I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.
Visualizzazione post con etichetta Cinema inglese. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cinema inglese. Mostra tutti i post

domenica 6 dicembre 2015

Everest ( 2015 )

La mattina del 10 maggio del 1996 , due spedizioni turistiche si accingono ad arrivare sulla vetta dell'Everest.Una tempesta di neve li colpisce nella strada per il ritorno e per i due gruppi di scalatori sarà una lotta per la sopravvivenza contro la furia primigenia degli elementi naturali.
Non tutti ce la faranno.
Non ho mai scalato neanche una collinetta ma devo dire che questi film d'avventura girati ad altezze proibitive a prova di vertigini mi hanno sempre attirato, così come i film ambientati in scenari montuosi aspri ed inospitali.
E poi vuoi mettere l'epica della lotta del piccolo uomo contro il gigantismo della furia della natura?
Il raggiungere ed oltrepassare i propri limiti?
L'interesse che scaturisce dall'apprendere che comunque quella che ci apprestiamo a vedere è una storia sostanzialmente vera che , finito il film, andremo a rileggere avidamente su Wikipedia o cose del genere?
Ecco, nelle mie aspettative, alte devo ammettere, Everest doveva contenere tutto questo e anche di più.
E invece , come mi succede di sovente negli ultimi tempi, tutte queste aspettative vanno in gran parte deluse.
Intendiamoci Everest è il perfetto blockbuster hollywoodiano fabbricato in serie , confezionato con grande professionalità e con una storia " giusta" per un'audience in vena di emozioni forti.
Oddio, blockbuster perfetto forse no visto che non ha incassato moltissimo e quindi evidentemente c'era qualcosa nel film che non gli ha permesso di sfondare come avrebbe dovuto.
Il mio modesto parere è che al film manca proprio l'ingrediente principale; l'epica del racconto, gli manca quella grinta che gli avrebbe permesso di essere molto più intenso e vibrante, difetta di personalità  risultando piatto nella descrizione dei protagonisti e nel procedere di un racconto che avrebbe dovuto suscitare veri e propri fiotti di emozioni.
Per dirla in una parola sola, vocabolo che a Napoli conoscono piuttosto bene, gli manca la cazzimma, quello scatto in avanti che gli permetta di primeggiare e non di essere un film tra tanti , come tanti, anzi anche peggio di tanti.
E poi vedere la tanto favoleggiata, mitica cima dell'Everest che si riduce ad essere una specie di pianerottolo con tante belle bandierine, beh, viene smontata in due secondi tutta quella aura tra sogno e mito che la succitata cima si era creata in tanti anni di incontri, non reciproci, sui libri di scuola.
Si arriva anche a sfiorare il paradosso quando in un film come questo si vede poca montagna e troppo impianto strappalacrime ( il professorino che deve piantare la bandierina a tutti i costi per la sua scuola, un paio di mogli lasciate a casa in trepidante attesa, qualche scontro sparso tra maschi alfa ad alta quota che si mettono a fare a cornate come gli stambecchi e fanno a gara a chi ce l'ha più lungo il curriculum di alpinista , o si dovrebbe dire everestista , solo per avere un diritto di precedenza nella scalata).
E se l'emozione non è assicurata dalla scalata ( inquadrata o troppo da vicino o con campi lunghissimi finti come una banconota da tre euro) ma solo dall'interazione e dalle dinamiche di personaggi come minimo stereotipati, beh, allora siamo messi male, malissimo.
Baltasar Kormakur si rivela essere l'ennesimo talento registico europeo cooptato in quel di Hollywood e appiattito in nome del dio dollaro.
Jason Clarke come protagonista non ha statura sufficiente, almeno per quanto mi riguarda.


PERCHE' SI  : i 55 milioni di budget si vedono, bene o male.Buon cast di supporto, quel poco di montagna che si vede riempie l'occhio.
PERCHE' NO : blockbuster fabbricato in serie che difetta di personalità, Jason Clarke non ha la statura da protagonista, si vede troppa soap opera e poca montagna.



LA SEQUENZA : l'arrivo della tempesta con brevissimo preavviso.



DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Mai avere aspettative troppo alte per un blockbuster.
Non mi sarebbe dispiaciuto vedere molta più montagna.
Mi sono appassionato molto più alla storia vera letta su internet che al film.
Jason Clarke non mi dice assolutamente nulla.



(VOTO :  4,5 / 10 ) 


 Everest (2015) on IMDb

domenica 18 ottobre 2015

Via dalla pazza folla ( 2015 )

Bathsheba Everdene è stata cresciuta dagli zii e presto si ritrova a dirigere la loro fattoria.
Le fa la corte Gabriel Oak, pastore prestante e abbiente  ma è soprattutto il ricco vicino Bolwood che le domanda insistentemente di sposarla anche perché Oak a causa della perdita del suo gregge si trova costretto a lavorare agli ordini della donna.
Bathsheba in realtà si innamora di un poco di buono, il tenente Troy, dedito al meretricio e al gioco d'azzardo che riesce a sposarla.
Il matrimonio non può far altro che andare a rotoli e per qualcuno si presenterà una ghiotta seconda occasione.
Uno dei ricordi più belli che ho degli studi di letteratura inglese al liceo è stata la scoperta di Thomas Hardy che ho avuto la fortuna di leggere in originale oltre che tradotto nella nostra lingua.
E ho sempre apprezzato la sua prosa vigorosa, senza mezze misure, lapidaria al servizio di storie strappacuore con il loro bel fondo di ambiguità e che comunque profumavano sempre di vita vera, vissuta.
Vedendo questa nuova fatica di Thomas Vinterberg, regista che apprezzo moltissimo, ho avuto una brutta sensazione : più vedevo Carey Mulligan e compagnia cantante agitarsi da una parte all'altra dello schermo  e più avevo negli occhi l'omonimo adattamento di quasi cinquanta anni fa ad opera di John Schlesinger.
Questione di stile registico, molto leccato quello di Vinterberg con quella patinatura fastidiosa che accompagna lo spettatore per tutte le due ore, anche nelle sequenze a più alto tasso emotivo, vigoroso esattamente come la pagina scritta quello di Schlesinger, non uno qualunque, ma soprattutto questione di cast.
Confrontare il cast del film del 2015 con quello del 1967 rischia di essere ingeneroso per la pellicola di quest'anno : se Carey Mulligan è discreta nella parte ( ma è anni luce lontana dalla forza espressiva di una Julie Christie in una delle prove più convincenti della sua carriera) e Sheen si salva solo con l'enorme tecnica di cui è in possesso è totalmente improponibile il confronto di Shoenaerts e Sturridge con Alan Bates e Terence Stamp.
Shoenaerts nella parte di Oak è troppo poco inglese e un po' troppo delicato al contrario di un Alan Bates forse meno bello ma decisamente più sanguigno e credibile, Sturridge invece sembra solo una pallida imitazione fisica di Terence Stamp che nel film era fuoco e ghiaccio allo stesso tempo, il suo solo sguardo era sufficiente per far cadere schiere di donne ai suoi piedi.
Vinterberg che in carriera ha dimostrato più volte di essere interessato alla sostanza più che alla forma , qui si comporta come uno dei più impersonali calligrafi hollywoodiani perdendosi nella patinatura delle sue belle immagini , quasi scomparendo nei tramonti e nei campi lunghi di cui sembra quasi abusare.
Per chi non ha visto l'altro questo remake non è brutto , anzi , ma dà l'impressione di essere troppo calcolato, l'emozione è relegata in un angolino , perduta dietro e dentro la bella forma, rischia di essere un florilegio di pregiate ricostruzioni ambientali e costumi studiatissimi fin nei minimi termini.
Il melodramma che ne vien fuori è annacquato, quella che era una storia d'amore intensa e a suo modo inspiegabile , l'ineluttabilità del sentimento amoroso, è solo un'increspatura tra il personaggio di Bathsheba e il suo vivere per sempre felice e contenta.
Viene perso il femminismo appassionato del romanzo, perché nell'epoca vittoriana avere  una donna a capo di una fattoria era quasi disdicevole e comunque come minimo inappropriato, in favore di una semplice ronda amorosa , un ballo a più passi in cui vince il favorito del pubblico nel nome del lieto fine sempre e comunque.
Cosa ben diversa da quello che succedeva nel film di Schlesinger: vince anche qui il meno peggio ma ha il sapore di un ripiego e la malinconia unita al rimpianto regnano sovrani.
Vinterberg riesce però a donare al suo film quel tocco di modernità accattivante per gli spettatori un po' più giovani,che tuttavia non basta a creare un classico senza tempo.


PERCHE' SI : la forma è accattivante, Carey Mulligan e Sheen non escono triturati dal confronto con l'omonimo film di Schlesinger, tocco moderno per appassionare i più giovani.
PERCHE' NO : patinatura a tratti eccessiva e quindi fastidiosa, Shoenaerts e Sturridge sono asfaltati da Bates e Stamp.



LA SEQUENZA: lo sterminio del gregge di Oak



DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Forse è meglio non vedere remakes di film amatissimi qui a bottega.
Carey Mulligan mi lascia sempre con il dubbio.
Quella era Juno Temple?
Ma questo è lo stesso Vinterberg di Festen e del Dogma 95?


( VOTO : 5,5 / 10 )

Far from the Madding Crowd (2015) on IMDb

lunedì 5 ottobre 2015

Il racconto dei racconti ( 2015 )

Tre racconti che hanno un esilissimo punto di contatto tra di loro ( una famiglia di circensi ) : la regina di Selvascura pur di avere un figlio non esita a mandare il marito al massacro contro un drago marino pur di mangiare il cuore della fantasmagorica creatura, ma non tutto andrà per il verso giusto.
Il re di Roccaforte si innamora di una donna solo a partire dalla sua voce soave . Ma non sa in realtà a chi quella voce appartiene anche se un incantesimo viene momentaneamente in suo soccorso.
Il re di Altomonte alleva una pulce fino a farla diventare di proporzioni gigantesche e poi per dare la figlia in sposa pone ai candidati una domanda a cui sembra impossibile rispondere.
Ma una specie di orco venuto dalle montagne risponde correttamente e si porta via la ragazza...
Il racconto dei racconti è il primo film diretto da Matteo Garrone girato in inglese, con un budget milionario per i nostri standard ( 12 milioni di euro, raccattati per la maggior parte all'estero) e testimonia ancora una volta la vocazione internazionale di uno dei nostri migliori registi ( se non il migliore assieme a Sorrentino) a cui evidentemente  le logiche produttive del cinema italiano stanno strette , molto strette anzi troppo strette.
Garrone rischia osando con un genere poco frequentato qui da noi, il fantasy.
Ma non si ispira ai modelli hollywoodiani infarciti di computer grafica e di effetti speciali.
Prende come ispirazione un libro di racconti della tradizione popolare italiana, utilizza luoghi sempre italiani magari sconosciuti ai più ma dotati di incredibile fascino visivo e rilegge il genere con la sua sensibilità in modo assolutamente nuovo.
Nessun anello da cercare e nessuna battaglia epica di nani, oggi il fantasy al cinema ha questi parametri , ma tre storie che sembrano appartenere a un tempo perduto, tre favole macabre che fanno dell'ambientazione e di un modo di raccontare sommesso e rarefatto la cifra stilistica principale.
Il risultato è un ibrido multiforme e affascinante che sembra raccontare alcune di quelle favole meravigliose raccolte da Calvino in una magica antologia che andava a cercare tutte quelle storie nascoste nelle pieghe della narrazione popolare italiana.
Il racconto dei racconti è un qualcosa di cinematograficamente nuovo, stilisticamente diverso sia dal modello a cui evidentemente non si ispira ( quello hollywoodiano), sia dal cinema europeo che a memoria mia non aveva mai affrontato in questo modo un genere così ricco di pulsioni e suggestioni come il fantasy.
Il mondo disegnato da Garrone è un qualcosa di nuovo anche se è possibile rintracciarne le origini in altri film che hanno raccontato una sorta di altroquando italico come potevano essere alcuni film di Mario Bava, C'era una volta di Francesco Rosi, il Pinocchio di Comencini ( altra incursione capolavoro in un mondo strano e meraviglioso) ma anche L'armata Brancaleone di Monicelli.
Ma non c'è traccia di commedia ne Il racconto dei racconti: le varie storie che compongono il film sono a loro modo disperati apologhi sulla ricerca dell'amore e della felicità che si riflettono l'uno nell'altro declinando vari aspetti di quell'universo cangiante che è il sentimento amoroso.
Amore vuol dire sacrificio ed egoismo e questo lo sa la regina di Selvascura che non esita a rischiare la vita del marito pur di avere un figlio. E quando si accorgerà che suo figlio ha un gemello cerca di escludere i contatti tra i due per averlo per sé in esclusiva. Eppure l'altro figlio, cresciuto in una famiglia povera sembra infinitamente più felice e compiuto.
Amore non vuol dire solo sesso come sa bene il re di Roccaforte, erotomane senza speranza che viene messo alla prova da una sorta di contrappasso dantesco , forse l'unica storia che dentro la tragedia della follia delle sorelle ( l'amore fraterno anche qui fonte di egoismo) contiene dei brani genuinamente comici.
Amore non è solo un giocare inutile come impara bene il re di Altomonte che per il troppo azzardare si trova a dover consegnare l'amata figlia a un orco ( l'amore paterno e filiale , quello che era negato dagli eventi nel primo racconto).
In questo suo narrare l'amore pizzicando corde distorte , Il racconto dei racconti dimostra ancora una volta la sua unicità e la sua complessità.
Forse a livello di budget visivamente manca qualcosa in termini di effetti speciali e visivi ( comunque utilizzati in maniera parca ma incisiva) ma soprattutto di scenografie che sono abbastanza scarne ma molto più realistiche di quelle sfarzose messe in mostra nelle megaproduzioni di Oltreoceano.
Ma tutto viene compensato dal talento visivo di Garrone che utilizza magnificamente le sue locations e che lavora benissimo con il grande cast internazionale che ha a disposizione.
Ho sentito dire peste e corna di questo film, soprattutto dalla critica nostrana e il pubblico non ha risposto come ci si aspettava.
E allora forse ci meritiamo solo i cinepanettoni...


PERCHE' SI : originale, visivamente magnifico, grande cast internazionale, un nuovo modo di fare fantasy.
PERCHE' NO : arduo trovare difetti: una certa freddezza programmatica, le scenografie in certi frangenti un po' troppo spartane.


LA SEQUENZA : la regina che mangia il cuore del drago, la lotta finale con l'orco.



DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Forse il pubblico italiano non è ancora pronto.
Il fantasy è genere nobile e Garrone lo rilegge in maniera originale.
E' proprio vero : nemo propheta in patria
Spero che questo film non rappresenti una battuta d'arresto per la carriera di Garrone.


( VOTO : 8 / 10 )


 Tale of Tales (2015) on IMDb

venerdì 14 agosto 2015

Child 44 - Il bambino N.44 ( 2015 )

Nella Russia di Stalin tutto funziona alla perfezione: addirittura non esiste neanche il crimine.
L'ordine è però mantenuto in modo ferreo da una polizia durissima , l'MGB, che individua tutti i potenziali problemi per il regime, facendo sparire persone o deportandole in Siberia.
Ne fa parte l'ufficiale Demidov che , su ordine del sanguinario maggiore Kuzmin, è costretto a derubricare ad incidente il caso di un bambino orridamente seviziato e ucciso vicino alla stazione di Mosca.
Un secondo caso molto simile lo spinge ad indagare ma il maggiore, non fidandosi più di lui, lo degrada e lo spedisce in Siberia assieme alla moglie Raissa, insegnante , che lui avrebbe dovuto denunciare al regime.
Dalla Siberia scoprono che il regime staliniano ha molte più falle di quelle che avrebbero mai potuto immaginare.
E soprattutto c'è un serial killer che sta facendo strage di bambini.
Daniel Espinosa è un regista svedese (!) che si è fatto conoscere a livello internazionale col fortunato Safe House , thrilleruccio di consumo in cui spadroneggiava un cazzutissimo Denzel Washington.
Il caso ha voluto, ma forse è stato più Ridley Scott, che si ritrovasse in cabina di regia in questa coproduzione euroamericana da 50 milioni di dollari di budget che cerca di raccontare a noi neofiti ignorantelli come funzionasse la Russia di Stalin.
Non ci sarebbe nulla di male se oltre a questo volesse raccontare la storia di un pedofilo serial killer, coperto da un regime che più che voler assicurare gli assassini alla giustizia si occupa di mantenere tutto pulito e formalmente tranquillo non ammettendo neanche di trovarsi di fronte a un crimine efferato ( per forza il crimine non esiste come in una di quelle nazioni del futuro  che ci propina la fantascienza distopica).
Ah ci vuole raccontare anche delle deportazioni in Siberia e pure della storia d'amore e di paura che vivono Leo e Raissa, una coppia nata per il timore di lei di essere arrestata.
Insomma ci racconta anche il loro travaglio amoroso, lui la ama come se non ci fosse un domani facendo ragù della propria carriera e lei invece lo teme e basta, sta con lui per paura.
Ci vuole raccontare tante cose questo film di due ore e dieci abbondanti .
Ce ne vuole raccontare un po' troppe in effetti e così facendo Child 44 - Il bambino N.44 diventa un po' come quei film americani che vogliono parlare del nostro Paese partendo dalla pizza, dagli spaghetti e dal mandolino.
Dà l'impressione di essere una solenne patacca , vuol sembrare un film che racconta una Russia storicamente attendibile e invece si sofferma su particolari pleonastici che sono più di folklore che di sostanza.
Tutto sembra falso a partire da una Mosca più taroccata di una banconota da tre euro (il film è stato girato a Praga), per arrivare a una Siberia insolitamente lussureggiante .
Ora , Daniel Espinosa, benedetto figliolo: hai a disposizione la storia di un serial killer di bambini che quasi puoi citare Fritz Lang senza essere sacrilego, hai per le mani un cast della Madonna, un budget che sarebbe il sogno bagnato di qualsiasi regista e tu che fai ?
Ti metti a parlare della storia d'amore tra Leo e Raissa, della bugia su cui è fondata e di tutto il resto, compreso quanto è difficile ritrovarsi in Siberia declassata da insegnante a donna delle pulizie?
Perdonami caro, ma io voglio vedere far polpette di quel serial killer, non voglio mandare i miei testicoli in marmellata perché lei sta con lui solo per la paura.
Child 44 - Il bambino N.44 vuole un po' troppo e nulla stringe, dietro al budget milionario, oltre all'indubbia professionalità di maestranze tecniche e attoriali ( perché la confezione, luccicante, non può essere assolutamente messa in dubbio al di là del fatto che sembra ben lontana dalla verosimiglianza in tutto quel sovraccaricare i contrasti di una Russia degli anni '50 prigioniera di una dittatura sanguinaria), mostra ben poco in termini di ispirazione e di afflato artistico.
Anzi dà spesso l'impressione di essere una sorta di bignami di quella Russia per far vedere quanto fosse brutta e cattiva e di quanto fosse sbagliato il comunismo.
Tutto encomiabile, per carità, però per fare queste valutazioni abbiamo i libri di storia che ci hanno già spiegato tutto questo con dovizia di termini.
E si sa che la realtà supera sempre l'immaginazione del più fantasioso tra gli sceneggiatori.
Tra personaggi usa e getta, altri inopinatamente ignorati ( quello del serial killer ma anche quello del maggiore Kuzmin) e altri talmente finti nella loro carica melodrammatica che esondano quasi nel ridicolo involontario ( ogni riferimento alla taroccatissima Noomi Rapace nascosta sotto gli abiti di Raissa è puramente voluto), emergono le stature di Tom Hardy che sta migliorando film dopo film e di Gary Oldman, in un personaggio che purtroppo non ha lo spazio che avrebbe meritato.
E' un vero peccato : Child 44 - Il bambino N.44 aveva le potenzialità per essere un gran film , vista la materia narrativa incendiaria e invece si rivela un polpettone noioso e indigesto.
E Raissa, per piacere, fatela rimanere in Siberia.


PERCHE' SI : il budget c'è e si vede, gli attori anche, ci sarebbe anche la storia ma si preferisce raccontare altro.
PERCHE' NO : hai un serial killer pedofilo tra le mani e racconti un melodramma alla dottor Zivago. Non si fa. E tutto dà l'impressione di trovarsi di fronte a una grandissima patacca.


LA SEQUENZA :  Leo e Raissa sono prelevati dalla loro casa e messi sul treno con un biglietto di sola andata ( si fa per dire ) per la Siberia.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Non siamo solo noi che tarocchiamo ambienti e storie .
Film come questo hanno il potere di farmi innervosire.
Certo che una visione come questa è tutto tranne che estiva.
Una Siberia così lussureggiante non l'avevo mai vista.


( VOTO : 5 / 10 )

 Child 44 (2015) on IMDb

venerdì 31 luglio 2015

Ex Machina ( 2015 )

Caleb è un giovane programmatore che lavora per la ditta informatica più grande del mondo e vince la permanenza di una settimana presso la magione del mitologico capo della sua ditta, Nathan, un tipo che si barcamena tra la filosofia zen e solenni ubriacature.
Caleb scopre che è stato selezionato da Nathan per testare il suo nuovo progetto, quello di un robot umanoide con un'elevata intelligenza artificiale di nome Ava.
Caleb ha numerosi colloqui con Ava e lei lo rende edotto di rivelazioni piuttosto inquietanti a cui si aggiungono i silenzi e le omissioni di Nathan, le telecamere che li riprendono 24 ore su 24 e le numerose stanze della casa in cui è interdetto l'accesso al giovane programmatore.
L'atmosfera si fa tesa e inquietante , è evidente che Ava vuole ribellarsi al suo creatore, suo padre e padrone...
Divido empiricamente la sci fi al cinema in fantascienza fatta con soldi ed effetti speciali da una parte e quella fatta con tanto sale in zucca, idee vincenti e poco budget dall'altra.
Sempre empiricamente ( perché naturalmente ci sono le eccezioni) la prima di solito viene "fabbricata " ad Hollywood, l'altra invece nella restante parte del globo terracqueo, quella parte di pianeta che non è baciata dagli investimenti milionari degli studios.
E' con estremo piacere unito ad una buona dose di malsana curiosità che quindi accolgo prodotti sci fi che non vengono da Hollywood.
E' il caso di questo Ex Machina debutto alla regia di Alex Garland che lo ha anche scritto. , sceneggiatore di razza già visto all'opera in film molto interessanti come Sunshine, 28 giorni dopo e il super cult Non lasciarmi.
Insomma un pedigree artistico di tutto rispetto che cattura subito la mia attenzione e aumenta le aspettative.
Come descrivere Ex Machina?
Per definirlo in due parole potrei dire che si tratta di un Frankenstein post moderno.
Abbiamo lo scienziato pazzo che gioca con l'origine della vita, con circuiti elettrici chiusi che vengono percorsi da quel fremito, da qull'energia primordiale che si trasforma quasi per incanto in afflato vitale, c'è un giovane ingenuo ma neanche tanto che si trova in mezzo tra il creatore e la sua creatura,e c'è Ava , il robot, l'umanoide con i circuiti a vista , che rivela segreti inconfessabili a Caleb, confondendolo ulteriormente.
Il tutto incastonato in un'atmosfera stile Grande Fratello con telecamere infingarde che riprendono tutto, ma proprio tutto e da varie angolazioni.
Fino a pochi minuti dalla fine, Ex Machina è una guerra di posizione in trincea, combattuta con le parole in cui la tecnologia pare l'unico verbo attendibile mentre la percezione è la più  ingannevole delle cose .
La tematica del creatore che si crede il Dio della situazione è lì in bella vista ,così come quella della creatura autonoma , talmente emancipata che cerca di ribellarsi al suo creatore in barba a tutte le leggi asimoviane.
Un robot che diventa un replicante, consapevole di esserlo e che si gioca tutte le sue carte per ottenere quel vivere che Nathan gli negherebbe.
E che arriva a fare di tutto per cercare di vivere una sua vita.
Se tante volte il cinema racconta l'insopprimibile male di vivere, stavolta Garland, come era successo anche in Non lasciarmi, narra della volontà di respirare quel soffio vitale fino in fondo, di quella linea sempre più sottile tra vita biologica e vita artificiale.
E lo fa benissimo con un film intenso e rarefatto allo stesso tempo, capace di prendersi tutto il suo tempo senza isterie e accelerazioni da blockbuster, forte di un'intelaiatura visiva di grande impatto, sia per quanto riguarda gli esterni ( rari) in locations dove la natura selvaggia è padrona assoluta della scena, sia per gli interni di una casa dall'architettura modernissima e dall'arredamento minimal che aggiunge angoscia al vago senso di inquietudine che accompagna Caleb fin dall'inizio.
Angoscia che ha la sua ragione di esistere e che deflagrerà in un finale bello e terribile.


PERCHE' SI : produzione inglese con budget modesto rispetto agli standard hollywoodiani ( 15 milioni di euro) ma di grande livello visivo e sostanziale, fantascienza umanista e intelligente che snocciola intelligenza invece di effetti speciali.
PERCHE' NO : astenersi blockbustivori hollywoodiani, molti dialoghi e un ritmo piuttosto compassato.


LA SEQUENZA : Ava si "veste " da umana.



DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Nella vecchia Europa c'è sempre spazio per gioiellini come questo.
Domnhall Gleeson è sempre meno figlio di papà e sempre più attore convincente.
Alicia Vikander e Sonoya Mizuno sono due bellezze .
Ci sarà sempre spazio nel mio cuore per film come questo.


( VOTO  : 7,5  / 10 )


Ex Machina (2015) on IMDb

mercoledì 15 luglio 2015

Big Game - Caccia al presidente ( 2014 )

Nei boschi della Lapponia, Oskari che sta per compiere tredici anni è alle prese con la prova che testimonierà il suo ingresso nel mondo degli uomini: la caccia al cervo , armato solo di arco e di frecce.
E se la deve cavare tutto da solo.
Intanto nel cielo lappone sfreccia l'Air Force One, l'aereo del presidente degli Stati Uniti che è sotto attacco da parte di un gruppo di terroristi. Il presidente viene messo in salvo attraverso una specie di capsula di salvataggio che lo fa atterrare in mezzo ai boschi e si deve guardare dai terroristi che lo stanno cercando.
L'unico che può aiutarlo è Oskari. 
Riuscirà la strana coppia a sopravvivere all'attacco terroristico?
L'idea alla base di questo film era perlomeno intrigante : prendi un regista che più finlandese non si può , dallo stile trasversale e legato fortemente alle proprie radici, ovvero Jalmari Helander ( già visto  all'opera in Trasporto eccezionale), dagli due soldini , in questo caso 8 milioni e mezzo di euro, affiancagli un gruppo di attori americani per dare una patina internazionale alla tua produzione, e realizza un qualcosa che unisca al meglio queste due anime così diverse e contrastanti.
Il risultato dovrebbe essere assicurato, almeno sulla carta.
Purtroppo non è così : Big Game - Caccia al presidente è un film in cui queste due anime non sono mai unite al meglio in un effetto sinergico, anzi spesso sembrano collidere l'una con l'altra in una narrazione che procede col freno a mano tirato ( in meno di novanta minuti riesce ad affiorare anche un po' di noia ) e a compartimenti stagni raccontando per lunghi tratti in alternativa le due storie.
Da una parte il percorso formativo di Oskari, tredicenne con la voglia matta di dimostrare al padre che può calcare le sue orme e che è degno erede della sua fama di cacciatore ( le intenzioni del ragazzo sono buone, il risultato forse un po' meno ), dall'altra la storia di un Presidente americano, color nero Obama, ben lontano dallo stereotipo incarnato da Harrison Ford in Air Force One o dal Bill Pullman di Indipendence day, uomini che non esitano un attimo quando si tratta di passare all'azione, ma un uomo ai limiti del pusillanime, che non sa picchiare ( cavolo, ma sei nero, mai avuto un'infanzia gangsta a suon di mazzate dietro le orecchie?), anzi che non fa altro che prenderne per tutto il film.
Quanto è più interessante il percorso di Oskari , tanto è poco originale la storia del Presidente e dei terroristi cattivoni che vogliono rapirlo.
E quello che doveva essere il punto di forza, anche commerciale, di un film dal budget importante per essere europeo, si rivela paradossalmente il suo limite, perché si saltabecca da una storia all'altra senza il minimo costrutto aspettando un rendez vous che non tarda ad arrivare e che avviene in modi assai convenzionali per non dire già visti.
Anche il fattore fiabesco dell'incontro tra un bambino come tanti e l'uomo più potente del mondo è disinnescato , quasi maltrattato, della serie ci conosciamo ma ognuno rimane nel suo, soprattutto è Oskari che prende la guida di tutto.
E' piacevole l'effetto nostalgia che provoca, il suo continuo strizzare l'occhio ( ma che c'avrai dentro quest'occhio?) a certo cinema action degli anni '80 e '90, fracassone e rocambolesco assai lontano dal concetto di verosimiglianza,  encomiabile anche il non prendersi troppo sul serio , ma l'impressione è che questo Big Game - Caccia al presidente, sia solo un film arrivato irrimediabilmente fuori tempo massimo.
Ed è un vero peccato perché le premesse per qualcosa di buono c'erano tutte.


PERCHE' SI . idea di base intrigante, bella ambientazione boschiva e montana, effetto nostalgia, ironia e autoironia.
PERCHE' NO  : le due anime del film non lavorano in sinergia, il racconto dell'attacco al presidente è già visto e rivisto, sembra un film arrivato fuori tempo massimo.


LA SEQUENZA : l'incontro tra Oskari e il presidente e il mettere subito in chiaro chi comanda.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Il budget è importante per fare del buon cinema ma non è fondamentale.
Ad Helander hanno fatto male tutti questi soldini.
Gli americani non riescono mai a rinunciare a una buona dose di retorica nazionalista.
A volte le buone idee non bastano per sorreggere un film.


( VOTO : 5 / 10 )


 Big Game (2014) on IMDb

venerdì 10 luglio 2015

The Gunman ( 2015 )

Terrier lavora in Congo con mansioni non meglio specificate nel campo del volontariato per stare vicino alla sua fidanzata che è un medico. In realtà fa parte di un team affiliato ai servizi segreti che ha il compito di uccidere il Ministro delle Risorse Minerarie e provocare una guerra civile per rovesciare il governo in carica.
E' proprio Terrier il cecchino designato, compie la sua missione omicida ed è costretto a fuggire e a vivere sotto copertura per molti anni.
Quando torna in Congo per lavorare in un'organizzazione no profit ed è fatto bersaglio del tentativo di omicidio da parte di un gruppo di mercenari locali, è costretto a tornare in Europa per fare chiarezza sul suo passato e per scoprire chi lo vuole morto.
E incontra di nuovo la sua ex fidanzata....
Non vorrei che Sean Penn abbia visto la svolta action senile di Liam Neeson e abbia provato invidia raffazzonando un film come questo.
Il sospetto c'è : Sean, anni 55 ad agosto e palestrato il giusto , prende un romanzo , ne scrive la sceneggiatura assieme a Pete Travis e Don MacPherson, si ritaglia anche un ruolo da produttore oltre che da protagonista assoluto, assolda il muscolare Pierre Morel, virgulto formato da Luc Besson e regista non a caso del primo Taken , cioè il film che ha sancito la svolta action del suddetto Liam Neeson  e si costruisce un film su misura contornandosi di comprimari di lusso che decidono di stare nel suo cono d'ombra ( tipo Bardem, Winstone e Idris Elba).
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: The Gunman è un action rozzo e registicamente volgare, uno di quei film nati già vecchi in partenza e che arrivano fuori tempo massimo, un veicolo promozionale per il trainer di un Sean Penn ( addominali a tartaruga come se non ci fosse un domani che vedete immortalati poco più in basso) che lascia in un cassetto la tecnica in favore dell'azione dura e cruda e delle sequenze adrenaliniche giocate sul filo della tensione.
Che, detto tra noi, non ci sono , roba vecchia e ammuffita anche quella così come la svolta nella seconda parte del film, l'attesissimo colpo di scena che lo spettatore più smaliziato ha intuito già una buona oretta prima.
In questo sfacelo non si salvano neanche i comprimari di cui sopra con un Bardem oscenamente sopra le righe, un Winstone in un personaggio che più incolore non si puà e un Elba che con la sua fissità da merluzzo del Nord Atlantico fa rimpiangere assai i suoi ( bei ) trascorsi televisivi.
In mezzo al bailamme c'è spazio anche per la divetta nostrana Jasmine Trinca che conta come il due di coppe quando briscola è spade e sfodera un autodoppiaggio da denuncia penale, un po' come tutti i nostri conterranei impegnati all'estero, in quelle rare occasioni che vengono ingaggiati.
Il sospetto è che Sean Penn voglia quasi esorcizzare la vecchiaia che avanza.
Sapevo che prima o poi sarebbe arrivata l'ora ma vien quasi voglia di rivalutare in toto gli action girati con stile videoclipparo dal compianto Tony Scott, tanti vituperati al momento in cui uscirono ma di levatura sicuramente superiore rispetto a tutta l'immondizia action che tappezza i manifesti del cinema al cinema.
Peccato per la tematica importante ( lo sfruttamento dei Paesi più poveri da parte dei più ricchi) che viene buttata alle ortiche in un film senza capo nè coda, con una sceneggiatura che ha più buchi di una forma di groviera.
Sean, caro, non è appagante neanche parlare male di te.
Anche perché tu quando vai a casa trovi  Charlize Theron che ti aspetta tra le lenzuola e noi che ti critichiamo stiamo qua con un bel palmo di naso....


PERCHE' SI : il cast ha nomi altisonanti e nulla altro, qualche sequenza action girata e montata come il dio del cinema comanda.
PERCHE' NO : film fuori tempo massimo, costruito su un divo che sta invecchiando con un cast che decide di stare nel suo cono d'ombra, Jasmine Trinca si autodoppia penosamente e Bardem recita oscenamente sopra le righe.


LA SEQUENZA : il duello finale alla Plaza de toros durante una corrida.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Mai visto Sean Penn così palestrato, anzi....
Può darsi che stare con una come Charlize Theron ti faccia venire l'ansia da prestazione.
Chi sarà il prossimo attore con un curriculum serio ( tipo due Oscar come Penn) che opterà per la svolta action in vecchiaia?
Perché Pierre Morel continua a girare film che sembrano fatti con lo stampino?


( VOTO : 3 / 10 )


 The Gunman (2015) on IMDb

giovedì 11 giugno 2015

Fury ( 2014 )

Germania 1945 : la guerra è finita, Hitler si è arreso ma gli americani in suolo tedesco trovano comunque sacche di resistenza violente e inaspettate.Il sergente Don Collier ( nome di battaglia Wardaddy e lui di battaglie ne ha fatte tante portandone ancora i segni sul corpo e sull'anima) assieme al suo variegato manipolo di uomini, equipaggio di un carro armato Sherman prendono a bordo con loro un nuovo tiratore, Norman Ellison, un ragazzino al battesimo del fuoco che ha molti problemi nell'accettare la guerra e la logica dell'uccidere per non essere uccisi.
Hanno un'ultima missione da compiere contro un manipolo di poche centinaia di soldati tedeschi in ritirata. Ma le cose non sono facili come sembrano, anzi man mano la missione diventa più difficile se non impossibile.
Arriva finalmente da noi, forte di un notevole battage pubblicitario e di frasi ad effetto sulla locandina veramente impegnative ( "il miglior film di guerra degli ultimi 30 anni"), il nuovo film di David Ayer, una carriera registica sulle montagne russe, sforzo produttivo da circa 70 m
ilioni di dollari di budget fortemente voluto da Brad Pitt che qui interpreta il ruolo di Wardaddy.
Ecco, la frase di lancio nel manifesto pubblicitario la lasciamo perdere , ma occorre ammettere che Fury è un film che il suo sporco lavoro lo completa.
Spoglio di tutta la retorica filoamericana che ammanta tanti altri film del genere  Ayer cerca di narrare due storie in una : la vita ( e la morte ) in un carro armato strumento di distruzione che può arrivare a essere trappola mortale e tutto quello che succede fuori di esso.
Più che alle battaglie , ripulite di tutti i particolati coreografici che fanno spettacolo, intrise di realismo che arriva a essere anche molto fastidioso per come ti si appiccica addosso , che non occupano un minutaggio eccessivo in un film che arriva quasi alle soglie dei 135 minuti, ad Ayer sembra interessare il dietro le quinte, sembra attratto dai momenti di stanca, di sosta tra un trasferimento all'altro, tra un'azione e l'altra, momenti in cui vengono fuori gli uomini e non le impassibili macchine di morte votate all'estremo sacrificio che sono protagoniste dei rastrellamenti e delle scaramucce con le ultime resistenze tedesche, oramai cani sciolti allo sbando e proprio per questo assai più pericolosi per la loro imprevedibilità.
Il fulcro del film, il cardine attorno al quale ruota tutto è il rapporto tra Wardaddy e il giovane Norman a cui il sergente ha la pretesa di insegnare come si fa la guerra.
Potrebbero essere padre e figlio ma sono troppo diversi, Don Collier è un uomo rotto a tutte le esperienze che ha perso la pietà umana da qualche parte nelle campagne di guerra precedenti, cosa che sta cercando di far perdere anche al giovane Norman, idealista  ma di quell'idealismo che rischia ogni minuto di lasciarti lì sul campo di battaglia, ucciso da un nemico che non ha avuto i suoi stessi scrupoli.
Se scenograficamente Ayer cita da vicino il realismo conclamato di Salvate il soldato Ryan, il suo sguardo cinematograficamente parlando si situa ancora più indietro, a Fuller, uno dei grandi registi americani del genere, ma anche a Aldrich ( i personaggi che popolano Fury potrebbero benissimo appartenere a Quella sporca dozzina ma anche al bellissimo e misconosciuto Non è tempo di eroi) e al Peckinpah feroce e sardonico de La croce di ferro.
E quel cannone con scritto Fury è un perfetto contrappunto all'elmetto con la dicitura Born to Kill nel Vietnam fortemente stilizzato di Kubrick nel suo Full Metal Jacket.
Stilizzazione di cui si nutre anche Ayer in un finale che si svolge in un non luogo, dal cromatismo irreale che colora tutto di dimensione metaforica più che verosimile.
Eccellente il lavoro sugli e degli attori con un Pitt acconciato da bastardo inglorioso che convince in un personaggio eccessivo eppure sempre controllato.
Buon prodotto di genere , Fury è ben lontano dall'essere quel capolavoro tanto strombazzato da critici entusiasti stavolta a sproposito.
Tecnicamente impressionante gli manca però quel briciolo di personalità che lo farebbe arrivare al rango di piccolo cult di genere.


PERCHE' SI : tecnicamente impressionante, Brad Pitt e il resto del cast, realistico e spoglio di retorica.
PERCHE' NO : ipercitazionista gli manca quel briciolo di personalità in più per emergere , forse andava asciugato qua e là.


LA SEQUENZA :  la prima lezione di guerra di Wardaddy a Norman con il soldato tedesco appena preso prigioniero.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Ad Ayer manca sempre quel bruscolino per far quadrare il cerchio.
I film di guerra non sono la mia cup of tea nonostante mio padre mi sottopose a una cura energica di war movies e di western quando ero adolescente.
Brad Pitt 51 anni abbondanti e non sentirli.
Shia LaBeouf pur armato di baffoni che cercano di invecchiarlo, ha sempre la stessa faccia da pirla.


( VOTO : 7 / 10 )


 Fury (2014) on IMDb

mercoledì 10 giugno 2015

Calvario ( 2014 )

Padre James è il parroco di un piccolo paese irlandese e nel confessionale viene minacciato di morte da uno dei suoi fedeli: gli ha promesso che lo ucciderà la domenica successiva sulla spiaggia perché quando era bambino era stato violentato da un prete e , siccome il colpevole era morto, si sarebbe vendicato uccidendo Padre James perché è un buon prete e gli serve una vittima innocente come era lui quando subì le violenze.
Il parroco ha riconosciuto di chi è la voce e la sua settimana viene scandita di continui incontri in cui si scopre una comunità stracolma di problemi di ogni tipo e stranezze assortite, a partire dallo stesso James, una volta sposato, con una figlia Fiona che manifesta apertamente tendenze suicide, e in passato con  un amore smodato per la bottiglia che in passato gli ha creato molti problemi dopo la perdita dell'amata moglie.
Eppure la domenica mattina successiva , Padre James è lì sulla spiaggia ad attendere il suo destino...
Calvario è l'opera seconda di John Michael McDonagh, che lo ha anche scritto, che segue di tre anni il suo debutto nel lungometraggio, The Guard ( tradotto vergognosamente in italiano, Un poliziotto da happy hour, di cui se volete abbiamo parlato qui ) , fratello di quel Martin McDonagh che ci ha regalato gioiellini come In Bruges e 7 Psicopatici.
Abbiamo ancora Irlanda, ancora una piccola comunità ricca di mostri metaforici e reali da scandagliare nel profondo e soprattutto abbiamo ancora Brendan Gleeson, attore enorme che più va avanti con gli anni e più migliora come il buon vino.
Qui è nella parte di Padre James , prete cattolico molto sui generis, una volta sposato , che è il pastore di una comunità allucinata e sbandata almeno quanto lui lo era una vita prima.
Tra milionari che hanno fatto soldi illegalmente e ora li vogliono donare alla Chiesa senza un reale pentimento alle spalle, poliziotti con strane tendenze sessuali ( e non perchè gay ), donne con amanti e mariti maneschi, James è una sorta di recipiente in cui tutti cercano di stipare il proprio male di vivere .
E il nostro James la prende bene ma non benissimo travagliato dal voler combattere un destino che oramai gli sembra segnato e un fatalismo che lo attanaglia e lo condiziona in tutti i suoi gesti.
La scrittuta di John Michael McDonagh è acida , velenosa, l'umorismo è lunare, spesso la mascella si contrare non in un qualcosa che assomiglia a un sorriso ma più a una risata sardonica , a denti strettissimi.
La sua penna intinta nel curaro ne ha per tutti a partire dalle istituzioni, diciamo come minimo inadeguate alle loro funzioni, ma gli strali più avvelenati sono per la Chiesa,
In qualche frangente tutto questo veleno rischia di corrodere l'intelaiatura del film che a dir la verità manca di un vero e proprio crescendo drammaturgico procedendo attraverso i variegati, al limite del grottesco, incontri  di cui è protagonista Padre James.
Fino alla sortita domenicale sulla spiaggia dove invece si raggiunge un climax emotivo di intensità rara e che lascia totalmente annichiliti.
Ottima la scelta di non rivelare allo spettatore l'autore della terribile minaccia nei confronti del protagonista ( lui invece sa benissimo chi è, ha riconosciuto la sua voce) : dà il senso del titolo, il calvario, inteso come percorso intenso e doloroso, di James alla ricerca delle radici della sua fede perché  si evince che il rapporto con il suo Dio non è così cristallino ma colmo di dubbi e incertezze, per arrivare alla catarsi definitiva.
L'atmosfera incantata del piccolo paese nel sud dell'Irlanda per una volta non si ammanta di fiabesco ma solo di una bruma infingarda che ti entra fin dentro le ossa, siamo lontani dai paesaggi da cartolina.
O meglio la regia si apre talvolta a questi scorci ma la narrazione volutamente rarefatta nel suo essere compassata fa vedere tutto con occhi diversi.
Consapevoli della tragedia che cova sotto la cenere di una comunità che vive di segreti e menzogne, piccole o grandi che siano.
E Padre James fà comunque la figura del gigante in un mondo di nani e ballerine.


PERCHE' SI : c'è l'Irlanda , c'è Brendan Gleeson, film che fa riflettere anche dopo i titoli di coda, scrittura acida e velenosa.
PERCHE' NO : a volte il veleno contro la Chiesa rischia di corrodere l'impianto del film, ritmo compassato che scoraggerà qualcuno, manca di vera e propria crescita drammaturgica.


LA SEQUENZA :  la domenica di James sulla spiaggia in attesa di quello che il destino ha stabilito per lui.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

L'Irlanda non è solo sfondi da cartolina.
Trattando certi temi non mi stupisce che in Italia sia circolato con il contagocce, poco e male.
Gleeson più va avanti e più amplia la sua gamma espressiva.
Mi piacciono film che alla fine ti lasciano domande e non ti danno risposte.


( VOTO : 7,5 / 10 )


Calvary (2014) on IMDb

venerdì 5 giugno 2015

Survivor ( 2015 )

Kate Abbott è una dipendente del Dipartimento di Stato Americano di stanza a Londra e si occupa di antiterrorismo, un lavoro che spesso la mette in rotta di collisione con altri colleghi.
Quando un attentato terroristico distrugge la sua sede di lavoro provocando molte vittime lei si trova ad essere accusata di crimini che non ha commesso e suo malgrado è costretta a fuggire.
Da una parte la insegue l'FBI, dall'altra lo spietato killer responsabile di tutto, chiamato l'Orologiaio, la cui missione è eliminare tutti i possibili testimoni.
Vedere un film come questo Survivor, titolo superinflazionato, regia di James Mc Teigue, ex stimatissimo direttore di seconde unità  che aveva cominciato la carriera con ben altri auspici ed ambizioni dirigendo il pamphlet fantapolitico V per Vendetta, è come aprire il frigorifero e trovare una busta di latte scaduta da chissà quanto tempo.
Bella, acida, giallognola, con tutti quegli sfilaccetti condensati che danno l'esatta misura del suo invecchiamento.
Survivor è un film nato vecchio ( non stupisce affatto che lo script sia di una decina di anni fa), una spy story che guarda al passato in maniera compulsiva, quasi patetica nella sua impossibilità di tirar fuori conigli dal cilindro, o almeno nuove idee.
E che cosa cita il buon James McTeigue?
Un filmettino così,una caccoletta come  I tre giorni del condor, una pellicola che ha segnato profondamente un'epoca fatta di guerra fredda e cospirazionismo ad alti livelli, e la vita cinefila di tanti appassionati, me compreso che quel film l'avrò visto un trilione di volte e di cui conservo gelosamente sia un dvd che una vecchissima VHS.
E un fan come me del favoloso film di Pollack non può far altro che prendere male, se non malissimo un film come questo che si permette di citare in maniera piuttosto pedante ( ma suppongo che sia affetto) la sequenza del post attentato con Milla Jovovich che , confusa cerca di capire che cosa è successo ed è bersaglio delle mire di un killer misterioso che la costringe a fuggire.
Esattamente come il Robert Redford di quella magica esperienza cinematografica, attore a cui probabilmente la cara Milla , che peraltro apprezzo nel suo essere molto "action" per essere un 'attrice, non è degna neanche di allacciare gli scarpini, troppo il divario in campo.
Così come fa macchia il killer impersonato da un redivivo Pierce Briosnan che si presenta bene nella sequenza della bomba con quella faccia quasi a simulare un orgasmo per la buona riuscita dell'attentato ma poi carica la sua gestualità di una prosopopea caricaturale assolutamente inutile e ingiustificata che rende la figura del suo Orologiaio più ridicola che paurosa.
A differenza del Max von Sydow del film di Pollack che faceva correre brividi veri lungo la schiena.
Survivor è una spy story che privilegia l'intrigo e la ricerca della tensione rispetto alle sequenze fracassone made in Hollywood arrivando quasi a essere una pallida imitazione di una brutta serie BBC, ammesso e non concesso che esistano delle brutte serie televisive targate BBC.
Film brutto e che fallisce anche sotto il profilo della verosimiglianza visto che un'impiegatuccia qualsiasi riesce a sfuggire varie volte al killer più pagato e più letale presente su piazza e che ricercata dalle polizie di mezzo mondo occidentale,usi tranquillamente la carta di credito mentre i suoi colleghi americani brancolano nel buio per quanto riguarda la sua localizzazione e  riesca soprattutto a muoversi in aereo facendosi anche una bella trasvolata oceanica in barba all'Intelligence statunitense e ai tanto sbandierati sistemi di sicurezza post 11 settembre, un altro dei fantasmi che aleggia pesantemente su questa pellicola.
Insomma un po' troppa roba per non destare l'attenzione.
Perché non è che qui facciamo i ragionieri per stabilire se le varie cose che accadono siano verosimili o meno , ma quando è tutto pacchianamente campato in aria come succede qui ( vogliamo parlare anche della sequenza in cui il killer si butta giù per la tromba delle scale di un palazzo attaccato a un cavo e sparando contro la povera malcapitata  mancandola praticamente da pochi centimetri?) allora cominci a farci caso.
E quando ti soffermi su questi dettagli vuol dire che il film ha poco o nulla da offrirti.
Come in questo caso.


PERCHE' SI : il cast è nutrito ma utilizzato male, la confezione è accurata
PERCHE' NO : fa macchia l'Orologiaio di Pierce Brosnan, film nato praticamente già vecchio, troppi rimandi a una leggenda del cinema come I tre giorni del condor, verosimiglianza mandata a donnine allegre in più di un'occasione.


LA SEQUENZA : quella appena dopo l'attentato con la Jovovich che si muove smarrita in uno scenario che all'inizio sembra quasi post atomico.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Brosnan fisicamente sta invecchiando bene ma non è adatto a sovraccaricare così la figura dell'Orologiaio.
La Jovovich è una delle poche attrici che vedo adatta al cinema action.
Mi piacciono le spy stories ma non vecchie e ammuffite come questa.
Dopo V per Vendetta mi sarei aspettato una carriera di ben altro spessore da James Mc Teigue.


( VOTO : 4,5 / 10 )


Survivor (2015) on IMDb