I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.
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giovedì 16 luglio 2015

Babadook ( 2014 )

Oggi voglio a celebrare a modo mio l'uscita in sala cinematografica avvenuta sul suolo italico in data 15 luglio 2015 di quello che è stato il mio horror del 2014, The Babadook di Jennifer Kent , una scoperta di fine 2014 proveniente dalla terra dei canguri e che arrivò praticamente come un fulmine a ciel sereno nonostante se ne parlasse , anzi se ne favoleggiasse da molto tempo in giro per la rete.
Eppure, nonostante le aspettative altissime il film d'esordio di Jennifer Kent seppe andare addirittura oltre , diventando , per quanto mi riguarda , l'horror dell'anno anche se mi rendo conto che affibbiare a questa pellicola l'etichetta di genere è assolutamente riduttivo.
The Babadook ieri è uscito in sala anche qui da noi: ha perso l'articolo ma almeno il malvagio titolista italiano non ha messo frasette stupide dopo il titolo.
Andate in massa al cinema a godervelo, come farò io.
Se lo merita assolutamente.
Qui di seguito quello che scrissi a suo tempo.
E' la prima volta che ripropongo una mia opinione di un film qui sul blog.
Ma l'occasione direi che è troppo ghiotta per non essere sfruttata.
Dook! Dook! Dook!


Amelia è la madre vedova del piccolo Samuel. Ha perso il marito in un incidente stradale proprio mentre stava andando in ospedale per dare alla luce il piccolo .
Amelia deve fare i conti con la sua condizione di parziale emarginata anche in famiglia ( vittima della micidiale accoppiata vedova + lavoro umile ), inoltre Samuel ha seri problemi di relazione e manifesta a volte anche delle crisi epilettiche.
Un giorno mentre sono assieme a letto leggendo, incappano in un libro che Samuel trova spaventoso, che narra di un baubau, il Babadook.

Da quel momento in poi la loro vita non  sarà più la stessa perché strane presenze infestano la casa e il limite tra sanità mentale e pazzia si fa sempre più labile.
Il Babadook è ovunque.....
The Babadook è il film di esordio di Jennifer Kent, un passato non troppo brillante da attrice nelle lande australiane da cui proviene.
Il tutto a partire da un suo corto di circa 10 minuti , Monster, uscito quasi dieci anni fa nel 2005 e notato finalmente da qualche produttore..
Un percorso che hanno fatto tanti altri film ma stavolta è diverso: se infatti la cosa che si teme di più è la perdita della genialità dello spunto iniziale , fondamentale per ogni cortometraggio che si rispetti, nel marasma di una durata più ampia, vedendo Monster si ha l'impressione tangibile di un lavoro di limatura certosino, estenuante  che ha portato a un film che è solo ispirato alla lontana al corto da cui è tratto.
Nonostante duri 9 volte di più c'è un lavoro di asciugatura degli stereotipi usati nel corto ( quel fantasma coi capelli corvini davanti agli occhi che fa tanto J-horror ) per arrivare a un risultato molto diverso, un qualcosa che è riduttivo definire horror.
The Babadook non è la solita storia del babau, dell'Uomo Nero , dello spauracchio che sta chiuso nell'armadio o dietro la porta della cantina chiusa a doppia mandata, è qualcosa di più intenso, perturbante, un qualcosa che ti entra sottopelle e diventa più disturbante ogni minuto che passa.
Jennifer Kent, a proposito, una regista donna e noi che continuiamo a dire che  l'horror non è un genere per donne, non utlizza i soliti trucchi da Luna Park per spaventare, non smanetta sul volume della musica ma costruisce un orrore molto più complesso e stratificato e , pur senza usare le tecniche di cui sopra, ci regala un film che mette fottutamente paura, ma paura vera.
Un disagio che aumenta col passare dei minuti e che arriva ad essere disturbante nel profondo anche solo prendendosi tutto il tempo necessario per inquadrare il mondo in cui vivono Amelia e Samuel.

Sono due emarginati: lei vedova costretta a fare un lavoro umile, lui, un bimbo con seri problemi relazionali perché perso nel suo mondo di illusionismi e trucchi da mago fai-da-te.
Il loro è un mondo grigio, senza colori (  e tutto questo viene sottolineato da una stupenda fotografia dai toni plumbei ad opera del polacco Radek Ladczuk) che non viene rischiarato dalla gentilezza di un collega di lei e nemmeno dalla vicina di casa, un'anziana signora che a volte si prende cura di Samuel quando Amelia non c'è.
In questo contesto tuttaltro che felice, in un rapporto ricco di contraddizioni tra madre e figlio ( anche se non lo ammetterebbe mai, Amelia inconsapevolmente vede il figlio come la ragione per cui ha perso l'amatissimo marito) ha presa facile la suggestione operata da un libro di fiabe illustrato con protagonista questa creatura oscura e minacciosa, in tuba, mantello e unghioni alla Freddie Krueger.
E' reale?
O è solo una proiezione della mente di Amelia e Samuel?
L'eco delle loro paure più inconfessabili?
Come detto prima The Babadook pur lavorando sugli stereotipi alla base del genere horror e pur citando a piene mani i maestri ( vedere su uno schermo I tre volti della paura di Mario Bava fa veramente un gran piacere) ne rielabora costantemente la lezione dando luogo a un maelstrom di suggestioni e fobie che ha un aspetto nuovo, originale.
Facile rintracciare tra i meandri di questa casa spettrale gli echi di Suspense di Clayton, forse il miglior adattamento cinematografico del Giro di vite di Henry James, forse è facile anche intuire la psicopatologia che affligge la protagonista come in Repulsion di Polanski, o anche rintracciare il Kubrick di Shining soprattutto per il lavoro sopraffino sulla voce che fa Essie Davis ( attrice favolosa che fino a ieri mi era colpevolmente sfuggita) capace di passare dal sussurro all'urlo disumano senza soluzione di continuità , mettendo i brividi addosso.
Così come è rimarchevole il lavoro del piccolo Noah Wiseman nella parte di Samuel, occhi grandissimi in un viso che sa essere angelico e inquietante allo stesso tempo, a seconda dell'angolazione da cui è inquadrato.
The Babadook non è un horror o solo un thriller psicologico ( altro genere  a cui è molto vicino) ma è uno struggente apologo su una mancata elaborazione di un lutto e sul rapporto contrastato con un figlio a cui si è fatto sempre festeggiare il compleanno in una data diversa da quella vera.

Per non ricordare.
Parte integrante di questa costruzione ai limiti della perfezione è anche un'intelaiatura visiva di grande raffinatezza, fatta di scenografie che inquietano non poco nel loro aspetto ordinario e di un uso dell'illuminazione che ha del pittorico pur parlando di una pellicola che appare desaturata di ogni forma di colore.
Jennifer Kent che ha una consapevolezza rara nell'utilizzo del mezzo espressivo, ancora più sorprendente se si pensa che questo è il suo esordio nel lungometraggio ,crea un personaggio di quelli che si fanno fatica a dimenticare, non la solita figurina monodimensionale che spesso affligge il cinema di genere.
E rielabora con grande sensibilità un'iconografia di genere ben rintracciabile ma che magicamente assume una valenza diversa, un'impronta quasi nuova.
I detrattori vi diranno che in The Babadook non succede nulla ma non credete loro.
L'adrenalina scorrerà a fiumi, il sangue no.
E quel finale , mutuato dal corto, è un ulteriore colpo di genio.
Chapeau ! Jennifer Kent.
Hai fatto l'horror dell'anno.
Ma forse anche il film dell'anno.
E la bomba stavolta viene dall'Australia.

PERCHE' SI :  film disturbante che rielabora gli stereotipi dell'horror per trarne qualcosa di nettamente diverso, ottima confezione, fotografia straordinaria, eccellenti Essie Davis e Noah Wiseman.
PERCHE' NO : l'unica pecca è forse nella velocità con cui vengono tratteggiati alcuni personaggi secondari, i detrattori vi diranno che non succede nulla in questo film ma non credetegli....

( VOTO : 8,5 / 10 ) 

The Babadook (2014) on IMDb

giovedì 18 giugno 2015

San Andreas ( 2015 )

Ray è un pilota di elicotteri soccorritore dei vigili del fuoco che sta cercando di metabolizzare la tragica perdita di una figlia, un matrimonio andato a monte con tanto di carte sul divorzio appena arrivate lì sul tavolo di casa, un'altra figlia che si deve trasferire a Seattle ( lui è a Los Angeles) e il nuovo compagno della moglie , schifosamente pieno di soldi.
Un evento catastrofico sta squassando la West Coast da Los Angeles a San Francisco: un terremoto di proporzioni gigantesche che sta seminando morte e distruzione.
Quella che una volta era una famiglia felice deve riunirsi per superare tutte le avversità del destino...
All'improvviso l'ignoranza .
L'ignoranza di quella maglietta che trattiene a stento i bicipiti e i deltoidi di The Rock , a cui continuiamo a volerci un sacco di bene nonostante tutto, di quelle mani alla Gianni Morandi che possono essere ferro o possono essere piuma e viste attorno al viso minuto di Carla Gugino invece di carezzarla ti aspetti quasi che glielo schiaccia quel bel faccino, l'ignoranza mia che quando vedo Alexandra D'Addario che nuota disperatamente metri sotto il pelo dell'acqua alla disperata ricerca della salvezza mi faccio abbindolare e trasportare da tutto quel ballare di bocce lì davanti facendomi sfuggire il pathos della sequenza in questione, roba che se l'avessi vista trent'anni fa sicuramente avrei sofferto un calo delle diottrie per tante se..renate dedicate alla tizia in questione e soprattutto avrei dovuto fare qualche terapia per la tendinite ai polsi..
San Andreas è l'epitome dell'ignoranza cinematografica, è un emmerichata arrivata in ritardo, una carnevalata dell'assurdo che si fa forte del suo comparto tecnico per non far rimpiangere il cosiddetto prezzo del biglietto.
Il problema nel recensire questi film , o perlomeno nel parlarne indegnamente come si fa qui, è che non sai mai se credere all'epidermide o alle celluline grigie.
La prima è moderatamente soddisfatta: il comparto tecnico e di primo ordine, le distruzioni sono imponenti, gli effetti credibili, la frantumazione di icone americane è a livelli alti quasi alla Indipendence Day, insomma Brad Peyton e la sua crew mettono in scena un disaster movie vecchio stile che riempie l'occhio in più di un'occasione.
Il problema sorge quando nel film cominci a guardare tutto il resto che non sia confezione: cominci a vedere una storia talmente piena di atti supereroistici da parte del suo protagonista che quasi ti aspetti che abbiano riadattato una sceneggiatura di un Superman qualsiasi , senti dialoghi che flirtano con la banalità ad ogni cambio di scena, cominci a vedere subito quella retorica familista ( l'unione della famiglia contro tutte le avversità del destino e non c'è catastrofe che tenga) che un po' infastidisce e poi nel finale ti viene dato il colpo di grazia, un vero e proprio proiettile alla nuca che ti lascia lì stramazzato al suolo, di quella bandiera americana che viene spiegata al vento e comincia a sventolare su uno sfondo di macerie.
Ecco bastasse solo quella per ricostruire , ne ordinerei un camion.
San Andreas è come un'entrata a,piedi uniti altezza tibia del classico stopper che ha speso la sua carriera nella terza categoria calabrese oltre che nelle patrie galere, un passatempo che ti godi meglio se metti nel gargarozzo qualche pinta di FinkBrau calda presa direttamente dal LIDL sotto casa, è un atto d'amore per il popcorn al cinema , per il grasso che ti si deposita sul fegato, è un rutto a diecimila megatoni sparati in faccia a chi osa parlarti di cinema d'autore.
E' tutto questo  ma lo mette subito in chiaro.
Onestamente.
Anche se il cinema è un'altra cosa non puoi non fare gli occhi a cuoricino quando vedi quel bestione adorabile di The Rock che cerca di fare la faccia contrita e poi, non riuscendoci, si gira dall'altra parte per non farsi vedere.
Come fai a non amare uno che sa guidare tutto quello che trova, dal tosaerbe al motoscafo passando anche per l'elicottero e l'aereo e come fai a non amare uno che butta giù pareti a furia di doppi calci volanti ?
No, non si può.
E il cinefilo snob che è dentro di me si deve arrendere . Senza condizioni.
L'ignoranza ha vinto.
Ma anche Alexandra Daddario.

PERCHE' SI : c'è The Rock e Alexandra Daddario e già basterebbe. Poi c'è anche un comparto tecnico di primo ordine.Ma non cercate altro.
PERCHE' NO : la storia è tremebonda come la faglia di Sn Andreas, dialoghi oltre la banalità, retorica sparsa a piene mani.


LA SEQUENZA : il crollo della diga se vogliamo rendere giustizia a chi ha curato gli effetti speciali, altrimenti la vera sequenza memorabile è la nuotata subacquea della Daddario.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Film del genere visti con la compagnia giusti sono di comicità esplosiva.
A The Rock continuo a volerci bene sempre e comunque.
Alla Daddario vorrei volerci bene ma sono schiaffoni dalla bradipa.
Ogni tanto un film così ignorante serve per far prendere aria ai neuroni.


( VOTO : 4 / 10 )


San Andreas (2015) on IMDb

martedì 2 giugno 2015

Infini ( 2015 )

Nel 2300 oltre il 90 % della popolazione vive in miseria e il loro destino è in mano a delle grosse corporazioni che hanno inventato lo slipstreaming ( una specie di teletrasporto di trekkiana memoria) in cui il corpo umano viene scomposto in infinitesime particelle digitali e portato a spasso per l'universo. Mezzo di trasporto altamente pericoloso in cui è facilissimo lasciarci la pelle.
Whit Carmichael, futuro padre, è al primo giorno di lavoro con un team nella West Coast che usa lo slipstreaming. Un'infezione decima la sua squadra e lui si teletrasporta ad Infini, remota stazione mineraria che guarda caso è la fonte dell'infezione ad opera di un misterioso organismo alieno.
Una squadra di soccorso della East Coast lo va a recuperare ma la faccenda non è così semplice.
Per Whit comincia una lotta per sopravvivere al "virus" e alla caccia che gli danno i soccorritori che non si fidano di lui....
E questo è solo l'inizio.
Proprio così, non ho spoilerato nulla della trama , ho semplicemente raccontato quello che succede nei primi 20 minuti  e per arrivare a 110 c'è tutto un altro film da gustare voluttuosamente.
Infini, film australiano ( è da un po' di tempo a questa parte che sto incappando in film australiani veramente solluccherosi, sembra abbiano una marcia in più a livello di fantasia, forse perché non sono così legati alle logiche industriali hollywoodiane che asfaltano talenti in nome del dio dollaro), opera seconda del giovane Shane Abbess che il film lo ha anche scritto assieme a Brian Cachia , autore anche delle musiche, si inserisce con personalità in quel pertugio strettissimo che si trova tra sci fi e horror, un genere con progenitori illustrissimi.
C'era una volta Alien ( e c'è ancora ) , c'era una volta Punto di non ritorno, non un gran film, a dire la verità ma che portava a casa il risultato, tanto vituperato all'epoca quanto citato oggi, c'è tutto quel gruppo di film ambientati in gigantesche navi o stazioni spaziali ricche di pericoli come Pandorum,come lo svizzero Cargo e chi più ne ha , più ne metta.
Infini cita intelligentemente le sue fonti, lo fa anche con deferenza ma cerca di mettere nel piatto roba assai personale e tutto questo sforzo predispone bene uno spettatore sufficientemente avveduto.
Il film di Shane Abbess si deve seguire con attenzione, non si può vedere distrattamente altrimenti ci si perde dentro dato che presto si trasforma in un reiterato gioco di specchi in cui i capovolgimenti di fronte sono all'ordine del giorno.
Tutto ruota attorno all'ambiguità della figura di Whit Carmichael ( ruolo ricoperto da un carismatico Daniel MacPherson, attore australiano attivo soprattutto in televisione) , personaggio tenuto volutamente sospeso nel limbo e di cui praticamente non si sa nulla.
Personaggio che evolve con i minuti in maniera del tutto imprevista e con un comportamento non leggibile usando solo le armi della logica.
E' malato? E'sano? Vuole aiutare gli altri della squadra o vuole semplicemente salvare se stesso?
E' lui il virus che vuole contagiare l'umanità?
Domande che lo spettatore si porta fino alla fine del film  e non è detto che trovi le risposte attese.
L'ambiguità di cui accennavamo prima Infini se la porta fin oltre il finale che naturalmente non svelo e che può essere passibile di diverse interpretazioni.
Un po' come i vecchi filmoni di fantascienza di una volta.
Una sceneggiatura tesa come una corda di violino, dialoghi che riescono a toccare anche temi importanti , universali ( un paio di volte circola la domanda delle domande: che cosa è la vita?)e un gruppo di comprimari che assolve perfettamente al loro compito di non invadere troppo il campo fanno di questo film un piccolo, inaspettato gioiellino di claustrofobia e di tensione.
Sicuramente non un film perfetto, magari andava asciugato qua e là, magari andava approfondito qualche personaggio appartenente alla squadra della East Coast ( però furbescamente sono tutti ben distinguibili fisiognomicamente ), magari avrebbe fatto piacere pure vedere qualche soldino buttato lì per gli effetti speciali ( che sono usati con parsimonia e non sembrano così eccezionali).
Ma la stoffa c'è, le scenografie sono sufficientemente personali e non ci troviamo di fronte alla solita rivisitazione aggiornata della navicella Nostromo e non siamo di fronte al solito filmetto di fantascienza usa e getta.
Anzi a quel finale si pensa anche ben oltre la fine dei titoli di coda...


PERCHE' SI : sceneggiatura tesa come una corda di violino, piccolo gioiellino di claustrofobia e di tensione, ambiguità che è coltivata e mantenuta intatta per tutto il film, protagonista carismatico.
PERCHE' NO : le influenze sono fin troppo evidenti ma le citazioni sono perlomeno intelligenti e non così sfacciate, qualche personaggio andava gestito con maggiore cura, qualche effetto speciale in più non avrebbe recato dispiacere.


LA SEQUENZA : impossibile non soffermarsi sulla sequenza appena prima del finale che svela ( ma anche no) il mistero che percorre sotterraneamente tutto il film.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Da un po' di tempo a questa parte mi sembra che il cinema australiano abbia una marcia in più.
Solo da noi gli attori televisivi sono considerati di serie B.
C'è sempre bisogno di filmoni di fantascienza come si facevano una volta.
La fantascienza italiana? Non pervenuta: sogno un film sci fi tutto italiano .


( VOTO : 7 / 10 )


Infini (2015) on IMDb

lunedì 25 maggio 2015

Mad Max : Fury Road ( 2015 )

In un futuro imprecisato in un non mondo sconvolto dall'apocalisse domina Immortan Joe e la sua masnada di predoni che affamano ma soprattutto assetano la popolazione sull'orlo del baratro.
Max è un "donatore di sangue universale" utilizzato per i salassi per far guarire Nux, uno dei Figli della Guerra e viene portato nel viaggio verso Gas Town dove l'imperatrice Furiosa , altra figlia della Guerra che ha scalato molte posizioni nella gerarchia di Immortan Joe, deve portare la blindocisterna per fare rifornimento di carburante.
Ma Furiosa ha altri piani : trasporta clandestinamente alcune donne fertili e in stato di gravidanza per farle fuggire e non segue più la Fury Road.
Immortan Joe scatena l'inseguimento mentre Furiosa e Max stringono una specie di alleanza e anche Nux è dalla loro parte.
Durante il tragitto troveranno anche altri alleati insperati.
La battaglia sarà all'ultimo sangue.
Quando avevo sentito che George Miller avrebbe ripreso in mano la sua creatura dopo trenta lunghi anni per fare un nuovo film a  partire da quell'estetica che allora era rivoluzionaria , hanno cominciato a tremarmi anche le vene nei polsi.
In primis perché non mi piacciono le minestre riscaldate e detesto i ritorni fatti tanto per evocare l'effetto nostalgia e poi c'era una vocina che dentro di me diceva " ma che potrà mai fare un settantenne che sarà pure arzillo ma che è stato messo in disparte dal cinema che conta  da tanti, troppi anni ?"
Dicevano che non sarebbe stato in grado di fare un film decente. Dicevano.
E invece il nostro arzillo settantenne australiano che fa?
Prende a calci in culo tutti i detrattori che parlano prima di vedere , me compreso, manda a fare in culo la mia vocina e mi prende elegantemente a mazzate nei denti come raramente era successo nella mia vita e non solo cinefila.
Chi mi conosce sa che sono metallaro da una vita e che mi piace far sculacciare i miei padiglioni auricolari da chitarrone distorte, bassi pulsanti che sembrano riassestarti il ritmo cardiaco o batterie roboanti che fanno tremare anche i vetri mentre le ascolti.
Ecco è che come se avessi preso dalla mia collezione di cd che conta varie migliaia di pezzi , quello che ritengo il più potente, quello che fa tremare i muri di casa quando lo ascolto anche a volume normale  e avessi messo il volume a palla.
Il grado di esaltazione è lo stesso e ho goduto oltre che nel farmi schiaffeggiare i padiglioni auricolari anche nel farmi fustigare le pupille con un gatto a nove code in preda a convulsioni.
Se mai venissi sottoposto a una cura Ludovico con gli stecchini nelle palpebre, vorrei espiare vedendo in loop questo film.
In realtà la cosa che temevo di più è che il nostro George per fare un blockbuster al passo dei tempi avrebbe usato dosi massicce di computer grafica e per un'estetica come quella di Mad Max per quanto mi riguarda sarebbe stato un errore clamoroso.
Invece Mad Max : Fury Road se ne frega della computer grafica, ma se ne frega alla grandissima , ci regala stunt acrobatici mai visti al limite del sacrificio umano ( spesso mi sono chiesto se quelli erano stuntmen o kamikaze), esplosioni , fumi, sparatorie , combattimenti con le armi più disparate , soprattutto ci regala cinema con C maiuscola perché se definiamo il cinema come arte sequenziale , quindi in movimento, beh, in questo film non si sta mai fermi.
Miller anche a livello iconografico riesce a richiamare il classico  ma allo stesso tempo ci regala un'estetica totalmente nuova, questo è un film stracolmo di invenzioni visive e di accessori di scena da urlo, un fiume in piena di trovate che travolge tutto e tutti.
Come non esaltarsi di fronte alla macchina con i suonatori di tamburo dietro e che davanti ha una specie di mostro con una chitarra che sputa fuoco e fiamme che a confronto Eddie degli Iron Maiden sembra un pucciosissimo orsacchiotto?
Mad Max : Fury Road è l'Ombre Rosse del 2015 , è il western che John Ford avrebbe voluto girare ma non ha mai potuto farlo perché nato troppo presto, è un assalto alla diligenza che dura 120 minuti che lascia stremati dopo la visione.
E rielabora in profondità anche il concetto dell'eroe , ribaltandolo più volte. E' più eroe Max con la sua follia, Furiosa con la sua determinazione o Nux con la sua utopia?
Mad Max : Fury Road è un film che non ha bisogno di parole, lascia parlare le immagini, anzi le lascia urlare a squarciagola per 120 minuti abbondanti, cinema da vedere con le cinture di sicurezza allacciate.
E' frastornante ma è come una sbornia presa con quello buono.
Non mi ricordo di essere uscito da un cinema così stanco fisicamente ma così felice.
Avevo tanta di quell'adrenalina in corpo che se mi avessero fatto un esame antidoping sarei risultato positivo.
L'unica cosa che posso dire è grazie George Miller!!!!
Mea culpa per aver dubitato di te.



PERCHE' SI : tutto, dall'estetica,al ritmo, alle coreografie action, alla regia, al rifiuto della computer grafica.
PERCHE' NO : astenersi critici snob con la puzza sotto il naso, Miller prenderà a calci in culo voi e il vostro naso prezzolato.


LA SEQUENZA :  varie,  la macchina con  i suonatori di tamburo e il chitarrista che fa sputare fuoco e fiamme dalla sua chitarra e l'assalto dei cattivi fissati su delle lunghissime pertiche.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
la prossima volta che dubito di Miller meriterò la fustigazione,
Finito il film avrei voluto rimanere per vederlo ancora.
Il vecchietto Miller ha preso a calci in culo tutto e tutti, compresi tutti quei tirapiedi hollywoodiani manovrati come marionette dagli studios.
Mi sarebbe piaciuto conoscere il bollettino medico del film con tutti quegli stunt al limite del sacrificio umano.


( VOTO : 9 / 10 ) 

Mad Max: Fury Road (2015) on IMDb

martedì 17 febbraio 2015

Wyrmwood ( 2014 )

Barry è un meccanico che ha avuto la vita sconvolta come tutti da un apocalisse misteriosa che trasforma tutti in zombie. Dei soldati che indossano delle maschere anti gas hanno rapito sua sorella Brooke per portarla in un misterioso laboratorio per studi non meglio precisati, mentre lui, con la moglie e la figlia cerca di fuggire.
Ma moglie e figlia si tolgono la maschera e si trasformano subito in zombie assetati di carne umana, lui è costretto a ucciderle e a trovare il modo per arrivare da Brooke.
Incontrerà strani compagni di viaggio...
Che Dio salvi la rete e il crowdfunding se poi riusciamo ad avere risultati di questo genere.I due fratelli,  presumo, Roache - Turner ( Kiah regista e cosceneggiatore, Tristan, cosceneggiatore e produttore) avevano indetto una raccolta fondi su internet per raccogliere i 20 mila dollari necessari per completare il film.
Raccolto quasi il doppio hanno pensato di fare le cose un po' meglio ma si sono ritrovati di nuovo a corto per la postproduzione, a corto di circa 10 mila dollari che sono riusciti comunque a raccogliere con una seconda chiamata alle armi ( o meglio alle carte di credito) dei fans.
E il risultato è veramente una figata!
Non è molto professionale definire un  film così ( ma tanto che ce frega , siamo dilettanti allo sbaraglio) e neanche indicativo di quello che si vedrà nel film ma posso solo dire che di divertimento in questi 90 minuti ce n'è abbastanza.
La locandina strilla che il film è un incontro tra Mad Max e Dawn of the Dead e in un certo senso è così.
Diciamo più Mad Max che Romero ( o forse intendevano il film di Snyder) perché il buon George quegli zombie velocisti e che addirittura riescono a usare utensili vari per provocare danni, da buon purista , li schiferebbe proprio.
Di Mad Max ci sono le macchine supercustomizzate ( o meglio la macchina superelaborata per resistere agli attacchi dei morti viventi cannibali), le armature da post Medioevo, comprese di maschere metalliche e le armi da fuoco di grosso calibro.
La marcia che ha in più Wyrmwood è la sua ironia sfacciata che fa capolino nei momenti più truci e impensati e poi  ha quel paio di trovate molto interessanti che potrebbero gettare una luce nuova su un genere che ultimamente si sta avvitando un po' su se stesso ( tipo il carburante con cui va avanti la macchina superelaborata, non lo rivelo per evitare spoiler che ridurrebbero della metà il divertimento).
In più c'è anche il personaggio di Brooke, una donna ipertosta che farebbe la felicità di tutte le femministe del mondo.
Wyrmwood è sostanzialmente un road movie accessoriato di zombie in cui i personaggi sono tratteggiati per sommi capi ma caratterizzati piuttosto efficacemente e che ricorda in più di un passaggio un piccolo cult movie , sempre a tematica zombie, intitolato The Battery ( se interessa ne parlammo a suo tempo qui ) che in fondo era una storia di una bellissima amicizia virile sotto mentite spoglie.
Un po' come Wyrmwood , storia di amicizia virile e di amore fraterno che sullo sfondo ha uno scienziato pazzo ( vedere i balletti che fa nel laboratorio), soldati con maschera antigas ultracattivi e un plotone di zombie affamati.
Nonostante l'evidente economia con cui il tutto è stato realizzato sono da notare degli effetti speciali rustici ma che fanno la loro figura,  il livello elevato di splatter , il numero consistente di teste saltate e il trucco degli zombie che sembra piuttosto buono.
Insomma non sembra un film fatto con nemmeno 40 mila dollari australiani di budget.
Ah non ve l'avevo detto?
E' un film australiano e come ebbi già modo di dire quando gli Aussie parlano di apocalisse e fine del mondo hanno una credibilità molto maggiore rispetto a qualsiasi parruccone hollywoodiano che tratti lo stesso argomento.
Forse perché sono geograficamente più vicini di noi alla fine del mondo...
Da tenere d'occhio, finale aperto , anzi più che aperto, forse anche troppo a un possibile seguito.

PERCHE' SI : Mad Max incontra Dawn of the Dead e una volta tanto la locandina dice in parte il vero, nuove idee nel filone zombie, ironia che non viene mai meno, effetti speciali rustici ma efficaci, elevato livello di splatter
PERCHE' NO : in alcune parti è evidente l'economia con cui è realizzato, finale troppo aperto per i miei gusti, Romero schiferebbe questi zombie corridori e capaci di utilizzare utensili...

( VOTO : 7 / 10 )

 Wyrmwood: Road of the Dead (2014) on IMDb

venerdì 5 dicembre 2014

Predestination ( 2014 )

Un agente speciale che lavora per un fantomatico Bureau attrezzato per compiere viaggi nel tempo, torna indietro nel tempo per arrestare un misterioso attentatore dinamitardo che nel 1975 avrebbe provocato più di 11 mila morti nell'esplosione di un grosso edificio.
Riesce a fermarlo ma è gravemente ferito e si salva solo tornando indietro al 1992.
Una volta guarito viene rimandato indietro nel 1975 per evitare quell'attentato. E' il suo ultimo tentativo.
Come copertura lavora in un bar e conosce un avventore che gli racconta una strana storia : che lui prima era donna e che un uomo un tempo l'aveva sedotta e abbandonata.
Il barista gli fa un domanda semplice semplice: " Che cosa faresti se ti potessi mettere davanti l'uomo che ha rovinato la tua vita? E se ti dessi una pistola e ti garantissi che la faresti franca dopo avergli sparato, lo uccideresti?"
E da qui parte un altro film che è meglio non rivelare...
Quando mi imbatto in film che parlano di viaggi del tempo e paradossi temporali mi si accende la lampadina perché è uno degli argomenti che , cinematograficamente parlando, trovo in assoluto più stimolanti.
E mi è capitato di imbattermi in questo film che viene dall'altra parte del mondo, ma non quella ad Occidente, Hollywood in particolare, ma da quella oltre l'Oriente, l'Australia.
Non una distinzione da poco perché gli australiani pur avendo meno budget a disposizione danno libero sfogo alla fantasia, anche perché sono sicuramente meno angustiati dalle logiche commerciali che imperano lì dalle parti del Sunset Boulevard.
Mentre guardavo questo film mi sono chiesto più volte come sarebbe stato gestito in presenza di un budget più corposo e di aspettative commerciali ben più alte.
La risposta che mi sono dato è che sarebbe andato tutto in vacca e questo perché il film dei fratelli Spierig ( di cui si ricorda il loro film precedente, Daybreakers- L'ultimo vampiro , sempre con Ethan Hawke protagonista) è un film che gioca continuamente al rialzo con una sceneggiatura costruita a strati in cui la situazione si complica ogni minuto di più.
Complicandosi talmente che anche raccontare la sinossi diventa di una difficoltà mica da poco.
Credo che dall'altra parte dell'Oceano Atlantico avrebbero puntato più sulla cornice che non sul contenuto e in un film come questo sarebbe stato veramente penalizzante.
Altra cosa che non sarebbe successa a Hollywood è puntare parecchio su dialoghi serrati che propongono dilemmi difficili da risolvere in un bellissimo confronto di attori tra Ethan Hawke, che sembra aver trovato una nuova giovinezza qui dall'altra parte del mondo, e Sarah Snook , già vista recentemente in Jessabelle ( di cui abbiamo parlato qui ) che in questo Predestination dà un'ottima prova di se stessa coadiuvata ottimamente da trucco e parrucco.
Durante il film si scopriranno se e quali legami ci siano tra un agente che viaggia nel tempo per lavoro, una ragazza sedotta e abbandonata, un figlio in fasce rapito non si sa da chi, un avventore di un bar che si mantiene scrivendo storielle per casalinghe disperate su una rivista di bassa lega e un attentatore dinamitardo.
E proseguendo  si verrà travolti da una cascata di avvenimenti che lasceranno a bocca aperta.
Un film del genere non avrebbe potuto essere prodotto in quel di Hollywood.
Troppo complicato per un pubblico abituato a ingozzarsi di bevande gassate e popcorn al cinema.
Tratto dal racconto All you zombies di Robert A. Henlein, Predestination dimostra una coerenza invidiabile in un film in cui convivono senza problemi epoche e stili differenti, simili eppure ben riconoscibili l'una dall'altra.
Se dovessi citare un film a cui somiglia, ma molto da lontano, direi I guardiani del destino di George Nolfi ( ne abbiamo parlato qua), tratto da un racconto di Philip Dick, ma giusto per quella visione fatalista che è alla base di entrambi.
Ecco quanto viene narrato da Predestination in un certo senso è molto nelle corde del grande scrittore americano ma farei un torto alla grandezza di Henlein, uno dei più grandi e influenti scrittori americani di fantascienza del XX secolo.
Predestination è un film che parte come un noir , si trasforma in una thriller, diventa racconto di formazione, melodramma ed esplode in tutta la sua irruenza sci fi grazie a una vicenda che è un rompicapo di quelli che sono difficili da raccontare.
Un film che cresce minuto dopo minuto e deflagra in un finale che lascerà basiti.
Basta mettersi seduti,  stare calmi e allacciare le cinture.
A tutto il resto pensano  i fratelli Spierig ed Ethan Hawke.

PERCHE' SI :  viaggi nel tempo e paradossi temporali (basta la parola!), ottime performances di Hawke e Snook, sceneggiatura complessa e stratificata con dialoghi all'altezza, una strutturazione a scatole cinesi che mantiene la sua coerenza fino alla fine.
PERCHE' NO : non riesco a trovargli difetti ma forse dovrei dire che non è il classico film che puoi vedere pensando ad altro, bisogna seguirlo per filo e per segno pendendo dalle labbra degli attori perché si rischia di non capirci più nulla, talmente complesso che quasi occorre prendere appunti per vedere se tutto funziona....

( VOTO : 8 / 10 )

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sabato 29 novembre 2014

These Final Hours ( 2013 )

Un asteroide ha impattato sulla Terra nel nord dell'Atlantico e a partire da lì si è innescata una reazione a catena che porterà alla cancellazione del mondo nelle prossime 12 ore, almeno dalle parti di Perth , Australia, l'ultimo continente che sarà interessato dalla colata di lava che sommergerà tutto.
James sta facendo l'amore con l'amata Zoe ma intraprende lo stesso un viaggio per andare da quella che dovrebbe essere la sua fidanzata, Vicky , in una festa in cui bere, sballarsi ed esagerare in tutto e per tutto. Nel tragitto salva una bambina dalle grinfie di due pedofili e cerca di riportarla dal padre come richiesto da lei.
E poi trova anche il tempo per ritornare da Zoe e aspettare la fine di tutto in riva all'Oceano....
These Finale Hours è un film di genere apocalittico proveniente dall'Australia , passato a Cannes quest'anno e al Sitges dove il protagonista,Nathan Phillips , si è portato a casa il premio come miglior attore.
A me piace abbastanza il genere anche se penso che ormai sia uno spartito su cui è quasi impossibile improvvisare qualcosa di nuovo ed originale ma questo film proviene dall'Australia.
E i film apocalittici o post apocalittici provenienti dall'Australia ai miei occhi è come se acquisissero quel quid di credibilità in più proprio in virtù della loro provenienza.
Proprio perché vengono un po' dalla fine del mondo anche loro, una specie di mondo a parte che infatti può racimolare quel pugno di orette in più da sfruttare per fare baccanali e quanto altro, tipo dare corda ai propri istinti più bassi.
Mentre vedi questo film è inevitabile porsi le stesse domande che sono alla base di tutto quello che fa il protagonista e gli altri personaggi che mano mano vediamo nel film nel suo percorso.
Che cosa faresti se ti rimanessero solo dodici ore da vivere?
Ehm, brutta , bruttissima domanda a cui rispondere.
Leggere, vedere un film, fare l'amore, stare con la propria famiglia ad aspettare che succeda l'inevitabile oppure non avere neanche il coraggio di aspettare e far finire tutto prima , con un bel colpo di pistola alla tempia?
Non saprei, meglio non pensare ad un'eventualità del genere , però ripenso a quando andai a vedere Melancholia di Von Trier e dopo una prima parte in cui dalla sala provenivano rumori fisiologici di chiacchiericci e risatine, nella seconda parte, ricordo il mutismo assoluto, si pendeva tutti dallo schermo e da quello che succedeva con quel pianeta che diventava sempre più grande.
Ecco, These Final Hours non arriva alle vette filosofiche di Melancholia ma nel suo piccolo si difende assai bene esplorando un'ampia gamma di situazioni in quello che si trasforma in un percorso fisico ed esistenziale di un protagonista sempre più perplesso riguardo a quello che gli sta succedendo intorno.
E la sua perplessità è anche la nostra, anche noi siamo frullati in una specie di acceleratore
gravitazionale di sensazioni da comprimere in poco , pochissimo tempo e già che ci stiamo è meglio anche compiere buone azioni per dare una candeggiatina alla coscienza.
These Final Hours è il ritratto di un'umanità non preparata a scrivere la parola fine su tutto e proprio per questo capace di mostrare tutti i suoi lati nascosti, da quello puramente infantile ( di bere fino a scoppiare , sballarsi e fornicare come conigli) a quello più problematico( il poliziotto che vuole far fuori se stesso e la sua famiglia perché non ha la forza di aspettare) a quello più dolce e poetico perché forse aspettare in riva all'Oceano che finisca tutto, abbracciati alla persona che si ama, è il modo migliore per andarsene.
These Final Hours opera una crasi ideale tra L'ultima spiaggia di Kramer ( film del '59 che è un cult forse ancora insuperato nel genere) e Cercasi amore per la fine del mondo di cui riprende molte della dinamiche, soprattutto quelle sentimentali ( di cui abbiamo parlato qua ) ma ricorda da vicino anche un piccolo misconosciuto film di qualche anno fa, quel Carriers dei fratelli Pastor ( se interessasse, ne parlammo qui) in cui un gruppo di amici percorrevano l'America devastata da una pandemia per arrivare all'Oceano e trovare il proprio mercoledì da leoni.
Ecco , come loro, James capisce come vuole trascorrere i suoi ultimi momenti terreni strada facendo.
E noi non possiamo che essere d'accordo con lui.
Ottima la confezione con una fotografia che vira su tonalità sabbiose e molto saggio tenere il minutaggio sotto l'ora e mezza.
Avanza più tempo per fare altro...

PERCHE' SI : ottima confezione, un protagonista che cresce col passare dei minuti, ritratto convincente di un'umanità che sembra presa alla sprovvista.
PERCHE' NO : genere da prendere con le molle, qualche personaggio oltre l'eccesso, difficile essere originali in un genere come questo...

( VOTO : 6,5/ 10 )

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venerdì 7 novembre 2014

The Babadook ( 2014 )

Amelia è la madre vedova del piccolo Samuel. Ha perso il marito in un incidente stradale proprio mentre stava andando in ospedale per dare alla luce il piccolo .
Amelia deve fare i conti con la sua condizione di parziale emarginata anche in famiglia ( vittima della micidiale accoppiata vedova + lavoro umile ), inoltre Samuel ha seri problemi di relazione e manifesta a volte anche delle crisi epilettiche.
Un giorno mentre sono assieme a letto leggendo, incappano in un libro che Samuel trova spaventoso, che narra di un baubau, il Babadook.
Da quel momento in poi la loro vita non  sarà più la stessa perché strane presenze infestano la casa e il limite tra sanità mentale e pazzia si fa sempre più labile.
Il Babadook è ovunque.....
The Babadook è il film di esordio di Jennifer Kent, un passato non troppo brillante da attrice nelle lande australiane da cui proviene.
Il tutto a partire da un suo corto di circa 10 minuti , Monster, uscito quasi dieci anni fa nel 2005 e notato finalmente da qualche produttore..
Un percorso che hanno fatto tanti altri film ma stavolta è diverso: se infatti la cosa che si teme di più è la perdita della genialità dello spunto iniziale , fondamentale per ogni cortometraggio che si rispetti, nel marasma di una durata più ampia, vedendo Monster si ha l'impressione tangibile di un lavoro di limatura certosino, estenuante  che ha portato a un film che è solo ispirato alla lontana al corto da cui è tratto.
Nonostante duri 9 volte di più c'è un lavoro di asciugatura degli stereotipi usati nel corto ( quel fantasma coi capelli corvini davanti agli occhi che fa tanto J-horror ) per arrivare a un risultato molto diverso, un qualcosa che è riduttivo definire horror.
The Babadook non è la solita storia del babau, dell'Uomo Nero , dello spauracchio che sta chiuso nell'armadio o dietro la porta della cantina chiusa a doppia mandata, è qualcosa di più intenso, perturbante, un qualcosa che ti entra sottopelle e diventa più disturbante ogni minuto che passa.
Jennifer Kent, a proposito, una regista donna e noi che continuiamo a dire che  l'horror non è un genere per donne, non utlizza i soliti trucchi da Luna Park per spaventare, non smanetta sul volume della musica ma costruisce un orrore molto più complesso e stratificato e , pur senza usare le tecniche di cui sopra, ci regala un film che mette fottutamente paura, ma paura vera.
Un disagio che aumenta col passare dei minuti e che arriva ad essere disturbante nel profondo anche solo prendendosi tutto il tempo necessario per inquadrare il mondo in cui vivono Amelia e Samuel.
Sono due emarginati: lei vedova costretta a fare un lavoro umile, lui, un bimbo con seri problemi relazionali perché perso nel suo mondo di illusionismi e trucchi da mago fai-da-te.
Il loro è un mondo grigio, senza colori (  e tutto questo viene sottolineato da una stupenda fotografia dai toni plumbei ad opera del polacco Radek Ladczuk) che non viene rischiarato dalla gentilezza di un collega di lei e nemmeno dalla vicina di casa, un'anziana signora che a volte si prende cura di Samuel quando Amelia non c'è.
In questo contesto tuttaltro che felice, in un rapporto ricco di contraddizioni tra madre e figlio ( anche se non lo ammetterebbe mai, Amelia inconsapevolmente vede il figlio come la ragione per cui ha perso l'amatissimo marito) ha presa facile la suggestione operata da un libro di fiabe illustrato con protagonista questa creatura oscura e minacciosa, in tuba, mantello e unghioni alla Freddie Krueger.
E' reale?
O è solo una proiezione della mente di Amelia e Samuel?
L'eco delle loro paure più inconfessabili?
Come detto prima The Babadook pur lavorando sugli stereotipi alla base del genere horror e pur citando a piene mani i maestri ( vedere su uno schermo I tre volti della paura di Mario Bava fa veramente un gran piacere) ne rielabora costantemente la lezione dando luogo a un maelstrom di suggestioni e fobie che ha un aspetto nuovo, originale.
Facile rintracciare tra i meandri di questa casa spettrale gli echi di Suspense di Clayton, forse il miglior adattamento cinematografico del Giro di vite di Henry James, forse è facile anche intuire la psicopatologia che affligge la protagonista come in Repulsion di Polanski, o anche rintracciare il Kubrick di Shining soprattutto per il lavoro sopraffino sulla voce che fa Essie Davis ( attrice favolosa che fino a ieri mi era colpevolmente sfuggita) capace di passare dal sussurro all'urlo disumano senza soluzione di continuità , mettendo i brividi addosso.
Così come è rimarchevole il lavoro del piccolo Noah Wiseman nella parte di Samuel, occhi grandissimi in un viso che sa essere angelico e inquietante allo stesso tempo, a seconda dell'angolazione da cui è inquadrato.
The Babadook non è un horror o solo un thriller psicologico ( altro genere  a cui è molto vicino) ma è uno struggente apologo su una mancata elaborazione di un lutto e sul rapporto contrastato con un figlio a cui si è fatto sempre festeggiare il compleanno in una data diversa da quella vera.
Per non ricordare.
Parte integrante di questa costruzione ai limiti della perfezione è anche un'intelaiatura visiva di grande raffinatezza, fatta di scenografie che inquietano non poco nel loro aspetto ordinario e di un uso dell'illuminazione che ha del pittorico pur parlando di una pellicola che appare desaturata di ogni forma di colore.
Jennifer Kent che ha una consapevolezza rara nell'utilizzo del mezzo espressivo, ancora più sorprendente se si pensa che questo è il suo esordio nel lungometraggio ,crea un personaggio di quelli che si fanno fatica a dimenticare, non la solita figurina monodimensionale che spesso affligge il cinema di genere.
E rielabora con grande sensibilità un'iconografia di genere ben rintracciabile ma che magicamente assume una valenza diversa, un'impronta quasi nuova.
I detrattori vi diranno che in The Babadook non succede nulla ma non credete loro.
L'adrenalina scorrerà a fiumi, il sangue no.
E quel finale , mutuato dal corto, è un ulteriore colpo di genio.
Chapeau ! Jennifer Kent.
Hai fatto l'horror dell'anno.
Ma forse anche il film dell'anno.
E la bomba stavolta viene dall'Australia.

PERCHE' SI :  film disturbante che rielabora gli stereotipi dell'horror per trarne qualcosa di nettamente diverso, ottima confezione, fotografia straordinaria, eccellenti Essie Davis e Noah Wiseman.
PERCHE' NO : l'unica pecca è forse nella velocità con cui vengono tratteggiati alcuni personaggi secondari, i detrattori vi diranno che non succede nulla in questo film ma non credetegli....

( VOTO : 8,5 / 10 )

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giovedì 21 agosto 2014

Vinyan ( 2008 )

Sei mesi dopo lo tsunami del sud est asiatico dove hanno perso loro figlio, il piccolo Joshua, in Thailandia i coniugi Paul e Jeanne a una cena di beneficienza visionano un video.
E Jeanne si convince (irrazionalmente) che un bimbo che si vede di spalle e che indossa una magliettina rossa sia suo figlio.
Vinte le rimostranze del marito si affidano a un boss locale per cercare il bimbo nei villaggi costieri pagando fior di dollari. Il viaggio nella foresta pluviale, sempre più lontani da ogni forma di vita civile, muta ben presto in un incredibile processo di trasformazione delle proprie percezioni da parte di Jeanne che , animata da un fuoco che la lacera da dentro fa continuare le ricerche. 

Vinyan ( termine che indica lo  spirito di una madre inquieta) è il racconto della metamorfosi di una donna, di una  madre che da quando ha perso il suo unico figlio sente di non esserlo più.
E vuole tornare ad essere fonte di vita , addirittura vede Joshua praticamente in tutti i bambini che le si parano davanti. Oltre a completare un viaggio fisico Jeanne percorre tutti i gradini che la portano a scivolare nell'abisso 
Il fatto che venga tutto fatto su fiume o su coste può far pensare al furente Aguirre di Herzog (ma forse di più a certi suoi documentari) o anche al viaggio in direzione del cuore di tenebra di Apocalypse now. Ma sono riferimenti solo esteriori che non dicono nulla del cuore pulsante del cinema del talentuoso Du Welz.

Dopo Calvaire horror per certi versi sottostimato ma riconducibile alla nuova ondata di horror francofoni, con Vinyan il cineasta belga firma un film che fa dell'orrore sordo eppure lancinante la sua principale caratteristica.
Un horror antropologico, un film che lascia annichiliti nel suo percorso labirintico in cui la Beart dona corpo e anima a un personaggio progressivamente preda dei fantasmi dell'inconscio.
E' lei il fulcro del film, il suo essere donna libera in una terra in cui le donne sono atavicamente sottomesse, è una donna che vuole tornare ostinatamente a essere madre .
Sta qui la ragione di tutto.
Anche del pasto (nudo) rituale nel finale e dell'accarezzare incantati il corpo di un archetipo fatto madre.
Un sorriso liberatorio: l'ingresso definitivo in un mondo di senza nome. 
Du Welz regala al suo (ristretto) pubblico la prova tangibile di quanto grande sia il suo talento con una pellicola suscettibile di molteplici letture, filmata con stile nitido e coinvolgente.
La pioggia batte incessantemente sui corpi.

La Beart illumina tutto: ci si può perdere nei suoi occhi del color del mare sempre sul punto di essere offuscati da una lacrima...

PERCHE' SI : un horror che travalica i confini del genere, un viaggio alla ricerca di se stessi o una fuga dalla propria follia incipiente, c'è la Beart.
PERCHE' NO: astratto, talmente astratto che potrebbe non piacere ai patiti del genere, umidiccio in maniera fastidiosa, c'è la Beart post chirurgia plastica....

( VOTO : 7,5 / 10 ) 

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lunedì 16 giugno 2014

Edge of tomorrow ( 2014 )

Gli alieni hanno attaccato la Terra che fronteggia l'invasione con tutti i mezzi in suo possesso. Le cose vanno male però. Il maggiore dell'esercito americano William Cage, classico militare da salotto con té e pasticcini addetto alle comunicazioni dopo un colloquio poco cordiale con un ufficiale della forza di difesa è catturato suo malgrado in un loop temporale in cui si trova in prima linea nel bel mezzo di una squadra d'assalto.
E muore nelle più svariate maniere ritornando però sempre al punto di partenza.
Una base militare in cui si trova a far parte di una squadra d'assalto.
Con l'intelligenza riesce a migliorare le sue abilità, come all'interno di un gigantesco videogame e assieme a Rita, uno che ha vissuto tutto quello che sta vivendo ora lui, va a caccia della soluzione dell'enigma ovvero la distruzione degli alieni.
Qui a bottega i film sui paradossi temporali piacciono e anche parecchio.
Pure se sono furbetti come questo o come era Source Code di Duncan Jones.
Frammenti di vita vissuti al massimo della velocità appena prima di una morte ineluttabile.
E il gioco di entrambi i film sta proprio nell'evitare il più a lungo possibile questa morte che arriva puntuale  e nei modi più atroci possibili.
Edge of tomorrow non cavalca fino in fondo il paradosso temporale ma lo usa come elegante espediente narrativo per innescare un meccanismo videoludico in cui il protagonista/giocatore deve progressivamente migliorare le proprie abilità per superare le varie prove a cui è sottoposto.
E proprio come un videogame la difficoltà aumenta progressivamente di quadro in quadro  e quel vivi/muori/ripeti si arricchisce sempre di nuovi particolari che rendono più eccitante una visione che altrimenti sarebbe stancante e ripetitiva.
Doug Liman usa un montaggio ultraserrato e ha l'abilità necessaria a non far divorare il film dagli effeti speciali aggiungendo al loop temporale quella spruzzata di Aliens -Scontro finale e quel pizzico di Starship Troopers che non guasta mai.
Riesce a tenere il film miracolosamente in equilibrio tra passato e futuro con soldati che si fondono con il loro esoscheletro multifunzione e alieni dal disegno minimal che però colpiscono per la loro nefasta letalità.
E anche lo sbarco dei soldati su quella spiaggia in uno scenario brullo e disperato fa tanto D day e spiaggia della Normandia, fa tanto Salvate il soldato Ryan anche in termini di vite umane con i visceri in bella vista del film di Spielberg sostituiti dai frammenti di esoscheletro polverizzati in un nanosecondo senza che la vittima ne sia minimamente consapevole.
Insomma Edge of tomorrow è un bel giocattolone che tra le altre cose ha anche il pregio di non prendersi troppo sul serio spruzzando ironia qua e là , giusto per non appesantire l'atmosfera plumbea che colora il destino del maggiore Cage , qualcosa di cui si è anche contenti perché il suddetto maggiore non è proprio il massimo della simpatia.
Anzi sembra più un furbetto del quartierino.
Cruise si presta al gioco in mezzo a scenari postapocalittici veramente ben disegnati e col passare dei minuti diventa quasi simpatico.
Ho detto quasi....
La Blunt in veste supereroina non mi fa impazzire, ha sempre quello sguardo un po' così ben lontano dall'essere intenso, ma qui è discretamente efficace.
Edge of tomorrow è il classico film da vedere sgranocchiando quintali di popcorn e che appassiona allo stesso modo di un videogame sulla cui falsariga è costruito.
Se basta questo è ottimo intrattenimento ed è senza dubbio meno scemo di quello che sembra....

( VOTO : 7 / 10 ) 

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