I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.
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sabato 7 febbraio 2015

Rigor Mortis ( 2013)

L'attore Siu Ho, da tempo caduto in disgrazia professionale e vittima anche di una profonda crisi personale affitta una stanza in un fatiscente condominio di Hong Kong in cui vorrebbe suicidarsi.
La stanza, la 2442 è stata già teatro di un fatto di sangue avvenuto anni prima in cui due ragazzine finirono uccise assieme al loro aguzzino, sembra particolarmente adatta a compiere l'ultimo , insano gesto e proprio mentre si appende con una corda al soffitto viene salvato da uno strano signore, una specie di monaco.
Comincia a conoscere così tutte le strane presenze, reali e non, che affollano quello spettrale condominio.
E intanto un inquilino sparisce nel nulla.
Rigor Mortis è l'esordio alla regia di Juno Mak , già popstar hongokonghese e attore visto in Revenge : a Love Story del 2010 ( se interessa ne parlammo qui ) in un'afasica parte da protagonista e che qui, corazzandosi a sufficienza con la produzione di Takashi Smimizu ( creatore della saga Ju- On e di tante altre perle del Japan Horror), compie una sorta di omaggio al genere Geung Si, tipicamente cinese in cui si mescolano elementi horror con l'azione e la commedia.
Accanto a questi elementi ( le digressioni non dico comiche perché non ce ne sono, ma di alleggerimento di un'atmosfera sulfurea come poche e le coreografie di "combattimento" dove la parola combattimento deve essere presa nel senso più lato possibile , visto che queste sequenze sono pesantemente modificate in CGI, discorso sui cui torneremo) ci sono forti elementi Japan Horror, creati ad hoc proprio dalla presenza di Dark Water oppure anche il condominio ipertecnologizzato di Dream Home, altro progetto hongkonghese in cui è stato coinvolto lo stesso Juno Mak  film assolutamente da recuperare per gli appassionati, di cui abbiamo parlato qua), la presenza di icone classiche del genere come le bambine dai lunghi capelli corvini che coprono il volto ( e qui i titoli da citare sarebbero a decine a partire dal seminale Ringu), come anche il pregresso fatto di sangue avvenuto nella stanza che si eleva a protagonista aggiunta nella narrazione.
Shimizu: in questi connotati stilistici rientra l'ambientazione in un condominio fatiscente in cui sembra non sia possibile alcuna forma di vita ( vedi l'analogo casermone di
Quello che colpisce in Rigor Mortis è la regia dinamica e volitiva che riesce a conglobare in maniera creativa gli elementi in CGI che abbondano in sequenze che hanno dalla loro un discreto tasso di originalità.
Non amo la computer grafica e come viene usata per modificare le sequenze, sono decisamente più coinvolto dall'artigianato cinematografico , ma Juno Mak ne fa un utilizzo decisamente creativo.
In un ambientazione tetra e grigastra, le apparizioni fantasmatiche che si susseguono sono gli unici sprazzi di colore concessi e proprio nella gestione della tavolozza cromatica mediata dalla CGI , c'è l'elemento di rottura.
Insomma finalmente una computer grafica che viene utilizzata a complemento della visione cinematografica e che a lei non si sostituisce.integrandosi alla perfezione con le coreografie plasticamente interpretate dagli attori in carne e ossa.
In definitiva Juno Mak sembra omaggiare il cinema che ama confezionando un'opera dal duplice volto : da una parte le storie di fantasmi cinesi ( e anche nella scelta del cast c'è questo sentito omaggio, il protagonista di questo film era uno dei comprimari nella pellicola di culto Mr Vampire, qui idolatrata a dovere) , dall'altra l'iconografia classica del Japan Horror.
Ne vien fuori un'opera che si muove al confine,che fa del suo meticciato il punto di forza.
Un horror orientale che sfugge alle logiche e ai clichè narrativi del cinema di genere sia occidentale che del Sol Levante, ma stimolante e creativo nel suo essere allo stesso tempo deferente verso il cinema del passato ma con lo sguardo orgogliosamente rivolto verso il futuro.
Insomma non c'è alcun motivo per continuare a ignorare questo film.

PERCHE' SI : spiazzante crocevia di generi e influenze, regia dinamica e volitiva, la CGI aggiunge e non toglie nulla al respiro cinematografico, ottima ambientazione
PERCHE' NO : il melting pot di generi potrà essere spiazzante per qualcuno, molti flashback che potrebbero far perdere il filo del discorso, per qualcuno tutta questa computer grafica potrebbe essere indigesta.

( VOTO : 7 + / 10 )

 Rigor Mortis (2013) on IMDb

venerdì 11 ottobre 2013

The Grandmaster ( 2013 )

Storia della gloriosa tradizione del kung fu a Foshian, della lotta per il predominio delle varie scuole di pensiero riguardo a questa arte marziale con protagonista Yip Man, diventato famosissimo anche in occidente per essere stato il maestro di Bruce Lee.
Yip è scelto per succedere a Gong Baosen, colui che era stato capace di unire le scuole di kung fu del nord e del sud della Cina ma viene contrastato da sua figlia Gong Er che lo sfida in un memorabile duello. Ma è anche la storia dell'amore impossibile tra Gong Er e Yip sullo sfondo di avvenimenti storici tellurici come l'invasione giapponese, la Seconda Guerra Mondiale e la rivoluzione maoista. 
Avvenimenti a cui la scuola di Yip Man cerca orgogliosamente di sopravvivere.
The Grandmaster è un progetto travagliatissimo che ha subito vari rimaneggiamenti nel corso dei due anni e oltre di lavorazione. Un film che a un primo montaggio durava oltre quattro ore e che poi successivamente è stato ridotto ai circa 130 minuti della versione finale.
E di questo il risultato finale in parte ne risente perchè il film risulta compresso , quasi criptico in certi passaggi, e ciò è dovuto anche alla grande quantità di personaggi in campo.
La domanda che mi sono fatto approcciandomi a questo film è stata: ma che c'entra uno come Wong Kar Wai con un film di kung fu?
Soprattutto perchè ho ancora negli occhi l'altra biografia romanzato del maestro Yip Man ( Ip Man) che dava molto spazio alle arti marziali ma anche alla storia e a un sentimento di appartenenza patriottico.
Tematiche per quanto mi riguarda del tutto estranee al cinema di Wong Kar Wai.
E infatti...The Grandmaster non è un film incentrato solamente sulle arti marziali anche se contiene una delle più belle scene di combattimento mai viste al cinema, una sequenza sparata in faccia allo spettatore subito, all'inizio, un lunga, lunga lotta sotto la pioggia che cade con i corpi fluttuanti dei protagonisti che sembrano acquisire quasi spessore tridimensionale nelle loro movenze flessuose e decise con una macchina da presa mobilissima ma mai confusionaria che sembra quasi aliena alla concitazione dello scontro fisico ma che plasticamente accarezza corpi e traiettorie in un crescendo di intensità a cui è praticamente impossibile resistere.
Ma nel raccontare ( alla sua maniera ) la vita di Yip,  Wong Kar Wai  divaga e narra quello che più gli preme e non sono certo i duelli. Il maestro sembra molto più interessato a esplicare al meglio la propria idea di cinema che ad aderire agli avvenimenti in un kolossal che , accanto alle indubbie qualità figurative, mai stucchevoli ma pericolosamente vicine alla maniera perchè la regia di Kar Wai non risparmia finezze di ogni tipo coadiuvata da una fotografia magnifica, mostra il meglio di sè quando deve far emergere la relazione tra Gong Er e Yip Man, il classico amore impossibile raccontato come di consueto magnificamente dal regista cinese.
E' qui che emerge potente la grandezza del suo cinema, in quegli sguardi carichi d'amore e di infelicità, tra la speranza e l'amarezza.
Wong Kar Wai sembra quasi disinteressarsi a raccontare la Cina e la storia del '900,a mitizzare la figura di Yip come succedeva nell'altro film. E' preso dalla propria idea di cinema , nel proseguire coerentemente il proprio discorso artistico .
The Grandmaster è un affresco freddo e a tratti autocompiaciuto ma è illuminato da flash di bellezza accecante che guarda il caso coincidono quando viene fuori l'anima lacerata del melò che percorre trasversalmente il film come un sottilissimo fil rouge, quasi invisibile ma di cui si avverte sempre la presenza.
E nei duetti tra Tony Leung e la bellissima Zhang Zy yi ( attori magnifici) sta il meglio di tutto il film.
Dopo la controversa trasferta americana di Un bacio romantico , Wong Kar Wai torna ai suoi fasti con un film magari non all'altezza dei suoi film migliori ma assolutamente degno di nota nell'asfittico panorama cinematografico moderno.
Il problema è che In the mood for love  riusciva a spezzare cuori con un solo sguardo e The Grandmaster non riesce con il suo afflato epico a far dimenticare neanche per un attimo la grandezza di quel film....

( VOTO : 7 / 10 ) 

The Grandmaster (2013) on IMDb

mercoledì 27 marzo 2013

The man with the iron fists ( 2012 )

Dopo che è stato assassinato Golden Lion, il capo clan dei Lions, il comando è assunto dal suo vice Silver Lion che si mette subito in azione per uccidere il figlio di Golden Lion, Zen Yi. La lotta si trasferisce in un villaggio dove convergono varie fazioni alla ricerca di un tesoro favoloso. Nel villaggio lavora come fabbro lo schiavo oramai liberato Thomas Henry Smith che sta mettendo da parte soldi per liberare il suo amore, Lady Silk, dal bordello di cui è tenutaria Madame Blossom. Quando rifiuta di dire a Silver Lion di dire dove si trovi Zen Yi, costui aiutato da una specie di bestione con un potere molto particolare ( si trasforma in metallo quando attaccato diventando di fatto invulnerabile, o quasi), gli amputa le braccia che gli verrano ricotruite di metallo. Aiutato da un colonnello e dalle Vedove Nere di Madam Blossom The man with the iron fists combatterà per se stesso oltre che per Zen Yi.
Devo ammettere che per raccogliere le idee sulla sinossi ho dovuto spigolare qua e là per la rete perchè nel film tutti questi passaggi non mi sono sembrati così cristallini e tra un combattimento e l'altro avevo perso leggermente la bussola.
Ci sono due modi per vedere questo tipo di film : o fare i bvadipi cinefili snob che giammai gvadivebbevo un tale spveco di maestvanze tecniche o mettersi seduti, calmi, birretta alla mano e rutto libero per divertirsi come invasati alla vista di tutto il macello che succede.
Diciamo che per apprezzare questo film bisogna mettersi davanti allo schermo nella seconda modalità e vi assicuro che ci si diverte anche passando oltre le ingenuità assortite che vediamo snocciolate da RZA che dietro la macchina da presa sembra affetto da tarantinite acuta mentre davanti alla stessa è riconoscibilissimo oltre qualsiasi ragionevole dubbio, visto che è l'unico nero , è abbastanza fisicato ma di fronte Bautista fa la figura della sottiletta.
Almeno non ha al collo le catenozze oro 24 k modello antifurto bicicletta.
Devo ammettere che ho provato una certa emozione, o forse era l'invasamento di qui sopra, quando quel quarto di bue di Dave Bautista ( mio idolo incontrastato quando una vita fa seguivo il wrestling) ci ha tagliato le braccine , quasi dicendogli "così impari a essere l'unico rapper nero gangstaqualcosa  nella Cina feudale e comunque a me piacciono solo i Public Enemy", così come mi sono proprio piaciuti quei pugnetti di ferro,un gadget che Iron Man se li sogna la notte.
Insomma The man with the iron fists assicura divertimento di grana grossa, grossissima ma fondamentalmente onesto.
E' fatto con passione e non solo per calcolo.
Da una parte sembra una rievocazione affettuosa e un minimo irriverente dei primi film di Jackie Chan o dei vecchi film di wuxia che vedevo da piccolo passare sulle televisioni locali , dall'altra la presenza di RZA ( che uno appena lo vede si chiede ma che ci fa un nero nella Cina feudale? e poi si risponde l'attore e il regista!), Russell Crowe che esibisce un inedito fisico a caciocavallo ( avete presente come è fatto? Russell ma che te sei magnato prima di fa' 'sto film?) e di Lucy Liu che seppur orientale è un volto troppo riconducibile al cinema americano fa subito pensare di trovarsi di fronte a una copia conforme all'originale e riletta in qualche maniera alla luce anche dell'omaggio fatto a questo tipo di cinema da Tarantino con i suoi Kill Bill.
Del resto , visto che come cosceneggiatore troviamo l'amicone di Tarantino Eli Roth , si sente aria di casa, anzi nonostante imdb. com accrediti solo RZA alla regia, si vocifera che sia stata praticamente una regia a quattro mani con Roth.
Insomma bisogna prendere The man with the iron fists per quello che è: un film di arti marziali cafonissimo, tamarro , capace di trovare senza problemi il suo pubblico di estimatori.
I combattimenti sono la cosa migliore: notevoli le coreografie, firmate da Corey Yuen ( il Messi  nel campo di coreografie in film di arti marziali, a RZA piace vincere facile ) , capaci di tenere da sole in piedi tutto il film.
Comunque un'ora e mezza passata nel relax totale, lasciando venire in superficie tutto il tamarro che abbiamo dentro di noi.
Promosso !

( VOTO : 6,5 / 10 )  The Man with the Iron Fists (2012) on IMDb

lunedì 8 ottobre 2012

A simple life ( 2011 )

Ah Tao ha fatto per tutta la domestica in una famiglia di Hong Kong  crescendone addirittura quattro generazioni. Un infarto le fa prendere la decisione che non avrebbe mai voluto prendere: andare in pensione. Roger, produttore cinematografico, cresciuto da Ah Tao decide di restituirle a poco a poco tutta la riconoscenza che non le ha mai mostrato nella vita. Sceglie per lei un ospizio e un trattamento lussuoso secondo gli standard hongkonghesi ( ma appena passabile secondo i nostri) e cerca di starle vicino per quanto possibile fino alla fine.
A simple life sembra che non racconti nulla ma in realtà affronta tematiche importanti con una delicatezza difficile da riscontrare altrove.
Il film di Ann Hui mette sotto la sua lente d'ingrandimento il rapporto tra un uomo ormai di mezza età ( colpo al cuore : è Andy Lau, gli anni passano per tutti, anche per lui che ha ormai passato i 50 ) assorbito totalmente dal suo lavoro e una donna anziana che ha votato la sua esistenza al servizio per gli altri, a crescere figli altrui dimenticando quasi di vivere la propria vita.
C'è affetto tra Roger e Ah Tao ma è dimostrato più con freddi gesti concreti ( il darsi da fare per sistemarla nel miglior modo possibile, il portarla fuori a pranzo ecc ) che con parole ed effusioni particolari.
Lei gli vuole bene come un figlio e lui la adora come una madre eppure restano ambedue ingabbiati nei ruoli che la società ha assegnato loro: il padrone e la domestica.
Roger sembra mosso più da un qualcosa vicino alla riconoscenza che non all'affetto vero anche perchè lui stesso è stato in passato molto malato ed Ah Tao era stata amorevolmente al suo capezzale facendogli recuperare salute e forze insegnandogli uno stile di vita più che morigerato ( e un rapporto col cibo diverso dagli eccessi di cui era vittima).
A simple life affronta senza false ipocrisie anche il tema della vecchiaia in una civiltà che vive ad altissima velocità come quella hongkonghese ( e cinese in genere).
E qui vengono fuori tutte le differenze con gli standard occidentali: a Hong Kong l'ospizio di lusso è quello con infermiere gentili, accompagnatrici straniere e magari con una microstanza ( perchè sono proprio piccole, contengono un letto e poco altro) tenuta abbastanza pulita. Spazi angusti, quindi, una forzata condivisione degli stessi con tanti altri anziani costretti alla permanenza in queste case di riposo. Per noi è qualcosa di estremamente diverso.
Ma la solitudine obbligata dell'ospizio è la stessa, anche se è un posto paradisiaco pesa sempre la lontananza degli affetti.
Il luogo in cui la domestica viene portata è a prima vista una specie di girone infernale però durante il film acquista quella parvenza di umanità di cui ha bisogno Ah Tao: in fondo la compagnia è piacevole e le infermiere sono veramente premurose. Si è quasi come se si fosse in famiglia.
A simple life è quindi un film sulla fase autunnale di una vita, sul senso del distacco, sull'affetto e la riconoscenza che si possono provare pur ingabbiati da convenzioni sociali.
La riconoscenza è ben visibile, mentre l'affetto si percepisce tra le righe , tra le sfumature del rapporto tra Ah Tao e Roger.
Tratto da una storia vera, il film di Ann Hui è una delicata elegia malinconica con la cinepresa che accarezza volti e corpi quasi con affetto.
Ma non lascia mai spazio alla lacrima facile.
Eccellenti le prove dei due protagonisti: Andy Lau fa quasi dimenticare tutto quello che ha fatto prima , nascondendosi, quasi annullandosi in un personaggio sotto le righe, mentre Deanie Yip , star hongkonghese assente da dieci anni dal grande schermo, si rimette in gioco con un personaggio difficile , più vecchio di lei e che affronta con grandissima dignità il suo ultimo autunno.

( VOTO : 8 / 10 ) 

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venerdì 30 marzo 2012

Ip Man ( 2008 )



La puzza di agiografia c'è e si sente forte e chiara.
Però è impossibile non farsi trasportare dalla storia di questo maestro  che apprendiamo essere stato la fonte del kung fu di Bruce Lee.
I film di arti marziali non saranno i miei preferiti ma i pregiudizi li ho lasciati sempre fuori dalla mia tana (per esperienza troppe volte ho emesso sentenze troppo frettolose) e le coreografie le ho sempre ammirate. E qui di roba da ammirare se ne trova veramente tanta.
Il maestro Yip è un'enciclopedia di filosofia cinese applicata all'arte della difesa.E stupisce la slowness del suo modo di vivere e di pensare accoppiata alla velocità alla quale mulina mani e piedi per produrre lesioni agli avversari.
Pur essendo un distributore automatico di mazzate rimane sempre sereno e fa capire che comunque bisogna essere sempre sotto controllo. Come diceva quella pubblicità? la potenza è nulla senza controllo? Il maestro Ip è questo. Potenza sotto controllo.
Nonostante il piatto forte siano i combattimenti numerosi e girati con assoluta competenza, Ip Man (magari usare il titolo originale Yip Man comprandosi una Y e non farlo sembrare un benzinaio pareva brutto?) è ben inquadrato storicamente e ben descrive la conflittualità tra cinesi e giapponesi.

Una conflittualità che va oltre l'aspetto bellico ma è un qualcosa di più profondo. Entrambi i popoli si sentono depositari del verbo delle rispettive tradizioni, il combattimento è una di queste, disprezzando neanche tanto velatamente l'altro.
In Ip Man è descritto molto bene questo aspetto più intimo della conflittualità sinogiapponese e i combattimenti di kung fu, in cui stabilire se è meglio lo stile cinese o quello giapponese, sono il simbolo di tutto questo.
Si sottolinea inoltre che il kung fu è un arte del difendersi e che l'ira non porta mai da nessuna parte. Parole sante.
Donnie Yen è carismatico, perfetto per la parte così come funziona il resto del cast.
La confezione è di lusso.

( VOTO : 7 / 10 )
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sabato 24 marzo 2012

Revenge. A Love Story ( 2010 )



Non c'è  vendetta più completa  che il perdono ( Josh Billings ).

Questo brillante aforisma è posto a chiusura del film e suona come una postilla beffarda dopo la mattanza a cui abbiamo assistito allibiti.
Era da un pò che mancava dallo schermo un gore così maligno ed esibito però lontano dall'essere gratuito, con feti rimossi da uteri gravidi, viscere in buon ordine inquadrate dall'alto senza nascondere nulla, un feto a frammenti ritrovato dentro una busta in avanzato stato di decomposizione. 
Revenge. A Love Story narra della vendetta di un giovane venditore di ravioli all'angolo di una strada contro una squadra di poliziotti che ha  picchiato e violentato (a turno) la sua ragazza Cheung Wing, credendola una prostituta (sicuramente non una ragione per stuprarla).
E si sa che la vendetta può essere diabolica anche se riserva sempre qualche colpo di scena.
Non c'è nessuna ironia nel film di Ching-Po Wong tratto da un soggetto del protagonista Juno Mak , nelle vesti anche di cosceneggiatore.
La violenza è drammaticamente esibita in modo quasi asettico grazie anche alla fotografia di Johnny Wong che desatura i colori per dare al tutto un aspetto livido, grigiastro, come se tutto fosse girato in una sala autoptica.
Il colpevole è chiaro fin dalle prime scene,  le sue ragioni vengono spiegate abbastanza presto nel film quindi allo spettatore non resta altro che immergersi nella visione.
I protagonisti di questo film impediscono qualsiasi forma di identificazione: da una parte abbiamo un venditore di ravioli dall'aspetto poco intelligente  che si trasforma in una sanguinaria macchina da guerra , dall'altra abbiamo una squadra di poliziotti che si macchia di crimini orrendi.
E non basta la catarsi donata dalla religione.

Diviso in vari capitoli ognuno con il suo titolo oltremodo bizzarro (Nell'Armageddon il diavolo regna supremo, quando il giorno del giudizio si avvicina, chi è sul sentiero più breve verso l'inferno?-questo il titolo del'introduzione— mentre il primo capitolo si intitola— Assassinando il folle che c'è nel diavolo- ), Revenge. A Love Story è un ferocissimo vendetta movie in cui va in scena un mondo svuotato di sentimenti ma carico solo di pulsioni animalesche.
I vari personaggi si muovono in ambienti vuoti che sembrano post apocalittici, sembra che vivano in un mondo a parte che nulla ha a che fare col mondo reale il quale ogni tanto viene raccontato da qualche telegiornale.
Attraverso le notizie di cronaca nera , sia ben chiaro.
Il film di Ching-Po Wong è anche la storia di un'amore infelice straziato dal lato oscuro di uomini che dovrebbero far rispettare la legge.
Juno Mak è un killer perfetto nella sua afasia.
Revenge. A Love Story è un'opera  in cui la  forma prevale sulla  sostanza, con una regia  estetizzante come a comporre delle nature morte in movimento.
Ma ad avercene , diamine!

( VOTO : 7 / 10 ) 
Revenge: A Love Story (2010) on IMDb

martedì 20 marzo 2012

Bullets over summer ( 1999 )


Ho letto meraviglie su questo film di Wilson Yip ma anche sonore stroncature che mi hanno incuriosito parecchio. Del resto i film che evocano reazioni così contrastanti devono per forza essere giudicati di prima mano.
La prima impressione, epidermica, che ho avuto di Bullets over summer è che sia un fritto misto in cui vengono immessi ingredienti non ben amalgamati tra di loro per rendere il sapore più accattivante.
A Yip piace confondere le acque e cerca di scardinare da dentro i vari generi cinematografici frullandoli allegramente però lasciando sempre ben in evidenza il punto da dove parte il tutto.
Le citazioni sono evidenti siano esse brani di noir hongkonghese d'annata che modelli (inarrivabili) ben più lontani(tipo La finestra sul cortile nell'eccellente sequenza sul tetto).
Appurato che non è un noir, o meglio non solo un noir,  ma un camaleonte che cambia spesso colore , tingendosi oltre che di nero, di giallo, di rosa e di dramma umano, la cosa che risalta di più è la perfetta alchimia tra i due protagonisti che si compensano perfettamente l'uno con l'altro.
E qui si torna al classico schema del buddy movie con la coppia di amici ( uno più votato alla strategia, l'altro all'azione)  attorno alla quale è costruita l'impalcatura del film .
Simpatica la nonna demente così come alcuni guizzi di regia risultano parecchio graditi (l'incipit al supermercato oppure la cena con la banda di criminali che stanno sorvegliando da vicino) ma non direi che Bullets over summer è titolo imprescindibile nella cinematografia hongkonghese.
Suscita simpatia , ma poco altro.

( VOTO 6,5 / 10 ) 

Bullets Over Summer (1999) on IMDb

domenica 18 marzo 2012

Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma ( 2010)


Tsui Hark torna in gran forma e mostra in un lussuoso kolossal da esportazione fin dove possono arrivare la sua fantasia registica e la sua arte nel confezionare cinema .
Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma è un film che brilla quasi esclusivamente per regia e per montaggio,una di quelle opere che mostra meglio che cosa di bello troviamo in questa arte visiva sequenziale che ci appassiona così tanto.
E'un film che appaga totalmente l'occhio, che fa restare a bocca aperta per le coreografie che disegnano immaginari ghirigori sullo schermo lasciando solo una immaginifica scia vellutata, per le scelte acrobatiche di regia coadiuvate da quel pizzico di computer grafica non disturbante che sorprendono sempre e comunque.
Raccontando una storia piuttosto complessa ricca di false piste Tsui Hark non perde di vista la linearità del racconto( pensando sicuramente che a tale complessità visiva dovesse corrispondere una storia perfettamente comprensibile) in cui il protagonista indiscusso è un detective con dei trascorsi non esattamente raccomandabili che sembra la summa dei più celebri investigatori occidentali: un pò Poirot per la capacità di ragionamento, un pò Sherlock Holmes(ma più quello di Ritchie che quello di Conan Doyle) per capacità deduttiva e fisicità, un pò Guglielmo da Baskerville per la capacità "politica" di muoversi attraverso campi minati da pregiudizi (parliamo di un imperatore donna) e intrighi di corte.
Uomo di squisita intelligenza ma che sa essere anche uomo d'azione.
Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma formalmente è un wuxiapian a tutti gli effetti ma anche in questo la rilettura del genere operata dal maestro hongkonghese  è originale infondendo nel film cospicue dosi di giallo e di thriller con in più anche qualche spruzzata melodrammatica ,classica di certo cinema orientale.
L'unico appunto che posso fare a questa magnificenza visiva è che sembra un prodotto studiato più per l'esportazione che per il pubblico casalingo anche se parla di un personaggio leggendario in Cina.
La confezione di lusso autorizza a più di un pensiero in questo senso.
Tsui Hark visti i cospicui investimenti in questo film ha voluto giocare sul sicuro

( VOTO : 7 + / 10 ) 

Detective Dee and the Mystery of the Phantom Flame (2010) on IMDb

venerdì 9 marzo 2012

One night in Mongkok ( 2004 )


Dove ambientare un noir cupo e senza speranza come questo se non a Mongkok che una didascalia ci indica come la città più densamente popolata del mondo? 
Trovi di tutto nelle sue strade superaffollate,nei sui casermoni alveari , nei ristoranti sempre aperti, nei negozi di ogni tipo che sfruttano ogni piccolo anfratto agli angoli delle strade..
E trovi praticamente tutto in questo One nite in Mongkok: storia di una guerra tra due bande di gangsters osservata da una task force di polizotti con la speranza di decapitare le due organizzazioni criminali a cui si aggiunge la storia di Lai Fu(il bravo e belloccio Daniel Wu) assoldato come killer da una delle due gangs, che in realtà dal suo villaggio cinese è venuto anche per riportare indietro la ragazza che fa la prostituta a Mongkok.
Lai Fu, analfabeta ma non sprovveduto  si fa aiutare da Dandan( la bellissima Cecilia Cheung), prostituta che ha appena salvato dalle percosse di un poco di buono.
Abbonda di stereotipi One nite in Mongkok ma tutto è riscattato dalla geometria con cui è organizzato:se figure come quella della puttana dal cuore d'oro, del poliziotto stanco del suo lavoro e di quello giovane appena arrivato che ha voglia di spaccare il mondo sono già state abbondantemente sfruttate altrove  è la loro parabola che risulta abbastanza inedita con un pessimismo cosmico di fondo che trova sfogo nel bellissimo finale.
La regia di Tung Shing Yee ( Derek Yee) racconta una storia iperotrofica con tanti personaggi in campo e moltissime situazioni diverse ma non perde mai il controllo e le sequenze action sono girate cercando l'assoluta aderenza al realismo e non seguendo coreografie ricercate.
Da ricordare,oltre alla bellissima sequenza finale che arriva a vette di disperazione inaspettate, un'eccellente sequenza di inseguimento a piedi in cui Lai Fu e Dandan riescono a sfuggire ai poliziotti.
One nite in Mongkok è un noir duro e crudo, una discesa agli inferi in cui si confondono le ragioni di tutti al punto che quasi si arriva ad empatizzare il killer analfabeta al posto di un gruppo di poliziotti che sembra fare il proprio lavoro solo per il dovere di firma e che non esita a calpestare le leggi per cercare di insabbiare qualche piccolo problemino collaterale alle loro azioni(tipo un omicidio).
Il finale è pure arte nichlistica applicata. Inevitabile.
Mongkok non è un bel posto in cui vivere.



( VOTO 7 + / 10)


One Nite in Mongkok (2004) on IMDb

mercoledì 7 marzo 2012

Beast stalker ( 2008 )


C'è sempre qualcosa di opprimente nei polizieschi di Hong Kong, un alveare umano che ormai esaurito lo spazio in orizzontale si sta sviluppando in altezza accatastando case le une sulle altre e così facendo anche con gli esseri umani che hanno la (s)ventura di abitarle.
E questo senso di oppressione è reso benissimo nella parte centrale di questo Beast Stalker, quella che esplora le viscere di questo alveare umano fatto di stradine e di confusione, in cui la caccia a un sequestratore diventa questione di vita o di morte per un poliziotto attanagliato dai complessi di colpa.
Il film di Dante Lam parte subito a folle velocità con un bellissimo inseguimento in automobile che termina con uno degli incidenti più spettacolari visti al cinema in questi ultimi tempi.
La tensione la fa da padrona assoluta eppure si avverte subito che c'è qualcosa che stona.
Nel cinema di genere orientale ormai siamo abituati a film di violenza inaudita che si aprono imporvvisamente a sprazzi di lirismo poetico.
Beast Stalker non fa eccezione però il lirismo diventa subito lacrimoso melodramma recitato e ripreso in maniera a mio parere poco adeguata.
Il mobilissimo stile di Dante Lam , la traballante macchina da presa a mano, gli angoli di ripresa obliqui che tendono a deformare il tutto sono eccellenti per le scene action e di inseguimento(di cui questo film è pieno) ma stridono con le sequenze in cui viene fuori il lato melò della materia narrativa.
Il pur bravo Nicholas Tse( forse a dire il vero un pò troppo giovane per la parte) che si trova molto a suo agio nei panni del poliziotto molto incline all'azione e contemporaneamente corroso dalla colpa, carica con eccessivo tono enfatico le scene del prefinale con la bambina, rivelandosi totalmente inadeguato. 
Per non parlare del personaggio della bambina(che cerca di far leva costantemente sulla compassione) e della madre di lei che ha una pericolosa tendenza an andare sopra (e oltre) le righe dello spartito.
E anche il doppiaggio pedestre non aiuta.

In questo senso è molto più efficace il suo antagonista nella parte del sequestratore, Nick Cheung, le cui cicatrici sul volto non sono altro che la proiezione in concreto di quelle che ha nell'anima.
La sua figura marmorea si fa carico di un dramma inesplicabile: una moglie paraplegica e che ha perso il loro unico figlio a cui lui si dedica costantemente al costo di rapire una bambina al fine di ottenere i soldi per curarla. 
A livello etico questo è uno scoglio da superare: nel film c'è una sorta di "giustificazione" nel rapimento della bambina e questo per molti spettatori ( me compreso) può essere indigesto.
Beast Stalker è un tetro noir tinto di melodramma la cui oscurità è squarciata da una luce inaspettata.
Ricco di personaggi ben delineati e sfaccettati , è un ottimo esempio di noir hongkonghese che si distacca dai canoni del genere solo per un finale(costruito attorno a un bellissimo flashback ) non in linea col tono cupo del film.
Purtroppo alcune scivolate nel melodramma gratuito e una sorprendente "comprensione" per la figura del rapitore risultano troppo vistose per non essere notate, senza però inficiare più di tanto una visione estremamente piacevole.

( VOTO : 7 / 10 )  Ching yan (2008) on IMDb

lunedì 5 marzo 2012

The Sniper ( 2009 )


Lo spunto è decisamente interessante: vedere tutto dalla prospettiva del tiratore scelto della polizia e narrare della competizione( insana) che si può instaurare tra queste primedonne della balistica di precisione.
Introdotto da un incipit adrenalinico, la prima parte del film poi si sposta su altri territori decisamente meno attraenti per lo spettatore.
Se da una parte vengono introdotti e caratterizzati con cura i personaggi con elaboratissimi flashback in bianco e nero,dall'altra parte si rasenta l'enfasi per evidenziare il lavoro di questi funamboli del fucile di precisione.
The Sniper ci vuole introdurre all'"epica" del cecchino, a tutti i meccanismi che lo rendono un'arma letale, assimilandolo quasi a un maestro zen.
Decisamente un pò troppo anche perchè la figura del cecchino in guerra è sempre connotata negativamente: grande rispetto per i colpi di precisione ma il fatto di sparare nascosto e magari da grandi distanze è qualcosa di assimilabile alla volontà di sottrarsi al confronto con l'avversario, qualcosa che è separato dalla codardia solo da una sfumatura.
Il film di Lam invece ci parla di superuomini , squadre speciali che intervengono quando la situazione è a un passo dall'irreparabile e parla dei loro ego smisurati che arrivano a organizzare intrighi sottobanco per avanzare di grado.
E infatti The Sniper è una storia di vendetta da parte di un ex cecchino della polizia mandato in prigione  per l'uccisione accidentale di un ostaggio durante un'azione.
La seconda parte, con la cattura e l'uccisione di pericolosi criminali inseritisi in questa storia di vendetta (strepitosa una sequenza di una sparatoria all'interno di un ascensore) e con l'assedio al cecchino ribelle è invece condotta con notevole polso registico: belle soggettive, una tensione che viene tenuta costantemente alta e c'è anche un bel finale di delicatezza inaspettata per un regista vigoroso come Dante Lam che si dimostra ancora una volta a suo agio nel tratteggiare atmosfere cupe che ben si adattano al suo personale modo di riscrivere il poliziesco hongkonghese che nella sua visione di cinema assume caratteristiche da noir.
La risposta a tutti gli interrogativi posti durante il film arriva proprio appena prima dei titoli di coda.
Non imprescindibile ma assicura un certo divertimento.

( VOTO : 6 / 10 )
Sun cheung sau (2009) on IMDb
                                                                                                              

Fire of conscience ( 2010 )


Penso che Dante Lam sia regista piuttosto dotato dal punto di vista tecnico, soprattutto per quanto riguarda le scene action di cui il suo cinema letteralmente si nutre.
Il suo difetto sta altrove: è assolutamente incapace di gestire le parentesi melodrammatiche che vuole a tutti i costi inserire nei suoi film.
E questo avviene sia per caratteristiche fisiognomiche degli attori ( i lineamenti orientali possono dar luogo a una minore gamma espressiva) sia per evidenti limiti di scrittura.
Nei film di Lam che ho avuto modo di vedere, il regista non è mai riuscito a calibrare nel modo giusto queste situazioni.
Fire of Conscience non sfugge a questa affermazione: parte con un fermo immagine quasi da videogioco in cui si ammira la complessità di tutto quello che sta accadendo nella schermata e poi si parte con l'introduzione del personaggio principale, il superpoliziotto Manfred (ecco magari anche sul nome si poteva fare di meglio) che con barbetta caprina si aggira dolente con un pregresso di una moglie morta prima di dare alla luce loro figlio per un male incurabile.
Se si bypassa questo pregresso che è inutile per il proseguio della narrazione, il personaggio funziona discretamente perchè Leon Lai è attore piuttosto valido e anche credibile nelle scene action.
Il film invece va a fasi alterne: Dante Lam non delude mai dal punto di vista tecnico riuscendo a dare alla propria opera sempre un'intelaiatura visiva di indubbia piacevolezza.
Se qualcosa possiamo imputare a Fire of Conscience sotto questo profilo è l'ordinarietà delle numerose sequenze action: tutte lunghe , ben fatte e ben strutturate ma a cui manca quel quid di sperimentazione che permetterebbe loro di far restare a bocca aperta come succede di sovente nelle coreografie dei balletti di piombo hongkonghesi.

A Lam stavolta manca la voglia di osare che caratterizza il cinema ad esempio di Johnnie To o di John Woo.
La sceneggiatura inoltre si complica inutilmente con la presenza dell'ufficiale di polizia Kee, personaggio torbido che agisce per tornaconto personale e non per aiutare Manfred( come fa intendere),che arriva in scena con tutto il suo pregresso difficile da decifrare fatto di debiti da scontare con la malavita.
I personaggi poi a un certo punto si moltiplicano senza che vengano adeguatamente contestualizzati creando una certa confusione.
Fire of Conscience però rappresenta uno spettacolo discreto se si sorvola su questi difetti e su un finale in cui ritorna prepotente il peccato originale di Lam: unire la simbologia piuttosto ingenua con il melodramma(stavolta nel passato con un bianco e nero contrastatissimo).
Fire of Conscience non sembra uno dei film più ispirati del cineasta hongkonghese, solo onesto intrattenimento senza tanti voli pindarici.
L'ispirazione è ben altra cosa.

( VOTO : 6 / 10 )  Fire of Conscience (2010) on IMDb

domenica 26 febbraio 2012

A hero never dies ( 1998 )



Jack e Martin, killer spietati da parti opposte della barricata, in realtà non perdono occasione per manifestarsi stima recirpoca.
In modo alquanto surreale, cercando di sorseggiare del vino tra prove di abilità e giochi di sponda per impedire all'altro di appoggiare le labbra al calice si sfidano a duello, senza che ci sia un vincitore.E ripongono la bottiglia di vino speciale da aprire per l'occasione.
Ci sarà sicuramente  la loro resa dei conti, prima o poi.
E invece i loro capi giocano ai due un brutto scherzo: dopo che le gangs si sono quasi sterminate reciprocamente si accordano tra di loro ed emarginano i due che hanno riportato danni ingenti nello scontro. 
Cercando anche di eliminarli fisicamente.
E da qui comincia la loro vendetta.
Johnnie To esplora il lato amorale del capo che tradisce il suo fedele servitore in un western metropolitano che si perde nel noir della notte hongkoghese.
Sicuramente Peckinpah ma anche tanto John Woo sia per l'enfasi con cui sono girate le innumerevoli sparatorie al ralenti di cui è colma la pellicola , che per il melò che esce prepotente quando il film si incanala nel vendetta movie.
L'amicizia nasce dalla volontà comune di reagire a un sopruso, dalla sete di vendetta che li accomuna, dalle cicatrici che ognuno porta con sè. 
Chi le esibisce fuori e chi se le porta dentro.

Di fondamentale importanza il lavoro sulle luci che colorano le varie tonalità del film, dal calore della vita, dell'amore e della passione fino al freddo elettrico del neon che accompagna alla morte.
I boss brindano alla morte dei loro sicari bevendo dalla bottiglia di vino che un giorno avrebbero dovuto bere assieme Jack e Martin.
Il vino gocciola sul tavolo in uno stillicidio di sangue metaforico, appena prima di quello reale.
Una vendetta anche "oltre " la vita con il cappello da cowboy ben calcato sulla testa.
Sarà anche retorico ma è trascinante in modo contagioso.
L'immortalità dell'eroe.

( VOTO : 8 / 10 )