I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.
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domenica 31 maggio 2015

Storie pazzesche ( 2014 )

Film argentino ad episodi, sei per la precisione: il misterioso signor Pasternak ha riunito tutti coloro che lo hanno conosciuto e in qualche modo danneggiato su un aereo e lo fa schiantare sull'ospizio dove vivono i suoi genitori all'origine di tutti i suoi problemi, un usuraio si ferma in un ristorante dove viene riconosciuto dalla cameriera a cui ha rubato un sacco di soldi e la cuoca lo vuole avvelenare facendo finire tutto a coltellate, due uomini su una strada poco trafficata daranno origine a un duello rusticano per un semplice sgarbo automobilistico e finirà male per entrambi, un esperto di demolizioni a cui i vigili urbani fanno sempre rimuovere la macchina in divieto di sosta dopo aver perso moglie e lavoro per via della sua protesta dai vigili ( spaccando un vetro con un estintore, storia poi andata su tutti i giornali), decide per l'ultima volta di farsi rimuovere l'auto ma la lascia con un bel carico di esplosivo nel bagagliaio. Esplode nel deposito senza fare vittime e lui diventa un eroe popolare.
Il rampollo di una ricco famiglia investe e uccide una donna incinta. Il padre d'accordo con l'avvocato propone al giardiniere di assumersi la colpa in cambio di denaro e arriva anche a corrompere il procuratore che si era accorto che non poteva essere stato il giardiniere.Sfiorata la crisi perché il padre si accorge che procuratore, avvocato e giardiniere vogliono solo spillargli soldi e il ragazzo vuole assolutamente confessare, alla fine il giardiniere viene portato via in manette ma il marito della donna uccisa lo affronta e lo uccide a martellate.
Infine a una favolosa festa di matrimonio la sposa si accorge che il neomarito ha un 'amante presente al pranzo e tenta il suicidio, viene convinta a non farlo dal cuoco con cui poi fa sesso e viene scoperta dal marito a cui promette una vita matrimoniale futura fatta di tradimenti e umiliazioni.
Ma poi la passione prevale.

Storie pazzesche ( ma anche qui il titolista italiano è stato diabolico nel modificare il titolo che originariamente suona come Storie selvagge, come anche da titolo internazionale e il cambio di aggettivo è importante sostanzialmente perché come si vede dai titoli di testa gli umani sono equiparati senza mezzi termini ad animali selvaggi, sia prede che predatori) , film scritto e diretto da Damian Szifron è il film che ha concorso all'ultima notte degli Oscar per l'Argentina.
Prodotto da Pedro Almodovar da una parte ne mutua il gusto per l'eccesso e per il grottesco soprattutto dei suoi primi film, dall'altra recupera con un certo gusto e un impronta decisamente più autoriale la vecchia tradizione della commedia ad episodi che ha caratterizzato un lungo periodo del cinema italiano.
Dicevamo con maggiore impronta autoriale, una tendenza che si accentua con il passare dei minuti in cui si rende molto più evidente l'interesse per la forma che non per la sostanza.
Gli episodi diventano man mano più lunghi e si ha la sensazione che non abbiano tutto il fiato necessario per mantenere alta l'attenzione dello spettatore ( e questo vale soprattutto per l'ultimo episodio che a conti fatti è il peggiore).
Fulminante l'incipit con Pasternak, un pugno di minuti prima dei titoli di testa che si presenta come un manifesto programmatico di tutto il film , una scheggia velocissima di folliadi commedia nera al vetriolo e di grottesco che non dà quasi il tempo di accorgersi di quello che sta accadendo.
Bello anche l'episodio con Ricardo Darin versione Unabomber in cui si abbandona per un attimo il tono grottesco per fornire un quadro abbastanza realistico della situazione sociale argentina, come minimo complessa, dai rapporti personali ai rapporti con le istituzioni cieche e sorde alle istanze dei cittadini e sono interessanti anche i due episodi più "tarantinati", quello dell'usuraio e quello del
duello all'ultimo sangue tra i due automobilisti, entrambi ambientati in una dimensione quasi astratta ( una tavola calda senza clienti il primo, una strada senza traffico il secondo in mezzo a un paesaggio quasi desertico per quanto secco e brullo) efficaci proprio per il loro gusto per l'eccesso e il loro non arretrare di fronte a nulla.
Mostrano alla perfezione quell'equivalenza tra uomini e animali selvaggi vista nei titoli di testa, i protagonisti di entrambi gli episodi soccombono ben presto ai propri istinti ferini perdendo progressivamente la propria umanità intesa come capacità di ragionamento di fronte a quello che sta accadendo. Nei due episodi succitati invece prevale l'istinto di vendetta, costi quel che costi.
Un po' troppo apologo contro la grettezza umana l'episodio del ragazzo che investe la donna incinta e poi scappa: ci esce quasi la situazione comica vedendo soprattutto come sono caratterizzati il personaggio dell'avvocato e del giardiniere ma c'è poco da ridere. Storie come questa ce ne sono state e continueranno a esserci finché esisteranno disparità sociali così accentuate.
Finale sensazionalistico e un po' troppo semplicistico che risolve un episodio in cui si sottolinea pedantemente il ruolo del denaro nella società contemporanea.
Peccato per l'ultimo episodio, il più lungo, il più ambizioso ma anche il meno riuscito nonostante l'occasione fosse ghiotta.
Cinema e matrimoni si accoppiano benissimo e hanno dato esiti memorabili da Altman fino a Vinterberg passando per tanto cinema di ogni genere ( dalla commedia slapstick a quella con dosi generose di veleno fino ad arrivare al dramma).
Qui si esagera forse con il veleno e si accentua un po' troppo il tono grottesco di tutta l'operazione.
Se fosse durato alcuni minuti meno sarebbe stato molto più efficace.
Nel complesso Storie pazzesche funziona a corrente alternata ( ma credo che sia abbastanza normale in un film ad episodi) e si rivela un po' troppo lungo per tenere desta l'attenzione fino alla fine.
Peccato anche per la disposizione degli episodi che non aiuta di certo: il film spara le sue cartucce migliori all'inizio , diciamo fino all'episodio che vede protagonista Ricardo Darin, attore sempre sublime.
Poi il declino inarrestabile.
Comunque un film che vale la visione anche se non mi sembra di aver assistito a tutto questo capolavoro come ho letto da altre parti.


PERCHE' SI : film a episodi, Ricardo Darin, impronta autoriale su una commedia che avrebbe potuto essere molto più becera
PERCHE' NO : , qualche sforbiciata avrebbe giovato, sbagliata la disposizione degli episodi ( i migliori sono tutti all'inizio), più aumenta l'ambizione più diminuisce la qualità ( si veda l'episodio finale)


LA SEQUENZA : più che una sequenza sola un intero episodio, peraltro brevissimo: Pasternak piazzato strategicamente prima dei titoli di testa.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

da questo film e non solo ho capito che la scena cinematografica argentina ci può regalare sempre delle grandi perle.
Ricardo Darin è attore sempre sublime.
In fondo Argentina e Italia non sono così differenti.
Le corna non hanno nazionalità.


( VOTO : 7 / 10 )

 Wild Tales (2014) on IMDb

lunedì 22 dicembre 2014

Tusk ( 2014 )

Wallace e Teddy sono due podcaster che guardano video virali su internet e li commentano salacemente. In particolare si fissano su un ragazzo canadese che giocando con una katana si è amputato la gamba sinistra.
Wallace parte per il Canada per intervistarlo anche contro le istanze di Teddy e della sua ragazza Ally, ma scopre con suo grande disappunto che il ragazzo si è suicidato.
Disperato per non avere nessuna intervista da mandare per il suo podcast si fa attrarre dall'annuncio trovato in un bar di un uomo, Howard Howe,  che racconta storie strane e meravigliose.
Lo trova e costui gli racconta di come in un naufragio fosse diventato amico di un tricheco e che considerasse i trichechi migliori delle persone.
Wallace non lo sa ma il tizio vuol fare di lui il suo miglior amico: un tricheco.
Drogato si sveglia con una gamba amputata.
Ed è solo l'inizio.
Intanto Ally e Teddy partono alla sua ricerca...
Adoro Kevin Smith che ha diretto uno dei film fondamentali della mia formazione cinefila , Clerks e ho adorato follemente anche uno dei suoi ultimi film cazzoni, quel Zack and Miri make a porno che era una vera e propria fucina di situazioni esilaranti al limite del collasso.
Mi è piaciuto anche quando ha cambiato improvvisamente genere con un thriller che sconfinava nell'horror come Red State in cui comunque veniva sempre fuori la sua vena cinematografica iconoclasta tesa a frullare i vari generi ponendosi lateralmente ad essi.
E la specialità in cui Smith mostra tutto il suo talento è il grottesco.
Cosa che cerca di fare anche in questo Tusk: a parte qualche battuta sui canadesi che alle nostre latitudini non fa neanche tanto ridere, a parte la presenza di un Johnny Depp sotto mentite spoglie nei panni di un poliziotto strafumato e strabevuto, a parte lo spunto horror che da una parte rifà il verso a The Human Centipede e dall'altro a un più classico torture porn, è evidente che Kevin Smith cerca di raccontare altro nel suo cinema, le sue ossessioni sono raccontate nelle chiacchiere da bar stralunate ed eccessive che prendono il sopravvento in un film che invece di evocare orrore, evoca solo un po' di disgusto.
Di ribrezzo e di pena nel vedere la trasformazione ( grottesca) di un uomo in un tricheco, dopo aver sentito le parole di Howard Howe , interpretato da Michael Parks( lui sì che mette i brividi addosso) che si chiede solennemente col suo modo di dire affettato e compìto se un uomo dentro abbia un cuore di tricheco.
Ma forse a Kevin Smith non interessano neanche le reazioni del pubblico: lui va per la sua strada, si chiacchiera allegramente del più e del meno, di massimi sistemi e minimi comuni denominatori, si respira insomma la solita aria da film di Kevin Smith, a sparlare su tutto e su tutti ridendosi addosso e ridendo degli altri.
Ma il gioco riesce meno che in altre occasioni perchè Smith vuole dotare questo meccanismo di una sovrastruttura che invece appesantisce il film e lo fa crollare miseramente sotto il proprio peso.
Qui riveste il tutto con un bel vestitino horror tendente al grottesco : il problema è proprio questo vestitino horror che è ancora più sgangherato di tutte le chiacchiere messe in croce incollate per l'ora precedente.
L'apparizione del tricheco umano è poi gestita malissimo perché non si crea nessun climax per renderla più importante ai fini della narrazione.
E' la sequenza clou del film eppure è buttata malamente alle ortiche.
Per non parlare del finale che irrita e anche parecchio.
A vedere Tusk sembra che il cinema di Kevin Smith sia arrivato al punto di non ritorno ( per rispetto non vorrei chiamarlo capolinea): fastidiosamente autoreferenziale, sgargiante nei colori ( perché la fotografia è comunque valida) ma grigio in tutto il resto, compiaciuto e irritante nel suo voler essere grottesco a tutti i costi.
E l'uomo tricheco è veramente brutto, realizzato male, con lattice a vista  degno del peggior Z movie.
Che magari sarà il prossimo film che girerà il nostro.
E' abituato a non fermarsi davanti a nulla...

PERCHE' SI : la fotografia calda e avvolgente, Michael Parks nella parte di Howe fa venire i brividi, il cameo di Johnny Depp
PERCHE' NO : battute sui canadesi stupide , chiacchiere che non portano a nulla, sequenza clou del film gestita in maniera pedestre, trucco pessimo.

( VOTO : 4 / 10 )

 Tusk (2014) on IMDb

venerdì 1 agosto 2014

Dom Hemingway ( 2013 )

Dom Hemingway, scassinatore provetto, si è fatto dodici anni di prigione per un reatuccio che ha commesso. Ma se li è fatti non rivelando i nomi dei suoi complici con la speranza che, una volta uscito dalla gattabuia, potesse in qualche modo riavere la sua parte di bottino.
Altro che recupero sociale: Dom non è pentito , anzi è un pazzo furioso che però ha qualche sprazzo di lucidità.
Il lungo inseguimento ai suoi soldi gli permette di intravedere prima e poi percepire sempre più chiaramente che cosa è veramente importante nella sua vita: recuperare gli affetti e il rapporto con sua figlia.
Però la soddisfazione di una piccola vendetta contro la battona rumena ( una volta tanto un mignottone che non ha il cuore di panna ) che gli ha rubato i soldi non ce la vogliamo togliere?
Quando vedi Dom Hemingway pensi a quanto sia evidente l'influenza di Quentin Tarantino su certo cinema: e lo vedi da subito perché per qualche interminabile minuto uno smisurato Jude Law, smisurato in tutti i sensi, anche quello della panza messa su per l'occasione, decanta le lodi del suo gingillo rendendo il film di fatto vietato ai minori e accogliendo l'ignaro spettatore in un antro nauseabondo.
Poi viene raccontata con divagazioni e notazioni a margine che valgono probabilmente più del racconto stesso,  una vicenda dai toni pulp, molto pulp, forse anche troppo pulp che richiama in più di un'occasione il cinema muscolare e incline al turpiloquio di Guy Ritchie ( che anche lui con Lock & Stock ha creato un nuovo modo di realizzare  free cinema inglese , strada su cui si sono inserite decine e decine di altri film).
Eppure il personaggio cardine di Dom Hemingway mi ha ricordato anche parecchio da vicino il protagonista di Bronson di Nicolas Winding Refn: stesso ego smisurato, stesso delirio, stesso disagio esistenziale nascosto sotto una scorza spessa così di pazzia e soprattutto un look cinematografico molto affine con queste scenografie teatraleggianti messe in evidenza a pie' sospinto e una fotografia ipersatura che crea un cromatismo color pastello molto acceso.
E se Bronson era poggiato totalmente sulle spalle di un enorme , irriconoscibile Tom Hardy, Dom Hemingway è nelle mani di Jude Law e della sua recitazione ai limiti del parossisimo.
E' talmente sopra le righe da assumere i toni della caricatura ma , francamente , è una caricatura che incute terrore perché Dom è la classica bomba innescata che può esplodere da un momento all'altro.
Stupisce che sia ad interpretarlo proprio un tipo come Jude Law, uno che nella sua carriera d'attore ha fatto del suo aplomb inglese la propria cifra stilistica.
Qui manda tutto al macero nel segno di un personaggio eccessivo in tutti i sensi, anche negli affetti che vuole recuperare a tutti i costi travolgendo,  a caro prezzo ma non gli importa , tutti gli ostacoli che si frappongono tra sé e una figlia che praticamente non ha mai conosciuto.
Nella seconda parte tutto è focalizzato sulla pulsione del padre alla ricerca della figlia, sempre con toni inclini al grottesco e forse il film perde un po' di efficacia perché si cominciano a notare le crepe nel monolite Dom e di riflesso anche nel film che vive, come il suo protagonista, degli eccessi di una
sceneggiatura ricca e articolata a cui spesso non si riesce a stare dietro, spettatore in primis , ma si ha l'impressione che anche il regista ( che è Richard Shepard che ha alle sue spalle una robusta gavetta televisiva e una manciata di film per il cinema) faccia un po' fatica, non abbia sufficienti idee, mezzi espressivi per stare dietro alla messe di avvenimenti messi in campo dalla vicenda raccontata dallo sceneggiatore ( sempre Richard Shepard).
L'ho visto doppiato in italiano e ho come l'impressione di essermi divertito la metà : un po' come mangiare un pacchetto di Fonzies e poi non leccarsi le dita.
Film come questo che sguazzano letteralmente nella coloritura del linguaggio andrebbero visti rigorosamente in lingua originale.

( VOTO : 6,5 / 10 ) 

Dom Hemingway (2013) on IMDb

domenica 27 luglio 2014

La città ideale ( 2012 )

Michele Grassadonia è un architetto palermitano che ha lasciato la Sicilia per trasferirsi a Siena che per lui è la città ideale. Ecologista convinto , non propriamente simpatico ai colleghi di lavoro, abita in una casa in cui cerca di ricavare energia elettrica da strani e antiquati macchinari .
Una sera per andare a prendere una collega da portare a una riunione si fa prestare una macchina ( ibrida , perché lui non guida macchine da 8 anni visto che inquinano) ma ha un piccolo incidente.
Nella pioggia la sua macchina viene urtata da qualcosa di indefinito ( un animale?) e lui ne perde il controllo andando a sbattere contro della macchine parcheggiate.
Lascia un biglietto per farsi rintracciare e subito dopo, percorse poche centinaia di metri, vede qualcosa adagiato in mezzo alla strada.
E' un uomo, appena investito. Chiama la polizia per soccorrerlo ma si ritrova ben presto ad essere il principale sospettato dell'investimento del malcapitato.

Che non è una persona qualunque.
Michele Grassadonia per colpa della propria dabbenaggine e per circostanze sfortunate subisce le angherie di una giustizia tentacolare, sorda, cieca e stupida,
Quella della città ideale.
Dovrà tornare a Palermo per sistemare le cose. 
Forse.
La città ideale è l'opera prima di Luigi Lo Cascio, attore di valore nel panorama cinematografico italiano che qui oltre a ritagliarsi il ruolo di protagonista , ha scritto la sceneggiatura e firmato la regia.
Come non sono sempre ovvie le scelte del Lo Cascio attore, sempre al di fuori di certi circuiti commerciali, anche il suo primo film da regista e sceneggiatore si segnala per la sua particolarità in uno scenario, come quello italiano, in cui spesso l'intelligenza è considerato un optional a pagamento.
La città ideale è infatti un film complesso, stratificato, preciso, anzi volutamente pedante nella caratterizzazione del personaggio principale, l'architetto ecologista Michele Grassadonia ( interpretato da Lo Cascio) e volutamente sfumato nella definizione dei personaggi secondari, figurine strane e  paradossali che fanno da corollario a un personaggio estremo come quello di Michele.
Un architetto, quindi abituato a progettare e realizzare opere che abbiano impatto ambientale, eppure talmente ingenuo e idealista che cerca di fabbricare corrente elettrica con degli strani aggeggi e una bicicletta collegata a una dinamo, uno che se ne frega delle relazioni umane in nome del suo integralismo ecologista.
Ha eletto Siena sua città ideale. La città ideale.
Eppure quando viene preso nelle spire tentacolari di una giustizia che non lo vede neanche, quando affonda in sabbie mobili da lui stesso approntate con gesti totalmente stupidi, non esita a tornare, in barba a tutti i suoi princìpi e ideali, da dove era venuto, un posto in cui la giustizia funziona solo in base alla bravura e alla retorica dell'avvocato che ti difende.
Un posto in cui tutto si può accomodare.
Il film di Lo Cascio può essere interpretato come curioso apologo su un uomo quasi stritolato da una giustizia kafkiana ma anche , pur con tutta la sua simbologia , come un film di impegno civile in cui l'architetto si trova nel mezzo di una macchinazione degna di un romanzo di Leonardo Sciascia.
Probabilmente ci sono entrambe le cose in un film che non cerca scorciatoie facili o appigli turistici per piacere.
Anzi Siena , la Siena che si vede in questo film , è totalmente svuotata di ogni velleità turistica, città ideale secondo Grassadonia ma tutto tranne che accogliente come un'alma mater, anzi fredda e distante, a tratti oscura e spettrale un po' come succedeva ne Il palio delle contrade morte, romanzo di Fruttero e Lucentini che più volte mi è venuto in mente durante la visione.
Anche perché nella città del palio non manca il cavallo che ha un ruolo fondamentale.
Cinematograficamente parlando siamo dalle parti del cinema civile italiano di una volta: facendo le dovute proporzioni siamo dalle parti di Francesco Rosi  e di Elio Petri soprattutto.
Ma io ci ho visto anche una copiosa dose di Ferreri nell'uso di simbologie non sempre elementari e per un gusto per il paradosso che non è roba da tutti i giorni per il povero cinema italiano.
Il cinema in fieri del Lo Cascio regista ha gusto, talento e ambizione.
Ha la voglia di mettersi in gioco a dispetto degli incassi ( che infatti non ci sono stati. Questo film è stato vergognosamente ignorato al box office italiano).
E' questo il cinema italiano che vogliamo, pur se a tratti irrisolto e con tutti i suoi difetti.

( VOTO : 7 / 10 ) 

The Ideal City (2012) on IMDb

domenica 8 dicembre 2013

Italia anni '70 - Roma ( 1972 )

Un viaggio apparentemente senza una meta precisa attraverso la città eterna intrapreso da un italiano famoso, Federico Fellini, in una suggestiva alternanza tra passato e presente: dall 'arrivo nella Roma fascista, alle scene in un bordello,fino al presente simboleggiato da un gigantesco ingorgo sul Grande Raccordo Anulare e poi ancora una gita nella Roma notturna, praticamente una trattoria a cielo aperto , in quella sotterranea e una grottesca sfilata di moda in cui sono protagonisti gli abiti talari....
Fellini ritorna sul luogo del delitto una dozzina di anni dopo La dolce vita e a poca distanza dal Satyricon che quasi può essere considerato un corposo prologo a questo film per come getta il suo sguardo critico alla Roma pantagruelica dell'antichità.
Il regista riminese ci prende per mano e ci porta a spasso per Roma nelle varie epoche dal 1939 in avanti e con varie storie del tutto slegate tra di loro. Il trait d'union è lei, la città eterna che viene raccontata e filtrata attraverso le precedenti esperienze di vita e di cinema del grande autore riminese.
Sarà poco elegante dirlo ma Roma per chi conosce il cinema di Fellini ne rappresenta un ideale antologia cinematografica in cui il nostro ripercorre tutta la sua carriera a dieci anni di distanza da 8 e 1/2.
Però qui non è un bilancio della propria attività artistica, è più che altro l'esposizione di un rapporto tormentato che il regista ha con la città del titolo. Non c'è una struttura narrativa unitaria, si procede a compartimenti stagni ma se questo in Satyricon mi aveva lasciato più che perplesso (e sto usando un eufemismo), qui acquista una sorta di armonia interna che secondo me l'altro film non aveva.
E poi a livello visivo soprattutto nella ricostruzione della Roma del ventennio siamo a livelli di eccellenza: Fellini non si fa schiacciare dalla sua prorompente visionarietà e disegna sequenze memorabili che si pongono idealmente a metà strada tra l'onirismo di molte sue opere e il realismo oserei dire fiabesco (perdonate l'ossimoro) di Amarcord.

La macchina da presa si muove leggera a disegnare ghirigori sull'ingorgo gigantesco sul Grande Raccordo Anulare fin davanti al Colosseo, c'è una gustosa sezione di numero di avanspettacolo in cui gli spettatori "interagiscono" con l'artista sul palco, una doppia versione (per clienti danarosi e non) di bordello del ventennio che si segnala per lo squallore degli ambienti e l'aggressività delle signorine protagoniste del mercimonio della propria carne da vendere un tanto al kilo, la splendida scalinata di piazza di Spagna invasa dagli hippies, la macchina da presa allontanandosi  inquadra un intera strada trasformata in trattoria all'aperto dove tutti gozzovigliano oziosamente, nel finale c'è addirittura una sfilata di moda per abiti talari.
Fellini ne ha per tutti ma il suo film, di genere indefinibile,un sorta di documentario grottesco, non è totalmente denigratorio verso la città che lo ha ospitato per tutti quegli anni.
E'lo specchio del suo rapporto contraddittorio con una città agli antipodi rispetto alla Romagna provinciale da cui proveniva. 
E il finale suggerisce ancora quella mestizia funeraria che incombe su molte opere di Fellini.
Forse è più di una suggestione. Del resto l'ossessione di Fellini per la morte era già ben chiara ai tempi di 8 e 1/2....
Una curiosità: Roma fu presentato al festival di Cannes in una versione lunga circa 130 minuti. Poi Fellini per il mercato internazionale decise in maniera del tutto autonoma (la versione integrale aveva passato il visto censura con un divieto ai minori di 14 anni ) di tagliare alcune scene e di rimontarne altre e venne fuori una versione da circa 115 minuti (tra le altre vennero tagliate anche le parti con Sordi e Mastroianni) che è quella che passa in tv. Molto raramente.

( VOTO : 7,5 / 10 ) 

Roma (1972) on IMDb

giovedì 27 giugno 2013

Killer in viaggio ( 2012 )

Tina ha una madre terribile che cerca di intromettersi in tutto quello che fa castrandone ogni ambizione , ha un terribile senso di colpa per la morte del suo cane avvenuta in circostanze grottesche e ha un ragazzo, Chris, non precisamente un Adone, che l'ha finalmente convinta a fare un giro in roulotte alla ricerca di angoli di Inghilterra curiosi e dimenticati. Ma la vacanza da idillio presto si trasforma in un viaggio nell'incubo. Chris fa venir fuori il suo lato malato e Tina lo asseconda in un percorso che pullula di cadaveri....
Chris e Tina, a cui danno vita i bravissimi Chris Oram e Alice Lowe anche autori di soggetto e sceneggiatura, sono rappresentanti della società più mediocri che medi e proprio per questo nella loro graduale trasformazione in spietati serial killer ( ma c'è una battuta in cui lui dice che comunque non è nuovo a omicidi & affini ) riescono a far esondare dallo schermo un misto di sorrisi e inquietudine.
Il sorriso scaturisce da come è girato il film , comprese le esplosioni inconsulte di violenza assassina ( all'inizio non intenzionale ma poi, come spesso succede, ci prendono quasi gusto), che sono incastonate spesso in sequenze di tenore abbastanza leggero e che poi improvvisamente si trasformano in qualcosa d'altro.
L'inquietudine nasce proprio dalla loro mediocrità conclamata, sono i classici tipi della porta accanto con un physique du role più da tappezzeria che da serial killer.
Eppure scoprono una passione malsana in quello che fanno, che serve ad eccitarli un po' in tutti i sensi.
La storia di questi due serial killer on the road però procede su binari abbastanza standardizzati , le dinamiche della coppia Chris / Tina sono piuttosto prevedibili come l'esclation di pazzia che li porterà a gesti sempre più eclatanti.
In qualche maniera lo stile sbilenco e transgenere di Ben Wheatley ( autore di un piccolo cult molto apprezzato qui a bottega intitolato Kill List di cui potete leggere qua ) sembra quasi addomesticato e ci si chiede quanto la longa manus di Edgar Wright, il deus ex machina di autentici cult da idolatrare senza compromessi come Shaun of the dead e Hot Fuzz,  in questo progetto abbia influenzato, più o meno concretamente, lo stile altrove aggressivo e senza compromessi di Wheatley, la cui virulenza  ai limiti dell'horror ( in certi frangenti anche oltre) è stata ricondotta verso lidi più adatti al grosso pubblico.
Se il road movie è il genere frammentario per eccellenza legato alla sua struttura episodica, in Killer in viaggio questa parcellizzazione del plot è amplificata ai massimi termini dando l'impressione di trovarsi di fronte ai vari episodi di una sit com un po' particolare. Di quelle che fanno ridere a denti stretti, anzi strettissimi.
Detto questo ci si diverte e si resta ammirati dalla bravura di Chris Oram e di Alice Lowe che fanno della loro assoluta normalità ( sapete? calvizie incipiente, panzetta, forme non proprio da pin up) il loro punto di forza.
Sono personaggi che all'inizio quasi si adorano perchè hanno i difetti della gente comune, di quella che non fa cinema, poi man mano che passano i minuti il processo di identificazione viene meno perchè sono degli psicopatici arrivati oltre l'ultima Thule della pazzia.
Ecco perchè Killer in viaggio ( titolo italiano come al solito spoileroso e troppo indicativo di quello che succederà, al contrario dell'originale Sightseers) è il classico film che fa sorridere ma allo stesso tempo mette anche un po' paura......
D'ora in poi guarderò diversamente chi va in giro in roulotte....

( VOTO : 7 / 10 ) 

  Sightseers (2012) on IMDb

venerdì 2 marzo 2012

Guilty of romance ( 2011 )



Se qualcuno sperava in un addomesticamento dello stile di Shion Sono dopo quel minimo di attenzione riservatagli dai critici occidentali, beh quel qualcuno si sbagliava proprio di grosso. Shion Sono con questo Guilty of romance (titolo internazionale) ritorna senza compromessi con uno dei suoi film più arditi e rischiosi, debordante ed eccessivo come al solito in cui si parla di donne, di sesso, di perversione, di Kafka, di castelli e si finisce nel più squallido dei Love Hotels a mercificare il proprio corpo. Magari anche in saldo.

Tre personaggi di donna alle prese con la propria sessualità, uno che sembra semplicemente il raccordo per raccontare le altre due (la detective Kazuko che all'inizio del film trova un corpo smembrato per comporre due manichini) e altri due che sono analizzati molto più in dettaglio. Da una parte abbiamo la quasi trentenne Izumi, formosa casalinga con un marito scrittore di successo che segue sempre pedissequamente gli stessi orari.
E lei, addomesticata a questa routine, rispetta ogni giorno gli stessi rituali da geisha, si sottomette a una figura maschile per il resto assente in tutti i sensi. Ma lei è felice così. Fino a che riesce ad evadere da questa prigione ovattata, prima  comincia a lavorare in un supermercato e da qui una reazione a catena dalle conseguenze imprevedibili. L'altra figura è quella di Mitsuko, piacente docente universitaria che di notte si prostituisce.
Guilty of Romance è un film sul lato nascosto che ogni persona racchiude dentro di sè, su quel cono d'ombra che è proiettato dal proprio io, su quanto complicato possa essere gestire la propria sessualità e su quanto possa risultare castrante essere incatenati dentro schemi prefissati dalla società.
Diviso in cinque capitoli ognuno con il suo titolo (Izumi Kikuchi, Il castello, Ozawa Mitsuko, Il club delle ammaliatrici, La fine) percorsi trasversalmente da una serie di flashback che cercano di fare chiarezza su una vicenda abbastanza criptica, l'ultimo Shion Sono è molto aggressivo dal punto di vista cromatico, uno stimolante ibrido tra un incubo dalle tonalità pop e suggestioni argentiane estratte direttamente da Suspiria. Oltre a questo troviamo giovani in bombetta che richiamano le clockwork oranges di kubrickiana memoria e una vicenda che a grandi linee ricorda la Bella di giorno di Buñuel ribaltandone il ritmo circadiano.

Il regista nipponico guarda anche indietro alla propria filmografia: il rendez vous al Love Hoteltra Izumi e il marito ricorda molto un'analoga scena di sesso e violenza in Cold Fish e un pò tutta la struttura anarcoide e il cromatismo del film ricordano il folle delirio lynchiano di Strange Circus.
Eccellenti le attrici che si prestano anima e soprattutto corpo per un film ad alto rischio di caduta nel ridicolo involontario con la straordinariamente sexy Megumi Kagurazaka che domina la scena. Da ricordare una sequenza in cui lei davanti allo specchio fa le prove di come deve offrire al pubblico del supermercato le salsicce che deve vendere. Solamente che in questa scena le salsicce non ci sono e neanche i vestiti cosicchè sembra che Izumi debba fare solo la testimonial di se stessa. Del resto la mercificazione del proprio corpo ridotto a mero strumento per fare soldi è uno dei temi principali dell'opera.

Non tutto funziona a dovere in Guilty of romance: qualche passaggio è esageratamente ermetico e la solita tiritera che evoca traumi infantili pregressi è una soluzione alquanto "povera". Dal genio di Shion Sono ci si aspetta sempre di più. Se questo film racconta una discesa agli inferi non inedita è sicuramente originale l'approccio visivo, coloratissimo (invasioni di secchiate di rosa shocking), con molti effetti visivi e primi piani, quando non soggettive che hanno il compito di regalare allo spettatore la visione di un mondo immorale e deformato.

Visto nella versione internazionale di 113 minuti, approvata dal regista, che a differenza di quella da 144 minuti presentata a Cannes non approfondisce molto il personaggio della detective Kazuko ridotto a poco più di un personaggio di raccordo.

"Non avrei mai dovuto imparare le parole, solo perchè conosco il giapponese e qualche parola in una lingua straniera, sono dentro le tue lacrime."

( VOTO : 7,5 / 10 ) 


Guilty of Romance (2011) on IMDb

sabato 25 febbraio 2012

The Happiness of the Katakuris ( 2001 )



Strana famiglia quella dei Katakuri: gestiscono una pensioncina di nessuna pretesa in mezzo alle montagne, comprata e sistemata con i sudori della fronte di una vita e poi aperta al pubblico. Ma i clienti scarseggiano e se poi si aggiunge che il primo che arriva ha la brillante idea di ficcarsi un coltellaccio nel collo per suicidarsi....
Niente paura: la famigliola per non rovinare gli affari pensa bene di seppellirlo nei boschi circostanti.
In fondo chi vuoi che vada a cercare uno sfigato simile? Bene, arrivano un lottatore di sumo e la sua graziosa donnina.Si sistemano in camera, fanno l'amore ma...alla montagna umana prende un infarto proprio sul più bello...e la ragazza? dopo tanto cercare la trovano, schiacciata sotto di lui...
Il problema è che il tipo per la porta non ci passa e quindi per riservargli il trattamento assicurato all'altro bisogna industriarsi per farlo uscire dalla stanza magari facendolo passare per la finestra...
E questo è solo l'inizio del film...
The Happiness of the Katakuris è uno dei 7 film di Takashi Miike del 2001(una media alla Franco e Ciccio ma si consideri  che, tanto per citarne due,del 2001 sono Visitor Q e Ichi the Killer, mica pizza e fichi) e rappresenta una delle migliori testimonianze del talento multiforme del suo autore.

Difficile da relegare in un solo genere,questa pellicola è un'ibrido tra commedia nera, horror, melodramma, splatter, musical, film d'animazione(splendido l'incipit in cui sequenze potenzialmente splatter vengono riprodotte con figure in plastilina animate con la  tecnica del passo uno) e farsa.Tra le altre cose c'è una parte in cui sul video appare una sorta di karaoke.
In filigrana viene esaltata l'unità familiare:i Katakuri si muovono come un tuttuno, ognuno arriverebbe a sacrificarsi per gli altri e per questo il destino li aiuta, magari per fattori del tutto estranei alla loro volontà.
Il messaggio è semplice , ben intellegibile, forse anche banale.Ma qui conta soprattutto il modo in cui viene recapitato.
Visivamente coloratissimo, The Happiness of the Katakuris non è il massimo dell'omogeneità come già chiarito prima ma è un esempio di come si possa fare del cinema nuovo e originale anche semplicemente usando ingredienti già sfruttati da altri.
E qui sta la bravura di Miike, talento visionario non comune ma anche conoscenza enciclopedica dei vari generi cinematografici che a(ma)bilmente centrifuga.
Perchè per parodiarli( e viene il sospetto che questo film abbia vaghi intenti parodistici) i generi devono essere conosciuti a menadito.
Esemplare il cast, elevatissimo il ritmo, mai invasivi i numeri musicali e anche un paio di canzoni che rimangono a frullare per la testa dopo la fine del film.
Questo e molto altro è The Happiness of the Katakuris:divertimento assicurato per palati cinefili di ogni latitudine e longitudine.

( VOTO : 7,5 / 10 ) 
The Happiness of the Katakuris (2001) on IMDb

venerdì 24 febbraio 2012

Hukkle ( 2002 )



Hukkle ( singhiozzo) è il primo lungometraggio di Gyorgy Pàlfi che già avevo adorato nel folle Taxidermia di qualche anno successivo a questo.
Partendo da un villaggio ungherese immerso in una campagna rigogliosa e i cui abitanti sono impegnati nelle attività lavorative e ludiche che scandiscono una normale routine quotidiana, il film di Palfi è un bizzarro melting pot tra sguardo documentaristico e racconto di fiction.
Hukkle formalmente è un film senza dialoghi( a parte la parole pronunciate nel finale dal coro mentre intona le canzoni alla festa, parole che comunque riescono a chiarire qualcosa) ma non è un film muto.
E' un film dove il sonoro assume massima importanza(come ad esempio in Tati a cui più volte questo film rimanda) e che è scandito come un metronomo dal ritmo del singhiozzo che affligge il vecchio che vediamo all'inizio del film mettersi placidamente sulla panchina fuori della sua casetta bianca, quasi una casetta delle fiabe.
Un punto d'osservazione decisamente privilegiato.
Introdotto da una suggestiva sequenza che fa intuire il processo di exuvie di un serpente e con una cinepresa che spesso si mette ad altezza d'animale rasentando l'effetto Microcosmos ( bellissimo documentario di Claude Nuridsany e Marie Perènnou,visto anche qui da noi) il film di Palfi ha un modo estremamente originale di proseguire usando il meccanismo dell'associazione logica, quasi una reazione a catena che in questo modo riesce a dare uno sguardo complessivo a quello che accade nel paese.

Però...però.. c'è anche qualche altra cosa che distacca Hukkle dall'essere un documentario.
Una donna armeggia con una bottiglietta di cui ignoriamo il contenuto,ne versa nel cibo di suo marito e parte di quel cibo viene pure consumato da un bambino e da un gatto.
Bara bianca e morte del gatto in preda a convulsioni.
Gli uomini ( pare solo loro siano colpiti) muoiono, cadono come mosche, si abbattono come pioppi tagliati alla base.
E colpisce anche come una sequenza che apparentemente non ha significato particolare assume tratti realmente inquietanti.
Il verro da monta prima accompagnato sempre dal suo padrone che lo conduceva agli accoppiamenti ora vaga da solo per il paese con andatura zigzagante.
Che fine ha fatto il padrone? E che verrà a sapere il poliziotto che sta indagado?
Hukkle è ispirato a un fatto di cronaca realmente accaduto:un gruppo di donne , chiamate le avvelenatrici di Nagyrev capeggiate dalla misteriosa Giulia Fazekas ,tra il 1914 e il 1929 riuscì ad avvelenare circa 300 uomini per vendicarsi di soprusi subiti, sfrondando così diversi alberi genealogici.

Nel film di Palfi non c'è nessuna deriva pulp o splatter: è solo uno sguardo,  filtrato attraverso una lente grottesca,  sull'insensatezza a cui può arrivare l'uomo ( la donna in questo caso).
Noi vediamo solo gli effetti, nessuna volontà di procurare shock epidermici gratuiti ma solo una sana , ribalda voglia di stupire e magari anche di sorridere a denti strettissimi per quello che accade.
Hukkle è un film dalla polifonia sgraziata garantita da tutti gli elementi di un villaggio prigioniero di un caos scandito dal ritmo di un singhiozzo.
Una pellicola decisamente originale di cui è difficile anche descrivere le affinità stilistiche con altre opere.

( VOTO : 8 / 10 )