano l'invito da parte di un documentarista di far parte di numeri musicali e di rievocazioni di scene del crimine da cinema americano per ricordare il loro passato, di come nel 1965 , a causa del colpo di Stato in Indonesia, si trasformarono da volgari bagarini dediti al traffico di biglietti del cinema, in spietati assassini al servizio della giunta militare salita al potere, torturatori di poveri contadini ed intellettuali accusati tutti indistintamente , di etnia cinese o meno, di essere comunisti e solo per questo crimine degni di essere giustiziati.
Il documentario è una discesa in un abisso grottesco in cui il ricordo sembra ancora dolce e il rimorso è un qualcosa di sconosciuto....
Appena partiti i titoli di coda di questo documentario , diretto da Joshua Oppenheimer, da Christine Cynne da un regista indonesiano anonimo ( anzi a scorrere i credits colpisce quella lunghissima sfilza di maestranze il cui nome resta volutamente misterioso, a testimoniare la scomodità del tema trattato dal film e il suo materiale narrativo più che scottante) si è come liberati da un incubo.
Non per la qualità del film, altissima, ma si rimane veramente senza parole ad assistere impotenti allo sfoggio di tanta malvagità, a toccare quasi con mano quanto possa essere pericoloso l'animale uomo , l'unico al mondo capace di sterminare altri esponenti della sua specie praticamente senza motivo.
Oppenheimer e i suoi coregisti scelgono l'assoluta neutralità: nessuna voce off, solo qualche didascalia all'inizio per inquadrare il contesto storico, poi è un assolo di questi due nonnetti , apparentemente miti e inoffensivi , che snocciolano come se fosse la cosa più normale del mondo tutte le atrocità che hanno commesso in quel 1965.
Si rimane straniati, senza parole, perché assieme ad altri componenti degli squadroni della morte di quegli anni , miti vecchietti come loro, accettano di far parte di una sorta di rappresentazione storica che. partendo dai loro racconti di tortura e di morte , rievoca un periodo storico fondamentale della storia indonesiana.
Il corto circuito è completo quando addirittura , questi ometti ormai piuttosto in là con gli anni accettano di recitare nella parte delle vittime.
Un gioco grottesco con il regista che diventa responsabile di una loro caratterizzazione oltre i confini del ridicolo.
Il regista diventa quindi un deus ex machina che riesce a comporre e scomporre un quadro storico come se tutto fosse un mosaico e lui fosse in possesso di tutte le tessere.
Ed è qui, rivedendosi , che Anwar Congo, ha un minimo atto di cedimento, quando abbracciato ai nipoti, orgoglioso di farsi vedere nelle vesti di attore, quasi fosse a Hollywood, si domanda se pagherà mai un prezzo per tutte le nefandezze che ha commesso nel suo passato.
Rimorso no. Quello è assolutamente fuori contesto.
The act of killing sconvolge per quello che non è poi accaduto nella storia indonesiana: dopo il massacro di un milione di presunti comunisti, nessuna revisione storica ha cercato di assicurare i colpevoli alla giustizia terrena ( forse sperando solo in quella divina), nessun rimorso per il passato neanche a livello istituzionale , visto che gente come Anwar Congo, Herman Koto e tutti quelli come loro responsabili fisici di quel genocidio, oggi siano stimati vecchietti, benestanti e considerati anche saggi, una sorta di memoria storica di un paese giovane come l'Indonesia.
Non solo Michael Moore nel documentario di denuncia: non solo le sue spettacolarizzazioni per dimostrare le sue tesi,
Esiste un modo altro per raccontare tremende storie vere, ferite ancora aperte .
E questo è The act of killing , l'atto di uccidere, il racconto, grottesco e metacinematografico, di come a metà degli anni '60, in un popoloso Paese asiatico, la vita dell'uomo non valesse nulla.
Un modo come un altro per svuotare di significato l'omicidio e la tortura, l' atto fisico dell'uccisione e mettere a tacere eventuali sensi di colpa.
Che a distanza di quasi 50 anni ancora faticano ad affiorare.
Anzi sono ancora ben sepolti.

PERCHE' SI :  si resta senza parole, sconvolgente, rappresentazione metacinematografica di grande impatto visivo ed emotivo
PERCHE' NO: può essere insostenibile per qualcuno, altrimenti non riesco a trovargli difetti...

( VOTO : 8,5 / 10 ) 

The Act of Killing (2012) on IMDb

martedì 24 giugno 2014

The dark side of the sun ( 2011 )

Lo Xeroderma pigmentosum è una malattia che non permette l'esposizone alla luce solare di chi ne è affetto perchè provoca ustioni gravissime, invecchiamento precoce e tumori della pelle. E dà un'aspettativa di vita molto bassa perché accanto a questa impossibilità di esporsi alla luce solare ci sono molte altri problemi clinici che vengono fuori.
Questa è la storia di Dan e Karen e della loro figlia Katie, loro secondogenita , che ha appena finito il liceo nonostante l'importante deficit di vista e del 90 % dell'udito, e di come quando loro figlia era piccola riuscirono a tirare su dal nulla Camp Sundown, un luogo di aggregazione dei malati di xeroderma pigmentosum e dei loro familiari, un luogo in cui vivere la notte e cavalcarla fino in fondo per dimenticare , almeno per un breve periodo, l'isolamento a cui sono costretti per la maggior parte dell'anno.
E l'isolamento uccide ancora prima della malattia.
Da genitore mi si stringe il cuore quando vedo al cinema trattare storie di bambini che devono combattere contro malattie infide, invalidanti e mortali come lo xeroderma pigmentosum.
E so anche che cosa vuol dire l'isolamento forzato per un bambino che di giorno, nel pieno della canicola estiva deve andare in giro coperto dalla cima dei capelli alla punta dei piedi e ciò non è neanche sufficiente per evitare i rischi di ustioni.
Ecco perché i bambini , i soggetti affetti da questa malattia, sono costretti a vivere di notte,
Nel mio piccolo sto capendo anche io la bruttezza della sensazione dell'isolamento che possono provare questi bambini, perché anche mia figlia la sta provando, non per una malattia del genere,
fortunamente,ma ci hanno consigliato caldamente di non esporla al caldo e al sole per i recenti problemi che ha avuto.
E lei non l'ha presa benissimo, dato che vede i suoi amici andare al mare a ridere e scherzare e lei deve attenersi a uno stile di vita molto più ritirato.
Ecco perché ho compreso benissimo il peso di quel macigno che gli affetti da questa malattia si portano dietro.
Un carico gravoso che solo nel periodo in cui sono al Camp Sundown finalmente viene alleggerito e tutto questo perché ci si trova assieme a tanti altri ragazzi che vivono la stessa invalidante condizione patologica e , venendo meno l'isolamento che ottunde stati d'animo e coscienze, si riesce a vivere compiutamente una notte che normalmente è gravida di paure , ottenendo come per miracolo la forza per affrontare il giorno.
The dark side of the sun è corredato inoltre di molte sezioni realizzate con tecniche di animazione ( molto giapponesi come stile ) per sottolineare il travaglio interiore dei piccoli protagonisti e di chi sta loro accanto.
Il documentario di Carlo Hintermann e Lorenzo Ceccotti è una coproduzione internazionale in cui è molto importante l'apporto italiano. 
Realizzato tre anni fa , finalmente vede la luce nelle nostre sale pur con una distribuzione assai deficitaria, ma purtroppo non è una novità.
E' uno di quei film che dovrebbe essere proiettato nelle scuole per mostrare che cosa può provocare l'isolamento e soprattutto che non bisogna avere paura della diversità e della malattia, bisogna combattere per vincere e se non è possibile, allora conviverci nel modo più indolore possibile.
Forse la sottolineatura con le immagini animate a volte è un po' troppo evidente , sfociando nella retorica ma è difetto piccolo in rapporto alla funzione sociale che può avere questa interessante opera che è un po' film, un po' cartone animato e un po' documentario....

( VOTO : 7 + / 10 )

The Dark Side of the Sun (2011) on IMDb

giovedì 23 gennaio 2014

Martin Scorsese day - Shine a light ( 2008 )


Un documentario realizzato da Scorsese riprendendo due concerti degli Stones al Beacon Theatre di New York , tenutisi nell'autunno del 2006. Inframezzato a numerose immagini d'epoca diventa un excursus su quello che erano i
Rolling Stones e su quello che sono all'epoca dei due concerti in questione.
La filosofia del rock'n'roll a favore di camera. Questo film non vuole essere solo agiografia, una sterile rivisitazione della storia degli Stones, vuole essere qualcosa di più.
Scorsese già abituato a film di questo genere dà l'impressione di cercare di capire le ragioni del loro successo, sfronda tutti i loro eccessi ben conosciuti agli estimatori ( forse per farli risultare persino più gradevoli a chi li conosce meno) e ci propone del gustosissimo materiale d'epoca inframezzato alle riprese del concerto in cui i singoli membri degli Stones parlano del loro presente e del loro futuro,
Mick Jagger si dimostra quasi un profeta , rispondendo a una domanda quando è ancora agli inizi della carriera dice che non ci saranno problemi a calcare un palco a sessanta anni.E neanche a settanta , aggiungo io perchè ormai siamo arrivati anche a quella soglia fatidica.
Ecco, questo sembra chiedersi Scorsese. Ma perchè questi signori invece di stare a casa con i nipotini (i figli sono già grandi ormai) continuano imperterriti a girare il mondo facendo concerti e sfornando dischi?
E'la passione del rock, un fuoco che li arde da dentro da quando sono giovani e non accenna a placarsi, nonostante i segni lasciati dal tempo.
Non semplice ritorno economico, ma una passione che divora l'anima. Sono passati più di 40 anni ma la passione è sempre la stessa.
Guai a considerarli dei dinosauri del rock, ancora hanno tanto da dire e da dare al mondo dello show biz.
Gli anni sono passati impietosi sui loro volti eppure loro sono sempre lì a nascondere gli acciacchi che sicuramente avranno e a godersi i frutti di una carriera straordinaria che li ha visti prevalere su ogni moda musicale.

Mick Jagger , un fascio di muscoli e nervi,una voce non educata, anche piuttosto sgraziata in certi frangenti è un catalizzatore di attenzioni da parte del pubblico, lui continua a saltare a dimenarsi, a ballare, correre come se il suo orologio biologico si fosse fermato a molti anni fa.
Keith Richards , quello su cui il tempo ha lasciato i segni più evidenti a causa di eccessi di droghe ben noti sembra ancora divertirsi un mondo a fumare a macinare riff con la sua moltituidne di chitarre elettriche (davvero una bella collezione) e a gettare plettri al pubblico.
Ron Wood sembra quasi estranearsi dal mondo che lo circonda quando suona, sembra abitare su un pianeta in cui gli unici abitanti sono lui e la sua chitarra, Charlie Watts col suo modo retrò di tenere le bacchette ,col suo stile di suonare la batteria senza tanti fronzoli sembra essere l'unico che si chiede che cosa stia facendo, come mai è lì a suonare davanti a un pubblico festante invece di starsene a casa con la sua famiglia a sorseggiare un tè.
Vedendo le interviste e i vari backstages (il saluto di Clinton per esempio)  stupiscono per i loro modi gentili ,flemmatici tipicamente british.
Un bel contrasto con quello che combineranno sul palco di lì a poco.
Le canzoni più importanti ci sono tutte, una selezione completa tra il loro repertorio sterminato non era facile ma la scaletta del concerto è di quelle che non si dimenticano facilmente.
Infine un complimento al lavoro di Scorsese, dicitore sublime e  fine tessitore che non ha paura di mettere davanti alla telecamera i problemi che può riservare il suo lavoro....

( VOTO : 7,5 / 10 ) 

  Shine a Light (2008) on IMDb

Questo post fa parte del Martin Scorsese day , una modo per festeggiare uno dei cineasti più importanti e influenti in occasione del suo ultimo, speriamo bellissimo film, The Wolf of Wall Street, da parte di un gruppo di eroici bloggers appassionati del mondo di celluloide e in cerca di ulteriori feste al di fuori di quelle comandate dal calendario.
Qui sotto tutti i links. L'imperativo è leggere , leggere , leggere e commentare, commentare , commentare!!!!!
Cinquecentofilminsieme
Director's cult
Ho Voglia di Cinema
In Central Perk
Life Functions Terminated
Montecristo
Non c'è Paragone
Pensieri Cannibali
Recensioni Ribelli
Scrivenny 2.0
White Russian

BUON MARTIN SCORSESE DAY A TUTTI!

giovedì 5 dicembre 2013

Una storia americana - Capturing the Friedmans ( 2003 )

La vita dei Friedman famiglia medio borghese residente nel sobborgo newyorkese di Great Neck è sconvolta quando nel giorno del Ringraziamento nel 1987 il capo famiglia Arnold e il figlio minore Jesse, appena diciannovenne, vengono arrestati con l'accusa di aver abusato sessualmente di molti bambini a cui Arnold, insegnante , dava lezioni di informatica nella propria abitazione.
La polizia perquisisce la loro casa dopo aver inviato come esca una rivista pedopornografica olandese e asserisce di aver trovato molte altre riviste di quel tipo. Inoltre la polizia aveva raccolto la testimonianza di molti bambini che a loro dire erano stati protagonisti di strani giochi sessuali ideati da Arnold e da Jesse.
Ma tanti altri bambini , intervistati dal regista, hanno affermato di non aver mai visto nulla.
Una storia americana- Capturing the Friedmans, documentario di Andrew Jarecki è un qualcosa che scuote nel profondo la coscienza di chiunque lo guardi.
Se è facile pensare che Arnold Friedman e suo figlio Jesse sono due mostri nascosti dietro la solita facciata perbenista come pensa la polizia e il procuratore che li accusa di crimini infamanti di fatto rovinando le loro vite, il film di Jarecki in realtà scava molto più in profondo nella sensibilità di ognuno che si trova di fronte a una storia estremamente complessa.
Tutto costantemente in bilico tra una caccia alle streghe e una realtà invece che sembra molto differente almeno stando a  vedere tutti i filmini amatoriali casalinghi che il regista inserisce nella narrazione, un qualcosa di selvaggiamente destabilizzante e che invece di dare risposte continua a creare domande a cui ci si guarda bene dal rispondere.
Le accuse sono infamanti, le conseguenze delle colpe di alcuni si espandono a tutti, la quieta vita familiare è contrapposta all'azione diffamatoria dei mass media che creano il mostro e lo lasciano lì in pasto al loro pubblico famelico ben felice di aver trovato il mostro della porta accanto.
Arnold e Jesse Friedman  non hanno neanche il physique du role dei mostri mangiabambini ma ormai sono stati etichettati in questo modo e non possono far nulla per cambiare le cose.
Jarecki da buon documentarista non prende posizioni, in questo la sua tecnica di costruire il film è assai diversa da quella di un Michael Moore che assume sempre un punto di vista ben preciso e tende a dimostrare la sua tesi in ogni sua pellicola.
Espone fatti, testimonianze anche contraddittorie, denuncia una sostanziale mancanza di prove, racconta un processo in cui la verità sembra non interessare a nessuno, sembra importare solo di neutralizzare i mostri appena catturati, narra di schermaglie tattiche da parte dei vari avvocati che contribuiscono a creare confusione ( addirittura viene tirata fuori un'accusa di abusi sessuali su Jesse da parte del padre Arnold per alleggerire la posizione processuale del figlio) e "cattura" come dice il titolo ma non nel senso di imprigionare ma nel senso di inquadrare , le dinamiche di una famiglia come quella dei Friedman , essa stessa percorsa dal dubbio riguardo questa storiaccia di abusi ai bambini ( esemplificativa è la posizione della madre che decide sin da subito che il marito è colpevole non dando spiegazioni riguardo a questa sua sensazione).
Chi guarda Una storia americana - Capturing the Friedmans, documentario premiatissimo per ogni dove e candidato all'Oscar, avrà una visione completa e sostanziale dei fatti e delle controversie ad essi legate, tutto quello che è necessario per avere, formarsi una propria idea a riguardo.
Ma , qualunque posizione si assuma, il dubbio rimane.
E rimarrà per sempre.

( VOTO : 8 / 10 ) 

Capturing the Friedmans (2003) on IMDb

mercoledì 27 novembre 2013

Blackfish ( 2013 )

La storia di Tilikum , un maschio di orca catturato quando aveva appena tre anni al largo delle coste islandesi  nel 1983 e fatto esibire nei parchi acquatici della catena Seaworld dove ha causato negli anni 3 morti, tra cui l'esperta addestratrice Dawn Brancheau , attaccata e deliberatamente massacrata durante uno spettacolo di fronte al pubblico.
Perchè Tilikum continua ad esibirsi e perchè questi magnifici mammiferi marini che, secondo gli scienziati , hanno un'emotività e un'intelligenza superiori a quella dell'uomo sono costretti a passare la maggior parte delle loro vite in piscine anguste che sono delle vere e proprie prigioni?
La risposta è una sola : i soldi , per la SeaWorld e per tutte le società che gestiscono parchi acquatici questi animali sono fonte di reddito e incassare una marea di dollari in più val bene qualche sacrificio umano e far passare una vita da reclusi ad animali il cui unico diritto inalienabile sarebbe la libertà....
Accanto alla storia di Dawn e di Tilikum anche la narrazione di altri "incidenti"...
Blackfish bellissimo documentario di Gabriela Cowperthwaite, presentato con successo al Sundance di quest'anno, non è semplicemente la storia della vita di un'orca "assassina" ( il film di Michael Anderson con Richard Harris e Charlotte Rampling è espressamente citato, anzi vengono proprio mostrate alcune sequenze del finale per dimostrare quanto possa essere vendicativa un'orca, animale come già detto di intelligenza persino superiore a quella umana) ma è un virulento atto d'accusa contro i parchi acquatici che costringono questi animali a vite "bestiali", consumate per la maggior parte del tempo in piscine anguste, per loro poco più di vasche da bagno.
E sottolinea anche quanto sia un'illusione credere di aver addestrato perfettamente questi animali che conservano comunque la loro indipendenza e il loro istinto.
La storia di Tilkum è la storia di un animale che ha vissuto soffrendo e che durante la sua "carriera" da performer ha causato sofferenza uccidendo , per tre volte: la prima volta nel 1991 allorchè l'addestratrice Keltie Byrne entra in acqua per nuotare con Tilikum e le due femmine che sono con lui ( due femmine dominanti, gravide a insaputa degli addestratori,che hanno attaccato il maschio in varie occasioni riempiendolo di ferite). In realtà è la prima volta che un addestratore si tuffa nell'acqua in cui ci sono le orche e sono le femmine che attaccano ma anche il maschio fa la sua parte.
Nel 1999 vengono ritrovati nella sua vasca i resti di un uomo che nottetempo si è introdotto nel parco acquatico e si è tuffato nella vasca di Tilikum che ha reagito come è nella sua natura di predatore.
Nel 2010 il terzo incidente, quello che lo ha reso noto all'opinione pubblica: Tilikum massacra durante uno spettacolo l'esperta addestratrice Dawn Brancheau.
Blackfish è un documentario toccante che avvalendosi delle testimonianze di addestratori e di dipendenti "pentiti" getta una luce inquietante su come vengono gestiti in cattività questi giganteschi mammiferi acquatici e di come vengano catturati e divisi dalla rispettive famiglie.
Perchè le orche hanno un'organizzazione sociale simile a quella dell'uomo, vivono per tutta la vita in un nucleo familiare fisso , hanno cure parentali insolitamente lunghe e un legame tra i vari membri della famiglia che forse è il più forte tra quelli che si conoscono in natura.
Non è un caso che la lunga sequenza della cattura delle orche per portarle ai parchi acquatici ( interessano soprattutto i cuccioli, gli unici che si possono "addestrare" ) sia la più toccante di tutto il film, forse anche più del racconto, che fa correre veramente i brividi lungo la schiena , della morte di Dawn Brancheau che si ha modo di conoscere e apprezzare in filmati di repertorio.
E un altro picco emotivo del film è quando la piccola Nil , di quattro anni circa ( giovanissima , praticamente una cucciola, le orche raggiungono la maturità sessuale a 10 anni e hanno una vita di lunghezza paragonabile a quella dell'uomo) viene separata dalla madre Kalina per essere trasferita in un altro parco acquatico.
Il dolore di Kalina è qualcosa che tracima anche al di qua dello schermo, come i suoi vocalizzi accorati.
Blackfish è un documentario scomodo per una lucrativa attività imprenditoriale come quella dei parchi acquatici, dei veri e propri lager per mammiferi acquatici in cui gli addestratori , a loro modo anche in buona fede, fanno la figura dell'ultima ruota del carro, carne da macello sacrificabile e interscambiabile.
Un film che si scaglia contro una potente lobby economica  e già questa sarebbe un'ottima ragione per la visione.
Se ciò non bastasse c'è anche tutto il resto: lotta di civiltà e emozione che fanno di Blackfish un film irrinunciabile.

( VOTO : 8 + / 10 )

Blackfish (2013) on IMDb

mercoledì 25 settembre 2013

The Imposter ( 2012 )

San Antonio, Texas, 1994 : Nicholas, un tredicenne come tanti altri, scompare nel nulla dopo una partitella a basket con gli amici. Dopo tre anni e mezzo un ragazzo messo in una specie di orfanotrofio a Linares, Spagna, afferma di essere Nicholas e si mette in contatto con i parenti. Ma ci sono parecchie cose strane: è moro, ha gli occhi di colore diverso e pur avendo gli stessi tatuaggi, più o meno, si esprime in un accento diverso. Eppure la sorella venuta in Spagna a recuperarlo e gli altri familiari in Texas non si accorgono di nulla e riconoscono in lui Nicholas.
Le autorità non sono convinte e cercano di andare in fondo alla faccenda...
Raccontato così sembra essere un  thriller , in realtà The Imposter esordio cinematografico del documentarista Bart Layton , attivo in televisione, è un documentario incentrato sullla figura di Frederic Bourdin, ragazzo francese che nella sua vita si è reso protagonista nell'assumere più di 500 identità diverse. Uno al cui confronto Frank Abagnale jr, l'uomo alla cui storia vera è ispirato Prova a prendermi, storia di un ragazzo  che ha interpretato la filosofia del Sogno Americano in modo decisamente personale, sembra una novizio del furto di identità.
E' subito chiaro che non ci troviamo di fronte al ragazzo scomparso ma lo stesso il film ha una capacità magnetica di attrazione perchè , centellinando rivelazioni su rivelazioni, riesce a creare una suspense che si taglia col coltello, cosa rara in questo tipo di film.
Perchè al solito la realtà supera sempre , e di parecchio , la più fervida delle immaginazioni.
Impossibile spiegarsi meglio , altrimenti incorrerei in fastidiosi spoilers che toglierebbero un po' di sapore alla visione ma la storia di Frederic Bourdin ha un suo fascino forse più ingenuo che maligno, si è calamitati a cercare di capire come questo ragazzo francese di intelligenza normale, di livello culturale non particolarmente eccelso, riesca mano mano a mettere mattoni sulla sua storia per renderla credibile agli occhi dei più.
Le bugie hanno le gambe corte e il castello di carte alla fine diventa un po' troppo complesso per non crollare ma non succede quanto uno ci si attende.
Anzi vien fuori l'orrore che si può celare dietro a un mistero di questo tipo.
E non posso dire altro.
Interessante la tecnica spuria con cui è costruito questo documentario: accanto alle interviste realizzate con i veri protagonisti della storia ci sono scene di raccordo girate per confezionare meglio il tutto e ci sono attori che interpretano personaggi che hanno avuto un ruolo nella vicenda, come ad esempio l'investigatore Charlie Parker alle prese con scene puramente fiction che riproducono la realtà dei fatti.
Inoltre c'è l'esordiente Adam O'Brian che recita la parte di Frederic Bourdin.
Presentato con successo al Sundance e vincitore di numerosi premi in festival  internazionali, The Imposter è un qualcosa di anomalo nel panorama cinematografico.
Un documentario ibrido appassionante come un thriller , confezionato con grandissima cura e con un montaggio che garantisce un ritmo molto sostenuto.
Tutto ciò inevitabilmente calamita l'attenzione dello spettatore.
Altra cosa che colpisce  in questo film che racconta  una storia ancora piena di lati oscuri è che il regista non assume nessun punto di vista, osservando tutto come fosse un entomologo alle prese con la sua teca piena di insetti.
E riesce a descrivere compiutamente una personalità patologica come quella di Bourdin, furfante matricolato ma che sorprende grazie a improvvisi lampi di genialità estemporanea.
Visione caldamente consigliata.

( VOTO : 7+ / 10 ) 

The Imposter (2012) on IMDb

martedì 11 giugno 2013

Jason Becker: Not Dead Yet ( 2012 )

Jason  Eli ( da Eli Wallach ) Becker è uno studente di liceo virtuoso di chitarra che nella seconda metà degli anni '80 , ancor prima che finisse le scuole, è stato già adocchiato dal guru della Shrapnel Records che lo ha messo sotto contratto. Jason a 15 anni suona già Paganini nonostante non abbia studi classici, a 18 anni ha pubblicato già il suo primo disco assieme a Marty Friedman ( altro guitar hero per tanti anni nei Megadeth) nel progetto Cacophony, a 19 anni viene chiamato da David Lee Roth ( ex frontman dei Van Halen ) per sostituire un certo Steve Vai. A 20 anni dovrebbe partire per un tour mondiale con il biondo singer ma ha problemi a una gamba che da un po' lo fa zoppicare: si sottopone a controlli medici e la diagnosi è impietosa. 
Jason ha contratto il morbo di Lou Gehrig , la sclerosi laterale amiotrofica detta anche SLA, una malattia degenerativa del sistema nervoso che presto lo ridurrà su una sedia a rotelle, gli impedirà di parlare e persino di alimentarsi normalmente.Gli hanno dato da 3 a 5 anni di vita ma Jason si dimostra più forte.
Questo documentario racconta la sua storia straordinaria, quella di un chitarrista in rampa di lancio per l'Olimpo del rock che si è trovato catapultato nell'inferno della malattia.
Jason è ancora vivo ( Not Dead Yet  come dice il titolo del film) e grazie all'aiuto della sua famiglia riesce a comunicare con un computer e a scrivere ancora musica.
Perchè lui l'armonia ce l'ha dentro: deve solo trovare il modo per farla sgorgare.
Me lo ricordavo bene Jason Becker quando suonava nei Cacophony o anche nelle fila del supergruppo messo su da David Lee Roth. Chitarrista dalla tecnica sopraffina, con un tocco magico su qualsiasi cosa suonasse. All'epoca non sapevo neanche che fosse così giovane, le rockstars a quell'epoca sembravano tutte avere un'età maggiore di quella reale.
Poi l'ho perso di vista : la scena rock ed heavy metal è lastricata di personaggi che per un motivo o per l'altro ( leggasi droga o stravizi in genere, oppure semplicemente insuccesso ) si perdono nei meandri del music biz ritrovandosi a fare i turnisti in sala di incisione, praticamente un lavoro impiegatizio che non assicura alcuna gloria, o addirittura smettendo proprio di suonare.
Credevo che Becker fosse sparito per questo oppure che mi fosse semplicemente sfuggita la sua prematura scomparsa.
Poi casualmente mi imbatto in questo documentario definito brillantemente da altri un rockumentary : e lì ritrovo il Jason degli anni del liceo e quello di oggi che ancora orgogliosamente combatte la sua battaglia per vivere anche se bloccato su su una sedia a rotelle e costretto a comunicare via computer con un sistema di comunicazione ideato dal padre.
In Jason Becker : Not Dead Yet non prevale il rimpianto per qualcosa che avrebbe potuto essere e non è: certo è dura essere una rockstar sulla cresta dell'onda e abbandonare tutto a causa di una malattia bastarda che ti priva di ogni cosa, anche della capacità di esprimerti.
Quello che prevale invece è la voglia di vivere di Jason, la sua gioia nell'assaporare quasi voluttuosamente quelle poche, piccole cose che la vita quotidianamente gli offre sforzandosi di non pensare a quello che crudelmente il destino gli ha riservato.
Emerge la sua forza d'animo che gli permette ancora di sorridere ( una delle poche cose che la sclerosi laterale amiotrofica ti permette di fare ) ma soprattutto di concentrarsi nel continuare a scrivere la sua musica pur non potendo imbracciare la chitarra e muovere a velocità vertiginosa le dita per suonare quello che sgorga dalla sua mente.
Vien fuori inoltre una figura ben lontana dallo stereotipo della rockstar: bravo ragazzo, studente brillantissimo, serate dedicate allo studio del suo strumento piuttosto che a gozzovigliare o a ubriacarsi, una vita priva di eccessi e con un attaccamento particolare alla sua famiglia.
Chiusura del film col concerto ( Not Dead Yet )che ogni anno si tiene a Richmond in onore di Jason con tutti gli amici di sempre riuniti sul palco: da Marty  a Joe Satriani passando per buona parte della scena rock ed heavy americana.
Perchè Jason Becker è rock, è vivo ed è ancora   un mito per tanti ragazzi di oggi che studiano e suonano chitarra coltivando il sogno di diventare qualcuno.
Jason  combatte con noi.
Cazzo, se combatte !

( VOTO : 8 / 10 ) 


Jason Becker: Not Dead Yet (2012) on IMDb