I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.
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lunedì 8 febbraio 2016

Last Shift (2014 )

Jessica è una poliziotta novizia che si trova a fare il suo primo turno in una stazione di polizia che è stata appena dismessa.Dovrebbe essere una nottata tranquilla senza scocciature ma in realtà comincia a ricevere strane telefonate. E la nottata diventa lunghissima.
Finalmente riesco a scrivere quattro parole in croce su questo film che ha rischiato davvero di essere la recensione più annunciata e mai scritta sul blog.
E si che a questo filmetto fatto con un pugnetto di dollari, un set e meno di dieci attori non si riesce a voler male neanche per sbaglio.
Sono rimasto volutamente sul vago riguardo alla sinossi perché lo so che un lettore un minimo smaliziato che sappia contare almeno fino a tre mangerebbe subito la foglia.
Poliziotto + Stazione di polizia dismessa = Carpenter.
E il regista, tale Anthony DiBiasi ( anche sceneggiatore), mai incrociato prima nonostante un curriculum che comincia a essere lunghetto, colpa mia naturalmente, dimostra di avere le idee chiare in testa.
Poche ma chiare: prendi Carpenter e quel film che non sto neanche a nominare perché diventerei noioso , ci metti un paio di Wannate ( leggasi colpi di scena stile James Wan, vale a dire qualche spavento a buon mercato ma confezionato come il dio del cinema horror comanda), condisci con un paio di Shyamalanate che sono anche meglio di quelle che ormai escono dalla mente del suo creatore originale e hai un filmetto agile e spedito che corre come un assatanato per i 90 minuti scarsi della sua durata.
E diverte. Diverte assai ed è questo quanto gli era stato chiesto.
Intendiamoci, il signor DiBiasi non è affatto uno sprovveduto e questo film non è la botta di culo del principiante o una ciambella riuscita incredibilmente col buco ben oltre le intenzioni del suo autore.
E' un film ordinato, meticoloso che non fa pesare mai la sua assenza di budget ovviando con una capacità ai limiti del prodigioso di creare un'atmosfera che man mano che passano i minuti diventa sempre più irrespirabile.
La stazione di polizia da sfondo amorfo si erge a vera e propria coprotagonista (un po' come succedeva con Ripley e i corridoi della Nostromo) accanto a Jessica, recluta cazzuta eppure fragile con un passato nebuloso quanto il suo presente , per non parlare del futuro.
Le sue visioni diventano il pane e salame di un film che sa spaventare senza riscrivere alcuna regola, citando classici ma senza fossilizzarsi o incancrenirsi nelle sabbie mobili della deferenza fine a se stessa.
Un film in cui più passa il tempo più si fa fatica a distinguere il vero dalla visione, la realtà dall'incubo, ed è questo che mette ansia nello spettatore anche se si sa fin da subito dove più o meno si andrà a parare.
Eppure quelle pareti spoglie diventano sempre più opprimenti e la mente di Jessica un rebus la cui soluzione si allontana sempre più.
Tutte cose che su pagina scritta rendono poco l'idea: il consiglio è di vedere per credere, o meglio per non credere a tutto quel bastimento di visioni che si porta dietro la mente sempre più offuscata di Jessica.
Una visione fresca e disintossicante, lontana dal bailamme plastificato che caratterizza tanto cinema di genere odierno.
Film di citazioni oneste, confezionato in modo impeccabile ( anche il montaggio è da manuale con tutti quegli stacchi a filo con l'orrore che è lì lì per invadere l'inquadratura ma spesso gli rimane solo tangente) che assolve perfettamente al suo compito.
Intrattiene e spaventa.


PERCHE' SI : atmosfera irrespirabile, protagonista convincente, scenografie inquietanti, citazioni intelligenti.
PERCHE' NO : DiBiasi non rischia quasi nulla , a tratti si respira un po' troppo Carpenter.,brutta locandina, titolo spoileroso...


LA SEQUENZA: l'incontro di Jessica con  il collega che aveva fatto l'ultimo turno col padre



DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Mai giudicare un film dalla locandina



(VOTO : 7 / 10 )


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domenica 6 dicembre 2015

Everest ( 2015 )

La mattina del 10 maggio del 1996 , due spedizioni turistiche si accingono ad arrivare sulla vetta dell'Everest.Una tempesta di neve li colpisce nella strada per il ritorno e per i due gruppi di scalatori sarà una lotta per la sopravvivenza contro la furia primigenia degli elementi naturali.
Non tutti ce la faranno.
Non ho mai scalato neanche una collinetta ma devo dire che questi film d'avventura girati ad altezze proibitive a prova di vertigini mi hanno sempre attirato, così come i film ambientati in scenari montuosi aspri ed inospitali.
E poi vuoi mettere l'epica della lotta del piccolo uomo contro il gigantismo della furia della natura?
Il raggiungere ed oltrepassare i propri limiti?
L'interesse che scaturisce dall'apprendere che comunque quella che ci apprestiamo a vedere è una storia sostanzialmente vera che , finito il film, andremo a rileggere avidamente su Wikipedia o cose del genere?
Ecco, nelle mie aspettative, alte devo ammettere, Everest doveva contenere tutto questo e anche di più.
E invece , come mi succede di sovente negli ultimi tempi, tutte queste aspettative vanno in gran parte deluse.
Intendiamoci Everest è il perfetto blockbuster hollywoodiano fabbricato in serie , confezionato con grande professionalità e con una storia " giusta" per un'audience in vena di emozioni forti.
Oddio, blockbuster perfetto forse no visto che non ha incassato moltissimo e quindi evidentemente c'era qualcosa nel film che non gli ha permesso di sfondare come avrebbe dovuto.
Il mio modesto parere è che al film manca proprio l'ingrediente principale; l'epica del racconto, gli manca quella grinta che gli avrebbe permesso di essere molto più intenso e vibrante, difetta di personalità  risultando piatto nella descrizione dei protagonisti e nel procedere di un racconto che avrebbe dovuto suscitare veri e propri fiotti di emozioni.
Per dirla in una parola sola, vocabolo che a Napoli conoscono piuttosto bene, gli manca la cazzimma, quello scatto in avanti che gli permetta di primeggiare e non di essere un film tra tanti , come tanti, anzi anche peggio di tanti.
E poi vedere la tanto favoleggiata, mitica cima dell'Everest che si riduce ad essere una specie di pianerottolo con tante belle bandierine, beh, viene smontata in due secondi tutta quella aura tra sogno e mito che la succitata cima si era creata in tanti anni di incontri, non reciproci, sui libri di scuola.
Si arriva anche a sfiorare il paradosso quando in un film come questo si vede poca montagna e troppo impianto strappalacrime ( il professorino che deve piantare la bandierina a tutti i costi per la sua scuola, un paio di mogli lasciate a casa in trepidante attesa, qualche scontro sparso tra maschi alfa ad alta quota che si mettono a fare a cornate come gli stambecchi e fanno a gara a chi ce l'ha più lungo il curriculum di alpinista , o si dovrebbe dire everestista , solo per avere un diritto di precedenza nella scalata).
E se l'emozione non è assicurata dalla scalata ( inquadrata o troppo da vicino o con campi lunghissimi finti come una banconota da tre euro) ma solo dall'interazione e dalle dinamiche di personaggi come minimo stereotipati, beh, allora siamo messi male, malissimo.
Baltasar Kormakur si rivela essere l'ennesimo talento registico europeo cooptato in quel di Hollywood e appiattito in nome del dio dollaro.
Jason Clarke come protagonista non ha statura sufficiente, almeno per quanto mi riguarda.


PERCHE' SI  : i 55 milioni di budget si vedono, bene o male.Buon cast di supporto, quel poco di montagna che si vede riempie l'occhio.
PERCHE' NO : blockbuster fabbricato in serie che difetta di personalità, Jason Clarke non ha la statura da protagonista, si vede troppa soap opera e poca montagna.



LA SEQUENZA : l'arrivo della tempesta con brevissimo preavviso.



DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Mai avere aspettative troppo alte per un blockbuster.
Non mi sarebbe dispiaciuto vedere molta più montagna.
Mi sono appassionato molto più alla storia vera letta su internet che al film.
Jason Clarke non mi dice assolutamente nulla.



(VOTO :  4,5 / 10 ) 


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lunedì 30 novembre 2015

The Visit ( 2015 )

Rebecca, quindicenne, sta girando un documentario inerente la sua famiglia e raccoglie in video le confidenze della madre che proprio prima della sua nascita, , per amore, aveva troncato i rapporti con i suoi genitori e futuri nonni di Rebecca e Tyler, di due anni più piccolo.
Ora i nonni hanno espresso il desiderio di vedere i nipoti, la madre ha bisogno di riposo per concedersi una crociera con il suo nuovo compagno, così Rebecca e Tyler vengono messi su un autobus e vanno a stare qualche giorno da quei nonni che non hanno mai conosciuto.
Rebecca è sempre con la telecamera accesa e si trova a documentare le stranezze di una coppia di anziani appena appena sopra le righe.
E ne succederanno delle brutte...
Oggi avrei dovuto parlarvi di Everest, che c'ho la recensione proprio qui sulla punta della lingua ma ieri morivo dalla voglia di vedere il nuovo di M. Night Shyamalan e così stamattina mi scappa urgentemente di parlarne.
C'è stato un periodo in cui ho nutrito una forte ammirazione per M.Night Shyamalan alla luce dei suoi primi film. Poi qualcosa si è rotto , sarò stato io che ho cambiato gusti o lui che si è semplicemente bevuto il cervello ( e a giudicare da quello che si dice e si pensa in giro, la seconda che ho detto) e il suo nome è diventato garanzia di disastro annunciato.
Almeno fino a questo The Visit, salutato come un graditissimo ritorno alle radici da parte del nostro.
All'horror.
Appunto.
Il secondo indiano più famoso di Hollywood (anni luce dopo Hrundi V. Bakshi di Hollywood Party) si mette nelle mani di Jason Blums, vero guru del cinema a basso costo ed alto incasso in ambito horror e ci consegna un found footage in piena regola , costato cinque milioni di dollari ( il massimo budget che viene concesso da Blums ai film della sua factory ) e che nei soli USA ne ha portati a casa più di 65 rivelandosi un vero affare per i produttori e un'incoraggiante pacca sulle spalle per il regista e sceneggiatore che , diciamola tutta, erano anni che non azzeccava un progetto degno di questo nome.
Ecco, la vox populi ci parla di un grande ritorno alle origini e di un film che ci consegna di nuovo il talento di un regista che si era perso durante gli anni.
Io non faccio parte della vox populi, la mia voce conta meno di zero, ma mi permetto di non essere così soddisfatto di questo suo ritorno al genere natìo.
Come dicevamo prima The Visit è un found footage in piena regola, girato con tutti i crismi del genere, tecnicamente non fastidioso perché , a parte qualche momento piuttosto concitato, evita l'effetto mal di mare con la telecamera sempre ben salda, forse anche troppo .Anzi qualche volta c'è l'impressione che come found footage sia un po' troppo scritto e rifinito per evocare veramente quell'orrore di cui vuole fregiarsi.
E qui mi viene da pensare che M. Night Shyamalan si sia approcciato al genere come un ragioniere, lavorando su pesi e contrappesi, equilibrando il tutto usando una sorta di bilancino di precisione.
Insomma mi gira un found footage come un professorino che debba rimarcare la sua bravura,la sua superiorità e la sua tecnica al cospetto di tanti mestieranti che hanno già detto la loro in questo campo.
Non si sporca il nostro con la logica di genere e perde nettamente il confronto ad esempio con un Barry Levinson che , con il vibrante The Bay, un paio di anni fa si era messo ventre a terra sbucciandosi gomiti e ginocchia per dire la sua nello stesso genere in cui ora si è cimentato il regista di origine indiana.
E parliamo di un settantenne che in bacheca ha anche un Oscar vinto, mica pizza e fichi.
Per essere un found footage la recitazione è di buon livello ma si ha l'impressione che il meccanismo orrorifico non sia oliato a sufficienza, scricchioli vistosamente facendo arrivare il colpo di scena un pochino troppo presto nell'economia del racconto ( siamo lontani dai finali shyamalaneschi in cui la rivelazione nell'ultimo minuto di film ribaltava tutto) e non riuscendo a evocare tutta quella paura e quell'inquietudine che per esempio riusciva a garantire un piccolo cult come The taking of Deborah Logan ( sottogenere vecchia che sbrocca durante la notte).
E poi non riesco a passare sopra un'incongruenza narrativa che a me sembra gigantesca: ma chi metterebbe su un autobus i propri figli per mandarli da nonni con cui non ci si parla da quindici anni senza neanche contattarli?
Altra cosa che mi ha lasciato piuttosto perplesso è la ricerca continua, direi al limite dell'ossessione del bilanciamento tra orrore primigenio, dramma familiare, romanzo di formazione, commedia e fiaba ( la nonna che vuol mettere nel forno la nipote) a cui assistiamo durante tutto il film.
Vogliamo poi parlare di quel ridicolo rap finale, quasi a voler fare i simpatici a tutti i costi?
Sicuramente meglio rispetto alle sue ultime uscite, The Visit spero che rappresenti un nuovo punto di partenza per un regista che prometteva molto e che per ora non ha mantenuto.
Per quanto mi riguarda è cinema ombelicale, M.Night Shyamalan riguarda se stesso e cerca di rimettersi in gioco, ma non voglio essere scettico per partito preso.
Lo aspetto fiducioso alle prossime prove.



PERCHE' SI : buon livello degli attori, la telecamera non balla più di tnato, la cosa migliore di M.Night Shyamalan degli ultimi anni.
PERCHE' NO : confezione troppo luccicante e inadatta al genere, meccanismo orrorifico non oliato a sufficienza, il colpo di scena arriva un po' troppo presto.



LA SEQUENZA: il momento in cui i ragazzi vengono a conoscenza della verità...



DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Ennesimo found footage che presta il fianco a numerose critiche.
Eppure ha avuto rimarchevole successo.
M.Night Shyamalan si doveva mettere nelle mani di Jason Blums per tornare al successo.
Ora lo aspetto fiducioso.



( VOTO : 5,5 / 10 )


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mercoledì 18 novembre 2015

Cooties ( 2014 )

Clint è uno scrittore che sta lavorando al suo primo romanzo horror e per sbarcare il lunario accetta una supplenza nella scuola da lui frequentata da bambino. Ma proprio durante il suo primo giorno di lavoro un misterioso virus attacca i bambini trasformandoli in un'orda di zombie antropofagi .
Clint  e un gruppo di insegnanti della scuola saranno costretti a lottare per le proprie vite mentre il contagio si diffonde sempre di più.
Elijah Wood da quando ha fatto i soldi, ma quelli veri , con Peter Jackson e tutte le menate della compagnia dell'anello, ha gettato la maschera e si è rivelato per quello che è veramente : un fan dell'horror che si butta in progetti piccoli ma sfiziosi , li produce spesso in prima persona, presta il suo volto e la sua notorietà al progetto recitandoci con grande abnegazione  e , giudicando dall'esterno,  credo anche che si diverta un mondo.
E' il caso di Cooties , piccolo horror indipendente, presentato al Sundance del 2014, che si rivela essere un autentico gioiellino di ironia e cattiveria mascherata dallo sberleffo sistematico che si applica al concetto di politically correct.
Si parla di bambini trasfomati in zombie, di insegnanti che nella loro vita sono probabilmente più zombie di loro e soprattutto non si lesina in quello che al cinema si vede non troppo spesso: la violenza sui minori.
Certo qui sono piccoli zombie affamati di carne e cervelli umani, morsicano più di un branco di rottweiler affamati, ma direi che c'è una certa , come dire, qual goduria nel mostrare violenze assortite su quelle belle testoline bionde e more che hanno giusto quello sguardo un po' vuoto e quel rivolo di sangue fresco che gli scende dal lato della bocca.
Cooties cita sapientemente tanto cinema del passato, non si può non pensare al cinema d'assedio di Carpenter, non si può negare che tutto sia partito da Romero ma forse ancora da prima da quello straordinario cult firmato da Wolf Rilla che si intitolava Il villaggio dei dannati, la mente inoltre non può evitare di dirigersi verso quel piccolo cult di qualche anno fa che era The Children di Tom Shankland che però sceglieva un tono nel raccontare la vicenda ben più inquietante di quello scelto dagli esordienti Jonathan Millott e Cary Murnion che tuttavia si ritrovano per le mani lo script di Leigh Whannel ( Saw ed Insidious tanto per citare un paio di saghe) e Ian Brennan ( creatore di Glee e della recentissima serie Scream Queens).
Dicevamo quindi che ci troviamo di fronte a un film fieramente citazionista ma tutto è frullato ad alta velocità e con cospicue dosi di ironia che lo immettono di diritto nel calderone delle horror comedies.
Però qui di cattiveria ce n'è a  vagonate oltre a battute degne del Saturday Night Live ( vedi quella in cui Elijah Wood si becca l'appellativo di hobbit).
Oltre a farsi forte di un comparto tecnico all'altezza con effetti speciali che si dimostrano rustici ma efficaci dando al film quell'aspetto vintage che lo rende ancora più simpatico ai miei occhi, oltre all'ironia cui avevamo accennato in precedenza, la carta vincente di Cooties è rappresentata da una manica di personaggi talmente fuori le righe ( e anche oltre ) che raramente si trova in una produzione "seria".
Cooties , comunque , nonostante le apparenze e la ricerca della leggerezza è una produzione seria, anzi serissima.
Ma fottutamente divertente.
E Padron Frodo ci sguazza allegramente.
Ammirazione per lui e per la sua volontà di lavorare in progetti piccoli che gli piacciono piuttosto che cercare i dollaroni fruscianti nel blockbuster di turno.


PERCHE' SI :  ironia a vagonate, Wood si presta allegramente, aria vintage che lo rende anche più simpatico, fiero citazionismo.
PERCHE' NO : qualche battuta a vuoto nella seconda parte, finale un po' frettoloso e troppo aperto a un possibile seguito.


LA SEQUENZA : i piccoli zombie furoreggiano e il prof di ginnastica continua a tirare a canestro ( non prendendoci mai) senza che si accorga di nulla, Prima del fugone.



DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Grande rispetto e ammirazione per Elijah Wood e le sue scelte professionali.
Di film come questo ne vorrei uno al giorno.
Rainn Wilson è debordante.
Spero che ne facciano un sequel, che sia a questo livello però....



( VOTO : 7+ / 10 )


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giovedì 12 novembre 2015

Dove eravamo rimasti ( 2015 )

Ricki è la frontwoman un po' attempata della band Ricki and the Flash che si esibisce sempre nello stesso locale davanti a un piccolo pubblico di appassionati.
Per la carriera musicale ha lasciato la famiglia sotto forma di marito ricchissimo e tre figli sull'altra costa degli Stati Uniti ma quando la figlia va in forte depressione a causa del suo matrimonio sbagliato ( e del conseguente divorzio lampo) , Ricki è costretta quasi suo malgrado a esercitare un ruolo da lei mai ricoperto, quello di madre, andando a stare per qualche tempo nella lussuosa villa dell'ex marito che intanto ha una nuova compagna.
E tornerà ancora per presenziare il matrimonio del figlio ...
Dove eravamo rimasti, già , dove eravamo rimasti.
Per una volta tanto, ma è un caso eccezionale alla stessa stregua dell'imbattersi in un Gronchi rosa, io, che sono per il titolo originale sempre e comunque , quasi preferisco il titolo ideato da quell'ineffabile essere mitologico che è il titolista italiano, capace negli anni di regalarci perle di incredibile bruttezza
Se il titolo originale, Ricki and The Flash sposta l'attenzione sulla band che suona in quel pub polveroso al cospetto del solito gruppetto di mandriani e fancazzisti del sabato sera, il titolo italiano è un qualcosa che si dedica di più al bilancio esistenziale di questa rocker arrivata tardi all'appuntamento con la vita, una Joan Jett fuori tempo massimo ormai sgualcita dagli anni e dalle tante cose successe .
Ma quel Dove eravamo rimasti si rivela un titolo squisitamente polivalente perché questa domanda ce la possiamo porre un  po' per tutti i soggetti in campo e non solo per la Ricki del titolo originale.
Con Meryl Streep personalmente mi ero lasciato un po' male da quell' Into The Woods che ho trovato talmente insopportabile da non proseguire la visione dopo la prima mezz'ora.
Grandissima attrice Meryl, in grado di interpretare veramente ogni tipo di personaggio dall'alto di una tecnica straordinaria e per quanto mi riguarda è questo il punto: le sue ultime prove , superapprezzate dai critici di turno  e io non sono nessuno per mettere in dubbio le loro sacre parole sono mostruose per tecnica ma proprio per questo le ho trovate parecchio distanti dall'emozione che mi può regalare questo o quel personaggio.
Sono lontani i tempi in cui il solo sguardo della divina Meryl mi faceva vibrare, ora vedo un'attrice consumata che si situa sempre a una certa distanza dal suo personaggio e non mi regala più quell'emozione che mi faceva provare prima.
Nel personaggio di Ricki ho visto qualche bagliore della Meryl che fu, si vede che le piace il personaggio e che le piace esibirsi sul palco ( dove canta tutti i brani presenti nel film) ma a dire il vero non ha una grande voce, diciamo che però è ben conscia dei suoi limiti e non sfigura affatto.
Con Demme mi ero perso di vista qualche anno fa , appena dopo Rachel sta per sposarsi, uno di quei film appartenenti al genere "matrimoni con i crampi", a cui appartiene anche questa sua ultima fatica , uno slowburner pazzesco che esplodeva alla distanza rivelando tutta la sua profondità.
L'altra grande passione di Demme è notoriamente la musica quindi posso comprendere bene che questo film , scritto da Diablo Cody, fosse particolarmente nelle sue corde.
Perché oltre a figlie oltre la crisi di nervi, mariti che sembrano muri di gomma per come gli rimbalza addosso tutto, rivelazioni più o meno inaspettate, oltre al matrimonio con i crampi , c'è tanta , tanta musica, c'è la polvere del palcoscenico, il presente fatto di rimpianti, un difficoltoso coming of age a cui arriva, non è mai troppo tardi, Ricki che faticosamente tira una linea e mostra quella maturità mai mostrata prima .
All'inizio ne soffre la relazione col chitarrista del suo gruppo , uno spiantato come lei ma con un cuore grande così ( un Rick Springfield con un'inquietante matita che gli accentua il contorno degli occhi), ma poi vedranno tutto sotto una luce migliore.
E il matrimonio, grazie alla loro musica e a una canzone del Boss, si trasformerà in un happening...
Dove eravamo rimasti non è un film perfetto, non è neanche lontanamente il miglior film di Demme, ma trasuda cuore e passione e proprio per questo si fa apprezzare.
E sul manifesto del film magari si poteva azzardare anche un " Meryl canta!" un po' come succedeva in Ninotchka di Lubitsch (" Garbo laughs!").



PERCHE' SI : tanta musica, Meryl canta, ottimo cast, cuore e passione.
PERCHE' NO : Meryl canta ( perché in fondo non ha una gran voce, ma onore all'impegno), gli occhi disegnati con la matita di Rick Springfield, un impianto del film non proprio originale.


LA SEQUENZA : Ricki and the Flash si esibiscono al matrimonio, nel finale.E la festa diventa un happening.



DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

La Streep non ha paura di niente.
Un peccato che Demme si conceda così poco al cinema di fiction.
Kevin Kline sta invecchiando splendidamente.
Avevo paira di questo film, che l'avrei odiato....e invece...


( VOTO : 7 / 10 )


Ricki and the Flash (2015) on IMDb

mercoledì 4 novembre 2015

The Final Girls ( 2015 )

Amanda è un'attricetta che ha vissuto il suo quarto d'ora di celebrità  recitando , si fa per dire, in uno slasher di un certo successo, Camp Bloodbath, in  cui faceva una brutta fine sotto i colpi di machete del bruto di turno, ma è un po' che fatica a trovare una scrittura decente.Vive con la figlia adolescente Max e stavolta muore per davvero in un incidente stradale.
Dopo qualche tempo dalla sua morte un amico di Max organizza una serata omaggio a Camp Bloodbath e al suo sequel ma le cose non vanno come dovrebbero andare.
Per uno strano susseguirsi di coincidenze il cinema va a fuoco, Max con i suoi amici per salvarsi attraversa lo schermo e si ritrovano come per incanto nel film che stavano vedendo.
Ora tutto sta a sopravvivere alla furia del bruto col machete.
Andando ad esaminare i credits del film non si può non rimanere sorpresi: e chi si aspetta un gioiello di metacinema di siffatta bellezza dalle menti di due sceneggiatori praticamente esordienti ( Fortin e Joshua Miller ma costui è stato attore con un discreto curriculum) e da un regista, Todd Strauss-Schulson, molto attivo in tv, con molti corti nella sua carriera e pochissimo cinema?
Nessuno, io, meno di tutti.
E invece ci troviamo di fronte a uno spartiacque del genere allo stesso modo in cui poteva essere The Cabin in the Woods non più tardi di tre anni fa.
Allora avevo salutato quello che ritenevo l'horror definitivo, ora mi vedo costretto a rifarlo.
Stavolta saluto lo slasher definitivo.
Ma definitivo perché?
Proprio qualche giorno fa parlavamo del linguaggio cinematografico di The Green Inferno, ultima ( o meglio penultima ) fatica di Eli Roth, quindi non proprio l'ultimo arrivato nel genere.
E dicevamo che era un qualcosa di vecchio, ho usato il termine decrepito per un film che voleva dire qualcosa di nuovo, richiamarsi a un genere che nel passato ha avuto un discreto successo e che oggi è scivolato irrimediabilmente nel dimenticatoio, il cannibal movie,
Cosa che in un certo senso è successa anche allo slasher anche se in tono minore: seppur con produzioni piccole , nelle pieghe dei vari listini indipendenti, uno slasher si trovava sempre.
E noi qui a parlare, spesso anche a sparlare, di film nati vecchi e con canoni estetici ormai superati.
Ecco,
The Final Girls prende spunto, linfa vitale da questo per mettere in campo tutta la sua genialità.
Cita palesemente uno degli slasher più famosi della storia del cinema, ogni riferimento in questo film a Venerdì 13 è puramente voluto, lo disseziona vorticosamente ma non come farebbe l'allegro chirurgo in un gioco da tavolo, ma proprio come un anatomo patologo attento a studiare il suo reperto, a rispettarlo profondamente  non rovinando nulla e consegna al pubblico un piccolo capolavoro di cinema nel cinema.
Si usa quindi il linguaggio vecchio per dire qualcosa di nuovo.
Il contrario di quello che succedeva in The Green Inferno.
The Final Girls osa fin dove aveva osato The Cabin in the Woods e forse ancora di più: se quel geniaccio di Whedon aveva fatto metacinema codificando i vari sottogeneri appartenenti formalmente all'horror, Fortin, Joshua Miller ( sceneggiatura), Todd Strauss Schulson ( regia ) e tutta l'allegra combriccola codificano le componenti del genere slasher.
Abbiamo dei personaggi con delle precise caratteristiche e tendenze che rispondono a determinati stereotipi ( il maschio infoiato che pensa al sesso anche quando è in pericolo di vita, la sciacquetta che si accinge a perdere la verginità ecc ecc) ma inserisce anche altri elementi che arricchiscono il tutto e lo rendono grande: il gioco continuo con lo spettatore su chi sarà la "final girl " del film ( la final girl è in gergo cinematografico l'unico personaggio che riesce a sopravvivere alla furia del maniaco in ogni slasher che si rispetti e deve essere rigorosamente vergine e qui di vergini in campo ce ne sono due, Amanda e Max, sua figlia che per questo tenta di far rimanere vergine la sua mamma di celluloide a tutti i costi) e la descrizione di un rapporto tra madre e figlia che raramente si è vista al cinema, men che meno nell'horror.
Amanda e Max e il loro rapporto di detti e non detti, di piccole omissioni e grandi scherzi del destino è un qualcosa che a tratti sfiora persino la poesia. e vi assicuro che non è uno sproposito parlare di poesia in un film che dovrebbe far parte della serie B cinematografica .
Altra cosa che rende The Final Girls un film vincente sotto tutti i punti di vista è la sua ironia, o meglio la sua autoironia.
Siamo nel metacinema puro ma non ci prendiamo affatto sul serio si ride e non ci sono spiegoni trituranti.
E usciamo di scene sulle note di Bette Davis Eyes.
Chiusura perfetta.


PERCHE' SI : è lo slasher definitivo, anzi il metaslasher definitivo, tanta ironia contagiosa, attori che stanno al gioco e tanta tanta altra roba.
PERCHE' NO : faccio fatica a trovarne, a chi non piace il genere...



LA SEQUENZA : l'arrivo a Camp Bloodbath , in mezzo al suo loop spazio temporale.



DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Anche stavolta ho parlato di film definitivo.
Almeno fino al prossimo titolo per cui spenderò questo termine.
Sono passati tre anni da quando l'avevo speso l'ultima volta ( The Cabin in the Woods)
Avrei voluto che non finisse mai
Di sicuro è l'horror dell'anno.



( VOTO : 8,5 / 10 )


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domenica 1 novembre 2015

The Green Inferno ( 2015 )

Justine è la figlia di un avvocato che lavora per le Nazioni Unite e rimane sconvolta da una lezione universitaria sull'infibulazione delle bambine in Africa. Decide così di abbracciare la causa di giovani attivisti contro lo sfruttamento della foresta amazzonica.
Insieme ad un gruppo di loro parte per il Perù al fine di compiere un'azione dimostrativa per fermare i lavori di distruzione della foresta.
Si incatenano agli alberi in diretta tv ed ottengono quello che si erano prefissi: la pubblicità per il loro gruppo.
Durante il viaggio di ritorno però il loro piccolo aereo che li riporta a casa cade nel bel mezzo della foresta che volevano tanto difendere. E diventano preda di una tribù di cannibali.
Storia di un film scandalo che la leggenda vuole che sia stato fermo ai box per oltre due anni per varie motivazioni folkloristiche tipo censura per scene troppo cruente, il rifiuto di tornare a un genere estremo come quello del cannibal movie , il richiamarsi con molta ostentazione a un film come Cannibal Holocaust, ancora proibito in molti Paesi del mondo e altre amenità assortite .
Pare che la realtà sia molto meno romantica e folk: pare che The Green Inferno sia stato preso in mezzo a diatribe produttive e di marketing facendo la fine del vaso di coccio in mezzo ai vasi di piombo.
Pare che non abbiano fatto uscire il film al cinema prima perché non gli si poteva assicurare una promozione adeguata.
Che tuttavia gli è stata garantita dal tam tam delle voci riguardanti la sua uscita da due anni a questa parte.
Ma insomma come è questo The Green Inferno?
Trincerandomi dietro definizioni sofistiche e supertecniche potrei citare la cagata pazzesca fantozziana ma mi sforzerò di essere un po' più circostanziato.
Potrei nascondermi anche dietro a un più gentile ....tanto tuonò che non piovve.
La cosa vera di The Green Inferno è che pur durando meno di 100 minuti , durata comunque ragguardevole per un horror, annoia tanto.
Si comincia con quaranta minuti in cui praticamente non succede nulla, il solito teatrino con introduzione di personaggi stantii e che non fanno nulla per elevarsi rispetto allo status di carne da macello che sembra sia stato disegnato apposta per loro, il consueto tema dello spaesamento in terra straniera come Hostel docet, il trito e ritrito uso di effetti piuttosto rustici per aumentare lo shock in quella parte di pubblico che ancora può venire shockata da una decapitazione o da un uomo fatto a tranci col machete.
L'unica variante rispetto a uno slasher normale è che chi viene fatto a tranci con l'arma bianca viene poi trattato come una porchetta e messo al forno dopo averlo spellato e scarnificato.
E pare che dell'uomo , come succede col maiale , non si butta via niente.
Eli Roth poi non si fa mancare nulla e ci propina anche la testa del malcapitato con la mela in bocca come un maiale al forno qualunque.
Può bastare questo e qualche altro effettaccio per fare un buon film horror nel 2015, pardon , nel 2013?
No, non basta e non è sufficiente neanche usare furbescamente il fuori campo per cercare di aumentare la sgradevolezza ed evocare ulteriore orrore.
Il problema è che Eli Roth continua a usare un linguaggio cinematografico decrepito cercando di mascherare il tutto da horror politico.
Ecco la politica in The Green Inferno.
Parliamone.
Il film pone sullo stesso piano la mostruosità dello sfruttamento della foresta amazzonica e della distruzione delle popolazioni che lì vivono da millenni, a quella degli autoctoni che non si fanno scrupolo a mangiare propri simili, a essere dediti alla pratica del cannibalismo.
Anzi. forse quello che uccidono per denaro per rubare chilometri quadrati di verde al pianeta sono peggiori.
Ora va bene tutto, il messaggio che si legge tra le righe posso anche parzialmente approvarlo ma sembra veramente tutto scritto con i piedi, talmente grossolano da esondare nel ridicolo involontario tutto talmente esibito da risultare sovraccarico e fastidioso.
E non c'era bisogno di creare un personaggio odioso come il capo degli attivisti ( a cui il buon Eli fa compiere ogni azione nefasta, persino una masturbazione in pubblico per mantenere il cervello attivo) e di sottolineare con la postilla sul finale come l'opinione pubblica sia facilmente raggirabile dai mass media.
Il problema di The Green Inferno è che a dispetto delle aspettative si rivela essere un film come tanti altri, anzi anche peggiore di altri.
Nessun guizzo , nessuno scatto in avanti.
Peccato.



PERCHE' SI : qualche contrappunto ironico nella prima parte che alleggerisce la noia, effetti speciali molto rustici  che fanno il loro porco lavoro, gli occhi della signora Roth, alias Lorenza Izzo nella parte di Justine.
PERCHE' NO : linguaggio cinematografico decrepito, attori dimenticabili, messaggio talmente esibito da risultare fastidioso.



LA SEQUENZA : la caduta dell'aereo nella foresta




DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

A me Eli Roth sta simpatico ma forse è meglio che rimane solo a produrre e a fare il talent scout non il regista.
Mai fidarsi della pubblicità.
Mai avere aspettative troppo alte per un fondo di magazzino di due anni.
A volte le leggende stravolgono la realtà.



( VOTO : 4 / 10 )


 The Green Inferno (2013) on IMDb

domenica 18 ottobre 2015

Via dalla pazza folla ( 2015 )

Bathsheba Everdene è stata cresciuta dagli zii e presto si ritrova a dirigere la loro fattoria.
Le fa la corte Gabriel Oak, pastore prestante e abbiente  ma è soprattutto il ricco vicino Bolwood che le domanda insistentemente di sposarla anche perché Oak a causa della perdita del suo gregge si trova costretto a lavorare agli ordini della donna.
Bathsheba in realtà si innamora di un poco di buono, il tenente Troy, dedito al meretricio e al gioco d'azzardo che riesce a sposarla.
Il matrimonio non può far altro che andare a rotoli e per qualcuno si presenterà una ghiotta seconda occasione.
Uno dei ricordi più belli che ho degli studi di letteratura inglese al liceo è stata la scoperta di Thomas Hardy che ho avuto la fortuna di leggere in originale oltre che tradotto nella nostra lingua.
E ho sempre apprezzato la sua prosa vigorosa, senza mezze misure, lapidaria al servizio di storie strappacuore con il loro bel fondo di ambiguità e che comunque profumavano sempre di vita vera, vissuta.
Vedendo questa nuova fatica di Thomas Vinterberg, regista che apprezzo moltissimo, ho avuto una brutta sensazione : più vedevo Carey Mulligan e compagnia cantante agitarsi da una parte all'altra dello schermo  e più avevo negli occhi l'omonimo adattamento di quasi cinquanta anni fa ad opera di John Schlesinger.
Questione di stile registico, molto leccato quello di Vinterberg con quella patinatura fastidiosa che accompagna lo spettatore per tutte le due ore, anche nelle sequenze a più alto tasso emotivo, vigoroso esattamente come la pagina scritta quello di Schlesinger, non uno qualunque, ma soprattutto questione di cast.
Confrontare il cast del film del 2015 con quello del 1967 rischia di essere ingeneroso per la pellicola di quest'anno : se Carey Mulligan è discreta nella parte ( ma è anni luce lontana dalla forza espressiva di una Julie Christie in una delle prove più convincenti della sua carriera) e Sheen si salva solo con l'enorme tecnica di cui è in possesso è totalmente improponibile il confronto di Shoenaerts e Sturridge con Alan Bates e Terence Stamp.
Shoenaerts nella parte di Oak è troppo poco inglese e un po' troppo delicato al contrario di un Alan Bates forse meno bello ma decisamente più sanguigno e credibile, Sturridge invece sembra solo una pallida imitazione fisica di Terence Stamp che nel film era fuoco e ghiaccio allo stesso tempo, il suo solo sguardo era sufficiente per far cadere schiere di donne ai suoi piedi.
Vinterberg che in carriera ha dimostrato più volte di essere interessato alla sostanza più che alla forma , qui si comporta come uno dei più impersonali calligrafi hollywoodiani perdendosi nella patinatura delle sue belle immagini , quasi scomparendo nei tramonti e nei campi lunghi di cui sembra quasi abusare.
Per chi non ha visto l'altro questo remake non è brutto , anzi , ma dà l'impressione di essere troppo calcolato, l'emozione è relegata in un angolino , perduta dietro e dentro la bella forma, rischia di essere un florilegio di pregiate ricostruzioni ambientali e costumi studiatissimi fin nei minimi termini.
Il melodramma che ne vien fuori è annacquato, quella che era una storia d'amore intensa e a suo modo inspiegabile , l'ineluttabilità del sentimento amoroso, è solo un'increspatura tra il personaggio di Bathsheba e il suo vivere per sempre felice e contenta.
Viene perso il femminismo appassionato del romanzo, perché nell'epoca vittoriana avere  una donna a capo di una fattoria era quasi disdicevole e comunque come minimo inappropriato, in favore di una semplice ronda amorosa , un ballo a più passi in cui vince il favorito del pubblico nel nome del lieto fine sempre e comunque.
Cosa ben diversa da quello che succedeva nel film di Schlesinger: vince anche qui il meno peggio ma ha il sapore di un ripiego e la malinconia unita al rimpianto regnano sovrani.
Vinterberg riesce però a donare al suo film quel tocco di modernità accattivante per gli spettatori un po' più giovani,che tuttavia non basta a creare un classico senza tempo.


PERCHE' SI : la forma è accattivante, Carey Mulligan e Sheen non escono triturati dal confronto con l'omonimo film di Schlesinger, tocco moderno per appassionare i più giovani.
PERCHE' NO : patinatura a tratti eccessiva e quindi fastidiosa, Shoenaerts e Sturridge sono asfaltati da Bates e Stamp.



LA SEQUENZA: lo sterminio del gregge di Oak



DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Forse è meglio non vedere remakes di film amatissimi qui a bottega.
Carey Mulligan mi lascia sempre con il dubbio.
Quella era Juno Temple?
Ma questo è lo stesso Vinterberg di Festen e del Dogma 95?


( VOTO : 5,5 / 10 )

Far from the Madding Crowd (2015) on IMDb

mercoledì 14 ottobre 2015

Black Mass - L'ultimo gangster ( 2015 )

Jimmy "Whitey" Bulger è un malfattore d'origine irlandese che dopo aver fatto tutta la gavetta nella criminalità locale si trova a capo di una potente organizzazione mafiosa dedita al traffico di stupefacenti, al racket e al gioco d'azzardo che domina tutta Boston con l'intento di cacciare via i mangiaspaghetti italiani e tutti quelli che lo vogliono ostacolare.
Ha un fratello che è un politico di peso e un amico, John Connolly che lavora nell'FBI e di cui diventa informatore avendo in cambio tutta la protezione possibile e immaginabile per continuare indisturbato con i suoi traffici e la sua lunga serie di omicidi spesso commessi in prima persona.
La vita di Jimmy Bulger, a proposito quanto adoro poi andarmi a documentare sulla vera esistenza dei personaggi protagonisti di questo come degli altri film , più che un romanzo , è un fiume in piena.
Da criminale di mezza tacca a gangster potentissimo un po' per meriti suoi, un po' per la sua abilità strategica ma anche per via delle protezioni che ha avuto e di come sia riuscito a svicolare tra una crisi e l'altra , sparendo e riapparendo nei momenti giusti e senza il timore di mostrare il suo lato più spietato.
Il film di Scott Cooper, regista che si appassiona a storie che dovrebbero essere epiche ma a cui continua a sfuggire il senso dell'epicità ( vedere per credere anche gli altri due suoi film da regista , Crazy Heart e ma soprattutto Out of the furnace), si muove praticamente in un campo minato senza alcuna protezione.
Un campo minato che prende le mosse da Il padrino, saga mafiosa inarrivata e inarrivabile ma in particolar modo dall'epopea gangster raccontata da Scorsese in Quei bravi ragazzi da cui formalmente si mantiene a distanza di sicurezza ma inevitabilmente finisce per essergli accostato per sostanza e tematiche affrontate.
E fa la stessa figura che fece a suo tempo Blow di Ted Demme, sempre Johnny Depp, altro film incentrato su un protagonista realmente esistito a suo modo memorabile, cioè quella di un fratellino minore , in tutti i sensi , del film di Scorsese.
Black Mass - L'ultimo gangster ( ma tu esimio titolista italiano , perché metti questa postilla senza senso, L'ultimo gangster, siamo sicuri che Bulger sia l'ultimo della sua razza?) ha una messa in scena perfetta, ricostruzioni ambientali da manuale, un cast di spessore ma fallisce nel nobilitare la materia narrativa facendola salire nell'empireo delle storie larger than life, cosa che era riuscita a Ridley Scott con American Gangster giusto per citare un esempio recente e un regista che può essere letto come l'esatto opposto di Scott Cooper per come riesce a ricreare il pathos e il respiro epico in storie che in mano ad altri non lo avrebbero ( leggasi Il gladiatore che nelle sue mani è diventato un mito generazionale mentre in mano a un professional qualsiasi stipendiato dagli studios si sarebbe trasformato in un romanzetto d'appendice).
Dicevamo del cast : stupisce Johnny Depp che pur seppellito sotto trucco e parrucco è perfettamente riconoscibile e dona al suo personaggio un'aria incredibilmente tetra e rabbiosa arrivando a un livello recitativo che ultimamente non gli era più consono, mentre Joel " Are you talking to me ?"Edgerton denireggia senza ritegno con tutte le sue mossette, tic e autopalpeggiamenti vari.
Sembra che si sia fatto un'overdose di visioni ripetute della scena di De Niro davanti allo specchio in Taxi Driver.
Altra tematica che magari andava approfondita e invece nel film viene solo sfiorata è il rapporto perverso che si viene a creare tra mafia e potere simboleggiato sia da Connolly ma soprattutto dal fratello politico di Bulger, figura sfuggente e ambigua a cui forse viene concesso uno spazio troppo esiguo.
Scott Cooper si dimostra ancora una volta uno dei calligrafi più richiesti da quel di Hollywood, perfetto nel dare una forma ineccepibile alla sua opera ma incapace di conferirgli un'anima.
Manca il respiro, manca il racconto di un'epoca , manca il racconto del mondo attorno a Bulger riducendo il film a una compilation di omicidi di mafia e di intrighi di corte.
Andasse a scuola da Scorsese e Ridley Scott.


PERCHE' SI : le due ore scorrono veloci, ottimo Depp, formalmente ineccepibile.
PERCHE' NO : manca l'epica e il racconto di un 'epoca, Edgerton denireggia senza ritegno, difetta di anima.


LA SEQUENZA : non renderò giustizia al film ma dico le immagini , vere, sui titoli di coda, quelle in cui si vedono i personaggi realmente esistiti.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Gli USA non avendo storia millenaria sono bravissimi a trovare questi personaggi incredibili.
Magari nelle mani di un altro la storia di Whitey Bulger avrebbe avuto altra luce.
Depp incarna un 'efficacissima figura maligna.
Edgerton esagera nel "colorare" la parte...


( VOTO : 6,5 / 10 )


 Black Mass (2015) on IMDb

domenica 11 ottobre 2015

Sicario ( 2015 )

Kate è una giovane agente dell'FBI afflitta da una dose incoercibile di idealismo nel lavoro che fa. Una perquisizione in una casa di narcotrafficanti che le fa scoprire decine di corpi murati nelle pareti la scuote profondamente e lo fa ancora di più il fatto che venga arruolata in una sorta di task force con poteri praticamente illimitati che combatte il narcotraffico con mezzi leciti ma soprattutto illeciti.
Nei sanguinari blitz oltreconfine Kate è costretta a guardare e a interrogarsi sulla moralità di quello che sta facendo o meglio che gli altri stanno facendo attorno a lei.
E' questa la polizia in cui si era arruolata?
E' leone oppure agnello?
Chi mi conosce sa che non apprezzo più di tanto il cinema hollywoodiano attento soprattutto al profitto cercando di non pestare i calli di nessuno e non sono particolarmente appassionato di lieti fine, materia in cui gli uomini al soldo degli Studios sono professori emeriti.
Mi piace moltissimo invece chi viene chiamato a lavorare da loro e cerca di non uscirne appiattito, asfaltato come spesso succede in nome del dio dollaro.
Oltre a questo il canadese Denis Villeneuve, oltre a confermare il suo modo di fare cinema, nei suoi due film americani , Prisoners e Sicario ,  per l'appunto, ha dimostrato di non lasciarsi impressionare più di tanto dalla codifica dei generi in cui si è immerso ,flettendoli a proprio piacimento e al suo modo in fondo neanche tanto sottile di criticare profondamente la civiltà americana fatta di giustizia fai -da-te e di esportazione illegale di democrazia e di legalità ( presunta), cosa in cui gli yankees storicamente hanno sempre "brillato" da mezzo secolo a questa parte.
E la cosa che mi vien da pensare è che il punto di vista di Denis Villneuve sia quello di un canadese che guarda il vicino americano con quell'aria di sufficienza che si ha quando si guarda un essere inferiore.
Sicario è un poliziesco sotto mentite spoglie che presto assume le fattezze di un film di guerra combattuto in scenari urbani che sembrano a un passo dall'apocalisse e paesaggi simil lunari che sembrano aver appena oltrepassato l'apocalisse di cui sopra.
E' uno strano ibrido cinematografico che a tratti ricorda Traffic di Soderbergh ma che stilisticamente è molto più vicino a Zero Dark Thirty della Bigelow.
Gli USA combattono una guerra sporca e non gli interessa macchiare le proprie mani di sangue innocente, di effetti collaterali, calpestano senza problemi leggi e procedure, si fanno beffe del diritto internazionale.
La task force di cui Kate si trova a far parte è formata da uomini perennemente in missione che se ne strafottono di leggi e normative.
E se questi uomini non si pongono alcun dilemma morale ( vedi il personaggio di Del Toro che è animato da puro senso di vendetta, se non si vendica non sa più chi è ) , questi stessi dilemmi morali sono dei macigni insostenibili sulla coscienza di Kate, forse troppo giovane , sicuramente troppo idealista  e probabilmente senza quell'occhio della tigre che serve in questo tipo di lavoro.
Se moralmente l'assunto di alcuni personaggi chiave del film è assolutamente esecrabile e non condivisibile d'altra parte abbiamo una sorta di massa indifferenziata di narcotrafficanti, ammanicati con la polizia messicana e che non danno alla vita un valore altissimo, diciamola così anche se suona come un pietoso eufemismo.
Ecco quindi che Sicario diventa una lotta all'ultimo sangue in cui si distinguono i buoni dai cattivi ma i cosiddetti buoni si distinguono dagli altri solo perché portano una casacca diversa e sono stipendiati da uno Stato confinante, perché i metodi sono all'incirca gli stessi.
Per i protagonisti di Sicario il confine tra USA e Messico è solo un dettaglio geografico.
Così come riempirsi vicendevolmente di piombo caldo.
E Kate non riesce a far parte di questo mondo.



PERCHE' SI : sequenze di altissimo cinema, critica feroce al sistema americano, Del Toro magnifico ma anche una Blunt inaspettata.
PERCHE' NO : difficile trovare difetti: forse Villeneuve a volte si fa trasportare dal voler consegnare a tutti i costi un messaggio al pubblico.


LA SEQUENZA :l'assalto al tunnel dei narcos.



DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE:

Villeneuve è oramai regista a cinque stelle.
Devo procurarmi assolutamente il suo Enemy che mi è colpevolmente sfuggito.
Non mi aspettavo una Blunt così fragile e cazzuta ( ma non abbastanza) allo stesso tempo.
Del Toro con la sua sola presenza illumina la scena. Che carisma che ha quest'uomo.


( VOTO : 8 / 10 )


 Sicario (2015) on IMDb