I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.
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giovedì 29 gennaio 2015

Whiplash ( 2014 )

Andrew studia batteria jazz nel più importante conservatorio di New York, Vuol diventare il più grande batterista del mondo e il suo talento viene notato fin dal primo anno di scuola da quello che è il più famoso insegnate della scuola, Terence Fletcher i cui modi militari e le tecniche di insegnamento, molto dure, scoraggiano parecchi studenti.
Ma Andrew è testardo e ha un obiettivo solo in testa: fino a che salta letteralmente alla gola di Flecher all'apice dell'ennesimo diverbio...
Proseguiamo nella carrellata dei film candidati all'Oscar di quest'anno: è il turno di quello che fino ad ora ha l'aria di essere il migliore e naturalmente non ve n'è traccia nei listini italiani.
Siccome Whiplash ha l'aspetto del perfetto outsider che può ambire a vincere statuette importanti ( è candidato a 5 Oscar : miglior film, miglior attore non protagonista, JK Simmons, ma su di lui faremo un discorsetto a parte, miglior montaggio, migliore sceneggiatura non originale, miglior suono) si sente aria di recupero dopo l'assegnazione degli Academy Awards a testimoniare ancora una volta che i nostri distributori non capiscono un'acca di bel cinema.
Cioè tappezzano le nostre sale di filmacci di danza come Step up e relativi epigoni di ogni genere e un bel film come questo non trova neanche uno spazietto?
Whiplash è un film musicale che in realtà di musica ne contiene meno del preventivato: è formalmente un ibrido, una pellicola che mescola il genere del coming of age ( per Andrew la batteria è il simbolo della sua crescita), con quel genere che parla di American Dream in tutte le sue forme , anche quelle più strane( Andrew vuol diventare assolutamente il migliore per realizzarsi anche al di fuori della scuola ).
Il tutto frullato assieme al genere sportivo ( il duro allenamento, una specialità del cinema americano da Rocky in avanti) e a un pizzico di cinema di guerra ( l'addestramento a cui viene sottoposto Andrew è militare e i modi di Fletcher ricordano tanto quelli del sergente Hartman in Full Metal Jacket o quelli del sergente Foley in Ufficiale e gentiluomo).
Whiplash è assai accattivante, confezionato con grande cura e diretto con grande ritmo, parrebbe quasi un ossimoro narrando la storia di un batterista, dal semi esordiente Damian Chazelle che ha ampliato quello che era precedentemente un cortometraggio.
Non amo il jazz, la mia è una formazione musicale del tutto diversa, amo tantissimo la batteria , in gioventù volevo anche suonarla ma non è mai stato possibile e prima di vedere questo film consideravo femminucce i batteristi che non hanno la doppia cassa,  ho anche una certa avversione per coloro che impugnano le bacchette come fa Andrew ( che fanno tanto orchestra di liscio) perché abituato a gente che spacca rullanti in nome del rock , però questo film mi ha preso.
E parecchio anche.
Merito di una storia incalzante e di un confronto epico tra i due protagonisti ( mi rifiuto di considerare JK Simmons un semplice comprimario): c'è tutto il sale della vita nei loro confronti aspri, talmente aspri da diventare selvaggi, c'è voglia di primeggiare, c'è tutto quel senso di individualismo e competizione che percorre trasversalmente la società americana per cui se arrivi secondo sei solamente il primo degli ultimi, c'è l'abnegazione al proprio strumento che è il segreto peggio celato del musicista che vuole arrivare al successo. c'è la tenacia di un alunno, incrollabile nelle sue certezze e l'apparente durezza di un insegnante che usa tutti i trucchi possibili e immaginabili per tirare fuori il meglio da chi ha il talento necessario per andare avanti.
Capitolo J.K.Simmons: quando ho letto che era candidato all'Oscar come miglior attore protagonista, come la maggior parte del globo terracqueo mi sono chiesto chi diavolo fosse e sono andato a cercare la sua fotografia.
Il nome mi era ignoto ma la faccia è notissima avendo un curriculum lungo così in ruoli da eterno
comprimario: beh finalmente è venuta la sua ora, spero che l'Oscar lo vinca sia perché è autore di una performance impressionante in questo film, sia perché la sua vittoria dovrebbe essere un simbolo di rivincita per tutti i caratteristi che pullulano nel sottobosco cinematografico, gente con due palle così, con talento da vendere , eppure senza quella faccia e quel nome che da soli fanno vendere biglietti.
Whiplash segue da vicino l'addestramento, perché di vero e proprio addestramento si tratta, riduttivo parlare di studio, di Andrew, ce ne fa percepire la fatica, il sudore e il dolore, le sue piaghe sulle mani arrivano ad essere le nostre perché ci sembra di essere lì con lui a sbuffare come una ciminiera per eseguire partiture musicali precise al centesimo di secondo senza l'ausilio di un metronomo.
Ed è questa la sua carta vincente: non i brani musicali, non commerciali (forse sarebbe stato troppo facile suonare pezzi conosciuti da tutti), non il genere musicale trattato, abbastanza di nicchia e neanche lo strumento suonato, non mi sembra di ricordare altri film incentrati sulle gesta di un batterista.
L'unica cosa che stona è quell'abbozzo di storiella sentimentale di Andrew, trattata un po' troppo sbrigativamente e di importanza quasi nulla nell'economia del racconto.
Anche se non amate il jazz fatevi sotto: Whiplash vi piacerà sicuramente.

PERCHE' SI : ritmo incalzante, ibrido di generi particolarmente riuscito, JK Simmons autore di una performance eccezionale, regia e montaggio ai limiti della perfezione
PERCHE' NO : qualcuno storcerà il naso di fronte alla presenza di brani poco conosciuti, la storiella sentimentale di Andrew è trattata un po' sbrigativamente.

( VOTO : 8 / 10 )

 Whiplash (2014) on IMDb

venerdì 21 novembre 2014

Resta anche domani ( 2014 )

Mia è una ragazza abbastanza introversa che cerca di comunicare col mondo attraverso le note del suo violoncello. In compenso è fidanzata con Adam , frontman di una rock band in ascesa che ha appena firmato il suo primo contratto discografico.
Lei deve scegliere se accettare , dopo aver superato un provino, di continuare il suo sogno musicale alla Juilliard , lontano dal suo Adam o continuare al fianco di lui che sta aprendosi la strada nel music business.
Un brutto giorno però un incidente automobilistico farà diventare questa scelta più pressante: perde i familiari e in una straniante esperienza extracorporea dovrà scegliere se restare o meno....
Caro RJ Cutter, documentarista e produttore, regista televisivo che sceglie l'omonimo romanzo di Gayle Forman per debuttare nel cinema, ma chi te l'ha fatto fare?
Ma ritornatene bello, bello alla tua amata televisione e girati i tuoi bei documentari, produci le tue serie televisive ma lascia perdere il cinema, ok?
Se volevo un candidato autorevolissimo al titolo di scult dell'anno, beh con Resta anche domani l'ho trovato.
Si, d'accordo, io parto prevenuto con questi teen dramas che fanno a gara per estorcere le lacrime facendole esondare a pressione dal canale lacrimale ma se Colpa delle Stelle  osava con l' amore che faceva rima con tumore, riuscendo anche a farsi apprezzare parzialmente dal sottoscritto, senza bestemmioni in austroungarico, qui si osa solo col frantumamento testicolare.
Un film che parte male sin dall'inizio, con quei suoi colori accesi, quel fastidioso flou della fotografia  che lo rende subito strano, avulso dalla contemporaneità che pretende di raccontare.
E' come se raccontasse un mondo di sogno, colorato con tonalità irreali e poi quando entra in scena una famiglia che sembra presa di peso da uno spot del Mulino Bianco, il corto circuito è completo.
E' un film che pretende di raccontare personaggi giovani nel passaggio più delicato della loro vita, dall'adolescenza a quell'età adulta in cui devono prendere decisioni fondamentali per il futuro, ma ha la sventura di incappare in due protagonisti vecchi dentro che sono molto più vecchi dei genitori di Mia, lui ex batterista e lei hippie, due genitori così ideali per apertura mentale e vicinanza generazionale coi loro figli ( e a 'sto punto ti chiedi pure come da loro possa essere uscita una figlia che suona il violoncello e che ama la musica classica) da essere per forza relegati in un mondo ideale che ha poco a che spartire con la realtà.
Lei, la Moretz è veramente carina ma vederla vestita e truccata da trentenne in calore è un insulto, vuol fare la timida e l'insicura  ma è fidanzata col maschio più ambito di tutta la scuola ( succede sempre così nella vita reale, no?), lui , Adam, che dovrebbe rispettare lo stereotipo del rocker insofferente alle regole ed essere circondato da un'aura di maledettismo che aiuta molto nella carriera musicale, è invece quanto di più deteriore si possa immaginare : fidanzato fedele e superprotettivo, come ogni rocker che si rispetti ( perdonate l'ironia) e assoluto seguace del credo "  l'omo è omo e ha da puzza' mentre le femmina deve sta a casa a fa' la calzetta".
Praticamente due protagonisti di questo genere sarebbero un colpo mortale per qualsiasi film e infatti colpiscono e affondano questo Resta anche domani che diventa un insopportabile teen drama mieloso, improbabile e capace da solo di provocare crisi iperglicemiche per il caramello sparso a piene mani durante tutti i 100 minuti che lo compongono.
Un caramello appiccicoso, insopportabile, che non viene via neanche col candeggio.
La Moretz si sforza ma si segnala solo per il suo essere piagnucolosa e per le innumerevoli corse su e giù per l'ospedale a ricevere quanti più insulti dal destino possibili.
Un vero peccato per un'attrice sulla rampa di lancio come lei.
Resta anche domani è una lunga agonia cinematografica , una discesa in basso quasi senza termine in attesa della solita catarsi liberatoria.
Perché tanto sai che prima o poi arriva prima dei titoli di coda.
Perché due cuori e una capanna fanno sempre scena.
Perché Resta anche domani.
Ma anche no.

PERCHE' SI : la Moretz è bella anche se truccata e vestita malissimo, nulla da segnalare
PERCHE' NO: due protagonisti vecchi dentro, piagnucoloso e mieloso oltre i limiti del sopportabile, oltra alla Moretz praticamente il nulla....

( VOTO : 3 / 10 ) 

If I Stay (2014) on IMDb

mercoledì 19 novembre 2014

Frank ( 2014 )

Jon è un giovane impiegatuccio con sogni repressi da musicista quando strimpella la sua tastiera a casa componendo canzoni non propriamente riuscite.
Un giorno per pura coincidenza assiste al tentativo di suicidio del tastierista di una band indie rock, i Soronprfbs, che deve fare un concerto la sera stessa. Parla con un altro membro del gruppo e viene scritturato all'istante come tastierista per la serata che sarà un disastro senza mezzi termini ma in cui avrà la possibilità di conoscere Frank, ombroso e versatile cantante oltre che principale compositore della band che va in giro da anni con un' enorme testa di cartapesta a nascondere la sua faccia.
Jon viene chiamato addirittura  per registrare il loro nuovo disco, in mezzo al nulla nel verde irlandese.
Avrà modo di conoscere meglio gli altri membri della band, tutti più o meno con dei trascorsi da pazienti psichiatrici, e cercherà di carpire il segreto dell'ispirazione di Frank....
Ispirato all'esperienza autobiografica di Jon Ronson, cosceneggiatore del film e tastierista alle spalle di Frank Sidebottom uno dei personaggi interpretati dal comico e musicista inglese Chris Sievey, il film di Lenny Abrahamson, un tosto dublinese che nella sua carriera ha già dimostrato di saperci fare con ritratti di personaggi al limite o anche oltre il limite, come i protagonisti di Garage e Adam & Paul, cerca di essere ben più di un film su una band dal nome impronunciabile ( una bestemmia nel music business in cui i nomi devono essere lapidari, pronunciabilissimi e devono rimanere in testa) capeggiata da un leader che ha il vezzo  di portare un testone di cartapesta a coprire la sua faccia e a complicargli tremendamente la vita.
Frank è la storia di due parabole: una che va a compimento, quella di Frank stesso e del suo gruppo votato fin  dall'inizio all'autodistruzione perché incapace di gestirsi e di amministrare la notorietà crescente almeno su internet, e una che rimane sospesa , a mezz'aria, che è quella di Jon, impiegato grigio e maldestro col sogno di essere musicista e che per almeno un breve lasso di tempo riesce a coronare la sua aspirazione, anche se ad altissimo prezzo, sia economico che personale.
Abrahamson inanella una serie di personaggi che rimangono impressi per la psicopatologia che invade decisamente la loro quotidianità e azzecca una parte centrale del film , quella della registrazione del disco in un cottage in mezzo al nulla della verdissima campagna irlandese, che ci regala l'essenza della vita in studio di una band alle prese col processo creativo che porterà alla loro musica.
E molto del film vive proprio del rapporto ispido , contraddittorio, adorante per certi versi ma anche molto distante per altri , dei vari musicisti con il loro leader Frank, uno capace di cavar fuori una canzone e una melodia vincenti ispirandosi addirittura ai calzini variopinti di Jon.
Ecco il rapporto contraddittorio tra i vari membri della band e Frank sta proprio in questo : loro a faticare tremendamente per tirar fuori composizioni mediocri ( e Jon, ottimo Domhnall Gleeson nella parte,  è come loro, vorrebbe rubare a Frank il segreto della sua ispirazione) e il loro leader a tirar fuori idee molto migliori delle loro.
Insomma quando Dio distribuiva il talento Frank si è messo in fila diverse volte.
Accanto a questo si parla di social network, perché la band sembra essere molto più virale su internet che nella realtà di concerti per nulla affollati ( e quindi si fa notare lo slittamento netto che c'è tra il virtuale della notorietà su internet e il reale) e di rock che sembra poter essere fatto solo da personaggi sopra e oltre le righe.
Del resto se Syd Barret si ispirava fumando cose non troppo lecite e abusando di acidi....
Il problema di Frank, il film, è che nella seconda parte prende una deriva da film indie americano, il classico stile Sundance che era riuscito ad evitare in una prima parte vivace e discretamente originale, con i nodi che vengono al pettine e quel faccione di cartapesta , indossato con classe sopraffina da un Fassbender  prestatosi ottimamente al gioco, che inesorabilmente si sgretola .
Il rapporto tra Frank e Jon , quando rimangono soli, è gestito con un pizzico di fretta, con l'ansia di dover chiudere il film in una maniera o nell'altra e anche mostrare il vero volto di Fassbender, la maschera che si sbriciola letteralmente è il segno di voler tirare una linea netta.
Altra cosa da imputare a un film che parla di una band rock alle prese con la sua musica è la mancanza sostanziale della stessa musica che rendeva leggendario un altro film irlandese sull'ascesa e sulla caduta di una band come  The Commitments.
Un film su una rock band senza musica è come un fiore senza petali, è un mondo senza colori.
Ma Frank lascia molto di sé anche dopo i titoli di coda....

PERCHE' SI  : Frank e il suo testone di cartapesta non si dimenticano facilmente, bella galleria di personaggi sopra e oltre le righe, eccellente parte centrale.
PERCHE' NO  : finale un po' sfilacciato in cui si perde la magia della prima parte, manca la musica!

( VOTO : 7 / 10 )

 Frank (2014) on IMDb

venerdì 26 settembre 2014

Stage Fright ( 2014 )

Camilla Swanson assieme al fratello Bobby lavora come cuoca nella cucina di un campus dove sono iscritti figli con problemi di gente ricca. Si stanno tenendo le audizioni di un musical e lei si intrufola tra le candidate facendo conoscere al regista la sua splendida voce.
Del resto è figlia di una cantante di Broadway uccisa brutalmente dieci anni prima durante la rappresentazione di The Hunting of the Opera,
E il musical che si terrà nel campus è ispirato proprio a quella rappresentazione in cui morì la madre di Camilla, come omaggio, anche perché il direttore del campus è l'ex fidanzato della madre di Camilla e di Bobby.
Camilla ottiene la parte principale anche se dovrà dividerla con un'altra candidata ma per la serata della premiere è lei la prescelta.
Lo spettacolo si terrà nonostante ci sia un omicidio nel campus , un killer mascherato si aggira tra gli studenti e continua a seminare terrore e morte....
Stage Fright, esordio nel lungometraggio del canadese Jerome Sable, apprezzato autore di corti di cui uno , The Legend of Beaver Dam, horror / musical , ha vinto diversi premi nei Festival specializzati di tutto il mondo, dimostra che nel campo horror si può ancora dire qualcosa di nuovo.
E forse quella novità sta nella contaminazione di generi.
Stage Fright è infatti una riuscita composizione di vari generi cinematografici che vanno dall'horror al musical abbracciando nel contempo anche la commedia e il thriller.
Si canta a squarciagola ma ci si squarta anche allegramente come dimostrato nella scena dell'uccisione della madre di Camilla , brutalizzata con varie coltellate e finita con una coltellata direttamente in bocca in un diluvio di sangue e di urla, oltre che di musica.
Dopo questo omicidio che ricorda molto da vicino , anche per come è girato, il glorioso thriller all'italiana, tra Argento e Mario Bava, il tono cambia e il musical teen prende il sopravvento.
Canzoni orecchiabili, una trama appena accennata che serve solo come supporto per numeri musicali e per scene cruente da slasher sanguinolento come pochi.
Il killer è mascherato , diciamo qualcosa che ricorda più Scream che i vari Venerdì 13 o Halloween, uccide urlando a squarciagola su una base metal in un delirio di sangue che assume presto i contorni della parodia.
Ma si muore in quel campus e nei modi più brutali.
E' questo il corto circuito che crea il film di Sable: in un'atmosfera da High School Musical invece delle solite smancerie da teen comedy e delle consuete baruffe sentimentali volano coltellate come se piovesse  perché l'unica cosa che non gli si può rimproverare a questo Stage Fright è l'edulcorazione delle scene meno adatte al pubblico impressionabile.
Di sangue ne schizza parecchio, gli omicidi non vengono lesinati e neanche le pugnalate.
Ma la caratteriezzazione del killer è ancora più parodistica di quello che accadeva in Scream.
Evoca sensazioni strane perché fa paura per come è spietato e brutale ma fa anche ridere per come è incapace e vulnerabile.
Pur realizzato con la tecnica del whodunit, il colpevole si scopre abbastanza presto ( diciamo per gli spettatori appena più smaliziati la soluzione è chiara praticamente fin dall'inizio ) ma non è questo che sembra interessare al regista.
Sembra più interessargli la ragnatela di citazioni tessuta lungo tutto il film in cui i padri putativi di questa interessante produzione canadese sono robetta come Il fantasma dell' Opera , Il fantasma del palcoscenico di De Palma ( forse il vero padre naturale di questo film), per non parlare di High School Musical e Scream.
Niente di miracoloso ma qualcosa di fottutamente divertente.
Solo per questo lo consiglierei agli amanti di qualcosa di nuovo e frizzante che cerchi di rielaborare i dettami dei vari generi che tocca.

PERCHE' SI : riuscita contaminazione di generi, un horror brutale in alcuni punti, parodia irresistibile in altri
PERCHE' NO : il colpevole si scopre troppo presto, la trama è poco più di un pretesto.

( VOTO : 7 / 10 )

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giovedì 11 settembre 2014

Walking on sunshine ( 2014)

Taylor, fresca fresca di laurea, viene invitata dalla sorella Maddie su quelle stesse spiagge pugliesi dove anni prima aveva sacrificato quello che poteva ( e magari era ) l'amore della sua vita per terminare gli studi.
Maddie ha una notizia sconvolgente per lei: si sposa e ha bisogno della sorella per ultimare tutti i preparativi, festa di addio al nubilato compresa.
E il fatto sconvolgente non è che si sposa con un ragazzo conosciuto appena cinque settimane prima ma è che il suo promesso sposo non è altri che l'ex ragazzo di Taylor, lo stesso sedotto e abbandonato tre anni prima su quelle stesse spiagge..
Complicazioni varie ed eventuali ma l'amore trionferà....
Perché mi sono messo a vedere questo film sfornato nientepopodimeno che dalla stessa coppia di registi autori di un paio di film della saga di  Street Dance( Max Giwa e Dania Pasquini) ?
Diciamo che questo film rientra nell'ambito delle visioni coniugali, scelte dalla bradipa.
Del resto se la sera prima l'avevo addolorata e anestetizzata all'istante con Under the Skin ,rivelatosi un sedativo potentissimo,  aveva tutto il diritto di imporre lei la sua scelta.
E siccome le piacciono le commedie che cosa di meglio se non un film che promette leggerezza( in tutti i sensi) e musica anni '80?
Per quanto riguarda la leggerezza devo dire che ne siamo ottimamente forniti, forse ne abbiamo anche troppa.
Anzi direi che la sceneggiatura è così leggera che si taglia anche con un grissino per parafrasare una famosa pubblicità.
Una storiella esile esile a cui appiccicare canzoni e balletti a tema con una cornice ambientale accattivante come quella fornita dalla Puglia e dalle sue spiagge.
Questo offre e nulla di più.
L'operazione ricorda a più riprese quella messa in atto con Mamma Mia ! , musical balneare anche quello ma ambientato in una splendida isola greca, in cui attori famosi prestavano la loro voce ( in molti casi orrida, praticamente un raglio asinino) alle canzoni degli ABBA.
Qui al posto del repertorio del famosissimo gruppo svedese  c'è la musica anni '80 con pezzi della Houston e poi Roxette, Wham!, Duran Duran, Human League, Cindy Lauper oltre naturalmente quello che dà il titolo al film, Walking on Sunshine di Katrina and The Waves, tormentone di metà anni '80.
Insomma perfetto per una serata all'insegna del revival, un film da vedere coi neuroni spenti e le corde vocali pronte all'utilizzo.
Bellina Hanna Arterton( sorella della ben più nota Gemma )  nella parte della protagonista Taylor ma mi permetto di dubitare sulle sue abilità canore e da ballerina ( in fondo le coreografie sono piuttosto semplici, ad uso e consumo di attori non particolarmente predisposti al ballo), molto bella Annabel Scholey nei panni di Maddie che , tirando le somme, è la migliore del cast che per il resto è piuttosto sbiadito e troppo incline allo stereotipo.
Inutile però fare i sofisiticati con un 'operazione nostalgia di questo tipo, fatta esclusivamente per divertimento e per ricordare ai giovani degli anni '80 la musica che si ascoltava in quelle estati ora impreziosite dalla magia del ricordo.
E per i giovani di fine millennio scorso e nati all'alba del millennio in corso è l'occasione per conoscere musica che forse non avevano mai ascoltato prima, forse....

PERCHE' SI :musica anni '80 sparata a tutto volume, bellissime locations pugliesi, neuroni zero e ugola al massimo
PERCHE' NO : sceneggiatura esilissima, di cinema ce n'è ben poco, Giulio Berruti inespressivo come un totano lessato in pentola a pressione.

( VOTO : 5 / 10 )

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mercoledì 19 febbraio 2014

A proposito di Davis ( 2013 )

New York 1961: Llewin Davis è un cantante folk che sta cercando la strada per il successo. Faceva parte di un duo ma il suo socio si è suicidato e così lui adesso vegeta nel Greenwich Village, tra un locale e l'altro, passando la notte dove capita, ovvero facendo la conoscenza di divani di parenti, amici o semplici conoscenti. Ha l'occasione di un'audizione a Chicago e , armato del suo misero bagaglio e di un gatto rosso che è il suo unico , fedele compagno di sventura, ci arriva con mezzi di fortuna per scoprire l'amara verità: lui da solo non funziona e l'audizione si trasforma nell'ennesima occasione gettata al vento. Decide allora di imbarcarsi lavorando nella marina mercantile ma anche quella evidentemente non è la sua strada, c'è sempre qualcosa che gli si mette di traverso. Si ritrova quindi avvolto nel fumo dello stesso locale in cui lo abbiamo visto suonare all'inizio del film, un vero e proprio deja vù , ma anche l'ennesimo punto di partenza per il giovane Llewin.
Il Davis del titolo è un classico personaggio coeniano: un amabile loser, un perdente che fronteggia insuccessi in serie, uno che sembra avere la sindrome di Paolino Paperino , dice sempre la cosa sbagliata al momento sbagliato e soprattutto ha la specialità di scegliere sempre la strada sbagliata quando si trova di fronte a un bivio.
E la sua vita da spiantato di bivi ne è stracolma.
Il problema di questo film è che per apprezzarlo appieno bisogna empatizzare fortemente il personaggio di Llewin e nonostante , sia abbastanza facile parteggiare per un perdente come lui , dopo un po' quasi ci si ripensa perchè se errare umano , perseverare è diabolico e Llewin Davis persevera nel compiere errori, uno dietro l'altro.
Se non si riesce ad empatizzare il protagonista, metà del gradimento del film viene meno.
Inoltre occorre avere passione per la musica folk , diciamo per un folk alla Bob Dylan, che a vederlo sembra il nume tutelare del protagonista. Cosa non per tutti i palati perchè per un esibizione trascinante come quella di Mr Kennedy, una canzone che ti rimane in testa anche ben oltre i titoli di coda, ce ne sono altre che faticano a entrare subito nelle grazie dei padiglioni auricolari abituati a ben altre sonorità.
E poi c'è il gatto: una regola aurea, ma non scritta, del cinema , è quella di non fare film in cui ci sono animali che hanno un ruolo importante perchè si finisce sempre e comunque a fargli da spalla.
Ed è quello che succede al pur bravo Oscar Isaac che finisce in più di un'occasione oscurato dall'adorabile micio rosso che riempie la scena anche al posto suo.
Dal punto di vista della scrittura e della regia , possiamo considerare A proposito di Davis un punto di ripartenza ( ironia della sorte, combinazione voluta o meno ) per i Coen che, dopo l'incommentabile  sceneggiatura di  Gambit,  ritornano alle atmosfere di A serious man ( è un caso che anche lì'aleggiava la presenza di un gatto seppure immaginario nel paradosso di Schrodinger) richiamate in un finale che adombra una surreale ciclicità .
Siamo però lontani dalla poesia dei migliori film dei Coen, Llewin Davis non ha la statura dei migliori antieroi coeniani, è uno specialista in false partenze che quasi contagia chi viene a contatto con lui.
Se il personaggio di Llewin è scandagliato a dovere, i numerosi personaggi  in cui si imbatte sono figurine monodimensionali usa e getta che non colpiscono più di tanto ( anche una Carey Mulligan che cerca di mostrare la sua abilità canterina) in questo road movie fisico ma soprattutto esistenziale, un viaggio all'interno di un riccioluto cantante folk che cerca di trovare ostinatamente la strada del successo sbattendo continuamente il muso su ogni porta che gli viene sbattuta in faccia.
E non sempre i problemi si risolvono imbracciando una chitarra e cominciando a strimpellarne le corde....
Dai Coen ci si aspetta sempre il meglio e A proposito di Davis non è tra le loro cose più riuscite, anche se a tratti gradevole...

( VOTO : 6 / 10 )

  Inside Llewyn Davis (2013) on IMDb