I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.
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domenica 25 ottobre 2015

Suburra ( 2015 )

Novembre 2011 : il papa sta meditando sulle sue dimissioni e anche il governo italiano non se la passa tanto bene.
Il deputato Filippo Malgradi in attesa di far passare una legge in cui il lido di Ostia diverrà una specie di Las Vegas sul mare , trascorre la notte con due escort, suo vizietto seriale di cui una non ancora arrivata alla maggiore età. E gli succede un guaio, ma di quelli grossi.
Sabrina , l'escort che garantisce il rifornimento di giovani donne all'onorevole per rimediare si mette nelle mani di Spadino, giovane virgulto della mala romana che è il fratello di Manfredi Anacleti, capo di un clan di zingari che vuole sbarcare finalmente nella criminalità di serie A.
Numero 8 , boss emergente in quel di Ostia entra in rotta di collisione con Spadino e gli zingari.
Un losco figuro, chiamato il Samurai cerca di calmare le acque facendo da tramite tra la politica corrotta , le famiglie mafiose e la nuova criminalità romana.
Accanto a tutti loro c'è il viscido Sebastiano, organizzatore di feste di VIP che viene usato dagli Anacleti per venire a capo di tutta la faccenda.
Questo e molto altro nell'inferno di Suburra.
Stefano Sollima è un figlio d'arte che fa dimenticare presto il suo illustre cognome grazie alla sua gavetta in televisione e allo sbarco al cinema con due film ( l'altro è ACAB) che trovano di fatto un modo di esprimersi comune, sanguigno e verace in qualche maniera mutuato dalle sue migliori prove nella serialità, Gomorra e Romanzo Criminale.
Impossibile non vedere quel fil rouge che collega tutta la sua opera, un cordone ombelicale che nelle mani di uno poco dotato sarebbe diventato un ingombro volumetrico impossibile da gestire.
In un regista di talento come Stefano è diventato cifra stilistica.
Suburra è la Gomorra che da sotto il Vesuvio si è trasferita sulle rive del Tevere e sulle sponde del litorale ostiense, è il Romanzo Criminale del nuovo millennio che non disdegna ricollegarsi al passato, vedi il personaggio di Samurai, ora figura di collegamento ma nel passato in prima linea quando si trattava di far cantare alle armi la loro triste sinfonia di piombo.
E' un film che ha uno stile ben riconoscibile, una fotografia dai toni plumbei ad opera di Paolo Carnera che (non ) colora un universo sferzato dalla pioggia che procede a grandi passi verso l'apocalisse, un andamento alacre e sicuro che cattura e che avvinghia ai braccioli della poltroncina del cinema quasi a temere di essere trascinati via da quel mare di fango che invade tutto.
Suburra è la testimonianza tangibile che se ci sono i fondi, se c'è un progetto credibile, se c'è la volontà di tutti, produttori in primis, in Italia sappiamo ancora fare bel cinema di genere.
E Sollima con la sua regia ricercata ma secca e decisa  è il valore aggiunto a un film che può essere tranquillamente esportato all'estero e fare la sua eccelsa figura non avendo nulla di invidiare a nessuno, neanche al modello hollywoodiano.
Ottimo anche il lavoro degli attori con un Favino che cambia millemila volte registro recitativo risultando anche spiazzante , Germano che recita al suo standard altissimo in un personaggio che sembra fatto su misura per lui mentre ho fatto più fatica a digerire Amendola in un ruolo così ambiguo e sfuggente. Lui con quel suo fare paternalistico non mi ha mai dato l'idea dell'ambiguità, non lo vedo fisiognomicamente adatto a ruoli da cattivo, quindi ho fatto fatica a mandarlo giù.
Ma credo che sia solo un problema mio perché lui il suo lavoro lo fa alla perfezione.
Nota di merito va a Alessandro Borghi , nella parte di numero 8, carismatico come pochi sanno essere con quello sguardo di ghiaccio che sembra entrarti dentro e alle uniche due presenze femminili di un certo peso nel film: Greta Scarano e Giulia Elettra Gorietti.
Se Sorrentino aveva riletto metaforicamente il male che si annida tra le mura della città eterna ne La grande bellezza, se Garrone in Gomorra usava soluzioni visive estremamente ricercate quasi a voler caricare anche lui di metafora la sua incandescente materia narrativa, Sollima si arma di sciabola per descrivere una città edificata sul malaffare, flagellata da una pioggia incessante ,con i tombini che vomitano acque limacciose e liquami in uno scenario che ha molto di quell'apocalisse scandita dai giorni che passano in quel novembre del 2011.
Sia chiaro Suburra ha anche alcuni difetti: è ben visibile che sia stata pensata su una distanza molto più lunga di quella cinematografica, non c'è una storia concreta alla base del tutto ma sono varie sottotrame che si ricollegano a formare un affresco corale, ci sono passaggi discretamente oscuri probabilmente omessi per comprimere la storia nelle due ore abbondanti del film.
Ma sono difetti che arrivano ad essere marginali quando si è avvinti in una narrazione così vigorosa.
Non so se Suburra sarà una nuova pietra di paragone per il cinema di genere italiano: solo il tempo ce lo dirà .
Ma noir di questo stampo ne abbiamo veramente ben pochi nella storia del nostro cinema.
Chapeau!



PERCHE' SI : cinema italiano che finalmente si discosta dalla comicità e dalla mediocrità, grandissima regia e ottimo cast,anche tra gli attori emergenti,Forse il film italiano dell'anno.
PERCHE' NO : pensato su una distanza televisiva e si nota , qualche particolare oscuro e compresso per non superare le tempistiche cinematografiche.



LA SEQUENZA: ce ne sono tante da ricordare: la notte dell'onorevole con le due escort, il suo delirio di onnipotenza, l'assalto al supermercato, il finale.



DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

E' evidente che anche noi possiamo fare bel cinema.
Perché fossilizzarsi sulla scarsa qualità e sul genere pecoreccio cinepanettonizio?
Sollima è figlio di cotanto padre.
Alessandro Borghi è una grandissima scoperta.



( VOTO : 8 + / 10 ) 


Suburra (2015) on IMDb

giovedì 20 agosto 2015

Fuochi d'artificio in pieno giorno ( 2014 )

Cina 1999 : una squadra di poliziotti indaga su uno strano omicidio dopo aver ritrovato parti anatomiche della vittima in varie cave di carbone. Dopo uno scontro a fuoco in cui muoiono gran parte dei suoi colleghi il capo di quella squadra rimane gravemente ferito e lo ritroviamo cinque anni dopo, nel 2004, ubriaco ai lati di una strada con un uomo che invece di soccorrerlo non fa altro che portargli via il motorino.
Ora fa la guardia privata e quando si ripresentano degli omicidi perpetrati con lo stesso modus operandi del 1999, assieme a ciò che è rimasto della vecchia squadra cerca di indagare.
Le indagini portano a una lavanderia e lui si innamora subito della donna che ci lavora...
Questo film a prima vista è strano come il titolo che ha in dote che può sembrare la solita traduzione a casaccio del malvagio titolista italiano e invece pare proprio di no.
Certo , il cinese non è la mia prima lingua e le informazioni che ho sono di seconda mano ma pare stavolta che la traduzione sia letterale e a visione avvenuta si ricollega a quello che si vede nel film ,soprattutto in un finale che lascia , come dire....basiti?
L'inizio è da thriller che più thriller non si può: siamo nel campo d'azione del cinema orientale, cinese in questo caso ( che non è proprio tra i miei preferiti nonostante mi piaccia molto la cinematografia che venga da quello spicchio di mondo) e la memoria non può far altro che correre in direzione di uno dei capolavori di Bong Joon Ho, quel Memories of murder che dovrebbe essere inciso col fuoco nella memoria di ogni cinefilo che si rispetti.
Delitti efferati, ambientazione che non è la solita ambientazione metropolitana a cui ci ha abituato tanto cinema cinese, ci troviamo in effetti in una sfigatissima provincia settentrionale piena di neve e ghiaccio, col freddo che sembra entrarti fin dentro le ossa anche se stai guardando il film stravaccato fin dentro la poltrona in una tranquilla, afosa, serata estiva, una coppia di poliziotti , anzi qui sono di più, molto sui generis, diciamo che ha poco in comune con la classica coppia di poliziotti da cinema americano.
Dopo un inizio da thriller c'è un lento ma inesorabile scivolamento verso le dinamiche del noir , genere americano fino al midollo anche se dotato di nome francese, dato l'accumularsi di elementi e di archetipi tipici del genere, a partire da quella femme fatale che qui viene intrisa di sottile ambiguità.
E' una figura talmente sfumata, bifronte ma non solo, che a visione avvenuta quasi ancora devi decidere se è una vittima o il carnefice in un film che riesce a declinare un genere americano come pochi in una maniera squisitamente personale, ricca di digressioni e di citazioni di cinema altro in una progressione che non fa mai diminuire l'interesse dello spettatore pur in presenza di numerose deviazioni e notazioni a margine.
C'è un lavoro minuzioso sul cromatismo, sui contrasti, si parte dal basilare scontro tra il nero del carbone e il candido del ghiaccio suggerito dal titolo internazionale ( Black Coal , Thin Ice) per poi arrivare quasi ai colori saturi di un melodramma fiammeggiante alla Sirk ( si veda la scena in cui muoiono i poliziotti all'inizio del film con colori talmente carichi che sembrano irreali).
Ecco, se molti interni hanno perlomeno un cromatismo curiosamente caldo e coinvolgente, gli esterni hanno un effetto volutamente contrario con quel ghiaccio che tutto circonda e che tutto ingloba.
Yinan Diao manipola personaggi e generi con grande maestria portando il gioco sempre nel campo da lui voluto e giocando a rimpiattino con uno spettatore che per quasi tutto il film non sa dove la vicenda vada a parare in un continuo gioco al rialzo.
Prima ho parlato di Bong Joon Ho e di Sirk ma potrei indicare anche il cinema di Fassbinder perché pur se racchiuso in un involucro noir Fuochi d'artificio in pieno giorno si rivela essere a suo modo una disperata storia d'amore in cui i personaggi si muovono secondo dinamiche viste nel cinema del grande regista tedesco , ma potrei anche citare il cinema dei Coen in virtù di quel continuo gioco al rialzo, di quel continuo caos emotivo che caratterizza i protagonisti.
La vittoria dell'Orso d'Oro in quel di Berlino ha messo giustamente i riflettori su un film molto particolare, transgenere che probabilmente in assenza di una vetrina così prestigiosa, ci sarebbe sfuggito come succede purtroppo a tanti titoli meritevoli di migliore fortuna.
Berlino negli anni ci ha abituato a vittorie ottenute da film assolutamente non scontati .
Lunga vita al Festival del Cinema di Berlino.


PERCHE' SI : regia eccellente e anche due protagonisti azzeccati che mostrano ottima alchimia tra di loro, ambientazione inconsuete, cromatismo peculiare, finale che lascia basiti.
PERCHE' NO : è un film spiazzante, che si prende i suoi tempi e che non si  rivela adatto al classico spettatore che vuole tutto e subito.


LA SEQUENZA : la sparatoria che vede coinvolti i poliziotti e due presunti assassini all'inizio del film.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Il cinema cinese  è quello che digerisco di meno in campo orientale.
Chissà se non avesse vinto Berlino che fine avrebbe fatto questa piccola perla.
E chissà quante altre perle sono sepolte chissà dove .
Il nome di Yinan Diao è già appuntato.


( VOTO : 8 / 10 )


 Black Coal, Thin Ice (2014) on IMDb

martedì 28 aprile 2015

Vizio di forma ( 2014 )

1970 , Gordita Beach, contea di Los Angeles : la bella Shasta va a trovare a casa sua il suo ex fidanzato Larry "Doc" Sportello e lo informa di un piano criminoso che prevede il rapimento del suo nuovo , ricco boyfreind ad opera di sua moglie e del suo amante e lui deve impedire che venga rapito e poi internato in una specie di manicomio.
Intanto a Doc viene commissionato anche un altro caso: la scomparsa di un membro della Fratellanza Ariana che guarda caso fa parte dell'entourage del boyfriend di Shasta.
Già che ci si trova Doc comincia a lavorare anche sul suo terzo caso: la scomparsa di Coy commissionato dall'ex eroinomane Hope.
E questo è solo l'inizio dei suoi guai.
Vizio di forma è la nuova escursione di Paul Thomas Anderson, probabilmente uno degli ultimi autori americani rimasti che si può fare beffe dei meccanismi "artistici " hollywoodiani, nel dorato mondo degli anni '70 e lo fa accompagnando uno dei personaggi meglio riusciti della sua filmografia.
Larry " Doc " Sportiello: capello lungo, moderatamente unto che gli ricade pigramente sulle spalle, basettone d'ordinanza, abbigliamento sgualcito almeno quanto lui e sotto tutta quella bardatura due occhi verdi , enormi, con le tonalità del ghiaccio che si guardano intorno vivaci e impauriti allo stesso tempo, spesso annebbiati dalle sostanze chimiche che affollano il cervello di Doc, ma sempre alla ricerca di un appiglio..
Doc si aggira stralunato in un mondo i cui contorni si perdono tra trip lisergici  e psichedelie assortite eppure non perde mai il suo sguardo "innocente", stralunato, quasi sorpreso ad ogni nuova scoperta.
Come un bambino che si trovasse al Luna Park e non ci fosse mai stato prima, meravigliato di tutti i giochi che può provare e su cui può divertirsi.
Ecco questa cosa del Luna Park lo accomuna allo spettatore di questo film, anche lui portato e tenuto per mano proprio da Doc, accompagnato a vedere tutte le attrazioni del nuovo film di Anderson.
Perché Vizio di forma è una sorta di Luna Park, un parco divertimenti fornito di tutte le giostre possibili e immaginabili e lo spettatore è introdotto in un mondo altro, colorato con tonalità vivacissime, in un tour caleidoscopico in cui segue il pellegrinaggio del protagonista, detective privato che capisce sempre tutto col classico attimo di ritardo, tra una disavventura e l'altra, tra un incontro e l'altro.
Il nuovo film di Anderson è un'opera corale cinica  come poteva essere Magnolia, è disilluso ma anche ironico come poteva essere Boogie Nights, è una sorta di road movie da fermo in cui non importa l'itinerario (che in fondo non esiste) ma tutte le tappe che lo compongono, gli incontri che Doc compie nel suo cammino randomizzato tra una divagazione e l'altra.
Anderson prende un personaggio letterario e lo trasfigura , lo trasforma e lo rende proprio catturandolo in quel periodo di passaggio tra gli anni '60 e i '70, tra il Vietnam e i fermenti di ribellione studentesca, tra le vagonate di erba da fumare e le distese di polvere bianca da sniffare, rendendolo un'icona del proprio cinema esattamente come lo erano i protagonisti dei precedenti suoi film.
E se Paul Thomas Anderson è la mente che ha ideato tutto questo, Joaquin Phoenix è un braccio perfetto, assolutamente a suo agio nei mezzi toni della recitazione creando un personaggio che rimane impresso nella memoria del cinefilo.
Vizio di forma è profuma di noir anni '40 ( vogliamo essere sacrileghi? allora citiamo Il mistero del falco o Il grande sonno) che però ha messo l'abito della festa squisitamente anni '70 ( tanto per rimanere in tema di sacrilegio diciamo Chinatown  , Il lungo addio ma anche Bersaglio di notte), ha come protagonista un'inconsapevole Marlowe che sembra riuscire ad incassare tutto quello che gli accade solo grazie a robuste dosi di droga.
Si gode a vedere Vizio di forma, si gode e si pensa al cinema del passato che non è più, frullato come è ora da logiche commerciali che castrano le ambizioni artistiche.
Paul Thomas Anderson mette ancora una volta in mostra tutta la sua libertà espressiva ed  artistica ma non vorrei che questo suo stile diventasse il canto del cigno del bel cinema d'autore americano, non vorrei che diventasse sempre più di nicchia come sta accadendo da un po' di tempo a questa parte.
Ho come l'impressione che uno come Anderson sia un ospite poco gradito in quel di Hollywood, sopportato a malapena e solo per motivi di facciata.
E questo solo perché la logica industriale della fabbrica dei sogni non fa per lui.

PERCHE' SI : confezione accuratissima, dalla fotografia ai costumi e alle musiche, cast stellare con un Joaquin Phoenix eccezionale, film da godersi sequenza per sequenza
PERCHE' NO . cerebrale e con uno stile rapsodico che taglia fuori gran parte del pubblico, la trama è poco più che un pretesto per mostrare un mondo coloratissimo e irreale.Chiaramente per me questi non sono difetti....

LA SEQUENZA : Doc si risveglia a fianco di un cadavere ed è circondato da un battaglione di poliziotti.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
la droga ti fa perdere di prospettiva.
Fare il detective privato nella Los Angeles degli anni '70 non era professione raccomandabile.
Anderson continua a fregarsene bellamente delle strategie commerciali ( e fa bene )
Le donne ti portano spesso sulla cattiva strada

( VOTO : 8 / 10 )

 Inherent Vice (2014) on IMDb

martedì 24 marzo 2015

Anime Nere ( 2014 )

Africo, Aspromonte: Leo, figlio di Luciano che di professione fa il pastore di capre, con un fucile distrugge la vetrina di un bar affiliato a un clan della malavita locale e poi fugge a Milano dagli zii. Luigi e Rocco che , grazie a traffici di droga sulla rotta di Amsterdam hanno avviato un piccolo impero commerciale.
L'eco della bravata di Leo arriva anche a Milano e il padre, Luciano, viene bonariamente richiamato da un boss locale, venendo di fatto umiliato.
I fratelli tornano da Milano per dargli manforte ma di fatto innescano una faida sanguinosa in cui ci rimetteranno tutti.
E' la 'ndrangheta che funziona in questo modo.
I morti cominciano a fioccare.
Anime Nere di Francesco Munzi è il classico film italiano che mi fa incazzare come una biscia e scusate se ho detto biscia.
Perché allora se solo vogliamo noi lo sappiamo fare del bel cinema, del cinema con delle palle grosse così e che non attinga necessariamente a Gomorra, Romanzo Criminale o roba simile.
Certo si parla sempre di malavita ma si cambia contesto geografico e si entra in un campo relativamente vergine al cinema.
Francamente non ricordo di aver visto altri film incentrati sulla 'ndrangheta , un'entità misteriosa sia al cinema che nella vita reale e non ricordo di aver visto film che invece di fossilizzarsi sui fatti criminosi, per certi versi più facili da raccontare, se non altro per la presenza di innumerevoli modelli di alto spessore da seguire , sceglie di narrare altro.
Munzi preferisce raccontare le dinamiche familiari, i riti ancestrali che caratterizzano la vita di un paesino situato nel cuore di tenebra dell'Aspromonte, sfondo geografico peculiare per i suoi tratti durissimi e ingenerosi nei confronti di coloro che lo abitano.
Anime Nere non è un film di gangster pur parlando di malavita organizzata, non parla di traffici di droga pur avendone l'occasione dopo un inizio stile French Connection, parla fondamentalmente di tre fratelli e di tutto quel crocevia di diatribe, umiliazioni e veti incrociati che descrivono al meglio l'humus di Africo, il suo background che si perde nell'oblio degli anni.
Impietoso il confronto tra la Milano da bere e da sniffare tratteggiata nei primi minuti di film e il  cuore dell'Aspromonte simboleggiato da un paesino incastonato tra le montagne, isolato geograficamente e culturalmente che sembra essersi fermato a vari decenni fa con le sue case semi diroccate e l'urbanizzazione come minimo rivedibile.
Sono diversi anche i tre fratelli : Luciano in un certo senso non ha mai voluto evolversi, aprirsi alle novità del mondo, imprigionato in una specie di bolla temporale che è Africo e il suo allevamento di capre.
Rocco e Luigi conoscono invece la bella vita, sono borghesi arricchiti a tutti gli effetti e mostrano in un impeto di sciovinismo barocco, tutto quello che il denaro ha permesso loro di comprare, dai bei vestiti, alle macchine costose.
Anime Nere è una tragedia greca, di fatto ne rispetta tutti i crismi,  girata in terra calabra , ne studia antropologicamente i caratteri del territorio, è un dramma familiare che si innesca per la più banale delle scuse, è una crudele rappresentazione dell'orgoglio e del senso di appartenenza che non permettono di fare un passo indietro, anche quando è necessario.
E' un progetto verace in cui la scelta linguistica, il calabrese ( e spesso si va di sottotitoli per chi non è avvezzo all'idioma calabro), contribuisce a regalargli quell'ulteriore aura di realismo.
Anime Nere è un noir impietoso che preferisce raccontare il silenzio prima dello sparo piuttosto che lo sparo stesso, un film doloroso e lancinante che deflagra in un finale shock, di quelli che non si dimenticano tanto facilmente.
Così come non si dimentica  la faccia di Luciano, il suo sguardo assente, un uomo che da solo ha  deciso a far terminare la faida innescata per una stupidaggine.
E lo fa a modo suo.
Grande successo di critica e di pubblico allo scorso Festival di Venezia.

PERCHE' SI : dramma familiare e 'ndrangheta non erano mai stati raccontati così al cinema, sfondo ambientale utilizzato nel migliore dei modi, approccio antropologico e realistico( uso della lingua), finale shock
PERCHE' NO : difficile trovare difetti: i sottotitoli necessari per l'uso del calabrese forse potranno scoraggiare qualcuno

LA SEQUENZA : a parte il finale shock  direi la sequenza dell'omicidio in auto, perfetta per tempi e montaggio.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
Il calabrese è una lingua a parte e spesso ho dovuto usare i sottotitoli
Si può fare un film in Calabria senza nominare la 'nduja, il peperoncino di Soverato e la cipolla di Tropea
Oltre Gomorra c'è di più
A volte l'idiozia non è ereditaria

( VOTO : 7 + / 10 )

 Black Souls (2014) on IMDb

lunedì 2 marzo 2015

Automata ( 2014 )

Nel 2044 a causa di modificazioni dell'attività solare la Terra sta andando verso una progressiva desertificazione. L'apocalisse ha già sterminato il 99,7 % della popolazione e i sopravvissuti, 21 milioni, vivono all'interno di grandi città. Sono coadiuvati dai robot, gli Automata, per svolgere tutte le mansioni ordinate dagli umani. Hanno solo due regole: non si possono autoriparare e non possono danneggiare gli umani.
L'investigatore assicurativo della Roc Robotics Corporation, Jacq Vaucan scopre un robot che si è autoriparato assieme ad altre anomalie.Possono essere una minaccia per l'umanità e per questo devono essere individuati e fermati.
Almeno così crede...
Evidentemente la Spagna ci ha preso gusto col cinema di genere: almeno ci investe dollaroni, non tantissimi rispetto alle roboanti produzioni hollywoodiane ma mi pare che 7 milioni di dollari siano un budget più che adeguato per una produzione europea, spagnola nel particolare( anche se tecnicamente è una coproduzione), girata in Bulgaria per abbattere i costi.
Automata non potendo competere sotto il profilo degli effetti speciali con gli sci fi di oltre Oceano, si situa in quel territorio di futuro distopico e fantascienza esistenzialista che difficilmente è percorso dal cinema mainstream americano, desideroso più di sensazioni epidermiche che di suggestioni che scavino un po' più nel profondo.
Dopo un inizio in cui chiaramente si intuisce quale sia  la stella polare delle leggi a cui devono sottostare gli androidi ( sono praticamente una rielaborazione delle tre leggi della robotica "promulgate" da Isaac Asimov) veniamo immersi in uno scenario urbano futurista che ricorda molto da vicino, forse anche troppo da vicino, le atmosfere nebulose di Blade Runner.
Un atmosfera malsana che subito si tinge di thriller ma soprattutto di noir con un protagonista ansioso di dimostrare la sua umanità in un mondo che ha ben poco di umano.
E' bello il personaggio di Jacq Vaucan, investigatore assicurativo in cerca di normalità, immerso in un mondo che sente non appartenergli e ansioso di conoscere quella figlia , la moglie sta per partorire, che gli permetterebbe finalmente di sentirsi umano a tutti gli effetti.
E la storiaccia su cui sta indagando mette a dura prova tutte le sue certezze nella distinzione tra robot e umani: chi sono i veri cattivi? chi sta veramente danneggiando la razza umana ? chi vuole sterminare androidi solo per malcelato odio razzista ( o meglio specista in questo caso) o dei robot evoluti che vogliono una vita migliore andandosi ad isolare in anfratti di mondo proibiti agli umani?
Il film di  Gabe Ibanez, figlio putativo di Alex de La Iglesia di cui ha curato gli effetti speciali nei primi film, alla sua opera seconda, dimostra maturità notevole nel maneggiare il mezzo espressivo peccando solo in un certo timore nell'affrancarsi da certe , visibili influenze.
Stilisticamente Automata ha molti padri che gli donano un aspetto un po' curioso in cui somiglia un po' a tutti e a nessuno, un patchwork visivo accattivante pur nella sua totale desaturazione cromatica.
La Terra su cui incrociano i propri destini Jacq , un manipolo di androidi "difettosi" e gli altri investigatori della Roc Robotics Corporation è un mondo dominato dal grigio degli scantinati opprimenti dell'inizio e dal colore sabbia del deserto radioattivo in cui è ambientata la seconda parte, uno sfondo da western futurista valorizzato nel migliore dei modi da una regia attenta e  precisa.
La Terra è un pianeta ferito quasi a morte in cui può sopravvivere solo una forma di "vita" capace di evolversi.
Nella seconda parte forse c'è un eccesso di zelo nell'esporre certe tematiche ( la distruzione del pianeta ad opera dell'uomo, l'integrazione possibile tra uomini e androidi, l'evoluzione delle forme di vita per sopravvivere alle catastrofi naturali, la progressiva umanizzazione dei robot che diventano consapevoli del loro destino) ma è un eccesso dettato dalla generosità.
Curioso vedere l'uno di fronte all'altra gli ex coniugi Banderas con Melanie Griffith che a furia di ritocchini e botox è espressiva come gli androidi di cui si parla.
Automata è un tentativo abbastanza riuscito di cinema di genere europeo da contrapporre allo strapotere hollywoodiano.
Se non ci si riesce con gli investimenti e gli effetti speciali bisogna sopperire con l'intelligenza.
E il film di Ibanez ne dimostra una dose più che sufficiente.


PERCHE' SI : intelaiatura visiva convincente, stimola la commistione tra sci fi, thriller e noir, Banderas in un personaggio ben scritto e adeguatamente caratterizzato.
PERCHE' NO : le influenze ci sono e sono tutte lì in bella vista, forse troppo, qualche taglio avrebbe giovato, forse un certo eccesso di zelo nell'esporre molte tematiche importanti.

( VOTO : 7 / 10 )

 Autómata (2014) on IMDb

martedì 9 dicembre 2014

Lo Sciacallo - Nightcrawler ( 2014 )

Louis, ragazzo senza arte né parte e anche con qualche rotella fuori posto , a causa della disoccupazione e della crisi economica vive di piccoli furti e di ricettazione. Una notte assiste casualmente ad un incidente stradale e vede un cameraman intento a girare immagini dell'accaduto per rivenderle a network televisivi.
Ha una folgorazione: deve essere quella la sua nuova attività.
E si applica talmente tanto da passare sopra tutti i codici deontologici possibili e immaginabili e arriva anche ad interferire pesantemente con l'arresto di due pericolosi criminali da parte della polizia.
Louis non si ferma davanti a nulla e la direttrice del network televisivo a cui vende le immagini ad alto prezzo si muove nelle pieghe della legge per mandare in onda quei filmati ed alzare vertiginosamente l'audience.
Lo Sciacallo - Nightcrawler ( a proposito ma lasciare nel titolo solo Nightcrawler faceva schifo?) è Jake Gyllenhaal e non è solo un modo di dire o una frase fatta: è tutto nel suo fisico assai smagrito, molto più di quanto fossimo abituati a conoscerlo, in quel volto incavato, in quegli occhi enormi che si aggirano inquieti sul mondo che li circonda, in quel suo modo di muoversi nervoso, a scatti, in quel suo sorriso che è quasi una contrazione spastica dei masseteri per quanto è forzato.
Qualcuno vi dirà che questo film parla del potere che hanno i mass media, di come non si fermino davanti a nulla pur di alzare l'audience ( mostrare la morte in diretta , il sogno di qualsiasi operatore), di un senso dell'etica che sparisce istantaneamente davanti a fiumi di dollaroni fruscianti.
E' vero, tutto vero.
Ma è solo la punta dell'iceberg.
Louis è il tipico esponente svantaggiato , lasciato indietro dal concetto dell'ultracapitalismo e della competizione a tutti i costi che muove importanti porzioni della società americana.
E' alla ricerca della sua strada , del suo Sogno.
Sogno con la S maiuscola perché parliamo dell'American Dream, quell'ideale di perfezione di una terra in cui tutti hanno la loro possibilità.
Basta sfruttarla.
E Louis la sfrutta, anzi di più, addirittura se la crea lui la possibilità.
Lo Sciacallo- Nightcrawler è un affondo verso quei principi che sono alla base della società americana in cui tutti gli uomini sono isole, o meglio, attività imprenditoriali.
Il discorso sui giornalisti e sui mass media è solo un riflesso di un discorso molto più ampio e profondo, una conseguenza quasi naturale.
E in un quadro complessivo in cui tutti sono in competizione il compito dello Sciacallo è quello di eliminare i vari competitori e non solo per le sue brillanti idee imprenditoriali.
Parliamo di eliminazione fisica, di un' ansia mal repressa di essere l'unico in campo, senza antagonisti, di un essere inutilmente suadenti nel spiegare regole lavorative che vengono allegramente frullate e bypassate alla prima occasione.
Lo Sciacallo - Nightcrawler è un one man show di un individuo che rende concreta la sua visione distorta di Sogno Americano, in barba a leggi e regole, perché spesso non vince il più forte ma solamente il più furbo.
Un altro paio di notazioni, diciamo più tecniche: è veramente stordente la bellezza della fotografia digitale in notturna usata da Dan Gilroy ( a proposito , raramente vista un'opera prima, perché questa è la sua prima regia, così matura stilisticamente) e dal suo fotografo Robert Elswit che del resto si è già portato a casa un Oscar con Il petroliere.
La seconda riguarda l'epoca in cui è ambientato: se non fosse per qualche particolare tecnologico è un film  che sembra affondare le sue radici più negli anni '70 che nella contemporaneità, un po' come due piccoli capolavori di cinema notturno come Zodiac di Fincher, e Summer of Sam di Spike Lee che però quegli anni li descrivevano da dentro.
Gilroy ha la capacità di essere comunque al passo con i tempi non essendo rigidamente didascalico o pedante ma lasciando anche spazio allo spettacolo più grasso e genuino ( l'inseguimento della polizia e il pedinamento notturno ad opera di Louis).
Lo Sciacallo- Nightcrawler è uno sguardo senza censure su quello che siamo diventati oggi.
E per renderlo più forte e pregnante sceglie di avere come protagonista un Peeping Tom del nuovo millennio, uno che col suo vuoto di moralità riesce a servire al pubblico esattamente quello che chiede: secchiate di sangue ad ogni notiziario.
E non si sottrae neanche al lavoro di costruire lo scoop come fosse un film , con sceneggiatura e regia.
Quello che all'epoca era L'Occhio che Uccide(va), oggi è un occhio che si accontenta di filmare il momento di passaggio tra la vita e la morte, oppure di filmarlo in leggera differita.
Solo per venderlo al migliore offerente.....

PERCHE' SI : Un affondo deciso alla base dell'ultracapitalismo che regola la società americana di oggi, apologo sul potere del giornalismo e dei media e sulla loro mancanza di senso etico, one man show di uno straordianario Jake Gyllenhaal.
PERCHE' NO : in certi passaggi si sfiora la caricatura , non ci sono antagonisti alla psicopatologia del protagonista....

( VOTO : 8 / 10 )

 Nightcrawler (2014) on IMDb

lunedì 13 ottobre 2014

Sin City : Una donna per cui uccidere ( 2014 )

Le storie di vari cittadini di Sin City si incrociano tra di loro con il destino che disegna traiettorie diaboliche: Marv racconta i suoi sabato sera trascorsi in quel di Sin City tra puttane, alcool e locali malfamati in cui incontrare delinquentelli di mezza tacca a cui spezzare le reni ma prende una botta in testa e non ricorda più nulla, Dwight combatte contro i suoi demoni interiori finché Ava Lord il suo primo amore non lo convince , con la seduzione, a vendicarsi del marito Damien, Johnny è un giocatore d'azzardo che , presuntuosamente , sfida il cittadino più in vista di Sin City, il senatore Roark, ma si accorge ben presto di aver sfidato quello sbagliato, Nancy, fa la spogliarellista e da tempo pianifica l'omicidio di Roark.
Se dalla sinossi sembra che ci troviamo di fronte a un film corale, beh, è meglio scordarselo fin da subito.
Sin City :Una donna per cui uccidere è un film praticamente a episodi che tiene fede alla sua origine, la graphic novel, ovvero ,varie storie tratte dalla graphic novel e assemblate , malamente , tra loro.
Non è un film organico, va a sprazzi, a episodi e proprio per questo suo saltar di palo in frasca appare spesso inconcludente nel suo alternare figure riuscite ad altre molto meno.
Oltre a questo il problema è un altro: io non sono un cultore di graphic novel e quindi il mio approccio è quello di un ignorantone negato in materia.
La domanda che mi pongo è questa : ha senso trasportare di peso l'estetica da graphic novel direttamente su schermo e dargli il dinamismo che la pagina scritta ( e disegnata ) per forza di cose non può dare?
E' cinema questo o è solo un fumetto animato?
O questo è il punto di non ritorno dell'illusione cinematografica, amplificata stavolta, da un 3 D che " gonfia " e demarca ancor di più la differenza tra pagina scritta e sequenza?
Per inciso, queste sono domande che mi ero posto anche in occasione dell'uscita del primo Sin City, quasi un eone fa in termini di progresso tecnico , ma quello almeno mi era sembrato un tentativo più sincero di fare qualcosa di diverso, di esteticamente oltre , pur con tutte le sue imperfezioni e con la confusione che regnava sovrana in virtù, soprattutto, di un cast di stars più affollato di un vagone di metropolitana nell'ora di punta.
In Sin City: Una donna per cui uccidere c'è molta più autoreferenzialità e un uso maggiormente consapevole dell'uso espressivo ma sembra che a Rodriguez interessi di più il singolo episodio, la singola sequenza rispetto al quadro complessivo dell'opera.
Che non c'è: il suo film è un patchwork di storie nere e nerissime che sembrano un po' farsi il verso l'una con l'altra, animate da uno spirito da noir anni '40, con tanto di voce fuori campo , di femme fatale e di cattivoni oltre le righe.
In particolar modo c'è la femme fatale, una Eva Green debordante, una creatura mefistofelica eppure bella come un angelo, una Jessica Rabbit malefica , una figura che assume contorni umani grazie alle curve esplosive che mette in bella mostra.
A parte le curve ,però, ha ben poco da donare, non ha statura paragonabile a quella delle migliori femme fatale della storia del noir, è un personaggio per il resto piatto a dispetto della sua multidimensionalità carnosa.
Il problema è legato in particolar modo a una sceneggiatura poco articolata e ripetitiva che non consente di far crescere i vari personaggi in campo, compreso quello di Eva Green.
Insomma se il primo Sin City sembrava un fumetto animato, nè più nè meno e si poteva anche tollerare, questo sequel uscito a quasi dieci anni di distanza appare come un ibrido che non è fumetto , nè cinema.+
E si sopporta veramente male.
Temo che verrà ricordato solo per le tette di Eva Green.
Un flop annunciato anche al botteghino.

PERCHE' SI : esteticamente , preso per singola sequenza, appaga l'occhio, un cast notevole, le tette di Eva Green
PERCHE' NO : è cinema questo?, episodico senza un quadro complessivo,autoreferenziale in modo fastidioso.

( VOTO : 5 / 10 )

 Sin City: A Dame to Kill For (2014) on IMDb

domenica 31 agosto 2014

Out of the furnace - Il fuoco della vendetta ( 2013 )

Russell è un operaio di un acciaieria che si divide tra il lavoro, la fidanzata e l'assistenza al padre malato terminale. Con lui c'è anche il fratello minore, Rodney, reduce dall'Iraq , desideroso di sfogare una incredibile rabbia repressa che deriva dai fantasmi della guerra che ha vissuto.
Addirittura si crea una certa fama nei combattimenti clandestini a mani nude.
Russell per un incidente di macchina è accusato di omicidio colposo e trascorre del tempo in carcere.
Uscito , non può far altro che constatare che la sua fidanzata è tra le braccia dello sceriffo e Rodney , a causa dello strozzino locale si è messo in un brutto giro coinvolgendo anche Curtis DeGroat, un boss di medio calibro confinato sulle montagne a trafficare in alcol e droga.
Il profilo basso della vita di Russell è andato definitavamente a farsi fottere: ora è il tempo di agire e di vendicarsi....
Il cinema americano dagli anni d'oro in poi è letteralmente stracolmo di storie di ingiustizie e di vendetta.
Il film di Scott Cooper in questo senso si immette in un gruppo ben fornito di film .
Si parte da un contesto ambientale molto disagiato socio economicamente ( un po' come succedeva in The Fighter altro film in cui Christian Bale furoreggia ) e poi si racconta una storia di dolore , di disperazione senza che la catarsi sia necessaria.
Mentre guardavo Out of the furnace - Il fuoco della vendetta ( complimenti vivissimi al titolista italiano sempre brillante e sul pezzo ) più di una volta ho pensato che una storia come questa poteva essere raccontata in uno dei romanzi di Dennis Lehane, più di una volta ho pensato che dietro alla macchina da presa avrebbe dovuto esserci Clint Eastwood per raccontare una vicenda di questo tipo che , a mio parere , rientra perfettamente nelle sue corde emotive.
E invece no, c'è Scott Cooper,uno che ha lucrato un Oscar al suo esordio da regista con un film  come ce ne sono tanti, Crazy Heart , che ha avuto il solo merito di essere un ottimo veicolo promozionale del grande Jeff Bridges alla corsa agli Oscar, un regista che non si discosta da una medietà ormai consueta nei professionals hollywoodiani, quella pattuglia di registi di riserva che possono essere chiamati alla bisogna in qualsiasi momento.
Intendiamoci la sua regia non è male, cattura bene l'ambientazione e fa anche un ottimo lavoro con gli attori ( anche se la sensazione è che con un set con Christian Bale, Woody Harrelson, Sam Sheperd e Willem Dafoe, Forest Whitaker tralasciando volutamente l'Affleck minore, comandino più loro ) ma si dimostra scolastico in molti passaggi citando a profusione molto cinema americano anni '70 e soprattutto Cimino.
La citazione a Il cacciatore è talmente ostentata  che quasi infastidisce per eccesso di ingenuità.
Sarà bravo Cooper ma non è Cimino e neanche Eastwood.
L'epopea familiare raccontata da Out of the furnace - Il fuoco della vendetta da accorata fotografia di una crisi economica e morale, universale e privata, assume presto  toni steinbeckiani nell'inerpicarsi per il disagevole sentiero del revenge movie.
Mentre tutto si tinge di sangue e di noir, il personaggio di Russell è l'unico che si evolve durante il film, unica figura multidimensionale in un mondo di figurine piatte a cui la tecnica e il savoir faire attoriale cerca di dare colore.
Harrelson è un villain che fa veramente paura perchè è un  buzzurro dalle facoltà mentali limitate e per questo capace di tutto, Dafoe è schiacciato in un personaggio di contorno, Affleck non sembra avere il physique du role per essere un campione nel combattimento a mani nude.
E che diamine, non ha il fisico di Eastwood o di Bronson, suoi illustri predecessori nei combattimenti clandestini.
Out of the furnace- Il fuoco della vendetta è un film che affabula ma non convince realmente , è un po' troppo in mezzo al guado tra epopea familiare, vendetta personale e noir per volare veramente alto, probabilmente anche una bella sforbiciata nella prima parte avrebbe giovato mentre il finale è rapido, quasi improvviso.
Permane la sensazione di un'occasione sprecata, con un cast all stars di questa qualità era obbligatorio fare di più....
Eppure non riesco a volergli male...

PERCHE' SI : cast all stars, buon lavoro sull'ambientazione , cinema che si richiama ai classici americani
PERCHE' NO : la regia è ad opera di un mestierante che cita maestri in modo anche ingenuo, personaggi piatti e che non evolvono.

( VOTO : 6,5 / 10 )

Out of the Furnace (2013) on IMDb

sabato 14 giugno 2014

La Santa ( 2013 )

Quattro balordi senza arte né parte, Dante , Gianni , Agostino e Diego per dare una svolta alle loro vite che si trascinano stancamente attraverso ristrettezze e rimpianti, decidono di organizzare il furto della statua della santa patrona in un piccolo paesino del Salento. Dicono che è preziosa ed è poco sorvegliata.
Si illudono che sarò tutto facile ma in un paesino che sembra fuori dallo spazio e dal tempo, in cui convivono superstizione e credulità religiosa, la reazioni degli abitanti possono essere anche di violenza esagerata.
E così è. 
Presto si accorgeranno di aver commesso l'errore più grande di tutta la loro vita.
L'ultimo forse.
E' sempre un grandissimo piacere trovare tra le pieghe della distribuzione piccoli film italiani come questo che sono piccoli solo come budget ma che racchiudono in sè passione e talento fuori del comune.
Cosimo Alemà proviene dal mondo del videoclip musicale , e si vede, ma tutto questo non diventa una zavorra che ricopre di una patina finta e superficiale tutto quello che inquadra, ma in un insospettabile punto di forza, riuscendo a trarre il massimo dalle locations fuori dai normali circuiti commerciali in cui si trova a lavorare e dai set , dall'aspetto abbastanza spartano in cui è ambientata la pellicola.
La trovata migliore di questo film è il ribaltamento che viene operato appena dopo la rapina , della prospettiva attraverso cui vengono inquadrati i protagonisti.
Da quattro sfaccendati che si sono messi un'idea "meravigliosa" in testa  per quanto astrusa e ridicola, da  potenziali cattivi  Dante, Gianni, Agostino e Diego diventano carne da macello, vittime di un paesino che da tranquillo borgo isolato nella superstizione mostra subito il suo volto feroce e tutti i rivoli velenosi che lo percorrono trasversalmente.
I quattro rapinatori disposti a tutto pur di svoltare nelle loro grame esistenze si trovano inopinatamente a lottare per la propria vita e il film segue le loro vicende distintamente perché  per avere una minima speranza di sfuggire al cerchio che si sta chiudendo sempre più strettamente attorno a loro, l'unica cosa che possono fare è dividere le loro strade.
La Santa diventa col passare dei minuti una sanguinosa caccia all'uomo in cui l'alternarsi della varie storie riesce a creare un clima angoscioso, roba da tagliarlo col coltello.
Pur descrivendo una provincia oscura e arretrata non rimane fedele al clichet della semplice folklore regionale.
Anzi azzarda in più di un'occasione una critica feroce alla religiosità come paravento dietro cui nascondere immoralità e brutalità assortite.
Questa è una provincia talmente isolata in un limbo di violenza e distorta religiosità che incute paura : non solo avversione per il diverso ma la consapevolezza di avere una legge propria, più crudele di quella del taglione che permette di rimanere impuniti.
E questo i quattro rapinatori non lo sanno, non lo sospettano quando arrivano in quel luogo che sembra dimenticato da Dio e e dagli uomini.
Buono il livello di recitazione degli attori principali, qualche normale debolezza nel livello attoriale dei personaggi secondari ( ma è cosa ampiamente giustificabile), qualche dialogo un po' troppo forbito ed esistenzialista per trovarsi nel bel mezzo del nulla da qualche parte nel Salento, mai nominato ma lasciato intuire ma una regia più che all'altezza e l'inerpicarsi in un genere come quello del thriller e del noir, frequentato pochissimo dal cinema italiano, fanno di questo film una piccola gemma preziosa da difendere oltre le debolezze oggettive date da un budget irrisorio ( 180 mila euro ) di fronte a quello delle grandi produzioni.
Cosimo Alemà è regista di talento e spero presto di vederlo al lavoro con budget più consistenti.

(VOTO : 7 / 10 )

La Santa (2013) on IMDb

venerdì 30 maggio 2014

Nemico pubblico N.1 - L'ora della fuga ( 2008)

Vita ,opere e morte di Jacques Mesrine,parte due.
Dove ci eravamo lasciati? Se nel primo film Richet aveva cercato di dare adeguato sfondo storico al personaggio e costruire la sua reputazione miticamente noir a piccoli passi grazie a un pigmalione ributtante con faccia e adipe di Gerard Depardieu, qui nella seconda parte si parte col piede affondato sull'acceleratore,si raccontano le gesta di questo personaggio controverso con il giusto grado di concitazione,si vivono con lui rapine, evasioni, il rapimento del vecchio riccastro e tutto l'armamentario della vita di un nemico pubblico.
Si introducono curiosi compagni di percorso e un avversario , il commissario Broussard (un Olivier Gourmet che non somiglia per nulla all'attore feticcio di quasi tutto il cinema dei fratelli Dardenne),che rispetta e da cui viene rispettato.
Molti accostano questo film al nostrano Romanzo criminale:l'inquadramento storico è sicuramente lo stesso,nel film di Richet si parla più volte del rapimento Moro, Romanzo criminale ha i suoi innegabili pregi ma dal punto di vista registico non c'è proprio competizione.
Mentre Placido si dimostra regista di oneste intenzioni , qui Richet gira come il dio del cinema comanda le innumerevoli sparatorie , le numerose scene di inseguimenti e architetta incidenti spettacolari, girati da dentro l'auto che tolgono realmente il fiato.
Una meraviglia per gli occhi e per le orecchie perchè anche il suono è qualcosa di sconvolgente.
E poi c'è il mostruoso, pantagruelico, immane Vincent Cassel.
Cercando qualcosa sul vero Jacques Mesrine e vedendo come viene impersonato acquista valore la prova dell'attore francese , stupisce la mimesi ed è incredibilmente bravo quando sembra andare fuori dello spartito a non essere mai grossolano. Eccede ma sembra sempre sotto controllo.
Una domanda che mi frullava in testa in continuazione mentre guardavo il film, ma anche durante la visione del primo, è questa: ma perchè Jacques Mesrine è un idolo così acclamato nell'area calda delle banlieue parigine?
A leggere le sue gesta e a vedere il film  ci troviamo di fronte a un personaggio che vive di pensieri estemporanei, che ha un ideologia confusa, che cerca di farsi passare per rivoluzionario (ma il complice lo fa ritornare alla realtà:loro sono rapinatori,non rubano ai ricchi per dare ai poveri o al proletariato, rubano per loro stessi),che vive in una sorta di autocompiacimento narciso, che vuole stare sulle prime pagine dei giornali(e se la prende con "quel" tale Pinochet che facendo un colpo di Stato in CIle gliele ha rubate),che sentendo l'orgoglio ferito da un giornale di destra non esita a far finta di concedere un intervista al giornalista per poi picchiarlo quasi a morte.
Un personaggio oltre le righe con un suo codice d'onore, lucido eppure guascone, sanguinario ma capace di slanci di inaspettata generosità. E la mia domanda ancora è senza una risposta certa: Richet non ci regala un agiografia del personaggio,si tiene alla giusta distanza,ma del resto non è generoso neanche con la BRI, il corpo di polizia che riesce finalmente a prenderlo.
La sequenza della sua cattura, già vista in parte all'inizio del primo film con uno splendido split screen molto anni 70,è girata magnificamente con un montaggio diverso. e fa vedere chiaramente quello che per molti è più di un sospetto.
Jacques Mesrine non è stato solo preso e ucciso, è stato sottoposto a una vera e propria esecuzione con tanto di colpo in testa finale.
Una macchia difficile da cancellare.
Resta il piacere di aver visto complessivamente un grande film , le oltre due ore di questo passano in un attimo per il ritmo imposto dalle innumerevoli azioni del protagonista, un personaggio tout court,a tutto tondo,uno di quei personaggi che si mangiano il film.
E Cassel è realmente magnifico.
Rimane la delusione per il mancato riconoscimento di un successo meritatissimo, un esempio di cinema moderno che guarda ai classici con rispetto e cerca di rielaborarne la lezione (vedendo questo film più di una volta mi è venuto in mente Corneau o I senza nome di Melville) a futura memoria delle nuove generazioni di cinefili...
Assolutamente da vedere

( VOTO : 8 / 10 )

giovedì 29 maggio 2014

Nemico pubblico N.1 - L'istinto di morte ( 2008)

La prima parte della storia di Jacques Mesrine vera e propria incarnazione mefistofelica di nemico pubblico.Dall'inizio come topo d'appartamento alla fuga continua attraverso tre continenti in una vita segnata dal crimine e da un rapporto irrisolto con i media.
Quello che ne vien fuori è il ritratto di un uomo di un egocentrismo pazzesco  che ha vissuto la sua vita senz alcun compromesso.
Nel flm di Richet non c'è nessun afflato romantico o umana comprensione nel descrivere la figura di questo gangster che ha mosso i primi passi negli anni 60. Sembra partire tutto da un rigurgito di coscienza (il non voler ammazzare una donna durante l'occupazione francese in Algeria) ma a dir la verità non sappiamo se in un uomo simile è possibile parlare di coscienza.
Brillante,di intelletto pronto, assai permaloso (da vedere il primo incontro scontro con Depardieu) e con la pistola sempre pronta all'uso. Da topo d'appartamento rapidamente scala la piramide sociale del crimine e diviene un criminale a tutto tondo capace di fare tutto,di picchiare e uccidere.
Senza rispondere a particolari principi.
Depardieu, qui in una parte da laido ciccione sfregiato dagli stravizi di una vita , gli dice che nel crimine ognuno ha i suoi principi etici.
Ebbene Jacques Mesrine di questi principi etici non sa che farsene
Uccide uno sfruttatore arabo perché ha massacrato di botte una prostituta a cui era affezionato e da lì un escalation di violenza senza fine in più continenti.
Ha anche una moglie spagnola con cui ha il tempo di fare tre figli ma anche lei non regge un uomo che a lei preferirà sempre i suoi amici (parole di Jacques) e che arriva a metterle la fredda canna di una pistola in bocca in una delle numerose scene di violenza inusitata del film.

Poi ci si trasferisce in Canada,si cerca di fare un lavoro onesto con la sua nuova fiamma Jeanne ma presto si riconvertirà all'azione criminale.
Richet come  detto prima non fa l'agiografia di un personaggio impossibile da difendere come Jacques Mesrine: si pone alla giusta distanza registrando con stile cronachistico tutte le sue abominevoli gesta.
Pochi i gesti d'affetto: per il resto il personaggio è di quelli senza compromessi senza tanti sconvolgimenti psicanalitici (la sua è una famiglia all'apparenza solida e che non gli ha fatto mancare nulla, lui però è adirato col padre sia perché ha lavorato con i tedeschi durante la guerra sia perché ha lasciato le redini del comando alla madre) ma solo con un sano intento di avere a disposizione tanti soldi per fare la bella vita e perderli a poker con i suoi amici.
E'una figura di gangster mutuato a quelle degli anni 30 ma con un delirio di onnipotenza assolutamente fuori dal tempo.
E ditemi se non è delirio d'onnipotenza cercare di assaltare la prigione canadese in cui è stato rinchiuso insieme al suo amico armato fino ai denti .Per quanto scalcinata la prigione (Mesrine e il suo amico fuggono veramente in modo troppo facile),il tentativo fallisce e loro sono feriti.

Il film è letterlamente fagocitato dall'enorme,mostruosa presenza di Vincent Cassel,attore che sembra fatto su misura per il noir,con la sua faccia spigolosa i suoi occhi piccoli e distanti,la sua mascella volitiva e il suo sguardo selvaggio, un attore che credo non sarebbe dispiaiciuto a sua maestà Melville per uno di suoi film.
Cassell domina il film e fa vedere ancora una volta la sua grandezza in un film di genere solido con una regia piuttosto ridondante ma assolutamente densoin un succedersi continuo di avvenimenti.
Tenendo conto che è stato fatto un altro film che racconta il seguito,di cose a Jacques Mesrine ne sono capitate....
Difficile parlando di genere  e inquadrare con precisione quello a cui ascrivere questo film: thriller, action, noir ,polar oppure semplicemente un biopic?
Per come la vedo io è un noir di impianto classico,anni 60 diciamo ma che parla un linguaggio modernissimo fatto di sequenze girate in maniera vertiginosa,di split screen alla maniera di De Palma e di tante altre cose che lasciano intuire la bravura di Richet.
Diciamo che l'ambientazione anni 60 è solo uno sfondo per un personaggio assolutamente moderno,contemporaneo,del XXI secolo insomma.
Dal punto di vista registico il meglio sta all'inizio sui titoli di testa:una sequenza lunga, complessa,frammentata con la tecnica dello split screen e che realmente toglie il fiato.
Altra perla del film è la parte carceraria in Canada:di nichilismo accecante la parte con Jacques in cella d'isolamento senza vestiti ,al buio e lavato saltuariamente con getti d'acqua violentissimi...forse l'unico momento in cui riesci a provare un po'di umana comprensione per il personaggio....

( VOTO 7,5 / 10 ) 

Mesrine: Killer Instinct (2008) on IMDb