I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.
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lunedì 29 giugno 2015

No Mercy ( 2010)

Un cadavere orrendamente mutilato viene trovato da una birdwatcher e dal suo amico nascosto malamente in riva al fiume. Gli arti e la testa sono stati separati dal corpo e manca un braccio. L'autopsia viene affidata al professor Kang, famoso  anatomopatologo forense, che scopre che la vittima è stata uccisa altrove e poi portata dove è stata ritrovata.
Viene sospettato subito un attivista ecologista che sta manifestando con altri in un picchetto contro un cantiere industriale nella zona. Fin troppo facilmente viene ricollegato alla zona del crimine, è arrestato e addirittura confessa. Nel frattempo la figlia di Kang è stata rapita e il presunto assassino è il responsabile. Comincia così un gioco al massacro tra lui e Kang perché quest'ultimo vuole salvare la figlia e non esita ad adulterare prove di laboratorio e reperti organici pur di scagionare il sospettato. Gradualmente viene spiegata l'origine di questa storia, che proviene da un passato lontano e mai rimosso.
No Mercy è un thriller che mette subito in tavola le sue carte. Non c'è l'affannosa ricerca di un colpevole che viene praticamente servito subito su un vassoio d'argento, c'è un'indagine che non è il tratto più convincente del film, vista la sua facile risoluzione dato che l'interesse del killer è quello di farsi arrestare per poter parlare col professor Kang, è subito un'affannosa lotta contro il tempo in cui emerge la caratterizzazione dei due personaggi principali: un killer che agisce per ragioni non note all'inizio ma che poi saranno chiarite e un anatomopatologo forense, un luminare universitario che per ritrovare la figlia deve andare contro tutti i propri principi etici e calpestare quella legge che ha sempre difeso. Suo malgrado deve stipulare una sorta d'alleanza col killer perché è l'unico modo di salvare la figlia.
Altri ingredienti di questo film sono le numerose sequenze in sala necroscopica seguendo da vicino l'autopsia ( che assieme a quelle in laboratorio simulano l'effetto puntatona di CSI con Will Grissom), una caratterizzazione non proprio gentile della polizia ( cosa che è abbastanza comune nel cinema coreano, vedi la figura dell'esperto detective, praticamente una caricatura e i suoi duetti comici con la novizia da poco laureata seguendo i corsi del professor Kang che sembrano inseriti per stemperare l'atmosfera) e un ritmo che nella parte finale diventa vertiginoso con numerosi colpi di scena.
No mercy non è chiaramente un film dalle pretese autoriali anche se la regia è come al solito al di sopra di ogni sospetto sia dal punto di vista tecnico che da quello riguardante il lavoro degli attori che si attesta su ottimi livelli ( Sol Kyung-gu, già protagonista di Peppermint Candy e di Oasis di Lee Chang Dong è uno dei migliori attori del  cinema coreano).
Si immerge volutamente nelle logiche del genere richiamandosi in maniera evidente al modello americano, ma anche a modelli coreani recenti come il bellissimo The Chaser di Hong Jiin-Na con cui condivide alcuni aspetti ( il colpevole è subito scoperto, la lotta contro il tempo per salvare una sua prigioniera, l'inettitudine della polizia coreana), centellinando le scene action, ma puntando più sui colpi di scena e sulla tragedia che ha colpito il professor Kang che è disposto a fare veramente di tutto per salvare la figlia.
Supera decisamente il modello americano in un finale all'ultimo respiro che si smarca dall'ansia da riconciliazione e da lieto fine che assale quasi tutto il cinema d'oltreoceano.
Un finale tellurico che è sulla stessa linea dello sgradevole realismo che contraddistingue i particolari più efferati di cui il film è letteralmente cosparso.


PERCHE' SI : finale tellurico, regia al di sopra di ogni sospetto, cast su ottimi livelli.
PERCHE' NO : qualche chiacchiera di troppo, qualche effetto stile CSI , qualche cliché non propriamente nuovo nella descrizione della polizia.


LA SEQUENZA : il ritrovamento del primo cadavere orrendamente mutilato.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Sono film come questo che mi hanno fatto innamorare dei thriller coreani.
Si può fare ottimo cinema d'intrattenimento senza rinunciare all'intelligenza.
Sol Kyung-gu è capace di recitare veramente ogni tipo di parte, dal cinema d'autore, all'action, al thriller ,alla commedia.
Amo il cinema coreano anche per un altro motivo: non ci deve essere per forza il lieto fine.


( VOTO : 7,5 / 10 ) 


No Mercy (2010) on IMDb

venerdì 26 giugno 2015

Han Gong-ju ( 2013 )

Han Gong -ju è una liceale che viene portata a casa della madre di un suo ex insegnante di scuola, in una zona in cui non la conosce nessuno.E' difficile farla integrare nella nuova casa con l'anziana signora ma giorno dopo giorno le cose vanno meglio, così come succede a scuola.
Quando le cose sembrano andare per il meglio il suo passato  emerge dolorosamente e tutti i progetti di un futuro sereno crollano miseramente.
Riuscirà Han Gong-ju a superare l'ennesima prova della sua giovane vita?
A volte succede che giri per la rete e ti imbatti in film che sono dei piccoli casi cinematografici e che in Italia rimarranno sempre dei misteri perché ci sarà sempre privata la fortuna di vederli.
E' il caso di questo Han Gong-ju,  opera prima di Su-jin Lee, che lo ha anche scritto , film indipendente coreano che ha raccolto molti premi nei Festival internazionali in cui ha partecipato.
Non un thriller , genere in cui i coreani eccellono, ma una storia dura e pura, asciugata di tutte le derive melodrammatiche che spesso paludano molti film che provengono da quello spicchio di mondo.
Non a caso basato su una storia vera.
E si sa che la realtà è sempre oltre la fantasia più fervida del migliore degli sceneggiatori.
La storia di Han Gong-jun ,il nome della protagonista, viene svelata lentamente , attraverso numerosi flashback che all'inizio non sembrano neanche tali.
Sono pennellate ulteriori di un pittore che sta colorando e rifinendo il suo personaggio, stella polare di un film totalmente al suo servizio, almeno fino al momento in cui il passato della ragazza verrà fuori.
Han Gong-jun è una ragazza che ha paura di tutto, paura di aprirsi, di relazionarsi, è evidente che la sua fiducia nel prossimo è stata in qualche modo tradita, colpevole anche una famiglia clamorosamente implosa sotto i colpi dell'incomprensione e di un certo distacco che non permette di vedere quell'amore genitore/figlio che normalmente dovrebbe esserci.
C'è un macigno che si è messo di traverso, c'è un  muro alzato tra la giovane liceale e il mondo che la circonda, c'è tutto un discorso sull'ineluttabilità della colpa che avvolge tutto il film nelle sue spire malefiche e che esplode nella seconda parte, prima di un finale toccante che si carica di metafora.
E che in qualche modo fa vedere sotto una luce diversa quanto visto nei 100 minuti precedenti.
Sto evitando di raccontare quello che c'è alla base del film perché credo che in qualche modo diminuirebbe il piacere di scoprire questa pellicola minuto dopo minuto.
Il film di Su-jin Lee si fa latore di un messaggio forte, parla di tematiche comuni a molto cinema coreano ( il bullismo scolastico, la violenza sui minori, l'inefficienza della macchina della giustizia, un tessuto sociale in cui la famiglia ha ormai perso il suo ruolo centrale) ma riesce brillantemente a tenersi fuori dalla retorica evitando che il messaggio di cui sopra si divori il film che invece è costruito con cura certosina, recitato con grande partecipazione e ricco di spunti di riflessione.
E quasi ci si sorprende a perdersi nello sguardo carico di angoscia di Woo-hee Chun , già vista in Mother di Bong Joon Ho, capace di dare vita a un personaggio a tutto tondo, vivo e vitale , complesso , stratificato , in lotta continua col mondo che lo circonda.
In definitiva un film toccante, da vedere.
SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER

Il film è tratto da un fatto di cronaca nel 2004 che ebbe vasta eco: il rapimento e lo stupro collettivo operato su cinque studentesse ( tre di scuola media e due di liceo), operato da più di 40 ragazzi che nell'arco di un anno violentarono ripetutamente le ragazze , concedendo generosamente le grazie delle rapite anche a loro amici. In tutto circa 90 persone coinvolte. La polizia non protesse l'identità delle vittime che anzi furono additate al pubblico ludibrio e in qualche modo ritenute responsabili di quanto accaduto dall'opinione pubblica. Non ci fu alcuna condanna penale.
FINE DELLO SPOILER FINE DELLO SPOILER FINE DELLO SPOILER


PERCHE' SI: film toccante, duro da digerire, che evita la retorica del messaggio universale concentrandosi su un personaggio complesso, stratificato che si fa amare.
PERCHE' NO : la struttura a flashback all'inizio lascia un po' spiazzati ( perché non sembrano flashback), forse la regia è un pizzico più leziosa del dovuto, il finale disorienta in rapporto al crudo realismo di tutto il film.


LA SEQUENZA : la fuga nel finale, quegli schizzi d'acqua in un fiume che inghiotte tutto.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Tra coreani e lieto fine di stampo hollywoodiano è guerra aperta.
Storie come questa fanno venire i brividi più di un qualsiasi horror.
L'humus sociale descritto in questo film è sconsolante.
Perche' sentirsi colpevoli quando le colpe sono da un'altra parte?


( VOTO : 8 / 10 )

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domenica 14 giugno 2015

Manhole ( 2014 )

Un serial killer sta terrorizzando Seul. Ben dieci persone sono scomparse negli ultimi 6 mesi e di loro non è stata ritrovata alcuna traccia.Usa una specie di tombino come trappola da cui poi si scende nel suo antro dopo un pressoché infinito dedalo di corridoi.
L'ultima sua vittima è la quattordicenne Soo-jung . Sua sorella maggiore parte subito alla sua ricerca e anche la polizia, lentamente , molto lentamente si muove.
C'è anche un padre che cerca la figlia sparita mesi prima...
Ci sono dei film che ti attraggono come una calamita solo a leggere due righe di sinossi.
E Manhole , esordio del regista sceneggiatore Jae Young Shin, è proprio uno di questi film.
Sarà che quando vedo scritto Corea del Sud, thriller e serial killer mi si drizzano le antenne, quando ho letto di questo film ho sentito l'impulso irrefrenabile di vederlo.
In genere non rimango deluso perché ormai in quell'angolino d'Oriente hanno trovato la ricetta perfetta per tirare fuori i migliori thriller del mondo.
Qualche rara  volta rimango invece  con un po' d'amaro in bocca.
Ed è questo il caso di Manhole.
Non stiamo parlando di un brutto film, la confezione come al solito è luccicante, ha anche una durata più contenuta rispetto alla media del cinema coreano ( siamo sui 100 minuti titoli di testa e titoli di coda compresi), ha un'idea alla base , quella del serial killer che si nasconde nelle fognature della città e come un predatore cattura i malcapitati e le malcapitate che hanno la sventura di trovarsi vicino a una delle sue trappole, veramente forte perché è come se stessimo aggiornando il database dei monster movies anni '80 ( il primo che mi viene in mente è Alligator ma ci sono animali mostruosi di ogni sorta nascosti nei sotterranei delle città , ratti e pipistrelli in primis, per non parlare di insetti) ma ricorda in qualche modo anche la seconda parte di The Host , di Bong Joon Ho che , occorre rammentarlo è ancora il film coreano che ha fatto staccare più biglietti al botteghino.
La figura del serial killer , un ibrido tra un barbaro post apocalittico rinchiuso in un antro inospitale e una specie di alieno dotato di mezzi tecnologici all'avanguardia, è la trave portante del film ma si dimostra paradossalmente anche il suo punto debole.
La prima parte di Manhole, quella in cui si vede il killer e la sua tecnica di catturare le vittime è tesa, arcigna, la suspense non viene alleggerita neanche per un attimo, la regia valorizza con un montaggio accorto le sequenze in cui il predatore va a caccia e cattura la sua preda.
La seconda parte invece è più sfilacciata: c'è forse un po' troppa carne al fuoco, troppa gente che gira indisturbata per quei corridoi umidi e malsani, è strano che uno con tutti quei mezzi a disposizione e con la conoscenza che ha di tutto il labirinto di gallerie che è sotto Seul, si lasci sfuggire così le sue prede e anche per più volte.
Questi inseguimenti coronati sovente dall'insuccesso sembrano messi lì per allungare il brodo, è un po' come se il film andasse in crisi di idee e si rifugi nell'usato sicuro di sequenze che denotano un discreto senso dello spettacolo e del thrilling, ma che in realtà non aggiungono veramente nulla di nuovo a un film che sembra quasi cercare una svolta horror col passare dei minuti.
Svolta horror che fortunatamente non arriva mai pienamente  anche se molte sequenze della seconda parte sono girate con stile più vicino all'horror che al thriller.
Tirando le somme ci troviamo di fronte a un film che propone un intrattenimento onesto ma senza picchi di genio .
Per fortuna non ci sono neanche cadute rovinose.
Però l'idea del serial killer nelle fogne poteva e doveva essere sfruttata meglio.
Male al botteghino coreano.


PERCHE' SI : confezione al solito inappuntabile, prima parte tesissima , forte  idea di base ,la recitazione è su buoni livelli.
PERCHE' NO : seconda parte un po' sfilacciata , dura poco per essere un film coreano ma dà l'impressione che sia lo stesso troppo lungo, la figura del serial killer viene picconata dagli errori che commette ( strano per uno che ha ammazzato un sacco di gente senza essere scoperto).


LA SEQUENZA : quella della cattura del poliziotto, imbragato in una sorta di tela di ragno, ma anche quella in cui si va a riprendere una delle sue vittime appena salvata da un poliziotto e lasciata incautamente vicino a una delle trappole del serial killer.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Non circola una bella aria nelle fogne di Seul.
Per una volta un thriller coreano che non supera la media dei thriller hollywoodiani.
La sinossi di un film non è tutto.
E' però un film che mi ha evocato tanti ricordi di bel cinema passato.


( VOTO : 6 / 10 )

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martedì 9 giugno 2015

A girl at my door ( 2014 )

Young -nam è un giovane ufficiale di polizia che viene trasferito da Seul in un paesino che sembra dimenticato da Dio e dagli uomini in cui vivono solo vecchi e pescatori.
Già è difficile per lei farsi accettare come comandante in quanto donna, poi le cose si complicano quando si scontra con un balordo ubriacone locale, Jong-ha, che spalleggiato dalla vecchia madre maltratta la figliastra Dee-ho, sottoponendola a vessazioni e violenze di ogni tipo.
Young -nam difende la bambina, ormai sulle soglie dell'adolescenza, al punto di prendersela in casa.
Ma questo gesto per lei avrà conseguenze piuttosto gravi in virtù di un passato che cerca di nascondere...
Qual è il motivo che ha spinto una giovane e brillante poliziotta , presumibilmente avviata a una lunga e luminosa carriera ad accettare il trasferimento in una piccola stazione in un paese in cui vivono solo coloro che non hanno avuto il coraggio di andarsene e immigrati  clandestini che sono spesso ragione di scontro contro i lavoratori autoctoni?
E perché Young -nam ogni sera beve fino a stordirsi un liquore che stipa , o per meglio dire nasconde, dentro bottiglie d'acqua minerale?
Lo sappiamo abbastanza presto: Young-nam ha un segreto da nascondere, un qualcosa che non è opportuno svelare ai suoi colleghi e sottoposti e men che meno farlo sapere in paese.
E' omosessuale, è questa la ragione del suo trasferimento perché quelle come lei devono essere nascoste opportunamente ( quasi fossero preti pedofili) ed è appena uscita da una storia con una collega che viene disperatamente a cercarla in una serata assieme in cui il rimpianto prevale sul ricordo di affettuosi momenti passati assieme.
Il suo presente è però fatto soprattutto di Dee -ho, un'adolescente vessata da un patrigno ubriacone e da una nonna sprint che la bastona senza pietà quando ne ha l'occasione a cavallo del suo curioso motorino.
Dee -ho vede in lei quella figura materna che non ha mai avuto, vede in lei quella forza che normalmente le donne non hanno per ribellarsi ai loro uomini in una società ottusa e maschilista come quella coreana, vede insomma un modello da imitare , anche fisicamente visto che si taglia i capelli come lei e cerca di somigliarle in tutto e per tutto.
 Convivono in pratica per impedire ulteriori violenze sulla ragazzina e tra le due viene fuori un affetto genuino, disinteressato.
Ma il passato di Young-nam torna fuori prepotente a far sentire la sua voce e quello che doveva essere un dettaglio della sua vita privata diventa per lei un atto di accusa. Infamante.
A girl at my door è l'opera prima di July Jung , che il film  lo ha anche scritto , ed è una pellicola indipendente che ha rastrellato diversi riconoscimenti nei festival internazionali in cui ha partecipato.
Prodotto dal grandissimo Lee Chang Dong  direi che ne mutua le atmosfere ( soprattutto Secret Sunshine per il suo discorso della metabolizzazione di una perdita, lo sradicamento e il tentativo di farsi accettare in una nuova comunità) ma si spinge addirittura oltre per quanto riguarda le tematiche.
Si parla di omosessualità in modo aperto ma senza essere mai pedante o pruriginoso, si parla di un orientamento sessuale che fino a pochi anni fa ( sotto la dittatura, non dimentichiamo che la Corea del Sud è una democrazia molto giovane) era un reato penalmente perseguibile e che oggi come minimo è un qualcosa da nascondere perché in molti è ancora automatica l'equazione omosessuale = pedofilo quando invece le statistiche dicono che solo il 5 % degli omosessuali lo è.
Una tematica che non viene affrontata molto spesso nel cinema coreano,  ci voleva un bel film indipendente come questo per farlo, e che viene accompagnata da discorsi più radicati nell'humus socioculturale di quella terra e di quel cinema.
Parliamo del problema degli immigrati clandestini ( nord coreani , cinesi, indiani) e del modo disumano in cui vengono trattati, parliamo della violenza sui minori che è un male endemico della società sudcoreana e di cui si parla molto anche al cinema ma parliamo anche del sessismo e del maschilismo che pervade a tutti i livelli un paesino arretrato come quello in cui va a vivere e lavorare Young-nam.
A girl at my door è latore di un messaggio forte e chiaro ma riesce a non farsi divorare da esso mantenendo una scrittura equilibrata e proponendo personaggi forti e credibili come quello della protagonista , la superba Doona Bae ( attrice che ho conosciuto e amato nello straordinario Air Doll di Hirokazu Koreeda, film di cui abbiamo parlato qui )  e la delicata Sae-ron Kim , nella parte di Dee.ho, la bambina di A Man from Nowhere ( a chi interessa ne parliamo qua ) che ora è diventata un'adolescente problematica.
Peccato per un finale in cui si cerca compulsivamente la quadra di tutta la vicenda con un ribaltamento di campo totale ma ogni tanto un finale che si avvicina ad essere ottimistico è necessario in un cinema come quello coreano notoriamente allergico alla politica del lieto fine a tutti i costi.


PERCHE' SI : produzione di Lee Chang Dong e tematiche a lui affini, si parla di un qualcosa di cui non si parla molto spesso nel cinema coreano, due ottime protagoniste, il messaggio non divora mai il film.
PERCHE' NO : nel finale ci cerca in maniera insistente la quadra di tutta la vicenda, qualche ovvietà nella descrizione della polizia coreana e di un paesino maschilista e arretrato.


LA SEQUENZA : la serata di Young -nam con la sua ex, serata silenziosa e carica di rimpianto , nonché di passione sopita.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE ;
In Corea del Sud non si vive di soli thriller.
Pur essendo tecnologicamente più avanzati di noi, la giovane democrazia coreana ancora deve imparare molto in quanto a tolleranza degli orientamenti sessuali altrui.
Il pettegolezzo non ha latitudine , nè logitudine.
La domanda è sempre la stessa : perché loro si e noi no?


( VOTO : 7,5 / 10 ) 

A Girl at My Door (2014) on IMDb

mercoledì 3 giugno 2015

Pluto ( 2012 )

Yu Jin Taylor , il migliore studente di un liceo coreano, facente parte di un gruppo d'elite di alunni con particolari privilegi all'interno della scuola, è ritrovato morto nei boschi attorno all'istituto. Dell'omicidio viene accusato il suo ex compagno di stanza, Kim June, figlio di una povera assicuratrice, trasferito da poco nella nuova scuola e frustrato per non appartenere al gruppo di studenti selezionato di cui sopra.
Lui però tiene testa ai poliziotti, ha anche un alibi e quando lo rilasciano decide di confrontarsi , duramente , con coloro che lo accusano impunemente.
Usando anche metodi coercitivi forti.
La definizione migliore riguardo questo film è quella che ha scritto Paolo Bertolin su mymovies.it definendolo un Attimo fuggente all'incontrario.
Niente di più vero nel suo essere lapidario ma assolutamente calzante.
Se nel film di Weir quel liceo era un sogno per ogni studente , la scuola frequentata da Yu Jin Taylor, da Kim June e da altri studenti è un incubo quasi quanto il Vietnam stilizzato da Kubrick in Full Metal Jacket.
Luogo concreto eppure metaforico, una scuola che una volta era un edificio della CIA coreana e che quindi nasconde nel proprio ventre dei segreti inenarrabili, un gruppo di professori che brilla per assenza e un preside pilatesco che si comporta più da politico che da dirigente scolastico.
E in mezzo la corrida.
Una lotta senza quartiere per far parte dei migliori dieci studenti della scuola, quelli a cui sono destinati particolari facilitazioni , una lotta che interessa anche loro in quanto il primo si assicura di diritto l'iscrizione a una prestigiosa università coreana.
Plutone, ultimo pianeta del sistema solare, condannato ad essere alieno al sistema solare stesso per caratteristiche fisiche e della sua orbita, signore dell'Ade e dell'oscurità è il simbolo della parabola di Kim June, corpo estraneo alla scuola alla disperata ricerca di un posto stabile nel gruppo d'elite.
Pluto è un film che descrive crudamente le dinamiche all'interno della scuola che diventano metafora del classismo e della feroce competizione che caratterizza la società coreana arrivista e senza scrupoli.
Il film che può essere il più vicino parametro di riferimento a Pluto è Confessions di Tetsuya Nakashima ma lo stile registico di Su-wo Shin è molto diverso  da quello del collega giapponese.
Qui non c'è quell'aspetto pop coloratissimo e straniante dell'altro film , qui tutto è grigio, come il basamento dell'edificio scolastico in cui Kim June mette a punto la sua vendetta, il modo di risolvere definitivamente tutta la questione.
La vicenda di Pluto viene narrata attraverso flashbacks che man mano dipanano il mistero che c'è alla base di tutto.
Il mistero da cui scaturisce l'orrore.
Altro che Setta dei Poeti Estinti, qui si muore per davvero.
Pluto fa venire brividi, ma brividi veri e li fa correre lungo la schiena : Kim June da vittima sacrificale di un sistema che lo tratta da ultima, insignificante rotella di un ingranaggio perfetto, diventa un eroe tragico nella sua ineluttabilità e il suo trasformarsi in carnefice consapevole è una svolta per certi versi attesa, forse anche semplicistica nel suo assunto, ma viene gestita nel migliore dei modi da Su-wo Shin nel più classico stile da thriller coreano.
Non c'è vittoria senza sacrificio.
E anche dopo il sacrificio non è detto che sopraggiunga finalmente il cambiamento.
Ottimo il lavoro del giovanissimo cast, tutti personaggi ben delineati e soprattutto distinguibili ( cosa non scontata nel cinema orientale che utilizza attori non sempre facilissimi da distinguere per caratteristiche fisiche), agghiacciante il finale.
Menzione speciale della giuria al Festival di Berlino del 2013.
Assolutamente da vedere.


PERCHE' SI  : ferocissimo thriller in cadenze da film scolastico, ottimo gruppo di giovani attori, finale agghiacciante, metafora acuta sulla società coreana arrivista e senza scrupoli.
PERCHE' NO : film per certi versi respingente nel suo assunto metaforico, la struttura a flashback scoraggerà qualcuno, evoluzione del personaggio di Kim June ampiamente prevista sin dall'inizio.


LA SEQUENZA : quella della caccia al coniglio , alla base di tutta la metafora sottintesa , ma non troppo, nel film.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

 La scuola coreana è da brividi, come una nostra accademia militare.
Non avrei mai pensato di trovare un film che mi potesse ricordare per molti versi il bellissimo Confessions ma senza divagazioni pop.
Il Festival di Berlino è sempre all'avanguardia nella scoperta di nuovi autori.
Nel periodo di mia passione per l'astronomia , Plutone e il suo satellite Caronte sono stati spesso oggetto delle mie ricerche.


( VOTO : 8 + / 10 )

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venerdì 29 maggio 2015

No tears for the dead ( 2014 )

Gon è un bambino sudcoreano che viene abbandonato dalla madre  subito dopo essere emigrato negli Stati Uniti. Cresciuto in ambienti poco raccomandabili è diventato col tempo uno stimatissimo sicario  al soldo della mafia ma in una missione compie un errore grossolano uccidendo una bambina.
Entra in una spirale depressiva, in una crisi personale profonda, non vuole fare più il sicario ma è costretto , suo malgrado ad accettare una missione, in Corea , L'ultima secondo il suo capo.
Ma, ironia della sorte, il suo bersaglio è Mo-gyeong, giovane manager d'assalto di una ditta di investimenti che sta affogando nel superlavoro, negli ansiolitici e nell'alcool la perdita del marito e della figlia.
Uccisi da Gon nella missione che lo ha quasi mandato al manicomio.
Gon non è l'unico a cercarla, la donna è al centro di un intrigo molto più grande di lei e Gon, alla ricerca di redenzione, diventa il suo angelo custode.
Jeong -beom Lee è un giovane regista sudcoreano che con No Tears for the Dead arriva al terzo film. La sua carriera è cominciata nel 2006 con Cruel Winter Blues , storia di un gangster  pagato per uccidere una persona ma che si ritrova ad avere molti problemi di coscienza ( prima o poi ne parleremo più diffusamente), è proseguita nel 2010 con il grande successo al botteghino di The Man from Nowhere storia di un uomo in rotta col suo passato da agente dei servizi speciali che trova una ragione di vivere nel proteggere una bambina da una banda di spacciatori e trafficanti d'organi ( di cui abbiamo parlato qui ) ed  è giunta al terzo film con questo No tears for the dead, storia di un gangster in cerca di un  percorso salvifico di redenzione.
Già solo a leggere le sinossi che ho brevemente riportato si avverte decisa una certa continuità nelle tematiche trattate dal regista.
Siamo sempre nel mondo del thriller torbido, nei meandri dell'action pirotecnico ( soprattutto il secondo e il terzo film perché il primo si adattava ai ritmi placidi della campagna coreana) ma c'è una forte componente psicologica che anima i protagonisti come marionette guidate dai fili della propria coscienza.
Si intravede sempre una ricerca spasmodica di una strada per la redenzione , per la riabilitazione della propria coscienza, in un modo e nell'altro e se questo rappresenta fino ad ora un tratto distintivo del cinema di Jeong-beom Lee, alla lunga ne potrebbe diventare un limite.
La storia raccontata da No tears for the dead risulta in effetti un po' troppo simile a quella di The Man from Nowhere e le dinamiche che animano i vari personaggi , si veda il ritratto di Mo-.gyeong madre affranta e distrutta dalla perdita , arrivano a rasentare lo stereotipo e si richiamano, vale in special modo per la figura di Gon, il vecchio ma non invecchiato, glorioso, cinema Hong Kong anni '80 e '90 a cui questo film si ispira e di cui The Killer di John Woo è un punto di riferimento praticamente obbligatorio.
Da una parte abbiamo il killer in crisi di coscienza che si trasforma dopo un 'inevitabile crisi personale in un angelo custode della sua vittima contro le triadi , dall'altra una madre che non riesce a metabolizzare la perdita delle sue due figure di riferimento, il marito e la figlia .
Quello che riscatta No tears for the dead dalla medietà  che fa rima con mediocrità, è lo stile acrobatico e adrenalinico con cui è girato.
Sulla locandina c'è un rimando alle scene action di The Raid 2, fino ad ora la pietra di paragone dell'action  orientale e devo dire che non è del tutto azzardato.
Le sequenze di lotta e di inseguimento girate da Jeong-beom Lee sono cristalline, concitate ma si comprende tutto benissimo, le coreografie sono intricate ma assolutamente perfette, c'è un pugno di sequenze che ti fa salire il cuore in gola fin dietro le tonsille.e poi te lo fa ridiscendere fin quasi sullo stomaco per come sei sballottato e preso letteralmente a calci nel culo.
Un po' come succedeva in The Raid 2 ma nel film di Evans succedeva per due ore e dieci filate, qui diciamo che c'è qualche intervallo utile per riprendere fiato.
Il picco assoluto è raggiunto in una sparatoria all'interno di un piccolo appartamento, una sequenza che per certi versi ricorda la selvaggia scena del taxi in I Saw the Devil del funambolo Kim Jee Won.
Lunghissimo il duello finale, forse un filo troppo lungo ma si rimane incollati alla poltrona per vedere come diavolo va a finire.
E naturalmente non aspettatevi il classico finale tutto rose e fiori di parecchi film hollywoodiani.
Sono curioso di vedere il nuovo  di Jeong-beom Lee per appurare se riesca o meno ad affrancarsi da ispirazioni fin troppo visibili e da tematiche che al quarto film di seguito risulterebbero come minimo incancrenite.
Spero però di non attendere altri quattro anni....



PERCHE' SI : la regia è adrenalinica , sequenze al cardiopalma, senso dello spettacolo ad altissimi livelli
PERCHE' NO : decisamente più forma che sostanza ( ma una forma di questo livello basta e avanza ), fonti di ispirazione fin troppo visibili, protagonisti che rasentano lo stereotipo.


LA SEQUENZA : ce ne sono tante ma la sparatoria nell'appartamento le batte tutte...


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Il mio spacciatore di cinema coreano è stato in ferie per troppo tempo.
La mia passione per il thriller coreano è sempre viva e calcia fortissimo.
L'industria cinematografica sudcoreana non ha nulla da invidiare a Hollywood.
Non capisco perché molti rifiutino il cinema orientale quasi per principio.


( VOTO : 7 / 10 ) 


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mercoledì 20 maggio 2015

The cat ( 2011 )

So-Yeun lavora come toelettatrice in un negozio di animali e soffre di claustrofobia a causa di un trauma avvenuto durante l'infanzia. E' colpita dalla notizia di una sua cliente trovata morta nell'ascensore del suo condominio appena dopo aver toelettato il gatto da lei, un soriano di nome Silky , di cui decide di prendersi cura.
Non l'avesse mai fatto: le appare in continuazione una bambina e il miagolio di Silky diventa sempre più inquietante. Intanto cominciano a fioccare cadaveri tra le persone che conosce e lei decide di liberarsi di Silky pensando di poter essere la prossima vittima del fantasma della bambina.
Silky però continua a tornare nella sua vita : So-Yeun decide a questo punto di indagare per scoprire chi fosse quella bambina...
Per quanto riguarda il cinema coreano, mio grande amore, negli horror faccio fatica a rintracciare la stessa prorompente personalità che traspare dalle sequenze dei thriller che in gran numero si girano da quelle parti.
Ed è per questo che non ne guardo moltissimi, spesso soffrono di sindrome derivativa dal vicino Giappone il cui cinema horror ha una personalità e un'estetica perfettamente riconoscibili.
Poi scopri un film relativamente recente, The cat, ad opera di un regista che ti è sconosciuto Seung-wook Byeon e scopri che è un horror che parla di claustrofobia, morti ammazzati misteriosamente e di gatti.
E non puoi quindi astenerti dal vederlo.
All'inizio quando mi sono posto alla visione pensavo di trovare generose tracce letterarie ( di Poe) riadattate alla contemporaneità coreana e invece mi sono trovato di fronte a un horror che pur non essendo il massimo dell'originalità , contiene alcune peculiarità da cinema prettamente coreano ed assolve perfettamente al suo compito, di tenere sulle spine per gli oltre 100 minuti della durata , magari mangiandosi le unghie per il nervosismo o affondando i polpastrelli nei braccioli della poltrona.
L'impalcatura è da J-horror , anzi sembra che non ci si sforzi nemmeno per uscire da questo cono d'ombra: la bambina che appare alla protagonista, una specie di piccolo demone dalle pupille taglienti come quelle di un gatto, è una classica creatura da horror giapponese, anzi è un qualcosa che ricorda molto da vicino ( anche per come si snoda la soluzione di tutta la vicenda) il bambino che appariva in Dark Water di Hideo Nakata.
Le sue apparizioni, in numero consistente, vengono usate nelle boo sequences accanto a tutti gli strumenti atti a provocare tensione, smarrimento e tanta, tanta inquietudine in chi guarda.
Se l'impalcatura è quella diciamo che la velocità di costruzione è molto diversa: se in un'ardita similitudine accostassimo un horror giapponese a un 33 giri che sta andando alla sua velocità sul piatto del giradischi , questo The cat è come se noi prendessimo quello stesso disco e lo facessimo girare a 45 giri.
Procede a una velocità diversa e qui entra in campo il genoma coreano : The cat è un film pieno zeppo di avvenimenti e colpi di scena con un ritmo talmente alacre che arriva quasi a disorientare, è girato insomma come un thriller adrenalinico piuttosto che come un horror classico e si lascia andare a trovate estemporanee al limite del grottesco che comunque rimangono impresse per la loro stranezza ( si veda la sequenza al canile: So-Yeun è rimasta chiusa dentro il canile, la claustrofobia le sta stringendo la gola in una morsa sempre più forte, lei si mette a quattro zampe come se stesse aspettando la fine e si mette a vomitare palle di pelo come fanno i gatti).
E poi c'è quel lirismo classico di tanto cinema coreano soprattutto nel finale , ma anche la risoluzione di tutto l'enigma è più da film per famiglie che da film horror.
Non che sia un male , per carità, anzi stupisce in positivo che per una volta in un cinema come quello coreano notoriamente allergico al lieto fine , si trovi una soluzione che gli assomiglia molto.
Come detto prima The cat non sarà il massimo dell'originalità ma è un film che abbina alla solita spettacolare confezione coreana anche qualche interessante spunto di riflessione : lo scompaginamento della società coreana in primis ( vedi il personaggio della donna anziana che ogni tanto viene aiutata da So-Yeun), il solito ritratto della polizia tutt'altro che gentile e anche uno sguardo piuttosto virulento su quelli che sono i canili coreani, dei veri e propri lager in cui l'inceneritore è sempre al lavoro.
Ecco, forse non è un caso che le sequenze più paurose di tutto il film siano quelle che inquadrano il canile lager, senza bisogno di gatti demoniaci o bambine fantasmatiche...


PERCHE' SI : ritmo elevato, girato come se fosse un thriller, qualcosa che assomiglia a un lieto fine, qualche spunto di riflessione interessante e quel pizzico di lirismo che accompagna molto cinema coreano.E poi ci sono tanti gatti...
PERCHE' NO : i riferimenti al J horror sono troppo evidenti, lo snodo della vicenda forse è un po' troppo vicino a quello di Dark Water di Hideo Nakata, qualche personaggio di contorno che esonda nella caricatura( per esempio il proprietario del negozio dove lavora So -Yeun o la stessa padrona di Silky).

LA SEQUENZA : So Yeun è chiusa nel canile lager, la claustrofobia la sta paralizzando , lei si mette a quattro zampe e comincia a vomitare palle di pelo....

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
I coreani girano i miglior thriller al mondo ma per quanto riguarda l'horror forse sono ancora un po' indietro.
Il gatto è un animale perfetto per un film horror.
L'orrore vero di un canile lager supera di gran lunga quello immaginato dal più fantasioso degli scrittori o sceneggiatori.
Non riesco a capire come in un Paese avanzato come la Corea del Sud, la carne di cane rappresenti un cibo prelibato, da ricchi....


( VOTO : 6,5 / 10 )

 The Cat (2011) on IMDb

venerdì 8 maggio 2015

The Unjust ( 2010 )

Nominalmente tutto è scatenato da un serial killer che uccide giovani studentesse.L'opinione pubblica è inferocita perché il killer agisce indisturbato,i capi della polizia cercano freneticamente un colpevole da dare in pasto alla stampa ma il sospettato numero 1 dopo un rocambolesco inseguimento muore.
E non può essere messo in relazione con gli omicidi seriali.
A questo punto il capo della polizia decide di affidare le indagini a un suo vecchio pupillo, il detective Choi, famoso per i suoi metodi poco ortodossi per non dire brutali e gli ordina di trovargli un colpevole.
Ricerca vana.
Non c'è nessun potenziale colpevole disponibile?
Allora bisogna fabbricarlo e perché non incolpare il numero 2 della lista dei sospettati?
Choi a capo di una squadra di veri e propri cani sciolti ha però bisogno dell'aiuto di un malavitoso per incastrare il presunto colpevole.
E questo malavitoso è sotto indagine da parte del procuratore distrettuale a sua volta corrotto da un imprenditore che è in rotta di collisione con il capo della polizia che ha affidato il caso a Choi.
Il procuratore distrettuale scopre tutto l'inghippo e da qui si innescherà una reazione a catena dagli esiti inaspettati.
C'è del marcio nella polizia della Corea del Sud.
E' questo il primo assunto di The Unjust ,potente thriller metropolitano che idealmente  arriva a chiudere il cerchio tra Hong Kong (la sublime trilogia Infernal Affairs di Andrew Lau/Alan Mak) ,Hollywood (la suggestiva rilettura scorsesiana di The Departed) e cinema coreano appunto
.VI siete persi? Spero di no:fino ad ora ho fornito solo la chiave di lettura della prima parte del film che effettivamente con tutti i suoi intrighi maturati nelle anonime stanze dei palazzi del potere rischia di disorientare lo spettatore.
The Unjust è un thriller notturno, torbido e malsano , in cui la parola conta più dell'azione, in cui alla classica figura del detective poco ligio all'ortodossia visitata in lungo e in largo dal cinema americano si aggiungono tutta una serie di suggestioni che servono a intorbidire ulteriormente l'atmosfera malsana creata ad arte dal regista..
Apparentemente si è tutti alla ricerca di un serial killer di ragazzine in realtà pare che non interessi a nessuno dei personaggi  coinvolti di risolvere il caso, sono tutti alle prese con rese di conti personali.
Con il passare dei minuti la pellicola diventa un fiorire di intrighi, chiacchiere, corruzione a cielo aperto in cui  nessuno si salva.
Il concetto di onore è lontanissimo da questi personaggi, tutti , a partire dai poliziotti per arrivare al loro capo e  al procuratore distrettuale sono tutti interessati solo alla propria carriera e al proprio tornaconto personale e  poco a rispettare la legge oltre che a  farla rispettare.
La Corea del Sud che vediamo in questo film non sembra così lontana da quella che era sotto la  dittatura fino a pochi anni fa.
I metodi della polizia sembrano gli stessi.
E' solo che adesso il potere è esclusivamente economico, tutto è più ovattato, meno immediatamente intellegibile.I protagonisti di questo film sono tutti poliziotti o comunque tutte figure che dovrebbero far rispettare la legge.
Eppure sembrano criminali della peggior risma.
Con un bel distintivo appuntato in petto o una luccicante divisa da esporre in parata.
Il thriller di Ryoo Seung-wan ( suoi anche The Berlin File del 2013 e City of violence del 2006 )  pur nutrendosi di molti stereotipi appartenenti al cinema americano riesce soprattutto nella seconda parte a trovare una  fisionomia autonoma.
Una macchina spettacolare che è lenta a mettersi in moto ma che poi risucchia nel proprio meccanismo lo speattore in una corsa sempre più frenetica.
Esattamente quello che ti aspetti da un poliziesco coreano.
La sceneggiatura è firmata da Hoon - jung Park che appena prima di questa aveva scritto quella di I saw the devil.

PERCHE' SI : personaggi ben delineati, una sceneggiatura complessa e articolata, una regia che non si nasconde dietro sterili virtuosismi.
PERCHE' NO : è complicato "entrare " nel film, tanti personaggi, tante parole e si rischia di perdere un po' il filo.Peccato che del serial killer non si interessa proprio nessuno.

LA SEQUENZA :  l'inseguimento del sospettato numero 1

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
Continua ad esserci del marcio in Corea del Sud.
Forse è meglio che non ci lamentiamo troppo della nostra polizia.
I coreani sono maestri nei film di serial killer ma qui purtroppo il regista vira per altri lidi.
Mi stupisce che di questo film ancora non abbiano fatto un remake a stelle e strisce.

( VOTO : 7,5 / 10 ) 

The Unjust (2010) on IMDb

mercoledì 6 maggio 2015

Haemoo ( aka Sea Fog , 2014 )

Il capitano di un peschereccio per far quadrare il bilancio accetta , assieme al suo equipaggio, una missione illegale , rischiosa ma assai remunerativa: caricare a bordo degli immigrati cinesi e nord coreani e farli arrivare in Corea del Sud.
Carica gli immigrati in mare aperto ma naturalmente niente andrà come previsto: la sua barca diventa il teatro di una lotta per la sopravvivenza.
Siamo alle solite : ecco un film coreano che è buono, anzi ottimo per ribadire al mondo intero il mio amore per il cinema di questo spicchio di mondo.
Ci sono varie ragioni per apprestarsi senza indugi alla visione di Haemoo ( titolo internazionale Sea Fog).Elenchiamole: 
1) E' il film coreano designato per concorrere all'Oscar come miglior film straniero. Non basta, vero?
2) E' basato su una terribile storia vera.
3) Ha raccattato diversi premi in giro per il mondo.
4)E' stato un buon successo, dato il genere, al boxoffice coreano. Ancora non vi ho convinto, vero?
5) E' diretto dall'esordiente Sung bo-Shim. E già vi starete chiedendo . E chi caz...è questo qui che poi i coreani hanno i nomi che si somigliano un po' tutti. Allora vi dirò una parola magica , anzi 3 : Memories of Murder. Il tizio in questione ha scritto quel capolavoro di film per il suo amicone Bong Joon Ho, una delle ragioni per cui ritengo il cinema coreano così grande.
Ecco, ora la cosa si è fatta già più interessante, vero? Ecco il botto finale.
5) E' cosceneggiato da Bong Joon Ho assieme al regista.
BOOOM!
Ecco , ora credo di avere tutta la vostra attenzione, almeno voi che amate un minimo il cinema coreano.
Haemoo è basato , come ho già detto, su un terribile fatto di cronaca avvenuto nel 2001 e spiega ancora una volta , se ce ne fosse bisogno , l'allergia che hanno i coreani per le storie belle ed edificanti.
Qui di edificante non c'è nulla: c'è un capitano di un peschereccio corrotto a tutti i livelli che per non chiudere baracca e burattini ( leggasi vendere la barca) accetta di caricare immigrati nella sua fetida stiva ( nauseabonda per forza, deve trasportare pesce) come fosse uno scafista qualsiasi.
Non si premura neanche di avvisare il suo equipaggio che però è costretto ad accettare pur di non rimanere a terra senza fare niente.
La figura dell'immigrato che quasi per deformazione vediamo come fragile ed indifesa alle prese con rozzi scafisti disposti ad uccidere per guadagnare anche solo un dollaro in più, in Haemoo è curiosamente diversa.
Sottomessi si, ma non fessi ,ciechi e sordi: hanno le loro rimostranze da fare, del resto loro per quel viaggio hanno pagato a caro prezzo, ma si beccano tante bastonate sul grugno, letteralmente.
L'unico barlume di umanità che si intravede all'inizio del film è legato alla figura del marinaio giovane che salva l'immigrata buttandosi in mare.
Naturalmente, va da sè, la storia tra i due acquisisce subito un'importanza un po' diversa e questo è uno snodo di sceneggiatura abbastanza convenzionale.
Ma proprio mentre uno comincia a sospettare che il film si diriga verso lidi più riconciliati col mainstream, Haemoo ti prende direttamente a sprangate sulle gengive.
E' come se con un piede di porco ti bucasse la cassa toracica e ti asportasse il cuore con tutti gli annessi e connessi spargendo secchiate di sangue sul pavimento. Metaforiche sia chiaro.
Un sospetto minimo c'era: si accenna alla promiscuità tra equipaggio e immigrate , si filma quello che è a tutti gli effetti un amore mercenario ( eccetto quello che interessa il giovane marinaio) come fosse un delitto e poi si riavvolge tutto un ipotetico nastro e comincia un altro film.
Che non è più un dramma sull'immigrazione clandestina o l'epopea di un capitano alle prese con gli strali del destino avverso.
Qualcosa che sentiamo anche vicino dato quello che sta succedendo nel Mediterraneo in questi giorni.
Haemoo diventa più nero della notte in cui è ambientato, più burrascoso del mare forza 9, più cattivo di un film di serial killer.
Dimentichiamo l'epica dei film ambientati in mare aperto, ma questo film non ne ha mai avuta, dimentichiamo la poetica della solidarietà umana, Haemoo diventa uno specchio deformante in cui ogni personaggio vede riflesso l'abisso che ha dentro di sè.
Haemoo dopo neanche un'ora ha raggiunto il fondo dell'abiezione, credi che più in basso di così non possa andare e invece comincia a scavare a mani nude ancora più in basso in una discesa quasi senza fine.
E il giovane marinaio innocente, l'unico che all'inizio era sembrato dotato di umanità e di compassione verso il prossimo, diventa anche lui uno strumento di morte perfetto nelle mani di due sceneggiatori diabolici.
Diabolici, si, non ho altro termine per descrivere uno script che rende tutti i personaggi delle marionette, dei burattini senza fili mossi da un pessimismo cosmico che solo la sequenza finale riesce parzialmente a scalfire.
I personaggi sono meri strumenti nelle loro mani e possono permettersi di delinearli male ( il personaggio del capitano, quello più stratificato ma in fondo anche lui trattato piuttosto superficialmente) e anche peggio ( il giovane marinaretto senza macchia e con molta paura). Oppure non caratterizzarli affatto come gli altri membri dell'equipaggio o anche gli immigrati , vera e propria carne da macello indifferenziata agli occhi della cinepresa.
La regia di Haemoo è lontana dai picchi di visionarietà e dall'estro delle regie del suo sodale Bong Joon Ho, ma si dimostra solida e competente e beccami gallina se quell'ultima sequenza, silenziosa e foriera di chissà quali altri sviluppi narrativi, non è farina del sacco di Bong Joon Ho.
Che altro vi devo dire?
Vedetevillo.
E se non vi ho convinto io spero lo faccia la splendida recensione di Lucia.

PERCHE' SI : sceneggiatura diabolica, discesa nell'abisso senza fine, all'inizio teso dramma sull'immigrazione poi thriller nerissimo, che più nero non si può, finale splendido nel suo suggerire più che dire.
PERCHE' NO : personaggi caratterizzati non al meglio, regia solida ma senza quello scatto in più, tanto pessimismo tutto assieme potrebbe non essere adatto a tutti.

LA SEQUENZA : Lo smaltimento degli immigrati.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE : 
l'immigrazione clandestina è un problema globale e non interessa solo il nostro spicchio di mondo.
Non so se esista un Salvini coreano o una Lega Sud in Corea.
Da questo film traspira oltre che fetore di pesce anche fetore umano.
A me Bong Joon Ho piacerebbe anche sbattuto in faccia.

( VOTO : 7,5 / 10 ) 

Haemoo (2014) on IMDb

sabato 25 aprile 2015

The Tower ( 2012 )

Il miliardario Jo, proprietario di due grattacieli altissimi collegati da un ponte al 70esimo piano, decide di organizzare una festa per Natale per i residenti e per i VIP di Seul.
Il manager dell'edificio Dae -Ho, vedovo, con una figlia piccola è costretto a lavorare invece che passare il Natale con la sua piccola.
Ispezionando l'edificio scopre delle gravi mancanze nel sistema antincendio e prontamente le denuncia al signor Jo.
Che però non se ne cura , la festa deve andare avanti comunque.
Un elicottero si schianta contro l'edificio e scoppia un incendio che mieterà molte vittime.
Dae Ho e una eroica squadra di pompieri si adopereranno per salvare più vite possibili...
Vi suona familiare questa trama?
Infatti, suona mooolto familiare, è praticamente ricalcata con la carta carbone su L'inferno di cristallo, un all star movie hollywoodiano che da molti viene considerato il capostipite del genere catastrofico.
Chi segue questo blog sa che io vado letteralmente fuori di melone per il cinema coreano, ripeto sempre fino allo sfinimento che i thriller coreani al momento sono molto meglio degli omologhi hollywoodiani, l'industria cinematografica coreana è molto forte anche perché dal punto di vista legislativo è molto tutelata ( non vorrei sbagliare ma credo che ci sia addirittura una legge che prevede che almeno il 50% dei film proiettati nelle sale debba essere prodotto autoctono) , è un Paese che come numero di abitanti è paragonabile al nostro con i suoi 50 milioni di abitanti contro i 56 e rotti della nostra Italietta, ma che stacca molti più biglietti al cinema di quanto succeda da noi.
E si staccano molti biglietti per il cinema coreano.
Però talvolta i nostri amici orientali giocano a fare gli americani e così facendo tendono a perdere la forte identità del loro cinema.
Non che sfornino brutti prodotti, per carità, anzi la confezione è sempre inappuntabile e anche gli effetti speciali ( fatta la tara al budget molto più basso rispetto ai film hollywoodiani) non sono poi così lontani dall'eccellenza perché i nostri sanno usare la computer grafica in modo veramente sopraffino.
E' il caso di questo The Tower, blockbuster natalizio uscito in Corea il 25 dicembre del 2012 ( mentre da noi per Natale si tirano fuori commedie superbuoniste o trashate da risata grassa, loro se ne escono con un film catastrofico che non lesina in morti e feriti) che , a parte le caratteristiche fisiche degli attori, sembra più americano dei film americani.
E' costruito esattamente come il manualetto del cinema catastrofico comanda: una prima parte in cui si introducono i vari personaggi, varie storie che si incrociano sullo sfondo di questo edificio ipertecnologico a prima vista indistruttibile, un po' come era inaffondabile il Titanic, qualche esondazione nel melodramma familiare e nella critica sociale ( si veda la storia della madre che fa le pulizie nell'edificio , umiliata dalla riccastra di turno, che lavora per far studiare il figlio, oppure la famiglia di umile estrazione sociale che ha vinto un appartamento alla lotteria e che si sente a suo agio in quell'ambiente come un pesce fuor d'acqua), un'esilissima storiella d'amore da far crescere con i minuti, la solita bambina strappalacrime, una squadra di vigili del fuoco comandata da un capitano che sembra avere degli scheletri nell'armadio grossi così e a cui non sembra importare molto della propria vita.
Tutto mediamente scorrevole , alleggerito da qualche situazione comica e senza alcun lampo di genio.
Anche perché , non occorre sottolinearlo, il piatto forte è la catastrofe, l'incendio con tutto il suo bastimento carico di morti, feriti ed effetti speciali.
Sotto questo profilo il film non delude: certo c'è ancora distanza con gli omologhi prodotti americani, anzi emmerichiani, ma lo spettacolo è più che decoroso.
Peccato che tutto sia stato già ampiamente visto , rivisto e stravisto al di là dell'Oceano.
Non bastano quelle spruzzate di melodramma tipicamente coreane o la ricerca del lirismo in alcuni personaggi ( quello del capitano dei vigili del fuoco).
The Tower è una perfetta simulazione di blockbuster americano che è diventato un perfetto blockbuster coreano facendo staccare diversi milioni di biglietti.
Del resto , esattamente come succede in quel di Hollywood, anche qui il cast è formato di nomi extralusso in apparizione breve ma intensa, ognuno con la propria microstoria.
Personalmente preferisco il cinema coreano quando fa il coreano e non vuole fare l'americano.
Ma come guilty pleasure ci sta ampiamente.

PERCHE' SI : la confezione è accurata e l'uso della computer grafica è assai intelligente, non male le scene di distruzione e il ritmo impartito al film
PERCHE' NO : tutto ampiamente visto, rivisto e stravisto, remake apocrifo de L'inferno di cristallo ( The Towering Inferno), imitazione di blockbuster americano più vera del vero.

LA SEQUENZA : il crollo del ponte tra le due torri.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
meglio diffidare dei mega party di Natale, qualcosa di brutto succede sempre.
Seul, a vedere le generose panoramiche che ci regala il regista, è una città immensa.
Non credo che salirò mai su un elicottero.
I coreani quando vogliono fanno gli americani meglio degli americani.

( VOTO : 5,5 / 10 )

 The Tower (2012) on IMDb