I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.
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lunedì 9 marzo 2015

Exodus - Dei e re ( 2014 )

Mosè è un trovatello allevato in segreto dal faraone Seti che ha molta più fiducia nelle sue capacità che in quelle del figlio naturale Ramses.Un anziano della comunità israelita gli svela la sua reale origine , provocando una sua reazione scettica e rabbiosa e ne viene a conoscenza anche Ramses nel frattempo salito al trono e che ha sempre sofferto la competizione con il prediletto del padre.
Mosè viene esiliato in un deserto roccioso, sopravvive al tentativo di omicidio da parte di due sicari, trova rifugio in una tribù israelita e anche moglie.
Ma, salito su un monte ritenuto essere la dimora di Dio riceve da un bambino ( Dio) l'ordine di ritornare alla corte di Ramses per salvare tutti gli israeliti suoi schiavi.
Cerca di ottenere da Ramses condizioni di lavoro più giuste per loro ma il risultato è il tentativo di ucciderlo e lo sterminio programmato di una famiglia al termine di ogni giorno finché non si fosse consegnato.
Il Dio bambino per risolvere la situazione manda le dieci piaghe e Mosè finalmente può mettersi a capo del suo popolo per tornare indietro a Canaan , la terra promessa.
Tornano di moda i blockbuster biblici : l'anno scorso il confuso pasticcio, vero e proprio delirio autoriale che rispondeva al nome di Noah, quest'anno ci si basa sul libro dell'Esodo nell'Antico Testamento.
Lungi da me fare confronti tra Noah di Aronofsky e Exodus - Dei e re di Ridley Scott.
Sono due specchi fedeli della concezione di cinema che anima i due autori.
Narciso e autocompiaciuto il primo, intento più a seguire le proprie suggestioni che a narrare una storia vera e propria , mentre l'altro è narratore di razza, uno dei pochi registi al giorno d'oggi ad avere quel senso dello spettacolo che apparteneva anche ai kolossal degli anni d'oro di Hollywood.
E' indubbio che il nuovo film di Ridley Scott debba confrontarsi innanzitutto con il suo passato relativamente recente, Il Gladiatore, che provoca al solo nominarlo , occhi a cuoricino da parte di schiere infinite di fans indefessi, ma soprattutto debba confrontarsi con un illustre predecessore, I dieci comandamenti , l'apoteosi del cinema ricco e visionario, con frequenti deragliamenti nel kitsch vero e proprio, tipico della grandeur produttiva di Cecil B. De Mille.
Il confronto comunque non è così agevole: Scott marca la differenza con un Mosè laico, rabbioso e una narrazione più spoglia senza tutte quelle sovrastrutture che facevano del film di De Mille un patchwork abbacinante pur nei suoi continui deragliamenti e licenze poetiche.
Ciò non vuol dire che Exodus - Dei e re sia un film che funzioni: anzi.
Non sono più i tempi de Il gladiatore e della sua confezione a prova di bomba, paradossalmente manca il carisma di un personaggio come l'Ispanico di Russell Crowe, manca il crescendo spettacolare che caratterizzava la storia del gladiatore che si ribellava all'impero.
Qui c'è una parte centrale in cui emerge la verbosità e la stagnazione e il finale non risolleva di certo le cose.
Quello che rimane è una lettura quasi agnostica del Vecchio Testamento, un protagonista  che ha poco o nulla di divino, molto umano, terragno oserei dire , comunque il vecchio Ridley riesce a dare la sua impronta e la sua lettura a un personaggio già raccontato da altri in maniera completamente diversa.
Quello che manca è la sua visionarietà e anche il deragliamento nel kitsch che rendeva a suo modo il film di De Mille , leggendario, una vera e propria Bibbia cinefila per gli autori a venire.
L'errore di Scott sta nel voler dare un tono serioso, troppo, forse addirittura compunto per avvicinarsi così laicamente alla sacralità di  una materia narrativa che tratta di dei e di uomini e dell'origine di un popolo che , ad oggi, ancora deve lottare per essere riconosciuto.
Ma da questo discorso politico Scott si tiene a debita distanza.
E di dei ce ne sono pochi, in fondo Exodus - Dei e re si sofferma per la maggior parte del tempo a parlare del confronto tra Mosè e Ramses , mentre quel Dio bambino fa apparizioni sporadiche.
Bale cerca di dare linfa vitale al suo Mosè disegnando un personaggio con numerosi coni d'ombra ma il confronto con Heston è perso in partenza: fa addirittura  macchia Edgerton nella parte di Ramses che diventa una specie di caricatura di se stesso.
Altra colpa di Scott è forse quella di aver voluto creare una sorta di seguito a Il gladiatore, volendone in qualche maniera replicarne il successo.
Ma stavolta il colpaccio non gli è riuscito.
Exodus- Dei e re non ne ha la statura e la tenuta spettacolare.
E il botteghino lo ha condannato.

PERCHE' SI :  produzione da 140 milioni in cui è visibile il dispiego e l'opulenza dei mezzi, Scott cerca di girare un blockbuster con l'anima, lontano dagli integralismi religiosi e che si ponga a una certa distanza dagli illustri predecessori.
PERCHE' NO :  si vuol ravvivare il successo ottenuto con Il gladiatore ma il film non ne ha la statura e la tenuta spettacolare, Bale perde il confronto con Heston, Edgerton è una quasi caricatura di se stesso.

 ( VOTO : 5 / 10 )

 Exodus: Gods and Kings (2014) on IMDb

giovedì 19 febbraio 2015

Selma - La strada per la libertà ( 2014 )

Selma è una cittadina dell'Alabama, nel profondo sud razzista degli Stati Uniti, scelta dal reverendo Martin Luther King, per una grande manifestazione non violenta contro tutti gli ostacoli che di fatto impedivano l'espletamento del diritto di voto degli afroamericani.
Battaglia prima politica che civile, condotta fin nelle più alte stanze di Washington discutendone con il presidente Lyndon Johnson, non convinto della tempistica e dell'opportunità politica di una battaglia come questa, e condotta anche  cercando di mitigare gli animi più ribelli desiderosi di reagire con la violenza.
Non solo istanza civile ma anche tattica politica creano l'occasione per la manifestazione di Selma.
La marcia sarà naturalmente un successo senza precedenti, iscritta di diritto tra gli avvenimenti storici fondamentali del XX secolo.
Selma- La strada per la libertà racconta una storia che ha circa 50 anni.
Eppure sembra ieri, anzi no sembra oggi.
In una nazione ancora alle prese con le sue contraddizioni e con sacche di razzismo larvato nonostante un presidente nero ( impossibile che non ci sia una componente razzistica nelle uccisioni di diversi ragazzi neri da parte dei poliziotti in varie città statunitensi, fatti che accadono troppo spesso per poter essere giudicati come casuali  e rispondenti a dinamiche sempre uguali) una storia come quella narrata dalla regista afroamericana Ava DuVernay è la cartina di tornasole attraverso cui leggere la società di oggi nata proprio dalle ceneri di quel razzismo conclamato che gradualmente è stato spazzato via a suon di leggi.
Non del tutto però, visto che si sente ancora il bisogno di raccontare certi avvenimenti storici come i fatti avvenuti a Selma o anche fatti di cronaca più recenti come in Prossima fermata : Fruitvale Station.
Ma il film della DuVernay non è un pamphlet politico accorato, è più che altro un complesso affresco storico in cui non viene perso alcun dettaglio dei particolari e questo è un grande merito di una regista che per la prima volta è alle prese con un budget importante.
E abbiamo il vantaggio , il privilegio addirittura di vedere una sorta di dietro le quinte, non vediamo solo il lato pubblico dei vari Martin Luther King e Lyndon Johnson ma arriviamo al cuore dei loro pensieri, dei loro dubbi, delle loro incertezze , riusciamo a percepire , quasi a toccare con mano la loro visione politica complessiva a partire dai particolari, da quei piccoli compromessi che hanno consentito loro  di andare avanti ogni giorno nella loro attività.
Ne escono due figure di statura eccezionale rispetto ai nani e alle ballerine che fanno politica oggi, è evidente la differenza che c'è tra uno statista, uomo delle istituzioni che ha la visione a lungo termine, e un politicante, come ad esempio il governatore dell'Alabama, razzista irriducibile che guarda solo al proprio misero orticello.
Selma - La strada per la libertà è un film dall'aspetto vintage, di vibrante impegno civile che non sceglie la strada della stucchevolezza nella ricostruzione storica, come accadeva giusto l'anno scorso con The Butler - Un maggiordomo alla casa bianca, o della furia beluina dello sguardo all black mutuato in 12 anni schiavo.
E' un crescendo di emozioni in cui la forma filmica si compendia magnificamente con la storia, fa brillare di luce diversa ( ma ancora più luminosa se possibile) una figura come quella di Martin Luther King, interpretato con palpabile partecipazione e mimesi da un intensissimo David Oyelowo, inquadrandolo da una prospettiva soprattutto privata ( arrivando a raccontare persino le tensioni con la moglie), più umana.
Inevitabile che a tratti si esondi nella retorica ma sembra tutto sotto controllo e mescolare le immagini della vera manifestazione con quelle ricostruite cinematograficamente è un magnifico modo per chiudere una narrazione corale come quella scelta da Ava DuVernay.
Non vincerà Oscar e rimane la macchia di non aver incluso la regista tra le nominations.
Bieco maschilismo o razzismo vero e proprio?

PERCHE' SI : affresco storico di spessore, cast eccellente , emergono le figure di King e Johnson soprattutto il loro lato privato.
PERCHE' NO : inevitabile esondare a tratti nella retorica, ritmo compassato all'inizio

( VOTO : 8 / 10 )

 Selma (2014) on IMDb

sabato 26 luglio 2014

Noah ( 2014)

Tra tutti coloro che abitano la Terra , Noah ( o Noè che dir si voglia), discendente diretto di Set , è l'unico che cerca di rispettare sempre i dettami del Creatore e cerca di far rispettare tutto anche alla moglie e ai figli.
Sarà per questo che il Creatore gli appare in sogno e gli fa costruire un'arca in cui preservare tutto quanto di buono c'è sulla Terra perché sta arrivando un diluvio universale che spazzerà via totalmente la razza umana.
A scanso di equivoci e solo per guadagnarmi i miei 92 minuti di applausi dirò subito che per me Noah è una cagata pazzesca.
Brutto per essere brutto.
Aiutatemi a dire brutto.
Per fare la battuta dell'anno potrei dire che fa acqua da tutte le parti, oppure che quell'Arca inaffondabile in realtà fa colare a picco il film peggio del Titanic e così via con un rosario di battute marinaresche.
Per quanto mi riguarda Darren Aronofsky è uno stranissimo animale cinematografico .
Mi ha regalato nella sua carriera uno dei film più belli che abbia mai visto, The wrestler, ma anche  uno degli scassamenti di palle più imponenti ai quali ho avuto la (s)fortuna di assistere, L'albero della vita -The fountain.
E qui prevedo il diluvio sopra il mio capo perchè so che questo film ha molti fans agguerriti che lo difendono a spada tratta mentre per me è il peggio del cinema di Aronofsky condensato in due ore di proiezione.
Questo per dire che Aronofsky è autore che guardo sempre con attenzione e anche con ammirazione perché non sceglie mai scorciatoie facili per accaparrarsi il benvolere del pubblico.
Prosegue nel suo percorso autoriale, alla ricerca di una poetica personale e di uno stile che lo contraddistingua immediatamente dal marasma di mestieranti che affollano il panorama cinematografico internazionale.
Il problema è che il nostro nella sua carriera, sempre parere personale , quindi opinabile e insindacabile allo stesso tempo, ha preso delle topiche clamorose, degli intoppi colossali che hanno gettato molti dubbi sul suo talento.
Il primo è stato L'albero della vita- The fountain, già ricordato prima, il secondo è il film di cui stiamo parlando oggi, Noah.
Il peggio del peggio del suo cinema: tronfio polpettone esistenzialista , il film che vede protagonista assoluto Russel Crowe è letteralmente insostenibile.
140 minuti di delirio assoluto, un impasto micidiale di religione e teologia, storia e leggenda, testi sacri e impennate fantasy tolkeniane , una mattonata pesantissima che arriva diretta in faccia all'ignaro spettatore.
Tra scenari post atomici, scene di massa che sembrano prese di peso dalla saga del Signore degli Anelli, declamazioni di battute che oltrepassano spesso la soglia del retorico, Noah procede a tentoni scimmiottando anche la cosmogenesi kubriuckiana ( di 2001 Odissea nello spazio) e malickiana ( di The tree of life).
Curioso anche che sposi il creazionismo e di fatto col procedere delle immagini invece si schieri apertamente dalla parte dell'evoluzionismo.
Insomma , poche idee ma in compenso ben confuse.
Noah cerca di riabilitare il genere biblico con una magniloquenza irrisolta e ripiegata su se stessa che non ha la maestosità di un film di Cecil B. de Mille, uno che di kolossal se ne intendeva e ne riusciva a fabbricare in serie, praticamente senza sbagliare un colpo.
Ad Aronofsky in questo film manca il senso del racconto, l'epica di un personaggio mitico e biblico come Noè, ridotto a una specie di caricatura con la chioma cangiante che mena le mani molto meglio di quanto parli ( della deriva action del personaggio che mena come un ossesso, ne vogliamo parlare?) nasconde anche la sua arca ( chissà perché mi ero fatto l'idea di un'arca un po' come quelle che si vedono sui libri di religiione per bambini, con gli oblò tondi e le teste degli animali che fanno capolino, una specie di nave da crociera) rendendola all'esterno un insieme di assi mal assemblate e dentro una specie di antro buio e sporco in cui consumare le lotte intestine tra i vari uomini che sono costretti a soggiornarci.
C'è anche il cattivone in puro stile hollywoodiano e il figliol prodigo che ritorna dalla parte del padre.
Un vero peccato che vengano buttate via così sequenze e scorci bellissimi in cui si apre soprattutto il finale del film ( ma anche la parte centrale, quella un po' più agitata).
Noah è letteralmente indigeribile anche con un vagone di Maalox a portata di mano.
Si ferma di traverso nello stomaco, ammesso che riesca a passare l'esofago , e se ne sta lì fermo giorni e giorni.
Assumere con cautela e seguendo le istruzioni per l'uso.
Potrebbe avere effetti collaterali anche gravi.
Si declina ogni responsabilità.

( VOTO :  2,5 / 10 )

Noah (2014) on IMDb

lunedì 24 marzo 2014

La mafia uccide solo d'estate ( 2013 )

Arturo è innamorato di Flora da quando l'ha vista , quando lei arrivò nella sua scuola a Palermo, figlia di un direttore di banca piuttosto ammanicato con le alte sfere. Ma c' è sempre qualcosa che si frappone tra lui e lei. E questo qualcosa quando non è un suo compagno di banco invaghito come lui di Flora si chiama mafia: concepito la notte in cui i più noti boss mafiosi , Riina, Provenzano e Bagarella, uccisero , travestiti da poliziotti, Rocco Cavataio, prendendo definitivamente il controllo della Sicilia, battezzato da un prete anche lui con qualche problema di quelli da nascondere alla comunità, Arturo incrocia continuamente protagonisti della lotta alla mafia e avvenimenti luttuosi in una città che sembra di non curarsi dei tentacoli della criminalità organizzata. Il suo idolo è Giulio Andreotti e anche lui non è che badi molto a quello che gli succede intorno . Arturo vuole solo Flora e invece conosce Boris Giuliano, Rocco Chinnici che condivide con lui il segreto dell'amore innocente per Flora e tanti altri. 
Cresce e ha sempre Flora in testa nonostante lei si sia trasferita da anni in Svizzera: lei torna come assistente di Salvo Lima e lui ce l'ha lì a portata di mano come mai gli era successo. 
Eppure la mafia si intromette anche questa volta uccidendo Salvo Lima.
Avrà un futuro l'amore di Arturo e Flora , fino ad ora sentimento tristemente unilaterale?
La mafia uccide solo d'estate è l'esordio alla regia di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, autore  e personaggio televisivo, già assistente alla regia di Marco Tullio Giordana ne I cento passi.
Non il solito raccomandato di lusso fornito dai palinsesti televisivi, ma finalmente qualcuno che ha qualcosa da dire e che non esordisce con la solita commedia buonista preconfezionata per i palati alla buona di molto pubblico nostrano.
Travestito da romanzo di formazione ( o di deformazione a seconda dei punti di vista) il film di Pif è in realtà un racconto storico, personale di una stagione della vita palermitana, quella degli anni di piombo, della contrapposizione tragica tra Stato e mafia, in cui l'innocenza dello sguardo di un bambino è messa continuamente a dura prova dai crimini efferati che accadono, condizionando la vita sua e quella degli altri palermitani molto più di quello che lascino vedere.
Palermo è una città senza occhi e senza orecchie, che si disinteressa quasi ai morti ammazzati, da una parte e dall'altra e del terrore che la condiziona da molti anni a questa parte.
Arturo in una virata al grottesco si sceglie l'idolo sbagliato: avrebbe a disposizione gente come Boris Giuliano, Rocco Chinnici o il generale Dalla Chiesa, tutta gente che ha conosciuto in prima persona  eppure lui è soggiogato da Andreotti e dai suoi aforismi minimalisti che lo rendono non esattamente un personaggio di primo piano nella lotta alla criminalità mafiosa.
Anzi.
Eppure Arturo prosegue con pervicacia il suo percorso  pur con il destino che gli si pone continuamente di traverso e si accorge sulla sua pelle che la mafia non uccide solo d'estate.
Quello di Pif è un esordio registico di buonissimo livello, usa il doloroso materiale di repertorio come un maglio per arrivare al cuore dello spettatore, riesce a sfumare il comico nel tragico e viceversa, il tutto attraverso gli occhi di un bambino che vuole vedere e capire quello che accade attorno a lui.
La sua storia d'amore con Flora è un fil rouge che attraversa tutto il film, pur in primo piano  appare come un pretesto creativo per parlare di tuttaltro.
Perchè in fondo , anche se si volesse ignorare tutto il resto, non sarebbe possibile.
La storia è lì , in bella evidenza, gli omicidi importanti che hanno segnato la vita siciliana di questi ultimi trenta anni e più ci sono tutti, raccontati trasversalmente secondo la prospettiva del piccolo Arturo.
E anche quando è ormai uomo fatto sembra essere l'unico che voglia in qualche modo ribellarsi a uno stato di cose inaccettabile.
La mafia uccide solo d'estate è anche la storia di una presa di coscienza da parte di una città che ha sempre preferito guardare altrove, un apologo tenero e toccante su un figlio che diventerà a sua volta padre e vorrà che il suo bambino abbia subito la consapevolezza di quello che è accaduto in Sicilia negli ultimi anni e quel tour delle lapidi, cicatrici dimenticate di una lotta selvaggia è una chiusura emozionante senza essere troppo retorica che fa salire le lacrime agli occhi un po' come succedeva con il finale de I cento passi quando si vedeva il corteo funebre delle esequie di Peppino Impastato.
Arturo non è Peppino ma non vuole crescere suo figlio nell'omertà, la sua è una ribellione civile in una città cloroformizzata.
E' questo il cinema italiano che vogliamo!

( VOTO : 7,5 / 10 ) 

 The Mafia Only Kills in Summer (2013) on IMDb

lunedì 24 febbraio 2014

12 anni schiavo ( 2013 )

Saratoga , New York 1841 : Solomon Northup è un violinista affermato, marito felice e padre di due bambini. Un giorno viene attirato da due tizi a Washington con la promessa di un buon ingaggio. Invece viene drogato e rapito, consegnato a un losco affarista che lo rivende , prima a un padrone abbastanza illuminato, il signor Ford che però ha come sottoposto il viscido Tibeats che lo odia senza mezzi termini e poi viene rivenduto allo psicopatico Epps, uno schiavista duro e spietato che vede i suoi negri solo come schiavi senza alcun diritto. Questo inferno sarà la vita di Solomon in attesa che qualcuno venga a liberarlo.E un giorno conosce un abolizionista, guarda caso di origine canadese.....
Continua il nostro viaggio all'interno della lista dei film che concorreranno all'Oscar nella ormai sempre più prossima notte dedicata.
E questo rischia di essere il più autorevole: 9 candidature e un tema importante, come quello dello schiavismo che è ancora una ferita aperta, una piaga ulcerata nell'ancora giovane storia americana.
Si sa di come agli americani piaccia tanto sbandierare la loro storia ai quattro venti e 12 anni schiavo di Steve McQueen, oltre che regista , videoartista di grande pregio, in questo senso è perfetto.
E' in grado di toccare le corde emotive più nascoste, di stimolare adeguatamente nervi scoperti, getta una luce inquietante su tutta la retorica nazionalista che sta alla base del cosiddetto Sogno Americano raccontando una storia vera che ha dell'incredibile.
Solomon Northup vive 12 anni di incubo in una nazione schiavista e razzista, arretrata dal punto di vista dei diritti civili e dell'ordinamento giudiziario, la sua vita da schiavo è un urlo accorato contro la piaga della discriminazione razziale, un qualcosa da trattare un po' come si fa con la polvere da nascondere sotto il tappeto.
Il punto è proprio questo: Steve McQueen non lascia proprio nulla all'immaginazione, lavora come sa fare lui sui corpi stavolta martirizzati dalla frusta che vi apre solchi sanguinanti come autostrade, disegnando però personaggi eccessivi in un senso o nell'altro.
12 anni schiavo è un film in cui tra il bianco e il nero non c'è alcuna tonalità di grigio: o si sta da una parte o dall'altra. O si è un bianco schiavista o si è un negro schiavo.
E gli unici fattori di perturbazione , guardacaso sembrano non appartenere allo stesso mondo in cui vivono Epps e Northup, l'alfa e l'omega di tutto il film, i due estremi che diventano due simboli di umanità e di disumanità.
In questo McQueen dimostra di essersi abbastanza appiattito sui dettami hollywoodiani: se il suo lavoro visuale è estremamente personale, la scrittura è semplificata, quasi deteriore,.un bignamino ad uso e consumo del grosso pubblico che dovrà indignarsi e uscire dalla sala con le lacrime agli occhi, di rabbia e di commozione.
Un po' troppo didascalismo per far tracimare l'impegno civile di una pellicola come questa in cui tutto deve essere a vista, una sorta di open space in cui tutto dovrà essere perfettamente comprensibile alla vulgata cinematografica che poi assegnerà gli Oscar.
Il primo film hollywoodiano del britannico, nero, McQueen , rischia di averci fatto perdere un talento che aveva soggiogato e fatto girare la testa a molti con film come Hunger e Shame, film indubbiamente più astratti e cerebrali di questo 12 anni schiavo che risulta a conti fatti  quasi una semplificazione del lavoro di un regista che arrivato ad Hollywood per imporre il suo stile se ne torna a casa magari con la saccoccia piena di premi ma levigato nel suo modo di fare cinema altrove senza compromessi.
Eccellente il comparto attoriale che vede un protagonista come Ejiofor che lavora per sottrazione sul suo personaggio e un antagonista come Fassbender, la sua nemesi , che fa tutto l'opposto sovraccaricando il suo odioso personaggio, mentre fanno macchia i camei piuttosto insipidi di un Brad Pitt dalla barba caprina e di  Cumberbatch , nei panni del mite Ford ( uno dei personaggi meno spiegabili del film, gentile con i suoi schiavi ma allo stesso tempo incapace di rinunciare a loro....).
Insomma 12 anni schiavo è un film importante ma un filo deludente soprattutto per chi si aspettava da McQueen qualcosa di bello ed estremo.
Qui invece ci troviamo di fronte a un solido melodramma che lascia solo intuire le potenzialità di un regista che ha un talento come pochi.
Si riporterà a casa la sua bella vagonata di Oscar. Sperando che non abbia come al solito cannato il pronostico.
Durante i titoli di testa la bradipa mi fa sottovoce: "Ma di che parla, della storia di Kunta Kinte?"
E io " No, parla del fratello..." Lei un po' sospettosa che me ne stia uscendo con una delle mie solite cazzate un po' sostenuta mi dice " E chi sarebbe questo fratello?"
Sentendomi un po' come il George dell'immortale sitcom inglese George e Mildred le rispondo " Kunta Tore!"
E mi prendo subito il mio schiaffone d'ordinanza.....
Ecco con questa cosa vergognosa direi che per oggi la possiamo anche finire qui....

( VOTO : 6,5 / 10 ) 

12 Years a Slave (2013) on IMDb

mercoledì 8 gennaio 2014

The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca ( 2013 )

Georgia, 1926, Cecil sta lavorando in una piantagione di cotone assieme al padre quando il giovane padrone per una quisquilia uccide il genitore freddandolo con una pallottola in fronte. La padrona, la signora Westfall decide di prenderlo come domestico per farne un "negro di casa".Cecil quando è poco più che adolescente va a cercare fortuna per il mondo sfruttando le sue competenze da domestico: riesce prima a entrare in un importante albergo di Washington e poi arriva addirittura a essere il maggiordomo alla Casa Bianca servendo per 7 presidenti, dal 1952 al 1986. Osserva la storia americana da un punto di vista privilegiato , senza alcuna opinione  politica mentre un figlio gli muore in Vietnam, la moglie diventa alcolista e l'altro figlio diventa un membro attivo delle Black Panthers mostrando a più riprese il suo disprezzo per cotanto padre....
Dopo il bel Precioius che gli aveva dischiuso le porte del successo e il sospetto The Paperboy,umidiccio thriller sudista con lampi di luce accecanti e inquietanti cadute di tono, Lee Daniels ritorna con un film che è stato salutato in America come l'ennesimo miracolo cinematografico.
E vai con i " ha fatto piangere anche Obama" oppure le varie definizioni di " Forrest Gump nero" e chi più ne ha , più ne metta.
A me vien solo da dire che se è vero che Barackuccio si è commosso , allora piange veramente con poco e se questo è un Forrest Gump nero allora io sono una ballerina di danza classica con  il tutu ( uhssignur che brutta immagine che ho evocato).
The Butler- Un maggiordomo alla Casa Bianca è il classico filmone americano di stampo abbastanza classico, leccato e laccato. pomposo e inconcludente, animato da un curioso razzismo all'incontrario innaffiato da generose dosi di melassa.
Cecil Gaines , basato sul personaggio realmente esistito di Eugene Allen, vive una vita di facciata ed è talmente abituato a fare tappezzeria sul posto di lavoro che assume lo stesso ruolo anche quando è in casa, eccezion fatta per un sussulto d'orgoglio tirato fuori contro il figlio.
Il film di Daniels si perde spesso nella forma e non riesce mai ad emozionare , intento più a essere una compilazione sterile di avvenimenti storici che una rilettura sostanziale e personale di quello che è accaduto nelle segrete della Casa Bianca per oltre 30 anni.
Il cast è sontuoso ma sprecato: i vari divi che si succedono nei panni dei vari presidenti sembrano più che altro imitatori di bassa lega provenienti da uno show televisivo di taroccamenti, truccati col male e peggio.
Gli unici che emergono infatti sono quelli non mascherati malamente come John Cusack nei panni di un untissimo Nixon in profonda crisi, l'unico presidente che acquisisce un minimo di profondità nella disamina fredda e superficiale del film, e il cameo fulminante , nei panni di Nancy Reagan di una Jane Fonda che sembra aver fermato il fluire del tempo.
Lo script di Danny Strong cade nella retorica e nella ripetitività e a nulla valgono le interpretazioni comunque all'altezza di Whitaker, in uno di quei ruoli che piacciono tanto alle giurie dei vari festival cinematografici, Oscar compresi, e della Winfrey che non affonda nel trucco e nel parrucco come fanno i vari Robin Williams, Alan Rickman e Liev Schreiber.
E quelle Black Panthers all'acqua di rose gridano ancora vendetta: i boy scouts sembrano più eversivi.
The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca è un gigantesco malinteso, il primo flop dell'anno appena iniziato.
Eppure in America è andato benissimo al box office.

( VOTO : 4,5 / 10 ) 

Lee Daniels' The Butler (2013) on IMDb

domenica 29 dicembre 2013

Italia anni '70 - Novecento atto secondo ( 1976 )

Alfredo , troppo succube dei fascisti viene lasciato dalla moglie, Olmo , fieramente antifascista subisce la repressione fino alla Liberazione, quando alla guida dei contadini porta a compimento la sua lotta di classe contro i padroni ed Alfredo è il padrone di quella fattoria. Mentre Attila, il fattore a cui Alfredo ha dato troppo potere, viene ucciso assieme alla sua amante per le efferatezze di cui si è reso responsabile protetto dalla camicia nera fascista , Alfredo viene condannato a morte. Ma l'amicizia con Olmo sarà più forte di tutto, anche delle ideologie contrapposte.
E' pretestuoso aver diviso un'opera come Novecento in due film , perchè deve essere concepita come un corpo unico e indivisibile.
Il film venne diviso in due parti per esigenze commerciali ma è innegabile che tra prima e seconda parte ci siano delle differenze ben tangibili.
 Mentre per la prima parte possiamo tranquillamente parlare di capolavoro assoluto in quanto il cinema di Bertolucci vola alto come non ha mai volato prima e forse come non volerà più dopo, in Novecento atto secondo la situazione è diversa perchè pur avendo iniziato il percorso nel sentiero tracciato mirabilmente dalla prima parte poi in questa seconda parte il lirismo che prima attenuava le istanze politiche viene irrimediabilmente meno in favore della drammatizzazione.
L'ideologia diventa protagonista di un processo al padrone che diventa un vero e proprio gioco al massacro, una lotta senza quartiere il cui esito, scontato, sarà una sconfitta per tutti.
Ma qui proprio per il suo affannarsi a spiegare le ragioni delle parti in causa il film arriva ad un passo , forse anche meno dall' essere didascalico.
Nella seconda parte accanto a De Niro e Depardieu assumono importanza fondamentale i personaggi di Attila e Regina (Sutherland e Betti) autori di azioni diaboliche e che incarnano con feroce parossismo due figure di malvagi assoluti lontani da qualsiasi tipo (e volontà) di redenzione.

Dopo l'ideologia nel finale Novecento si apre al sogno, al canto popolare, alle sequenze di massa che sembrano prese dal cinema russo degli anni d'oro del muto.
Comunque sia l'atto secondo è una chiusura degnissima di una saga familiare raccontata con grande partecipazione perchè se Bertolucci non riesce a ripetere quel miracolo narrativo della prima parte è per eccesso di zelo filologico, è per generosità illustrativa,è perchè cerca di  rendere perfettamente comprensibile tutto quello che gli si è agitato dentro per decenni.
L'Emilia riportata da Bertolucci è parente stretta con quella reale pur non sentendo Bertolucci il bisogno insopprimibile di verosimiglianza.
Bertolucci esplora vari generi dal racconto corale contadino fino al melodramma lacerante.
E comunque ci regala una delle prove autoriali italiane più impressionanti di tutta la storia del nostro cinema.

( VOTO : 8 / 10 ) 

1900 (1976) on IMDb

domenica 22 dicembre 2013

Italia anni '70 - Novecento atto primo ( 1976 )

Il 27 gennaio del 1901 , giorno della morte di Giuseppe Verdi , in una grande fattoria della Bassa Padana, nascono Alfredo, figlio dei ricchi possidenti della fattoria e Olmo, figlio di Rosina ,una delle contadine asservite alla famiglia di cui sopra,e di un uomo di cui solo lei conosce l'identità. I due crescono insieme , nello stesso ambiente, sono amici per la pelle ma è chiaro sin da subito che le loro differenze di estrazione sociale determineranno il loro futuro. Sullo sfondo gli avvenimenti storici che cambieranno l'Italia del XX secolo:la Prima Guerra Mondiale e  l'avvento del fascismo sono lo sfondo della loro crescita e di tutto quello che accade nella loro vita.
Novecento è un affresco epocale struggente e che genera rimpianto.
Rimpianto per un cinema di respiro e di statura internazionale, finanziato da capitali americani, un cinema da esportazione grazie anche a un cast internazionale di grido.
Quasi un ossimoro parlare di cinema internazionale riguardo a un film che parla di  provincia eppure guardando Novecento non ci si accorge della sua forte impronta fortemente provinciale senza per questo diventare una macchietta regionale.
Praticamente fantascienza per il nostro triste cinema odierno, ridotto a dimensioni condominiali tranne che in qualche raro caso.
Bertolucci è ideologicamente schierato senza ambiguità, si confronta con le proprie memorie sulle rive del Po, ma riesce a orchestrare un racconto polifonico di grande bellezza e capace di regalare emozioni in grande quantità.
L'incipit è al cardiopalma: la resa dei conti, il parallelismo tra dittatori che furono e uomini assetati di giustizia che la cercano magari anche nel modo sbagliato diventando simili a quelli che li hanno repressi per tanti anni.
Nel 1900 nascono i due protagonisti Olmo e Alfredo, amici d'infanzia e di giovinezza ma allo stesso tempo ben consapevoli che la diversa estrazione sociale li dividerà comunque.
L'Italia cambia, le lotte sociali dividono i due nonostante le promesse d'amicizie fino ad arrivare all'avvento del fascismo. E per uno simpatizzante le idee socialiste l'aria non è così respirabile.

La Storia che fungeva da sfondo diventa protagonista a condizionare le scelte di Olmo e Alfredo, divisi dalla stessa barriera che esiste tra padrone e operaio.In più a spezzare un equilibrio già molto precario per definizione, il personaggio mefistofelico del  fattore Attila il quale abbraccia la causa fascista rendendosi colpevole di atti criminali irripetibili.
Nel primo atto (ma ricordiamo che Novecento è un film da concepire come un unica entità di più di 5 ore di durata) lo slancio politico ideologico è frenato dalla limpidezza dello sguardo di Bertolucci prezioso cesellatore di sequenze, probabilmente in questa prima parte sono da rintracciare alcune tra le pagine più belle dell'intera opera dell'autore italiano.
I due personaggi ,quello di Alfredo e quello di Olmo sono mirabilmente descritti e analizzandoli si vede che la figura che dovrebbe essere la più stereotipata, cioè quella del padrone è in realtà quella tratteggiata in modo più sottile e sfuggente.
Alfredo è un padrone che rifugge dalle ideologie ma spesso vi si deve adeguare mentre Olmo è più radicale nelle sue posizioni e nelle sue scelte.
Merito va anche alla recitazione sfumata di De Niro che è un perfetto contrappunto a quella più sanguigna e vigorosa di Depardieu.
Onore anche ai grandi vecchi Lancaster ed Hayden che contribuiscono dall'alto della loro esperienza a rendere ancora più intenso ed emozionante questo film...

( VOTO : 8,5 / 10 ) 

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venerdì 20 dicembre 2013

Polytechnique ( 2009 )

Il 6 dicembre del 1989 un uomo armato fa irruzione nel Politecnico di Montreal, Facoltà di Ingegneria, cominciando a fare fuoco su tutte le ragazze presenti facendo una strage. Il tutto è visto attraverso tre punti di vista: quello dell'attentatore , un misogino patologico che pianificava il massacro da molti anni nel delirio della sua follia, quello di Valerie , un futuro ingegnere meccanico che è disturbato dallo scetticismo che circonda il suo essere donna in una professione ritenuta più adatta agli uomini e infine quello di Jean Francois, amico di Valerie e studente un tempo anche lui , che cerca di aiutare come può coloro che sono stati feriti.

" Se avrò un bambino gli insegnerò ad amare. Se avrò una bambina le dirò che il mondo è suo"
Queste le parole di Valerie, una delle sopravvissute alla strage dell'Ecole Polytechinique di Montreal avvenuta il 6 dicembre 1989 quando un pazzo entrò armato di fucile all'interno dell'affollatissima Facoltà di ingegneria e sparò moltissime volte uccidendo 14 studentesse. Tutte donne in nome di un tentativo preventivo di difendersi dal femminismo imperante.
Queste più o meno le parole del giovane folle che prima di suicidarsi con un colpo in fronte ha sparato e ucciso solo individui di sesso femminile.
Il film è in uno squillante bianco e nero ed esamina tutta la vicenda da diversi punti di vista,seguendo da vicino sia il percorso del futuro assassino , sia quello di alcuni personaggi.E di Valerie seguirà anche il dopo, così come tratteggerà la figura di Jean Francois (i nomi dei veri ragazzi sono stati comunque cambiati) l'unico che, in una facoltà universitaria svuotata in un sol attimo dagli spari, cerca di aiutare una ragazza ferita mentre non riesce ad aiutare la sua amica Valerie.
La messa in scena è minimalista improntata al massimo realismo, la violenza irrompe improvvisa, squarcia lo schermo, lacera l'apparente tranquillità di una giornata ordinaria tra la sala delle fotocopie e un aula di lezione sull'entropia. Le studentesse vengono abbattute freddamente, quasi giustiziate, i corpi cadono senza un lamento.
Il sangue, nero seppia, sgorga e invade i pavimenti.
Il film si apre introducendo la figura del killer e si viene subito a contatto con i suoi discorsi deliranti. In filigrana soprattutto all'inizio si avverte che effettivamente la facoltà di Ingegneria è ritenuta un posto più per uomini che per donne e anche alla fine si nota che la ragazza sopravvissuta ora ingegnere aeronautico si ritrova a essere l'unica donna in una professione da uomini.
Ma da qui a imbracciare il fucile e sterminare le studentesse della facoltà ce ne passa.
Più volte in nome del racconto da varie prospettive vengono riproposti i momenti shock,l e esecuzioni sommarie senza un motivo, i brevi inseguimenti per poi prendere a fucilate la "preda".
La macchina da presa è ferma quasi facendosi sfuggire quello che accade. Il tutto senza enfasi.
E anche la storia di Jean Francois, trattata con estrema misura mi fa recedere da questo pensiero.

Il film che viene subito in mente guardando Polytechinique è senza dubbio Elephant di Gus Van Sant. Come in quello qui c'è una strage inspiegabile, gratuita vista da varie prospettive.
Ma mentre in Van Sant c'era una critica neanche tanto velata alla violenza che impera nella società americana, alla libera circolazione delle armi, ai nuovi teenagers cresciuti a torta di mele e videogames sparatutto, qui siamo in un contesto diverso.
Siamo in una facolta universitaria e non in un liceo e soprattutto siamo in Canada e non negli USA.
Questo è importante sottolinearlo perchè mentre negli USA stragi scolastiche come quella di Elephant purtroppo sono avvenute diverse volte (e qui la memoria va subito al documentario di Michael Moore Bowling a Columbine) in Canada una strage come quella di Montreal del 6 dicembre 1989 è stato come un fulmine a ciel sereno. Del resto pur confinando le statistiche sui morti da arma da fuoco sono decisamente diverse tra USA e Canada anche considerando il diverso numero di abitanti:il numero medio annuale di morti per arma da fuoco in Canada è sotto i 200, negli USA supera gli 11 mila individui (citando il Michael Moore di Bowling a Columbine).
Villeneuve non ci mostra le radici a cui ancorare il male che divora da dentro il futuro giovane assassino. Ci mostra il suo punto di vista così come quello di Valerie e quello di Jean Francois.
Semplicemente.
Il resto è come la riproduzione del quadro Guernica che viene guardata a lungo da uno dei personaggi: una strage ingiustificata, un grido di dolore che si strozza in gola.
Avviene tutto nel silenzio più assoluto:neanche un urlo.
Appena una parola spezzata da una pallottola.

( VOTO : 8,5 / 10 ) 

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mercoledì 18 dicembre 2013

Steven Spielberg day - Schindler's list ( 1993 )




Oskar Schindler arriva a Cracovia nel 1939 pronto a sfruttare le leggi restrittive sugli ebrei per farli lavorare nella sua fabbrica di pentole e tegami da fornire all'esercito tedesco. All'inizia guarda solo al proprio tornaconto ma poi qualcosa nella sua coscienza si smuove. Decide di riscattare gli operai della sua fabbrica a uno a uno per salvare loro la vita anche a costo di ridursi in povertà. Ne salverà più di mille...
Un Olocausto in bianco e nero ma col colore che non ti aspetti. Spielberg dal punto di vista del talento filmico è probabilmente uno dei figli maggiormente dotati di questo pianeta ma non sempre ha messo la suddetta capacità, baciata quasi sempre da successo planetario,al servizio dell'arte cinematografica.
Spiegandomi meglio direi che è un uomo degli Studios che ha fatto del cinema commerciale il suo credo, pur potendo fare molto altro e anche molto meglio. Ma il caso ha voluto che i progetti ai quali teneva di più sono quelli che hanno riscosso meno in termini di incassi al botteghino.
Perchè, mettiamoci il cuore in pace, il più delle volte i capolavori dell'arte cinematografica sono assai lontani dai gusti del grosso pubblico. Questo film è la testimonianza più acuta di quello che ho appena affermato.
E'un film giustamente premiato all'Academy Awards ma non vorrei fosse stato premiato per la ragione sbagliata.
Non vorrei che fosse stato così premiato dai parrucconi hollywoodiani unicamente perchè fa figo il solo trattare la tematica della Shoah e non per come è stata narrata questa vicenda. 
Qui a scanso di equivoci si respira aria di capolavoro e di genialità nella trasposizione su pellicola della storia del commerciante cecoslovacco Oskar Schindler. Già dall'inizio vediamo che è difficile catalogare con precisione buoni e cattivi: o meglio abbiamo dei cattivi tout court, nazisti psicopatici e gente come il nostro Schindler che galleggia nell'assenza di ideologia ma cerca solo un tornaconto personale.E gli ebrei presentati all'inizio del film non fanno granchè per diventare simpatici, per essere considerati semplicemente delle vittime come in realtà sono.

Il genio di quest'opera risiede nel virare tutta la fredda cronaca dell'occupazione nazista, del rastrellamento del ghetto, dei campi di sterminio, tutti raccontati con sequenze assolutamente magnifiche girate come il dio del cinema comanda, al melodramma di stampo hollywoodiano senza per questo inciampare nelle trappole retoriche in cui spesso cade.
Spielberg descrive personaggi che evolvono durante il film: il nazista schizofrenico Goeth vedendo Schindler ha come un sussulto di dubbio riguardo alla sua ideologia arrivando persino a perdonare come un deus ex machina chi ha mancato, il contabile polacco di Schindler (un magnifico Kingsley) che all'inizio mal sopporta Schindler e il suo tanto sbandierato edonismo poi ne diventa braccio esecutivo perfetto, lo stesso Schindler da losco intrallazzatore comincia a capire che il nazismo e la sua ideologia non fanno per lui e comincia con le sue armi (soldi e corruzione degli ufficiali) a cercare di preservare dallo sterminio quanti conosce con l'aiuto del suo fido contabile ebreo.
E gradualmente comincia a capire di avere una missione perchè ha la possibilità di salvare vite umane,una missione resa ancora più angosciante dalla compilazione della lista di quelli che possono essere salvati (ma fuori resta l'abisso come dice il contabile).
Arriva a piangere per non aver venduto la macchina o una spilla che avrebbero salvato altre vite umane prima di abbandonare la scena con la sua divisa a righe da deportato per non incorrere in guai più seri.
Spielberg riesce a fondere mirabilmente lo scenario storico universale con l'universo privato e il suo stile lascia il segno.Sceglie un prologo e un epilogo a colori mentre il film è in un abbacinante bianco e nero per sottolinearne purezza stilistica e pathos con un unica concessione di colore (una bambina col cappottino rosso vista da Schindler).
Il regista sottolinea la distorsione del nazismo che se nei gradi alti di comando è distorsione ideologica , in molti ufficiali è solo brama di uccidere proditoriamente, solo bisogno estremo di dimostrare il proprio potere facendo esecuzioni sommarie così solo per il gusto di uccidere. Esemplificativo del discorso sul potere è il confronto tra Schindler che esercita il suo potere corrompendo e badando solo al lato economico esibendo come status symbol i suoi bei vestiti e il suo successo economico e la figura di Goeth (un sublime Fiennes) che vorrebbe diventare come l'altro, vorrebbe persino le sue camicie, ma può esercitare la brutalità del proprio potere solo uccidendo dall'alto della sua dimora col fucile a cannocchiale o sparando alla nuca a bruciapelo.
L'epilogo a colori è di quelli che fanno male: una fila quasi interminabile di persone, di reduci dai campi di concentramento di cui si è parlato nel film , i superstiti tra i personaggi di cui si è narrato nel film e i loro discendenti rendono omaggio alla tomba di Schindler mettendo una pietra sulla sua lapide, ogni pietra su quella lapide è una lacrima che scende......

( VOTO : 9 / 10 ) 

Schindler's List (1993) on IMDb


Questo post è parte dei festeggiamenti per lo Steven Spielberg day , l'omaggio da parte di un gruppo di bloggers in occasione del  compleanno numero 67 del regista. A questi festeggiamenti partecipano anche:
Aloha los pescadores
Cinquecentofilminsieme
Cooking Movies
Director's cult
Il Bollalmanacco di Cinema
Il Cinema Spiccio
Il giorno degli zombi
Ho voglia di cinema
In Central Perk
Life Functions Terminated
Movies Maniac
Non c'è Paragone
Pensieri Cannibali
Recensioni Ribelli
Scrivenny 2.0
The Obisidian Mirror
White Russian

Naturalmente leggere le recensioni di questi amici è IMPERATIVO! Buon Steven Spielberg day a tutti!!1

giovedì 19 settembre 2013

A Royal Affair ( 2012 )

1767: la giovane principessa inglese Caroline Matilda va in sposa quindicenne , come da promessa, al cugino, re Christian di Danimarca di appena due anni più grande. Il suo matrimonio si rivelerà presto un inferno: il re è fragile psichicamente , se non squilibrato e preferisce la compagnia delle matrone del bordello a quella della regina. Ma riescono lo stesso a procreare un erede. Christian è praticamente prigioniero del Consiglio di Corte che lo tratta come un minus habens e lo esclude da tutte le decisioni politiche finchè non conosce un medico tedesco,Johann Friedrich Struensee, seguace delle nuove idee illuministe che stanno prendendo piede in Europa.Il medico grazie a terapie oculate fa migliorare lo stato mentale del giovane re, diventa suo buon amico e  riesce ad instillargli idee nuove in politica attuando riforme impensabili fino a pochi anni prima.
Ma il dottor Struensee commette un tragico errore: si invaghisce , ricambiato, della regina Caroline Matilda e questa diventa un'arma formidabile nelle mani di quel Consiglio di Corte, fatto di nobili conservatori fomentati dalla matrigna del re Christian, per metterlo in cattiva luce anche a  causa delle sue idee illuministe e riprendersi il potere mandando in esilio la regina.
A Royal Affair di Nikolaj Arcel, già cosceneggiatore della serie tv scandinava Millennium e, tra gli altri,  del film Uomini che odiano le donne, tratti dai fluviali romanzi di Stieg Larsson, racconta un pezzo di storia danese che è ignorato dai più, soprattutto alle nostre latitudini.
C'era il rischio di fare qualcosa di polpettonesco, la durata ampiamente sopra le due ore in questo senso predispone e magari ci si accorge che , specie nella parte centrale , il passo è quello lungo della fiction televisiva. Ma stavolta non è un male: il tempo che Arcel si prende per raccontare la sua storia è ben impiegato nel comporre un quadro variegato ed esaustivo delle personalità complesse dei tre protagonisti in campo tutti alle prese con le proprie debolezze e contraddizioni.
Christian VII di Danimarca è un re solo di facciata, pusillanime prigioniero dei suoi dignitari, interessato più ai suoi giochi e scherzi che alle sorti del suo popolo.
La regina Caroline Matilda è prigioniera di una vita consacrata all'opulenza e al lusso sfrenato ma senza neanche un barlume di felicità e per questo è quasi portata a cedere le sue grazie al dottor Stuensee, di idee illuministe ( quasi socialiste ) ma allo stesso tempo assiduo frequentatore di bordelli e dedito al libertinaggio come pochi.
Eppure dalla sinergia di queste tre personalità differenti e uniche venne fuori una stagione di riforme irripetibile per la Danimarca.
A Royal Affair è fondamentalmente la storia dell'ascesa e della caduta del dottr Struensee a cui Mads Mikkelsen dona fascino e fisicità e proprio la passione che lega tra di loro i protagonisti è un qualcosa che gli permette di andare a un livello superiore rispetto ai soliti film ricchi visivamente, curati sotto ogni aspetto formale, ma fondamentalmente senza anima.
Il film di Nikolaj Arcel oltre a offrire particolare ricchezza nelle ricostruzioni d'epoca e uno sfarzo raramente riscontrabile in una produzione europea ( per di più scandinava, non proprio la cinematografia più ricca) regala una storia di amore, di passione in vorticoso crescendo e con delle pagine assolutamente vigorose in cui il fuoco che arde dentro i cuori dei personaggi viene efficacemente contrappuntato dal gelido clima danese, con il ghiaccio che avvolge tutto e tutti.
E poi ci sono delle prove d'attore assolutamente straordinarie: detto della prova eccellente di Mads Mikkelsen, ormai una garanzia anche a livello internazionale, la vera scoperta di questo film è Mikkel Boe Folsgaard nella parte di Christian che disegna un personaggio memorabile  afflitto da problemi di paranoia e di schizofrenia, vittima delle proprie pulsioni e insicurezze senza mai scivolare nell'eccesso dell'overacting o nella caricatura.
A Royal Affair ha anche concorso come miglior film straniero agli Oscar del 2013.
Continua a esserci del marcio in Danimarca.

( VOTO : 7,5 / 10 ) 


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lunedì 9 settembre 2013

Vento di primavera ( 2010 )

Questo film è la ricostruzione dell'orribile rastrellamento di massa compiuto dai tedeschi ai danni dei parigini nle 1942. 13 mila ebrei vengono rinchiusi prima nel velodromo d'Hiver in condizioni igienico sanitarie che definire pietose è un eufemismo, per poi essere smistati in campi di detenzione in Francia e in campi di concentramento tedeschi.
Troppi i pensieri che si affollano attorno alle immagini che passano sullo schermo, troppa la rabbia dentro che trova sfogo quando c'è qualcuno che meritoriamente cerca di ricordarci quanto è successo, sale ancora l'indignazione allorchè rileggiamo le storie vere di un genocidio di massa annunciato.
La storia di Vento di primavera è assolutamente vera e per questo è impossibile che non scatti l'empatia con quello che si vede.
Il film è realizzato con dovizia di mezzi, sono impressionanti le scene di massa come è impressionante l'escalation di avvenimenti , tristemente nota che porta al rastrellamento monstre di quella brutta giornata parigina che è il 16 luglio del 1942.
La vita di una comunità in cui la regista ha messo in evidenza soprattutto l'impossibilità da parte dei più giovani di comprendere fino in fondo questo terribile accanimento contro le loro radici è sconvolta da un piano folle di eliminazione di 24 mila ebrei da Parigi.
Grazie all'opera di molti parigini rimasti nell'ombra della storia ne vengono presi poco più della metà e ammassati in un velodromo prima di partire per un posto sperduto nella provincia francese per poi essere destinati nei più tristemente famigerati campi di concentramento.
Vento di primavera racconta la storia di un gruppo di bambini che devono fronteggiare qualcosa di molto più grande di loro, di un medico di origine ebrea interpretato da un Jean Reno mai così umano e dall'aspetto vulnerabile e di un'infermiera,Melanie Laurent, che si vota alla causa di questi bambini anche oltre le proprie forze.
Il film della Bosche racconta quello che successe in quei giorni usando vari piani narrativi: il rastrellamento visto dalla parte degli ebrei che devono subire soprusi e angherie , ammassati come bestie nel velodromo, umiliati e sottonutriti. Racconta la politica che è talmente miope da non accorgersi dell'atrocità che si sta per commettere.Gli ebrei sono solamente numeri in un pallottoliere, la cosa che sconvolge è che nelle alte sfere politiche si lavora contro il proprio popolo.Sono francesi coloro che pianificano il rastrellamento e la deportazione.

Narra inoltre di un  Fuhrer come un'icona chiuso nella sua teca totalmente distaccato dal resto del mondo.Per accentuare questa distanza le scene in cui è presente il Fuhrer con il suo entourage da teatro degli orrori, quadretti familiari grotteschi, sono lasciate in lingua tedesca e senza essere sottotitolate.
Il film della Bosche non vuole essere un je accuse sterile e ripetitivo contro i francesi che si macchiarono di collaborazionismo ma semplicemente un accurato resoconto storico in cui emergono le colpe del governo di Vichy.
Vento di primavera ( titolo che non c'entra nulla con quello originale,  La rafle, la retata) è una palestra in cui esercitare la memoria , il classico film da proiettare nelle scuole che serva da imperituro punto fermo nella rappresentazione storica di quel periodo.
Rose Bosche non eccelle in regia dimostrandosi ottima illustratrice e poco più lasciandosi sopraffare dall'enfasi in qualche tratto anche se azzecca la sequenza il cui il piccolo Nonò corre veloce verso il suo destino convinto che quel camion che lo sta aspettando lo porterà dalla madre.
Dal punto di vista cinematografico il film si limita solo alla compilazione degli avvenimenti, ma il cast sontuoso in cui tutti recitano al meglio (dai favolosi bambini a Melanie Laurent che dimostra il suo talento da attrice drammatica e a Jean Reno che usa la sua maschera per colorare un personaggio sofferto) permette di riscattare le debolezze di linguaggio filmico che qua e là emergono.
E qui si ritorna all'inizio. 
E' praticamente impossibile giudicare oggettivamente un film che agita tanti pensieri e il cui impegno civile travalica ogni considerazione cinematografica.
Ecco perchè il pollice di gradimento è ostinatamente su. 
Per ricordare.

( VOTO : 7+ / 10 ) 


La Rafle (2010) on IMDb