I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.

martedì 9 ottobre 2012

Il profeta ( 2009 )

Non è facile vedere un film su cui si sono letti pareri entusiastici da più parti. 
E poi adoro Audiard maledicendolo quasi che si conceda così poco dietro la macchina da presa. Tutto questo per dire che avevo aspettative altissime e quando è così c'è il rischio di venire delusi cocentemente.
Ma qualcosa mi dice che oggi non sarà così.
Il profeta rilegge il genere carcerario rielaborandolo alle fondamenta partendo da un aspro realismo.  Il giovane diciottene protagonista non avrebbe gli strumenti cognitivi per sopravvivere: è analfabeta, non ha nessuno fuori che gli possa mandare soldi, c'è appena un accenno al fatto che ha aggredito un poliziotto con un coltello e questo ha determinato la sua condanna a sei anni e mezzo di carcere nonostante lui si professi innocente, è stato catapultato in un mondo popolato da facce patibolari (complimenti per il casting) che lo guardano come i predatori guardano una preda.
Nel carcere c'è un'insidia nascosta dietro ogni angolo. Avrebbe bisogno di protezione e invece trova un lavoro da schiavo. Malik, che parla arabo è usato dalla potente cricca dei corsi capitanati dal vecchio Luciani per tenere sotto controllo i nemici arabi. Già qui è evidente uno dei fattori preponderanti del film, un tema molto caro al regista parigino: la lingua come barriera (quasi) insormontabile.
Malik nel suo anonimato viene scelto perchè sa parlare arabo e viene sottoposto a una sorta di test d'ingresso: deve uccidere un detenuto arabo. Che da morto si trasforma nella voce della sua coscienza  prima tormentandolo e poi trasformandosi in una sorta di contrappunto costante nel suo percorso di  crescita.
Perchè il film di Audiard tra le sue varie anime è soprattutto un racconto di formazione, un progresso costante tenuto nascosto e stando sempre al riparo il più possibile dalle insidie. Il carcere non serve però a reinserire Malik dopo che ha scontato la pena. In carcere il giovane che avevamo visto all'inizio del film si trasforma in un uomo,un criminale di sconfinata ambizione e abilità.
Il capo dei corsi che si accorge che Malik sta acquisendo sempre maggior sicurezza gli chiede anche perchè continua a fargli il caffè pur potendo aspirare a molto meglio. E Malik non risponde,mette la polvere nel bicchiere e aggiunge l'acqua in silenzio. Malik fa tutto quello che gli ordinano ma intanto organizza il suo futuro con calma ,senza fretta.
Malik sta diventando uomo e presto se ne accorgerano tutti.
Il profeta (l'articolo determinativo del titolo italiano è assolutamente risibile tanto è fuoriviante) è un film che supera le due ore e mezza senza che lo spettatore se ne accorga, è l'opera più complessa e sfaccettata di Audiard, un viaggio all'interno dell'universo Malik e della sua crescita esponenziale nel non luogo di un carcere.
La vita carceraria è scandita da ritmi circadiani sempre costanti: i pasti, l'ora d'aria, le docce, il lavoro.
Tutto filmato con assoluto realismo senza alcun filtro.  
E' un film in cui sono di fondamentale importanza  le barriere linguistiche e proprio per questo bisognerebbe guardarlo in lingua originale per cogliere tutte le differenze linguistiche che purtroppo vengono appiattite dal doppiaggio.
Malik sapendo l'arabo è il trait d'union tra i corsi e gli arabi, stando con i primi ne impara la lingua quasi rubandola giorno per giorno, studia francese alla scuola del carcere.
E'l'unico che riesce a comunicare foneticamente con tutti. Il film quasi non dà riferimenti temporali (l'unico riferimento è la banconota da 50 franchi che all'entrata del carcere Mlik si nasconde in una scarpa), l'altroquando cinematografico in cui è immerso è plumbeo, noi vediamo questo ragazzino imberbe  che si trasforma davanti ai nostri occhi.
Da cucciolo  che era con occhi quasi spauriti ora ha salito rapidamente tutti i gradini della piramide alimentare, da preda è diventato predatore.
Non c'è lotta per il dominio tra Malik e Luciani, il vecchio capo dei corsi.
Malik gli fa semplicemente terra bruciata intorno. Forse gli è stato suggerito dall'ultima apparizione dell'arabo che aveva ucciso per essere accolto dai corsi.
La sua coscienza si dissolve nelle fiamme. Non c'è vendetta. 
E'solo la legge del più forte,del maschio alfa nel branco.
E'arrivato il nuovo maschio alfa.Il vecchio si deve rassegnare....
Splendido film.

( VOTO: 9 / 10 )  A Prophet (2009) on IMDb

lunedì 8 ottobre 2012

A simple life ( 2011 )

Ah Tao ha fatto per tutta la domestica in una famiglia di Hong Kong  crescendone addirittura quattro generazioni. Un infarto le fa prendere la decisione che non avrebbe mai voluto prendere: andare in pensione. Roger, produttore cinematografico, cresciuto da Ah Tao decide di restituirle a poco a poco tutta la riconoscenza che non le ha mai mostrato nella vita. Sceglie per lei un ospizio e un trattamento lussuoso secondo gli standard hongkonghesi ( ma appena passabile secondo i nostri) e cerca di starle vicino per quanto possibile fino alla fine.
A simple life sembra che non racconti nulla ma in realtà affronta tematiche importanti con una delicatezza difficile da riscontrare altrove.
Il film di Ann Hui mette sotto la sua lente d'ingrandimento il rapporto tra un uomo ormai di mezza età ( colpo al cuore : è Andy Lau, gli anni passano per tutti, anche per lui che ha ormai passato i 50 ) assorbito totalmente dal suo lavoro e una donna anziana che ha votato la sua esistenza al servizio per gli altri, a crescere figli altrui dimenticando quasi di vivere la propria vita.
C'è affetto tra Roger e Ah Tao ma è dimostrato più con freddi gesti concreti ( il darsi da fare per sistemarla nel miglior modo possibile, il portarla fuori a pranzo ecc ) che con parole ed effusioni particolari.
Lei gli vuole bene come un figlio e lui la adora come una madre eppure restano ambedue ingabbiati nei ruoli che la società ha assegnato loro: il padrone e la domestica.
Roger sembra mosso più da un qualcosa vicino alla riconoscenza che non all'affetto vero anche perchè lui stesso è stato in passato molto malato ed Ah Tao era stata amorevolmente al suo capezzale facendogli recuperare salute e forze insegnandogli uno stile di vita più che morigerato ( e un rapporto col cibo diverso dagli eccessi di cui era vittima).
A simple life affronta senza false ipocrisie anche il tema della vecchiaia in una civiltà che vive ad altissima velocità come quella hongkonghese ( e cinese in genere).
E qui vengono fuori tutte le differenze con gli standard occidentali: a Hong Kong l'ospizio di lusso è quello con infermiere gentili, accompagnatrici straniere e magari con una microstanza ( perchè sono proprio piccole, contengono un letto e poco altro) tenuta abbastanza pulita. Spazi angusti, quindi, una forzata condivisione degli stessi con tanti altri anziani costretti alla permanenza in queste case di riposo. Per noi è qualcosa di estremamente diverso.
Ma la solitudine obbligata dell'ospizio è la stessa, anche se è un posto paradisiaco pesa sempre la lontananza degli affetti.
Il luogo in cui la domestica viene portata è a prima vista una specie di girone infernale però durante il film acquista quella parvenza di umanità di cui ha bisogno Ah Tao: in fondo la compagnia è piacevole e le infermiere sono veramente premurose. Si è quasi come se si fosse in famiglia.
A simple life è quindi un film sulla fase autunnale di una vita, sul senso del distacco, sull'affetto e la riconoscenza che si possono provare pur ingabbiati da convenzioni sociali.
La riconoscenza è ben visibile, mentre l'affetto si percepisce tra le righe , tra le sfumature del rapporto tra Ah Tao e Roger.
Tratto da una storia vera, il film di Ann Hui è una delicata elegia malinconica con la cinepresa che accarezza volti e corpi quasi con affetto.
Ma non lascia mai spazio alla lacrima facile.
Eccellenti le prove dei due protagonisti: Andy Lau fa quasi dimenticare tutto quello che ha fatto prima , nascondendosi, quasi annullandosi in un personaggio sotto le righe, mentre Deanie Yip , star hongkonghese assente da dieci anni dal grande schermo, si rimette in gioco con un personaggio difficile , più vecchio di lei e che affronta con grandissima dignità il suo ultimo autunno.

( VOTO : 8 / 10 ) 

A Simple Life (2011) on IMDb

Consigli per gli ascolti...

ENSLAVED " RIITIIR" ( Nuclear Blast 2012 ). C'era una volta il black metal norvegese e c'erano una volta  gli Enslaved, gruppo di punta del movimento, da Bergen con furore . Il primo ormai nella musica di questi ragazzi è solo un ricordo mentre è venuta fuori tutta la loro vena creativa : da Vertebrae in poi è venuta fuori tutta l'anima progressiva della band e se in Axioma Ethica Odini l'avevano tenuta un po' sottotraccia dopo il presunto ammorbidimento del disco precedente, qui in Riitiir le due anime si fondono perfettamente. Da una parte il vocione di Grutle a sferzare senza pietà, dall'altra le melodie intarsiate dalle tastiere e dalla voce pulita di Larsen . Riitiir è il disco della maturità, il black metal dei loro esordi è oramai riposto in un angolino senza però essere rinnegato per lasciare spazio a un nuovo concetto di musica estrema, un nuovo modo di deflorare i padiglioni auricolari. Brani lunghi ( 8 per 67 minuti totali ) dalle atmosfere cangianti e dal continuo rincorrersi di melodia e furia primigenia. Produzione extralusso con tutti i suoni al posto giusto, inutile indicare un brano o l'altro. I pezzi acquisiscono spessore con il passare degli ascolti per uno dei dischi dell'anno. O forse IL disco dell'anno.Decisamente uno dei miei gruppi preferiti. (VOTO: 9 / 10 )
ENSIFERUM " UNSUNG HEROES" ( Spinefarm Records 2012 ) Magari gli Ensiferum saranno allergici alle novità e alla sperimentazione ma disco dopo disco si avverte un continuo tentativo di aggiustare il tiro, di diversificare gradualmente e per piccoli passi la loro proposta. E' un piacere sentire le loro marce vikinghe  con le loro melodie semplici e trascinanti . Lo screaming di Peter Lindroos sempre potente e ben intellegibile si staglia su brani in cui quasi viene da alzare i calici al cielo per un bel brindisi agli dei vikinghi.
Se questo aspetto della loro musica entra subito sottopelle e nella testa , quello che sorprende è la seconda parte del disco fatta di brani più atmosferici e folk con alternarsi di voci maschili ( pulite ) e femminili che danno una nuova dimensione alla musica di questi guerrieri finnici. Oltre alla track iniziale Symbols, alla title track Unsung heroes e alla delicatezza delle due  Celestial Bond condite da arpeggi di chitarra acustica ed eteree voci femminili ci sono da segnalare i 17 minuti di Passion, Proof , Power in cui c'è un riassunto caleidoscopico della proposta musicale degli Ensiferum: sfuriate veloci ma non velocissime, parti power condite da cori robusti e tanto tanto altro. Questi guerrieri finnici si rivelano anche dei gran burloni: sentire la cover Bamboleo dei Gipsy Kings inserita alla fine del cd: Sembra fatta dai Cannibal Corpse fino a che partono i tipici cori gitani. Una follia in piena regola che non può non far sorridere. (VOTO 7,5 / 10 )
TESTAMENT " DARK ROOTS OF EARTH " ( Nuclear Blast 2012 ) E' difficile parlare di un gruppo che ha così tanti anni di carriera e dischi sulle spalle. Ricordo come se fosse ieri quando comprai The Legacy ( uno dei miei must di quegli anni ) e anche il bellissimo The New Order ( idem con patate ). Poi un progressivo ammorbimento del suono per cercare di fare qualcosa di più sofisticato. L'oblio che li avvolge, i sempiterni problemi di formazione e di salute fino a un ritorno quasi death metal proprio per riaffermare un loro senso d'appartenenza e riguadagnare il posto che gli compete. Ora i gruppi thrash che sono ritornati direttamente dagli anni '80 forse sono troppi e non tutti purtroppo hanno qualcosa da dire. E mi duole ammetterlo ma con questo Dark Roots of Earth i Testament dimostrano di appartenere alla schiera di quelli che non hanno troppo da dire. Il loro disco suona alla grande, è prodotto benissimo, alla batteria il mio dio personale Gene Hoglan fa un lavoro come al solito egregio, il lavoro chitarristico è sempre al di sopra di ogni sospetto così come l'inconfondibile timbro vocale di Chuck Billy. Il problema è che i brani pur essendo piuttosto vari non sfondano,  non c'è quella killer track che ti marchia a fuoco le orecchie e il cuore. Da segnalare la presenza della cover di Powerslave degli Iron Maiden. ( VOTO 5,5 / 10 ) 
NE OBLIVISCARIS " PORTAL OF I " ( Code 666 Records, 2012 ). Piccolo capolavoro di musica estrema proveniente dalla terra dei canguri. Portal of I superficialmente potrebbe essere catalogato come black metal ma contiene talmente tante influenze e suggestioni diverse ( dal thrash al death al progressive e al jazz , più l'uso massiccio del violino per dare linee melodiche originali alla loro musica ) che appare un'etichetta riduttiva. Sette tracks per un totale di oltre 72 minuti ma non ci si stanca mai , anzi si rimette subito il dischetto dall'inizio per scoprire nuovi particolari in quello che è stato appena ascoltato.Il sestetto australiano dimostra di avere tecnica da vendere mettendola al servizio di una serie di brani lunghi, complessi ma assolutamente vincenti nella loro mescolanza di generi.
Alle sfuriate black con ritmi tiratissimi si succedono parti atmosferiche, allo scream si alternano parti con voci pulite in un magma incandescente di suoni che alza l'asticella del concetto di musica estrema. Decisamente uno dei migliori Cd del 2012. ( VOTO 9 / 10 ) 

domenica 7 ottobre 2012

Feast 3 - The Happy Finish

Feast 3 - The Happy Finish è la degna conclusione del banchetto di sangue, fegatini e frattaglie varie cominciato qualche anno prima col primo Feast.
Comincia esattamente dove finisce il secondo ( la cui visione è propedeutica perchè altrimenti nonostante una specie di riassunto condensato in pochissimi della puntata precedente si rischia di non capire tutto ) con i superstiti male in arnese che cercano di fuggire dalla città fantasma in cui sono capitati.
Lungo tutto il film verranno in soccorso diversi eroi senza macchia e senza paura ( vabbè si fa per dire ) che avranno la sinistra tendenza a sparire nei modi più dolorosi dopo pochi minuti di film.
Abbiamo un Eroe coi bicipiti a mappamondo e che sputa sentenze in automatico col suo savoir faire da bullo che si becca una pallottola in fronte partita per sbaglio , un profeta con qualche problema di udito che allontana i mostri ( e poi si scoprirà il perchè appena prima che lo fanno a spezzatino), un karateka di nome Jean Claude Segal ( e già qui scrosciano gli applausi) a cui in men che non si dica strapperanno entrambe le braccia ( il secondo braccio partirà per un  tentativo di cauterizzare con la polvere da sparo le ferite ad opera del vecchio barista , un trucco ripreso da Rambo 3 come dice lui e che si risolve in un disastro ).
E poi altre extravaganze in serie come una sodomizzazione di uno dei protagonisti ad opera di uno dei mostri con fecondazione ( !) e parto ( !! ) di mostro in un batter d'occhio, l'incontro nelle fogne con degli zombie dal vomito che fa più danni della soda caustica e che hanno fame di carne umana e di sangue, un mostro che si divora la testa di una donna e poi la evacua dal retto in tempo reale ( tutto inquadrato nella prospettiva migliore per vedere tutto ).
Come gli altri due film questo è il classico horror in cui lo schifometro impazza ma si riesce nonostante tutto a far sorridere. E' tutto eccessivo, tutto sparato in faccia allo spettatore per evocare ribrezzo più che paura.
Probabilmente Gulager ha nella sua cameretta appesa la gigantografia della locandina di Bad Taste e de Gli Schizzacervelli o una statua equestre di  Peter Jackson perchè questo cinema è un festival dell'escremento e del liquido organico come quello dei primi film del maestro neozelandese.
Fatti per ridere.
Nel finale si arriva a vette di assurdità quasi poetiche, mai visto niente del genere.
Siamo più o meno agli stessi livelli di Feast 2  con una maggiore attenzione alla fotografia e alla colonna sonora ( che nel capitolo precedente ma anche nel primo film sembrava inserita abbastanza a casaccio ). Dal capostipite della saga vengono riprese quelle schede in stop frame che introducevano in maniera comica tutti i personaggi.
Anche i mostri sembrano realizzati meglio , in maniera meno economica.
Il montaggio nelle scene più concitate è come al solito frastornante, sembra fatto apposta per far perdere la bussola allo spettatore e magari anche per nascondere qualche magagna realizzativa.
Comunque anche se la saga di Feast non passerà alla storia del genere , il divertimento è assicurato.
Basta avere lo stomaco foderato di cemento.
Da dentro.

( VOTO : 6 + / 10 ) 

Feast III: The Happy Finish (2009) on IMDb

sabato 6 ottobre 2012

Feast 2 - Sloppy Seconds ( 2008 )

Feast 2 -Sloppy Seconds riparte esattamente da dove era finito il primo capitolo. I primi minuti sono dedicati a ricordare i personaggi del primo film ( pure quelli defunti in malo modo) e a introdurne di nuovi, senza però quelle schede in stop frame che ironicamente avevano introdotto il film precedente.
La vicenda si sposta in un paese fantasma in cui convergono vari personaggi: un gruppo di bikers ( femmine) che vogliono vendicare una collega morta nel film precedente, il barista e  la cameriera superstiti , un venditore di macchine con moglie e un suo dipendente( con cui lei lo tradisce ), una coppia di wrestlers nani messicani con nonna ultracattolica al seguito.
La storia è più articolata che nel film precedente , le locations sono diverse e i personaggi in numero maggiore che nel primo capitolo sono sparsi negli edifici del paesino diventato fantasma per l'attacco dei mostri che avevamo imparato a conoscere nell'originale.
La differenza principale tra questo secondo capitolo e il primo sta proprio nell'abolizione dell'unità di luogo.Qui ci troviamo dentro a un paese ( fantasma perchè sembrano tutti morti o quasi e le strade sono piene di cadaveri e teste mozzate ) che fornisce vari posti in cui nascondersi: la prigione, un negozio di ferramenta e il tetto di una specie di officina su cui si asserraglia la maggior parte dei protagonisti. E naturalmente ci sono anche molte sequenze in esterna in pieno giorno.
Feast 2 - Sloppy Seconds è un western sotto mentite spoglie, un film di assedio come il primo ma stavolta la componente orrorifica è forse meno pressante, si subodora l'aspirazione a fare qualcosa di diverso e di meno grezzo rispetto al primo capitolo anche se il budget è esattamente la metà di quello stanziato per l'altro.
Più spazio ai dialoghi ( non il massimo) e alle relazioni tra i vari personaggi e meno alla componente horror.
La visualizzazione dei mostri passa quindi in secondo piano ( ed è meglio così perchè quando sono mostrati in tutta la loro bruttezza spuntano fuori le deficienze di budget in quanto sembrano solo dei tutoni di lattice piuttosto economici) mentre  l'ironia di grana grossissima del primo capitolo è  presente come nel primo capitolo o forse anche più.
E' chiaro che anche questo secondo film mette l'acceleratore a tavoletta sul grottesco e  contiene brani di cinema assolutamente nonsense e che è impossibile prendere sul serio: un mostro che si ingroppa un gatto, un nano lanciato con una catapulta e che fa la fine del becchime per mostri, nonne che vanno in putrefazione, una tizia che rimane a petto ignudo nell'ultima parte del film e che spiaccica teste usando un'accoppiata di martelli,  un bimbo che viene trattato come una palla da football e gettato in pasto ai mostri dopo che il tentativo di salvataggio è andato a vuoto, un tizio che nonostante un tubo che gli attraversa il cranio da parte a parte rimane cosciente e deambulante, un'autopsia a un alieno che fa vomitare tutti gli astanti per l'odore e l'aspetto dei liquidi organici che emette e tanto altro ancora.
Non c'è di che annoiarsi e si riesce a sorridere anche quando lo schifometro si innalza ai livelli massimi.
Un sequel assolutamente degno, che cerca di intraprendere una strada diversa rispetto all'originale.
Sarebbe stato troppo semplice fare una copia carbone del primo Feast  per il trio Gulager/ Dunstan/ Melton e il successo sarebbe stato assicurato.

( VOTO : 6,5 / 10 )  Feast II: Sloppy Seconds (2008) on IMDb

venerdì 5 ottobre 2012

Il segreto dei suoi occhi ( 2009 )

Come sottolinea il suo titolo il film di Juan Josè Campanella affida un'importanza fondamentale a quello che si nasconde dietro uno sguardo. 
Sommariamente può essere considerato un film di sguardi: quello fissato sull'eternità della fotografia della vittima, quello spento quasi rassegnato di Esposito, uno sconfitto ante litteram che continua a crogiolarsi nella sua aura da perdente, quello miope nascosto dietro fondi di bottiglia di Sandoval, collega di Esposito che ha un tale sovraffollamento di scheletri nell'armadio che  cerca di dimenticare tutto cercando di innalzare  il proprio tasso alcolemico in ogni momento della giornata , quello strafottente di Gomez assassino impunito,  protetto da poteri forti e dai furbetti di palazzo che sembrano esistere a ogni latitudine, quello speranzoso di Morales, il vedovo che ogni giorno pensa che si quello buono per trovare alla stazione l'assassino di sua moglie, infine quello selvaggio e solo parzialmente ingabbiato dal proprio ruolo istituzionale della nuova cancelliera Irene Menendez Hastings, donna che è addirittura oltre la normale emancipazione.
Ma non è solo un film di sguardi.
Se è facile sorprendere la cinepresa a soffermarsi sugli occhi dei vari personaggi,è altrettanto agevole accorgersi dei vari fil rouges cosparsi per tutto il film (come il tormentone apri la porta/chiudi la porta).
Dopo aver visto (e gradito) questo film una domanda ha continuato per ore a frullarmi per la testa :ma come ha fatto a battere altri concorrenti temibili ( e forse addirittura più attrezzati ) alla corsa all'Oscar come Il nastro bianco di Haneke o Il profeta (o meglio Un prophete) di Audiard? 
Credo che  la risposta da dare sia abbastanza ovvia:mentre il film di Haneke e di Audiard sono due film di "rottura" anche stilistica, Il segreto dei suoi occhi è una pellicola che rispetto alle altri due ha un linguaggio cinematografico collaudato, lungi dall'essere  rivoluzionario, tutto probabilmente ben ( ri)conosciuto e codificato dai membri dell'Academy.
Il segreto dei suoi occhi è film di grande impatto visivo che distilla al suo interno varie sequenze di grandissimo pregio e  che sollecitano le giuste corde emotive: prima fra tutte il grandissimo pianosequenza allo stadio, uno dei brani di cinema più belli a cui ho assistito ultimamente, poi la sequenza alla stazione confezionata come meglio non si potrebbe, oppure anche il confronto tra Esposito e Morales all'interno della casa di quest'ultimo dopo oltre 25 anni che non si sono visti nè sentiti.
Il film di Campanella è un film che sotto le (mentite) spoglie della crime story venata di accenti noir o del thriller raffreddato dal tempo che inesorabilmente è passato , nasconde a malapena l'anima impetuosa del melodramma che sotterraneamente lo percorre.
Campanella si rivela abile manipolatore di generi creando un congegno perfetto in cui i vari flashback si alternano armoniosamente in un film che riesce a incuriosire dal primo all'ultimo minuto.
Probabilmente più un film di forma che di sostanza ma convincente esempio di cinema cristallino nei suoi assunti(e proprio per la sua perfetta intellegibilità premiato nella corsa all'Oscar per il miglior film straniero) e allo stesso tempo pellicola accattivante che non nasconde la sua patina di autorialità.Attori bravissimi,dialoghi perfetti.
E Ricardo Darin si rivela ancora una volta un attore fantastico.

( VOTO : 8 / 10 )  The Secret in Their Eyes (2009) on IMDb

giovedì 4 ottobre 2012

Feast ( 2005 )

Dopo aver sentito tanto parlare di quella leggenda dell'underground che è John Gulager finalmente con mucho mucho gusto ho avuto l'occasione di toccare il suo universo con un dito, anzi con tre perchè ho appena visto il suo esordio nel lungometraggio, Feast e credo che nei prossimi giorni mi sollazzerò alquanto con gli altri due film della serie.
Feast va come un razzo, è  il Freccia Rossa dell'horror, una Ferrari nascosta dentro una carrozzeria da citycar perchè vi succedono talmente tante cose ( molte delle quali non raccontabili) che nonostante non arrivi ai 90 minuti ,la visione diventa un vero e proprio tour de force psicofisico.
Un gruppo di personaggi male assortiti si ritrova prigioniero in un localino situato nel bel mezzo del nulla. Poco male se non fosse per l'assedio ad opera di  un'orda di mostruose creature con denti affilatissimi che non vedono l'ora di mangiare spezzatino di carne umana.
I personaggi vengono introdotti con delle schede in stop-frame piuttosto divertenti in cui si disquisisce di aspettative di vita ( e più che rosee come un futuro sereno sono rossee come il sangue o marronee come qualche altra cosa che è meglio non precisare ) e questa ironia sbracata si avverte lungo tutto il film nonostante le secchiate di sangue, vomito e altri liquidi organici non meglio identificati che si reperiscono in grande abbondanza .
Feast è un oggetto filmico trasversale situato tra le horror extravaganze del primo Raimi e il tono goliardico del tarantinato Dal tramonto all'alba.
La confezione è piuttosto grezza, la regia si avvale di un montaggio ipercinetico che nelle sequenze più concitate diventa confusione pura, una fajolada di carne, frattaglie e liquidi organici difficile da raccontare.
La scelta stilistica credo che sia intenzionale, così come la scelta dell'unità di tempo e di luogo.
E' un ottimo modo per risparmiare sui trucchi e sugli effetti speciali  giocando pesantemente sull'effetto vedo-non-vedo. Del resto con un budget di poco più di 3 milioni di dollari non è facile fare un film come questo.
Feast inoltre è l'apoteosi del politically uncorrect : di solito in film come questo in cui si prevedono molti decessi , la regola non scritta vuole che le prime vittime siano sempre quelle più antipatiche proprio per creare un effetto empatico tra gli spettatori.
Qui non c'è nulla di tutto questo: non viene risparmiato niente e nessuno, una delle prime vittime è addirittura un bambino e il film è costellato di scenette in cui la goliardia pecoreccia regna sovrana: per esempio quella in cui un tizio entra nel bar e si presenta come quello che "salverà loro il culo" e un nanosecondo dopo viene decapitato da una delle creature, oppure quella in cui la barista si pulisce da uno stravaso di liquidi organici altrui che l'ha colpita e due maschietti in una situazione del genere non hanno niente di meglio da fare che mettersi in prima fila per guardarle le tette ( decisamente un bel vedere, però).
Il film di Gulager gioca a rimpiattino con lo spettatore cercando di soprenderlo sempre e comunque: lo script di Marcus Dunstan e Patrick Melton è un fitto gioco di citazioni filtrate attraverso ironia di grana grossa, grossissima.
Sembra essere tutto un gigantesco scherzo: eppure di morti ce ne sono a bizzeffe, di geysers di sangue e vomito anche , sembrerebbe che non ci sia proprio nulla di ridere.
E invece si.
Una curiosità: Feast nasce da un reality show , Project Greenlight, in cui stars hollywoodiane come Damon ed Affleck ( che qui figurano come produttori ) danno a degli sceneggiatori sconosciuti la possibilità di realizzare un film partendo dalla loro sceneggiatura.

( VOTO : 7 / 10 ) 

Feast (2005) on IMDb

mercoledì 3 ottobre 2012

Womb ( 2010 )

Rebecca e Tommy sono due bambini attorno ai dieci anni d'età che stanno vivendo la loro stagione più bella: la confidenza reciproca nell'esclusività del loro rapporto, la conoscenza e il confronto tra i loro corpi, il convivere con nuove sensazioni in un mondo situato all'altezza del loro sguardo puro.
Però Rebecca  è portata a Tokyo dal destino e vi resterà per 12 anni. Al suo ritorno Tommy è là, anche se non lo sa sembra che non abbia fatto niente altro che aspettarla e ricominciano da dove avevano lasciato, però da adulti, senza quella piacevole suggestione di innocenza che caratterizzava la loro relazione precedente.
L'idillio dura poco perchè Tommy è portato via da un incidente automobilistico.
Rebecca, non rassegnata alla perdita decide di rivolgersi a un'agenzia di determinazione genetica e si fa impiantare il clone del suo amato.
Nascerà un nuovo Tommy.
Il tema di Womb( grembo, ventre ) sembrerebbe già chiaro fin dall'inizio: la clonazione che è responsabile di incroci aberranti solo a sentirli.
I cloni odorano di liquido lavavetri come dicono i bambini e sono evitati da coloro che non si sono serviti di nessun tipo di eugenetica.
Rebecca cresce il suo Tommy isolandosi il più possibile da tutto ciò che la circonda . Vive con lui in una palafitta costruita su una spiaggia la cui distesa sabbiosa si perde a vista d'occhio nella nebbia che si abbassa fin sull'orizzonte.
Una casa che sembra situata in un posto che si trova appena prima della fine del mondo.
In realtà il regista afferma che si è ispirato al mito di Orfeo ed Euridice e quindi il nucleo pulsante di tutta la narrazione diventa l'amore che travalica ogni ostacolo.
Rebecca cresce suo figlio ma rivuole il suo amante, non lo sa neanche lei come andrà a finire tra di loro perchè è chiaro che un rapporto tra lei e il nuovo Tommy che non sia quello tra madre e figlio è il punto di non ritorno.
Womb proprio per questo è un film che si stempera nell'attesa di un gesto in qualche modo completamente risolutivo.
Il film di Fliegauf è un film di fredda eleganza che sfrutta gli algidi esterni come contrasto a tutto il magma incandescente che si nasconde nei protagonisti. Affronta tangenzialmente il tema della clonazione da una prospettiva diversa rispetto a Non lasciarmi di Romanek per concentrarsi unicamente sull'inesplicabilità del sentimento amoroso tra Rachele e il Tommy da lei partorito con l'intenzione di farne un amante preconfezionato.
Ma è impossibile non provare un sentimento materno quando si cresce un bambino da sola, contro tutto e tutti.
Madre o amante? E' questo il dilemma che lacera Rebecca e che è al centro del film.
E quando si arriva al punto di non ritorno, quando le mani di Tommy su di lei non saranno quelle di un figlio ma quelle di un amante rancoroso, non si potrà più tornare indietro.
La mamma ritornerà ad essere semplicemente Rebecca.
Womb è un film laconico in cui l'ambientazione ha un ruolo fondamentale anche se Fliegauf non si abbandona   all'estetica cartolinesca.
Il suo ritmo compassato ( forse pure troppo ) si adagia su questi sfondi naturali che nella loro maestosa fissità sembrano inghiottire tutto imprimendo paradossalmente un senso di opprimente claustrofobia nonostante gli spazi sconfinati che si perdono oltre l'occhio della telecamera.
Tutto sommato Womb è il racconto di una storia d'amore che prosegue oltre la morte mediante l'ausilio della fredda tecnologia.
Non un apologo sulla clonazione, nè un film che vuole creare scandalo parlando di un tema tabù come quello dell'incesto.
Si parla d'amore, oltre ogni confine.
Etico ma soprattutto biologico.
Sicuramente un film non perfetto , con dei difetti anche vistosi ( vedi l'immutabilità di Eva Green che durante tutto l'arco temporale del film non sembra invecchiare neanche un minuto o lo scarso utilizzo di un'attrice favolosa come Lesley Manville, per non parlare del ritmo lentissimo che scoraggerà più di uno spettatore) ma è intrigante e con un ìntelaiatura visiva piuttosto originale.
Edipo e il suo complesso hanno suonato la loro ultima canzone.

( VOTO : 7 / 10 ) 


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martedì 2 ottobre 2012

Monsieur Lazhar ( 2011 )

Dopo il suicidio in classe di una delle maestre, la preside decide di assumere come docente un immigrato algerino, Bachir Lazhar, che ha appena ottenuto , a suo dire, la cittadinanza canadese e che si è presentato spontaneamente per ottenere quel posto appena lasciato vacante.
Questa sua determinazione nell'ottenere la cattedra all'inizio lo fa apparire quasi come un avvoltoio senza sentimenti che vuole sfruttare a suo vantaggio le disgrazie altrui. Ma non è così.
Monsieur Lazhar ha dei metodi didattici forse sorpassati per la modernissima scuola canadese ma con la sua umanità riuscirà a conquistare i suoi alunni aiutandoli nella difficile elaborazione di un evento luttuoso che li ha toccati così da vicino.
Il film di Philippe Falardeau ( una carriera già costellata di importanti premi e nominations ) oltre a questo racconta molte altre cose: dal passato doloroso di Lazhar che è costretto a rivivere il suo dolore per aver perso moglie e figli in Algeria e che sta combattendo per ottenere lo status di rifugiato politico, alla sua perplessità per una scuola che non permette di educare i bambini ma solo di imbottirli di nozioni, dal rifiuto cieco degli adulti di parlare di quello che è successo nella scuola, alla maturità dei bambini che grazie al loro nuovo, stralunato , professore , riusciranno a superare un trauma così violento. Fino a toccare tangenzialmente il tema del razzismo strisciante che si percepisce tra le righe.
Se Monsieur Lazhar parte come un confronto tra culture diversissime tra loro, ben presto diventa una sorta di confronto tra un mondo popolato di adulti confusi e uno di bambini che invece si dimostrano ben più maturi della loro età e di chi dovrebbe educarli.
Non sono adulti che ritornano a essere bambini , è l'esatto contrario. E' la nuova generazione che si dimostra molto più matura.
Nel mondo caotico in cui viviamo, quindi,  la figura dell'educatore assume importanza fondamentale.
I maestri di oggi sono educatori? O sono solo contenitori di sterili nozioni da inculcare a forza nella mente dei loro alunni?
Che scuola è quella in cui non puoi neanche pensare a un gesto affettuoso come un abbraccio perchè è vietato ogni contatto con i bambini?
Bachir Lazhar è la cartina di tornasole attraverso cui guardare il mondo della scuola di oggi: un tipo originale, assolutamente fuori sincrono rispetto al mondo che lo circonda ma capace di entrare facilmente nel cuore dei suoi alunni che in breve cominceranno ad amarlo e a superare il suicidio della loro maestra proprio perchè lui sarà l'unico ad aiutarli in questa fase.
E in questo c'è la profonda differenza con gli altri maestri che invece nascondono la testa sotto la sabbia ( o meglio sotto la neve visto che siamo nella fredda e innevata Montreal ), trincerandosi dietro psicologi , evitando di parlare di ciò che è successo e cercando di impedire di farlo anche a Lazhar .
Ma non lo possono fare perchè il processo di elaborazione del lutto da parte degli alunni procede di pari passo con quello che sta vivendo lui stesso.
Lui insegna ai suoi scolari come ritornare alla vita normale proprio perchè anche lui deve essere educato al ritorno alla normalità.
Una normalità senza la propria famiglia, fatta di solitudine, si spera temporanea, in un Paese nuovo lontanissimo geograficamente, climaticamente e culturalmente dalla sua natia Algeria.
Monsieur Lazhar è un film di una semplicità disarmante ma è questa la sua arma vincente. Tocca le corde emotive giuste senza retorica.
Dopo Detachment un altro grande film sulla scuola , stavolta proveniente dal Canada.
Quasi un attimo fuggente per dodicenni.

( VOTO : 8,5 / 10 )  Monsieur Lazhar (2011) on IMDb

lunedì 1 ottobre 2012

Naboer (2005 )

John , grigio impiegato che fa della mediocrità la sua qualità dominante, riceve la visita di Ingrid, sua ex convivente che è venuta solo per ritirare la sua roba che lui diligentemente ha inscatolato. Tutto avviene senza problemi anche se è evidente che la loro rottura è stata qualcosa di traumatico soprattutto per lui. Intanto conosce le sue vicine di casa, Anne e Kim, forse sorelle o forse no, comunque  a prima vista poco raccomandabili che in breve lo mettono al centro di un sadico gioco di seduzione ed inganno. Forse.
Ho scoperto Pal Sletaune col suo ultimo film Babycall e , nonostante un finale in cui si sente puzza di imbroglio , ho apprezzato la sua capacità di costruire atmosfera e suspense.
In Naboer  tutto questo è elevato all'ennesima potenza. In un crescendo di eros e di  masochismo  viene innalzata sempre più l'asticella della perversione fino al climax raggiunto in una sequenza raggelante di sesso e violenza, girata in maniera molto asciutta e senza compiacimento.
Naboer è una scheggia d'orrore psicologico  girata tutto in interni in cui la tensione è assicurata per tutti i 72 minuti della sua durata. Sia la casa di John che quella delle sue due vicine di casa diventano dei labirinti inestricabili che sottintendono che ci sia qualcosa che non è dato sapere allo spettatore.
E questo qualcosa mano mano diventa più chiaro con il passare dei minuti.
John è sottoposto a un'odissea fisica in appartamenti che sembrano vasi comunicanti tra di loro in cui  ogni porta si apre alternativamente su mondi nuovi e a una vera e propria odissea mentale in cui la sua psiche è stravolta da suggestioni sempre più difficili da metabolizzare.
Un gioco al massacro con la tecnica delle scatole cinesi in cui nulla e nessuno vengono risparmiati.
Il film di Sletaune usa gli ambienti come strumenti di tortura, i corridoi sembrano dei cunicoli asfissianti mentre  lo squallore domina incontrastato, la claustrofobia diventa ben presto la sensazione dominante .
E John gira in lungo e in largo lungo degli itinerari obbligati che come in un percorso a cerchi concentrici lo riportano sempre al punto di partenza o a qualcosa che gli  somiglia molto.
L'unico risultato che si ottiene è l'implosione della sanità mentale di John, al centro di un vortice di  fatti accaduti o forse no, omicidi e incontri occasionali con personaggi surreali.
O forse sono tutte proiezioni mentali.
Come in Babycall da un certo momento in avanti ( e il bello è scoprire quando sarà questo momento) diventa difficile disitinguere tra realtà e fantasia di John ma stavolta la rivelazione finale ha quella plausibilità che manca all'ultimo film di Sletaune che chissà perchè imbocca la strada del soprannaturale per spiegare tutto in un finale shyamalanesco.
Qui invece nessuna scorciatoia.
Naboer ha molto del Repulsion di Polanski : gli oggetti della routine quotidiana diventano davanti alla cinepresa delle possibili fonti di orrore , il loro decadimento ( la carne nel film di Polanski ) diventava una sorta di misurazione empirica dello stato di decadimento psicofisico della protagonista, una indimenticabile Catherine Deneuve.
Sletaune invece usa lo squallore sempre crescente degli ambienti per arrivare a una conclusione che rimette in discussione tutto quanto visto nei 70 minuti precedenti.
La sequenza finale è un qualcosa che non si dimentica tanto facilmente.
Naboer è un film girato con un pugno di corone norvegesi, tutto in interni e con meno di dieci attori , povero di budget ma con una grande idea, anche se non originalissima,  alla base.
Testimonianza ulteriore che il cinema non necessita del grande budget per appassionare le platee.
Questo thriller norvegese ha dalla sua una forza centripeta talmente prorompente che è impossibile resistere.
Appena iniziato anche lo spettatore viene irrimediabilmente catturato nella ragnatela tesa ad arte da Sletaune  e dalle sue fide sacerdotesse.
Un po'come John.

( VOTO : 7 + / 10 )  Next Door (2005) on IMDb