I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.
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domenica 6 dicembre 2015

Everest ( 2015 )

La mattina del 10 maggio del 1996 , due spedizioni turistiche si accingono ad arrivare sulla vetta dell'Everest.Una tempesta di neve li colpisce nella strada per il ritorno e per i due gruppi di scalatori sarà una lotta per la sopravvivenza contro la furia primigenia degli elementi naturali.
Non tutti ce la faranno.
Non ho mai scalato neanche una collinetta ma devo dire che questi film d'avventura girati ad altezze proibitive a prova di vertigini mi hanno sempre attirato, così come i film ambientati in scenari montuosi aspri ed inospitali.
E poi vuoi mettere l'epica della lotta del piccolo uomo contro il gigantismo della furia della natura?
Il raggiungere ed oltrepassare i propri limiti?
L'interesse che scaturisce dall'apprendere che comunque quella che ci apprestiamo a vedere è una storia sostanzialmente vera che , finito il film, andremo a rileggere avidamente su Wikipedia o cose del genere?
Ecco, nelle mie aspettative, alte devo ammettere, Everest doveva contenere tutto questo e anche di più.
E invece , come mi succede di sovente negli ultimi tempi, tutte queste aspettative vanno in gran parte deluse.
Intendiamoci Everest è il perfetto blockbuster hollywoodiano fabbricato in serie , confezionato con grande professionalità e con una storia " giusta" per un'audience in vena di emozioni forti.
Oddio, blockbuster perfetto forse no visto che non ha incassato moltissimo e quindi evidentemente c'era qualcosa nel film che non gli ha permesso di sfondare come avrebbe dovuto.
Il mio modesto parere è che al film manca proprio l'ingrediente principale; l'epica del racconto, gli manca quella grinta che gli avrebbe permesso di essere molto più intenso e vibrante, difetta di personalità  risultando piatto nella descrizione dei protagonisti e nel procedere di un racconto che avrebbe dovuto suscitare veri e propri fiotti di emozioni.
Per dirla in una parola sola, vocabolo che a Napoli conoscono piuttosto bene, gli manca la cazzimma, quello scatto in avanti che gli permetta di primeggiare e non di essere un film tra tanti , come tanti, anzi anche peggio di tanti.
E poi vedere la tanto favoleggiata, mitica cima dell'Everest che si riduce ad essere una specie di pianerottolo con tante belle bandierine, beh, viene smontata in due secondi tutta quella aura tra sogno e mito che la succitata cima si era creata in tanti anni di incontri, non reciproci, sui libri di scuola.
Si arriva anche a sfiorare il paradosso quando in un film come questo si vede poca montagna e troppo impianto strappalacrime ( il professorino che deve piantare la bandierina a tutti i costi per la sua scuola, un paio di mogli lasciate a casa in trepidante attesa, qualche scontro sparso tra maschi alfa ad alta quota che si mettono a fare a cornate come gli stambecchi e fanno a gara a chi ce l'ha più lungo il curriculum di alpinista , o si dovrebbe dire everestista , solo per avere un diritto di precedenza nella scalata).
E se l'emozione non è assicurata dalla scalata ( inquadrata o troppo da vicino o con campi lunghissimi finti come una banconota da tre euro) ma solo dall'interazione e dalle dinamiche di personaggi come minimo stereotipati, beh, allora siamo messi male, malissimo.
Baltasar Kormakur si rivela essere l'ennesimo talento registico europeo cooptato in quel di Hollywood e appiattito in nome del dio dollaro.
Jason Clarke come protagonista non ha statura sufficiente, almeno per quanto mi riguarda.


PERCHE' SI  : i 55 milioni di budget si vedono, bene o male.Buon cast di supporto, quel poco di montagna che si vede riempie l'occhio.
PERCHE' NO : blockbuster fabbricato in serie che difetta di personalità, Jason Clarke non ha la statura da protagonista, si vede troppa soap opera e poca montagna.



LA SEQUENZA : l'arrivo della tempesta con brevissimo preavviso.



DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Mai avere aspettative troppo alte per un blockbuster.
Non mi sarebbe dispiaciuto vedere molta più montagna.
Mi sono appassionato molto più alla storia vera letta su internet che al film.
Jason Clarke non mi dice assolutamente nulla.



(VOTO :  4,5 / 10 ) 


 Everest (2015) on IMDb

mercoledì 14 ottobre 2015

Black Mass - L'ultimo gangster ( 2015 )

Jimmy "Whitey" Bulger è un malfattore d'origine irlandese che dopo aver fatto tutta la gavetta nella criminalità locale si trova a capo di una potente organizzazione mafiosa dedita al traffico di stupefacenti, al racket e al gioco d'azzardo che domina tutta Boston con l'intento di cacciare via i mangiaspaghetti italiani e tutti quelli che lo vogliono ostacolare.
Ha un fratello che è un politico di peso e un amico, John Connolly che lavora nell'FBI e di cui diventa informatore avendo in cambio tutta la protezione possibile e immaginabile per continuare indisturbato con i suoi traffici e la sua lunga serie di omicidi spesso commessi in prima persona.
La vita di Jimmy Bulger, a proposito quanto adoro poi andarmi a documentare sulla vera esistenza dei personaggi protagonisti di questo come degli altri film , più che un romanzo , è un fiume in piena.
Da criminale di mezza tacca a gangster potentissimo un po' per meriti suoi, un po' per la sua abilità strategica ma anche per via delle protezioni che ha avuto e di come sia riuscito a svicolare tra una crisi e l'altra , sparendo e riapparendo nei momenti giusti e senza il timore di mostrare il suo lato più spietato.
Il film di Scott Cooper, regista che si appassiona a storie che dovrebbero essere epiche ma a cui continua a sfuggire il senso dell'epicità ( vedere per credere anche gli altri due suoi film da regista , Crazy Heart e ma soprattutto Out of the furnace), si muove praticamente in un campo minato senza alcuna protezione.
Un campo minato che prende le mosse da Il padrino, saga mafiosa inarrivata e inarrivabile ma in particolar modo dall'epopea gangster raccontata da Scorsese in Quei bravi ragazzi da cui formalmente si mantiene a distanza di sicurezza ma inevitabilmente finisce per essergli accostato per sostanza e tematiche affrontate.
E fa la stessa figura che fece a suo tempo Blow di Ted Demme, sempre Johnny Depp, altro film incentrato su un protagonista realmente esistito a suo modo memorabile, cioè quella di un fratellino minore , in tutti i sensi , del film di Scorsese.
Black Mass - L'ultimo gangster ( ma tu esimio titolista italiano , perché metti questa postilla senza senso, L'ultimo gangster, siamo sicuri che Bulger sia l'ultimo della sua razza?) ha una messa in scena perfetta, ricostruzioni ambientali da manuale, un cast di spessore ma fallisce nel nobilitare la materia narrativa facendola salire nell'empireo delle storie larger than life, cosa che era riuscita a Ridley Scott con American Gangster giusto per citare un esempio recente e un regista che può essere letto come l'esatto opposto di Scott Cooper per come riesce a ricreare il pathos e il respiro epico in storie che in mano ad altri non lo avrebbero ( leggasi Il gladiatore che nelle sue mani è diventato un mito generazionale mentre in mano a un professional qualsiasi stipendiato dagli studios si sarebbe trasformato in un romanzetto d'appendice).
Dicevamo del cast : stupisce Johnny Depp che pur seppellito sotto trucco e parrucco è perfettamente riconoscibile e dona al suo personaggio un'aria incredibilmente tetra e rabbiosa arrivando a un livello recitativo che ultimamente non gli era più consono, mentre Joel " Are you talking to me ?"Edgerton denireggia senza ritegno con tutte le sue mossette, tic e autopalpeggiamenti vari.
Sembra che si sia fatto un'overdose di visioni ripetute della scena di De Niro davanti allo specchio in Taxi Driver.
Altra tematica che magari andava approfondita e invece nel film viene solo sfiorata è il rapporto perverso che si viene a creare tra mafia e potere simboleggiato sia da Connolly ma soprattutto dal fratello politico di Bulger, figura sfuggente e ambigua a cui forse viene concesso uno spazio troppo esiguo.
Scott Cooper si dimostra ancora una volta uno dei calligrafi più richiesti da quel di Hollywood, perfetto nel dare una forma ineccepibile alla sua opera ma incapace di conferirgli un'anima.
Manca il respiro, manca il racconto di un'epoca , manca il racconto del mondo attorno a Bulger riducendo il film a una compilation di omicidi di mafia e di intrighi di corte.
Andasse a scuola da Scorsese e Ridley Scott.


PERCHE' SI : le due ore scorrono veloci, ottimo Depp, formalmente ineccepibile.
PERCHE' NO : manca l'epica e il racconto di un 'epoca, Edgerton denireggia senza ritegno, difetta di anima.


LA SEQUENZA : non renderò giustizia al film ma dico le immagini , vere, sui titoli di coda, quelle in cui si vedono i personaggi realmente esistiti.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Gli USA non avendo storia millenaria sono bravissimi a trovare questi personaggi incredibili.
Magari nelle mani di un altro la storia di Whitey Bulger avrebbe avuto altra luce.
Depp incarna un 'efficacissima figura maligna.
Edgerton esagera nel "colorare" la parte...


( VOTO : 6,5 / 10 )


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giovedì 9 luglio 2015

Foxcatcher ( 2014 )

1987 :Mark Schultz è un lottatore campione olimpico a Los Angeles che si allena col fratello maggiore Dave, anche lui lottatore e anche lui campione olimpico alle Olimpiadi dell'84.
Un giorno viene avvicinato dagli emissari di John du Pont, miliardario filantropo appassionato di lotta che ha messo insieme un team , il Foxcatcher, in cui allenare , nella propria tenuta con attrezzature all'avanguardia, nella massima tranquillità e nel rigore più assoluto, un gruppo di lottatori che devono vincere i Mondiali di lotta dell'87 e le Olimpiadi di Seul nell'88.
All'inizio le cose vanno bene , per Mark arriva la medaglia d'oro ai Mondiali , ma poi vengono fuori i lati più spiacevoli del carattere di Du Pont, psicopatico cocainomane.
Mark va in crisi e il suo mentore chiama Dave nel team Foxcatcher, visto che ne ha sempre sofferto la personalità.
Le cose cominciano ad andare peggio, la discesa nell'abisso è solo cominciata.
Foxcatcher è basato su fatti veri che coinvolgono alcuni personaggi che all'epoca in cui tutto accadde erano molto noti negli USA.
Due lottatori, fratelli, con un rapporto non totalmente risolto tra di loro, con Dave, che è di un solo anno più grande che è di fatto  il padre putativo e il tutore di Mark, molti muscoli ma un cervello non particolarmente spedito al pari della sua favella visto che al massimo parla per monosillabi.
Dall'altra parte un miliardario filantropo, uno che non è mai riuscito a fare nulla in vita sua, lottatore dilettante che aspirava a un successo sportivo molto maggiore di quello ottenuto e personalità fragile in balia di una madre da cui deve ottenere l'approvazione a tutti i costi.
Foxcatcher si basa su dei fatti di cronaca che hanno riempito le pagine dei giornali per lungo tempo eppure il film di Bennett Miller ( già autore di un altro interessantissimo film a tematica sportiva, Moneyball- L'arte di vincere con Brad Pitt, ma anche di un biopic su Truman Capote, qui sembra che convogli le anime dei due film appena nominati) sembra interessarsi ad altro riservando alla nuda cronaca dei fatti  il finale del film e neanche armandolo di tutta quella retorica e di quel climax che uno si sarebbe aspettato.
Anzi non viene neanche circostanziato o spiegato in alcun modo il gesto folle di Du Pont, tipo invero assai inquietante anche solo a sentirlo parlare.
No, il film invece si prende tutto il tempo necessario per delineare caratteri e personaggi, disegna psicologie e motivazioni, tratteggia i contorni di un abisso che a poco a poco inghiottirà tutti i personaggi.
Perché una cosa è certa: nonostante si parli di miliardari che hanno ottenuto sempre tutto dalla vita semplicemente aprendo il portafoglio o firmando un assegno in bianco, nonostante si parli di campioni olimpici di lotta libera arrivati quindi al successo massimo nel loro sport, in Foxcatcher perdono tutti, dal primo all'ultimo.
Il film di Bennett Miller in filigrana è l'ennesima storia sul Sogno Americano e sulle sue radici putride: i Du Pont hanno fatto soldi con le munizioni a partire dalla Guerra di Secessione, i loro soldi sono stati guadagnati con il sangue di milioni di persone a causa della sempiterna stupidità umana.
Mark Schultz nonostante una laurea breve è poco più che alfabetizzato e non è un reietto solo perché è incredibilmente bravo nella lotta libera ma anche perchè è accudito da un fratello /padre molto più sveglio di lui.
David e Mark Schultz
E di cui soffre la personalità.
Impressionante la prova attoriale di Steve Carell che grazie a un ottimo trucco e parrucco scompare all'interno del suo personaggio.
Foxcatcher è uno slow burner a cui bisogna concedere il giusto spazio per poter essere apprezzato, non spiega molto la nuda cronaca come in genere accade  nei film tratti da fatti realmente accaduti ma è un ritratto amaro di un 'America ferocemente individualista e competitiva.
E che non bada tanto alle regole del gioco.



PERCHE' SI : ritratto amaro di un'America ferocemente individualista e competitiva, eccellente tratteggio di caratteri e personaggi, incredibile performance di Steve Carell.
PERCHE' NO : un po' troppo lungo e a tratti un po' troppo compassato, spiega poco la nuda cronaca e il contesto in cui matura la tragedia.



LA SEQUENZA : i silenziosi allenamenti di David e Mark , soli all'interno di una palestra che sembra aver visto tempi migliori.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Mi ha stupito che sia stato praticamente ignorato nella sera degli Oscar.
Le radici del Sogno Americano non sono mai state così putride.
Non avrei mai pensato di vedere un Carell a livelli così alti, da Oscar.
Film come questo ti spingono poi sempre alla ricerca di come sono andati veramente i fatti.


( VOTO : 8 / 10 ) 


Foxcatcher (2014) on IMDb

lunedì 22 giugno 2015

La regola del gioco ( aka Kill the messenger, 2014 )

Gary Webb è il reporter di un piccolo giornale californiano che un giorno trova lo scoop della sua vita: all'inizio non se ne accorge neanche quando la donna di un boss del narcotraffico sotto processo gli passa le carte contenenti prove di un possibile coinvolgimento della CIA nel traffico di droga proveniente dal Centro America.Poi le prove si fanno decisamente più schiaccianti e Webb comincia a parlare di rotte della droga controllate e utilizzate dalla CIA per finanziare i contras del Nicaragua ed evitare l'espansione del comunismo.
Webb dall'anonimato passa agli allori della notorietà ma poi precipita nella polvere perché la CIA passa al contrattacco con una campagna denigratoria sistematica che coinvolge lui e tutta la sua famiglia.
Webb si ritrova solo contro tutti...
Per prima cosa inviterei tutti a un minuto di silenzio a causa dell'ennesimo titolo originale storpiato in maniera indegna.
La regola del gioco? Ci richiamiamo all'immortale capolavoro di Renoir?
Oppure se Renoir non c'entra nulla, di grazia, egregio titolista, di che gioco ci stai parlando?
E di quale cazzo di regola vai blaterando?
Ti pare che la storia , vera, di Gary Webb , sia stata un gioco e che questo gioco ha avuto delle regole?
Ok, chiudiamo l'angolo dell'indignazione e parliamo del film.
Ho sentito una definizione molto efficace di questo film: è l'altra faccia dello straordinario Tutti gli uomini del presidente, altro film fondato sul lavoro di giornalisti d'assalto come il Gary Webb la cui vita è raccontata in questa pellicola.
Per una storia edificante come quella, che finiva complessivamente bene in barba ai poteri forti e al cospirazionismo cosmico che attanagliava un po' tutta quella stagione di cinema di impegno civile, ce ne sono mille che finiscono male.
E la storia di Webb non finisce benissimo.
La regola del gioco odora di New Hollywood anni '70, di rivolta democratica( guarda caso le amministrazioni al potere durante queste storiacce sono repubblicane), di istanze civili contro un mondo che funziona alla rovescia e che si propone di esportare la democrazia in quei posti in cui si ritiene necessario.
Come se la democrazia fosse un bene esportabile .
Il film di Michael Cuesta, onesto professional più che altro attivo in televisione ( Homeland, Dexter, Six Feet Under) racconta il dietro le quinte di una parte della politica estera reaganiana ma non ha la statura necessaria per arrivare al livello di piccol cult di genere.Il racconto  inizialmente è vigoroso, poi si siede sul messaggio, come se bastasse da solo, e su dinamiche familiari paratelevisive .
Indubbiamente è il messaggio che arriva di questo film : LA CIA TRAFFICAVA DROGA PER EVITARE DI FAR ESPANDERE IL COMUNISMO IN CENTRO AMERICA.
L'ho scritto in maiuscolo perché è una cosa troppo grossa per lasciarla passare sotto traccia: i servizi segreti sacrificavano scientemente fasce intere di popolazione ( i giovani di Los Angeles South Central) all'altare dell'esportazione della democrazia riducendoli ai ceppi della schiavitù provocata dalla droga.
Più guardi il film e più pensi a quello che succedeva alle nostre spalle e poi quando ti sembra di essere arrivato sul più bello e ti aspetti che comincino veramente a volare gli stracci dell'indignazione e del vibrante atto d'accusa, La regola del gioco decide di sfilarsi e di ritirarsi in buon ordine, trincerandosi dietro le immagini del vero Gary Webb.
Ecco, l'amaro in bocca un finale così lo lascia e la sensazione è ancora più forte dopo aver assistito a un film di denuncia come quelli che si facevano una volta, con un cast eccellente ( non solo Jeremy Renner parecchio in parte ma va dato merito anche al gloriosissimo parterre de roi  fatto di facce giustissime come quelle di Ray Liotta, Andy Garcia , Barry Pepper ecc ecc ) e con un messaggio tellurico.
Che purtroppo si divora il film.
Ma la storia di Gary Webb merita di essere riscoperta.
Un eroe moderno.


PERCHE' SI : aria da Hollywood anni '70, storia incredibilmente vera, ottimo protagonista coadiuvato da un eccellente cast di supporto.
PERCHE' NO : il messaggio si divora il film, le dinamiche familiari raccontate nella seconda parte sono paratelevisive, il finale è tronco e arriva sul più bello.


LA SEQUENZA : inevitabile che in questo tipo di film basati su storie vere, le sequenze che colpiscono di più sono quelle col vero protagonista, qui ripreso nella sua intimità familiare , giocando con i suoi figli.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Questi argomenti sembrano non interessare più nessuno ,visto il flop al botteghino di questo film.
Jeremy Renner attore ha più sfumature di quanto credessi.
Mi è venuta nostalgia della New Hollywood anni '70.
All'orizzonte non vedo nessun nuovo Redford, Hoffman o Nicholson.


( VOTO : 7 / 10 )


 Kill the Messenger (2014) on IMDb

giovedì 19 febbraio 2015

Selma - La strada per la libertà ( 2014 )

Selma è una cittadina dell'Alabama, nel profondo sud razzista degli Stati Uniti, scelta dal reverendo Martin Luther King, per una grande manifestazione non violenta contro tutti gli ostacoli che di fatto impedivano l'espletamento del diritto di voto degli afroamericani.
Battaglia prima politica che civile, condotta fin nelle più alte stanze di Washington discutendone con il presidente Lyndon Johnson, non convinto della tempistica e dell'opportunità politica di una battaglia come questa, e condotta anche  cercando di mitigare gli animi più ribelli desiderosi di reagire con la violenza.
Non solo istanza civile ma anche tattica politica creano l'occasione per la manifestazione di Selma.
La marcia sarà naturalmente un successo senza precedenti, iscritta di diritto tra gli avvenimenti storici fondamentali del XX secolo.
Selma- La strada per la libertà racconta una storia che ha circa 50 anni.
Eppure sembra ieri, anzi no sembra oggi.
In una nazione ancora alle prese con le sue contraddizioni e con sacche di razzismo larvato nonostante un presidente nero ( impossibile che non ci sia una componente razzistica nelle uccisioni di diversi ragazzi neri da parte dei poliziotti in varie città statunitensi, fatti che accadono troppo spesso per poter essere giudicati come casuali  e rispondenti a dinamiche sempre uguali) una storia come quella narrata dalla regista afroamericana Ava DuVernay è la cartina di tornasole attraverso cui leggere la società di oggi nata proprio dalle ceneri di quel razzismo conclamato che gradualmente è stato spazzato via a suon di leggi.
Non del tutto però, visto che si sente ancora il bisogno di raccontare certi avvenimenti storici come i fatti avvenuti a Selma o anche fatti di cronaca più recenti come in Prossima fermata : Fruitvale Station.
Ma il film della DuVernay non è un pamphlet politico accorato, è più che altro un complesso affresco storico in cui non viene perso alcun dettaglio dei particolari e questo è un grande merito di una regista che per la prima volta è alle prese con un budget importante.
E abbiamo il vantaggio , il privilegio addirittura di vedere una sorta di dietro le quinte, non vediamo solo il lato pubblico dei vari Martin Luther King e Lyndon Johnson ma arriviamo al cuore dei loro pensieri, dei loro dubbi, delle loro incertezze , riusciamo a percepire , quasi a toccare con mano la loro visione politica complessiva a partire dai particolari, da quei piccoli compromessi che hanno consentito loro  di andare avanti ogni giorno nella loro attività.
Ne escono due figure di statura eccezionale rispetto ai nani e alle ballerine che fanno politica oggi, è evidente la differenza che c'è tra uno statista, uomo delle istituzioni che ha la visione a lungo termine, e un politicante, come ad esempio il governatore dell'Alabama, razzista irriducibile che guarda solo al proprio misero orticello.
Selma - La strada per la libertà è un film dall'aspetto vintage, di vibrante impegno civile che non sceglie la strada della stucchevolezza nella ricostruzione storica, come accadeva giusto l'anno scorso con The Butler - Un maggiordomo alla casa bianca, o della furia beluina dello sguardo all black mutuato in 12 anni schiavo.
E' un crescendo di emozioni in cui la forma filmica si compendia magnificamente con la storia, fa brillare di luce diversa ( ma ancora più luminosa se possibile) una figura come quella di Martin Luther King, interpretato con palpabile partecipazione e mimesi da un intensissimo David Oyelowo, inquadrandolo da una prospettiva soprattutto privata ( arrivando a raccontare persino le tensioni con la moglie), più umana.
Inevitabile che a tratti si esondi nella retorica ma sembra tutto sotto controllo e mescolare le immagini della vera manifestazione con quelle ricostruite cinematograficamente è un magnifico modo per chiudere una narrazione corale come quella scelta da Ava DuVernay.
Non vincerà Oscar e rimane la macchia di non aver incluso la regista tra le nominations.
Bieco maschilismo o razzismo vero e proprio?

PERCHE' SI : affresco storico di spessore, cast eccellente , emergono le figure di King e Johnson soprattutto il loro lato privato.
PERCHE' NO : inevitabile esondare a tratti nella retorica, ritmo compassato all'inizio

( VOTO : 8 / 10 )

 Selma (2014) on IMDb

venerdì 6 febbraio 2015

THE REMAINING (2014) anzi no THE ICEMAN ( 2012 )

Oggi volevo parlarvi di The Remaininig, film del 2014 di tale ( o talessa, non so se uomo o donna ) Casey La Scala ma giuro non ce l'ho fatta.
E' un film talmente di merda che non merita una recensione sua: racconta di un matrimonio tra due giovani fighetti insopportabili a prima vista in cui si scatena l'apocalisse. Muoiono in tanti ( si accasciano semplicemente,altri vengono portati via da strane creature), alcuni si rifugiano in chiesa ( come nell'orrido Vanishing on 7th Street dell'ex grande promessa Brad Anderson e vi raccomando caldamente il prete), i superstiti fuggono e uno di loro scopre che è tutto colpa ( SPOILER SPOILER SPOILER) della fede e la ragazza che era con lui dice di aver scelto Dio e si allontana in mezzo alla folla con degli strani scaracchi neri che vengono dal cielo in tempesta FINE DELLO SPOILER FINE DELLO SPOILER.
Sono rimasto basito: tra tutti i finali idioti che ho visto questo li batte tutti e far vedere una fede che spezza schiene come fuscelli e infilza fedeli come spiedini ...beh non so, per me siamo ai limiti della blasfemia.
Ecco perché oggi recupero la mia recensione di The Iceman che sicuramente sarà più utile visto che finalmente ha guadagnato un piccolo spazio per uscire al cinema dopo ben 3 anni da fondo di magazzino.
Però stavolta la qualità c'è, inspiegabile lasciarlo in naftalina per tanto tempo come mi chiedevo alla fine della recensione che è di quasi un anno fa ( e già era un recupero tardivo).
Ecco la recensione riveduta e corretta:
La storia vera di Richard Kuklinski, uno dei più feroci serial killers della storia americana: negli anni '60 fa soldi piratando cassette di contrabbando poi viene reclutato da un boss mafioso per lavori sempre più rischiosi in cui mette in campo tutta la sua perizia nell'uso di qualsiasi arma. Conosce un altro "collega" Robert Pronge detto Mr Freezy perchè congelava le sue vittime dopo averle uccise e da lui apprende altri metodi per sfuggire ai controlli, tipo nebulizzare una soluzione di cianuro in faccia alla vittima che in pochi secondi stramazza a terra come se fosse colpita da arresto cardiaco e senza che tutto questo possa essere rivelato all'esame autoptico. Nella sua vita colleziona da 100 a 250 omicidi , la cifra esatta non è conosciuta perchè non ha mai lasciato testimoni oculari ed è sempre riuscito a tenere la sua famiglia ( moglie e tre figlie , che nel film sono diventate due) lontano dal suo lavoro. Quando venne arrestato nel 1987 la moglie credeva che il marito fosse una specie di consulente finanziario.....
The Iceman è un biopic basato sul libro The Ice Man : The True Story of a Cold Blooded Killer  scritto da Anthony Bruno  e sulla biografia che lo stesso Kuklinski scrisse assieme al giornalista Steve De Carlo che lo intervistò lungamente negli anni di detenzione.
Ci fornisce un quadro piuttosto esauriente della vita " lavorativa " di Kuklinski ma evita , con ogni probabilità appositamente, il lato privato di questo omone di quasi due metri e di oltre 130 kili di peso.
Dico lato privato perchè non è esplorato il lato maniacale del protagonista mostrato come un uomo dalla doppia vita , da una parte spietato assassino che ha la fortuna di sfogare la sua maniacalità quando  killer di professione dotato però di preciso codice morale ( concetto da prendere con le pinze in uno che ha ucciso a sangue freddo decine e decine di uomini, comunque  non ha mai ucciso donne e bambini, anzi aveva piacere nel torturare chi aveva perpetrato violenze contro di loro, memore di un infanzia difficile con un padre violento che aveva addirittura ammazzato di botte uno dei suoi fratelli ), dall'altro amorevole marito e padre di famiglia, la cui indole era appena intorbidata da saltuari accessi di ira distruttiva.

A Vroman , regista di questo film,  probabilmente interessava questo sdoppiamento della vita di Kuklinski e descrivere un ambiente mafioso abbastanza standard, con piccoli e grandi boss che si spartiscono la torta del traffico di droga a suon di omicidi e sgarri continui alle gangs rivali.
Pur se questa parte ha quell'aria alla Goodfellas esteriormente , c'è di mezzo sempre lui , Kuklinski che fa scivolare il film dalle parti di Zodiac, a causa della sua dedizione al lavoro che ha del maniacale.
E chi poteva essere chiamato a recitare nella parte di The Iceman ( cosiddetto sia per la su freddezza nell'espletare il lavoro, sia perchè congelava le vittime per confondere le tracce)  ?
Chi è l'attore hollywoodiano maggiormente abbonato a ruoli da psicopatico?
Risposta esatta : Michael Shannon.
Vengono esaltate le sue misure antropometriche ( è pur alto sempre più di 1 e 90 e anche piuttosto ben messo fisicamente), viene quasi costretto a recitare con la sordina perchè deve dare un senso a quel soprannome che indica glacialità, ma cavolo, quella faccia, quello strabismo leggermente divergente fanno letteralmente accapponare la pelle.

E' lui l'epitome della riuscita di un film che  brilla per ricchezza del cast ( James Franco, Chris Evans, Ray Liotta,Winona Ryder, un irriconoscibile David Schwimmer, Robert Davi che con quella faccia butterata fa gara con Shannon a far scendere brividi lungo la schiena dello spettatore , Stephen Dorff ).
Michael Shannon è il valore aggiunto, perchè senza di lui il film avrebbe poco valore nonostante tutto quel popò di cast che schiera.
La regia di Vroman lo segue rispettosamente concentrandosi come detto sul suo lavoro per le famiglie mafiose.
A leggere di Kuklinski in realtà si viene a sapere altro: quando viene reclutato dalla mafia aveva sul groppone qualcosa come una sessantina di omicidi a suo dire e aveva iniziato sin da piccolo uccidendo animali randagi e un compagno di scuola ( a bastonate) che aveva fatto il bullo con lui.
Quindi lavorando come sicario prezzolato per la mafia trova una valvola di sfogo, anche ben pagata, per liberare tutta la pazzia racchiusa dentro di lui.
Personalmente,  è questo il lato che trovo più fascinoso della vicenda di Kuklinski,  mentre nel film si sottolineano soprattutto le sue gesta lavorative .
Il vero Kuklinski

La cosa che manca a questo film per fare il definitivo salto di qualità per entrare nei cult cinematografici è un po' di coraggio nella messa in scena, estetizzante ma un po' fine a se stessa, quasi a smussare i lati più sgradevoli del vero Kuklinski.
Ariel Vroman si rifugia in scenografie anni '70 di indubbio effetto ma non ha lo spessore per orchestrare qualcosa di veramente memorabile preferendo concentrarsi sulle dinamiche mafiose che non su quelle personali.
Detto questo, The Iceman è uno spettacolo comunque avvincente che ha in Shannon un grandissimo asso nella manica.
 Ma possibile che ignobili  cacchette da parabrezza ( la lista è sterminata )  trovino la strada della sala cinematografica qui in Italia ( e neanche in poche copie ) e invece questo film con il cast che si ritrova non trovi neanche mezzo cinema in cui essere proiettato?
Qualche dio del Valhalla deve aver ascoltato ....finalmente.

PERCHE 'SI : Michael Shannon, tratto da una storia vera che fa venire i brividi, cast stellare, ignoto il motivo per cui si recupera da noi con circa tre anni di ritardo
PERCHE' NO : Vroman non è tutto questo regista e si respira aria di occasione sprecata, l'ennesimo biopic di questo periodo, la storia di Kuklinski è ben più cruenta di quanto si vede nel film.

( VOTO : 7 + / 10 ) 

The Iceman (2012) on IMDb

martedì 3 febbraio 2015

Unbroken ( 2014 )

Louis Zamperini, figlio di italiani è un ragazzino problematico fino a quando scopre la sua bravura nel correre.
Diventa mezzofondista, guadagna prima una borsa di studio all'Università e poi addirittura il pass per correre alle Olimpiadi di Berlino del 1936 dove corre i 5000 metri piani segnalandosi per un finale portentoso.
Scoppiata la Seconda Guerra Mondiale fa parte dell'equipaggio di un B 24 che precipita nell'Oceano Pacifico e sopravvive con due commilitoni per 47 giorni mangiando pesce crudo e lottando con squali e caccia giapponesi che li prendono a colpi di mitraglia.
Catturato dai giapponesi finisce in un campo di prigionia in cui viene sottoposto ad ogni tipo di tortura da parte del sergente Watanabe.
Ma riesce a sopravvivere a tutto.
Unbroken è un film grandi firme che presenta addirittura i Coen , LaGravenese e William Nicholson alla sceneggiatura e il fido direttore della fotografia sempre dei Coen, Deakins che gestisce le luci.
Alla regia c'è il nome meno accreditato, Angelina Jolie, la signora Brad Pitt che decide di mettere al di fuori della lente dei riflettori occhioni a palla e labbra a gommone.
Unbroken è l'ennesimo biopic che Hollywood ci regala in questo ultimo periodo e sarà la stanchezza , sarà ormai l'abitudine, saranno soprattutto i 137 minuti , questo è stato uno dei più pesanti in assoluto.
Un mattone che occhieggia alla Hollywood classica senza averne un minimo della grandeur e dell'intelligenza, ma solo un becero manicheismo che divide tutti i buoni da una parte ( gli americani, e che te lo dico affa') e tutti i cattivi dall'altra ( i giapponesi che sono  veramente cattivi cattivi) e per dimostrare la sua tesi non esita a mostrare torture e sadismi di ogni tipo su questo povero tizio che riesce a sopportare veramente di tutto e di più.
E noi con lui, tra uno sbadiglio e l'altro e anche qualche risatina mal celata perché è tutto talmente esagerato, pomposamente sottolineato che talvolta si esonda nel ridicolo involontario.
E se accusavate American Sniper di essere solo un polpettone retorico patriottico filo americano , beh guardate questo film e vi ricrederete perché qui c'è l'apoteosi di tutta la retorica a stelle e strisce, quel patriottismo di grana molto grossa che piace tanto al pubblico americano e che serve a rimarcare un senso di appartenenza che veramente non è così necessario evidenziare ogni volta .
Unbroken è uno sterile esercizio di non stile che prende ispirazione un po' da tutti ( vedi Eastwood, vedi Spielberg ma anche il Nagisa Oshima di Furyo) ma senza cogliere l'essenza di nessuno, ci si ferma solo alla superficie, alla facciata.
E' tutto superficiale, sacrificato all'altare dell'esaltazione dell'individualismo americano in una gara ad idealizzare la figura di Zamperini , a fargli assumere quasi valenza cristologica ( la scena della trave).
E' troppo, cara signora Pitt, troppo e tutto insieme.
Unbroken è il classico polpettone hollywoodiano indigesto che ti rimane di traverso nell'esofago .
Talmente esaltato nel descrivere le gesta atletiche di Zamperini che si dimentica di dire che lui a quelle Olimpiadi  in finale è arrivato ottavo.
Ma decisamente primo nella sopportazione del dolore, eroe americano incrollabile.
Parafrasando quanto detto da altri ...e  basta co' sti biopic che avete rotto , voglio solo mostri giganti!

PERCHE' SI : confezione eccellente, fotografia di grande pregio
PERCHE' NO : regia piatta senza personalità, troppa retorica e troppo patriottismo, polpettone di quasi due ore e venti che ti rimane di traverso nell'esofago

( VOTO : 3 / 10 )

 Unbroken (2014) on IMDb

mercoledì 21 gennaio 2015

Big Eyes ( 2014 )

Margaret conosce il fascinoso Walter Keane, sedicente pittore e decide di sposarlo in seconde nozze. Keane è pittore mediocre e quando si accorge che i quadri della moglie ( bimbi trovatelli dipinti con tinte accese e occhi smodatamente grandi oltre ogni ragionevole proporzione) hanno molto più successo dei suoi non esita ad appropriarsi della loro paternità visto che tra la fine degli anni '50 e gli inizi degli anni '60 l'arte femminile era poco o nulla considerata.
E su questa frode Keane costruisce un vero e proprio impero fino a che Margaret si stanca e divorzia portandolo in tribunale per risolvere la questione della paternità dei quadri.
Il giudice dispone come prova definitiva che i due dipingano un quadro davanti a lui nell'aula di giustizia.
Margaret termina il suo in meno di un'ora, Walter non comincerà nemmeno accusando dolori a una spalla.
E perde la causa...
Proprio ieri , parlando de La teoria del tutto , mi chiedevo il perché di cotanto affollamento di biopic negli ultimi tempi.
Calo di ispirazione o la realtà che supera sempre la più fervida delle immaginazioni?
Big Eyes non ci fornisce questa risposta o meglio ce ne elargisce una terza su  un piatto d'argento: e se fosse semplicemente una bella storia da raccontare?
Tim Burton per la seconda volta si cimenta nel genere e visto che la prima volta fece praticamente un capolavoro, Ed Wood, uno dei suoi film migliori, perché non dargli credito nonostante il suo recente periodo di appannamento artistico?
Faccio bene a dare fiducia ancora a Burton?
La risposta è ni: Big Eyes formalmente non è un brutto film ma ha poco della magia del cinema di Burton che fu.
Molto meglio di alcuni suoi recenti passi falsi ma si fa fatica a riconoscere l'autore in questo film.
O meglio si vede solo a sprazzi.
Si vede nella primissima inquadratura del film, quel vialetto con case e macchine color pastello, un cielo azzurrissimo e prati ordinati verdissimi  che quasi fanno sentire l'odore di erba appena tagliata ( come in Edward Mani di Forbice), oppure quando si vede Margaret all'interno della soffitta, nascosta agli occhi di tutti mentre è intenta a creare la sua arte in una dimensione sospesa tra il reale e il favolistico, oppure anche quando con la figlia nottetempo fugge via con la macchina in un viaggio verso una nuova vita e una nuova consapevolezza.
E hanno molto di burtoniano anche i veri quadri di Margaret Keane, quei bambini con gli occhi grandissimi che hanno il physique du role dei freaks tanto cari al regista, perennemente in bilico tra l'inquietante ( il quadro appeso alla scuola) e  il kitsch.
Hanno poco di burtoniano invece le schermaglie tra i coniugi e quel processo nel finale del film che sono molto, troppo convenzionali nel volersi avvicinare alla farsa.
Altra cosa che stupisce è la direzione degli attori: mentre Amy Adams è molto misurata, si fa fatica a riconoscere in una donna mortificata nei suoi tailleurs dai colori improbabili la stessa attrice che l'anno scorso andava in giro con scollature vertiginose in American Hustle, Christoph Waltz è lasciato a gigioneggiare senza ritegno e lasciato senza il minimo freno il buon Christoph non è un bel vedere.
Big Eyes a ben vedere è la storia di una delle prime pioniere del femminismo in un America ancora maschilista, la storia di un American Dream finalmente virato al femminile.
Bella storia ma forse ci sarebbe voluto un po' più di coraggio nel raccontarla.
Coraggio che da un autore come Burton era più che lecito aspettarsi.
O forse ha voluto semplicemente nascondersi dentro al film in segno di rispetto per la vera Margaret Keane, di cui è amico da tempi non sospetti.
E anche collezionista della sua arte.

PERCHE' SI : una bella storia tra amore e frode mediatica, Amy Adams intensa e misurata, sprazzi d bel cinema del Burton che fu
PERCHE' NO : biopic troppo convenzionale, poco coraggio in una narrazione circostanziata ma priva di slanci, Christoph Waltz lasciato a gigioneggiare senza ritegno...

( VOTO : 6,5 / 10 )

 Big Eyes (2014) on IMDb

martedì 20 gennaio 2015

La teoria del tutto ( 2014 )

Cambridge 1963 : Stephen è un brillante studente di fisica , appassionato di cosmologia e un giorno conosce Jane, studentessa di Lettere .Scatta il colpo di fulmine ma Stephen, che di cognome fa Hawking, cerca di tirarsi indietro perché gli hanno appena diagnosticato una malattia nervosa degenerativa che al massimo gli concederà due anni di vita.
Jane invece gli sta vicino sempre e Stephen vive ben più dei due anni che gli erano stati concessi dai medici e ha modo per stabilire modelli matematici che studino da dove è originato l'Universo.
Hawking è considerato il successore di Einstein...
Scorrendo gli otto titoli che quest'anno concorreranno agli Oscar si nota un insolito affollamento di biopic, ben tre( American Sniper, The Imitation Game e La teoria del tutto di cui parliamo oggi), più un altro film, Selma, basato su avvenimenti realmente accaduti.
E tutto questo presta il fianco a un paio di considerazioni : si realizzano in gran quantità biopic perché c'è carenza di ispirazione e latitanza di buone sceneggiature che siano rigorosamente fiction oppure torniamo al solito discorso che la realtà è supera sempre la più fervida delle immaginazioni?
A me piace pensare che sia la seconda che ho detto ma il sospetto che c'entri anche la prima considerazione che ho fatto non è così assurdo dopo aver visionato tutti e tre i film candidati all'Oscar di cui sopra e dopo aver anche visionato Big Eyes di Tim Burton, biopic basato sulla vita di Margaret Keane.
Se American Sniper è abbastanza peculiare in virtù del personaggio che racconta, il più grande cecchino della storia dell'esercito americano, La teoria del tutto e The Imitation Game sono abbastanza simili tra di loro nel raccontare le vite di due geni assoluti del nostro tempo, Turing nel campo dell'informatica di cui è considerato il precursore , Hawking in quello dell'astrofisica in cui sarà ricordato nei secoli dei secoli.
Personaggi perfetti per essere raccontati perché con una vita problematica, non tutta lustrini e paillettes, anzi con  il loro genio messo continuamente a repentaglio da fattori esterni , vuoi che sia la disabilità fisica, vuoi che sia l'omosessualità.
Sotto un certo profilo personaggi anche scomodi da raccontare per il grosso pubblico,del resto come far capire il genio di Touring oppure spiegare i modelli matematici di Hawking, ma anche difficili per via della loro vita privata.
E qui che cosa fa lo sceneggiatore hollywoodiano provetto che vuole scrivere un film da Oscar?
Appiattisce tutti i dettagli spiacevoli delle vite dei protagonisti: in questo film per esempio si fa leva , ma non troppo sulla disabilità di Hawking, si bypassano praticamente del tutto le sue conquiste scientifiche e la sua difficoltà di comunicazione ( ha perso l'uso della parola da più di venti anni e comunica grazie a computer sempre più perfezionati che leggono i movimenti dei suoi occhi e della sue sopracciglia) mentre ci si focalizza sull'amore con Jane, il classico amore che travolge tutto, anche la malattia e una diagnosi medica
particolarmente infausta, arrivando addirittura a omettere ( se è stato citato, non me ne sono accorto), il suo divorzio a metà anni '90 e il suo successivo matrimonio con l'infermiera che lo accudiva, finito nel 2006.
La regia di James Marsh , apprezzato documentarista ( suo è il bellissimo Man on Wire) sceglie modalità piuttosto convenzionali per narrare una storia che ha dello straordinario e questa è la più grande colpa di un film che non si eleva da un'aurea medietà, per non dire mediocrità , nel raccontare la vita eccezionale di un uomo eccezionale.
Manca l'emozione: mi sono emozionato più a leggere la sua biografia su  Wikipedia che a vedere il film e con questo credo di aver detto tutto.
Temo che la sola cosa per cui sarà ricordato questo biopic è la performance da applausi di Eddie Redmayne, attore inglese di belle speranze che si mimetizza fisicamente in Hawking e regala una di quelle prove che piacciono tanto ai giurati dell'Academy che in passato non hanno lesinato premi a chi recitava in parti da disabile fisico o psichico.
Anzi quest'anno si rischia che vinca l'Oscar per il miglior attore protagonista, un attore che recita un disabile fisico ( l'appena citato Redmayne) e un'attrice, Julianne Moore, candidata per Still Alice  che recita la parte di una malata di Alzheimer, quindi una disabile psichica.
Ritornando a La teoria del tutto posso dire che non vi ho trovato l'emozione che cercavo, come The Imitation Game ho visto un prodotto che ha l'aspetto un po' leccato e ruffiano di una fiction inglese con confezione di qualità ma che sembra pianificato a tavolino per lucrare qualche premio in vista della notte degli Oscar.
Per adesso Redmayne è il mio favorito.

PERCHE' SI : confezione inappuntabile , la performance di Eddie Redmayne
PERCHE' NO : biopic molto convenzionale, anche troppo, manca il genio di Hawking, manca l'emozione, prodotto pianificato a tavolino per vincere Oscar...

( VOTO : 6 / 10 ) 

The Theory of Everything (2014) on IMDb

venerdì 16 gennaio 2015

The Imitation Game ( 2014 )

Manchester 1951 : Alan Turing , tipo assai eccentrico, denuncia un furto nella sua casa ma quando la polizia accorre scopre che nulla è stato rubato. In compenso viene interrogato dal solerte funzionario di polizia in centrale a cui Alan narra tutti i fatti salienti della sua vita sotto copertura, scienziato e crittografo esperto nel decifrare  assieme a un gruppo fidato di collaboratori ( tra cui uno scacchista e un'esperta di enigmistica) e mediante la sua macchina elaboratrice il codice Enigma, cioè quello usato dai nazisti per comunicare dati top secret nella Seconda Guerra Mondiale.
Alan è un asociale, isolato dal suo stesso genio ed è anche omosessuale.
Nell'Inghilterra degli anni '50 è un reato perseguibile dalla legge e lui preferisce la castrazione chimica alla prigione.
La sua vita è destinata a finire in solitudine e miseria.
Eppure lui è quello che praticamente ha inventato i computer e l'informatica.
Istruzioni per l'uso per assemblare un film destinato a fare incetta di Oscar ( forse, intanto ha fatto il pieno di nominations): prendi un attore bello e bravo, istrione, proveniente dalla televisione dove recita in una serie superfiga perché così piace anche ai più pischelli e mettilo come protagonista.
Tu produttore abituato ad avere la saccoccia piena oltre che di soldi anche di Oscar prendi un regista sconosciuto ai più ma sufficientemente capace che ha fatto almeno un bel film così quando ti diranno che in regia c'è un fantoccio, tu risponderai che comunque ha fatto quell'altro "bel " film.
Prendi una coprotagonista che non faccia troppo ombra all'altro e un cast di supporto di volti noti ma non troppo, gente di cui conosci la faccia ma non ti viene in mente nemmeno sotto tortura in quale film o serie tv li hai visti.
Prendi un direttore della fotografia, uno scenografo , un montatore ecc ecc che abbiano un pedigree da campioni.
Prendi una storia di quelle potenzialmente scomode, preferibilmente vera e poi se diamo una botta all'Inghilterra puritana e bacchettona è anche meglio , ma rendila il più fruibile possibile e appiana i dettagli più scabrosi.
Cerca di fare un film che ricordi altri biopic del passato oscarizzati a sufficienza come A beautiful mind e The Social Network.
Ecco allora avrai il tuo film che potenzialmente  sbaraglierà la concorrenza alla notte degli Oscar.
The Imitation Game è esattamente tutto questo: un film confezionato per benino, ma molto per benino, con un attore bravo, bravissimo il cui successo è legato soprattutto a un personaggio televisivo ( e così azzeriamo anche la distanza residua tra il livello televisivo odierno che si sta elevando sempre di più e il cinema che invece per ragioni economiche spesso rivede le sue aspirazioni al ribasso) e un aspetto da fiction inglese di questi ultimi anni, cioè accuratissimo , solido e sufficientemente avvincente ma anche un po' anonimo.
Però questo gioco di imitazione si ferma alla superficie perché come uno slalomista della Coppa del Mondo , il film del norvegese Morten Tyldum ( regista tra gli altri del bel thriller Headhunters), carneade in terra hollywoodiana, si muove agilmente tra i paletti della sgradevolezza della storia di Alan Turing rendendola fortemente empatizzabile dal grosso pubblico.
Io amo il genere del biopic soprattutto quando narra la storia di un qualche personaggio che non conosco e mi spinge , dopo la visione, a saperne di più, cercando di coglierne la vera essenza.
E' successo così anche con Alan Turing ma ho ricavato la spiacevole sensazione che il film mi ha fatto conoscere un altro Alan Turing, diciamo che mi ha fatto apprezzare , per modo di dire, il suo involucro, la sua apparenza non arrivando neanche per sbaglio a sviscerarne l'ansia di conoscenza, di essere sempre il primo in tutto e soprattutto il non essere riconciliato con se stessi e con la propria omosessualità, trattata più che altro come un dettaglio narrativo e non come il punto nodale del suo isolamento intellettuale e affettivo.
I flashback della vita sotto copertura di Turing, relegato in una specie di prigione dorata a lavorare 24 ore al giorno 7 giorni alla settimana per risolvere il codice Enigma,allentano la tensione dal fosco presente che sta vivendo e offrono una ricostruzione di un Inghilterra un po' stucchevole, non sembra certo una nazione sull'orlo della fame per la minaccia bellica tedesca.
Al contrario dell'antro in cui il nostro vive il suo presente , con la sua macchina a occupare buona parte del suo appartamento e relegato in solitudine dopo la condanna e l'umiliazione per la gogna a cui è stato sottoposto.
Però il film preferisce soffermarsi sui tempi ( relativamente) più felici della vita di Turing.
Insomma, signore e signori, ecco a voi il perfetto candidato per sbancare alla notte degli Oscar.

PERCHE' SI : ricostruzioni d'epoca di livello, Cumberbatch è straordinario, confezione eccellente, personaggio stimolante da raccontare
PERCHE' NO : film costruito a tavolino per fare incetta di Oscar, cast di supporto di ottimo spessore ma sufficientemente anonimo per non fare ombra alla star Cumberbatch, aspetto da fiction inglese, si appianano i dettagli più scomodi della vita di Turing.

( VOTO : 6 / 10 ) 

The Imitation Game (2014) on IMDb