I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.
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martedì 20 ottobre 2015

Deathgasm ( 2015 )

Brodie è un metallaro un po' sfigato in una scuola in cui quelli che vanno in giro vestiti come lui, capelli lunghi, giubbino di pelle e magliette leggermente alternative, sono visti come appestati.
Disegna fumetti , è innamorato della più bella della scuola che naturalmente è fidanzata con uno che non è un mostro di simpatia e che non esita a fare il bullo con Brodie, ha un paio di amici più nerd di lui a cui piacciono i giochi di ruolo.
La sua vita cambia quando incontra Zakk, metallaro anche lui che suona il basso.
E quando uno che suona la chitarra, Brodie, incontra uno che suona il basso, per l'appunto Zakk, che cosa può venire fuori ?
Risposta esatta : una band fatta reclutando gli altri due amici.
E che cosa fare di meglio se non recuperare un pezzo "satanico" scritto da uno dei loro idoli musicali?
Detto, fatto : ma le cose non vanno come Brodie e Zakk avevano previsto.
Evoocano un demone cieco e la mattanza ha inizio.
Sono ormai più di 33 anni che ascolto hard rock ed heavy metal: ero praticamente alle soglie dell'adolescenza quando la voce incredibile di Ian Gillan , la chitarra di Ritchie Blackmore e tutto Made in Japan mi travolsero con  la loro furia e la loro tecnica.
Era quella la musica che volevo ascoltare : poi arrivarono i Black Sabbath, gli AC/DC e tutto il resto step by step  a suon di dischi epocali , almeno per il sottoscritto.
Operation Mindcrme dei Queensryche poi nell'88 ci fu un disco che mi fece esplorare un altro limite che ancora non avevo esplorato : era Leprosy dei Death di sua maestà Chuck Schuldiner,
un'elegantissima mazzata nelle gengive a cui l'anno dopo si accompagnò un disco ancora più oltre i limiti e che ancora oggi ascolto con estremo piacere , Altars of Madness dei Morbid Angel.
Avevo anche la maglietta.
Questo per dire che io un personaggio come quello di Brodie lo capisco fino in fondo e lo trovo molto, ma molto credibile, creato evidentemente da uno, Jason Lei Howden qui al suo esordio da regista e da sceneggiatore sulla lunga distanza, che sa come funzionavano le cose negli anni '80.
Deathgasm, ma che nome grandioso per una band, morte e orgasmo nella stessa parola,rinverdisce il classico dittico horror / metal e  puzza di tante cose che mi piacciono : di anni '80, di cantine in cui provare la propria musica, di metal e di Peter Jackson, del primo Peter Jackson non quello che va cercando anelli o organizzando battaglie tra nani come se fosse l'ultima trovata partorita dalla mente di un pervertito.
Forse non è un caso che Howden sia un'artista di effetti speciali, che sia neozelandese e che ha lavorato con Jackson nei suoi ultimi due film della trilogia hobbitesca ma a livello visivo Deathgasm è un salto indietro a Bad Taste e Splatters di Jackson ma anche oltre , diciamo a Raimi.
Il tutto infiocchettato con generose dosi di ironia ma con una cattiveria nel gore che urla a pieni polmoni la sua fiera appartenenza al genere horror.
Da quando viene evocato il demone è tutto un susseguirsi di stravasi di sangue , fluidi organici e liquami non ben definiti di varia origine, è un tripudio di decapitazioni, asportazioni cardiache e intestini a tracolla, una specie di helzapoppin horror in cui la velocità è portata oltre il limite massimo.
Eppure non si perde mai di vista la sostanza : ci sono tre personaggi che sono scritti con dovizia di particolari : c'è Brodie che è il classico metallaro a cui non hanno ancora insegnato che la tanto mitizzata fratellanza metallica forse, dico forse , è solo una grandissima stronzata ( almeno nel suo caso è così), c'è Zakk che mostra presto la sua faccia opportunista e traditrice quando si tratta di sfilare Medina dalle mire di Brody ma poi torna sui suoi passi in preda a chissà quale sussulto di coscienza e poi c'è Medina che si trasforma in un'eroina da fumetto solo grazie al metal, una sorta di Doro Pesch in sedicesimo.
C'è poi una grande voglia di prendere in giro e prendersi in giro e non si salva niente e nessuno: neanche l'heavy metal che dovrebbe essere la sola luce in un putrido mondo di tenebra.
Che dire?
Mi sono divertito abbestia , tanto per usare un termine tecnico , è come se fossi salito sulla giostra del luna park e mi fossi ritrovato frullato in una sorta di macchina del tempo che mi ha fatto macinare ricordi su ricordi.
Bella sensazione, grazie Deathgasm.
Non perdete i titoli di coda...cercano un nome per la band....


PERCHE' SI : film che puzza di cantina , di heavy metal e di Peter Jackson.A me già basterebbe ma poi metteteci anche tre bei personaggi scritti da uno che evidentemente sapeva come funzionava il tutto, sangue a secchiate e ironia a profusione.
PERCHE' NO :  sempre in bilico tra la commedia e il nonsense a volte la demenzialità esonda ma è poco male. Chi non è metallaro questo film se lo godrà la metà....



LA SEQUENZA : la lotta contro la coppia di demoni a colpi di dildo, vibratori  e varia  altra attrezzatura sessuale.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

In Nuova Zelanda stanno mediamente male ma l'avevo già intuito.
Un altro piccolo gioiello horror che viene dall'altra parte del mondo: non può essere un caso.
Che cosa sarebbe un mondo senza heavy metal?
Come chiamereste la vostra band?


( VOTO : 7 + / 10 )


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lunedì 19 gennaio 2015

What We Do in the Shadows ( 2014 )

Nella periferia di Wellington in Nuova Zelanda , ogni anno si tiene The Unholy Masquerade ( il Ballo Profano) in cui si riuniscono mostri di ogni tipo, dai vampiri ai licantropi e a tutti gli altri appartenenti ad un certo tipo di iconografia "mostruosa". Una troupe del New Zealand Documentary Board , autorizzata e protetta adeguatamente, segue con le sue telecamere un gruppo di vampiri che occupano la stessa casa: c'è Viago che ha quasi 400 anni e sembra un dandy di un paio di secoli fa, c'è Vladislav che di anni ne ha il doppio e ogni tanto si diletta nella sua camera delle torture ma è qualche decennio che è mogio perché sconfitto dalla Bestia ( e nel film poi si vedrà chi è), c'è Deacon che di anni ne ha meno di 200 ed è la testa calda del gruppo, quello che dà maggiori problemi ( tipo non lavare i piatti almeno da cinque anni e non fare le pulizie) e infine c'è Petyr che di anni ne ha 8000, sembra Max Schrek, partecipa poco alle riunioni di "famiglia" e se ne sta rintanato nella sua bara col coperchio di pietra.
C'è anche Jackie, un'umana a cui Deacon ha promesso di trasformarla in vampira che procura loro sangue fresco e prede sacrificabili tra cui Nick che viene vampirizzato per errore da Petyr.
E , grazie al suo amico Stu, amato dai vampiri molto più di lui, introduce nella casa le nuove tecnologie.
E son problemi...
Il mockumentary, croce e delizia: ci sono tanti mockumentaries horror, forse anche troppi, si son visti anche alcuni mockumentary nel genere commedia ma di mockumentary di genere comedy / horror ce n'è uno solo e si chiama What We Do in the Shadows.

Ancora un film che viene dall'altra parte del mondo , ancora una volta la testimonianza che i neozelandesi oltre ad allevare pecore e a giocare a rugby sanno anche fare cose solluccherose al cinema, ancora una volta la constatazione che stanno abbastanza male.
Diretto a quattro mani da Taika Watiti ( da regista  al suo terzo film dopo qualche corto e tanta televisione) che recita nella parte di Viago e da Jemaine Clement ( al suo esordio da regista) che recita nella parte dello scoppiatissimo Vladislav, What We Do in the Shadows è una fucina continua di trovate comiche che ogni volta sorprende per il suo situarsi continuamente tra i clichè horror ( tutta l'iconografia vampiresca è presente e c'è anche copioso sangue che zampilla da carotidi e giugulari) e la comicità che arriva al demenziale puro.
Effetti speciali volutamente artigianali con sporadiche apparizioni della computer grafica danno al film un look vintage assai accattivante e che si adatta perfettamente all'età degli occupanti della casa.
L'utilizzo della tecnica del mockumentary non è sinonimo di economia realizzativa oppure di un aspetto della pellicola impreciso e trasandato, in realtà la confezione è scintillante, non da mockumentary, diciamo che la presenza dei documentaristi permette ai protagonisti di ammiccare alla macchina da presa per avere un contatto più diretto col pubblico.
E' un espediente narrativo usato brillantemente.
La cosa che piace di più in questo film è la presa per i fondelli dei vari real shows televisivi ripresi nei loro meccanismi e apertamente messi alla berlina , oltre al processo di umanizzazione che si compie su questi vampiri che sono assolutamente sprovveduti nei confronti delle nuove tecnologie.
Bravi nel far zampillare sangue dal collo della varie vittime ma assai a disagio con SkyPe o You Tube.
What We Do in the Shadows è una bella scoperta passata al recente TFF che permette di passare 90 minuti scarsi ( è tenuto saggiamente sotto l'ora e mezza di durata) senza pensieri a godersi gags su gags organizzate come se fossero degli sketch o come le strisce di un fumetto.
Ah si, c'è anche una grandiosa presa per il culo dei vampiri e dei  licantropi di Twilight in un confronto esilarante.
Dopo Housebound , mio cult istantaneo di qualche mese fa, sempre dalla nuova Zelanda una nuovo piccolo oggetto di culto.

PERCHE' SI : l'unico mockumentary di genere horror/ comedy, confezione impeccabile , look vintage assai accattivante, bella compagnia di attori
PERCHE' NO : il genere è da prendere con le molle, puro intrattenimento senza seconde letture o approfondimenti, a volte sembra una sit com.

(VOTO : 7,5 / 10 ) 



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martedì 28 ottobre 2014

ABCs of Death 2 ( 2014 )

Torna l'antologia horror ispirata alle lettere dell'alfabeto. 26 e più modi per morire o semplicemente per soffrire. Ma tanto tanto.

Dopo un primo film che aveva dettato le coordinate del genere ( ispirarsi a una lettera che rappresenta l'iniziale del titolo, un budget di 5000 dollari e un film al massimo di 4 minuti o giù di lì) tornano i terroristi dell'alfabeto che declinano la morte e la sofferenza in meno di cinque minuti.
C'è un cambio totale del cast registico rispetto al primo episodio , si pesca un po' in tutto il mondo, addirittura c'è un episodio diretto da un regista nigeriano, Lancelot Oduwa Imasuen, ma non c'è nessun regista italiano convocato per l'occasione.
Insomma continuiamo ad essere oltre il terzomondo cinematografico.
Se l'intento di questa antologia è quello di rappresentare un po' il termometro della scena horror mondiale contemporanea, direi che stiamo messi abbastanza bene, ma sinceramente non so se possiamo prendere questo ABCs of Death 2 come pietra di paragone per quello che sta vivendo il genere horror in questi ultimi tempi, non giurerei sulla sua attendibilità.
Pur avendo un minutaggio praticamente uguale a quello del primo film , personalmente ho trovato questa seconda antologia di corti meno sfiancante della precedente, forse nel frattempo ho fatto un certo allenamento o molto più probabilmente ho avuto meno la sensazione di andare sulle montagne russe in quanto a qualità.
Diciamo che questo secondo capitolo appare qualitativamente molto più omogeneo del primo e questo lo rende decisamente più fruibile.
Altra cosa che me lo ha reso un po' più leggero da vedere è la quasi assenza di corti d'animazione ( l'animazione in campo horror la digerisco poco) e di riempitivi che qua e là affioravano nel primo film.
D'altra parte forse non c'è la vetta assoluta che faccia ombra agli altri episodi, forse anche perché sono quasi tutti di buonissima qualità. 
Nell'altra antologia era XXL di Xavier Gens che si stagliava nettamente sopra gli altri.
Qui è più difficile trovarlo a tutto vantaggio dello spettatore.
Scorriamo velocemente gli episodi che mi hanno più colpito.
Il primo segmento che colpisce è B for Badger, gioiello di humour inglese nerissimo in cui una troupe televisiva ha un incontro un po' troppo ravvicinato con un tasso che fa letteralmente a pezzi la star del documentario.Diretto da Julian Barratt,soprattutto attore e  specialista in commedie.
Fa salire il cuore in gola C for Capital Punishment di Julian GIlbey ( A Lonely place to die qui a bottega è stato molto apprezzato), più thriller che horror , da prendere come un accorato apologo contro la pena di morte ibridato beffardamente con la legge di Murphy perchè all'incolpevole protagonista le cose non vanno male, vanno malissimo.
Arriviamo quindi a uno dei pesi massimi di questa antologia , F for Falling , diretto dagli israeliani Aharon Keshales e Navot Papushado ( l'acclamato Big Bad Wolves), un modo originale di rileggere il sempiterno conflitto israelopalestinese condito di sarcasmo feroce per come il destino disegni traiettorie beffarde.
I for Invincible di Erik Matti è uno dei più vivaci con una matrona che non ne vuol sapere di trapassare, J for Jesus del brasiliano Ramalho farà tremare le vene nei polsi dei bigotti benpensanti ultrareligiosi .
Bello anche K for Knell di due registi lituani ( Bruno Samper e Kristina Buozyte ) un episodio che oltre all'horror mette dentro tanta sci fi vintage e che in meno di cinque minuti mette una discreta angoscia addosso.
 L for Legacy , l'episodio del succitato nigeriano Lancelot Oduwa Imasuen ( uno che a poco più di 40 anni ha già più di 70 titoli all'attivo) si segnala più a livello folkloristico che altro. 
Mi è piaciuto anche N for Nexus di Larry Fessenden ma lui non è certo una scoperta, così come il beffardo Q for Questonnaire di Rodney Ascher.
R for Roulette di Marvin Kren ( discretamente considerato qui a bottega dopo Rammbock e Blood Glacier ) è girato in un elegantissimo bianco e nero , quasi un abito da sera, ma soffre di una tremenda sensazione di deja vù.
Il miglior episodio del lotto è S for Split  del madrileno ( ma trapiantato a Los Angeles) Juan Martinez Moreno che, tenendo fede al titolo gira tutto in split screen anche multiplo raccontando una storia che sembra ordinaria ma che nasconde in realtà risvolti del tutto inaspettati.
Quasi dispiace che finisca così presto.
Bello anche X for Xylophone dei miei amati Maury e Bustillo che rispolverano per l'occasione Beatrice Dalle e il suo diastema per regalarci cinque minuti veramente inquietanti, mentre l'apoteosi dello schifo la raggiunge senza dubbio Z for Zygote di Chris Nash , un tecnico degli effetti speciali passato dietro la macchina da presa  e direi che la cosa si nota.
Ci sono ahimè anche due delusioni piuttosto cocenti in questa antologia: la prima è T for Torture Porn delle Soska Sisters che a cotanto titolo non fa seguire uno svolgimento adeguato perdendosi dietro alle solite rivendicazioni veterofemministe , la seconda è U for Utopia di Vincenzo Natali che è un'episodio sostanzialmente vuoto, un bel contenitore con il nulla dentro.
A parte questo per gli appassionati c'è veramente tanta roba da vedere....

PERCHE' SI : abbuffata pantagruelica, qualità livellata verso l'alto, alcuni episodi notevoli
PERCHE' NO  : frastornante per chi non è abituato, un paio di episodi deludenti per i nomi coinvolti

( VOTO : 7 + / 10 ) 

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lunedì 27 ottobre 2014

Housebound ( 2014 )

Kyle Bucknell è catturata mentre tenta di forzare un bancomat assieme a un complice e viene condannata dal giudice a otto mesi di arresti domiciliari presso la casa in cui vive la madre.
Tutto bene quindi...e invece no.
Lei non sopporta la madre, non ha comunicazione col taciturno patrigno, Graeme, mal sopporta il braccialetto elettronico che ha attorno alla caviglia e tollera poco anche Amos, il tizio della compagnia di sicurezza che ne controlla i movimenti e il funzionamento.
I primi giorni trascorrono nella noia assoluta , la madre di Kyle è occupata solo in pettegolezzi di bassa lega e crede che la casa in cui abitano, in verità dall'aspetto poco rassicurante, sia infestata da qualche spirito maligno.
E strani rumori notturni arrivano a suggestionare anche Kyle.
Lo spirito che abita la casa sembra gradire poco la nuova ospite.
E tutto assume una luce nuova quando Kyle scopre che sono venuti ad abitare in quello che era una specie di ospedale e che nella camera dove lei dorme si verificò un gravissimo fatto di sangue....

Un giorno accade che girelli per internet alla ricerca di new sensations in campo horror e quasi di soppiatto arrivi attraverso il consiglio di un amico di un amico, al titolo di un film che per essere un horror porta con sè un carico di recensioni stranamente entusiastiche da un po' tutte le parti del mondo.
E accade anche che te lo vedi questo film che arriva dall'altra parte del mondo, la Nuova Zelanda, terra che fino a ieri pensavi che ci fosse solo nato per sbaglio Peter Jackson e che sapessero solo giocare a rugby,  e che scopri un piccolo gioiellino dark e divertente allo stesso tempo.
Definire horror un film come Housebound è assolutamente riduttivo: per dirla in poche parole è un gigantesco frullatore di generi in cui vengono immessi l'horror, sottogenere case infestate, lo splatter più selvaggio, il dramma familiare ( un rapporto madre figlia totalmente irrisolto), il thriller , il giallo, il mystery, la commedia e chi più ne ha , più ne metta.
E' una miscela esplosiva di risate e spaventi in cui a ogni sequenza non sai veramente che cosa aspettarti.
E le avvisaglie c'erano fin dalle prime sequenza , quelle della rapina al bancomat che venivano subito stemperate in una sorta di comicità dagli accenti grotteschi.
Gerard Johnstone , regista. montatore e sceneggiatore proveniente dal successo di una sit com neozelandese, maneggia il tutto con estrema perizia con un tocco che va dalla trasversalità demenziale dei migliori Coen all'elegante impronta dark che Tim Burton una volta riusciva a dare ai suoi film.
I 105 minuti del film scorrono veloci, velocissimi in una continua oscillazione tra i vari generi proposti e con colpi di scena bene assestati.
Oltre a Morgana O' Reilly nella parte di Kyle e a Rima Te Wiata nella parte della madre ( veramente esilarante, un personaggio da sit com trasportato di peso in una horror comedy) , anche il resto del cast funziona alla perfezione, attori tutti sconosciuti alle nostre latitudini ma perfetti per i rispettivi ruoli.
La vera protagonista della pellicola è però la casa in cui è celato un terribile mistero dal passato che presto tornerà a presentare il suo conto: una casa spettrale, un po' stile famiglia Addams, buia e piena di anfratti nascosti , una casa che presto mostrerà quel che nasconde un po' come succedeva in The Pact o in The Seasoning House, due film totalmente alieni a quanto visto qui.
C'è un altro mondo nelle intercapedini.
Una cosa è sicura : visto con aspettative bassissime, Housebound  è il classico film girato con un pugnetto di dollari ( 350 mila dollari neozelandesi, circa 200 mila euro al cambio) che si è trasformato quasi all'istante in uno dei personali cult dell'anno.
Da vedere assolutamente.

PERCHE' SI : uno dei miei personali cult dell'anno, trasversale come pochi , tra i Coen e il Tim  Burton dei bei tempi, cast perfetto
PERCHE' NO : forse troppo trasversale per alcuni, altrimenti non riesco a trovargli difetti....

( VOTO : 8 / 10 )

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martedì 8 ottobre 2013

District 9 ( 2009 )

Son passati circa trenta anni da quando i primi alieni sbarcarono sulla Terra e di integrazione neanche a parlarne. Sono confinati in una specie di zona franca, il District 9 del titolo, in condizioni pietose , tenuti praticamente prigionieri. Però c'è chi vuole sfruttare commercialmente la loro tecnologia per fabbricare armi ma ha necessità di materiale genetico alieno per completare le loro ricerche. E la tensione tra umani e alieni salirà di molto quando un uomo viene infettato da uno strano virus che può essere curato solo dagli alieni....
Se fosse un rap si intitolerebbe ...Ghettizza l'alieno. Solo per vedere l'effetto che fa.
Il genere verso cui questo District 9 è fortemente debitore è senza dubbio quello della fantascienza politica degli anni 50. Quella in cui vedevi le creature mostruose,quella in cui a volte non le vedevi ma loro si sostituivano a te, quella che sullo schermo faceva vedere ben altre cose da quelle che intendeva.
E che educava alla paura del diverso. 
Anche qui è così, ma la lettura è molto più facile, oserei dire quasi banale, dissonante con un film che può essere tacciato di tutto tranne che di banalizzare quello che narra.
L'equazione diverso=alieno è sempre verificata e non importa se l'alieno son quasi 30 anni che si è uniformato ai (peggiori) costumi terrestri. E se andassimo a sostituire alla parola alieno, la parola immigrato ,l'equazione di cui sopra sarebbe ugualmente sempre verificata.
Ecco perchè guardi il film e pensi che alla fine quello che stai vedendo non è poi così fantascientifico ma affonda profondamente le radici nella realtà quotidiana. Gli alieni quasi come un cancro da estirpare, da asportare comunque e perlomeno da spostare lontano dalla città. L'alieno è  un diverso,crea disordine, crea problemi di ordine pubblico, crea delinquenza. E poi non sono neache tanto belli da vedere.
Chiamati dagli umani dispregiativamente gamberoni sono in realtà un incrocio tra un Mostro della laguna nera (Jack Arnold docet) e un Predator.
All'inizio si guardano più che altro con repulsione poi gradualmente si empatizza la loro condizione,anche per via di certi snodi narrativi che hanno tutta l'aria di essere un po'furbetti.
La storia è quella di un oscuro funzionario raccomandato, posto al comando delle operazioni disgombero degli alieni dal distretto del titolo, sorta di ghetto/slum/bidonville alla periferia di Johannesburg.
Il problema è che viene contaminato da un escreto alieno e comincia una trasformazione graduale in "gamberone".E il film narra le peripezie di questo novello Brundle/mosca che cerca di recuperare la sua essenza, il suo genoma umano. Ma soprattutto il fenotipo umano.
Il film di Blomkamp è mascherato da mockumentary, molta telecamera a spalla, un contatto stretto e perseverato con l'ambiente arido, brullo e polveroso che fa da sfondo.

Assomiglia a moltissimi altri film che cita intelligentemente e forse proprio per questo reiterato gioco di citazioni (non solo in ambito cinematografico) vien fuori un prodotto originale, un divertissment molto più raffinato di quello che sembra,riesce a stimolare il cinefilo che si divertirà a riconoscere più citazioni possibili e allo stesso tempo è travestito da popcorn movie con tutto il suo sferragliare, sparare ecc ecc che fa tanta presa sul pubblico medio.
Ma ciò non toglie che il film in questione pur assomigliando a tante altre pellicole propone soluzioni nuove in modo convincente.
Ecco quindi che sfilano a frotte le citazioni di Indipendence dayTransformersRobocopLa mosca, La cosa di Carpenter, addirittura si arriva a citare anche lo spot di un automobile(a dir la verità girato sempre da Blomkamp) senza dimenticare i particolari succitati sugli alieni e sul loro aspetto.
Tutte queste suggestioni sono però manipolate con creatività e assemblate a dare vita a un film che vive di luce propria.
E  se si guardano bene questi gamberoni alieni, dopo un paio di ore di film sono molto più umani di quelli che umani dovrebbero esserlo in partenza....

( VOTO : 7,5 / 10 ) 

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sabato 16 febbraio 2013

The ABCs of Death ( 2012 )

Prendete 26 registi che si stanno affermando ( o che hanno già un certo nome) nella nuova scena horror internazionale, date loro una lettera dell'alfabeto, un budget di circa 5000 dollari e fategli fare un corto, 4 minuti o giù di lì, improntato alla massima libertà sia per tematiche che per stile.
Ed ecco a voi The ABCs of  Death progetto molto ambizioso ma anche decisamente low cost , facendo un po' di conti della serva. Eppure sembra tutto fuorchè povero.
Il primo aggettivo che mi viene in mente appena uscito dalla visione di questa antologia dell'orrore è frastornante. E' impossibile non essere frastornati da un tale bombardamento di suggestioni, di stili, di provocazioni.
26 piccoli film, 26 piccole storie, ognuna basata su una lettera dell'alfabeto e su una parola che inizia per quella lettera scelta in massima libertà. Forse un po' troppa roba per chi non è veramente appassionato.
Girare un film di 4 minuti  in cui raccontare una storia compiuta è un qualcosa secondo me ancora più difficile che girare un film che stia nei canonici 80-90 minuti. Ci vuole una capacità invidiabile di sintesi, ogni sequenza acquista un peso specifico enorme, tutto deve essere raccontato con pochi frames.
E già questa è una sfida da far tremare i polsi che , seppur in modi diversi, è stata affrontata da questo pugno di registi.
Altro rischio è quello di salire sulle montagne russe qualitativamente parlando, cioè di incappare in episodi di qualità disomogenea che rendano oggettivamente difficoltosa la prosecuzione della visione.
In The ABCs of Death ci sono alcuni episodi che spiccano ( un paio spaccano veramente!) e ce ne sono un paio che magari ti chiedi che cosa ci stiano a fare in un'antologia horror ma la qualità realizzativa è complessivamente abbastanza alta, poi naturalmente sta alle preferenze di ognuno.
L'ostacolo maggiore , oltre la durata che supera complessivamente i 120 minuti, è quello di resettare il cervello ogni 4-5 minuti  e tributare la giusta attenzione agli episodi che si susseguono praticamente senza soluzione di continuità ( solo un siparietto alla fine di ogni episodio segnala il titolo del microfilm appena visto e il nome del regista).
Impossibile parlare in dettaglio di ogni episodio altrimenti non se ne esce più, questo post diventerebbe un mappazzone informe ( diciamo anche più del solito): scorrendo velocemente direi che l'A come Apocalypse di Nacho Vigalondo fa partire a mille il film con la storia di una moglie che cerca in tutti i modi di uccidere il marito. Effetti speciali di impatto, gore a livelli alti , due attori che riescono a essere credibili in situazioni oltre il limite del sadismo.
C come Cyclo di Ernesto Diaz Espinoza sembra un incrocio tra Los Cronocrimenes del succitato Vigalondo e un episodio di Ai confini della realtà, senza  ironia. Non eccezionale proprio perchè derivativo ma direi che tiene desta al'attenzione.
D come Dogfight non è propriamente un horror ma è uno dei migliori del lotto. Girato in maniera stilosa con uso abbondante di rallenty è il combattimento selvaggio tra un uomo e un cane che si risolve in maniera del tutto sorprendente. Sanguinoso, cattivo e girato benissimo. Ma per me non è horror.
Anche E come Exterminate di Angela Bettis non è affatto male: una lotta all'ultimo sangue tra un uomo e un ragno ( vero? immaginario? chissà?) vista dalla soggettiva del ragno. Questo è uno dei corti che mi sembra più penalizzato dalla durata troppo breve per costruire un'atmosfera di perdurante inquietudine dovuta al crescendo di violenza inflitta e autoinflitta.
La F come Fart è un altro episodio non horror ad opera di Noboru Iguchi. Siamo all'apologia del peto in stile pinku eiga , cromaticamente curioso ma non nel mio gusto.
Disturbante al punto giusto sono sia la I come Ingrown di Jorge Michel Grau che la J come Jidai-geki di Yudai Yamaguchi la cui carica orrorifica è smorzata da una componente ironica che appare un po' fuori luogo.
Poi arriva l'elegantissima mazzata nelle gengive di L come Libido che tiene fede al suo titolo ma nell'accezione più malata del termine. Diretto da Timo Tjahjanto ( co regista anche di Macabre la cui recensione la trovate anche da qualche parte in questo blog) è qualcosa di veramente inquietante inadatto a chi ha lo stomaco delicato.
Non ho capito il senso di M come Miscarriage di Ti West ( uno dei segmenti che attendevo con più fervore), così come non sono riuscito a capire la presenza di O come Orgasm di Bruno Forzani ed Helen Cattet, uno short girato con indubbio savoir faire ma sinceramente mi è sembrato abbastanza fuori tema.
Altro peso massimo dell'antologia è P come Pressure di Simon Rumley costruito in maniera molto efficace e con un finale che fa stare male per una settimana.
Q come Quack di Adam Wingard è più che altro una specie di commedia macabra che gioca intorno al meccanismo alla base di The ABCs of Death con un personaggio che dice al regista che gli hanno affidato la lettera peggiore.
R come Removed di Srdjan Spasojevic ( A Serbian Film) è un altro degli episodi che colpiscono basso e che ti danno da pensare dopo che hai finito di vederlo soprattutto per un finale enigmatico. Comunque uno degli episodi migliori come S come Speed di Jake West che gira come un Tarantino ibridato con Russ Meyer per finire in modo assolutamente inaspettato. U come Unearthed di Ben Wheatley è praticamente il nulla infiocchettato con grande eleganza stilistica, decisamente originale visivamente ed estremamente godibile , W come WTF ( What the fuck!) di Jon Schnepp tiene perfettamente fede al suo titolo perchè è qualcosa di veramente weird mentre il migliore short di tutto il lotto è X come XXL di Xavier Gens che in poco più di quattro/cinque minuti riesce a lasciare un disagio addosso difficile da scrostare: autolesionismo, sangue, paranoia concentrato in pochissimi frames che ti si fissano nella memoria.
Dopo XXL anche l'apoteosi del trash rappresentata da Z come Zetsumetsu di Yoshihiro Nishimura diventa qualcosa di innocuo nonostante la sua intenzione di provocare.
The ABCs of Death era operazione rischiosa ma complessivamente si può dire riuscita anche tenendo conto di un materiale di partenza estremamente eterogeneo.
Nota di demerito per Ti West, il suo episodio è quello che mi ha deluso più di tutti mentre il massimo delle lodi va a  XXL di Gens. Note di merito anche ai corti di Timo Tjahjanto ( Libido) e Simon Rumley ( Pressure).
Forse per il non appassionato è dura arrivare fino alla fine ma a mio parere ne vale la pena.
Anche se forse sono un po' di parte...

( VOTO : 7 / 10 )  The ABCs of Death (2012) on IMDb

lunedì 11 febbraio 2013

Amabili resti ( 2009 )

1973: l'adolescente Susie Salmon, nel fiore della spensieratezza dei suoi anni viene rapita , seviziata e barbaramente uccisa da un vicino di casa, l'insospettabile George Harvey. Ma Susie non muore semplicemente: si ritrova in un limbo ultraterreno in cui veglia i propri cari e controlla tutte le loro mosse. Messo il freno al suo umano desiderio di vendetta, Susie farà di tutto affinchè la sua famiglia superi questo dolore così immenso.
Gli amabili resti sono le suggestioni che ti rimangono dopo la visione,sono le lovely bones lasciate sul divano allorchè la mente divaga quando ,filtrato dallo sguardo di Susie Salmon, ci si trova in un limbo incantato color pastello che esplora la parte più calda della tavolozza cromatica. Il mondo di qua è buio è tenebroso, quello di là letteralmente inondato dalla luce,quello che sta tra i due un diluvio senza fine di colori.
Sicuramente anche qui la longa manus del produttore Spielberg avrà influito su qualche buonismo di troppo nella descrizione del limbo, su quel misticismo che si ammanta di new age formato tascabile (per come è riassunta), su quel finale che quasi provoca il coma diabetico nello spettatore meno smalizato. Ma si sa, il lieto fine è una delle regole auree non scritte dell'industria hollywoodiana.
Jackson da parte sua ritorna alle atmosfere delle sue Heavenly creatures ma con maggiore dovizia di mezzi e conseguente moltiplicazione delle tracce narrative, Ma tutto questo non si riflette sulla freschezza della narrazione che a volte diventa quasi involuta perchè schiacciata dalla visione di quel limbo che evidentemente appassiona tanto il regista neozelandese.In questo film tanta carne viene messa al fuoco, forse troppa.
La famiglia di Susie dopo la sua tragica dipartita collassa e implode ,ognuno in preda ai propri fantasmi, c'è una giustizia che tarda ad arrivare e quando arriva il colpevole sarà colpito da quella divina e non da quella umana, c'è una giovinezza che viene brutalmente interrotta, il furto di una vita presumibilmente luminosa, c'è l'apparente provincia americana in realtà feconda di mostri.
Ci sono personaggi ai limiti della caricatura come quello di Susan Sarandon, nonna hippie che emette aforismi e perle di saggezza a getto continuo, altri appena abbozzati come quello del detective troppo garbato e ingessato per essere vero. Ci sono ingenuità, carinerie assortite ma ci sono anche grandi momenti di cinema.
E sono quelli che non si dimenticano e permettono di riscattare un film pieno di difetti come questo.
Perchè sono sicuro che tra qualche tempo avrò dimenticato il finale melassoso, la nonna Sarandon, il padre tormentato che pare un clichè ambulante, le letterine d'amore che arrivano da un mondo all'altro, così come le visioni dal limbo color dell'arcobaleno. Ma  rimarranno ben impressi il serial killer di Stanley Tucci, straordinaria caratterizzazione di un uomo meno che mediocre, il suo antro in cui riesce ad attrarre Susie e i pochi minuti in cui l'orrore si fa impalpabile fino a deflagrare fuori campo, la fuga di Susie inconsapevole del suo status, il suo orrore quando finalmente prende consapevolezza del suo distacco definitivo dal mondo che fino a pochi attimi prima l'aveva protetta e coccolata, il rituale della pulizia certosina del serial killer per nascondere le tracce all'interno della stanza da bagno, il cuore che ti arriva in gola quando la sorella di Susie nella casa dell'assassino riesce a impossessarsi del suo diario e a fuggire appena in tempo dalle sue grinfie.
Veramente brani di grande cinema, di regia ai massimi livelli che valgono da soli il cosiddetto prezzo del biglietto.
E che permettono di innalzare il giudizio su un film che altrimenti sarebbe solo un bell'involucro con poco dentro, una cornice che varrebbe molto di più del quadro in essa contenuto.
Molti hanno detto che Peter Jackson è ormai legato alla terra di mezzo e ci ritorna con questo film; secondo me è tornato ancora più indietro nella sua filmografia,alle Heavenly creatures già nominate.
Ma stavolta l'horror che veniva fuori tra le righe di quel film qui è solo un ricordo.
E' il risultato finale che sta un pò nel mezzo.

( VOTO : 6,5 / 10 )

venerdì 28 dicembre 2012

Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato ( 2012 )

Gandalf il grigio si presenta alla casa di Bilbo Baggins, zio di un certo Frodo che abbiamo conosciuto forse da qualche altra parte, per convincerlo a partire con lui e con 13 nani capeggiati da Thorin Scudodiquercia per riconquistare il loro regno messo a ferro ma soprattutto fuoco dal drago Smaug.
Tra orchi , troll nanofagi, mannari e goblins , Bilbo incontra l'essere che gli cambierà la vita e gli farà scoprire il coraggio che non sapeva di aver mai avuto: Gollum. E viene in possesso di un certo anellino che sarà molto importante negli anni a venire.
Intanto la compagnia dopo uno scontro con un orco pallido di nome Azog e tutta la sua masnada, arriva finalmente alla meta del viaggio: dove una volta c'era il regno dei nani. Ma il drago Smaug si sta svegliando dal suo sonno centenario.
A grandi linee è questa la trama ma ci sono molti più personaggi e più avvenimenti. Peter Jackson con questo film conferma più che altro di dirigere bene il traffico piuttosto che essere un fantastico regista.
Ho letto recensioni positive, su imdb.com i fans hanno tributato a questo film un voto altissimo e quasi mi sento in difetto a dire che l'altra sera quando sono uscito dal cinema dopo aver visto questo film , avevo le mie palline da bradipo abbastanza girate.
E non perchè fossi entrato di cattivo umore, anzi le aspettative erano piuttosto alte.
Il problema de Lo Hobbit- Un viaggio inaspettato a mio modestissimo parere è che funziona molto meglio da riassunto delle puntate precedenti che da film autonomo. E' costruito come il primo film della passata trilogia ma con tutte le battaglie del secondo e del terzo film.
E poi , lasciatemelo dire: basta con questi film che finiscono proprio quando si entra nel dunque. Sono al cinema e quindi cerco una storia che si concluda dopo quelle due / tre ore, no? Altrimenti mi accomodavo davanti alla tv e mi davo alle serialità televisiva le cui puntate finiscono proprio sul più bello per farti attendere la puntata successiva . Il guaio è che in tv aspetti una settimana, qui se va bene tocca aspettare un anno. E tra un anno se va bene uno si ricorda il 10 % di quello che ha visto, tante e tali sono le sollecitazioni audiovisive a cui è sottoposto un cervello umano per un anno.
Altra cosa a cui vorrei dire un gigantesco EBBASTA!  è anche la divisione in prequels, sequels, newquels....Non se ne può più.
Diciamo che Lo Hobbit- Un viaggio inaspettato fosse per me lo metterei nel gruppo dei perchècazzoquel in quanto non sentivo certo il bisogno di un Signore degli Anelli rifritto in olio di oliva extravergine. Vuoi mettere il condimento? ma sempre un fritto misto è.
Veniamo poi ai tanto strombazzati 48 frame per secondo ( e scusate se bestemmio dal punto di vista tecnico, ma sono solo un umile consumatore). Quindi il cinema tra un po' a sentire Jackson e la sua combriccola diventerà un'arte sequenziale a 48 fotogrammi al secondo.
Allora fermate tutto. Voglio scendere.
Perchè se è vero che dal punto di vista della profondità di campo siamo a livelli di eccellenza perchè sembra veramente di affacciarsi da una finestra a vedere questo mondo incantato ( che, detto tra noi, non è poi così tanto diverso da quello della trilogia precedente), ci sono cose che lasciano perplesso.
All'inizio ho avuto la stessa sensazione che ho provato guardando la tv col mio nuovo televisore a 200 hz. Una risoluzione della madonna che va bene per vedere le goccioline di sudore sulla fronte dei giocatori di basket o di calcio ma un aspetto da telecamera digitale che rovina tutto l'appeal cinematografico di un film.
Sembra di trovarsi di fronte a un tv con l'hd innestato ai massimi livelli. E a me sembra più televisione che cinema , è tutto artefatto , tutto palesemente finto.
Certo che le sequenze in cui la macchina da presa si muove come impazzita non prestano il fianco a critiche o a sfarfallamenti vari ma essendo un film in cui i combattimenti convivono, anzi sono alternati scientificamente, con parti dialogate e molto più statiche, l'aspetto di queste ultime sequenze è qualcosa che all'inizio viene a noia , poi ci si fa l'abitudine anche se non completamente.
Per quanto riguarda la fonte letteraria Jackson ci ha cucito adosso tante altre cose che non appartengono al libro e molti collegamenti alla saga originaria. Altrimenti come tiriamo fuori da un libro di 350 pagine un mappazzone di tre film da tre ore l'uno?
Così da un lato ci teniamo stretti i vecchi fans con una rimasticatura del vecchio e intanto cerchiamo di accalappiare nuovi fans.
Alla fine la vera star del film è il Gollum, impegnato nle duello verbale con Bilbo,  una serie di sequenze totalmente staccata dal resto del film e che impazza con il suo " TESSSSSOOOORO!" ripetuto non so quante volte.
La faccia assomiglia sempre di più a quella di un funzionario di Equitalia, il riporto anche e poi sfoggia anche un perizoma da urlo.
Ricorderò male io: ma non era come mamma, vabbè si fa per dire lo aveva fatto negli altri film?
Mi dispiace perchè sono legato al cinema di Jackson e alla trilogia precedente ma per me questo Lo Hobbit- un viaggio inaspettato è stato un fracassamento di zebedei quasi continuo per circa due ore e quaranta.
Con un piccolo effetto collaterale: la voglia spasmodica di rivedere i film della passata trilogia.
Il cinema non è solo stereoscopia , effetti speciali e un botto di frames al secondo.
Il cinema è soprattutto emozione.
E qui , per quanto mi riguarda, questo aspetto ha latitato.

( VOTO : 4 / 10 ) 

The Hobbit: An Unexpected Journey (2012) on IMDb