I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.
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domenica 30 agosto 2015

Colt 45 ( 2014 )

Vincent, 25 enne poliziotto , preferisce la balistica e lo studio di nuove pallottole da fabbricare all'azione e ai gruppi operativi di cui non intende far parte perché di temperamento solitario e schivo. Preferisce fare l'istruttore di tiro e il consulente ma quando conosce il poliziotto corrotto Milo Cardena viene tirato dentro una guerra tra diverse fazioni di poliziotti, una guerra sangunosa che vede implicato anche il suo superiore, il comandante Chavez e che lo costringerà a venire a patti con il suo lato più oscuro.
Per sopravvivere dovrà passare per forza all'azione.
Colt 45 è un film diretto da quel diavolaccio belga di Fabrice Du Welz , uno che si è scavato un bel solco nella memoria di un  cinefilo militante come il sottoscritto con opere come Calvaire, Vinyan e Alléluia ( che trovate ambe-tre recensiti sul blog da qualche parte).
Teoricamente Colt 45 è stato realizzato prima di quest'ultimo ma varie vicissitudini produttive con annessa una post produzione in cui pare che Du Welz non abbia partecipato hanno reso il progetto più travagliato e gli hanno fatto vedere la luce dopo Alléluia.
Se dovessi definire in maniera tranchant un film come questo direi che è un'entrata a gamba tesa ( o a piedi uniti fate un po' voi, ma di quelle spaccacaviglie) nel genere del polar francese tanto caro agli spettatori di Oltralpe e figlio di quell'hardboiled che vede la sue radici oltreoceano.
Si vede un po' meno la mano autoriale del regista belga in una storia lineare nel suo essere torbida, fatta di azioni e reazioni ( anche sproporzionate se vogliamo), una sorta di furia beluina e primigenia che mette da parte sottotesti , riletture e sbriciatine tra le righe dello script.
Qui si narra principalmente della discesa  nell'abisso di Vincent , uno che non ci ha mai voluto mai gettare uno sguardo dentro a quell'abisso, uno che ha sempre preferito gli studi, fabbricare pallottole, starsene chiuso nel suo antro da solo con il suo piombo e le sue traiettorie ellittiche.
Ebbene quando Vincent uno sguardo lì dentro ce lo butta, costretto da Milo Cardena, l'abisso guarderà dentro di lui e verrà fuori un altro tipo di poliziotto.
E il sangue zampillerà copioso.
Colt 45 è un polar moderno , alla Marchal per intenderci, ha una visione del genere assai vicina a quella proposta al pubblico dal grande Olivier.
La polizia è un nido di serpi letteralmente stracolmo di banditi che si trincerano dietro l'egida dell'uniforme e del ruolo di tutore della legge.
Cosa già vista ampiamente in 36 Ouai des Orfevres ( film che a mio parere viene ampiamente citato ) oppure in quella misconosciuta serie poliziesca sempre d'Oltralpe, Braquo, creata dallo stesso Marchal.
A prima vista Colt 45 è il film meno personale di Du Welz anche perché si inoltra in lidi a lui sconosciuti fino ad ora nella sua carriera da regista, forse non è all'altezza degli altri ma per sua stessa ammissione dopo il flop commerciale di Vinyan aveva bisogno a suo modo di riconciliarsi col pubblico e con la sua idea di cinema popolare, cinema che ha sempre amato.
Ma è una full immersion senza compromessi di alcu tipo in un genere che qui a bottega viene gradito moltissimo: un film duro, cattivo, livido come la sua fotografia virata verso tonalità plumbee, con una sfilata di volti noti del cinema francese di genere che non fanno altro che aumentare il gradimento per una pellicola che fila via come una schioppettata per gli 85 minuti della sua durata.
Un po' come le traiettorie delle pallottole studiate dal giovane Vincent che non esita a sporcarsi le mani col sangue quando necessario.
Ecco , la metamorfosi del suo personaggio, abbastanza improvvisa e priva di quelle sfumature che ne avrebbero descritto meglio il travaglio è la parte del film che si digerisce meno.
E' difficile immaginare un cambiamento così repentino, la trasformazione in un assassino senza scrupoli di un uomo che rifiuta quasi il contatto fisico e che preferisce starsene rinchiuso nel suo poligono di tiro piuttosto che ritagliarsi un qualsiasi ruolo operativo.
Ma forse, tornando al discorso di prima è l'abisso che guarda dentro di te, è l'abisso bellezza!!!


PERCHE' SI : scene d'azione ben concepite, un gruppo di facce troppo giuste, ritmo invidiabile, citazioni del mio amatissimo Marchal come se piovesse.
PERCHE' NO : la trasformazione di Michel è un po' troppo repentina, viene qualche dubbio sulla verosimiglianza della trama ( possibile che questi poliziotti possano fare il comodo loro in questo modo?)


LA SEQUENZA : le sessioni di tiro, il primo incontro con Milo Cardena.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Nel polar francese si pesca sempre bene.
L'esame di Du Welz alla prova con un film non horror è decisamente superato.
Perchè i polizieschi francesi sono così cazzuti mentre quelli nostri risultano sempre o quasi mosci e poco credibili?
Ma quanto è inquietante la faccia di Joey Starr?


( VOTO : 7 + / 10 )


 Colt 45 (2014) on IMDb

venerdì 30 maggio 2014

Nemico pubblico N.1 - L'ora della fuga ( 2008)

Vita ,opere e morte di Jacques Mesrine,parte due.
Dove ci eravamo lasciati? Se nel primo film Richet aveva cercato di dare adeguato sfondo storico al personaggio e costruire la sua reputazione miticamente noir a piccoli passi grazie a un pigmalione ributtante con faccia e adipe di Gerard Depardieu, qui nella seconda parte si parte col piede affondato sull'acceleratore,si raccontano le gesta di questo personaggio controverso con il giusto grado di concitazione,si vivono con lui rapine, evasioni, il rapimento del vecchio riccastro e tutto l'armamentario della vita di un nemico pubblico.
Si introducono curiosi compagni di percorso e un avversario , il commissario Broussard (un Olivier Gourmet che non somiglia per nulla all'attore feticcio di quasi tutto il cinema dei fratelli Dardenne),che rispetta e da cui viene rispettato.
Molti accostano questo film al nostrano Romanzo criminale:l'inquadramento storico è sicuramente lo stesso,nel film di Richet si parla più volte del rapimento Moro, Romanzo criminale ha i suoi innegabili pregi ma dal punto di vista registico non c'è proprio competizione.
Mentre Placido si dimostra regista di oneste intenzioni , qui Richet gira come il dio del cinema comanda le innumerevoli sparatorie , le numerose scene di inseguimenti e architetta incidenti spettacolari, girati da dentro l'auto che tolgono realmente il fiato.
Una meraviglia per gli occhi e per le orecchie perchè anche il suono è qualcosa di sconvolgente.
E poi c'è il mostruoso, pantagruelico, immane Vincent Cassel.
Cercando qualcosa sul vero Jacques Mesrine e vedendo come viene impersonato acquista valore la prova dell'attore francese , stupisce la mimesi ed è incredibilmente bravo quando sembra andare fuori dello spartito a non essere mai grossolano. Eccede ma sembra sempre sotto controllo.
Una domanda che mi frullava in testa in continuazione mentre guardavo il film, ma anche durante la visione del primo, è questa: ma perchè Jacques Mesrine è un idolo così acclamato nell'area calda delle banlieue parigine?
A leggere le sue gesta e a vedere il film  ci troviamo di fronte a un personaggio che vive di pensieri estemporanei, che ha un ideologia confusa, che cerca di farsi passare per rivoluzionario (ma il complice lo fa ritornare alla realtà:loro sono rapinatori,non rubano ai ricchi per dare ai poveri o al proletariato, rubano per loro stessi),che vive in una sorta di autocompiacimento narciso, che vuole stare sulle prime pagine dei giornali(e se la prende con "quel" tale Pinochet che facendo un colpo di Stato in CIle gliele ha rubate),che sentendo l'orgoglio ferito da un giornale di destra non esita a far finta di concedere un intervista al giornalista per poi picchiarlo quasi a morte.
Un personaggio oltre le righe con un suo codice d'onore, lucido eppure guascone, sanguinario ma capace di slanci di inaspettata generosità. E la mia domanda ancora è senza una risposta certa: Richet non ci regala un agiografia del personaggio,si tiene alla giusta distanza,ma del resto non è generoso neanche con la BRI, il corpo di polizia che riesce finalmente a prenderlo.
La sequenza della sua cattura, già vista in parte all'inizio del primo film con uno splendido split screen molto anni 70,è girata magnificamente con un montaggio diverso. e fa vedere chiaramente quello che per molti è più di un sospetto.
Jacques Mesrine non è stato solo preso e ucciso, è stato sottoposto a una vera e propria esecuzione con tanto di colpo in testa finale.
Una macchia difficile da cancellare.
Resta il piacere di aver visto complessivamente un grande film , le oltre due ore di questo passano in un attimo per il ritmo imposto dalle innumerevoli azioni del protagonista, un personaggio tout court,a tutto tondo,uno di quei personaggi che si mangiano il film.
E Cassel è realmente magnifico.
Rimane la delusione per il mancato riconoscimento di un successo meritatissimo, un esempio di cinema moderno che guarda ai classici con rispetto e cerca di rielaborarne la lezione (vedendo questo film più di una volta mi è venuto in mente Corneau o I senza nome di Melville) a futura memoria delle nuove generazioni di cinefili...
Assolutamente da vedere

( VOTO : 8 / 10 )

giovedì 29 maggio 2014

Nemico pubblico N.1 - L'istinto di morte ( 2008)

La prima parte della storia di Jacques Mesrine vera e propria incarnazione mefistofelica di nemico pubblico.Dall'inizio come topo d'appartamento alla fuga continua attraverso tre continenti in una vita segnata dal crimine e da un rapporto irrisolto con i media.
Quello che ne vien fuori è il ritratto di un uomo di un egocentrismo pazzesco  che ha vissuto la sua vita senz alcun compromesso.
Nel flm di Richet non c'è nessun afflato romantico o umana comprensione nel descrivere la figura di questo gangster che ha mosso i primi passi negli anni 60. Sembra partire tutto da un rigurgito di coscienza (il non voler ammazzare una donna durante l'occupazione francese in Algeria) ma a dir la verità non sappiamo se in un uomo simile è possibile parlare di coscienza.
Brillante,di intelletto pronto, assai permaloso (da vedere il primo incontro scontro con Depardieu) e con la pistola sempre pronta all'uso. Da topo d'appartamento rapidamente scala la piramide sociale del crimine e diviene un criminale a tutto tondo capace di fare tutto,di picchiare e uccidere.
Senza rispondere a particolari principi.
Depardieu, qui in una parte da laido ciccione sfregiato dagli stravizi di una vita , gli dice che nel crimine ognuno ha i suoi principi etici.
Ebbene Jacques Mesrine di questi principi etici non sa che farsene
Uccide uno sfruttatore arabo perché ha massacrato di botte una prostituta a cui era affezionato e da lì un escalation di violenza senza fine in più continenti.
Ha anche una moglie spagnola con cui ha il tempo di fare tre figli ma anche lei non regge un uomo che a lei preferirà sempre i suoi amici (parole di Jacques) e che arriva a metterle la fredda canna di una pistola in bocca in una delle numerose scene di violenza inusitata del film.

Poi ci si trasferisce in Canada,si cerca di fare un lavoro onesto con la sua nuova fiamma Jeanne ma presto si riconvertirà all'azione criminale.
Richet come  detto prima non fa l'agiografia di un personaggio impossibile da difendere come Jacques Mesrine: si pone alla giusta distanza registrando con stile cronachistico tutte le sue abominevoli gesta.
Pochi i gesti d'affetto: per il resto il personaggio è di quelli senza compromessi senza tanti sconvolgimenti psicanalitici (la sua è una famiglia all'apparenza solida e che non gli ha fatto mancare nulla, lui però è adirato col padre sia perché ha lavorato con i tedeschi durante la guerra sia perché ha lasciato le redini del comando alla madre) ma solo con un sano intento di avere a disposizione tanti soldi per fare la bella vita e perderli a poker con i suoi amici.
E'una figura di gangster mutuato a quelle degli anni 30 ma con un delirio di onnipotenza assolutamente fuori dal tempo.
E ditemi se non è delirio d'onnipotenza cercare di assaltare la prigione canadese in cui è stato rinchiuso insieme al suo amico armato fino ai denti .Per quanto scalcinata la prigione (Mesrine e il suo amico fuggono veramente in modo troppo facile),il tentativo fallisce e loro sono feriti.

Il film è letterlamente fagocitato dall'enorme,mostruosa presenza di Vincent Cassel,attore che sembra fatto su misura per il noir,con la sua faccia spigolosa i suoi occhi piccoli e distanti,la sua mascella volitiva e il suo sguardo selvaggio, un attore che credo non sarebbe dispiaiciuto a sua maestà Melville per uno di suoi film.
Cassell domina il film e fa vedere ancora una volta la sua grandezza in un film di genere solido con una regia piuttosto ridondante ma assolutamente densoin un succedersi continuo di avvenimenti.
Tenendo conto che è stato fatto un altro film che racconta il seguito,di cose a Jacques Mesrine ne sono capitate....
Difficile parlando di genere  e inquadrare con precisione quello a cui ascrivere questo film: thriller, action, noir ,polar oppure semplicemente un biopic?
Per come la vedo io è un noir di impianto classico,anni 60 diciamo ma che parla un linguaggio modernissimo fatto di sequenze girate in maniera vertiginosa,di split screen alla maniera di De Palma e di tante altre cose che lasciano intuire la bravura di Richet.
Diciamo che l'ambientazione anni 60 è solo uno sfondo per un personaggio assolutamente moderno,contemporaneo,del XXI secolo insomma.
Dal punto di vista registico il meglio sta all'inizio sui titoli di testa:una sequenza lunga, complessa,frammentata con la tecnica dello split screen e che realmente toglie il fiato.
Altra perla del film è la parte carceraria in Canada:di nichilismo accecante la parte con Jacques in cella d'isolamento senza vestiti ,al buio e lavato saltuariamente con getti d'acqua violentissimi...forse l'unico momento in cui riesci a provare un po'di umana comprensione per il personaggio....

( VOTO 7,5 / 10 ) 

Mesrine: Killer Instinct (2008) on IMDb

mercoledì 8 maggio 2013

La proie ( 2011 )

A Franck Adrien, autore di un colpo milionario in banca , mancano pochi mesi per scontare tutta la sua pena e ritornare a casa da moglie e figlia. Ma soprattutto a riprendersi quel bottino accuratamente nascosto che gli sta creando molti problemi in prigione a causa degli ex complici che lo vorrebbero far fuori.
Inoltre si trova a difendere il suo compagno di cella, Jean Luois Maurel, accusato di pedofilia e sedicente vittima di un errore giudiziario, dalla violenza degli altri detenuti.
Anzi quando Maurel esce di prigione gli promette di badare lui a sua moglie e a sua figlia.
Dopo la visita ricevuta in carcere da parte di un ex poliziotto, Franck scopre che gli altri detenuti avevano ragione sul suo compagno di cella che sotto l'apparenza di un uomo mite e rassicurante è in realtà è un serial killer di giovani donne.
Fugge dal carcere per fermarlo e si accorge che l'altro sta facendo in modo che Franck sia accusato di tutti i crimini che intanto il serial Maurel sta commettendo.
Per Franck inizia una corsa ( letterale) contro il tempo.
Ogni tanto fa bene vedere un film come La proie, anzi se ne sente quasi il bisogno fisico.
Un thriller action di altri tempi, un polar come piace tanto chiamarlo ai francesi,  in cui i personaggi sono tagliati in maniera decisa e funzionale all'intreccio che è l'unica cosa che conta. Conta il meccanismo, l'intrigo , gli attori sono semplicemente uno strumento nelle mani del regista.
Non che non siano bravi perchè Dupontel nella parte di Franck è una roccia per come è granitico e la Taglioni si applica con bravura al personaggio di un poliziotto senza troppi fronzoli, anzi deve "mortificare" il suo immane sex appeal per essere credibile negli abiti mascolini che gli sono toccati in sorte.
Però nel film di Valette non ci sono derive divistiche, è solo adrenalina pura applicata.
Ognuno dei protagonisti ha un problema da risolvere: Franck fugge per dimostrare la sua innocenza, Maurel si dimostra un personaggio machiavellico per come manipola i suoi interlocutori e comunque deve combattere contro la sua psiche deviata, la poliziotta che si occupa della faccenda deve lottare contro il maschilismo delle alte sfere che vorrebbe sfilarle il caso.
La proie è come una macchina lanciata in discesa e che guadagna velocità a ogni metro che percorre: avvenimenti e colpi di scena a grappolo, scene action in cui si avverte qualche "licenza poetica" di stampo hollywoodiano, una naturale empatia verso un personaggio come quello di Franck che sta lottando per la sua famiglia.
Empatia che suona un po' strana per uno che ha rapinato banche e che non si è fatto scrupolo di ridipingere una parete della prigione usando la faccia di un suo collega detenuto.
Numerose scene di inseguimento girate come il dio del cinema comanda fanno da cornice a un film in cui il confine tra il bene e il male è quantomai sfumato.
Anzi il male assoluto ha una faccia che più rassicurante non si può, il personaggio di Maurel con la sua volontà distorta di creare una famiglia perfetta mette veramente paura.
La proie è il classico film senza tanti messaggi, metafore o sottotesti da andare a scoprire col lanternino: sono 100 minuti di divertimento assicurato.
Garantito.

( VOTO : 7+ / 10 )

The Prey (2011) on IMDb

domenica 5 maggio 2013

Il cecchino ( 2012 )

Parigi , esterno giorno: il commissario Mattei e la sua squadra hanno teso una trappola a una banda di temibili rapinatori di banche. Li aspettano al varco dopo l'ennesimo colpo ma proprio mentre il cerchio si sta chiudendo, un cecchino comincia a decimare poliziotti permettendo la fuga dei malviventi. Uno dei banditi è ferito e la banda , dopo aver recuperato il cecchino dalla sua posizione , fugge nelle campagne rimandando la spartizione del bottino. Intanto portano il ferito da un medico che esercita la professione clandestinamente per fargli estrarre la pallottola che ha ancora in corpo. Mattei dal canto suo non se ne sta con le mani in mano: ha organizzato una gigantesca caccia all'uomo, trova il cecchino, facendolo arrestare e scopre che ha a che fare con la morte di suo figlio nello scenario di guerra dell'Afghanistan. Intanto proseguono le indagini per trovare gli altri componenti della banda....
Michele Placido ha affermato che Il cecchino è il suo Romanzo criminale francese. Frase piuttosto temeraria, semplicistica e probabilmente dettata da esigenze di sintesi per il battage pubblicitario perchè non è propriamente così.
Diciamo che Il cecchino è una rilettura di genere ( il polar in questo caso ) che ha al massimo qualche intarsio proveniente dallo stile di Romanzo criminale.
Del resto Placido si è trovato di fronte a un pacchetto già preparato con sceneggiatura e i tre protagonisti già pronti all'uso ( tre pesi massimi del cinema francese come Auteuil, Kassovitz e il feticcio dardenniano Gourmet qui in una parte decisamente inedita per lui).
E quindi ha messo al servizio di questa produzione su commissione tutto il suo savoir faire  nel cinema action. E il risultato almeno dal punto di vista registico è abbastanza apprezzabile.
Anzi fa piacere trovare un regista italiano dietro una produzione curata come questa perchè vuol dire che qualcuna delle nostre maestranze tecniche ha ancora un buon nome a livello internazionale( a Placido aggiungerei anche l'ottimo lavoro alla fotografia di Arnaldo Catinari che ci regala una Parigi livida, grigiastra, ben lungi dall'immaginario da cartolina che la capitale francese si porta dietro).
Se dal punto di vista delle sequenze action c'è poco o nulla da dire perchè Placido dirige dimostrando di aver ben presente il modello americano in quanto a dinamismo e spettacolarità anche se si avverte ancora un po' di scarto con le megaproduzioni hollywoodiane( questione di investimenti) , Il cecchino durante il suo svolgimento soffre di alcune sbavature frutto di una sceneggiatura indecisa su quale strada intraprendere.
 La costruzione dei personaggi è abbastanza stentata: se il Mattei di Auteuil è un personaggio centrato, il cecchino interpretato da Kassovitz non è fuggente come imporrebbe il ruolo e anche il personaggio di Gourmet sembra decisamente sovvraccarico, responsabile di un cambio repentino nella direzione che il copione prende( era proprio necessario inserire una parentesi torture porn con annesso salvataggio di vittima del bruto?)
Argentero versione baffuta nella parte del bandito ferito ha poi un suo perchè , mentre sfugge del tutto il motivo della presenza della classica pupa del gangster Violante Placido ( o forse una ragione c'è...ma suvvia non vogliamo essere cattivi) in un personaggio artefatto , inutilmente melodrammatico e soprattutto assolutamente superfluo per la costruzione del climax drammaturgico del film.
Il cecchino parte benissimo come un polar di quelli cazzuti, energici, con quelle tinte noir che fanno impazzire gli amanti del genere ma poi sembra perdere per strada la sua direzione  mettendo tanta carne al fuoco, forse pure troppa.
C'è spazio per uno psicopatico serial killer da torture porn, per parlare di scenari di guerra mediorientali, di quanto marcio c'è sotto, c'è anche il tempo per un confronto tra Auteuil e Kassovitz, i due poli opposti  in questa pellicola, in cui i confini tra il bene e il male non sembrano poi così netti, anzi vengono sfumati in una bella dose d'ambiguità.
Stuzzicante il cameo che si ritaglia Placido davanti alla macchina da presa, un cameo ulterormente impreziosito dalla presenza di Fanny Ardant che dimostra classe innata anche quando ha a che fare con armi che mal si addicono alle sue manine gentili.
Altro pregio del film è al sua durata tenuta saggiamente sotto i 90 minuti: tutto questo permette di avere un ritmo piuttosto elevato che non premette troppi voli pindarici o distrazioni da parte degli spettatori.
Il cecchino ha un po' l'acre sapore dell'occasione sprecata ma di questi tempi grami bisogna anche sapersi accontentare di quello che passa il convento.
E non è poco.

( VOTO : 6 + / 10 )  

The Lookout (2012) on IMDb

mercoledì 29 febbraio 2012

Polisse ( 2011 )


Polisse è un tuffo improvviso nell'abisso. Subito dentro un ufficio proprio mentre una bambina col suo viso angelico sta raccontando di cose irripetibili che ha subito.
Il terzo film di Maiwenn ( che per strada ha perso il cognome Le Besco) che ha per titolo la storpiatura infantile di Police  è un poliziesco sui generis, in realtà realizzato con la tecnica più del documentario che della fiction.
Molte ore di  girato e poi scrematura progressiva con ampia libertà concessa agli attori di improvvisare su uno spartito in realtà molto particolareggiato.
La violenta forza centripeta del film permette di familiarizzare subito con nomi e facce alla stessa maniera di come succedeva in Legge 627, capolavoro targato Bertrand Tavernier, o anche in Le petit lieutenent, eccellente film inedito in Italia di quello stesso Xavier Beauvois che poi sarà conosciuto da noi con il doloroso Uomini di Dio.
Però Maiwenn non si limita solo alla documentazione pedissequa della difficile realtà che si vive al BPM (Brigade de Protection des Mineurs): soprattutto nella seconda parte accetta anche il rischio della ridondanza della deriva sentimentale (alla maniera di Police di Pialat) allorchè progredisce la relazione sentimentale di Fred, uno dei componenti della squadra e di Melissa, fotografa incaricata dal Ministero degli Interni di fare un reportage sul lavoro di questi poliziotti di seconda linea come erroneamente ritengono quelli appartenenti a divisioni nominalmente ben più importanti.

Non sanno a che tipo di sollecitazioni psicofisiche sono esposti questi coraggiosi servitori dello Stato, in un reparto dove è ben tangibile il concetto di perdita dell'innocenza, di traumi infantili, di crimini contro la moralità. E i bambini,soprattutto i più piccoli sono vittime praticamente inconsapevoli.
Gente di tutte le classi sociali (il maltrattamento dei minori o la pedofilia sono crimini assolutamente non classisti ma percorrono trasversalmente la società) si avvicenda negli interrogatori, cercando di far passare per normali gesti maniacali che non hanno nulla di fisiologico, quasi cercando di convincere chi sta dall'altra parte della scrivania che in fondo non c'è nulla di male in qualche avance(piccola o grande che sia , anche il mezzo stupro come lo chiamano loro è crimine gravissimo) visto che chi è direttamente interessato  non si lamenta.
Polisse procede spedito nella sua coralità verbosa,tra riunioni ed esercitazioni, un magma incandescente di sequenze ad alto ritmo per un montaggio veloce senza mai essere frenetico, un turbine di avvenimenti che descrivono come meglio non si potrebbe la quotidianità di una stazione di polizia , dalla continua lotta coi superiori per avere la libertà d'azione necessaria, ai piccoli battibecchi quotidiani di persone costrette a stare gomito a gomito molto più di quello che vorrebbero.
Anche quando sono fuori servizio trovano il modo di festeggiare qualcosa tutti assieme.
Le vite private vanno così a farsi friggere schiacciate da un lavoro totalizzante e che svuota di ogni energia fisica e nervosa.
Polisse non è alla ricerca dello scandalo gratuito: i casi trattati sono tutti ispirati a reali verbali ma i particolari potenzialmente pruriginosi sono tenuti abbastanza sullo sfondo provocando shock nello spettatore più con il non detto che con il detto.
Quello che stupisce è l'atteggiamento dei sospetti colpevoli che sembra quasi inconsapevole della gravità dei propri gesti. Ignoranza? O incapacità ad assumersi le proprie responsabilità come ammettere per esempio di essere malati di pedofilia?
Curiosa la scelta da parte di Maiwenn di ritagliarsi la parte di Melissa, l'inviata del Ministero degli Interni che documenta fotograficamente il lavoro della squadra.

E' una parte che ha un evidente significato simbolico, è la visualizzazione della presenza concreta dell'autore nel bel mezzo della scena come per rispondere a un'ulteriore anelito di realtà.
Meno curiosa e sicuramente più banale la scelta di delineare per sommi capi la sua storia d'amore con uno dei poliziotti della squadra, al costo di lasciare una nebulosa relazione con un ricco italiano(piccolo ruolo interpretato da Riccardo Scamarcio che almeno non fa danni) padre delle sue due figlie.
Se poi ci si sofferma per un attimo a pensare che questa relazione esiste anche nella vita reale allora il corto circuito è servito.
Ma è un peccato veniale in un film ipertrofico che probabilmente concede il fianco a qualche critica solo per eccesso di generosità, per l'ansia genuina di raccontare.
Critiche che per quanto mi riguarda sono assolutamente fuori luogo.
Polisse è un piccolo capolavoro, un film documento che racconta il nuovo millennio alla stessa maniera del Cantet di La Classe o del Kechiche de La schivata anche se nel film di Maiwenn non si parla solo dei figli maledetti della banlieue ma si fa un discorso più generale.
Eccellente il cast che fa a gara per rubarsi la scena per due ore serratissime di film in cui le emozioni si accavallano le une alle altre.
La vicenda di Polisse non ha inizio ma ha una fine improvvisa e inaspettata.
Perchè un simile fardello può essere troppo greve da sopportare.
(Meritatissimo) premio della Giuria a Cannes 2011.

( VOTO : 9 / 10 )  Polisse (2011) on IMDb

lunedì 13 febbraio 2012

Police ( 1985 )

E'abbastanza sorprendente vedere il nome di Maurice Pialat, sublime cesellatore di ellissi sentimentali, accostato a un film nominalmente appartenente al genere poliziesco, un polar per dirlo alla francese. Una netta inversione di tendenza nel peculiare percorso artistico di Pialat?Niente affatto.
Police è il polar realizzato solo come avrebbe potuto realizzarlo il cineasta francese. Lui , interessato al realismo in ogni sequenza che ha diretto a costo di essere tacciato di creare cinema antispettacolare, deforma il genere a suo piacimento non abiurando il suo stile, in modo da inserire perfettamente questo film nel suo discorso autoriale.
Anche qui sotto uno scheletro polar si agitano i sentimenti che, come il cineasta francese ci ha sempre abituato, vengono descritti in maniera neutra quasi distaccata.
A una prima parte in cui si definiscono fatti e caratteri all'interno dell'ossatura del genere poliziesco, succede una seconda parte in cui la fa da padrona la deriva sentimentale a cui è sottoposto il rude poliziotto Mangin che viene soggiogato dal fascino inquieto dell'enigmatica Noria, presunta donna di un trafficante di droga arrestata con lui.
E'evidente che l'indagine da parte dei poliziotti non è il cuore del film. A Pialat interessa altro: interessa la tensione emotiva che si instaura tra Mangin e Nora, il loro abbandonarsi alla passione e se lui, è fatalmente catturato nella tela di ragno tessuta da lei, Noria riesce a tenere coperto il suo gioco fino alla fine. E il gioco è coperto anche per lo spettatore che scopre tutto assieme a Mangin in un'emozionante scena finale.
Il cinema di Pialat è stato definito da molti come antisentimentale ma mi pemetto di non essere d'accordo: a mio parere il cineasta francese spoglia i sentimenti di tutta quell'aura mitica di cui sono spesso rivestiti nella finzione scenica. Li denuda sfrondandoli di tutti gli abbellimenti posticci.
A mio parere la sua cinepresa fruga nelle emozioni e le documenta. In modo neutro.

Ed è questo che succede in queto film: teoricamente abbiamo di fronte un poliziotto e una fuorilegge ma colui che dovrebbe essere dalla parte giusta usa metodi sgradevoli, calpesta e oltrepassa più volte quella linea sottile che delimita quello che è legale da quello che non lo è.
Al di qua dello schermo si è spiazzati perchè poniamo più o meno inconsapevolmente sullo stesso piano un poliziotto e una donna implicata nel traffico di droga. Anzi quasi tendiamo a vederla come vittima (lui in una scena arriva a picchiarla). Poi la metamorfosi di Mangin, forse un passaggio troppo brusco che personalmente credo che sia una delle poche debolezze del film.
Mangin comincia a vedere Noria con altri occhi, da rozzo e violento comincia a essere premuroso, gentile e cede al fascino di lei (una Sophie Marceau ancora giovanissima, forse ancora acerba dal punto di vista recitativo ma già indubitabilmente donna).
La figura di Noria è forse quella meglio tratteggiata soprattutto perchè non perde mai quel fondo di ambiguità che prima fa spazientire Mangin e poi lo irretisce.Anche quando sembra trasportata nel vortice della passione assieme a Mangin pare sempre abbastanza distaccata, un passo indietro a lui che a prima vista appare molto più coinvolto, c'è come un velo di imbarazzo che si frappone tra lei e Mangin.
Non posso escludere che questo imbarazzo palpabile nelle numerose scene in cui i due si baciano possa essere dovuto anche al particolare modo di girare di Pialat sempre interessato a essere il più realistico possibile, quasi un ossessione che talvolta lo spingeva a cominciare a girare senza neanche avvertire gli attori o dando loro pochissimo tempo per prepararsi,per "entrare" nel personaggio. Sempre in ossequio alla sua ricerca di realtà spesso si spingeva a utilizzare attori non professionisti in ruoli di contorno.

E l'effetto è straniante perchè è vero che si avverte tutto lo "scarto" tra i non professionisti e gli attori di professione ma è anche vero che tutte le facce sono giuste e queste figure "prestate" al cinema non fanno altro che fare quello che fanno sempre (in questo caso i poliziotti).
Police è un film verboso ma di grande fascino, un poliziesco praticamente senza tempo perchè quasi tutto ambientato in interni:quelli più ricorrenti sono quelli della stazione di polizia ritratta nel suo squallore,un microcosmo senza colori in cui si aggira un'umanità dolente.Che non è formata solo da delinquenti.In un piccolo ruolo ma incisivo da segnalare la giovanissima Sandrine Bonnaire.(06/01/2011)

( VOTO : 8 / 10 ) 

domenica 12 febbraio 2012

Truands ( 2007 )


Un quadro impressionista a tinte forti su quel sottobosco criminale che si agita dentro, sotto e nei dintorni della grande città. La ragnatela di amicizie,alleanze, traffici di droga, scambi finiti con scontri a fuoco, tradimenti, torture, violenze assortite e ribaltamenti di campo.
La storia di un boss dominante come Claude Corti che riesce  ritagliarsi la posizione di capo incontrastato grazie a un regime di terrore.
Chi sbaglia muore.
Truands è' questo e altro.
Il film di Schoenderffer è la faccia oscura del polar del nuovo millennio. Se 36 Quai Des Orfèvres di Marchal rappresentava l'altra faccia della polizia e dell'amministrazione della legge, Truands è come la sua cartina di tornasole, una rapsodia in nero di tutto quello che si agita dall'altra parte della barricata, il ritratto di un microcosmo criminoso in cui la polizia è spettatrice occasionalmente coinvolta ma sempre con ruoli trascurabili. Sono due film speculari per certi versi (nel film di Marchal praticamente è tutto un gioco interno al dipartimento e i metodi usati non sono poi così diversi da quelli che si usano nella malavita) pur nelle evidenti diversità e non è un caso che Olivier Marchal in questo film abbia una parte importante davanti alla macchina da presa.

In Truands l'azione e la crudeltà sono regine così come gli intrighi che cambiano di continuo i ruoli dei personaggi in campo, ma non si rimane mai disorientati perchè abbiamo almeno due stelle polari a cui rapportarci e che ci permettono sempre di comprendere tutto: la prima è il personaggio di Corti, magnetica essenza del male assoluto, uomo spietato e di crudeltà indicibile sempre alla disperata ricerca del rafforzamento del suo dominio pure quando trascorre un paio di anni in carcere e crede di aver mantenuto tutto come prima.
La seconda è il personaggio di Frank a cui Benoit Mangimel (attore che in altre occasioni non ho poi apprezzato così tanto) regala una perfetta ambiguità, una sorta di libero professionista su piazza a disposizione del miglior offerente, capace di fare i lavori sporchi nel modo più antisettico possibile.
Il cosiddetto ago della bilancia, neutro per definizione. E' Frank assieme al suo socio/assistente Jean Guy(Marchal) a cambiare l'ordine delle cose.
Un prodotto cinematografico come questo ha poco da invidiare agli omologhi hollywoodiani. Qui siamo dalle parti di Mann in un contesto metropolitano luccicante di metallo e cemento, in locali dove avviene di tutto, soldi, droga e belle donne  disponibili come se piovesse.

Ecco perchè un personaggio come quello di Beatrice Dalle che potremmo sintetizzare come quello della classica pupa del gangster risalta per tragica compostezza. Schoendoerffer conferma il suo notevole talento registico e realizza un film importante come pietra di paragone per altri dello stesso genere.E permette di far seguire tutto allo spettatore da una posizione privilegiata: la cinepresa è sempre al posto giusto cosicchè le numerose sequenze d'azione sono ariose e mai confusionarie (c'è una sparatoria in un parcheggio girata  con incredibile perizia).
Inoltre non è possibile per lo spettatore neanche dare inizio a un processo di identificazione con alcuno dei personaggi in scena. Tutti egualmente degni della massima pena detentiva.
L'immoralità regna sovrana...(26/12/2010)

( VOTO : 8+ / 10 )

Le petit lieutenant ( 2005 )

La storia di Antoine, le petit lieutenant del titolo, che,  appena ottenuto il grado di tenente, sceglie di trasferirsi dalla troppo tranquilla Le Havre (dove lascia sua moglie insegnante) ad un distretto parigino in prima linea, proprio perchè sente il bisogno di azione, di sentirsi un supersbirro di quelli americani alla Serpico o alla Callaghan.
Si sente come tatuato addosso il suo essere poliziotto, più che una professione quella del tutore della legge per lui assume i contorni della vocazione. E'come un bambino alle prese con il suo nuovo gioco (non si può intepretare in altro modo la sequenza in cui Antoine per la prima volta in auto per portare del materiale ad un altro distretto,decide di usare la sirena come per sentirsi più grande ,più importante).
Beauvois sceglie uno stile disadorno, semidocumentaristico che ricorda molto da vicino il capolavoro Legge 627 di Tavernier.
Poliziotti che la cinepresa immortala nella loro quotidianità, nel lavoro in ufficio, negli appostamenti, nelle riunioni fuori del lavoro. Ma sono soprattutto poliziotti che hanno tutti il loro bel carico di  problemi personali. Antoine si integra alla perfezione con i suoi commilitoni e viene preso di buon occhio dal capo della loro divisione, Caroline. Quello che però i colleghi prendono schrzosamente per un infatuazione da parte della matura Caroline per il giovane Antoine nasconde un lutto pregresso e il problema dell'alcolismo (che le ha precluso una carriera ancor più brillante) dal quale sta cercando di uscire con gran fatica servendosi anche di sedute agli Alcolisti Anonimi.
E anche Antoine ha problemi con la moglie che rifiuta di trasferirsi a Parigi.

E'un polar sui generis il film di Beauvois (che si ritaglia una parte in secondo piano davanti alla macchina da presa) in cui la realtà domina incontrastata. La professione del poliziotto viene svuotata del tutto di enfasi, un perdersi tra scartoffie, autopsie (curioso il dialogo di Antoine col padre in cui afferma che a vedere l'autopsia gli è venuto in mente Mozart perchè non sa speigarsi come da un fegato, da dei polmoni e altri organi possa scaturire la poesia della musica di Mozart), intercettazioni telefoniche, interrogatori e indagini che spesso non portano da nessuna parte.
Del resto non è questa la componente del film che interessa al regista che lascia le varie indagini abbastanza sullo sfondo. A lui interessa andare in fondo nei problemi dei protagonisti, descrive la monotonia delle loro vite condannate alla solitudine nella maggior parte delle serate (almeno quelle di  Antoine e Caroline).
La tragedia arriva improvvisa senza prodromi proprio come accade molto spesso nella vita reale.
Beauvois è molto intenso nel tratteggiare il senso di colpa di Caroline nel finale del film quando con gli occhi gonfi cammina sul bagnasciuga in quel di Nizza dove le indagini hanno portato lei e la sua squadra alla caccia di un assassino.

La Baye nonostante la sua innata eleganza è assai credibile nella parte di Caroline che mano mano diventa la protagonista assoluta del film. Un film in cui le vicende narrate non hanno un inizio e un termine certi.Le petit lieutenant è un istantanea di un distretto di polizia parigino, lacerante nella sua apparente ordinarietà.
Uno spaccato di vita da flic assolutamente da vedere.(17/12/2010).

( VOTO : 8,5 / 10 )