I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.
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venerdì 14 agosto 2015

Child 44 - Il bambino N.44 ( 2015 )

Nella Russia di Stalin tutto funziona alla perfezione: addirittura non esiste neanche il crimine.
L'ordine è però mantenuto in modo ferreo da una polizia durissima , l'MGB, che individua tutti i potenziali problemi per il regime, facendo sparire persone o deportandole in Siberia.
Ne fa parte l'ufficiale Demidov che , su ordine del sanguinario maggiore Kuzmin, è costretto a derubricare ad incidente il caso di un bambino orridamente seviziato e ucciso vicino alla stazione di Mosca.
Un secondo caso molto simile lo spinge ad indagare ma il maggiore, non fidandosi più di lui, lo degrada e lo spedisce in Siberia assieme alla moglie Raissa, insegnante , che lui avrebbe dovuto denunciare al regime.
Dalla Siberia scoprono che il regime staliniano ha molte più falle di quelle che avrebbero mai potuto immaginare.
E soprattutto c'è un serial killer che sta facendo strage di bambini.
Daniel Espinosa è un regista svedese (!) che si è fatto conoscere a livello internazionale col fortunato Safe House , thrilleruccio di consumo in cui spadroneggiava un cazzutissimo Denzel Washington.
Il caso ha voluto, ma forse è stato più Ridley Scott, che si ritrovasse in cabina di regia in questa coproduzione euroamericana da 50 milioni di dollari di budget che cerca di raccontare a noi neofiti ignorantelli come funzionasse la Russia di Stalin.
Non ci sarebbe nulla di male se oltre a questo volesse raccontare la storia di un pedofilo serial killer, coperto da un regime che più che voler assicurare gli assassini alla giustizia si occupa di mantenere tutto pulito e formalmente tranquillo non ammettendo neanche di trovarsi di fronte a un crimine efferato ( per forza il crimine non esiste come in una di quelle nazioni del futuro  che ci propina la fantascienza distopica).
Ah ci vuole raccontare anche delle deportazioni in Siberia e pure della storia d'amore e di paura che vivono Leo e Raissa, una coppia nata per il timore di lei di essere arrestata.
Insomma ci racconta anche il loro travaglio amoroso, lui la ama come se non ci fosse un domani facendo ragù della propria carriera e lei invece lo teme e basta, sta con lui per paura.
Ci vuole raccontare tante cose questo film di due ore e dieci abbondanti .
Ce ne vuole raccontare un po' troppe in effetti e così facendo Child 44 - Il bambino N.44 diventa un po' come quei film americani che vogliono parlare del nostro Paese partendo dalla pizza, dagli spaghetti e dal mandolino.
Dà l'impressione di essere una solenne patacca , vuol sembrare un film che racconta una Russia storicamente attendibile e invece si sofferma su particolari pleonastici che sono più di folklore che di sostanza.
Tutto sembra falso a partire da una Mosca più taroccata di una banconota da tre euro (il film è stato girato a Praga), per arrivare a una Siberia insolitamente lussureggiante .
Ora , Daniel Espinosa, benedetto figliolo: hai a disposizione la storia di un serial killer di bambini che quasi puoi citare Fritz Lang senza essere sacrilego, hai per le mani un cast della Madonna, un budget che sarebbe il sogno bagnato di qualsiasi regista e tu che fai ?
Ti metti a parlare della storia d'amore tra Leo e Raissa, della bugia su cui è fondata e di tutto il resto, compreso quanto è difficile ritrovarsi in Siberia declassata da insegnante a donna delle pulizie?
Perdonami caro, ma io voglio vedere far polpette di quel serial killer, non voglio mandare i miei testicoli in marmellata perché lei sta con lui solo per la paura.
Child 44 - Il bambino N.44 vuole un po' troppo e nulla stringe, dietro al budget milionario, oltre all'indubbia professionalità di maestranze tecniche e attoriali ( perché la confezione, luccicante, non può essere assolutamente messa in dubbio al di là del fatto che sembra ben lontana dalla verosimiglianza in tutto quel sovraccaricare i contrasti di una Russia degli anni '50 prigioniera di una dittatura sanguinaria), mostra ben poco in termini di ispirazione e di afflato artistico.
Anzi dà spesso l'impressione di essere una sorta di bignami di quella Russia per far vedere quanto fosse brutta e cattiva e di quanto fosse sbagliato il comunismo.
Tutto encomiabile, per carità, però per fare queste valutazioni abbiamo i libri di storia che ci hanno già spiegato tutto questo con dovizia di termini.
E si sa che la realtà supera sempre l'immaginazione del più fantasioso tra gli sceneggiatori.
Tra personaggi usa e getta, altri inopinatamente ignorati ( quello del serial killer ma anche quello del maggiore Kuzmin) e altri talmente finti nella loro carica melodrammatica che esondano quasi nel ridicolo involontario ( ogni riferimento alla taroccatissima Noomi Rapace nascosta sotto gli abiti di Raissa è puramente voluto), emergono le stature di Tom Hardy che sta migliorando film dopo film e di Gary Oldman, in un personaggio che purtroppo non ha lo spazio che avrebbe meritato.
E' un vero peccato : Child 44 - Il bambino N.44 aveva le potenzialità per essere un gran film , vista la materia narrativa incendiaria e invece si rivela un polpettone noioso e indigesto.
E Raissa, per piacere, fatela rimanere in Siberia.


PERCHE' SI : il budget c'è e si vede, gli attori anche, ci sarebbe anche la storia ma si preferisce raccontare altro.
PERCHE' NO : hai un serial killer pedofilo tra le mani e racconti un melodramma alla dottor Zivago. Non si fa. E tutto dà l'impressione di trovarsi di fronte a una grandissima patacca.


LA SEQUENZA :  Leo e Raissa sono prelevati dalla loro casa e messi sul treno con un biglietto di sola andata ( si fa per dire ) per la Siberia.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Non siamo solo noi che tarocchiamo ambienti e storie .
Film come questo hanno il potere di farmi innervosire.
Certo che una visione come questa è tutto tranne che estiva.
Una Siberia così lussureggiante non l'avevo mai vista.


( VOTO : 5 / 10 )

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mercoledì 5 agosto 2015

Unfriended ( 2014 )

E' l'anniversario della morte di Laura Barns , morta suicida e il cui video della morte gira per internet e un gruppo di suoi compagni di liceo la ricorda ( beh non proprio tutti) in una "riunione"via Skype.
C'è però un intruso: un cyberbullo che con l'account di Laura Barns minaccia Blaire e i suoi amici e li sottopone a una specie di gioco al massacro.
Cercano di bannare il misterioso individuo ma non riescono e il gioco continua.
A parte le verità inconfessabili che vengono fuori  che rendono la chat una sorta di duello all'O.K. Corral tra tutti ,  i partecipanti alla chat cominciano a morire, uno alla volta...
C'era una volta lo schermo di un computer e c'era una volta lo slasher classico e ora non c'è più.
C'era una volta anche il genere found footage e ora, dopo tanta di quella monnezza propinata e spacciata per capolavoro, c'è qualcosa di diverso.
Che cosa mette in comune lo schermo di un computer , lo slasher classico e il found footage?
Esatto . La risposta è Unfriended, nuovo sforzo produttivo ( si fa per dire, il budget è di 1 milione di dollari, ampiamente ripagato dagli incassi che solo negli USA hanno superato i 30 milioni) di Jason Blums e della sua Blumhouse, normalmente degli infamoni matricolati che pensano solo al loro profitto con prodotti che sembrano fatti con lo stampino.
Stavolta il loro sforzo si rivela molto meno infame di quanto preventivato.
Per certi versi è un film peculiare , diciamo soprattutto la sua messa in scena , tutta attraverso lo schermo del computer, che diventa una nuova forma espressiva.
Su questo punto sono fioccate le inesattezze che hanno parlato di novità assoluta  e amenità del genere.
Beh non è così perché a parte gli esempi più noti tipo Open Windows e The Den ( soprattutto il secondo si poteva definire un esempio riuscito di horror visto attraverso lo schermo di un computer , anche se negli ultimi minuti abdicava dalla sua prospettiva per mutuarne una più "classica"), alla base di tutto c'è sempre un corto appartenente all'antologia found footage V/H/S che si intitolava The Sick Thing that Happened to Emily When she was Young, una ghost story classica eppure angosciosa visualizzata attraverso SkyPe.
Unfriended a parte l'estetica comunque peculiare, un ritmo molto sostenuto e una regia che riesce comunque a tenere alta la tensione, si rivela sostanzialmente uno slasher classico, persino meccanico nel suo incedere prevedibile e che può prestare il fianco a numerose critiche.
Eppure ha quel non so che , quell'aria un po' sfrontata che impedisce di volergli male totalmente.
Ti metti là a fare esercizio di voyeurismo per un'ora e venti scarsa, ti metti comodo e ti godi un bel gioco al massacro in cui non ci saranno vincitori ma solo vinti.
E anche quando le morti cominciano a fioccare si passa agevolmente avanti perché coloro che vengono a mancare rivelano ben presto il loro lato peggiore e si mettono a distanza di sicurezza da un possibile tentativo di empatizzazione.
Eppure allo stesso tempo riescono a essere lontani dallo stereotipo del personaggio tipico dello slasher, quello che ha immediatamente l'aspetto di carne al macello dalla prima volta in cui è inquadrato..
Unfriended è lo slasher della youTube generation, è una storia classica girata con un linguaggio diverso , il linguaggio di quello che è diventata la comunicazione oggi in cui un video può essere la causa di morte di una persona, in cui ognuno è vittima e carnefice allo stesso tempo, in cui ognuno ha il suo bell'armadio che pullula di scheletri.
Che vanno on line.
Per fortuna riesce a svicolare anche dal rischio di essere una sterile riproposizione di Smiley,uno dei film più brutti della scorsa stagione che trattava in modo maldestro e fastidioso proprio di cyberbullismo.
Ha pochi effetti speciali ma il regista, il georgiano Gabriadze sovrapponendo le schermate, moltiplicando il numero delle fonti di visione e agendo su dialoghi stringenti spesso affidati semplicemente alla tastiera di un computer , tiene altissima la tensione fino a un epilogo sostanzialmente atteso ma che almeno non butta alle ortiche quanto di buono fatto in precedenza.
Saranno pure vecchi i trucchetti usati dal buon Gabriadze ma riuscire a creare un clima ansiogeno solo facendo vedere la freccia del cursore del mouse che si muove sullo schermo come foglia tremante alla ricerca di un qualcosa su cui cliccare, beh, devo dire che è una bella conquista.
Altra buona nuova da questo film è l'assenza di un triturante spiegone finale.
Per chi fosse impaziente di sapere altro su questa storia,  Unfriended 2 è già schedulato per l'anno prossimo.


PERCHE' SI : messa in scena peculiare, ritmo elevato, clima ansiogeno costante.
PERCHE' NO : cast non particolarmente impressionante, un filo ripetitivo, spogliandolo della messa in scena è uno slasher con una scrittura piuttosto elementare ,


LA SEQUENZA : il video del suicidio di Laura Barns


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Un futuro per il found footage ci può ancora essere.
A Jason Blums  ogni tanto le ciambelle riescono col buco.
Con la sua teoria dei piccoli passi sicuramente è miliardario.
Dedicato a tutti quelli che dicono che l'horror è morto e sepolto.


( VOTO : 6,5 / 10 )


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giovedì 30 aprile 2015

Black Sea ( 2014 )

Il capitano Robinson ha un matrimonio fallito alle spalle, un figlio che praticamente non ha mai conosciuto e ora è stato licenziato dal suo lavoro di comandante di sommergibili.
Disperato, accetta una missione impossibile prospettatagli da un suo conoscente: recuperare nelle profondità del Mar Nero il relitto di un sommergibile tedesco naufragato nella Seconda Guerra Mondiale e che trasportava oro dalla Russia alla Germania di Hitler.
Missione potenzialmente suicida, da condurre in un Mar Nero stracolmo di navi da guerra russe e da tentare con un equipaggio ( per metà inglese e per metà russo, il sottomarino è russo e pare che ci sia un solo marinaio in grado di parlare inglese e russo) che sia disperato almeno quanto il capitano.
E naturalmente la vita negli anfratti angusti del sottomarino e tutto fuorché facile.
Le tensioni verranno presto in superficie mentre il sottomarino , un residuato bellico, va sempre più a fondo...
E' assai rischioso ambientare un film quasi interamente tra le quattro pareti metalliche e arrugginite di un sottomarino che sembra attrezzato solo per una missione suicida.
Rischioso per uno come Kevin McDonald, documentarista di grido abituato agli spazi aperti e che ha deciso da un po' di film a questa parte di passare dalle parti della fiction sempre più spesso.
E lo ha fatto in maniera robusta, magari non ha sfornato capolavori ma ha sempre fornito prove di un certo spessore.
La stessa cosa è successa con questa sua ultima opera: forte di uno script intenso ad opera di Dennis Kelly ( la mente brillante e distorta che sta dietro a una delle migliori serie tv inglesi degli ultimi anni, Utopia) sviluppa un'idea di cinema molto classico , in un certo senso anche sorprendente visto il suo pedigree artistico e quello del suo sceneggiatore.
Black Sea è un ibrido avvincente di cinema di guerra e di avventura a cui McDonald si approccia con piglio guerriero un po' come un Aldrich degli abissi che dirige la sua sporca dozzina a spasso per le profondità del Mar Nero contro un nemico che non esiste e con fantasmi incombenti che rendono ancora più difficoltoso discernere il cammino giusto.
In realtà l'ambiente chiuso del vecchio sottomarino sovietico più che un Nautilus verniano alla ricerca di meraviglie è un campo di battaglia umidiccio in cui consumare un duello all'ultimo sangue perché la missione vera non è andare a recuperare quel maledetto oro anche a costo della vita ( e quell' U Boot adagiato è il simbolo ultimo e supremo di una caccia al tesoro), la missione è sopravvivere alla convivenza da subito difficile tra inglesi e russi che non hanno il piacere di condividere nulla, ma proprio nulla, neanche una lingua in  comune per esprimersi e potersi capire con più facilità.
O meglio c'è una specie di ponte levatoio tra i due gruppi, ma è un personaggio che muore subito accoltellato per futili motivi, per la stupidità conclamata di uno di quei marinai disperati facente parte di quella ciurma raccogliticcia assemblata dal capitano Robinson.
L'ulteriore testimonianza che il libero arbitrio è stato gentilmente concesso all'uomo solo per distruggerlo più facilmente.
L'unico che sembra conservare sale in zucca, l'unico che riesca a trovare sempre una via d'uscita è proprio lui, il comandante.
Al capitano Robinson dona volto, voce e corpo un Jude Law gonfio e disilluso, lontano dall'essere quel sex symbol con gli occhi di ghiaccio che era qualche decina di kili fa.
Ma il suo è un personaggio terribilmente cazzuto e la sua prova è matura, forse per la prima volta guardandolo in un film ho l'impressione di trovarmi di fronte a un attore fatto e finito, uno che ha trovato finalmente il suo completamento artistico.
Black Sea è un film di lupi di mare a cui hanno levato il mare,il mezzo acquatico in cui si muovono meglio ( come dice anche uno dei personaggi: sulla terraferma sono goffi come pinguini), uomini senza un perché alla ricerca dell'occasione della vita, da una certa prospettiva può essere inquadrato anche come cinema figlio della crisi economica e morale di un'umanità sempre più assoggettata al dio denaro, è un film che ha il mare nel titolo ma praticamente non lo mostra mai , visto che è una massa nera amorfa invisibile che soffoca e distrugge, è la storia di un capitano il cui peggior nemico non è un mostro marino, ma è qualcosa che ha lasciato a terra, la sua vita ormai svuotata di ogni significato per come è lontana dai suoi affetti.
Cinema bellico, di avventura, di uomini veri ma in fondo anche una storia d'amore infelice che strazia e quasi fa scendere una lacrimuccia.
Un po' come quella fotografia che torna a galla.....

PERCHE' SI : approccio al genere molto classico, Jude Law al suo meglio, regia eccellente, orgogliosamente vintage.
PERCHE' NO : per qualcuno sarà dura digerire quasi due ore di film dentro un sottomarino

LA SEQUENZA : il sottomarino va a picco ma impiega un lunghissimo tempo per toccare il fondo su cui adagiarsi  sorprendendo i sopravvissuti.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
Non sarei mai capace di muovermi dentro un sottomarino, troppo angusto.
Mi è venuta fuori quella sottile vena claustrofobica che penso di avere sempre avuto.
Non so se è così facile non farsi trovare dalla flotta navale russa.
Jude Law mi ha finalmente dimostrato di essere un attore vero e non un semplice bel manichino.

( VOTO : 7,5 / 10 )

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martedì 7 aprile 2015

Dieci inverni (2009)

Camilla si è iscritta all'Università in quel di Venezia e vi si sta trasferendo dal paesello d'origine.
Sul vaporetto incontra Silvestro, belloccio, con poche idee in testa ma in compenso ben confuse.
Come è , come non è, finiscono per dormire assieme la prima sera perché lui perde l'ultimo vaporetto.
E' l'inizio di un rapporto che necessiterà di ben dieci inverni, dal 1999 al 2009 e di molti luoghi, tra cui Venezia e Mosca, per arrivare alla necessaria chiarezza.
E' amore.
Non solo l'inverno del loro scontento di shakespeariana memoria ma  ben dieci sono gli inverni che passano prima che il  sentimento di Camilla e Silvestro venga messo bene a fuoco.Il film di Mieli come detto da altri racconta una storia facile, minimalista,anche banale se vogliamo ma rifugge dall'estetica mocciana o grandefratelliana che tutto avvolge nelle proprie spire malefiche.
E'un film dall'umore saturnino così come le stagioni invernali che vengono passate in rassegna e che si distinguono l'una dall'altra solo per la didascalia o qualche particolare dell'aspetto dei due.
Due ragazzi colti all'arrivo nel mondo dei grandi (studi universitari, la prima volta che vivono da soli, una città nuova, Venezia , come addormentata in riva al mare) e poi seguiti per dieci anni della loro vita nelle loro scelte sentimentali e professionali.

Da ventenni ignari del mondo che esiste attorno a loro, magari armati di sana incoscienza,  a trentenni col loro bel carico di inquietudine e di rimpianto per quello che avrebbe potuto essere non è stato.
Silvestro e Camilla salgono e scendono dall'altalena dei sentimenti, la prima notte che s conoscono dormono insieme ma la mattina dopo sono come due sconosciuti, da distanti divengono vicini, da amici diventano conoscenti e viceversa, diventano al massimo amici degli amici, frappongono tra loro altre storie sentimentali che naufragano miseramente di fronte all'elettricità dei loro incontri che avvengono continuativamente per tutto il decennio, incapaci di capire (o meglio di confessare a se stessi) che cosa provano per l'altro/a.
Questa sarabanda di incontri procrastinati nel tempo ricorda parecchio da vicino Harry ti presento Sally,con Venezia e Mosca a fare da sfondo invece di New York ma il continuo balbettamento sentimentale ,le complicazioni,le deviazioni e le notazioni a margine sono più tipiche di certo cinema francese ,da Sautet a Truffaut e forse a Rohmer.

Il film di Mieli è lungi dall'essere perfetto ma è importante per come si inserisce in quel filone di commedia sentimentale che rifiuta le frasette dei Baci Perugina o le inutili sociologie d'accatto paratelevisive.
I due intepreti risultano assolutamente credibili in un simile contesto e il regista è bravo a cogliere i loro scarti umorali, le loro insicurezze, la loro pavidità di fronte a quello che sta succedendo loro.
Da ricordare il primo incontro tra SIlvestro e Camilla con i loro impacci anche infantili ma di spontaneità assoluta e la sequenza in cui lei fa footing per le calli veneziane e lui in una piazzetta adiacente si sta fumando una sigaretta su una panchina.
In mezzo un frate che trasporta un alberello.
Una sequenza che illustra benissimo la geometria variabile del caso, le distanze tra i due che mano mano si accorciano per poi riallungarsi di nuovo.
Una sequenza silenziosa, che dura poche decine di secondi ma che in questo lasso di tempo minimo spiega compiutamente il senso del film.
Un film fatto di distanze variabili, di casualità e di errori.

Proprio come quelli che si commettono nella vita di tutti i giorni.
Un film che faceva presagire qualcosa di buono per la salute del nostro cinema .
Comunque da incoraggiare.

PERCHE' SI . una storia d'amore non trita e ritrita, bella disamina sulla geometria variabile dei sentimenti, due interpreti credibili per spontaneità
PERCHE' NO: il modello, ingombrante , è Harry ti presento Sally, qualche dettaglio di troppo negli ostacoli che il caso frappone , qualche semplificazione di troppo.

LA SEQUENZA : Camilla fa footing , Silvestro si fuma una sigaretta in una piazzatta, in mezzo un frate trasporta un alberello. Il tutto a simboleggiare le distanze variabili tra i due nella geometria dei sentimenti.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE : 
Una rondine non fa mai primavera, specie se parliamo del nostro cinema.
Mosca qui appare molto più bella di quanto raccontato da chi ci è stato.
Certi tira e molla sentimentali fanno tanto studente universitario.
Provo ancora nostalgia per i miei anni da studente universitario in trasferta.

( VOTO : 7 + / 10 )

 Ten Winters (2009) on IMDb

giovedì 12 giugno 2014

3 Days to Kill ( 2014)

Ethan è un agente operativo della CIA un po' in là con gli anni. Durante un'azione rimane ferito , scopre di essere un malato neoplastico terminale e di avere pochi mesi di vita.
Cerca allora di ritrovare tutto quello che per lavoro non si era mai preoccupato di avere: recuperare un rapporto con una moglie lasciata non si sa bene per quale motivo e soprattutto quello con una figlia adolescente che non riesce neanche a chiamarlo papà, ma lo chiama semplicemente col nome di battesimo.
Si trasferisce a Parigi per fare tutto questo ma si sa l'agente della CIA volente o nolente è sempre in missione e viene praticamente obbligato da una collega a completare la sua ultima missione.
In cambio lei le somministra un farmaco sperimentale che potrebbe farlo vivere di più...
Progetto nato dalla penna di Luc Besson, uno che evacua sceneggiature quasi ogni mattina, 3 Days to Kill dovrebbe essere un veicolo promozionale per il ritorno in auge di un divo un po' maltrattato dagli anni e che da tempo quasi immemore non azzecca un film.
E se un collega famoso ispanico è finito a fare biscotti e parlare con le galline a lui ultimamente non è capitato molto di meglio essendo stato costretto a sparlare di tonni, di pinne gialle e di mari incontaminati a un manipolo di vecchie maliarde che ogni volta se lo mangiano con gli occhi .
L'operazione messa su da Besson e da McG, regista che ogni film che passa dimostra la sua incapacità cronica a svicolare dal modello maicolbei essendo attratto come lui dagli inseguimenti con le macchinine e dalle sparatorie ( anche se devo dire che è notevole la sequenza iniziale , dallo spiccato gusto hongkonghese) è analoga a quella imbastita con i due Taken: si recupera un divo un po' appannato e un po' là con gli anni e lo si fa diventare un cazzutissimo supereroe action.
Se con il Liam Neeson col capello tinto l'operazione dal punto di vista commerciale era riuscita ( ma per quanto mi riguarda molto meno su quello artistico), qui succede l'esatto contrario.
C'è qualche correttivo alla monodimensionalità dei due Taken che permette di fruire il film senza inalberarsi troppo ma dal punto di vista degli incassi è stato una debacle.
Intendiamoci : 3 Days to Kill non è un bel film e non si avvicina neanche ad esserlo ma almeno non fa venir voglia di spegnere tutto e mettersi a fare altro.
Il correttivo principale che è stato dato è quello dell'ironia: si gioca spesso con lo stereotipo del cowboy americano in Europa che si muove stile elefante nella cristalleria Swarovski e si ha l'impressione che il film non si prenda troppo sul serio con un personaggio principale che sembra estratto di peso dagli anni '80, scongelato per l'occasione e rimesso in circolo nel 2014.
Anche le sequenze action sembrano volutamente sovraccaricate per conferire un tono caricaturale , così come è fumettistico il personaggio interpretato da Amber Heard, un deus ex machina che compare dal nulla ogni  volta che è necessario.
Il problema è che per cavalcare il disagio dell'americano a Parigi,  spesso si scivola nello stereotipo con personaggi accessori che riprendono i peggiori luoghi comuni del Paese d'appartenenza ( il turco preso come modello genitoriale e l'italiano preso come fonte per la ricetta degli spaghetti al sugo) , nel banale e nel retorico perché Ethan in soli tre giorni deve compiere la sua missione più importante e non stiamo parlando di lavoro : deve recuperare un rapporto con moglie e figlia perso da oltre un decennio.
3 Days to Kill appare spesso indeciso su quale direzione prendere e talvolta sembra artificiosa, per non dire pretestuosa la ricerca della contaminazione tra i vari generi.
E Kevin Costner, sarà pure un cowboy americano capace di tutto ma , insomma, gli riescono un po' troppe cose in tre giorni.
Per non parlare dell'angelo ( o demone) biondo che ogni volta compare nel momento meno adatto per complicargli la vita con nuove missioni.
Rassicurante , ma non troppo, inno alla famiglia ritrovata e all'amore tra padri e figli, tre cuori e una capanna, qualche risata qua e là....Luc Besson sta decisamente invecchiando....e maluccio anche.

( VOTO : 5,5 / 10 ) 

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mercoledì 13 novembre 2013

Machete Kills ( 2013 )

Machete viene reclutato dal presidente degli Stati Uniti in persona per andare a prendere una specie di anarchico messicano che ha un missile puntato sugli USA. Machete si imbarca per la missione e capisce subito che c'è qualcosa di molto diverso sotto. C'è un miliardario che sta approntando una specie di navicella spaziale in cui rifugiarsi , assieme a clienti danarosi, in previsione della futura distruzione della Terra.
Per Machete sarà durissima farcela e salvare la Terra...
Anticipato dal trailer di Machete kills again...in space, eccoci giunti alla seconda puntata della tamarreide cinematografica targata Robert Rodriguez. Se il primo Machete era nato per scherzo sotto forma di trailer ai tempi dell'esperimento Grindhouse/ Planet Terror assieme al compagno di bisboccia di sempre, Quentin Tarantino, questo Machete kills comincia proprio dove era finito l'altro, perfetta simulazione di B movie coi controfiocchi, il tentativo, riuscito, di creare monnezza artistica , talmente artistica da iniziare un trend, una tendenza.
La ricetta è la stessa: body count degno di uno slasher , ampio stravaso ematico anche questo degno del più sanguinolento degli horror, gnocca count degno di una rivista per soli uomini, trama talmente infarcita di nonsenses che diventa presto un gigantesco nonsense essa stessa, attori di grido che si prestano di buon grado in ruoli talmente sopra le righe da essere anche oltre il concetto di caricatura.
Quindi tra poppe mitra, cannoncini fallici, intestini a tracolla di banfiana memoria e maschere che sembrano rubate dal set di Star Wars, Danny Trejo,attore che definire granitico è un eufemismo, ritorna nel ruolo della sua vita: quello del rude messicano che parla a monosillabi ( e quando lo fa è in terza persona, un po' come Balotelli....) e che mostra il suo fascino particolare circondato da donne che rappresentano il sogno erotico per almeno i tre quarti della metà maschile dell'universo.
Ce n'è per tutti i gusti: una Jessica Alba bellissima anche se coperta da capo a piedi, una Michelle Rodriguez più esplosiva che mai che sta diventando sempre più bella ad ogni film che passa ( qui a bottega è una delle più apprezzate) , la biondocrinita Amber Heard che sguazza letteralmente nei panni della miss agente segreto e già che c'è elargisce un po' delle sue grazie a Machete , con Danny Trejo che sentitamente ringrazia Rodriguez, c'è una Sofia Vergara che spara con ogni parte del suo costumino stile Gaultier, per i feticisti c'è anche la presenza di una Lady Gaga inedita, tra il trash del nuovo millennio e la raffinatezza degli anni '50, con netta prevalenza del primo aspetto.
E poi ci sono Cuba Gooding jr, Banderas, Mel Gibson....insomma talmente tante guest stars che Rodriguez più che da regista  deve agire da vigile urbano per smistare tutto questo traffico di stars hollywoodiane.
Tutto questo va naturalmente a scapito della trama volutamente inesistente, un esile canovaccio su cui poggiare tutte le trovate sbilenche tipiche del mondo di Machete.
Che continuano a imperare in questo paradiso artificiale cinefilo creato da Rodriguez e dai suoi compari...
Machete Kills non sarà un capolavoro ma è esattamente quello che ti aspetti: un personaggio icona che attraversa un film umorale, rapsodico, ironico e volutamente sciocco, con quella patina ( artificiale ) da B movie che cerca di renderlo ancora più simpatico.
Piazzare il trailer di Machete kills again ...in space potrà sembrare una mossa poco azzeccata ma consona allo stile di Machete: ci si appresta alla visione con la consapevolezza di assistere a un film che non avrà un finale compiuto ma del resto ci interessa poco come finisce.
Interessa soprattutto il percorso che si fa per arrivarci.
Anche perchè sappiamo sin da subito che Machete è immortale e lo sarà almeno per un altro film.
Addirittura impara a twittare: e che imparerà mai nel prossimo film?
Siamo già tutti in attesa fiduciosa.

( VOTO : 6,5 / 10 )

Machete Kills (2013) on IMDb

lunedì 23 settembre 2013

The Dyatlov pass incident ( 2013 )

Un gruppo di studenti americani, coadiuvato da un addetto alle immagini e una microfonista, parte per la Russia per cercare di scoprire che cosa si nasconde dietro il mistero dell'incidente al passo Dyatlov, avvenuto nel febbraio del 1959 in cui nove giovani russi persero la vita in circostanze ancora misteriose. Cercano di rifare lo stesso percorso nonostante i ripetuti avvertimenti e consigli a non continuare, documentandolo con una telecamera.
E naturalmente la cosa sfuggirà loro di mano, sia per le avverse condizioni metereologiche, sia per qualcosa che alcuni di loro scoprono. 
Ma mal gliene incoglierà...
Dico sempre che sono stufo dei mockumentaries horror però ogni volta che ne esce uno , sono lì in prima fila a vederlo, forse per un lieve istinto masochistico che ogni tanto mi spinge ad autofustigarmi, cinematograficamente parlando.
Ma qui sono ampiamente giustificato: c'è un tipetto tosto come Renny Harlin alla regia, uno caduto un po' nel dimenticatoio ma che se gli date una cinepresa in mano può sempre cavarne qualcosa di buono ma soprattutto c'è una storia vera ( quella dell'incidente al passo Dyatlov, una storia raccontata nei particolari in una succosissima pagina di Wikipedia, per i pigroni potete leggerla qui ) ancora gravida di mistero che ha il potenziale di tenerti incollato alla poltrona.
The Dyatlov pass incident non è un mockumentary puro , anzi è abbastanza spurio nel mescolare le varie tecniche e soprattutto evita quel fastidioso effetto mal di mare che in genere viene provocato dalle immagini girate da una telecamera tremolante.
Serve subito su un piatto d'argento un pugno di personaggi non particolarmente simpatico che ha dal primo minuto il physique du role della carne da macello e per quanto riguarda le riprese in esterni, in Russia, si avvale di locations veramente splendide.
Ha il solito problema manifestato dalla maggior parte dei film appartenenti al genere mockumentary: per un' ora non succede praticamente nulla, ci sono chiacchiere e pruriti vari, qualche piccola solecitazione per aumentare , ma di poco, l'inquietudine, non si riesce a memorizzare neanche il nome di tutti i personaggi, almeno io non sono riuscito a farlo e questo per dire che a Renny Harlin non interessava più di tanto far affezionare lo spettatore a questi personaggi, i classici sborroncelli americani che si sentono superiori e in grado di risolvere tutti i problemi, anche un mistero che resiste da oltre 50 anni.
Dopo la prima ora di acclimatamento , si fa per dire, finalmente The Dyatlov pass incident decolla e fa una specie di decollo verticale come un aereo ultramoderno.
Il livello di tensione si alza di parecchio, la vicenda prende una piega inaspettata tra sci fi e complottismo vintage da guerra fredda, il ritmo aumenta in modo vertiginoso e Harlin  muove la sua cinepresa nel buio e in corridoi strettissimi come se non avesse mai fatto altro nella sua vita, marcando la differenza tra la regia di uno che sa fare cinema come lui e i carneadi che spesso si trovano dietro operazioni fallimentari artisticamente come The Chernobyl diaries.
Un certo parallelismo si potrebbe anche fare tra i due film ma è proprio Harlin a marcare la differenza : nonostante abbia poco budget e abbia la necessita più di nascondere che di mostrare proprio per l'esiguità dei fondi a disposizione. Se la parte finale di The Chernobyl diaries era un'accozzaglia senza senso di sequenze in cui si capiva poco o nulla  in The Dyatlov pass incident è tutto molto chiaro , non ci si perde proprio nulla.
Un po' come succedeva in The Descent, film che mi è tornato in mente durante la visione,  poteva essere stato girato anche nel salotto di casa Marshall, eppure in grado di far tremare le vene dentro ai polsi.
Ho dovuto fare i salti mortali  per evitare fastidiosi spoiler ma l'ultima mezz'ora di The Dyatlov pass incident è veramente un bel vedere.
Peccato per un'introduzione troppo lunga che potrebbe scoraggiare qualcuno.
Ma poi l'attesa viene ben ripagata....

( VOTO : 6 + / 10 ) 

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