I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.
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giovedì 21 maggio 2015

Forza maggiore ( 2014 )

Tomas ed Ebba sono una bella coppia con due bellissimi bambini, Vera ed Harry.
Dopo un periodo particolarmente intenso di lavoro si stanno godendo una bella vacanza in montagna sulle Alpi francesi  quando succede un fatto che incredibilmente mina l'armonia di una coppia che fino a quel momento era perfetta.
Una valanga si stacca dalla montagna mentre loro stanno mangiando tranquillamente al ristorante all'aperto e li investe o perlomeno sembra investirli con tutta la sua forza.
Tomas prende il telefonino e scappa a gambe levate , mentre Ebba pensa ai bambini e cerca di fare loro scudo con il suo corpo.
La valanga in realtà si ferma prima, non sposta neanche i piatti che stanno sui tavoli, ma in realtà ha spostato moltissimo nell'unione familiare.
E sembra che i problemi tra i due causino una sempre crescente tensione nei figli e anche nella coppia di amici che è venuta fin sulle Alpi Francesi per fare loro compagnia.
Se dovessi spiegare a qualcuno di che cosa parla questo Forza maggiore , ammetto che sarei in una certa qual difficoltà, perché la vicenda narrata è chiarissima, addirittura adamantina nel suo assunto, quello che invece si deve cercare tra le pieghe della sceneggiatura, tra il detto e il non detto, è decisamente più difficile.
Quando ero adolescente si favoleggiava che la Scandinavia, la Svezia in particolar modo, fosse una terra di assoluta libertà ed emancipazione sessuale, di estrema elasticità nelle relazioni sentimentali e sociali in genere, una terra dove il benessere era talmente radicato da essere persino inquietante.
Ma c'era la vocina dentro che ti diceva che non poteva essere tutto rose e fiori, che sicuramente dietro il funzionamento apparentemente perfetto di uno Stato sociale tentacolare e assai accurato nel fornire il miglior servizio possibile, ci doveva essere qualcosa che non andava , perlomeno ci doveva essere qualche granello di sabbia che arrivava non dico a inceppare tutto il meccanismo ma riusciva a farlo cigolare.
Nel 2011 Ruben Ostlund, il regista di Forza maggiore, aveva firmato Play ambientato nella periferia di Goteborg , un film che spazzava via in un sol colpo l'idea della perfezione asburgica della vita svedese ( se interessa ne parlammo qui ) , in cui come un entomologo esaminava la vita di una piccola gang di ragazzi neri che commetteva vari reati e atti di bullismo.
Si era basato sugli atti della polizia di Goteborg raccolti tra il 2006 e il 2008.
E questo lavoro da entomologo lo ha fatto anche in Forza Maggiore in cui ha esaminato le reazioni di vari gruppi di persone di fronte a una catastrofe naturale.
Però se in Play era tutto terribilmente serio e aveva l'aria di un reportage giornalistico, qui la narrazione è filtrata attraverso una lente deformante che rende tutto grottesco e che evoca quasi il trisma mandibolare per come si ride a denti strettissimi.
Perché si ride , si ride a denti serrati, si serra talmente la bocca che arriva a far male perché più si va avanti e più ci si accorge che c'è poco da ridere.
Anzi nulla.
Forza maggiore è una disamina acida su quanto possa arrivare a essere misero e gretto l'animo umano, è come se Vinterberg avesse preso tutta la congrega e la cattiveria di Festen e l'avesse portata in settimana bianca da qualche parte sulle Alpi Francesi, è la dissezione chirurgica, asettica e ferocissima di una famiglia che improvvisamente scopre la crisi, un baratro senza fondo che divide Tomas ed Ebba,
Ostlund sembra un piccolo Von Trier all'opera per come (non) muove la telecamera e per come pretende in termini emotivi dai suoi attori.
Ma forse tutto è partito da Scene da un matrimonio di Bergman,  il primo film che ha dissezionato chirurgicamente in maniera così precisa il rapporto tra due coniugi.
Dopo quella fuga ingloriosa e vagamente fantozziana  di Tomas vengono meno i requisiti minimi che tengono insieme una coppia, soprattutto la stima e la fiducia reciproci.
Oscar Wilde , supremo cantore di amore e di altri sentimenti, diceva che non si può passare una vita accanto a una persona che si stima solamente ( perché ci deve essere l'amore).
Figuriamoci se viene a mancare anche la stima, se il cosiddetto uomo di casa si comportasse come un coniglio, se piangesse come una donnicciola per implorare il perdono, se ammettesse tutte le sue colpe e anche oltre.
Forse basterà un gesto riparatore o forse no.
Rimane tutto fuori campo.
Ed è questa indeterminazione che ti uccide giorno dopo giorno.


PERCHE' SI : Ostlund si dimostra ancora una volta un ottimo regista anche quando si infiltra nel territorio del grottesco, film di cattiveria difficile da raccontare, da vedere per credere.
PERCHE' NO : è un film che se ne infischia delle logiche commerciali, si prende tutto il suo tempo e si presta a talmente tante letture che sfuggiranno al grosso pubblico, ma in fondo per me non c'è problema.


LA SEQUENZA : la sequenza della valanga e quella del pianto disperato di Tomas fuori della sua stanza alla vista di tutti.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

La Svezia della mia adolescenza credo che sia definitivamente cambiata.
Il cinema scandinavo si rivela una fucina di inaspettati talenti
La settimana bianca non fa per me.
Per adesso la vacanza sulle Alpi francesi non la prenotiamo.


( VOTO : 7,5 / 10 )

Force Majeure (2014) on IMDb

venerdì 1 maggio 2015

The Keeper of Lost Causes ( 2013 )

Carl Morck è un poliziotto danese scomodo che ha commesso un grosso errore facendosi ferire e facendo finire il suo partner paralizzato in un letto d'ospedale a vita: una volta rimessosi il suo capo gli crea una sorta di ufficio tutto per lui, il Dipartimento Q in cui si deve occupare dei cosiddetti "cold cases", i casi irrisolti di qualche anno prima e che ora sono sul punto di essere archiviati.
Gli viene affiancato un collega musulmano , Assad e insieme prendono in esame  il caso di Merete Lynggard, giovane esponente politico con fratello disabile sparita misteriosamente cinque anni prima sul traghetto che collega la Svezia alla Danimarca, durante un viaggio di collegamento.
Scoprono diversi punti oscuri ma la verità è molto più brutta delle loro peggiori attese.
The Keeper of Lost Causes è il film tratto dal primo romanzo del Dipartimento Q scritto da Jussi Adler Olsen, a cui è stato dato un seguito con Fasandræberne ( The Absent One) di cui abbiamo già parlato su queste pagine qualche tempo fa ( esattamente qui ).
Nel frattempo la saga del Dipartimento Q è arrivata felicemente al sesto romanzo, Fasandræberne è stato il miglior incasso al box office danese del 2014 e il terzo capitolo è già in lavorazione  e sarò pronto a breve.
Quindi parliamo di un prodotto che ha caratteristiche vincenti sin dal suo inizio: potrei copincollare la recensione del secondo film e inserirla qui sotto perché tutto quello che ho detto sull'altro film vale anche per questo .
E' evidente che il regista , Mikkel Norgard, esperto regista televisivo, non ha voluto cambiare neanche una virgola dal primo al secondo film.
Sono due casi completamente diversi, è possibile vederli nell'ordine sbagliato ( come ho fatto io) perché i riferimenti sono praticamente assenti, The Keeper of Lost Causes non perde neanche troppo tempo in preamboli al contrario di quello che mi sarei aspettato..
Il personaggio di Carl e quello di Assad ci sono spiattellati in faccia così, brutalmente, senza troppe spiegazioni e presto prevale questa atmosfera tendente al tetro mutuata dal trauma pregresso che si porta dietro Carl, la tenebra che si porta nel cuore come un macigno è la sua caratteristica principale a cui fa da contrappeso la solarità e la razionalità di Assad che lo guida quando Carl tende a deragliare pericolosamente.
E gli succede piuttosto spesso.
L'altro contrappeso fondamentale di tutta la narrazione è la storia di Merete Lynggard .
Sto sorvolando sul caso di cui si occupano per non rovinare il piacere della visione: in realtà non è un vero e proprio spoiler perché viene tutto mostrato quasi all'inizio del film ma per me è stato un grosso shock e per questo non voglio anticipare nulla .
Interessante notare che la traduzione internazionale del titolo del film  si focalizzi sul personaggio di Carl ( una specie di custode delle cause perse), mentre il titolo originale Kvinden i buret ( più o meno Femmina in gabbia ) si riferisca alla donna sparita sul traghetto.
Anche questa produzione  è ottimamente confezionata e si situa in quella linea grigia ( ma queste parole mi sembra di averle già usate per l'altro film) che giace tra il Millennium svedese targato Stieg Larsson e un thriller americano di livello piuttosto alto che non dimentichi però delle precise logiche commerciali.
Poteva diventare benissimo una ballata dolorosa sul male di vivere di un poliziotto masticato e risputato dalla vita , poteva essere l'inno alla forza e alla determinazione di chi non si arrende mai  e invece è "solo" un thriller ottimo per passare una serata all'insegna della tensione e del dolore fisico.
Perché certe sequenze e non posso dirvi quali sono , provocano veramente del dolore fisico.
Peccato per quel finale un po' spiccio che in confronto a tutto quello lasciato vedere in precedenza ha un'apparenza piuttosto sbrigativa.
Anzi, il suo problema è un altro: dopo un film così era nelle attese un altro colpo di scena di quelli tellurici e invece ci si accontenta di qualcosa di più canonico, funzionale alla narrazione ma che rientra nei binari dell'assoluta convenzionalità.
Ma forse sono io che pretendo un po' troppo.

PERCHE' SI : ottima confezione, coppia di poliziotti ben assortita, atmosfera tetra che ti prende alla gola, 95 minuti passati sul filo della tensione senza mai guardare l'orologio.
PERCHE' NO : dal finale mi aspettavo di più, un altro , l'ennesimo colpo di scena e invece c'è la sensazione che ci si accontenti, il personaggio del villain secondo me è tenuto troppo al coperto.

LA SEQUENZA : la ricostruzione della sparizione di Merete Lynggard, passo per passo leggendo i rapporti della polizia.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
Da questo film e non solo ho capito che c'è veramente del marcio in Danimarca.
Ma anche in Svezia.
Ho conosciuto Fares Fares per due commedie assolutamente favolose ( come Jalla! Jalla! e Kops) e credevo che il suo volto e il suo fisico fossero sublimi per comicità e invece è a suo agio anche in una parte in cui non fa ridere.
Non vedo l'ora di vedere il film tratto dal terzo romanzo.

( VOTO : 7 + / 10 )

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mercoledì 11 febbraio 2015

Filth - Il lercio ( 2013 )

Bruce Robertson è un sergente di polizia di stanza ad Edimburgo col vizio della droga, dell'alcool, malato di sesso e anche di disturbo bipolare. Forza malamente la legge e utilizza tutti i trucchi possibili per cercare di avanzare di grado ai danni del suo collega Ray Lennox, sicuramente più meritevole di lui.
Pensa che guadagnando la promozione sul campo riesca a fargli riguadagnare indietro la stima della moglie e l'amore della figlia.
Ma agendo così innesca semplicemente una spirale autodistruttiva da cui è impossibile liberarsi...
Erano venti anni o giù di lì che un romanzo di Irvine Welsh non aveva una trasposizione cinematografica degna di questo nome.
Si, da Trainspotting, film spartiacque di un certo tipo di cinematografia inglese , che ha delineato un nuovo modo di fare cinema e spettacolo, votato verso l'eccesso verbale e gestuale, un fiume in piena di chiacchiere , trivialità e nichilismo esasperati.
Filth- Il lercio risponde esattamente a questo tipo di connotato stilistico, arricchendosi dello stile allucinato e contorto di un Guy Ritchie sotto metamfetamine.
Il colpo di genio di questo film è la scelta del protagonista, James Mc Avoy, attore scozzese di belle speranze dotato di un musetto adorabile, di quelli che piacciono sia alle figlie che alle madri, la classica faccia da bravo ragazzo, di quelli che passano il loro tempo libero a far attraversare le vecchiette sulle strisce pedonali o a portar loro le sportine della spesa.
Qui il nostro dà il peggio di sé in un personaggio che va al di là dell'eccesso: la leggenda narra che si sia sottoposto a una specie di training preparatorio per entrare meglio nella parte di questo film a base di alimentazione con junk food, hamburger, fish and chips, whisky e birra .
E il peggio di se stesso equivale a un'adesione totale a un ruolo talmente eccessivo che si rischiava facilmente di esondare nella caricatura: Bruce Robertson è un maniaco ma di quelli pericolosi, drogato e alcolizzato, fortemente misogino e con nessun codice morale che possa fermarlo quando è il caso di arretrare un attimo di fronte alle brutture che gli propone la sua esistenza sempre sul filo del rasoio.
Del resto non ha nulla da perdere e cerca solo di guadagnare posizioni nella scala gerarchica calpestando etica e tutto quello che può per arrivare al suo scopo.
Non si tira dietro di fronte a nulla: nella malvagità ci sguazza.
Filth- Il lercio è un film che parte da uno scheletro da crime movie e divaga sul tema seguendo la lotta contro i demoni del suo protagonista.
E infatti l'indagine si perde tra i fumi dell'alcool e della droga, facendo venire fuori l'anima acida e allucinata di un film che vive dei suoi eccessi.
Ancora non importato in Italia è uno di quei film che se lo vedi doppiato godi meno della metà e dopo non ti lecchi neanche le dita per parafrasare una famosa pubblicità.
Filth- Il lercio non è il prossimo Trainspotting ma gli è fortemente debitore, diciamo che gli manca
un'unghietta per diventare un piccolo cult nonostante un McAvoy in stato di (dis)grazia, che da solo vale il cosiddetto prezzo del biglietto e un cast di supporto di quelli che fanno girare la testa ( tipo Jamie Bell ed Eddie Marsan).
L'unghietta che gli manca è quella di Danny Boyle perché con tutta la buona volontà Jon S. Baird al momento non è Danny Boyle.
Poi magari il ragazzo si farà e mi smentirà ampiamente....

PERCHE' SI : MacAvoy in una performance esagerata, eccellente cast di supporto, nichilista senza essere caricaturale
PERCHE' NO : sicuramente un film non per tutti, Baird non vale Boyle e non ci troviamo di fronte a un nuovo Trainspotting, ancora non importato in Italia.

( VOTO : 7 / 10 )

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martedì 17 giugno 2014

We Are the Best! ( 2013)

Stoccolma 1982: Bobo e Klara sono due amiche tredicenni che si professano punk nonostante tutti si affannino a dire loro che il punk è morto e sepolto. Millantando capacità musicali che non hanno , grazie a una piccola furbizia riescono a procurarsi uno spazio settimanale gratuito in una sala prove di un centro ricreativo pubblico, attrezzata con gli strumenti musicali che loro neanche hanno.
Per farsi insegnare qualcosa propongono a Hedvig, ragazza solitaria a causa di un'educazione particolarmente bacchettona, ma brava chitarrista, di entrare nel gruppo.
E cominciano a provare passando attraverso gioie e dolori, passioni e incomprensioni, infatuazioni e litigi fino ad arrivare al battesimo del fuoco in una esibizione dal vivo davanti a quattro scalmanati...
Lukas Moodysson torna a fare il cinema che più gli ha regalato soddisfazioni, torna a trattare tematiche che sembra conoscere molto da vicino .
We Are the Best! è il ritratto di un gruppetto di adolescenti nella Stoccolma del 1982 e rappresenta un'ideale diapositiva in cui fotografare se stessi ( Moodysson è del '69, quindi lui in quell'anno aveva la stessa età delle protagoniste) e un 'epoca fatta di sogni , ideali e aspettative.
Si inserisce a pieno titolo nel genere del coming of age movie ma lo fa con quella spiccata sensibilità che contraddistingueva il suo magico esordio, quel Fucking Amal che è un film amatissimo qui a bottega.
Qui si respira la stessa aria : adolescenti in confusione ormonale, dalla sessualità incerta, genitori che sono troppo presenti e pressanti ( come quelli di Hedvig ) oppure con l'aspirazione di essere solamente amici dei propri figli lasciando loro una libertà assoluta ( che si trasforma in loro assenza come nel caso di Bobo e Klara , lasciate praticamente a vivere allo stato brado senza alcuna guida), la mancanza di comprensione tra il mondo degli adulti e quello dei ragazzi che sembrano essere due compartimenti a tenuta stagna non comunicanti tra loro.
La differenza tra Fucking Amal e We Are the Best! è nel respiro del racconto: una narrazione fluida e lineare nel primo caso, un andamento rapsodico nel secondo e questo lo si deve sicuramente alla fonte da cui è tratto, una graphic novel ad opera di Coco Moodysson, moglie di Lukas.
We Are the Best! è un film semplice, senza orpelli , strutturato esattamente come le strisce di un fumetto, che racconta in modo spontaneo e volitivo la vita di queste tre adolescenti che stanno cercando il modo migliore, e più indolore, di crescere.
Vogliono essere orgogliosamente diverse, esplorano anche le trasgressioni, trovano l'amalgama perfetta nella loro diversità e soprattutto vedono tutto dal basso della loro prospettiva di tredicenni che hanno appena imboccato la via dell'adolescenza.
Moodysson cattura alla perfezione lo spirito libero e la spontaneità di tre protagoniste a loro modo straordinarie per sguardo e per il loro essere simpaticamente genuine.
Personaggi a cui ci si affeziona e quasi dispiace di lasciare quando scattano i titoli di coda.
We Are the Best!  parla di punk senza essere un film musicale ( anche se la colonna sonora, ben presente , è massiccia il giusto), ricostruisce un 'epoca  in cui tre ragazzine, fondamentalmente una che poi contagia le altre due, si mettono in testa di far rivivere un genere musicale crollato sotto i colpi della new wave e dell'heavy metal.
Per fare punk non occorre saper suonare: in questo Sex Pistols e Ramones sono una testimonianza eclatante.
Bisogna ESSERE  punk!
E allora puoi fare tutto, anche avere un solo pezzo in repertorio e non saperlo nemmeno suonare bene....
Loro lo possono fare perché Bobo, Hedvig e Klara sono le migliori.
They Are the Best!

( VOTO : 8 + / 10 ) 

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giovedì 19 settembre 2013

A Royal Affair ( 2012 )

1767: la giovane principessa inglese Caroline Matilda va in sposa quindicenne , come da promessa, al cugino, re Christian di Danimarca di appena due anni più grande. Il suo matrimonio si rivelerà presto un inferno: il re è fragile psichicamente , se non squilibrato e preferisce la compagnia delle matrone del bordello a quella della regina. Ma riescono lo stesso a procreare un erede. Christian è praticamente prigioniero del Consiglio di Corte che lo tratta come un minus habens e lo esclude da tutte le decisioni politiche finchè non conosce un medico tedesco,Johann Friedrich Struensee, seguace delle nuove idee illuministe che stanno prendendo piede in Europa.Il medico grazie a terapie oculate fa migliorare lo stato mentale del giovane re, diventa suo buon amico e  riesce ad instillargli idee nuove in politica attuando riforme impensabili fino a pochi anni prima.
Ma il dottor Struensee commette un tragico errore: si invaghisce , ricambiato, della regina Caroline Matilda e questa diventa un'arma formidabile nelle mani di quel Consiglio di Corte, fatto di nobili conservatori fomentati dalla matrigna del re Christian, per metterlo in cattiva luce anche a  causa delle sue idee illuministe e riprendersi il potere mandando in esilio la regina.
A Royal Affair di Nikolaj Arcel, già cosceneggiatore della serie tv scandinava Millennium e, tra gli altri,  del film Uomini che odiano le donne, tratti dai fluviali romanzi di Stieg Larsson, racconta un pezzo di storia danese che è ignorato dai più, soprattutto alle nostre latitudini.
C'era il rischio di fare qualcosa di polpettonesco, la durata ampiamente sopra le due ore in questo senso predispone e magari ci si accorge che , specie nella parte centrale , il passo è quello lungo della fiction televisiva. Ma stavolta non è un male: il tempo che Arcel si prende per raccontare la sua storia è ben impiegato nel comporre un quadro variegato ed esaustivo delle personalità complesse dei tre protagonisti in campo tutti alle prese con le proprie debolezze e contraddizioni.
Christian VII di Danimarca è un re solo di facciata, pusillanime prigioniero dei suoi dignitari, interessato più ai suoi giochi e scherzi che alle sorti del suo popolo.
La regina Caroline Matilda è prigioniera di una vita consacrata all'opulenza e al lusso sfrenato ma senza neanche un barlume di felicità e per questo è quasi portata a cedere le sue grazie al dottor Stuensee, di idee illuministe ( quasi socialiste ) ma allo stesso tempo assiduo frequentatore di bordelli e dedito al libertinaggio come pochi.
Eppure dalla sinergia di queste tre personalità differenti e uniche venne fuori una stagione di riforme irripetibile per la Danimarca.
A Royal Affair è fondamentalmente la storia dell'ascesa e della caduta del dottr Struensee a cui Mads Mikkelsen dona fascino e fisicità e proprio la passione che lega tra di loro i protagonisti è un qualcosa che gli permette di andare a un livello superiore rispetto ai soliti film ricchi visivamente, curati sotto ogni aspetto formale, ma fondamentalmente senza anima.
Il film di Nikolaj Arcel oltre a offrire particolare ricchezza nelle ricostruzioni d'epoca e uno sfarzo raramente riscontrabile in una produzione europea ( per di più scandinava, non proprio la cinematografia più ricca) regala una storia di amore, di passione in vorticoso crescendo e con delle pagine assolutamente vigorose in cui il fuoco che arde dentro i cuori dei personaggi viene efficacemente contrappuntato dal gelido clima danese, con il ghiaccio che avvolge tutto e tutti.
E poi ci sono delle prove d'attore assolutamente straordinarie: detto della prova eccellente di Mads Mikkelsen, ormai una garanzia anche a livello internazionale, la vera scoperta di questo film è Mikkel Boe Folsgaard nella parte di Christian che disegna un personaggio memorabile  afflitto da problemi di paranoia e di schizofrenia, vittima delle proprie pulsioni e insicurezze senza mai scivolare nell'eccesso dell'overacting o nella caricatura.
A Royal Affair ha anche concorso come miglior film straniero agli Oscar del 2013.
Continua a esserci del marcio in Danimarca.

( VOTO : 7,5 / 10 ) 


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domenica 15 settembre 2013

Submarino ( 2010 )

Nick vive in un piccolo appartamento squallido: è appena uscito di prigione e cerca di dimenticare la sua vita grama con lunghe sedute di pesi in palestra e bevute massacranti. Ha un fratello minore ( nel film non ha nome)  che ha un figlio, Martin, è vedovo e tossicodipendente. Non si vedono da anni ma si incontrano di nuovo al funerale della madre che ha segnato la loro infanzia per la sua dipendenza all'alcol.
Un altro evento ha segnato in modo definitivo l'infanzia di Nick e del fratello.
Ora entrambi cercano di fuggire dalla spirale autodistruttiva in cui sono imprigionati.
Ma non sarà facile....
C'era già Shakespeare che in tempi non sospetti diceva che c'era del marcio in Danimarca.
E per vedere il marcio che si nasconde in un Paese lindo e progredito come il piccolo Stato nordico, basta guardarsi un film di Thomas Vinterberg che con la sua cinepresa da entomologo sfruculia letteralmente nello squallore che si nasconde dietro la facciata pulita e rispettabile danese.
Submarino è uno sguardo cupo e disperato su una Copenaghen nascosta agli occhi dei turisti, un coacervo di fallimenti, di clochard buttati agli angoli della strada a subire le angherie del tempo e di bulletti occasionali, di famiglie disfunzionali tenute assieme non si sa come, di esistenze al margine che vanno avanti per inerzia , giorno per giorno.
Non è un bel posto per viverci questa Copenaghen tratteggiata in modo così feroce e realistico: lo sa bene Nick che si sente nè più , nè meno di un rifiuto della società e lo sa anche  suo fratello che nel film non ha nome, un tossicodipendente senza speranza che cerca goffamente di nascondere questo suo "vizietto" al figlio che in molti frangenti si dimostra più adulto del padre.
Ecco, in questo quadro di totale annichilimento  , l'unica speranza che lascia intravedere un film a tonte fosche come Submarino, è legata al ruolo dei bambini che spesso sono più adulti di coloro che adulti lo sono solo anagraficamente e che dovrebbero badare a loro.
E'evidente nel flashback che apre il film e che descrive l'ambiente da cui sono venuti fuori Nick e il fratello ( madre alcolizzata assolutamente non in grado di badare loro) bambini che  avranno la loro infanzia segnata da un'immane tragedia, ed è evidente anche nel rapporto tra Martin e il padre tossicodipendente, in quello sguardo a metà tra il comprensivo e l'inquisitore, una sorta di rimprovero per un genitore che vorrebbe nascondere tutti i fantasmi della sua vita dietro i paradisi artificiali creati dall'eroina.
Submarino non lavora per ellissi, picchia direttamente allo stomaco descrivendo esistenze gettate via o che si stanno gettando dentro un abisso senza fondo.
Vinterberg non lavora di cesello ma stavolta usa la sciabola per un film di durezza inaudita in cui tutto viene mostrato e non suggerito: anche la tragedia terribile a cui devono sopravvivere Nick e il fratello, dai tempi della loro infanzia.
In un alternanza tra esterni grigi e ghiacciati di una Copenaghen ben lontana dallo stereotipo fissato nelle immagini delle cartoline ed interni in cui lo squallore è appena rischiarato dalle scene in cui il fratello di Nick cerca di dare al figlio quella quiete familiare negata dal destino ( ma anche se non soprattutto da quella immensa fregatura del libero arbitrio), Submarino conferma il talento di un cineasta come Vinterberg che lontano dai rigidi dettami del Dogma, lascia intuire la sua capacità di raccontare tutto il marcio che si nasconde dietro una società apparentemente aperta e all'avanguardia come quella danese.
Facendoci sapere che Shakespeare aveva proprio ragione.

( VOTO : 7,5 / 10 ) 

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giovedì 12 settembre 2013

Wither ( 2012 )

Ida e Albin sono una coppia felice che non ha particolari problemi se non quello di pianificare di trascorrere il fine settimana assieme dopo tanto tempo che non riescono a farlo. Decidono di passare assieme ad alcuni amici un weekend in una casa tra i boschi semi abbandonata scoperta dal padre di Albin. Ma nella casa c' è una botola e dentro quella botola c'è qualcosa che determina in ognuno cambiamenti irreversibili.
Sarà una lotta per la sopravvivenza all'ultimo sangue.....
Siete in astinenza completa e irrimediabile e non potete vivere senza l'Evil Dead originale e relativi seguiti targati Sam Raimi?
Il remake tanto strombazzato di quest'anno vi ha deluso e avete deciso di mettere fuoco al Blu Ray che vi hanno appena regalato sapendo della vostra passione per l'originale? Siete stufi dei soliti teen horror plastificati americani in cui tutto il sangue e i liquami biologici sono solo trucchi creati col computer?
Volete un po' di sangue e frattaglie vere, fegatini sparsi e mobili usati creativamente come corpi contundenti come non succedeva dai tempi di Alta tensione di Alexander Aja? Volete anche un paio di ragazze di livello?
Non siete ancora stufi di case nei boschi e di botole nel pavimento che nascondono chissà quali mostri?
E neanche di simil zombies che non vanno giù neanche a colpi di doppietta caricati con palle da cinghiale?
Ecco allora fermatevi, avete trovato il film che fa per voi.
E' un film svedese, quindi fuori dai circuiti internazionali, realizzato da una troupe ridotta all'osso ( in ogni fase della lavorazione del film c'erano sempre i soliti tre nomi) con un budget da filmino della Prima Comunione, se non ho sbagliato calcoli con il cambio corone svedesi/euro, questo film dovrebbe essere stato realizzato con appena 35 mila euro.
Wither (un altro titolo con cui circola è Cabin of the dead, una botta suprema di originalità) è un remake apocrifo non dichiarato dell'Evil Dead raimiano a cui si richiama in modo quasi imbarazzante, ci sono anche alcune inquadrature copiate di sana pianta.
Senza però l'ironia sbracata che caratterizzava l'originale: qui a parte i primi venti minuti in cui si introducono i personaggi ( ma il film si apre con una sequenza abbastanza inquietante che fa entrare subito nell'atmosfera malata come da copione), si pesta di brutto sulla violenza, sullo splatter e sul gore.
E se la storia assomiglia a milioni di altre la cattiveria e la brillantezza della realizzazione ne fanno un film assolutamente decente e non è cosa da poco vista la partenza ad handicap a causa della totale mancanza di originalità.
Non c'è nulla di originale , ci sono alcuni personaggi che compiono le solite azioni ad minchiam ( tipo arrivi in una casa che neanche conosci, vedi una botola e ti ci fiondi per vedere che cosa c'è dentro? cazzo, ma non hai mai visto un film horror?) ma è un film che nella seconda parte ha ritmo da vendere e ha effetti speciali molto artigianali, molto vintage ma assolutamente encomiabili visto il budget a disposizione.
Tra Evil Dead, Cabin fever , Alta tensione e milioni di altri titoli Wither probabilmente non ha la forza di emergere in modo definitivo ma stupisce che una pellicola realizzata con pochi spiccioli come questa regga visivamente il confronto con produzioni ben più ricche.
E poi ha quel tono dark, apocalittico che cattura alla perfezione l'atmosfera che si respirava nei primi due Evil dead targati Raimi.
Wither è un film che cita il maestro con una passione contagiosa .
Un'ora e mezzo di divertimento senza pretese....

( VOTO : 6,5 / 10 ) 

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domenica 8 settembre 2013

The killer inside me ( 2010 )

Anni '50: Lou Ford è un vice sceriffo di una piccola cittadina del Texas nata per lo sfruttamento petrolifero: ha modi gentili, amministra la legge in modo piuttosto elastico e apparentemente di buon senso col fine di mantenere tranquilla il più possibile la vita della cittadina. Ma è solo facciata: quando lo sceriffo lo manda ad indagare su una prostituta Lou se ne invaghisce e questo suo sentimento lo porterà alla rovina.
Per continuare a vivere tranquillo e non essere sospettato di alcunchè di criminoso deve cominciare a uccidere e la scia di sangue che lascia non finirà tanto presto....
Winterbottom è regista assai eclettico ma nel suo caso questo suo saltare di palo in frasca spesso ha dato esiti non all'altezza delle aspettative.
Certo con Butterfly Kiss, storia di un amore oltre i limiti della patologia, Go now storia di una patologia oltre i limiti dell'amore e Jude, riuscita  trasposizione della prosa oscura ed enrergica di Thomas Hardy tutti avevano pensato che era nata un'altra stella del firmamento registico inglese.
E invece Winterbottom ha alternato piccole produzioni ad altre opere più ambiziose in cui la sua mano si è dimostrata purtroppo per lui meno felice. 
Ma la sua carriera continua impeterrita ad inanellare titoli di tutti i generi. 
The Killer inside Me è la sua rilettura dell'omonimo romanzo di Jim Thompson.  Urla di scandalo per la violenza insostenibile di alcune sequenze lo hanno accompagnato per ogni dove ma dopo averlo visionato  posso affermare che è la classica montagna che ha partorito il topolino. 
Se qualcuno parla di violenza insostenibile riguardo a questa pellicola per qualche schiaffone sul sedere di Jessica Alba o Kate Hudson o per qualche pugno in faccia , beh allora vedendo Martyrs,  Frontiers,  Calvaire o anche un qualsiasi thriller coreano che dovrebbe dire?

Il film è incentrato sulla figura di questo vicesceriffo di un posto dimenticato da Dio, un tutore della legge che ha un fisico da scamorza e tante belle donne che gli orbitano attorno. 
E lui ,innamorato solo di se stesso e geloso della propria vita, comincia a rimuovere gli ostacoli che si frappongono tra lui e il suo concetto distorto di felicità.
Non parlerei di serial killer ma semplicemente di un assassino/matrioska  (perchè racchiude dentro di sè qualche evidente disturbo psichico) che si ritrova intrappolato nel suo disegno di un mondo perfetto e che è costretto a continuare a uccidere per sviare i sospetti e porre rimedio agli sbagli commessi in precedenza.
Il problema del film è che non ha una progressione drammaturgica degna di questo nome ma procede solo meccanicamente senza suscitare la benchè minima meraviglia.
E' tutto già scritto e già visto, compreso il finale che rende finalmente visibile la psicopatologia del protagonista.
A parte qualche piccolo sussulto The Killer Inside Me regala molto poco del talento del suo regista ( ammesso che ci sia  ancora , più si va avanti e più se ne dubita) e degli attori coinvolti( che comunque cercano di salvare il salvabile).
Un film che doveva essere importante è diventato solo  un thriller sudaticcio di ambientazione sudista che si comincia a dimenticare appena dopo i titoli di coda. 
E non è giusto trattare così uno scrittore come Jim Thompson.

( VOTO : 5 / 10 ) 


The Killer Inside Me (2010) on IMDb

martedì 23 luglio 2013

Solo Dio perdona ( 2013 )

Julian gestisce assieme al fratello una palestra di thai boxe in quel di Bangkok. In realtà è solo una copertura per trafficare droga. Quando il fratello violenta e uccide una prostituta minorenne la polizia thailandese incarica delle indagini Chang, un ex funzionario che ha un suo personalissimo codice d'onore. Individua il colpevole e lo fa uccidere dal padre della ragazza a cui poi lui taglierà la mano destra.
La madre di Julian arriva a Bangkok per recuperare il corpo del figlio morto e ordina all'altro di consumare una feroce vendetta.
Ma forse Julian non è il tipo adatto e Mr Chang è un osso decisamente duro....
Per Refn era complicato gestire il ritorno il sala dopo un successo planetario come quello di Drive.
Poteva semplicemente girare un film sulla scia del precedente , senza troppi voli pindarici oppure perdersi dietro alle ossessioni del suo cinema passato ( e forse anche futuro) che erano appena appena state ammortizzate in occasione della pellicola che lo aveva fatto conoscere a tutto il globo terracqueo.
I produttori sicuramente premevano per avere un Drive 2 e ciò spiega anche il vergognoso trailer che ha accompagnato Solo Dio perdona e che ha cercato in tutte le maniere di far capire che questa sua nuova pellicola fosse nella scia della sua opera precedente.
Niente di più sbagliato.
Solo Dio perdona è la visione personalissima di Refn del revenge movie di stampo orientale.
Fatta la tara al personaggio di Gosling ( all'inizio del film ci si chiedeva se stavolta avesse parlato oppure sarebbe stato come nell'altro), laconico come nella pellicola precedente ma stavolta privo del carisma del personaggio senza nome di Drive, la nuova opera di Refn orbita attorno al concetto di vendetta e di codice di giustizia.
Quale è la migliore giustizia? quella amministrata dalle leggi , quella divina o quella per cui la vendetta è un piatto da consumare caldo, caldissimo?
Julian e Mr Chang sono due pianeti dalle orbite lontanissime che si troveranno fatalmente a cozzare a causa  del concetto distorto di vendetta che anima la madre di Julian,
E qui si innesca anche la tematica di un rapporto madre figlio probabilmente mai sbocciato ( lei ricorda continuamente che il fratello era meglio in questo, in quell'altro e in quell'altro ancora), l'ansia di un figlio tormentato da tutte le implicazioni di Edipo e del suo complesso che cerca di rispondere alla madre nel linguaggio che finalmente lei vuole sentire e la mancanza di personalità di Julian abbastanza disinteressato a vendicarsi di un fratello mai troppo amato e preoccupato più di soddisfare le richieste dell'ingombrante genitrice che con la sua personalità prorompente lo prevarica e lo oscura.
Solo Dio perdona rinvigorisce il gusto di Refn per la narrazione frammentaria, non lineare, l'unità temporale viene flessa continuamente come per adattarla alle suggestioni estemporanee del suo autore affascinato dalle dinamiche sinusoidali del cinema orientale, hongkonghese in particolare ( il ritmo della quiete prima della tempesta intervallato ad accelerazioni di violenza improvvisa e senza compromessi che qui viene suggerita più che mostrata) che vengono rilette alla luce del suo stile talmente poco hollywoodiano che quasi stupisce che il suo talento non sia stato fagocitato e appiattito dalla fabbrica dei sogni americana.
Solo Dio perdona è opera spuria, un diamante grezzo volutamente opacato nella notte di una Bangkok che somiglia più a un girone infernale che a una delle mete turistiche più ambite al mondo.
Refn ha fatto un'altra volta centro ma stavolta Gosling non lo ha aiutato più di tanto.
Ormai i personaggi che gli vengono cuciti addosso sono tutti pericolosamente vicini allo stereotipo creato da Drive.
Impagabile l'apparizione di una Kristin Scott Thomas che sembra un angelo caduto dall'inferno: nascosta sotto un turbine di capelli biondi è lei la stella polare del film, molto più del pusillanime Julian e del violento Chang, reso un filo ridicolo dalle sue velleità canterine.
Solo Dio perdona è film nato più per dividere che per unire.

( VOTO:  7 / 10) 


Only God Forgives (2013) on IMDb

martedì 23 aprile 2013

L'ipnotista ( 2012 )

Nella fredda Stoccolma d'inverno, in piena atmosfera natalizia, il commissario Jonna Linna comincia ad indagare su un triplice brutale omicidio. Una intera famiglia massacrata a colpi di coltellaccio da cucina, il padre al lavoro, la madre e la figlia piccola in casa dove c'era anche l'altro figlio ferito gravemente e miracolosamente scampato al massacro. C'è anche un'altra figlia grande da qualche parte della Svezia ma è da tanto tempo che sembra non avere contatti col resto della famiglia.Il ragazzo scampato alla strage però non può essere interrogato, almeno non con i metodi tradizionali così a Linna viene in testa un'idea meravigliosa: interrogarlo tramite ipnosi condotta dal controverso professor Bark che aveva smesso di esercitare la professione per via di uno scandalo che ne aveva spazzato via la reputazione.Cominciano le sedute di ipnosi, qualcosa si comincia a capire della vicenda ma il figlio di Bark è rapito....
Lasse ( Hallstrom) è tornato a casa: in fuga da quei  melodrammi hollywoodiani molto leccati e anche un po' patetici di cui era ormai diventato uno specialista, prigioniero di una sorta di ghetto artistico, una gabbia dalle sbarre dorate visto che i suoi incassi più o meno li ha portati sempre a casa, tornato nella natia Svezia si tuffa nel genere che va tanto di moda ora in Scandinavia, più o meno dal successo della saga Millennium creata su carta dal compianto Stieg Larsson e poi trasposta su piccolo e grande schermo un po' in tutte le salse e addirittura rifatta anche in quel di Hollywood da Fincher.
Non vorrei sbagliare ma in principio fu il romanzo Il senso di Smilla per la neve di Peter Hoeg a sdoganare il thriller scandinavo, con relativa trasposizione cinematografica ( un po' zoppicante ma di ambientazione assai suggestiva) di Bille August.
E' indubbio che il thriller scandinavo abbia un passo diverso da quello hollywoodiano e non è un caso che il passo lungo che ha è quasi più adatto al piccolo schermo che non al grande schermo.
L'ipnotista non sfugge a questa considerazione: dopo un incipit virato al rosso sangue in cui Hallstrom dà sfoggio anche di un certo estro visivo, il film si sofferma soprattutto sulla caratterizzazione dei personaggi in campo e non moltissimo sull'indagine che procede abbastanza stancamente. I colpi di scena , pur presenti in buon numero sono diluiti dall'elevato minutaggio ( siamo alle due ore piene, durata rischiosa per un genere in cui si deve mantenere sempre alta la tensione) e ci si sofferma forse troppo sulle crisi personali dei vari protagonisti, soprattutto la figura dell'ipnotista e della moglie che alla perdita del figlio scontano tutta una serie di problemi interni al loro matrimonio che deflagrano improvvisamente.
Altri personaggi sono lasciati un po' in disparte , tipo quello della sorella maggiore , dimostrandosi sostanzialmente inutili alla progressione drammaturgica del racconto.
L'ipnotista può contare su una confezione di lusso con una fotografia e una regia che fanno pensare a una matrice televisiva , di una discreta caratterizzazione dei protagonisti e di un buon livello recitativo, si avvale inoltre di ambientazioni suggestive soprattutto in un finale al calor bianco in cui registicamente Hallstrom si scrolla di dosso il torpore che lo aveva attanagliato nella parte centrale.
Latitano speigazioni e moventi del massacro ( trincerarsi dietro la pazzia è troppo comodo) ma mancano anche quelle svolte sentimentali tanto care agli script hollywoodiani e questo può essere visto solo positivamente.
L'ipnotista è il classico film medio , senza infamia nè lode, che non brilla certo per originalità o per altre doti particolari.
E' un compitino però fatto bene con una bella parte iniziale e una parte finale veramente thrilling ma che nel mezzo mostra inutili digressioni melodrammatiche.
A parte questo non me la sento proprio di condannarlo.
C'è di molto peggio in giro .
Certo, c'è anche di meglio ma talvolta bisogna accontentarsi...
Un'ultima cosa perchè utilizzare il termine ipnotista ( ai confini della lingua italiana ) e non ipnotizzatore?

( VOTO : 6 / 10 )  The Hypnotist (2012) on IMDb

sabato 13 aprile 2013

Beyond ( 2010 )

Leena sta festeggiando assieme a suo marito e alle loro figlie il giorno di Santa Lucia. Una telefonata a casa avverte che sua madre è ricoverata in gravissime condizioni all'ospedale e ha espresso il desiderio di rivederla un'ultima volta. Se per Leena questo vuol dire profonda crisi perchè ha passato gran parte della sua vita a cancellare con grande pervicacia il suo passato, il marito prende l'iniziativa di portarla dalla madre.E intanto affiorano i ricordi di infanzia di Leena, lei figlia di immigrati finlandesi in Svezia ( integrazione difficile sia linguistica che sociale) , costretta suo malgrado a tutelare un fratellino più piccolo ed evitare che i genitori , vittime della dipendenza da alcool , facciano più danni di quelli che fanno già.
Fino a quel brutto giorno in cui i servizi sociali portano via lei e il fratellino per affidarli a una struttura protetta. Intanto oltre al riaffiorare di questi ricordi, Leena si confronta al capezzale con la vecchia madre morente in un crescendo di dolore....
Beyond rappresenta l'esordio dietro la macchina da presa di Pernilla August, già attrice bergmaniana, già ex moglie del più famoso ( o famigerato a seconda dei punti di vista ) Bille August e con questo film ha vinto ha vinto il Premio Settimana Internazionale della critica al festival di Venezia del 2010.
Un premio che non sorprende non perchè ci troviamo di fronte a un capolavoro, perchè così non è, ma perchè ci troviamo di fronte al classico film da festival specializzato, un drammone a tinte fosche con una struttura fatta con flashback a incastro in cui si fa un ampio excursus della vita di una ragazzina, Leena, a cui hanno rubato troppo presto l'infanzia e lo si alterna alla sua vita di adulta normale medioborghese, mediamente felice, con una bella famiglia, un marito amorevole, senza troppi problemi economici e una riconciliazione mancata con il suo passato doloroso.
Il fulcro del film è tutto qui: se i figli sono pezzi 'e core anche le mamme lo sono e Beyond descrive in modo anche un po' artificioso il travaglio della Leena adulta che quasi non si vuol far contaminare dal ricordo della sua infanzia, lo tratta come un qualcosa da rimouovere totalmente dalla propria vita.
Il film della August naturalmente urla Bergman ad ogni inquadratura ma anche Ibsen nel suo essere caratterizzato da duelli all'ultimo sangue tutti giocati all'interno di quattro mura soffocanti.
La storia che appassiona di più è senza dubbio quella della Leena bambina e del suo essere così responsabile a un'età così verde, colpisce il suo amore per un fratellino meno attrezzato di lei a sopportare le brutture che la vita gli propone e la sua delicatezza nel cercare di nascondere in che brutta situazione entrambi vivano.
E il segreto che la Leena adulta si porta dentro è proprio il rimorso per non essere riuscita a fare di più per quel fratellino tanto amato e da cui è stata divisa a forza.
Naturalmente un film di attori come questo vive sulle performances dei protagonisti e qui sono tutti di ottimo livello: da Noomi Rapace qui al suo ultimo film prima di fare il definitivo salto dell'Oceano Atlantico per andare a Hollywood per girare il secondo capitolo di Sherlock Homes, a Ola Rapace ( marito,ormai ex,  di Noomi, stesso nome d'arte, che aggiunge al tutto un tocco di spontaneità in più ), fino alla prova della giovane Tehilla Blad, nella parte della Leena bambina, recitata con grande intensità a trasporto.
Curioso che la giovane Tehilla abbia già nel suo curriculum varie apparizioni nella serie Millennium, quella che ha dato la notorierà a Noomi Rapace, recitando nella parte della giovane Lisbeth Salander...
Beyond non è sicuramente un film imprescindibile ma è notevole il lavoro della August sugli attori e sulle emozioni che scoppiano violente in una parte finale che ha il sapore di una chiusura definitiva col passato senza essere per questo troppo consolatorio.
Perchè talvolta l'amore non riesce a vincere su tutto.

( VOTO : 6,5 / 10 ) 

Beyond (2010) on IMDb

martedì 25 settembre 2012

Lasciami entrare ( 2008 )

Un film sui vampiri? Può darsi.
Un horror ? Sicuramente no. O meglio non solo.
Lasciami entrare narra sommessamente la storia d'amore tra Oskar ed Eli.
Hanno entrambi 12 anni.Ma Eli li ha da molto tempo....
Un film densissimo come la neve onnipresente, immerso nel silenzio e nella solitudine di un quartiere domitorio alla periferia di Stoccolma agli inizi degli anni '80, fatto di caseggiati tutti uguali e giardini sepolti sotto un soffice manto bianco appena sfiorato da impronte di passi.
Qui si incontrano due adolescenti dodicenni Oskar ed Eli. Lui è un tipo un po'strano che non ha il fisico nè il coraggio per diventare un capogruppo, un maschio dominante, vive la propria solitudine accanto ad una madre che quasi mai vediamo e a un padre complice ma tremendamente assente.
E'un bersaglio dei bulli della scuola e viene vessato continuamente.
Eli è accompagnata a un remissivo signore di mezza età, è vestita male, è fredda come il ghiaccio e vive solo di notte. Eli è un vampiro ma vive la sua condizione di diversità in maniera dolorosa, preferisce che sia l'uomo che l'accompagna che si industri a trovarle il sangue per nutrirsi, per lei assolutamente necessario.
Lei deve uccidere per vivere altrimenti sarà lei a soccombere.Ma lo fa con grande dolore.
I due empatizzano,si affezionano e si insegnano reciprocamente che cosa è l'amore, almeno quello platonico perchè è chiaro fin dall'inizio che tra di loro non ci potrà essere nulla altro.
Oskar prende consapevolezza gradatamente della diversità di Eli ma i suoi occhi sono da bambino e la vede dal basso della sua ingenuità.Lei stessa gli dice che per vivere deve andare via, se resta morirà, perchè è costretta suo malgrado, morto l'uomo che collaborava con lei, ad attaccare vittime più o meno volute o innocenti.
Ma ritornerà al momento giusto e si intuisce un lungo futuro insieme in una sorta di nemesi circolare.
Più che dell' horror questo film ha una sottile ma lancinante anima melò...il loro è un amore impossibile , non potrà mai essere consumato , non saranno mai appartenenti alla stessa razza ma per amore si supera questo ed altro.
Il vampirismo visto come malattia contagiosa trasmissibile che per zelo si cerca di non far espandere eliminando direttamente le vittime del morso,diventa una metafora di solitudine e diversità che insieme possono far male e anche tanto.
La messa in scena è minimalista, il ritmo compassato, la fotografia spegne tutti i colori uniformandoli a tonalità plumbee, gli effetti speciali sono veramente pochi e mai mostrati compiutamente.
E'evidente la scelta di andare controcorrente: di suggerire l'orrore, non di mostrarlo, un po' come si faceva una volta.
E il film ne guadagna di atmosfera ,diviene disturbante, entra sottopelle con la sua carica eversiva nello scardinare le coordinate del genere destrutturando di fatto tutta l'iconografia dei film sui vampiri.
Perchè Eli prima di essere un vampiro, è una bambina di dodici anni circa che non si ricorda da quanto li ha, prova sulla sua pelle che cosa vuol dire mangiare qualcosa d'altro oltre al sangue,una bambina che arriva per amore a minacciare quasi Oskar di suicidarsi perchè lui per ripicca infantile non la invita ad entrare e lei entra senza il suo consenso.
Ma Eli è anche la stessa che ritorna al momento giusto quando per Oskar le cose si stavano mettendo male in piscina e con furia nichilista in una splendida sequenza ovattata perchè vista in prospettiva subacquea mostra tutto il suo lato animalesco di predatore notturno uccidendo con bestiale ferocia chi minaccia il suo Oskar.
E parte con lui in treno....
Lasciami entrare è un film dal budget ridotto che ha quasi l'aspetto scarnificato di un film del Dogma 95 ma che in realtà svela molte finezze...
Oggetto di un instant remake americano che per una volta non ne stravolge lo spirito.

( VOTO : 9 / 10 )  Let the Right One In (2008) on IMDb

sabato 26 maggio 2012

Fucking Amal ( 1998 )



C'è una fottuta Amal in ogni luogo.Una cacca di mosca su una cartina ma capace dir racchiudere quelle classiche storie larger than life. E il film di Lukas Moodysson ne racconta una, senza alcuna pretesa sociologica ma solo con la cinepresa piazzata nel punto giusto. Questa è la storia di Agnes, solitaria che divide i suoi segreti e le sue poesie col fido computer. Ed è anche la storia di Elin, bionda, bassina, fianchi larghi e polpacci da terzino. Eppure è carina , è estroversa, la più concupita della scuola.
 Agnes ama Elin. La sua illusione ansiosa corre veloce sui tasti del computer quando fantastica su di lei e su di loro, insieme. Elin invece non lo sa chi ama. E'la ragazza più desiderata di tutta la scuola, una di quelle che vengono anticipate dalla propria reputazione, ragazzi ai suoi piedi al suo schioccar di dita. E tra coloro che sono ai suoi piedi c'è anche Agnes. Tutto sta ad accorgersene. Elin la bacia per gioco e se per Agnes le quattro mura della sua camera diventano sempre più opprimenti perchè incurvate dal peso degli interrogativi, per lei invece sembra diventare tutto più chiaro. Perchè ha sentito qualcosa di diverso. La porta del bagno chiusa. Fuori si raccoglie una piccola folla di studenti curiosi che fantasticano su chi ci sia chiuso dietro quella porta assieme a Elin. I nomi sfilano rapidi e vengono esclusi uno a uno ma la porta resta sbarrata. Arriva un professore. Cerca di riportare un pò di calma. Dentro quel bagnetto angusto Elin ed Agnes si parlano,si guardano negli occhi,quella che fino a qualche tempo prima era la biondina più in vista di tutta la scuola ora ha lo sguardo basso mentre cerca di dichiarare quello che prova alla persona di cui si è invaghita,quasi balbettando.
"Elin, è vero quello che  hai detto prima?" le dice Agnes quasi con tono inquisitorio. Vuole una risposta definitiva.
Elin abbassa lo sguardo, appare timida come non è mai stata, forse confusa eppure le risponde
"Certo...".
E'abbastanza. 
Agnes con dolcezza le ravvia una ciocca di capelli biondi ribelli. Un gesto tanto piccolo quanto intimo. Ora sono pronte per affrontare il mondo là fuori . 
Insieme.
La porta si apre piano e appare Elin con faccia trionfante, un sorriso che le accende il bel viso e presenta a tutti la sua nuova ragazza , Agnes. 
Non un trofeo ma il suo orgoglio,una conquista. E con quella l'illusione, ancora lei parola canaglia, che l'omofobia che percepiscono avvolgerle come intossicante cappa di zolfo venga d'incanto spazzata via. La loro illusione è stata tante volta anche la mia. L'amore non dovrebbe mai essere nascosto. Eppure anche se siamo nella fottuta Amal la storia di queste due adolescenti può essere il paradigma di una liberazione. Il futuro è scritto nel fondo di un bicchiere di latte con cioccolato. Forse Elin lo fa troppo forte. 
Ma Agnes gradisce, lei anela solo alla normalità di tutti i giorni senza che nessuno riesca a rendere torbido il loro sentimento.
Un ottimo punto di partenza per tutte le Agnes e le Elin di questo fottuto mondo....

( VOTO : 10 / 10 )


Show Me Love (1998) on IMDb

domenica 8 aprile 2012

Play ( 2011 )


La sonnacchiosa Goteborg è lo sfondo del terzo film di Ruben Ostlund che traendo ispirazione da fatti giudiziari avvenuti tra il 2006 e il 2008 descrive da entomologo il minuzioso lavoro di una gang di cinque ragazzi neri tra i 12 e i 14 anni che con la tecnica del fratellino ( uno di loro si fa mostrare il telefonino dalla vittima e dice che è come quello rubato al fratello più piccolo) ruba telefonini e anche altro a ragazzi coetanei o più piccoli.
In Play tutto comincia dentro un centro commerciale in cui vengono abbordati due ragazzini (praticamente un'azione dimostrativa per introdurre la tecnica allo spettatore)  e poi si concentra sullo stalkeraggio dei cinque ai danni di tre bambini all'incirca loro coetanei. La loro fuga attraverso i mezzi pubblici è costellata di vari incontri che comunque non distolgono la baby gang (anche quando viene malmenata su un tram dal gruppo di amici di una ragazza a acui avevano rubato il telefonino).
Vittime e carnefici  sono legati a doppio filo come in un gioco al gatto col topo in cui quest'ultimo viene talmente disorientato che arriva anche a buttarsi nelle grinfie del felino.Viene poi seguito per filo e per segno tutto il lavoro di terrorismo psicologico e di logoramento a cui sono sottoposte le vittime. Infatti non si parla di violenza fisica( che non viene usata) ma qualcosa di più fine e insinuante come piccole intimidazioni, gesti di finta amicizia, una riproposizione in piccolo della tecnica dello sbirro buono e di quello cattivo (ma qui naturalmente non ci sono poliziotti), scommesse sotto cui si nasconde sempre il trucco, giri interminabili per la città alla ricerca di questo fratellino inventato e tutto  termina  col successo nell'operazione criminosa.
I tre vengono derubati praticamente di tutto e lasciati alla periferia della città.
Acuta riflessione sulle logiche prevaricatrici della società odierna e sul fragoroso silenzio e disinteresse che il mondo degli adulti oppone a queste dinamiche , Play colpisce soprattutto per la scelta stilistica che lo anima. Stile semidocumentaristico, attori tutti dilettanti e che conservano il loro nome (tranne in un caso in cui ci sarebbe stata omonimia) , una fotografia nitida che esalta la scelta di Ostlund di utilizzare in maniera massiccia il pianosequenza.

Le sequenze sono lunghe, articolate e i piccoli protagonisti dimostrano di reggere benissimo il peso della cinepresa che, limitando al massimo i propri movimenti, esplora i loro volti e le loro azioni.
Play è la ricostruzione minuziosa di un rapporto progressivamente sempre più incancrenito tra vittime e carnefici senza l'ausilio di violenza che non sia psicologica. 
Gli adulti stanno a guardare, senza aver quasi peso in causa. Il loro è un mondo totalmente disconnesso da quello delle nuove generazioni, Il film fa notare sarcasticamente che hanno ben altro di cui occuparsi come una culla abbandonata sul tram che crea parecchio scompiglio perchè il personale non sa che procedura adottare.
Già , il mondo degli adulti si perde dietro alle procedure e perde di vista il buon senso come testimonia la rispolverata della legge del taglione quando uno dei genitori prende con la violenza un telefonino a uno dei componenti della baby gang.
Visto al festival di Cannes del 2011 ha vinto diversi premi ,per la regia al Festival internazionale di Dublino di Gijon e di Tokyo, premio del pubblico al Festival internazionale di Tromso e il premio per la miglior regia e per la miglior fotografia alla cerimonia di consegna dei  Guldbagge svedesi( gli equivalenti dei nostri David di Donatello).

( VOTO : 7,5 / 10 ) Play (2011) on IMDb