I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.
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mercoledì 14 ottobre 2015

Black Mass - L'ultimo gangster ( 2015 )

Jimmy "Whitey" Bulger è un malfattore d'origine irlandese che dopo aver fatto tutta la gavetta nella criminalità locale si trova a capo di una potente organizzazione mafiosa dedita al traffico di stupefacenti, al racket e al gioco d'azzardo che domina tutta Boston con l'intento di cacciare via i mangiaspaghetti italiani e tutti quelli che lo vogliono ostacolare.
Ha un fratello che è un politico di peso e un amico, John Connolly che lavora nell'FBI e di cui diventa informatore avendo in cambio tutta la protezione possibile e immaginabile per continuare indisturbato con i suoi traffici e la sua lunga serie di omicidi spesso commessi in prima persona.
La vita di Jimmy Bulger, a proposito quanto adoro poi andarmi a documentare sulla vera esistenza dei personaggi protagonisti di questo come degli altri film , più che un romanzo , è un fiume in piena.
Da criminale di mezza tacca a gangster potentissimo un po' per meriti suoi, un po' per la sua abilità strategica ma anche per via delle protezioni che ha avuto e di come sia riuscito a svicolare tra una crisi e l'altra , sparendo e riapparendo nei momenti giusti e senza il timore di mostrare il suo lato più spietato.
Il film di Scott Cooper, regista che si appassiona a storie che dovrebbero essere epiche ma a cui continua a sfuggire il senso dell'epicità ( vedere per credere anche gli altri due suoi film da regista , Crazy Heart e ma soprattutto Out of the furnace), si muove praticamente in un campo minato senza alcuna protezione.
Un campo minato che prende le mosse da Il padrino, saga mafiosa inarrivata e inarrivabile ma in particolar modo dall'epopea gangster raccontata da Scorsese in Quei bravi ragazzi da cui formalmente si mantiene a distanza di sicurezza ma inevitabilmente finisce per essergli accostato per sostanza e tematiche affrontate.
E fa la stessa figura che fece a suo tempo Blow di Ted Demme, sempre Johnny Depp, altro film incentrato su un protagonista realmente esistito a suo modo memorabile, cioè quella di un fratellino minore , in tutti i sensi , del film di Scorsese.
Black Mass - L'ultimo gangster ( ma tu esimio titolista italiano , perché metti questa postilla senza senso, L'ultimo gangster, siamo sicuri che Bulger sia l'ultimo della sua razza?) ha una messa in scena perfetta, ricostruzioni ambientali da manuale, un cast di spessore ma fallisce nel nobilitare la materia narrativa facendola salire nell'empireo delle storie larger than life, cosa che era riuscita a Ridley Scott con American Gangster giusto per citare un esempio recente e un regista che può essere letto come l'esatto opposto di Scott Cooper per come riesce a ricreare il pathos e il respiro epico in storie che in mano ad altri non lo avrebbero ( leggasi Il gladiatore che nelle sue mani è diventato un mito generazionale mentre in mano a un professional qualsiasi stipendiato dagli studios si sarebbe trasformato in un romanzetto d'appendice).
Dicevamo del cast : stupisce Johnny Depp che pur seppellito sotto trucco e parrucco è perfettamente riconoscibile e dona al suo personaggio un'aria incredibilmente tetra e rabbiosa arrivando a un livello recitativo che ultimamente non gli era più consono, mentre Joel " Are you talking to me ?"Edgerton denireggia senza ritegno con tutte le sue mossette, tic e autopalpeggiamenti vari.
Sembra che si sia fatto un'overdose di visioni ripetute della scena di De Niro davanti allo specchio in Taxi Driver.
Altra tematica che magari andava approfondita e invece nel film viene solo sfiorata è il rapporto perverso che si viene a creare tra mafia e potere simboleggiato sia da Connolly ma soprattutto dal fratello politico di Bulger, figura sfuggente e ambigua a cui forse viene concesso uno spazio troppo esiguo.
Scott Cooper si dimostra ancora una volta uno dei calligrafi più richiesti da quel di Hollywood, perfetto nel dare una forma ineccepibile alla sua opera ma incapace di conferirgli un'anima.
Manca il respiro, manca il racconto di un'epoca , manca il racconto del mondo attorno a Bulger riducendo il film a una compilation di omicidi di mafia e di intrighi di corte.
Andasse a scuola da Scorsese e Ridley Scott.


PERCHE' SI : le due ore scorrono veloci, ottimo Depp, formalmente ineccepibile.
PERCHE' NO : manca l'epica e il racconto di un 'epoca, Edgerton denireggia senza ritegno, difetta di anima.


LA SEQUENZA : non renderò giustizia al film ma dico le immagini , vere, sui titoli di coda, quelle in cui si vedono i personaggi realmente esistiti.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Gli USA non avendo storia millenaria sono bravissimi a trovare questi personaggi incredibili.
Magari nelle mani di un altro la storia di Whitey Bulger avrebbe avuto altra luce.
Depp incarna un 'efficacissima figura maligna.
Edgerton esagera nel "colorare" la parte...


( VOTO : 6,5 / 10 )


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domenica 11 ottobre 2015

Sicario ( 2015 )

Kate è una giovane agente dell'FBI afflitta da una dose incoercibile di idealismo nel lavoro che fa. Una perquisizione in una casa di narcotrafficanti che le fa scoprire decine di corpi murati nelle pareti la scuote profondamente e lo fa ancora di più il fatto che venga arruolata in una sorta di task force con poteri praticamente illimitati che combatte il narcotraffico con mezzi leciti ma soprattutto illeciti.
Nei sanguinari blitz oltreconfine Kate è costretta a guardare e a interrogarsi sulla moralità di quello che sta facendo o meglio che gli altri stanno facendo attorno a lei.
E' questa la polizia in cui si era arruolata?
E' leone oppure agnello?
Chi mi conosce sa che non apprezzo più di tanto il cinema hollywoodiano attento soprattutto al profitto cercando di non pestare i calli di nessuno e non sono particolarmente appassionato di lieti fine, materia in cui gli uomini al soldo degli Studios sono professori emeriti.
Mi piace moltissimo invece chi viene chiamato a lavorare da loro e cerca di non uscirne appiattito, asfaltato come spesso succede in nome del dio dollaro.
Oltre a questo il canadese Denis Villeneuve, oltre a confermare il suo modo di fare cinema, nei suoi due film americani , Prisoners e Sicario ,  per l'appunto, ha dimostrato di non lasciarsi impressionare più di tanto dalla codifica dei generi in cui si è immerso ,flettendoli a proprio piacimento e al suo modo in fondo neanche tanto sottile di criticare profondamente la civiltà americana fatta di giustizia fai -da-te e di esportazione illegale di democrazia e di legalità ( presunta), cosa in cui gli yankees storicamente hanno sempre "brillato" da mezzo secolo a questa parte.
E la cosa che mi vien da pensare è che il punto di vista di Denis Villneuve sia quello di un canadese che guarda il vicino americano con quell'aria di sufficienza che si ha quando si guarda un essere inferiore.
Sicario è un poliziesco sotto mentite spoglie che presto assume le fattezze di un film di guerra combattuto in scenari urbani che sembrano a un passo dall'apocalisse e paesaggi simil lunari che sembrano aver appena oltrepassato l'apocalisse di cui sopra.
E' uno strano ibrido cinematografico che a tratti ricorda Traffic di Soderbergh ma che stilisticamente è molto più vicino a Zero Dark Thirty della Bigelow.
Gli USA combattono una guerra sporca e non gli interessa macchiare le proprie mani di sangue innocente, di effetti collaterali, calpestano senza problemi leggi e procedure, si fanno beffe del diritto internazionale.
La task force di cui Kate si trova a far parte è formata da uomini perennemente in missione che se ne strafottono di leggi e normative.
E se questi uomini non si pongono alcun dilemma morale ( vedi il personaggio di Del Toro che è animato da puro senso di vendetta, se non si vendica non sa più chi è ) , questi stessi dilemmi morali sono dei macigni insostenibili sulla coscienza di Kate, forse troppo giovane , sicuramente troppo idealista  e probabilmente senza quell'occhio della tigre che serve in questo tipo di lavoro.
Se moralmente l'assunto di alcuni personaggi chiave del film è assolutamente esecrabile e non condivisibile d'altra parte abbiamo una sorta di massa indifferenziata di narcotrafficanti, ammanicati con la polizia messicana e che non danno alla vita un valore altissimo, diciamola così anche se suona come un pietoso eufemismo.
Ecco quindi che Sicario diventa una lotta all'ultimo sangue in cui si distinguono i buoni dai cattivi ma i cosiddetti buoni si distinguono dagli altri solo perché portano una casacca diversa e sono stipendiati da uno Stato confinante, perché i metodi sono all'incirca gli stessi.
Per i protagonisti di Sicario il confine tra USA e Messico è solo un dettaglio geografico.
Così come riempirsi vicendevolmente di piombo caldo.
E Kate non riesce a far parte di questo mondo.



PERCHE' SI : sequenze di altissimo cinema, critica feroce al sistema americano, Del Toro magnifico ma anche una Blunt inaspettata.
PERCHE' NO : difficile trovare difetti: forse Villeneuve a volte si fa trasportare dal voler consegnare a tutti i costi un messaggio al pubblico.


LA SEQUENZA :l'assalto al tunnel dei narcos.



DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE:

Villeneuve è oramai regista a cinque stelle.
Devo procurarmi assolutamente il suo Enemy che mi è colpevolmente sfuggito.
Non mi aspettavo una Blunt così fragile e cazzuta ( ma non abbastanza) allo stesso tempo.
Del Toro con la sua sola presenza illumina la scena. Che carisma che ha quest'uomo.


( VOTO : 8 / 10 )


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domenica 27 settembre 2015

Self/Less ( 2015 )

Damian Hale è un multimiliardario che ha avuto tutto dalla vita ed ora invece sta perdendo la sua sfida più importante contro un cancro che lo sta devastando concedendogli pochissimi mesi di vita.
Decide allora di sottoporsi alla procedura di "shedding" che gli viene garantita da una misteriosa organizzazione: sarà dotato di un corpo nuovo sintetizzato in laboratorio e potrà vivere un'altra vita con un'altra identità.
Il problema è che oltre a dover assumere delle medicine Damian nel suo nuovo, bel corpo comincia ad avere dei ricordi che non gli appartengono.
Flash dolorosi che gli impongono di fare qualche ricerca.
Ma l'organizzazione che gli ha gentilmente fornito il corpo nuovo non è molto contenta...
Tarsem Singh è il prototipo del regista che mi sta di più sulla punta dell'esofago: proveniente dalla pubblicità ad alto, altissimo livello si è messo a fare cinema senza nascondere le sue origini televisive, anzi ha cercato di integrarle al meglio in un purismo visionario che , per quanto mi riguarda, ha sempre avuto la meglio sulla coerenza narrativa.
I suoi film , a mio modestissimo parere, sono sempre stati bellissimi involucri con il (quasi) nulla dentro, prigionieri della sua fantasia pantagruelica e di un'intelaiatura visiva che ha sempre schiacciato tutto il resto.
Per me il cinema è altro: è saper raccontare storie, non comporre solo bellissime inquadrature.
L'unico pregio che fino ad ora ho riconosciuto a Singh ( oltre a quello di saper costruire con indubbio talento l'inquadratura) è comunque un certo grado di originalità.
Fino ad ora i suoi film erano quasi immediatamente riconoscibili come appartenenti alla sua filmografia.
In Self/Less questo non succede: è un prodotto industriale che di visionario ha ben poco, cerca di raccontare solo la sua storiella ( banalotta a dir il vero) senza troppi voli pindarici ma solo volontà di intrattenere e portare a casa il risultato.
Volenti o nolenti riesce anche a riportarlo a casa perché in due ore succedono talmente tante cose che hai poco tempo per annoiarti ma di Singh non c'è traccia.
Il suo stile registico incline all'arzigogolo non c'è più è come se ci trovassimo di fronte a un professional qualsiasi che lavora su commissione , un po' come il John Woo dei brutti tempi ( quello di Paycheck, film curiosamente incentrato su memorie che venivano cancellate), talento abbacinante affossato dall'industria hollywoodiana , o come un Source Code qualsiasi( ancora memorie ma da una prospettiva se vogliamo antitetica a quella di Self/Less).
Lo confesso una parte di me ha gioito per non dover vedere tutte quelle pippe visive che appesantivano il cinema di Singh, d'altra parte però un po' di rammarico sovviene perché mi sembra di aver perso un talento, eccessivo nel suo modo di lavorare e sicuramente non nel mio gusto, che però almeno poteva avere qualcosa da dire.
Al contrario di questo cinema industrializzato e codificato per piacere senza troppe complicazioni.
Self/Less è il classico action/thriller con spruzzate di sci fi che non è brutto...ma neanche bello.
E' insipido, banale per come giocato al ribasso, ricalcato alla lontana da quel piccolo capolavoro che era Operazione diabolica, un filmetto come tanti realizzato con competenza e precisione, con mezzi adeguati ma che pecca di personalità e assomiglia a dozzine di altri film.
E Ryan Reynolds non mi sembra che abbia la faccia giusta per esprimere tutta la confusione del suo personaggio, per non dire di Natalie Martinez, starlette attiva soprattutto in televisione, che butta tutto sul melodramma di stampo sudamericano, sovraccaricando inutilmente il suo modo di recitare e cogliendo tutte le occasioni possibili e immaginabili per abbarbicarsi al bel Ryan come una cozza allo scoglio..
Senza infamia e senza lode e con un finale che sembra appiccicato come un post it sul frigorifero.


PERCHE' SI : Singh ha deciso finalmente di fare cinema, buon ritmo e capacità di intrattenere senza annoiare troppo.
PERCHE' NO : cucù e Tarsem Singh non c'è più, manca originalità e anche coraggio, Reynolds non dà sufficiente profondità al suo personaggio, Natalie Martinez sovraccarica tutto stile telenovela.


LA SEQUENZA : l'arrivo nella casa di quella che era sua moglie.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Meglio saper raccontare o meglio la bella inquadratura?
Probabilmente abbiamo perso un talento.
Reynolds mi sta diventando bolso come Ben Affleck.
Bella la Martinez, sapesse recitare sarebbe il top....


( VOTO : 5,5 / 10 )


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sabato 26 settembre 2015

Mea culpa ( 2014 )

Tolone: Franck e Simon sono due poliziotti che oltre a essere partner nel lavoro sono anche buoni amici nella vita di tutti i giorni.Un brutto incidente d'auto in cui è alla guida Simon provoca due morti e lui , essendo stato trovato in stato d'ebbrezza al volante , viene radiato dalla polizia, perdendo anche la famiglia oltre al lavoro.
Dopo sei anni cerca di sbarcare il lunario facendo il poliziotto privato cercando anche di essere un buon padre per suo figlio Theo.
Il quale un brutto giorno si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato e vede cose che non dovrebbe vedere: quanto basta per scatenare una caccia nei suoi confronti da parte di una banda di malviventi. Simon lo protegge e Franck torna a fare coppia con lui, come ai vecchi tempi...
Fred Cavaye è un regista sceneggiatore che si è fatto conoscere per la sceneggiatura e la regia di Pour Elle ( sceneggiatura poi prestata, anzi venduta a caro prezzo agli americani che ne hanno tratto il bolso The Next Three Days con un Russell Crowe che faceva rimpiangere e parecchio Vincent Lindon), per Point Blank, thriller notturno ad alta velocità da lui scritto e diretto e ora per questo Mea Culpa con ancora la sua firma a regia e sceneggiatura.
A Cavaye piace lavorare con lo stesso team perché per questo suo ultimo lavoro ha voluto come protagonisti i due protagonisti dei suoi due film precedenti, Vincent Lindon e Gilles Lellouche volti arcinoti del cinema francese, soprattutto il primo.
Una piccola chiosa su Vincent Lindon: noi non abbiamo nel nostro cinema attori così completi che abbiano un così completo range recitativo che va dalla commedia sbracata a quella seria per arrivare al thriller e al poliziesco d'azione passando attraverso  il dramma più intenso.
Ecco Vincent Lindon, veramente grande attore, è in grado di recitare veramente di tutto con la stessa credibilità e la stessa incredibile fisicità.
Mea culpa è il classico film d'intrattenimento che si suole definire thriller adrenalinico.
Nessun approfondimento, nessuna seconda lettura, nessuno sfruculiare tra le righe per cercare messaggi che non ci sono.
Questi sono 90 minuti all'insegna dell'azione e del thrilling, mazzate e sparatorie come se piovesse, due protagonisti bene assortiti che riescono a fronteggiare una banda di cattivoni senza scrupoli , del resto se si vuol fare fuori un bimbo di 8-10 anni o giù di lì, gli scrupoli devono essere veramente ben pochi.
L'unica cosa che può far storcere il naso è un po' l'attitudine da Superman che hanno i due che non vengono scalfiti da nulla ( o quasi) e che riescono sempre a farla franca in un modo o nell'altro.
Cosa che del resto è presente anche negli altri due film diretti da Cavaye .
Mea culpa è classico cinema medio ( altra cosa che manca da noi che ormai abbiamo solo cinema di bassa lega e cinema autoriale, senza mezze misure) , quel cinema che piace al pubblico e sul quale la critica seria e parruccona è disposta a chiudere un occhio, se non tutti e due, perché comunque realizzato con dovizia di mezzi e con soddisfacente competenza.
Non è andato benissimo al botteghino francese ma non mi stupirebbe che gli americani ne facessero un remake.
Le scene action e le coreografie non hanno nulla da invidiare ai prodotti hollywoodiani di grido nonostante il budget diverso.
Basta sedersi sulla poltrona, allacciarsi la cintura e godersi lo spettacolo!


PERCHE' SI : adrenalina a fiotti, due ottimi protagonisti, solo azione senza tante divagazioni o
chiacchiere inutili.
PERCHE' NO : non il massimo dell'originalità, i due protagonisti sono un po' troppo supereroi per i miei gusti, alcuni personaggi secondari inevitabilmente schiacciati dall'azione ( vedi la madre di Theo).


LA SEQUENZA : l'inseguimento nel mercato chiuso oppure la lotta sul treno.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE : 

E' stato un buon modo per tornare a scrivere di film, senza tante complicazioni.
Vincent Lindon da solo vale il prezzo del biglietto.
I thriller li sanno fare anche in Francia non solo a Los Angeles o a Seul.
Fred Cavaye è assolutamente da tenere d'occhio.


( VOTO : 7 / 10 )


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domenica 30 agosto 2015

Colt 45 ( 2014 )

Vincent, 25 enne poliziotto , preferisce la balistica e lo studio di nuove pallottole da fabbricare all'azione e ai gruppi operativi di cui non intende far parte perché di temperamento solitario e schivo. Preferisce fare l'istruttore di tiro e il consulente ma quando conosce il poliziotto corrotto Milo Cardena viene tirato dentro una guerra tra diverse fazioni di poliziotti, una guerra sangunosa che vede implicato anche il suo superiore, il comandante Chavez e che lo costringerà a venire a patti con il suo lato più oscuro.
Per sopravvivere dovrà passare per forza all'azione.
Colt 45 è un film diretto da quel diavolaccio belga di Fabrice Du Welz , uno che si è scavato un bel solco nella memoria di un  cinefilo militante come il sottoscritto con opere come Calvaire, Vinyan e Alléluia ( che trovate ambe-tre recensiti sul blog da qualche parte).
Teoricamente Colt 45 è stato realizzato prima di quest'ultimo ma varie vicissitudini produttive con annessa una post produzione in cui pare che Du Welz non abbia partecipato hanno reso il progetto più travagliato e gli hanno fatto vedere la luce dopo Alléluia.
Se dovessi definire in maniera tranchant un film come questo direi che è un'entrata a gamba tesa ( o a piedi uniti fate un po' voi, ma di quelle spaccacaviglie) nel genere del polar francese tanto caro agli spettatori di Oltralpe e figlio di quell'hardboiled che vede la sue radici oltreoceano.
Si vede un po' meno la mano autoriale del regista belga in una storia lineare nel suo essere torbida, fatta di azioni e reazioni ( anche sproporzionate se vogliamo), una sorta di furia beluina e primigenia che mette da parte sottotesti , riletture e sbriciatine tra le righe dello script.
Qui si narra principalmente della discesa  nell'abisso di Vincent , uno che non ci ha mai voluto mai gettare uno sguardo dentro a quell'abisso, uno che ha sempre preferito gli studi, fabbricare pallottole, starsene chiuso nel suo antro da solo con il suo piombo e le sue traiettorie ellittiche.
Ebbene quando Vincent uno sguardo lì dentro ce lo butta, costretto da Milo Cardena, l'abisso guarderà dentro di lui e verrà fuori un altro tipo di poliziotto.
E il sangue zampillerà copioso.
Colt 45 è un polar moderno , alla Marchal per intenderci, ha una visione del genere assai vicina a quella proposta al pubblico dal grande Olivier.
La polizia è un nido di serpi letteralmente stracolmo di banditi che si trincerano dietro l'egida dell'uniforme e del ruolo di tutore della legge.
Cosa già vista ampiamente in 36 Ouai des Orfevres ( film che a mio parere viene ampiamente citato ) oppure in quella misconosciuta serie poliziesca sempre d'Oltralpe, Braquo, creata dallo stesso Marchal.
A prima vista Colt 45 è il film meno personale di Du Welz anche perché si inoltra in lidi a lui sconosciuti fino ad ora nella sua carriera da regista, forse non è all'altezza degli altri ma per sua stessa ammissione dopo il flop commerciale di Vinyan aveva bisogno a suo modo di riconciliarsi col pubblico e con la sua idea di cinema popolare, cinema che ha sempre amato.
Ma è una full immersion senza compromessi di alcu tipo in un genere che qui a bottega viene gradito moltissimo: un film duro, cattivo, livido come la sua fotografia virata verso tonalità plumbee, con una sfilata di volti noti del cinema francese di genere che non fanno altro che aumentare il gradimento per una pellicola che fila via come una schioppettata per gli 85 minuti della sua durata.
Un po' come le traiettorie delle pallottole studiate dal giovane Vincent che non esita a sporcarsi le mani col sangue quando necessario.
Ecco , la metamorfosi del suo personaggio, abbastanza improvvisa e priva di quelle sfumature che ne avrebbero descritto meglio il travaglio è la parte del film che si digerisce meno.
E' difficile immaginare un cambiamento così repentino, la trasformazione in un assassino senza scrupoli di un uomo che rifiuta quasi il contatto fisico e che preferisce starsene rinchiuso nel suo poligono di tiro piuttosto che ritagliarsi un qualsiasi ruolo operativo.
Ma forse, tornando al discorso di prima è l'abisso che guarda dentro di te, è l'abisso bellezza!!!


PERCHE' SI : scene d'azione ben concepite, un gruppo di facce troppo giuste, ritmo invidiabile, citazioni del mio amatissimo Marchal come se piovesse.
PERCHE' NO : la trasformazione di Michel è un po' troppo repentina, viene qualche dubbio sulla verosimiglianza della trama ( possibile che questi poliziotti possano fare il comodo loro in questo modo?)


LA SEQUENZA : le sessioni di tiro, il primo incontro con Milo Cardena.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Nel polar francese si pesca sempre bene.
L'esame di Du Welz alla prova con un film non horror è decisamente superato.
Perchè i polizieschi francesi sono così cazzuti mentre quelli nostri risultano sempre o quasi mosci e poco credibili?
Ma quanto è inquietante la faccia di Joey Starr?


( VOTO : 7 + / 10 )


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domenica 23 agosto 2015

Terminator Genisys ( 2015 )

Mentre nel 2029 John Connor sta per guidare gli umani alla vittoria definitiva contro la civiltà della macchine, leggasi Skynet, proprio quest'ultima manda un Terminator nle 1984 per uccidere Sarah Connor, la madre di John, prima che lo concepisca.
John manda indietro nel tempo il suo braccio destro Kyle Reeves che trova una situazione anomala con Sarah che ha per compagnia un Terminator ( che chiama papà) e che la protegge da quando lei ha nove anni.
In più affiorano altri ricordi che spingeranno Sarah e Kyle ad andare nel 2017 , proprio appena prima che Skynet conquisti il mondo con la sua App che si chiama Genisys.
A rileggere questa breve sinossi scritta di mio pugno credo che uno che non ha visto il film ci capisca ben poco.
Bene.
Anzi male.
Perché a dire il vero anche io che ho visto il film su questi salti temporali confesso di averci capito ben poco.
E' come se Alan Taylor e il suo team di sceneggiatori si siano dati da fare per innalzare una sorta di cortina fumogena tra il film , diciamo la parte che riguarda i paradossi temporali, e lo spettatore.
Personalmente non posso avere uno sguardo complessivo sulla saga perché ho sempre rifiutato scientemente di vedere il numero 3 e il numero 4 della serie.
E, vedendo Terminator Genisys direi che ho fatto bene perché mi sembra che Taylor la pensi come me.
Riparte dal primo, vedere l'Arnie del 1984 ricreato con una computer grafica che ha del miracoloso è uno shock da cui ancora mi devo riprendere, uno shock piacevolissimo naturalmente, e poi riprende a piene mani gli effetti digitali del secondo dando al suo film un'aria vintage che di primo acchito non dispiace per nulla.
Però ripensandoci , pur non dispiacendo  fa notare che si agisca un po' di conserva, senza idee visive nuove.
Il problema è che quando si cerca di proporre qualcosa che vada oltre l'omaggio ai primi due capitoli, beh allora le cose non vanno proprio benissimo.
Direi che questo film ha due difetti fondamentali: per me, fan della prima ora che ha visto i primi due film al cinema praticamente con la bava alla bocca per la goduria , Terminator Genisys  dà l'impressione di pasticciare appositamente con i paradossi temporali scegliendo di trattare altri argomenti quasi fosse un film Marvel qualsiasi.
E Terminator senza paradossi temporali è come una fuoriserie senza carburante: bella , per carità ma costretta a rimanere immobile senza neanche far ascoltare il rombo del proprio motore.
Il secondo grosso problema è che  trovandoci di fronte a un reboot, una nuova partenza della saga, non è una bella cosa che il protagonista dei primi due film, ovvero il buon vecchio Arnie, rubi la scena ai nuovi innesti del cast come la marmellata a un bambino.
E' innegabile: Terminator Genisys, funziona, per quel poco, solo quando Schwarzy è in scena e si mette a giocare con la sua età ( vecchio ma non obsoleto), con le sue rughe e con i suoi capelli bianchi.
E anche con la fissità marmorea del suo volto, quando prova a sorridere in modo convincente.
Facendo questo dimostra tutta la sua grandezza,  guardandosi indietro e iniettando ai suoi personaggi cospicui dosaggi di autoironia ci si accorge finalmente che oggi, forse , è grande come non lo è mai stato nella sua lunga carriera.
Non credo che questo Terminator Genisys passerà alla storia, al massimo può essere considerato un blockbuster furbetto che gioca con l'immaginario di una generazione che oggi ha la testa imbiancata e che cerca un punto di contatto con quella masnada di adolescenti che Terminator lo ha solo sentito nominare o lo ha visto, senza viverlo, nei suoi numerosi passaggi televisivi.
Forse per loro sarà sufficiente.
Per me che i primi due film li ho vissuti al cinema non basta.
E non sono capace nemmeno di accontentarmi di quello che passa il convento.


PERCHE' SI : film da 155 milioni di dollari con effetti speciali all'altezza e una computer grafica che ha del miracoloso, Arnie è immenso e la sola ragione per vedere questo film.
PERCHE' NO : i paradossi temporali sono confusi ad arte, per essere un reboot si basa troppo sul vecchio senza grosse novità, Arnie ruba la scena costantemente al resto del cast.


LA SEQUENZA : lo shock di rivedere lo Schwarzy del 1984, la lotta tra i due Terminator.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

I primi due Terminator sono titoli per me imprescindibili.
Qualsiasi reboot o remake o sequel non sarebbe mai stato abbastanza per scalfire il ricordo.
Schwarzy a 67 anni suonati ( all'epoca del film , ora sono 68) è ancora duro come una pietra.
Stupito da come rubi la scena con la sua sola presenza al resto del cast, non avrei mai detto ceh sarebbe stato capace di tanto.


( VOTO : 5,5 / 10 )

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domenica 19 luglio 2015

Spy ( 2015 )

Susan Cooper è un'agente CIA relegata dietro a un computer a fare da occhi e orecchie durante le missioni dell'agente Fine di cui è segretamente , ma neanche tanto, innamorata.
Lui muore in missione e lei decide di prendere chi è stato, apparentemente la figlia di un criminale ucciso dallo stesso Fine e nel frattempo deve impedire che la suddetta signora venda al miglior offerente una bomba nucleare che potrebbe sovvertire gli equilibri politici globali.
Tra Bulgaria, Budapest, Roma, Parigi e Lago Balaton Susan diventa l'agente CIA perfetto, stavolta con licenza di uccidere.
Ma anche di far ridere.
Paul Feig deve essere per forza il regista più femminista di Hollywood.
Dopo lo strepitoso Le amiche della sposa e  il giulivo Corpi da reato in cui creava un action al femminile con protagonista la ciccia di Melissa McCarthy, ora è la volta di sdoganare dal machismo la spy story bondiana e protagoniste sono sempre le ciccette in libera uscita della McCarthy che si presta con parecchia ironia al gioco.
In un contesto glamour che potrebbe fare da sfondo a un qualsiasi film di 007, con un eccellente surrogato di James Bond che ha la fisicità di un Jude Law ritornato bello come il sole dopo alcuni film in cui era ingrassato e imbruttito in modo preoccupante, Susan Cooper/ Melissa McCarthy si muove in modo insicuro tra errori da principiante e insicurezze scolpite a fuoco nel suo DNA.
Però ha sempre il colpo d'ala per non finire male, crivellata di pallottole o di coltellate , anzi ha sempre quello spunto che rasenta il genio che le permette di continuare la sua missione facendo lo slalom tra pericoli, trabocchetti e vincendo molti duelli all'arma bianca ( tipo quello nelle cucine).
Il suo mix di insicurezza , genio e fisicità sbagliata , perché in fondo è alta sempre un metro e un foglio di giornale e larga altrettanto, sono il perfetto contrappunto al fascino inglese di Law, con quegli occhi blu in cui lei si vorrebbe tuffare, quasi ci vorrebbe annegare e alla fisicità giusta ( ma con la testa sbagliata) di Jason Statham che interpreta il ruolo più spassoso della sua vita, quello di un agente che non è precisamente un fulmine di guerra in quanto a cervello.
Feig si muove agilmente tra la commedia , l'action e la parodia ma dà il meglio di sé nei duetti tra la McCarthy e la Byrne, altra a cui non manca di certo l'autoironia , ma soprattutto in quelli con Miranda Hart, la sua amica Nancy , un'altra che ha una fisicità sbagliata almeno quanto la sua , pur avendo caratteristiche fisiognomiche nettamente diverse ( diciamo che è alta almeno 30 centimetri più di lei).
Sono due nerd in un mondo di super agenti e lo urlano a squarciagola al mondo intero il loro essere comunque adeguate.
L'impressione è che a Feig vada stretta la parodia, non vuole diventare un nuovo Mel Brooks, vuole ibridare generi  e creare spazio per personaggi che in un mondo perfetto , tutto lustrini e pailettes , come quello hollywoodiano, non avrebbero possibilità di sopravvivenza.
E allora largo alle forma straripanti di Melissa McCarthy che non sarà veloce o aggraziata nei suoi movimenti ma arriva sempre al suo scopo e largo al confronto con tante tipe fisicamente perfette ( il film ne è letteralmente tappezzato) su cui il nostro agente poco speciale passerà sopra come un rullo compressore.
E' facile fare l'agente speciale con il fisico di un Jude Law o di un Daniel Craig.
Provate a fare l'agente speciale con un fisico alla Melissa McCarthy.
Tutto è più difficile.
Eppure lei ci riesce benissimo.


PERCHE' SI : film che si muove tra commedia, action e parodia bondiana, la McCarthy è un ciclone, Statham , Law e la Byrne stanno al gioco con autoironia.
PERCHE' NO : forse un po' troppo lungo, l'impressione è che a Feig stia stretta la parodia bondiana, astenersi chi cerca verosimiglianza.


LA SEQUENZA: la furiosa lotta all'arma bianca nella cucina dell'albergo contro una pericolosa pin up di verde vestita


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Un'altra Hollywood è possibile, fatta di bellezze non perfette e fisici non statuari.
Non vorrei che la McCarthy qui da noi facesse la fine di Steve Martin, incensatissimo in patria ma ignorato in Italia.
Feig ha ormai maturato un suo stile ma tremo all'idea del suo Ghostbusters al femminile.
Jude Law è ritornato bellissimo come il sole dopo alcuni film in cui era ingrassato, invecchiato e imbruttito. Ma come fanno?


( VOTO : 7 / 10 )


 Spy (2015) on IMDb

mercoledì 15 luglio 2015

Big Game - Caccia al presidente ( 2014 )

Nei boschi della Lapponia, Oskari che sta per compiere tredici anni è alle prese con la prova che testimonierà il suo ingresso nel mondo degli uomini: la caccia al cervo , armato solo di arco e di frecce.
E se la deve cavare tutto da solo.
Intanto nel cielo lappone sfreccia l'Air Force One, l'aereo del presidente degli Stati Uniti che è sotto attacco da parte di un gruppo di terroristi. Il presidente viene messo in salvo attraverso una specie di capsula di salvataggio che lo fa atterrare in mezzo ai boschi e si deve guardare dai terroristi che lo stanno cercando.
L'unico che può aiutarlo è Oskari. 
Riuscirà la strana coppia a sopravvivere all'attacco terroristico?
L'idea alla base di questo film era perlomeno intrigante : prendi un regista che più finlandese non si può , dallo stile trasversale e legato fortemente alle proprie radici, ovvero Jalmari Helander ( già visto  all'opera in Trasporto eccezionale), dagli due soldini , in questo caso 8 milioni e mezzo di euro, affiancagli un gruppo di attori americani per dare una patina internazionale alla tua produzione, e realizza un qualcosa che unisca al meglio queste due anime così diverse e contrastanti.
Il risultato dovrebbe essere assicurato, almeno sulla carta.
Purtroppo non è così : Big Game - Caccia al presidente è un film in cui queste due anime non sono mai unite al meglio in un effetto sinergico, anzi spesso sembrano collidere l'una con l'altra in una narrazione che procede col freno a mano tirato ( in meno di novanta minuti riesce ad affiorare anche un po' di noia ) e a compartimenti stagni raccontando per lunghi tratti in alternativa le due storie.
Da una parte il percorso formativo di Oskari, tredicenne con la voglia matta di dimostrare al padre che può calcare le sue orme e che è degno erede della sua fama di cacciatore ( le intenzioni del ragazzo sono buone, il risultato forse un po' meno ), dall'altra la storia di un Presidente americano, color nero Obama, ben lontano dallo stereotipo incarnato da Harrison Ford in Air Force One o dal Bill Pullman di Indipendence day, uomini che non esitano un attimo quando si tratta di passare all'azione, ma un uomo ai limiti del pusillanime, che non sa picchiare ( cavolo, ma sei nero, mai avuto un'infanzia gangsta a suon di mazzate dietro le orecchie?), anzi che non fa altro che prenderne per tutto il film.
Quanto è più interessante il percorso di Oskari , tanto è poco originale la storia del Presidente e dei terroristi cattivoni che vogliono rapirlo.
E quello che doveva essere il punto di forza, anche commerciale, di un film dal budget importante per essere europeo, si rivela paradossalmente il suo limite, perché si saltabecca da una storia all'altra senza il minimo costrutto aspettando un rendez vous che non tarda ad arrivare e che avviene in modi assai convenzionali per non dire già visti.
Anche il fattore fiabesco dell'incontro tra un bambino come tanti e l'uomo più potente del mondo è disinnescato , quasi maltrattato, della serie ci conosciamo ma ognuno rimane nel suo, soprattutto è Oskari che prende la guida di tutto.
E' piacevole l'effetto nostalgia che provoca, il suo continuo strizzare l'occhio ( ma che c'avrai dentro quest'occhio?) a certo cinema action degli anni '80 e '90, fracassone e rocambolesco assai lontano dal concetto di verosimiglianza,  encomiabile anche il non prendersi troppo sul serio , ma l'impressione è che questo Big Game - Caccia al presidente, sia solo un film arrivato irrimediabilmente fuori tempo massimo.
Ed è un vero peccato perché le premesse per qualcosa di buono c'erano tutte.


PERCHE' SI . idea di base intrigante, bella ambientazione boschiva e montana, effetto nostalgia, ironia e autoironia.
PERCHE' NO  : le due anime del film non lavorano in sinergia, il racconto dell'attacco al presidente è già visto e rivisto, sembra un film arrivato fuori tempo massimo.


LA SEQUENZA : l'incontro tra Oskari e il presidente e il mettere subito in chiaro chi comanda.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Il budget è importante per fare del buon cinema ma non è fondamentale.
Ad Helander hanno fatto male tutti questi soldini.
Gli americani non riescono mai a rinunciare a una buona dose di retorica nazionalista.
A volte le buone idee non bastano per sorreggere un film.


( VOTO : 5 / 10 )


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venerdì 10 luglio 2015

The Gunman ( 2015 )

Terrier lavora in Congo con mansioni non meglio specificate nel campo del volontariato per stare vicino alla sua fidanzata che è un medico. In realtà fa parte di un team affiliato ai servizi segreti che ha il compito di uccidere il Ministro delle Risorse Minerarie e provocare una guerra civile per rovesciare il governo in carica.
E' proprio Terrier il cecchino designato, compie la sua missione omicida ed è costretto a fuggire e a vivere sotto copertura per molti anni.
Quando torna in Congo per lavorare in un'organizzazione no profit ed è fatto bersaglio del tentativo di omicidio da parte di un gruppo di mercenari locali, è costretto a tornare in Europa per fare chiarezza sul suo passato e per scoprire chi lo vuole morto.
E incontra di nuovo la sua ex fidanzata....
Non vorrei che Sean Penn abbia visto la svolta action senile di Liam Neeson e abbia provato invidia raffazzonando un film come questo.
Il sospetto c'è : Sean, anni 55 ad agosto e palestrato il giusto , prende un romanzo , ne scrive la sceneggiatura assieme a Pete Travis e Don MacPherson, si ritaglia anche un ruolo da produttore oltre che da protagonista assoluto, assolda il muscolare Pierre Morel, virgulto formato da Luc Besson e regista non a caso del primo Taken , cioè il film che ha sancito la svolta action del suddetto Liam Neeson  e si costruisce un film su misura contornandosi di comprimari di lusso che decidono di stare nel suo cono d'ombra ( tipo Bardem, Winstone e Idris Elba).
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: The Gunman è un action rozzo e registicamente volgare, uno di quei film nati già vecchi in partenza e che arrivano fuori tempo massimo, un veicolo promozionale per il trainer di un Sean Penn ( addominali a tartaruga come se non ci fosse un domani che vedete immortalati poco più in basso) che lascia in un cassetto la tecnica in favore dell'azione dura e cruda e delle sequenze adrenaliniche giocate sul filo della tensione.
Che, detto tra noi, non ci sono , roba vecchia e ammuffita anche quella così come la svolta nella seconda parte del film, l'attesissimo colpo di scena che lo spettatore più smaliziato ha intuito già una buona oretta prima.
In questo sfacelo non si salvano neanche i comprimari di cui sopra con un Bardem oscenamente sopra le righe, un Winstone in un personaggio che più incolore non si puà e un Elba che con la sua fissità da merluzzo del Nord Atlantico fa rimpiangere assai i suoi ( bei ) trascorsi televisivi.
In mezzo al bailamme c'è spazio anche per la divetta nostrana Jasmine Trinca che conta come il due di coppe quando briscola è spade e sfodera un autodoppiaggio da denuncia penale, un po' come tutti i nostri conterranei impegnati all'estero, in quelle rare occasioni che vengono ingaggiati.
Il sospetto è che Sean Penn voglia quasi esorcizzare la vecchiaia che avanza.
Sapevo che prima o poi sarebbe arrivata l'ora ma vien quasi voglia di rivalutare in toto gli action girati con stile videoclipparo dal compianto Tony Scott, tanti vituperati al momento in cui uscirono ma di levatura sicuramente superiore rispetto a tutta l'immondizia action che tappezza i manifesti del cinema al cinema.
Peccato per la tematica importante ( lo sfruttamento dei Paesi più poveri da parte dei più ricchi) che viene buttata alle ortiche in un film senza capo nè coda, con una sceneggiatura che ha più buchi di una forma di groviera.
Sean, caro, non è appagante neanche parlare male di te.
Anche perché tu quando vai a casa trovi  Charlize Theron che ti aspetta tra le lenzuola e noi che ti critichiamo stiamo qua con un bel palmo di naso....


PERCHE' SI : il cast ha nomi altisonanti e nulla altro, qualche sequenza action girata e montata come il dio del cinema comanda.
PERCHE' NO : film fuori tempo massimo, costruito su un divo che sta invecchiando con un cast che decide di stare nel suo cono d'ombra, Jasmine Trinca si autodoppia penosamente e Bardem recita oscenamente sopra le righe.


LA SEQUENZA : il duello finale alla Plaza de toros durante una corrida.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Mai visto Sean Penn così palestrato, anzi....
Può darsi che stare con una come Charlize Theron ti faccia venire l'ansia da prestazione.
Chi sarà il prossimo attore con un curriculum serio ( tipo due Oscar come Penn) che opterà per la svolta action in vecchiaia?
Perché Pierre Morel continua a girare film che sembrano fatti con lo stampino?


( VOTO : 3 / 10 )


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domenica 28 giugno 2015

Tomorrowland ( 2015 )

Un bambino che ha inventato una macchina per volare e un'adolescente animata da grandissima curiosità per il mondo della scienza , condividono il loro destino in modo inconsapevole.
E il loro destino è a Tomorrowland . fantastico luogo nascosto tra le pieghe dello spazio e del tempo.
E ci si arriva solamente toccando una spilla.
E' da qualche anno che la fantascienza distopica ha preso piede , anzi è diventata moda al cinema con i vari Hunger games ed epigoni più o meno riusciti.
Ora è la Disney a rispondere e lo fa a modo suo con un film che elimina praticamente del tutto le asperità di un possibile futuro distopico ( anche se c'è lotta per assicurarselo e i protagonisti devono combattere per ottenerlo) che è un pezzetto di universo nascosto in un limbo spaziotemporale in cui tutto è diverso, migliore, più bello.
Reclutato in regia Brad Bird, uno che , venendo dall'animazione ha dalla sua la capacità di essere visionario, ed in sede di scrittura Damon Lindelof, uno che ha sempre la sindrome del colpo di scena tellurico anche se scrivesse un necrologio sul giornalino del paese, a conti fatti Tomorrowland si presenta come un giocattolone che visivamente si presenta molto bene , del resto parliamo di un budget che ha sfiorato quasi i 200 milioni di dollari, ma che a parte quello che mette in bella mostra per le pupille e per l'epidermide ha ben poco da offrire.
Verrebbe da etichettarlo col termine di colosso coi piedi d'argilla ma sarebbe superficiale.
Diciamo che il nuovo blockbuster Disney formato famiglia cerca di propinare la sua ricetta di ottimismo cosmico utilizzando maestranze creative forse non adatte alla bisogna.
Assistiamo a un mix di fantascienza anni '80 girata nell'era digitale e con i migliori mezzi che la tecnologia assicura, di percorso di formazione ( doppio), di elogio dell'unità della famiglia, anche un pizzico di commedia.
E ci sono anche androidi cattivi oltre a quelli buoni di cui ci si può anche innamorare , robot da uccidere brutalmente con un raggio che polverizza tutto.
Quindi anche morte ma senza versare neanche una piccolissima goccia di sangue.
Complessivamente Tomorrowland è un film che promette ma non mantiene, non sembra esserci sinergia tra la creatività di Brad Bird e quella di Lindelof, a un'impalcatura visiva di primissimo ordine non corrisponde una scrittura adeguata.
Spesso si ha la sensazione che il brodo venga allungato , nella prima ora di film succede poco o nulla, a tal punto che la noia affiora in maniera prepotente.
In mezzo a personaggi che incarnano stolidamente degli stereotipi emerge la figura del piccolo androide Athena, l'unico che regala qualche momento di genuina sorpresa.
Clooney e Laurie ( mai visto un villain così insignificante) assistono come belle statuine.
L'unica zampata di  Linderof si avverte nella sequenza finale che ha quell'apertura che consentirebbe di ripartire da capo.
Ma anche no.
Per il resto , per essere un film che doveva sponsorizzare l'omonimo, gigantesco parco divertimenti, beh fallisce anche sotto quel profilo.
Il parco si vede per pochi , ininfluenti minuti...


PERCHE' SI : impalcatura visiva di primissimo ordine, effetti speciali all'altezza, viaggi nel tempo, il piccolo androide Athena.
PERCHE' NO : il mix di fantascienza anni '80 e film per famiglie nel classico stile Disney è abbastanza indigesto, troppo lungo, le creatività di Bird e Linderof non sembrano in sinergia.


LA SEQUENZA : inevitabile, il giro turistico di Casey a spasso per Tomorrowland ma anche la lotta con gli androidi nel negozio di memorabilia vintage.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE 

Sinceramente comincio ad averne le tasche piene di futuri distopici così su misura per teen agers.
Comincio a sopportare poco anche tutta quell'aria rassicurante dei film Disney.
Laurie dopo il dr House ha subito un tracollo verticale e questo film non lo aiuterà di certo.
Un giorno mi piacerebbe visitare questo parco anche se al momento mi fa abbastanza paura...


( VOTO : 5,5 / 10 )


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