I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.
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domenica 12 aprile 2015

Fast & Furious 7 ( 2015 )

Dom Toretto e la sua squadra sono tornati alle loro vite normali dopo aver sconfitto un terrorista di nome Owen Shaw. Destino vuole che il tizio in questione abbia un fratello che voglia vendicarsi di Dom Toretto e di tutta la sua squadra , sterminandoli a uno a uno e che intanto un terrorista somalo Jackande  abbia messo le mani su un localizzatore ultrasofisticato chiamato " L'occhio di Dio" che , nelle mani sbagliate,potrebbe trasformarsi in un ' arma pericolosissima.
Toretto con la sua squadra deve fronteggiare tutti questi nemici ed evitare il tracollo della sicurezza mondiale.
Si lo so , sono una brutta persona.
Un blogger ( ma de che? toglierei nobiltà al termine definendomi tale, diciamo un appassionato) inaffidabile che non riesce a programmare nemmeno uno straccio di calendario per scrivere le sue quattro parole in croce sui film che vede, non tutti, perché di qualcuno di quelli che vede c'è poco o nulla da dire e verrebbe tristezza solo a sprecarci pensieri e parole.
Ma ieri sera dopo aver mangiato un delizioso filetto al pepe verde, fatto veramente come il dio della cucina comanda e dopo una robusta dose di ottimo caffè, sono andato a vedere Fast & Furious 7, saga ormai tra le più longeve e che ha accompagnato una discreta fetta della mia crescita cinematografica da una quindicina di anni a questa parte.
Il mio cuore cinefilo batte per altri generi , lo sapete bene, ma io a questi tamarri sono affezionato sin dal primo film, una sana ventata di serie B portata al cinema dei grandi .
E a me la serie B al cinema è sempre piaciuta.
Ho guardato questa saga inizialmente sprofondare e poi improvvisamente risorgere e ora di punto in bianco ci troviamo di fronte al settimo capitolo e a Paul Walker che non c'è più.
Almeno non è più tra noi: mi piace immaginarlo al volante di una fuoriserie che corre ancora per strade senza fine e panorami incantati , ma forse è una visione troppo infantile.
Romantica ma infantile.
Veniamo al film: dopo il quinto e il sesto capitolo era difficile fare meglio.
Cambio di regista per divergenze artistiche con lo specialista in horror e affini Wan che prende il posto di Lin ( e non è uno scioglilingua) e la morte di Walker a scompaginare tutto, costringendo a fermare la produzione e a rimaneggiare la sceneggiatura.
Già la sceneggiatura: ma siamo sicuri che in un film come questo sia necessario avere una sceneggiatura?
Restando in tema di macchine , parlare di script in una pellicola come questa è come disquisire di uno di quegli optional a pagamento fighissimi di cui però la nostra macchina può fare tranquillamente a meno.
In fondo siamo al cinema non per pendere dalle labbra degli attori , non stanno recitando Shakespeare e le loro battute non sono da fini dicitori.
Andiamo per vedere altro: inseguimenti, fracasso, sparatorie, qualche battuta di grana grossa che alleggerisca l'atmosfera, risse da strada e mazzate cecate come dicono in grembo al Vesuvio.
Soprattutto vediamo icone di un certo tipo di fare cinema e in questo film il piatto è ricchissimo: Jason Statham, The Rock, Vin Diesel, addirittura Kurt Russell.
Posso dire che è veramente una goduria vedere The Rock e Statham( un villain dotato di carisma inconfutabile, da Olimpo immediato) darsele di santa ragione rompendo vetri e pareti e rimanendo praticamente intonsi?
Astenersi puristi della verosimiglianza perché qui non ce n'é: Fast & Furious 7 è una sorta di Avengers a 99 ottani in cui il rombo delle macchine sovrasta tutto.
I nostri eroi sono praticamente immortali, la morte non li sfiora perché tutto gli rimbalza addosso.
La morte è di pertinenza esclusiva solo delle figure secondarie o di quei tristi soldatini delle squadre speciali che nascosti sono una divisa integrale che li copre da capo a piedi , sono svuotati di tutta la loro umanità.
Al massimo sembrano dei robottini sacrificabili.
Dicevamo della verosimiglianza che va a farsi benedire: una scelta evidente, ponderata, una ricerca di innalzare sempre più in alto l'asticella del filmabile, cercando di arrivare dove nemmeno mai James Bond è riuscito ad arrivare in cinquanta anni  e oltre di carriera.
Macchine che vengono lanciate dal ventre di aerei in volo senza che gomme e ammortizzatori subiscano il benchè minimo danno, Dom Toretto che sperona un elicottero con una macchina lanciata a volo d'angelo, The Rock che abbatte un drone a colpi di autoambulanza e potrei procedere oltre.
Sinceramente alla fine te ne sbatti proprio del realismo, è solo un overdose di adrenalina, come andare al luna park stando bene ancorati al sedile del cinema.
Anzi dopo un po' controlli anche se il seggiolino sia dotato di cintura di sicurezza.
E' proprio così Fast & Furious 7 è un parco divertimenti completo di tutte le attrazioni, un giocattolone ipertecnologico in cui la trama è solo un dettaglio, un'apostrofo di inchiostro tra un inseguimento e una scazzottata.
Un giocattolone che nel finale si apre alla malinconia e alla lacrima: ora io da un film che fa della tamarreide il suo tratto distintivo dominante ( e a noi ce piace proprio per questo) non avrei mai immaginato un omaggio così sentito e toccante a Paul Walker, l'amico a cui un tragico destino ha imposto un'altra strada da seguire.
Qualche minuto in cui lo vediamo lungo tutto il suo tragitto nella saga assieme al suo fratello putativo Vin.
E nel 2001 era proprio un pischelletto.
Non l'avrei mai detto ma la lacrimuccia m'è scappata.
Che film bastardo!!!

PERCHE' SI : luna park completo di tutti i divertimenti, squadra consolidata, villain dal carisma inconfutabile,ritmo indiavolato.
PERCHE' NO : astenersi puristi della verosimiglianza, la sceneggiatura è importante come un inutile optional a pagamento sulla macchina nuova.

LA SEQUENZA : l'omaggio a Paul Walker, commosso e sentito lontano dalla retorica.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
Posso andare al cinema anche dopo una buona cena ( in genere per evitare abbiocchi si va al cinema rigorosamente digiuni), probabilmente dipende dal film.
Vin Diesel non è cambiato minimamente in questi quindici anni
Vedere Jason Statham che fa a mazzate prima con The Rock e poi con Vin Diesel è puro godimento cinematografico.
Non avrei mai pensato che questo film mi avrebbe fatto versare la lacrimuccia.

( VOTO : 7 / 10 )

Furious 7 (2015) on IMDb

mercoledì 11 marzo 2015

Departures ( 2008 )

Daigo Kobayashi è un violoncellista professionista che perde il suo lavoro in tempi di crisi perché la sua orchestra viene sciolta. Con la moglie da Tokyo si trasferisce alla sua piccola città natale, in provincia, alla ricerca della seconda occasione. Che si presenta sotto forma di un lavoro un po' strano, quello di nokanshi, una specie di becchino nostrano ma molto più importante perché gli è affidato tutto il rituale di preparazione delle spoglie del defunto per il funerale.
E nonostante le rimostranze della moglie e la scarsa considerazione che accompagna questa sua nuova vita, Daigo vi trova la sua ragione d'essere.
Una volta visto ( sia al cinema che dopo su piccolo schermo) devo ammettere che avevo avuto la sensazione di aver visto un grande film. Poi ho avuto la cattiva idea di ripensarci un po' su.
Ci sono certi film che fatti sedimentare adeguatamente acquistano se possibile ancora maggiore profondità, altri per cui il tempo non è affatto galantuomo.
Departures, purtroppo appartiene alla seconda categoria, è una di quelle opere che gradualmente perdono consistenza mano mano che te ne allontani nel tempo, un po'come l'effluvio di un ottimo profumo destinato comunque a soccombere e a perdere la propria fragranza con il passare delle ore.
A distanza di qualche giorno mi sono  ritrovato a pensare ad aver visto un film più furbo che bello, accattivante e affabulatorio molto ben confezionato, capace di toccare le corde emotive giuste in momenti in cui il cinema vola alto, mentre d'altra parte l'uso reiterato di simbologie un po' troppo evidenti o di ellissi narrative se vogliamo ingenue (vedi la sequenza in cui la cassa nel forno crematorio viene affidata alle fiamme seguita dal levarsi in volo di alcuni cigni) insospettiscono alquanto.
E queste perplessità sono rimaste inalterate nel tempo.
 Ha però anche grossi meriti questa pellicola:riuscire a parlare con tono lieve e con una venatura grottesca tutt'altro che sgradevole del momento del trapasso non è roba da tutti.
Certo non è la prima volta perché a questo riguardo l'approccio è identico a quello della serie tv cult Six feet under a cui questo film rimanda senza mezzi termini.
Lo sguardo al Giappone di oggi poi non è affatto consolatorio:la crisi economica colpisce duro anche lì ed è per quello che Daigo, violoncellista di scarso talento (almeno così dice lui) si vende il violoncello da pagare a rate dopo che è stata sciolta l'orchestra.
E qui c'è un'altra cosa che non ho compreso:a quanto si vede anche in questo film il Giappone è una terra in cui si vive ancora di rituali e la preparazione della salma è di fondamentale importanza.Uno si aspetta che un professionista di questa pratica perlomeno sia rispettatissimo e invece fare un lavoro del genere pare sia un disonore manco si andasse a rubare le elemosine in chiesa.
Il rituale della preparazione è fatto sempre con la stessa flemmatica gestualità, con grande rispetto sia della salma che dei suoi parenti e amici che non devono vedere neanche un centimetro di pelle.
E Daigo aiutato da un grande maestro riuscirà a far accettare questa professione anche alla moglie.
Departures in un frangente riesce anche a provocare emozione, di quella vera ma probabilmente lo fa involontariamente.C'è fretta di chiudere definitivamente i conti col passato, anche con un padre che non si vede da trenta anni.
Quello che convince del film è soprattutto il personaggio del protagonista che sembra sempre capitato nel posto sbagliato al momento sbagliato.E diverte anche il suo curioso apprendistato a suon di nausea, vomito e frizioni vigorose, quasi selvagge con il sapone per levarsi l'odore di morte dalla pelle.
La sua inadeguatezza alla nuova professione è foriera anche di situazioni buffe (vedi la sua prestazione nel recitare da "salma" per un dvd pubblicitario per soli addetti), la sua situazione familiare complicata rende il tutto più frizzante. Accanto al rituale, alla figura del maestro così ancorata al passato (vedi le "leccornie" che cucina e per cui si autoincensa senza pudore) , accanto al passato che ritorna sotto forma di un violoncello che Daigo usava da bambino (e che è lo spunto per tutta una serie di sequenze bucoliche in cui il nostro suona nei posti più disparati allungando il film oltre il dovuto), accanto alla storia dei sassi (un po'troppo telefonata) c'è un Giappone moderno nascosto tra le pieghe di un film inquadrato molto all'occidentale.
In molte sue parti Departures è riconoscibile come film orientale solo dal fenotipo di coloro che vi recitano.
Altrimenti potrebbe benissimo essere un film di altra latitudine cinematografica.
Insomma un film giapponese formato esportazione, reso accattivante anche per i palati occidentali.
La morte è come un cancello, sicuramente siamo tutti uguali di fronte ad essa ma se siamo preparati e se conserviamo da morti quella che era la nostra apparenza in vita...beh allora attraversare questo cancello può essere addirittura più facile...
Successo clamoroso e Oscar come miglior film straniero nel 2009.

PERCHE' SI : ben delineato il personaggio del protagonista, buffo il suo apprendistato, qualche momento di emozione vera
PERCHE' NO :  cinema giapponese formato esportazione, qualche sforbiciata avrebbe giovato, snodi narrativi poco spiegabili ed ellissi ai limiti dell'ingenuità...

( VOTO : 6,5 / 10 ) 

Departures (2008) on IMDb

domenica 1 marzo 2015

Miss Zombie ( 2013 )

Una famiglia giapponese formata da padre madre e figlio piccolo ( rispettivamente Teramoto, Shizuko e Ken'ichi) che abita in una casa dal design architettonico d'avanguardia un giorno riceve un pacco gigantesco da parte di un amico del capofamiglia. Dentro c'è una gabbia con una ragazza ,di nome Sara, uno zombie a bassa pericolosità e dettagliate istruzioni sul suo management, compresa una dieta vegetariana ( per smorzarle ulteriormente l'aggressività) e una pistola per eventualmente eliminarla se andasse fuori controllo.
Sara viene impiegata per le mansioni più umili e segnatamente per pulire con una spugna abrasiva un piazzale di marmo davanti casa , lavoro inutile, ripetitivo e improduttivo, sotto gli occhi voraci di due aiutanti nei lavori di ristrutturazione della casa, presa a sassate dai bambini che la vedono e addirittura trafitta con delle lame da una banda di giovinastri che incontra quando va a ritirarsi la sera nel suo piccolo antro.
Non volendo la sua sola presenza sconvolgerà la routine quotidiana di tutti finché un giorno il piccolo Ken'ichi viene trovato morto e Sara viene costretta a rianimarlo...
Sono appassionato di film di zombie  e credo che si noti abbastanza ma sono anche convinto che ormai il genere si stia avvitando un po' su se stesso, incapace di rinnovarsi e di proporre un'evoluzione intelligente dello spartito romeriano di partenza.
Poi negli ultimi tempi visioni due autentiche perle come Dead Snow 2 : Red vs Dead ( di cui abbiamo parlato ieri e lo trovate qui ) del funambolico Tommy Wirkola e il sorprendente low budget australiano Wyrmwood ( se interessa ne abbiamo parlato qua) a cercare di farmi cambiare idea, riuscendoci .
E , come fulmine a ciel sereno, a completare il mio impeto di speranza per il futuro dello zombie movie , arriva anche questo Miss Zombie del giapponese Sabu ( alias Hiroyki Tanaka) che esplora il genere in una direzione antitetica rispetto ai film appena citati.
Se Dead Snow 2 : Red vs Dead e Wyrmwood procedevano ad ampie falcate verso la commedia e la parodia , il film di Sabu è di tutt'altro tenore, spingendosi verso il melodramma familiare e verso l'apologo accorato sulla diversità.

Sara è una zombie ma non è pericolosa per l'uomo , eppure viene trattata da bestia o da robottino schiavizzato nel compiere mansioni inumane , meccaniche e di inutilità comprovata come pulire con una spugnetta un intero piazzale di marmo.
Eppure è concupita da tutti, provoca pensieri peccaminosi negli uomini adulti, ribrezzo nei bambini che la prendono a sassate e oggetto di una sorta di rituale macabro per i giovinastri che l'accoltellano.
In silenzio lei sopporta tutto,alle prese con memorie dolorose che le si ripresentano in flashback improvvisi come stilettate,  molto più umanizzata di coloro che appartengono nominalmente alla razza umana e soprattutto si presta senza chiedere nulla in cambio quando la sua presenza è fondamentale ( per rianimare il piccolo Ken'ichi)..
La sua sola presenza squassa le dinamiche familiari, modificandole in maniera irreversibile un po' come succedeva in Teorema di Pasolini o anche , per rimanere nel genere, come in Visitor Q di Takashi Miike.
Se non fosse perché la protagonista è una zombie farei fatica a immettere questo film nel genere horror: in fondo è un melodramma feroce in cui i dialoghi sono quasi del tutto eliminati ( ma il sonoro è fondamentale ) con una svolta pulp nel finale che serve solo ad alimentare l'angoscia di una visione non facile per l'empatizzazione che provoca nei confronti di Sara, la Miss Zombie del titolo.
Perché in fondo ci sentiamo molto più legati, forse anche più simili a  lei e non agli esponenti nominalmente umani che dimostrano ad ogni sequenza il loro essere quotidianamente bestie.
Anche la madre , Shizuko, che in un impeto di cieca, furibonda gelosia , deve riaffermare a tutti i costi il suo desiderio di essere madre, la centralità perduta nella non - vita del piccolo Ken'ichi.
E ancora una volta , Sara, Miss Zombie, lei stessa futura  madre a cui un tempo hanno rubato la maternità, si presta al sacrificio.
L'ultimo.
Girato quasi totalmente in bianco e nero ( sono a colori solo le sequenze finali, gli ultimi devastanti 7-8 minuti ) squillante e costantemente sovraesposto il film di Sabu riporta alla mente la poetica e l'estetica del primo Tsukamoto, in una stimolante sovrapposizione di citazioni e di influenze che rendono il suo  film complesso e toccante , sfumato eppure granitico nei suoi accadimenti.
Quello che rimane è quello sguardo stranito, un po' vuoto, della gentile Sara, zombie a bassa pericolosità e la certezza che gli umani sono molto più pericolosi...

PERCHE' SI : interessante evoluzione del genere in una stimolante sovrapposizioni di influenze e citazioni, la fotografia in un bianco e nero sempre sovraesposto dà un look particolare, peculiare al film, finale di debordante crudeltà.
PERCHE' NO : approccio autoriale che deluderà i fan puristi del genere così come la mancata  mostra di sangue e frattaglie.

( VOTO :7,5 / 10 ) 

Miss Zombie (2013) on IMDb

martedì 28 ottobre 2014

ABCs of Death 2 ( 2014 )

Torna l'antologia horror ispirata alle lettere dell'alfabeto. 26 e più modi per morire o semplicemente per soffrire. Ma tanto tanto.

Dopo un primo film che aveva dettato le coordinate del genere ( ispirarsi a una lettera che rappresenta l'iniziale del titolo, un budget di 5000 dollari e un film al massimo di 4 minuti o giù di lì) tornano i terroristi dell'alfabeto che declinano la morte e la sofferenza in meno di cinque minuti.
C'è un cambio totale del cast registico rispetto al primo episodio , si pesca un po' in tutto il mondo, addirittura c'è un episodio diretto da un regista nigeriano, Lancelot Oduwa Imasuen, ma non c'è nessun regista italiano convocato per l'occasione.
Insomma continuiamo ad essere oltre il terzomondo cinematografico.
Se l'intento di questa antologia è quello di rappresentare un po' il termometro della scena horror mondiale contemporanea, direi che stiamo messi abbastanza bene, ma sinceramente non so se possiamo prendere questo ABCs of Death 2 come pietra di paragone per quello che sta vivendo il genere horror in questi ultimi tempi, non giurerei sulla sua attendibilità.
Pur avendo un minutaggio praticamente uguale a quello del primo film , personalmente ho trovato questa seconda antologia di corti meno sfiancante della precedente, forse nel frattempo ho fatto un certo allenamento o molto più probabilmente ho avuto meno la sensazione di andare sulle montagne russe in quanto a qualità.
Diciamo che questo secondo capitolo appare qualitativamente molto più omogeneo del primo e questo lo rende decisamente più fruibile.
Altra cosa che me lo ha reso un po' più leggero da vedere è la quasi assenza di corti d'animazione ( l'animazione in campo horror la digerisco poco) e di riempitivi che qua e là affioravano nel primo film.
D'altra parte forse non c'è la vetta assoluta che faccia ombra agli altri episodi, forse anche perché sono quasi tutti di buonissima qualità. 
Nell'altra antologia era XXL di Xavier Gens che si stagliava nettamente sopra gli altri.
Qui è più difficile trovarlo a tutto vantaggio dello spettatore.
Scorriamo velocemente gli episodi che mi hanno più colpito.
Il primo segmento che colpisce è B for Badger, gioiello di humour inglese nerissimo in cui una troupe televisiva ha un incontro un po' troppo ravvicinato con un tasso che fa letteralmente a pezzi la star del documentario.Diretto da Julian Barratt,soprattutto attore e  specialista in commedie.
Fa salire il cuore in gola C for Capital Punishment di Julian GIlbey ( A Lonely place to die qui a bottega è stato molto apprezzato), più thriller che horror , da prendere come un accorato apologo contro la pena di morte ibridato beffardamente con la legge di Murphy perchè all'incolpevole protagonista le cose non vanno male, vanno malissimo.
Arriviamo quindi a uno dei pesi massimi di questa antologia , F for Falling , diretto dagli israeliani Aharon Keshales e Navot Papushado ( l'acclamato Big Bad Wolves), un modo originale di rileggere il sempiterno conflitto israelopalestinese condito di sarcasmo feroce per come il destino disegni traiettorie beffarde.
I for Invincible di Erik Matti è uno dei più vivaci con una matrona che non ne vuol sapere di trapassare, J for Jesus del brasiliano Ramalho farà tremare le vene nei polsi dei bigotti benpensanti ultrareligiosi .
Bello anche K for Knell di due registi lituani ( Bruno Samper e Kristina Buozyte ) un episodio che oltre all'horror mette dentro tanta sci fi vintage e che in meno di cinque minuti mette una discreta angoscia addosso.
 L for Legacy , l'episodio del succitato nigeriano Lancelot Oduwa Imasuen ( uno che a poco più di 40 anni ha già più di 70 titoli all'attivo) si segnala più a livello folkloristico che altro. 
Mi è piaciuto anche N for Nexus di Larry Fessenden ma lui non è certo una scoperta, così come il beffardo Q for Questonnaire di Rodney Ascher.
R for Roulette di Marvin Kren ( discretamente considerato qui a bottega dopo Rammbock e Blood Glacier ) è girato in un elegantissimo bianco e nero , quasi un abito da sera, ma soffre di una tremenda sensazione di deja vù.
Il miglior episodio del lotto è S for Split  del madrileno ( ma trapiantato a Los Angeles) Juan Martinez Moreno che, tenendo fede al titolo gira tutto in split screen anche multiplo raccontando una storia che sembra ordinaria ma che nasconde in realtà risvolti del tutto inaspettati.
Quasi dispiace che finisca così presto.
Bello anche X for Xylophone dei miei amati Maury e Bustillo che rispolverano per l'occasione Beatrice Dalle e il suo diastema per regalarci cinque minuti veramente inquietanti, mentre l'apoteosi dello schifo la raggiunge senza dubbio Z for Zygote di Chris Nash , un tecnico degli effetti speciali passato dietro la macchina da presa  e direi che la cosa si nota.
Ci sono ahimè anche due delusioni piuttosto cocenti in questa antologia: la prima è T for Torture Porn delle Soska Sisters che a cotanto titolo non fa seguire uno svolgimento adeguato perdendosi dietro alle solite rivendicazioni veterofemministe , la seconda è U for Utopia di Vincenzo Natali che è un'episodio sostanzialmente vuoto, un bel contenitore con il nulla dentro.
A parte questo per gli appassionati c'è veramente tanta roba da vedere....

PERCHE' SI : abbuffata pantagruelica, qualità livellata verso l'alto, alcuni episodi notevoli
PERCHE' NO  : frastornante per chi non è abituato, un paio di episodi deludenti per i nomi coinvolti

( VOTO : 7 + / 10 ) 

ABCs of Death 2 (2014) on IMDb

mercoledì 8 ottobre 2014

Father and Son ( 2013 )

Nonomiya Ryota è un architetto di successo realizzato professionalmente ed economicamente.
Lavora duro ma è felice assieme alla moglie Midori e al figlio di 6 anni , Keita.
Tutto procede bene fino a quando una telefonata dall'ospedale in cui è nato il bambino 6 anni prima li fa scivolare improvvisamente nell'incubo: sono stati vittime di uno scambio di bambini.
Keita non è loro figlio biologico .
Il figlio di Ryota e Midori vive in un'altrra famiglia, ben più modesta economicamente , assieme a un fratellino e a una sorellina. Non naviga nell'oro la sua famiglia ma è un bimbo amato e felice.
L'ospedale propone loro un congruo risarcimento e i bimbi dovrebbero tornare dalle loro famiglie biologiche ma ci vuole tempo per farli abituare e non traumatizzarli.
A Ryota vengono tanti dubbi: è il vero padre chi dona la vita o un gruppo sanguigno, o colui che ti cresce e ti insegna a vivere?
E se esistesse un altro modo per risolvere il tutto?
Il ritorno di Hirokazu Kore-eda, uno dei miei registi giapponesi preferiti se non il mio preferito, ma la scelta è veramente ardua , è un'altro excursus profondo e toccante nell'animo umano.
Un tema da far tremare le vene nei polsi, una vicenda che puè accadere ovunque ed è  successa veramente ( si legga anche la cronaca nostrana di questi ultimi mesi con lo scambio di embrioni in un  ospedale romano) ma ancora più estremizzato.
Non si tratta di embrioni, di esseri formati da poche cellule a cui è difficile affezionarsi se non pensando al futuro, al feto prima e al bambino poi che ne verrà.
Qui si tratta di bambini di sei anni con cui si è stati sempre insieme, cresciuti sotto la rassicurante ala paterna e improvvisamente esposti alle intemperie che solo un destino beffardo ti può riservare.
Indubbio che il fulcro di tutto il film sia Ryota: architetto di successo, con un bel macchinone, con una moglie remissiva che quasi fa tappezzeria , con un sacco di aspettative per il figlio costretto , forse suo malgrado a seguire lezioni di piano, di inglese  e a studiare per entrare nella scuola privata.
Quasi soffre il piccolo Keita a giocare col padre che si diverte con gli aquiloni ma a lui va bene così.
E' suo padre e poco importa se sta crescendo in un batuffolo di bambagia in quasi perfetta solitudine tra un palloncino gonfiato , un videogame e un mondo fuori da scrutare con quegli occhi neri brillantissimi, vispi, che sembrano emanare luce.
La telefonata dell'ospedale fa crollare tutte le sicurezze di un uomo abituato a non avere incertezze, cominciano i dubbi su Keita , ritenuto di temperamento troppo morbido ma alla fine arrivano le domande giuste nella testa di Ryota: non è una questione di aspettative troppo alte?
Non è sua la colpa?
Dall'altra parte c'è una famiglia che vive più modestamente, ha altri due figli e la strada in cui vivono è decisamente meno piacevole del quartiere residenziale in cui vivono Ryota, Midori e Keita.
Eppure sono felici, la loro casa è uno sbuffo di colore che dà subito l'idea di essere vissuta da un branco di bambini che allegramente la mettono a soqquadro.
Poveri e felici da una parte , ricchi e infelici dall'altra.
Per un regista normale sarebbe così , ma non per Kore-eda, regista che ha un talento inarrivabile nel descrivere famiglie disfunzionali , si veda il bellissimo ( e terribile) Nobody Knows.
Qui c'è un dilemma da risolvere: chi è il vero figlio e il vero padre?
Quello assegnato dalla biologia o quello che ti ha dato in sorte,stavolta è il caso di dirlo,  la vita?
Il dilemma che viene stoltamente ignorato dal titolo italiano, un semplice Father and Son e non il più pregnante Like Father, Like Son, tale padre e tale figlio, il nucleo pulsante del film.
I figli sono uguali ai loro padri genetici o sono condizionati dall'ambiente che li circonda?
Chi può rispondere a questa domanda ?
Nessuno probabilmente ed è questo che rode da dentro il sempre sicuro Ryota, uno abituato a ottenere tutto dalla vita.
Father and Son è un film che ti lascia svuotato, inebetito, soprattutto quando hai in casa un paio di bimbetti che ti chiamano papà.
E' un qualcosa  che semina dubbi e regala incertezze, uno di quei film che sembrano essere più veri della vita reale.
E' tutto spontaneo, fluido, quasi non sembra esserci una macchina da presa e un regista che elargisce direttive agli attori in scena.
Father and Son vuole forse portare con sè una speranza: che un altro modo di vivere felicemente è possibile, riscrivendo il concetto di famiglia, concependola come un nucleo passibile di essere allargato.
Father and Son racconta il percorso di avvicinamento di Ryota, granitico nelle sue convinzioni all'inizio, a un nuovo modo di vivere la sua paternità, una volta che le sue certezze sono svanite come la neve al sole.
Father and Son è lo sguardo di un bambino, è tutto negli occhi penetranti di Keita, due fiammelle nere che illuminano il suo bel visino, è quel momento di vera unione quando padre e figlio guardano nella macchina fotografica che ha fissato un momento della loro vita.
Un momento che non verrà più cancellato.
Premio della Giuria a Cannes del 2013.
Spielberg, presidente di quella Giuria,  ha comprato i diritti per farne un remake americano.

PERCHE' SI : è Kore-eda, basta la parola, film che fa riflettere come pochi
PERCHE' NO . se è indigesto il cinema orientale...

( VOTO : 8 + / 10 )

 Like Father, Like Son (2013) on IMDb

venerdì 25 luglio 2014

Capitan Harlock ( 2013 )

Nel 2977 la popolazione di terrestri e di loro discendenti ha raggiunto la ragguardevole cifra di 500 miliardi. Sono sparsi per l'universo e il numero esorbitante impedisce di fatto un loro ritorno a casa nonostante guerre sanguinose ( denominate Coming Home) e il dispiegamento di una potentissima flotta attorno al pianeta azzurro ad opera dell'organizzazione della Gaia Sanction con il compito di distruggere chiunque si avvicini.
Tra coloro che si aggirano per le galassie c'è l'astronave Arcadia ai comandi di Capitan Harlock, uno di quelli che vuole sovvertire i dettami della Gaia Sanction.
Viene così inviato sull'Arcadia un infiltrato di nome Yama, fratello di Ezra , comandante delle forze armate di Gaia.
Yama dovrebbe uccidere Harlock ma si schiera ben presto dalla sua parte e anche i vari tentativi di Ezra di riportarlo dalla parte della Gaia Sanction falliscono miseramente.
Anche quando Ezra racconta al fratello ribelle il passato di Capitan Harlock, gli fa vedere come realmente è ridotta la Terra ( un ammasso di buche e crateri) e in una lotta finale lo ferisce sotto l'occhio destro di cui perderà l'uso.
Una cicatrice identica a quella di Capitan Harlock.
Un ideale passaggio di testimone in nome della libertà in giro per le galassie.
Difficilissimo riassumere in una breve sinossi  tutto quello che succede in questo Capitan Harlock versione 2013, la prima in computer grafica.
Se come si suol dire anche l'occhio vuole la sua parte, qui ne avrà in abbondanza perché l'intelaiatura visiva del film è maestosa, eccezionale, qualcosa in cui perdersi e ritrovarsi, anche al di là di tutte le chiacchiere ( interminabili, a volte estenuanti) che si fanno durante il film.
La complicazione è una sceneggiatura dai dialoghi interminabili e infarcita di tanti, troppi avvenimenti.
Il rischio di perdersi nel film è elevatissimo se non si segue attentamente la vicenda.
Il problema è che questo non è il Capitan Harlock che ho conosciuto quando ero piccolo: è qualcosa di diverso, invece che un eroe romantico, l'ultimo dei romantici, si comporta come un deus ex machina tronfio e che si bea del suo status di leggenda, in grado di intervenire quando e come vuole per cambiare a suo piacimento la storia.
Rimane il suo status di ribelle a tutto tondo, attivista contro tutti i regimi totalitari , umani o alieni che siano, ma ci troviamo di fronte a un'elaborazione profondamente diversa del personaggio che qui diventa ancora più taciturno ed è decisamente meno presente, anzi per la maggior parte del film è relegato sullo sfondo, incombe sulla narrazione ma in realtà in questo Capitan Harlock del 2013 viene narrata soprattutto la storia dei due fratelli contro, Ezra e Yama, dei loro conflitti venuti da lontano e delle loro diverse filosofie di vita.
Altra cosa difficile da mandare giù per un fan della primissima ora del cartone animato ( mi perdoneranno i puristi giapponesi se lo chiamo così ma non sono molto informato sulle varie tecnologie e non voglio sparare cazzate o millantare competenze che non ho abusando di Wikipedia) è tutta questa tridimensionalità di personaggi e di ambienti grazie a una computer grafica che perfeziona tutto ma di riflesso appiattisce anche i tratti nervosi del disegno che erano parte integrante del mondo del vecchio Capitan Harlock.
Questa nuova riscrittura delle avventure del mitico capitano è decisamente complicata da seguire e questo scoraggerà sicuramente i più giovani( ma probabilmente non erano loro il target di riferimento), tanti avvenimenti, tante parole e cambiamenti di sponda, tante cose date per scontate ma che per chi si avvicina per la prima volta al personaggio non lo sono così tanto.
E' duro da seguire però arrivare alla fine dà un senso di estrema soddisfazione, un po' come il ciclista che ha appena finito di scalare lo Stelvio o l'Alpe d'Huez, perché si è riusciti a non abbandonare nonostante tutti i tentativi da parte degli sceneggiatori che hanno condensato in due ore di film , avvenimenti che ne avrebbero occupato una serie intera.
Musica potentissima e che sottolinea al meglio i vari passaggi e una certa aria alla Star Wars completano il quadro di una megaproduzione ( 30 milioni di dollari, per essere un film giapponese , sono una bella cifra) che si occupa del difficile compito di ricreare la leggenda un po' sbiadita dagli anni di Capitan Harlock, uno degli eroi della galassia decisamente più fascinosi.
Sollucchero puro la lotta finale tra i due fratelli e il passaggio di testimone tra Harlock e Yama, forse un passaggio un po' troppo telefonato ma per il fan vedere che c'è una speranza di rivedere ancora su schermo le avventure di uno degli eroi preferiti....
Capitan Harlock in definitiva è un film piuttosto difficile da giudicare: complesso oltre ogni aspettativa , con molti difetti ed esagerazioni , ma affascinante e generoso con lo spettatore come il personaggio che gli dà il titolo.
Ed esteticamente è favoloso.

( VOTO : 7 / 10 ) 

Space Pirate Captain Harlock (2013) on IMDb

martedì 24 giugno 2014

The dark side of the sun ( 2011 )

Lo Xeroderma pigmentosum è una malattia che non permette l'esposizone alla luce solare di chi ne è affetto perchè provoca ustioni gravissime, invecchiamento precoce e tumori della pelle. E dà un'aspettativa di vita molto bassa perché accanto a questa impossibilità di esporsi alla luce solare ci sono molte altri problemi clinici che vengono fuori.
Questa è la storia di Dan e Karen e della loro figlia Katie, loro secondogenita , che ha appena finito il liceo nonostante l'importante deficit di vista e del 90 % dell'udito, e di come quando loro figlia era piccola riuscirono a tirare su dal nulla Camp Sundown, un luogo di aggregazione dei malati di xeroderma pigmentosum e dei loro familiari, un luogo in cui vivere la notte e cavalcarla fino in fondo per dimenticare , almeno per un breve periodo, l'isolamento a cui sono costretti per la maggior parte dell'anno.
E l'isolamento uccide ancora prima della malattia.
Da genitore mi si stringe il cuore quando vedo al cinema trattare storie di bambini che devono combattere contro malattie infide, invalidanti e mortali come lo xeroderma pigmentosum.
E so anche che cosa vuol dire l'isolamento forzato per un bambino che di giorno, nel pieno della canicola estiva deve andare in giro coperto dalla cima dei capelli alla punta dei piedi e ciò non è neanche sufficiente per evitare i rischi di ustioni.
Ecco perché i bambini , i soggetti affetti da questa malattia, sono costretti a vivere di notte,
Nel mio piccolo sto capendo anche io la bruttezza della sensazione dell'isolamento che possono provare questi bambini, perché anche mia figlia la sta provando, non per una malattia del genere,
fortunamente,ma ci hanno consigliato caldamente di non esporla al caldo e al sole per i recenti problemi che ha avuto.
E lei non l'ha presa benissimo, dato che vede i suoi amici andare al mare a ridere e scherzare e lei deve attenersi a uno stile di vita molto più ritirato.
Ecco perché ho compreso benissimo il peso di quel macigno che gli affetti da questa malattia si portano dietro.
Un carico gravoso che solo nel periodo in cui sono al Camp Sundown finalmente viene alleggerito e tutto questo perché ci si trova assieme a tanti altri ragazzi che vivono la stessa invalidante condizione patologica e , venendo meno l'isolamento che ottunde stati d'animo e coscienze, si riesce a vivere compiutamente una notte che normalmente è gravida di paure , ottenendo come per miracolo la forza per affrontare il giorno.
The dark side of the sun è corredato inoltre di molte sezioni realizzate con tecniche di animazione ( molto giapponesi come stile ) per sottolineare il travaglio interiore dei piccoli protagonisti e di chi sta loro accanto.
Il documentario di Carlo Hintermann e Lorenzo Ceccotti è una coproduzione internazionale in cui è molto importante l'apporto italiano. 
Realizzato tre anni fa , finalmente vede la luce nelle nostre sale pur con una distribuzione assai deficitaria, ma purtroppo non è una novità.
E' uno di quei film che dovrebbe essere proiettato nelle scuole per mostrare che cosa può provocare l'isolamento e soprattutto che non bisogna avere paura della diversità e della malattia, bisogna combattere per vincere e se non è possibile, allora conviverci nel modo più indolore possibile.
Forse la sottolineatura con le immagini animate a volte è un po' troppo evidente , sfociando nella retorica ma è difetto piccolo in rapporto alla funzione sociale che può avere questa interessante opera che è un po' film, un po' cartone animato e un po' documentario....

( VOTO : 7 + / 10 )

The Dark Side of the Sun (2011) on IMDb

venerdì 14 febbraio 2014

Lesson of the evil ( 2012 )

Hasumi, stimatissimo tra gli studenti per i suoi modi garbati e per la sua visione molto aperta dell'insegnamento è il nuovo professore d'inglese dell'Accademia Shinko, una sorta di liceo d'elite in una cittadina giapponese. Hasumi prende molto a cuore il problema del bullismo tra studenti presente nella scuola, sospetta un collega di aver abusato di una studentessa e comincia lui stesso una relazione piuttosto pericolosa con un 'altra studentessa. Intanto un collega indaga su di lui e sul suo passato oscuro, scopre che ha lavorato in una scuola in cui c'è stata un'ondata impressionante di suicidi tra i giovani studenti.
Ma mal gliene incoglie: con la scusa di una festa tra studenti, Hasumi riesce a isolare l'area anche al traffico telefonico ( con mezzi usati per non far aiutare gli studenti tramite cellulare o internet nei compiti in classe ) e attua un piano di follia spaventosa. Folle ma lucido.
Che la mattanza abbia inizio.
Lesson of the evil è il titolo numero 88 della incredibile carriera di Takashi Miike, regista che a neanche 54 anni ha diretto più film di quanto riesca a fare il 99 % dei registi non in una vita ma almeno in un paio di vite.
E l'esperienza conta: il Miike di oggi è molto diverso da quello degli esordi, più maturo, più consapevole della propria impronta stilistica ma gli eccessi sono stati il suo pane quotidiano e continuano ad esserlo perchè lui non rinnega assolutamente nulla del suo passato.
Lesson of the evil, presentato al Festival di Roma dopo essere stato rifiutato da altre kermesse internazionali di cinema, è un film idealmente diviso in due in cui a una prima parte introduttiva che riesce a caratterizzare con poche ma congrue pennellate i vari personaggi in campo e un protagonista assoluto, il professore Hasumi, fa da contraltare una seconda parte in cui vengono fuori gli eccessi splatter che hanno da sempre contraddistinto lo stile di Miike.
Violenza esibita ma calcolata , fredda, terribile,senza il minimo senso di pietà al servizio di un personaggio , il professore di inglese Hasumi, uomo di bell'aspetto e di modi garbati ma in realtà pericolosissimo sociopatico e maniaco omicida, che non avrebbe affatto sfigurato in un film del primo Haneke, quello della trilogia della glaciazione o nei suoi Funny Games.
Il film di Miike muta pelle diverse volte nell'arco di due ore abbondanti: da commedia adolescenziale si trasforma prima in dramma scolastico, poi nel ritratto di uno spietato serial killer e infine in uno slasher tracimante sangue in cui il body count arriva a vette insospettate.
In Lesson of the evil però abbiamo un Miike diverso , come ho detto prima il suo stile è più maturo e consapevole e si vede soprattutto in una prima parte in cui i personaggi vengono scandagliati a dovere e non sono le solite figurine di cartone monodimensionali che si trovano negli horror odierni.
E anche quando mette in scena la violenza lo fa in modo quasi asettico, geometrico, uno stile controllato e per questo ancora più inquietante.
Così come è inquietante la figura del professor Hasumi, il male assoluto nascosto dietro una facciata rassicurante.
Originale l'uso della musica ( il brano ricorrente tratto dall'Opera di tre soldi di Brecht) e anche la prospettiva attraverso cui viene narrato tutto che nella prima parte è quella di Hasumi, nella seconda è quella degli studenti che cercano di sfuggire alla furia omicida del professore, una specie di Carrie di sesso maschile e che invece dello sguardo di Satana ha un fucile a pompa.
Insomma Miike dall'alto di una carriera inimitabile ancora non si sente arrivato, anzi riparte daccapo con una nuova voglia dirompente di fare cinema.
Lunga vita al grande Takashi!!!

( VOTO . 7+ / 10 ) 

Lesson of the Evil (2012) on IMDb

sabato 30 novembre 2013

Thermae Romae ( 2012 )

Roma 128 d.C.: l'architetto Lucius Modestus, specialista in progettazione di bagni termali, sta vivendo una crisi creativa che sembra irreversibile. Perde il lavoro , è sempre triste e pensieroso ma quando un suo amico lo porta alle terme per fare un bagno caldo rilassante Lucius viene risucchiato in un grosso buco nella parete della piscina e scivolando attraverso il tempo viene catapultato nel Giappone ai giorni nostri in un moderno bagno pubblico dove si sta rilassando un gruppo di anziani. Assieme a quelli che definisce il popolo dalla faccia piatta conosce Mami , aspirante disegnatrice di Manga alla ricerca di una storia che la faccia entrare nel mondo del fumetto dopo tante porte sbattute in faccia. Lucius è colpito dalle innovazioni tecnologiche di quello strano popolo, Mami da Lucius che sarà il soggetto della sua storia. Intanto Lucius continua a fare avanti e indietro nel tempo e porta nell'antica Roma tutte le innovazioni che ha osservato. Diventa così l'architetto di maggior successo a Roma e attira le attenzioni dell'irascibile imperatore Adriano che gli fa progettare delle terme personali che però dovranno essere straordinariamente innovative....
Non so voi , ma io quando solo leggo nelle sinossi dei vari film un qualcosa che li faccia avvicinare ai paradossi temporali e ai viaggi nel tempo, scatta l'impulso irrefrenabile alla visione.
E così è stato per questo Thermae Romae, film giapponese tratto da un manga scritto da Mari Yamazaki e incredibile successo al box office giapponese ( secondo posto assoluto del 2012  con un incasso di circa 75 milioni di dollari ), già presentato con successo al Far East di Udine e in attesa di una distribuzione italiana.
A mio parere ci sono due modi per fare un film sui viaggi del tempo: o cercare di annodare scientificamente tutte le fila del paradosso temporale oppure fregarsene beatamente e pensare solo al divertimento sfrenato usando l'espediente del confronto delle varie culture in epoche diverse.
Thermae Romae fa parte del secondo tipo di film: nessuna pretesa di credibilità ma tutto viene usato per rendere lo spettacolo più fruibile per il grosso pubblico senza arrivare mai alla volgarità gratuita che sembra sia l'unico grimaldello ( almeno dalle nostre parti ) per divertire la platea.
Del resto far interpretare a giapponesi le parti più importanti anche per quanto riguarda gli antichi Romani ( il protagonista interpretato da Hiroshi Abe, da più parti definito il Raul Bova nipponico ma ha recitato anche per Hirokazu Kore-eda,  che comunque a vederlo non è un giapponese tipico, molto alto e ben messo fisicamente oltre che dotato di indubbio sex appeal nonostante sia arrivato quasi alle 50 primavere, l'imperatore Adriano, Antonino) e lasciare a caucasici le parti di contorno e le comparsate è testimonianza del fatto che Thermae Romae non ha alcuna pretesa di essere qualcosa di plausibile.
Il film dell'esperto Hideki Takeuchi è una macchina da intrattenimento perfetta: ottime ricostruzioni dell'antica Roma in parte digitali ma in parte fornite da Cinecittà dove è stato girata una parte consistente del film, situazioni paradossali gestite con tempi comici perfetti, un continuo confrontare gli usi e i costumi dell'antica Roma, catturata in un periodo di assoluta opulenza ed edonismo sfrenato, con quelli del Giappone odierno, popolato di arrivisti senza scrupoli e in cui la creatività di ognuno fa fatica ad emergere.
La molla della comicità è scatenata soprattutto dalle situazioni assurde in cui si viene a trovare Lucius quando è catapultato nel Giappone di oggi, dal suo latino maccheronico e dagli incontri con la buffa Mami.
E proprio per questo i suoi viaggi nel tempo sono reiterati nel film annunciati dagli intermezzi in cui è protagonista uno strano cantante lirico.
Col procedere del film si perde l'effetto sorpresa e la comicità risulta meno efficace in quanto ripetitiva ma poco importa, ci si continua a divertire lo stesso.
Thermae Romae è un inno alla stravaganza , del resto parlare di un peplum nipponico non è già di per se abbastanza estroso?
Un intrattenimento perfetto, ben confezionato, mai volgare e senza troppe cadute di tono.
Visione consigliatissima perchè permette di divertirsi un paio di orette con i neuroni a nanna.
Già programmato un sequel per il 2014.

( VOTO : 7 / 10 )

Thermae Romae (2012) on IMDb

mercoledì 20 novembre 2013

Paranormal Activity - Tokyo Night ( 2010 )

Mentre è in vacanza negli Stati Uniti , la giovane Haruka subisce uno strano incidente in cui si frattura le gambe. Torna al natio Giappone per trascorrere la convalescenza in casa col padre, che non c'è mai in quanto sempre in viaggio per lavoro, e il fratello più giovane, Koichi. I due hanno la sensazione che di notte accada qualcosa nella stanza di Haruka , tipo spostamenti di oggetti o della sedia a rotelle con cui si sposta Haruka. Mettono del sale davanti alla finestra per scoprire qualche intruso notturno e la mattina dopo lo trovano sparso per tutta la stanza. Decidono allora di piazzare una telecamera all'interno della stanza di Haruka ....
Avete presente il detto "battere il ferro finchè è caldo"? Ebben questo ferro è molto più che caldo, anche l'aggettivo bollente non rende perfettamente l'idea per lo scopo di questo filmettino che ammette subito la propria colpa dichiarandosi ispirato al film di Oren Peli e immettendosi nel mare magnum dei sequels di Paranormal activity piazzandosi addirittura prima di Paranormal Activity 2, uscito quasi in contemporanea.
Infatti quando uscì questo film si intitolava Paranormal Activity 2 - Tokyo Night ma essendo un qualcosa totalmente estraneo alla serie ufficiale ( anche se qualche riferimento all'originale c'è nei dialoghi tra i due fratelli), da buon sequel apocrifo, poi ha perso il numeretto usurpatogli dal seguito ufficiale.
Però si fregia nella locandina del titolo di sequel giapponese orginale.
Insomma poche idee ma in compenso ben confuse giusto per lucrare un po' di interesse in più da parte dello spettatore occasionale.
Che dire di questo film?
Poco o nulla.
Da piccolo mi dicevano sempre che i giapponesi erano degli artisti nel riprodurre le cose che vedevano in giro per il mondo.
A livello cinematografico ora siamo abituati a Hollywood che ,sempre più stanca e priva di idee, guarda al proprio passato autorifacendosi oppure dà un'occhiata intorno e cerca di rubacchiare qua e là idee dal cinema europeo e orientale ,spesso cooptandone gli autori perchè si sa che lì circolano parecchi soldi e al di qua dell'Atlantico o nella terra del Sol Levante molti meno. 
E che cosa accadrebbe se succedesse il contrario? Cioè se il cinema giapponese di oggi si mettesse a rifare Hollywood?
Ne vien fuori un bel pastrocchio che in questo caso si chiama Paranormal Activity-Tokyo Night.

Il film di Nagae si rapporta però col primo film, mondandone alcuni aspetti de­leteri (riducendo al massimo  le sequenze in cui al fast forward la coppia del film di Oren Peli si riguardava la nottata) e cercando di aggiungere altri elementi a dir la verità poco riusciti come il brano della sensitiva o quello dello sciamano che è oltre il limite della credibilità.
E viene attenuata anche quell'aria fintodilettantesca con riprese che dimostrano un certo savoir faire con la telecamera.
Anche se non si capisce lo stesso come mai succedono le peggiori cose e il protagonista non dimentica mai di accendere la telecamera, anche a costo di rischiare la vita.
SPOILER SPOILER SPOILER Il film di Nagae però poi sembra ricordarsi di essere giapponese con un inattesa svolta in senso J-horror col classico fantasmino che cammina come Frankenstein e con i capelli corvini che gli coprono la faccia.
E quindi il corto circuito è completo.FINE DELLO SPOILER FINE DELLO SPOILER FINE DELLO SPOILER
Pur discostandosi dall'originale per un finale diverso e pur notando una regia appena migliore, la visione di questo film è assolutamente pleonastica se già si è visto l'altro.
 A dir la verità era superflua anche la visione dell'originale per quanto mi riguarda...

( VOTO : 4 / 10 )  Paranormal Activity 2: Tokyo Night (2010) on IMDb

martedì 19 novembre 2013

Wolf children ( 2012 )

Hana frequenta l'università e intanto lavora per mantenersi. Un giorno viene affascinata da un ragazzo misterioso, Ookami,  presente alle lezioni ma non iscritto e comincia a seguirlo. Lo conosce e viene messa al corrente del suo segreto: il ragazzo è un uomo lupo. Si amano e dalla loro unione nascono prima la piccola Yuki, la cui voce off racconta la vicenda e poi Ame, un maschietto gracilino e di poche parole. Il padre muore e Hana si sente costretta ad andar via dalla città perchè i bambini nei momenti meno opportuni manifestano  la loro natura di lupi. Vanno a vivere in montagna, Hana impara a lavorare la terra e fortunatamente si integrano nella piccola comunità. Ma i bambini crescono e non possono più essere tenuti nascosti al mondo: Yuki vuol frequentare la scuola e Ame, ombroso come non mai sente il bisogno di far uscire la sua natura da lupo....
E' difficile raccontare la trama di Wolf children e far intuire minimamente la magia che si nasconde in esso, ultima fatica di Mamoru Hosoda che da tempo viene indicato come l'erede più credibile del maestro Hayao Miyazaki.
E a buon ragione: Wolf Children è permeato di molte delle tematiche che sono care al maestro: la diversità, il percorso di formazione, il senso di maternità ( bellissima la figura di Hana, mamma tenera e ostinata allo stesso tempo, capace di sacrificare la vita per il bene dei propri figli), l'importanza di scegliere il meglio per la propria vita a venire senza curarsi troppo di coloro che stanno al di fuori della cerchia familiare, il rapporto intimo con la natura in comunione indissolubile con personaggi che sono metà uomini e metà lupi.
Il punto di contatto più evidente con Miyazaki è probabilmente un film come Il mio vicino Totoro: forti legami con la realtà ma ambientazione bucolica che permette di trovare meglio se stessi e di non stare sotto indesiderate lenti di ingrandimento altrui insieme ad un prepotente slancio verso il fantastico che si tinge di poesia: lì un essere tenero come Totoro, qui la stirpe degli uomini lupo di cui Yuke e Ame sono gli ultimi esponenti in vita.
Se nella prima parte, quella "urbana" , la routine quotidiana di Hana e del suo amatissimo uomo lupo è descritta in modo molto realistico, compreso quel senso di alienazione che è infiltrato ormai su più piani nel tessuto sociale giapponese, nella seconda parte,quella in cui viene fuori l'afflato naturalistico , la pellicola di Hosoda si permette di volare sulle ali della poesia narrata da una natura sempre sorprendente, un qualcosa estremamente complicato da descrivere a parole, è solamente da vedere, per rendersi minimamente conto e farsi trasportare .
Ci si appassiona ben presto alla vita di Hana , Yuki e Ame nonostante non sembra succeda alcunchè, si osserva divertiti la graduale scoperta della propria natura da parte di due bambini che crescono a vista d'occhio, la loro consapevolezza di essere diversi , la loro volontà di prendere strade differenti.
Perchè Yuki vuol rimanere ancorata alla sua natura umana, Ame sente il richiamo della foresta.
Non sono esperto di tecniche di animazione ma quella di Wolf Children mi è sembrata eccellente: retrò nel disegno dei personaggi ma decisamente moderna nei fondali prerenderizzati che spesso fanno capolino nelle sequenze, una tecnica che riesce a conferire una buonissima profondità al disegno senza per questo sconfinare nella grafica computerizzata.
E anche le scelte cromatiche sono particolarmente accattivanti.
Uno scandalo che questo bellissimo film sia stato proiettato in pochissime sale e solo per un giorno nei cinema nostrani prima di approdare direttamente in dvd.
Con tutte le porcate che passano su grande schermo, possibile che non si è riuscito a trovare un posticino per un film come questo che può piacere indistintamente a grandi e piccini?.
Wolf children è il classico film da consigliare ai bambini di tutte le età, diciamo dai 6 ai 99 anni compresi....

( VOTO : 8 / 10 ) 

  Wolf Children (2012) on IMDb