I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.
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venerdì 11 settembre 2015

Southpaw - L'ultima sfida ( 2015 )

Billy Hope è il campione imbattuto dei mediomassimi: dopo l'ultimo combattimento la moglie Maureen, con cui sta insieme dai tempi dell'orfanotrofio, cerca di convincerlo di smettere con la boxe ( e  ha pure ragione, sembra il fratello rincoglionito di Ozzy Osborne), mentre il suo manager cerca di portare avanti la sua rivalità con un altro suo assistito, il colombiano Miguel Escobar.
E proprio durante un accenno di rissa con Escobar , Maureen viene centrata da un proiettile vagante e muore tra le braccia di Billy.
Lui si ritrova sul lastrico, con la figlia affidata ai servizi sociali e una vita da ricostruire.
Si affida a Tick Wills per rientrare nella boxe, gettare il guanto della sfida all'odioso Escobar e soprattutto riconquistare l'affetto di sua figlia.
Il ring di boxe è stata, e pare che lo sia ancora, uno sfondo molto apprezzato dagli sceneggiatori hollywoodiani, carico come è di metafore sul riscatto da raggiungere solo attraverso le proprie forze.
Da Lassù qualcuno mi ama passando per l'interminabile saga di Rocky , per il capolavoro Toro scatenato e transitando per Cinderella Man e Million Dollar Baby si arriva buon ultimo a questo Southpaw- L'ultima sfida, ultima fatica di quel Antoine Fuqua che dopo il suo promettentissimo esordio con Training day si è trasformato in uno dei più grossi equivoci partoriti dall'industria hollywoodiana da un po' di anni a questa parte.
E purtroppo questo suo ultimo film non fa altro che rafforzare questa mia opmione.
Sceneggiato da Kurt Sutter , esordiente al cinema ma con un curriculum televisivo da paura essendo stato il creatore di Sons of Anarchy e sceneggiatore di alcuni episodi di The Shield, Southpaw - L'ultima sfida manifesta la sua debolezza principale proprio nella scrittura senza sfumature che alterna serie di cazzotti a mitragliate di buoni sentimenti con dialoghi non proprio così rifiniti e svolte nella narrazione che sono ampiamente prevedibili nello snocciolare quintalate di retorica.
Lo sforzo di raccontare l'uomo dietro il pugile, il rapporto ispido con la figlia affidata ai servizi sociali è encomiabile ma è tutto ampiamente già visto.
Fuqua , si sa, non è un regista adatto a sfumare personaggi e sequenze e quindi ci va giù pesante, non usa il fioretto ma la sciabola ( ma a volte anche la clava) per arrivare esattamente dove vuole lui: raccontare un personaggio che dal fondo ha toccato il cielo con un dito e che poi è riprecipitato nell'abisso in attesa di una seconda occasione.
Peccato che tutto venga declinato seguendo la parabola di un Rocky de' noantri con l'aggravante ( pena capitale ai miei occhi) di un finale che va quasi a toccare le vette dello scempio zeffirelliano di The Champ per come cerca di stimolare a tradimento i dotti lacrimali.
Southpaw- L'ultima sfida è un melodramma sportivo urlato che mostra presto, troppo presto, la sua fragilità, il suo essere vaso di coccio in mezzo a tanti vasi di ferro e non serve a nulla aumentare il volume delle urla, incrementare il livello di decibel per catturare lo spettatore in una vicenda che ha già visto parecchie volte.
Il film di Fuqua è un prodotto industriale confezionato come tanti dall'industria hollywoodiana, quindi con grande cura ma pecca di originalità, grondando retorica in molte sequenze.
Meglio poi non parlare delle sequenze degli incontri di pugilato,direi abbastanza brutte,  inutilmente sovraccariche e prive di qualsiasi punto di ancoraggio con la realtà.
Neanche in Rocky IV avevano osato tanto e lì c'era Ivan Drago che voleva "spiezzare " in due il malcapitato eroe nostrano.
Purtroppo non basta la prova monstre di Jake Gyllenhaal ( fisicatissimo, totalmente diverso da come era , segaligno, quasi sottopeso, in  Lo sciacallo).
Lui si che è un vero peso massimo della recitazione.
Al contrario del film.


PERCHE' SI : Jake Gyllenhaal è mostruoso, si divora completamente il film, confezione sui soliti livelli alti hollywoodiani.
PERCHE' NO : script debole, riprese di pugilato bruttine e poco realistiche, retorica che gronda in molte sequenze.


LA SEQUENZA : il primo incontro con Thick Wills


DA QUESTO FILM  HO CAPITO CHE :


Va bene il puglitato come metafora di vita ma magari ci si poteva mettere un po' più di fantasia.
Jake Gyllenhaal è ormai nell'empireo hollywoodiano, oramai non sbaglia più un colpo.
Ma il personaggio della McAdams a farlo durare un po' di più pareva brutto?
E Whitaker che vuole fare il surrogato di Eastwood?


( VOTO : 5 / 10 )


 Southpaw (2015) on IMDb

sabato 28 giugno 2014

La mossa del pinguino ( 2013 )

Bruno vende la grattachecche nell'estate romana ed è marito amoroso e padre affettuoso ma ha dalla sua una capacità di sognare fuori del comune e questi suoi sogni sono sempre irrealizzabili.
A un suo amico racconta di come nel 2006 alle Olimpiadi Invernali di Torino riuscirono a organizzare una squadra di curling dopo aver letto un articolo riguardante questo curioso sport, tanto che ci vuole, lui che spazza i pavimenti del museo nel turno di notte assieme all'amico Salvatore, sodale di sempre, è già esperto. Ma per fare una squadra di curling ci vogliono quattro elementi e allora ingaggia l'ex vigile Ottavio , claudicante abilissimo giocatore di bocce e Neno, mago del biliardo con qualche problemuccio con la giustizia.
Nonostante le difficoltà,soprattutto di Bruno che mette a dura prova il rapporto con la moglie Eva, decisamente più pragmatica di lui e col figlio Yuri, sua fonte di ispirazione, la squadra più raccogliticcia della storia del curling parte per Torino....
La mossa del pinguino è l'esordio alla regia di Claudio Amendola sulla base di una sceneggiatura a più mani scritta e rimaneggiata da lui e da Edoardo Leo, che recita nella parte di Bruno.
Una storia piccola piccola ma che non nasconde la sua ambizione di entrare con garbo e qualità nel cinema di genere, in quella commedia all'italiana che ha segnato una stagione molto felice del nostro
cinema.
Il film di Amendola probabilmente non ha sufficienti ali per volare in quel glorioso genere ma si dimostra da subito un paio di spanne al di sopra rispetto al livello sconfortante del cinema comico italiota di questi ultimi tempi.
A dir la verità Amendola rischia poco: si circonda di Roma e di romanità, quindi ambienti che conosce bene di cui utilizza anche gli scorci meno noti alle frequentazioni turistiche, si avvale di un gruppo collaudato di attori/ amici e anche dal punto di vista registico non va molto oltre un'estetica paratelevisiva però di qualità discreta, non una cosa raffazzonata male e in fretta.
La mossa del pinguino poi si inserisce in punta di piedi con un'umiltà rara da trovare nella scena cinematografica presente nel filone del cinema della crisi e del riscatto da questa un po' come era Full Monty, oppure è da vedere anche in quel genere tipicamente americano come il cinema sportivo capace di raccontare storie di sport e di riscatto con quella retorica che permette loro di entrare nel mito, almeno per gli spettatori a stelle e strisce.
Ma il film a cui sembra più richiamarsi, seppur in scala ridotta, è Machan, la storia vera di una falsa squadra, come recita il sottotitolo italiano, che narra la vicenda di una squadra nazionale di pallamano organizzata da un gruppo di sbandati nello Sri Lanka, ansiosi solo di ottenere un permesso di soggiorno nella vecchia Europa.
La mossa del pinguino assomiglia un po' proprio a Claudio Amendola, una spruzzata di Cesaronismo qua e là, ma nel complesso è rassicurante, umile, cordiale come un vecchio amico, simpatico, ti fa sorridere e anche ridere.
Ha quell'aria che hanno le cose fatte in casa, genuine ma anche ingenue, molto ingenue e questo si nota nell'affannarsi che hanno Amendola e Leo a far rincorrere tra loro tutte le sottotrame che percorrono trasversalmente il film come per dargli quello spessore che latita o nella divisione degli spazi tra i vari personaggi, tutti con il loro minutaggio più adeguato , come a non voler scontentare nessuno.
A suo modo una sorpresa: uno si aspetta lo sfacelo totale e invece si trova di fronte a un 'operina affabulatoria e simpatica, un po' tagliata con l'accetta qua e là ma che si vede tutta di un fiato dall'inizio alla fine.
E per essere una commedia italiana di queste ultime stagioni non è un risultato malvagio.
In fondo nella vita non si vince sempre. Si può anche perdere.
Basta non rimanere a zero.
La mossa del pinguino è la storia di quattro perdenti la cui vittoria più grande è segnare almeno un punto nella partita più importante della loro vita, giusto per darsi un ulteriore slancio.

( VOTO : 6 + / 10 ) 

La mossa del pinguino (2013) on IMDb

sabato 22 marzo 2014

In solitario ( 2013 )

Yann Kermadec a 57 anni ha finalmente l'occasione di dimostrare a tutti quanto vale come velista: a causa dell'infortunio dell'amico Frank ha la chance di gareggiare al posto suo nella Vendée Globe, una massacrante regata in solitario che è una specie di giro per il mondo. Lascia a casa la sua nuova fidanzata e soprattutto la figlia Lea , ultimo ricordo della sua defunta moglie. La regata diventa presto una rincorsa entusiasmante verso i primi posti ma durante una sosta notturna alle Canarie , un giovane clandestino del Mali si intrufola nella barca di Yann e il regolamento è chiaro: è passibile di squalifica se non lo sbarca subito, prima che se ne accorgano i giudici. E invece Yann se lo tiene a bordo, pur continuando a fare tutto da solo, fino alla fine della regata...
Comunque vada sarà un successo...
Dopo il tritamente di zebedei di cui ero stato vittima vedendo All is lost - Tutto è perduto, film tecnicamente inappuntabile ma che nel mio gusto era colato a picco dopo pochi minuti, mi sono avvicinato a questo film con estrema diffidenza.
Un po' di masochismo anche perchè mi aspettavo un altro film che facesse acqua da tutte le parti, scusate i modi di dire ma oggi mi vengono così, però d'altra parte ero combattutto perchè sulla locandina c'era il faccione di Cluzet, attore che mi piace molto e c'era anche scritto che questo film era stato prodotto dagli stessi produttori di Quasi Amici , forse la miglior commedia francese di questi ultimi, sicuramente quella che ha incassato di più.
Ora io non mi faccio mai abbindolare dalle locandine, non più almeno perchè nel tempo ho imparato a diffidare , ma vedere quella di In solitario ti fa rendere conto di quanto sia truffaldina.
Osservatela: in alto a destra si legge " Dai produttori di Quasi Amici il film che sta battendo ogni record di incasso in Francia".
E anche Wikipedia è caduta nell'equivoco.
La lingua italiana certe volte è una brutta bestia in quanto ad ambiguità ma qui credo che ci sia poco da interpretare: quel " il film che sta battendo ogni record di incasso in Francia " non può essere riferito a Quasi Amici perchè è uscito ormai due anni fa e i record li ha già battuti dal primo all'ultimo e non da quest'anno e non avrebbe senso riferirsi a quello usando il gerundio, un tempo verbale che indica contemporaneità.
Allora quella cosa degli incassi si riferisce per forza a In solitario .
Ed è assolutamente falsa: uscito in Francia il 6 novembre non ha mai raggiunto la vetta del box office e si è fermato a un incasso modesto, circa 4,5 milioni di euro che lo ha portato intorno al quindicesimo posto nel box office francese contando solo film transalpini  ( quindi nelle retrovie anche tra le pellicole della madre patria) e al settantesimo posto nella classifica generale.
Se quella locandina non sa di truffa allora che cosa è?
Ma non ho ancora parlato del film: in realtà c'è poco da dire.
Per essere l'esordio alla regia di un valente direttore della fotografia, Christophe Offenstein, il film è insolitamente misurato sotto il profilo della confezione e della bellezza dell'immagine.
Non è la fotografia il suo punto di forza, ci sono belle sequenze in mare aperto ma il film si sofferma soprattutto sul desiderio di rivalsa di Yann e sul rapporto che si crea con il clandestino del Mali.
Il tutto scegliendo una scansione del tempo quasi asettica in cui viene certificato il recupero della barca di Yann sulle altre in gara e il suo progressivo avvicinarsi al trionfo.
Trionfo che....eh eh non dico nulla perchè non mi piace spoilerare.
Devo dire che Cluzet è bravo in una parte che è esattamente l'opposto di quella recitata in Quasi Amici: se la era un tetraplegico che recitava solo con le espressioni del viso, qui il suo faccione è sempre corrucciato, incorniciato da una barba incolta e brizzolata, molte battute invece di recitarle le ringhia rabbiosamente e chiede molto in termini atletici al suo fisico con sequenze piuttosto impegnative, come lui stesso ha ammesso nelle interviste riguardo al film.
Non sarà una noia infinita come All is lost- Tutto è perduto perchè Offenstein ha la furbizia di alternare l'azione tra l'interno claustrofobico della barca e parti ambientare sulla terraferma, ma In solitario non si eleva sopra un'aurea mediocrità.
Girato bene si, ma non entusiasma mai neanche quando gronda letteralmente di retorica nel finale che mi sto guardando bene dal raccontare...
Un mezzo passo falso...o meglio un buco nell'acqua.
La battutaccia mi è sorta spontanea....

( VOTO : 5 / 10 ) 

Turning Tide (2013) on IMDb

lunedì 13 gennaio 2014

Il grande match ( 2013 )

Henry "Razor " Sharp e Billy " The Kid " McDonnen sono ormai due placidi ex pugili ultrasessantenni che vivono le loro vite più o meno grame, soprattutto Henry. Un promoter ha l'idea di riportare in auge la loro vecchia rivalità finita alla vigilia del match di spareggio a cui Razor non ha mai partecipato per motivi non meglio precisati. E , solleticando adeguatamente l'orgoglio e il portafoglio dei due , grazie a una brillante campagna di marketing li convince e riesce anche a suscitare nell'opinione pubblica un interesse smisurato per la portata sportiva dell'evento. I lunghi allenamenti di preparazione al match serviranno ai due per tirare le somme della loro vita e correggere gli errori del passato. 
Intanto arriva la sera dell'incontro....
Il grande match si fonda su una premessa abbastanza ridicola o perlomeno poco plausibile: far ritornare due pensionati o quasi sul ring per risolvere la loro rivalità trentennale. Ridicola certamente,  ma i due attori che sono stati scelti per interpretare i due anziani dinosauri del ring danno al tutto un sapore metacinematografico che un altro duo di protagonisti non avrebbe potuto dare.
Parliamo di Stallone che ha la saga di Rocky come pilastro insostituibile della sua carriera e di De Niro che ha interpretato Jake La Motta in modo magistrale in uno dei più acclamati film di Scorsese, Toro Scatenato.
Razor Sharp  e The Kid McDonnen pur non citandoli mai espressamente sono un'evidente aggiornamento di quei personaggi riportati all'epoca odierna.
Nei due troviamo tutta la disillusione proletaria di un vecchio, silenzioso Rocky e tutta la guasconeria casinista di un logorroico Jake La Motta riportati in un altro contesto, ben più leggero dell'originale.
Vediamo così Rock...mmm pardon Razor che vuole picchiare mezzene di maiale come faceva il suo antenato, che solleva pneumatici enormi o che porta a spasso autoarticolati legandoseli alla vita tramite una cinta di cuoio , e vediamo Jak...pardon Billy che si esibisce in locali,  beve come una spugna ,  è un indomito cascamorto e scopre addirittura di avere un figlio e un nipote di cui non avrebbe mai sospettato l'esistenza.
Il film di Segal , uno abituato a tempi comici molto più frenetici, ha poco a che fare col pugilato e indugia quasi con rispetto nella caratterizzazione dei due vecchi leoni non soffermandosi semplicemente alla commedia di stampo geriatrico ma inserendo parecchia mostarda giocando col passato cinematografico dei due .
Ha il colpo di genio di inserire poi  un terzo elemento, un Alan Arkin in formissima  nei panni dell'allenatore di Razor, che tira fuori la sua verve comica amara e dissacrante e a cui vengono riservate le battute migliori del film.
Pleonastico invece il personaggio della Basinger, pitonessa al servizio di due padroni trenta anni prima, innamorata di uno ma madre di un figlio fatto con l'altro, che si aggira per le scena spenta , doppiata male e assolutamente amorfa.
Un personaggio a cui non riesce a dare nessun colore per una recitazione sotto le righe, a un passo dall'imbalsamazione ( o sarà la chirurgia plastica che non le permette di avere molte espressioni facciali?).
Il grande match ( a proposito ma perchè cambiare il titolo originale The Grudge Match, il match del rancore che rende molto meglio l'idea che sta alla base del film?) è un innocuo divertissment che si guarda con piacere colpevole, due orette senza pretese passate in leggerezza e con quel pizzico di retorica che non manca mai in uno sport come il pugilato in cui spesso la retorica e la vanagloria fioccano abbondanti.
Stallone e De Niro funzionano nei rispettivi ruoli forse perchè ricalcano le loro stagioni migliori e si prestano con divertita noncuranza.
Orribile come vengono sfigurati al computer per renderli più giovani all'inizio del film e assolutamente orrenda una locandina in cui sono letteralmente massacrati dal Photoshop.
Insuccesso al box office americano che ha ormai dimostrato a più riprese, sbagliando,  che di questi vecchi marpioni del cinema action anni '80 non sa più che farsene....
Questi vecchiacci ancora possono accendere le luci dell'autobus e portare a scuola tutti i presunti eroi del cinema action di oggi....
Da non perdere il siparietto Tyson / Holyfield sui titoli di coda...quello si che fu un Grudge Match.
L'orecchio di Holyfield ancora ringrazia ....

( VOTO : 6,5 / 10 ) 

Grudge Match (2013) on IMDb

venerdì 27 settembre 2013

Rush ( 2013 )

L'accesa rivalità tra il pilota austriaco Niki Lauda e l'inglese James Hunt lungo i circuiti di mezzo mondo dalla Formula 3 fino alla Formula uno. Più che due nemici, due diversi modi di interpretare lo sport e la vita, due diverse filosofie che si scontreranno sempre e comunque. Soprattutto nel campionato mondiale di Formula Uno del 1976, anno del grave incidente a Lauda, un incidente che lo lascerà sfigurato a causa delle ustioni riportate e del suo ritorno alle corse dopo soli 42 giorni con le bende ancora fresche e le ferite sanguinanti solo per cercare di impedire la vittoria finale al rivale. Fino a quel Gran Premio del Giappone e al "gran rifiuto" di Lauda che non se la sente di correre in condizioni così' pericolose....
Pur non essendo una grande appassionato di Formula Uno ho dei ricordi abbastanza netti sulle figure del circus di quegli anni: ricordo Lauda e il suo incidente, la figura quasi paciosa di Regazzoni e tante altre figure che hanno travalicato il ruolo del semplice pilota di macchine da corsa per arrivare a lambire il mito, quali Gilles Villenueve o Ayrton Senna ( dei suoi duelli con Alain Prost il ricordo è assai vivido e dopo aver visto Rush sembra quasi che siano semplicemente una riproposizione con altri interpreti, forse anche migliori,  della rivalità Lauda/Hunt).
Di Hunt il ricordo è invece assai sfocato: ha avuto più il physique du role della meteora con quell'unico campionato mondiale vinto e quel suo essere così sfacciatamente libertino.
Ero quindi molto curioso di vedere Rush giusto per vedere come il classico regista hollywoodiano ( e al giorno d'oggi Ron Howard è il più classico dei registi hollywoodiani) trattasse una mitologia squisitamente europea come quella della Formula Uno, sport che negli USA non ha mai sfondato a livello mediatico e di pubblico.
A scanso di equivoci c'è da dire subito che Rush è un buon film: confezionato alla grandissima con una ricostruzione degli anni '70 che quasi mozza il fiato, fotografato benissimo, recitato in maniera ottimale da due attori che, seppur antropometricamente poco adatti ( sono degli omaccioni a confronto degli scriccioli che erano e sono i piloti di Formula Uno), cercano di mimetizzarsi all'interno dei loro personaggi proprio per rievocare la mitologia di quegli anni e con una sceneggiatura, scritta dall'inglesissimo Peter Morgan che complessivamente funziona, accattivante e appassionante nei momenti giusti.
Siamo però ben lontani da qualcosa di epico, qualcosa che ci spieghi veramente l'aria che si respirava in quegli anni in quanto Rush presenta tutti i pregi e i difetti del cinema hollywoodiano.
Perfetto dal punto di vista formale ma assolutamente privo del pathos che si conviene e questo perchè al di là dell'Oceano hanno sempre la tendenza a ritenere lo spettatore molto meno intelligente di quello che è, appiattendo personaggi e vicende in modo da renderle comprensibili il più possibile al grande pubblico.
In questo il disegno dei protagonisti è abbastanza manicheo: da una parte abbiamo lo sfacciato edonista, tutto fumo, alcool, donne e acceleratore sempre premuto a tavoletta, costi quel che costi e dall'altra parte abbiamo una specie di ragioniere delle quattro ruote, freddissimo, calcolatore, tutto casa e officina che dopo l'incidente diventa una specie di Freddie Krueger ad alto numero di ottani e che non se la sente più di rischiare la vita per un semplice Gran Premio di Formula Uno.
Personaggi disegnati in modo se vogliamo grossolano proprio per evidenziare il loro essere opposti e contrari in tutto e per tutto e per creare a tavolino una rivalità probabilmente molto più accesa di quanto fosse in realtà. Lauda e Hunt non erano nemici: erano solo due interpreti diametralmente opposti dello sport che praticavano, in fondo sentivano la solidarietà tra colleghi e forse anche qualcosa in più perchè in un mondo in cui di amici veri ce ne sono pochi, l'uno era il punto di riferimento dell'altro, anche solo per andare più veloce con la macchina per semplice spirito competitivo.
Perchè il rispetto tra i due era qualcosa di ben tangibile.
A Ron Howard non interessa la corsa, interessano gli uomini che sono dentro quelle bare con le ruote, cercare di capire il perchè rischiano la vita ad ogni corsa, che cosa li spinge a fare quello, cerca di individuare l'adrenalina che gonfia il cuore e fa scorrere il sangue nelle vene di questi piloti che si votano volontariamente a un possibile martirio nel bel mezzo della pista.
Perchè all'epoca la Formula Uno uccideva e anche parecchio.
Il problema di Howard è che non riesce ad arrivare a tutto questo, come quasi sempre gli è successo in tutta la sua carriera, perchè pur prediligendo uno stile che più classico non si può , la sua statura registica è nettamente inferiore a quella dei grandi della Settima Arte.
Howard si ferma alla superficie, confeziona un film impeccabile che però arriva più agli occhi e al cervello che non al cuore, mette al centro due personaggi a loro modo esplicativi di quel mondo e li racconta a modo suo con tutti i pregi e i limiti del cinema hollywoodiano odierno.
L'immagine che ho del Niki Lauda di quegli anni non è tanto il suo volto sfigurato quanto quegli incisivi molto sporgenti e quel suo strano modo di sorridere, un ghigno più che un sorriso.
Ron Howard mi ha tolto anche questo ricordo.
Anche se mi ha regalato nel finale le immagini vere di Hunt e Lauda , un vero tuffo al cuore.
Ecco , forse si....tardi, ma l'emozione alla fine, è proprio il caso di dirlo, è arrivata....

( VOTO : 7 / 10 ) 

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venerdì 16 agosto 2013

The fighter ( 2010 )

Dickie è un ex pugile che ha avuto l'occasione della vita: nientepopodimeno che sfidare Sugar Ray Leonard, Poi è stato ingoiato dal nulla, dalle dipendenze ed è diventato poco più di una larva umana. Ma ha un'altra occasione: quella di allenare il fratellastro Mickey ad arrivare fin dove lui non è mai arrivato. Deve tenere alto il nome della famiglia e di Lowell, cittadina pulciosa nel buco del culo del Massachussetts.
The fighter appartiene a un genere di difficile catalogazione se proprio non possiamo fare a meno di catalogarlo. Superficialmente si dirà che è un film di genere sportivo visto che racconta la storia di un pugile e della strada percorsa per arrivare al titolo mondiale.
Però non credo che sia così perchè di questo viaggio verso il tetto del mondo interessa poco la meta ma interessano parecchio il perocrso e tutte le tappe intermedie.
Allora che cosa è? Un dramma familiare? Ecco a mio parere siamo già più vicini: nel film viene narrata la storia di due fratelli solo per parte di madre,Mickey Ward e Dicky Eklund, che si ritrovano a essere le due facce della stessa medaglia.
Dicky,  il più vecchio, ha avuto la sua occasione, ha mandato addirittura al tappeto il mitico Sugar Ray Leonard in un combattimento comunque perso, ma è stato fagocitato dal mondo degli abusi e delle dipendenze diventando una specie di larva che fugge a cadenze regolari dall'ambiente familiare.
E assapora anche la vita della patrie galere.
Mickey, il più giovane, benchè frenato dalla madre/padrona che comunque ha sempre preferito sempre Dicky e letteralmente castrato dall'ambiente familiare che lo circonda,  riesce ad acquisire consapevolezza dei propri mezzi solo quando si mette assieme a Charlene che lo convince a recidere quel maledetto cordone ombelicale che lo ha sempre soffocato.
The fighter comunque non è solo un dramma familiare: è anche la fotografia impietosa di Lowell, Massachussets, degradato sobborgo dormitorio che si culla nel ricordo del combattimento per il mondiale di Dicky e che non offre nulla ai suoi abitanti tranne che un bar in cui bere per dimenticare.
Tra un Rocky,senza averne la retorica invadente e un Toro Scatenato senza averne il guizzo semidocumentaristico,il film dell'altrove anonimo Russell , si segnala per una progressione drammaturgica d'impatto, riuscendo a regalare emozioni che non sono solo quelle facili ricavate dalla vittoria a caro prezzo sul ring.

Sono quelle dei rapporti familiari che finalmente cambiano, sono quelle del tempo della fratellanza e della comprensione.
Il combattimento metaforico  dei due fratelli termina allorchè Mickey riesce ad uscire dall'ombra di Dicky e quest'ultimo finalmente comprende che è venuto il momento dell'altro per stare sotto i riflettori.
E con lui lo capiscono la madre  e le improponibili sorelle.
The fighter lascia molto più spazio a quello che succede attorno al ring che al ring stesso.
E'un film sull'occasione della vita che finalmente può essere sfruttata.
Monumentale come al solito la prova mimetica di Bale che porta sempre al limite il suo fisico per entrare meglio nella parte, riuscendo anche a rubare in più di un'occasione la scena a Wahlberg che di questo film dovrebbe essere il protagonista. 
Eccellenti i comprimari a partire da un'inedita Melissa Leo, inacidita dagli anni e forse dall'improbabile tintura bionda del baldacchino che si porta sopra la testa, fino ad arrivare a una carnosa Amy Adams che ha salutato ormai i tempi in cui faceva la principessa senza macchia per Disney.
The fighter, film dalla genesi assai travagliata, si rivela una scommessa vinta.
E' la vittoria del sogno sulla brutta realtà che lo circonda.
Per una volta ci piace che sia così.

( VOTO : 8 / 10 ) 


The Fighter (2010) on IMDb