I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.

martedì 16 luglio 2013

El cuerpo ( 2012 )

Una guardia notturna viene investita e ridotta in fin di vita mentre sta fuggendo a gambe levate dall'obitorio in cui lavora. Ma che cosa ha provocato questa sua scomposta reazione?
La polizia indaga e scopre che proprio quella notte dalla morgue è scomparso il cadavere di Mayka Villaverde, ricchissima ereditiera morta apparentemente per cause naturali. Viene interrogato il marito, Alex, molto più giovane di lei, messo dalla moglie a capo dell'azienda, e si capisce subito che è implicato nella morte della moglie. Assieme all'amante Carla ha progettato quello che sembra il delitto perfetto ma non è propriamente così. Anche perchè questo cadavere si muove più da morto che da vivo e Alex continua a ritrovare nei posti più impensati e in modo apparentemente casuale indizi probatori della sua colpevolezza. Sembra proprio che la moglie oltre a sapere tutto del suo piano diabolico voglia vendicarsi del fedifrago e della sua amante....
A dispetto delle apparenze El cuerpo, esordio alla regia nel lungometraggio del 38enne Oriol Paulo, già sceneggiatore di un thriller di discreto successo come Con gli occhi dell'assassino, non è un horror accessoriato di fantasmi con una moglie crudele che dall'oltretomba cerca di vendicarsi del marito che l'ha tradita e l'ha uccisa.
Trattasi di thriller dal meccanismo semplice ma d'effetto , dalle evidenti reminiscenze hitchockiane ( il maestro è citato apertamente nella sequenza in cui Alex porta un calice di vino "sospetto" alla moglie appena ritornata da un lungo viaggio) in cui il regista è ben attento a coprire le proprie carte per tenere alta la tensione per tutti i 110 minuti della durata del film.
E ogni volta gioca al rialzo con lo spettatore ignaro che , come Alex, scopre gradualmente tutto ed è sorpreso ogni volta quando tutto sembra coalizzarsi contro il protagonista che continua a reperire, in modo del tutto casuale ( ma alla terza/quarta volta che accade non può essere più una semplice casualità) piccoli particolari che lo riportano alla sua storia con la moglie ma soprattutto indizi che rafforzerebbero i sospetti su di lui.
Ambientato praticamente quasi del tutto in un obitorio durante una notte buia e tempestosa ( location che ha un suo fascino malsano ) , El cuerpo, lascia del tutto le sue pretese autoriali, in favore di un ritmo elevato che non permette mai di annoiarsi.
Agisce per accumulazione e ogni volta che viene aggiunto un qualcosa alla storia con dei flashback a incastro si è resi edotti del background di tutta la storia tra Alex  e Carla, complici nel delitto e in procinto di darsi alla fuga, ma soprattutto del rapporto tra Alex e la moglie Mayka, dittatoriale ma dotata di uno strano senso dell'humour, capace di tenere sempre sulla corda il marito ma ogni volta dimostrando di amarlo.
I numerosi flashback da una parte smorzano il ritmo ma d'altra parte alimentano la tensione che cresce minuto dopo minuto fino all'apoteosi della soluzione finale.
Un colpo di scena che costringe lo spettatore a ripercorrere mentalmente tutto il film proprio perchè un ribaltamento simile di prospettiva era tutto fuorchè atteso.
E anche se a naso sembrerà che non tutto fili per il verso giusto, bisogna dare atto a Oriol Paulo di aver architettato un finale molto elaborato, ai limiti del cervellotico, ma plausibile e tremendamente efficace come coup de theatre.
El cuerpo è un giallo a tinte classiche ma  girato in modo molto moderno e dinamico: confezione inappuntabile, ritmo infallibile e attori che danno il meglio in personaggi molto ben costruiti e stratificati, non delle semplici marionette al servizio del meccanismo della storia narrata.
E' il classico film in cui niente e nessuno sono quello che sembrano.
Ed è questa la sua carta vincente.
Vogliamo poi parlare di uno dei cadaveri meno presenti ma più incombenti mai visti al cinema?

( VOTO : 7 + / 10 ) 


  The Body (2012) on IMDb

lunedì 15 luglio 2013

Il concerto ( 2009 )

Nella Russia di Breznev, la carriera di Andrei Filipov, brillante direttore d'orchestra viene bruscamente interrotta allorchè si rifiuta di espellere dalla sua orchestra alcuni musicisti ebrei. Ora è ridotto a fare lo sguattero nei corridoi del Bolshoi ma la sua occasione imprevedibilmente arriva. Un fax intercettato per sbaglio invita la prestigiosa orchestra del Bolshoi ad un concerto in una famoso teatro parigino. E' fatta, Andrei, non senza difficoltà , riunisce la sua vecchia orchestra , ormai arrugginita , organizza la trasferta e partono per Parigi.
E trovano un mondo almeno 30 anni avanti a quello in cui stavano vivendo. Nel frattempo contatta anche una famosa violinista per la parte da solista....
Se sembrava grottesca quell'unica battuta pronunciata da Ivan Drago durante Rocky IV, quel "Ti spiezzo in due" entrato nella leggenda dalla parte sbagliata,pensate a un film popolato quasi tutto da russi che parlano in questo modo.
Ecco il doppiaggio di questo film usato come corpo contundente improprio cerca di distruggere quanto di buono Mihailneau riesce a costruire con la sua capacità di affabulazione cinematografica.
Un film dalle varie anime che parte come una commedia degli equivoci (ma qui non c'è lo scambio di una sola persona ma di un'intera orchestra), prosegue quasi come un pittoresco excursus in una Russia popolata di cafoni arricchiti sempre più ricchi e di gente che si fa camminare il cervello per arrivare a fine mese(come la moglie del protagonista Filipov ex direttore d'orchestra ridotto per ragioni politiche a uomo delle pulizie del Bolshoi, che noleggia figuranti per manifestazioni di piazza). 
Quasi sempre in bilico tra commedia e farsa il film scorre leggero e divertente fino alla svolta nei minuti finali: si vira al melodramma, nell'ultima parte assistiamo a un poderoso concerto per violino, lacrima e orchestra.
Il concerto racconta attraverso una lente deformante una Russia ferma all'epoca di Breznev ma allo stesso tempo prigioniera della globalizzazione,la potenza economica di mafiosi arricchiti e lo spirito di inziativa di coloratissimi zingari.
Quasi un mondo a parte, un pianeta di un altra galassia, uno spunto perfetto per descrivere la voglia d'Occidente che ha tutta la scalcagnata truppa raccolta da Andrei Filipov(il momento del reclutamento è uno dei più buffi, ricorda e non poco l'analogo momento visto in The Commitments ,bellissimo film di Alan Parker) animato da ben altre(e alte) intenzioni che poi vengono svelate durante il film.
E'perlomeno curioso il ribaltamento della prospettiva di questi russi che vedono l'occidente sia come il Paese di Bengodi sia come una congrega di sottosviluppati adatti ai propri piccoli commerci (i telefonini cinesi,il caviale) giusto per rinvigorire l'equazione Ebreo=Commerciante.
Accanto a momenti di spiazzante buffoneria il regista rumeno ci regala personaggi pittoreschi alcuni pateticamente prigionieri del passato monocolore virato al rosso (da collassare il momento in cui il vecchio funzionario KGB complice parla con un funzionario del Partito Comunista francese, partito ridotto a macchietta, ricordando con nostalgia elezioni in cui avevano ottenuto il 100 % dei voti dicendo che nessuno avrebbe saputo fare di meglio), altri votati solo al bisogno di fuga, altri ancora mossi solo da sincera amicizia in una mitragliata di buoni sentimenti.
In questo il film del regista rumeno assomiglia a quelle commedie etniche di cui abbiamo avuto ottimi esempi nel passato(vedi Machan) o a film che magnificano l'iniziativa privata (Full Monty) , ci regala la visione di un mondo globalizzato però nel senso sbagliato perchè stracolmo di cialtroni che guardano tutti, nessuno escluso, il proprio tornaconto personale.

Ci si diverte a contrapporre un Occidente letargico vittima della sua opulenza e un Est vero e proprio monumento alla vitalità e alla capacità di inziativa.Si ride, si va avanti con leggerezza invidiabile, ci si affeziona ad alcuni di questi personaggi che comunque mostrano di avere un cuore grosso così.
Così come si ingrossa il cuore dello spettatore sapientemente portato ad empatizzare quello che vede.
Poi gli ultimi venti minuti; il concerto vero e proprio,la svolta melodrammatica.
Ecco qui viene fuori tutta la capacità di Mihailneau di affabulare con semplici movimenti di macchina che raccordano le varie anime del concerto, il primo violino, il direttore d'orchestra, l'orchestra stessa.
Le note alleggiano nel teatro silenzioso, magicamente fluttuano nell'aria a fondere le varie anime e incorniciano i flashback utilizzati per spiegare perchè Andrei Filipov ha rischiato così tanto pur di fare questo concerto parigino.
Un momento di cinema magico, senza tempo in cui le lacrime della sublime Laurent sono quasi uno strumento aggiunto per armonizzare il tutto.
La trasformazione è completata, l'occidentalizzazione è una conseguenza naturale, il mondo sarà finalmente di tutti i colori e non di uno solo. 
Però per favore fate parlare questi russi con un accento un po'più normale.... non sono tutti figli di Ivan Drago.

( VOTO : 8 / 10 ) 


  The Concert (2009) on IMDb

domenica 14 luglio 2013

A casa con Jeff ( 2011 )

Jeff è un ragazzone trentenne che vive perennemente nel seminterrato di casa sua a non fare nulla, evitando di uscire per paura del contatto con la gente. La madre , vedova, lo opprime con faccende da fare mentre occasionalmente si trova a contatto col fratello, sposato e con problemi coniugali gravissimi con la moglie, che lo coopta per inseguire la moglie in una folle corsa per la città, temendo di essere da lei tradito.
Jeff  si presta e passerà un'indimenticabile giornata che cambierà le vite di tutti i protagonisti in campo. In meglio.
I fratelli Duplass dopo il colpo grosso realizzato con Cyrus ( film a mio parere troppo timido con la sua brava  verve da cinema indipendente impastoiata da condizionamenti da major, leggasi buonismo eccessivo nel disegno di Cyrus, mondato di tutti i particolari sgradevoli per non renderlo troppo inquietante) continuano nel loro cinema su personaggi al margine.
Come Cyrus anche Jeff è un tipo che non ha tutte le rotelle a posto e parlando di Mark Duplass ( uno dei due fratelli sceneggiatori/registi di questo film) come non citare il personaggio da lui recitato, Kenneth, nel delizioso Safety not Guaranteed?
Tutti personaggi che stanno in un cantuccio a guardare il mondo che li circonda senza che il mondo si accorga di loro.
Difficoltà relazionali, una prospettiva originale attraverso cui guardare le cose, un'anima più candida della media che permette di approcciarsi a quello che sta intorno a loro senza troppi preconcetti.
Pur essendo tre personaggi simili per come sono disegnati e per il background di isolamento loro creato è da rimarcare come reagiscano in modo differente alle sollecitazioni che gli sono date da tutto quello che sta loro intorno.
Cyrus si isola volontariamente assieme alla madre cercando di impedire che chicchessia cerchi di incrinare l'indissolubilità di questo nucleo, anche Kenneth scivola in un isolamento intenzionale guardando con sospetto tutti quelli che incontra perchè ha una missione da compiere che solo lui conosce.
Jeff invece reagisce in modo diverso: cerca di connettersi a ciò che gli sta intorno, cerca di comunicare di diventare un membro in pianta stabile di quella comunità di strani animali che si fanno chiamare uomini.
In questo la figura del fratello scatenato nel tentativo apparentemente impossibile di recuperare il suo matrimonio, è un ottima scuola rappresentando tutti quegli aspetti deteriori che Jeff deve evitare.
Ed è esilarante vedere i due interagire e dimostrarsi due facce della stessa medaglia perchè in molti frangenti quello che sembra non avere tutte le rotelle a posto sembra proprio suo fratello che tra i due dovrebbe essere quello più normale.
A casa con Jeff è la classica commedia indipendente americana, film di attori piuttosto che di sceneggiatura, con una fotografia sicuramente migliore di quella del  prodotto Sundance.
Lo stile invece è quello classico , indy: molti primi piani, molti dialoghi e molta macchina da presa a mano per aggiungere concitazione ad alcune sequenze e per dare al tutto un'aria più realistica.
Come dicevamo è un film d'attori: Jason Segel nella parte di Jeff flette la sua fisicità comica tratteggiando un personaggio tenero e buffo, senza eccessi apatowiani ( a parte un bong gigantesco da cui fuma in una delle prime sequenze), Ed Helms, nella parte del fratello,è più scatenato che in tutti e tre i film della serie Una notte da leoni messi assieme, mentre la Sarandon , nei panni della loro mammina, vedova piuttosto consolabile, si dimostra sempre più icona del cinema indipendente americano in cui appare sempre più spesso, quasi scansando il cinema mainstream.
A casa con Jeff ha forse un finale un po' troppo buonista, troppo incanalato nella sindrome da lieto fine tipica hollywoodiana ma alla fine non dispiace più di tanto.

( VOTO : 6,5 / 10 )


  Jeff, Who Lives at Home (2011) on IMDb

sabato 13 luglio 2013

Drag me to hell ( 2009 )

Christine Brown è una solerte impiegata di banca che sta cercando la tanto agognata promozione. La sua è una gara a due con il grigio Stu, meno brillante e più grigio di lei ma che si dimostra sempre inflessibile coi clienti con cui si trova a trattare per prestiti o mutui.Un brutto giorno accade che Christine rifiuti l'ennesima dilazione al mutuo della vecchia signora Ganush nonostante lei arrivi a pregarla in ginocchio. Christine non le dà ascolto e la vecchia signora, un po' fattucchiera, le indirizza un anatema potentissimo. E' la Lamia, una maledizione sotto forma di demone che la perseguiterà sempre e ovunque. E lei ha solo tre giorni per disinnescare il tutto. 
Lo possiamo dire? Beh direi di si... Bentornato Sam! 
Alla fine sei riuscito a staccarti tutte quelle brutte ragnatele di dosso che ti stavano portando alla rovina ( artistica, non certo economica, anzi credo che tu abbia il portafoglio gonfio come non mai).
La notizia è che Sam Raimi torna all'alma mater che lo aveva generato : il cinema dell'orrore che però si è adeguato ai tempi grami che si vivono oggi.
L'horror odierno, come altri generi cinematografici, affonda le sue radici marce nella crisi economica, proprio nella nazione gloriosa della catastrofe dei mutui subprime. La ragazzotta impiegata di banca con neanche tanto celate velleità di vicedirezione in un moto di competizione sfrenata, di culto dell'arrivismo , che fa?
Rifiuta una proroga (solo la terza) al mutuo di una vecchia zingara e questa non trova di meglio che lanciarle una maledizione.
Permalosa.
Ma l'altra,perfetta WASP, se l'è presa con una minoranza etnica. 
Razzismo? Il ritorno di Sam Raimi a dimensioni produttive più contenute permette di scoprire di nuovo il "cuore" del suo cinema che era stato nascosto dietro la megalomnia del brand Spiderman.
Che anzi aveva rischiato proprio di portarselo via.
Qui Raimi ritorna alla vecchia scorrettezza, al suo vecchio cinema fatto di accelerazioni improvvise, movimenti di macchina vertiginosi (ho sempre pensato che una delle sue fonti di ispirazioni principali fosse il primo Dario Argento. Oggi magari i ruoli si sono ribaltati. E'Dario che si vorrebbe ispirare a lui), lotte senza esclusione di colpi in cui i duellanti sembrano fatti di pongo tanto sono resistenti agli assalti (vedere per credere la lunghissima sequenza della lotta in macchina tra la ragazza e la vecchia zingara) .

Raimi gira il suo Poltergeist  con tanto di profanazione di tombe e liquami assortiti dal cimitero.
Ma qui i demoni non vengono da dentro il televisore e non c'è la manina educata di Spielberg ad edulcorare la pillola.
Qui ci sono schizzi di sangue, denti marci e unghie putrefatte, un indimenticabile dentiera da sognarsela la notte, vermi e amenità assortite che provengono direttamente dai primi capitoli del suo Evil Dead.
Il tutto aggiornato all'arrivismo senza scrupoli dei giorni nostri in cui si farebbe di tutto pur di avere una promozione al lavoro o liberarsi di una maledizione.
La Lohman è un discreto bersaglio per gli strali dei demoni: ragazza che può apparire allo stesso tempo sia seducente che ordinaria.
Ben agghindata riesce a far girare il capo ai maschietti.
Basta vestirla in modo anonimo acconciandole i capelli  nel modo sbagliato e avremo di fronte la solita mascellona americana priva di alcun fascino, una di quelle che trovi, non volendo,  alla porta accanto .
Pronta per l'inferno.

( VOTO : 7 / 10 )


  Drag Me to Hell (2009) on IMDb

venerdì 12 luglio 2013

20 anni di meno ( 2013 )

Alice è una donna in carriera, redattrice della rivista di moda Rebelle: si avvia ai quaranta , è divorziata e ha una figlia tredicenne. Di ritorno da un viaggio in Brasile conosce casualmente un giovane studente di architettura , Balthasar e ,complice lo smarrimento di una chiavetta USB, è costretta a rivederlo suo malgrado in quel di Parigi. Per il ragazzo è un colpo di fulmine, per lei che indossa perennemente una corazza di ghiaccio non è nulla ma coglie l'occasione di usarlo per fare carriera e simula all'inizio una relazione con lui.
Ma si sa come vanno a finire queste cose...non si finge mai fino in fondo e....
Lo spunto di partenza del film è abusato: storia d'amore tra due persone di generazioni completamente diverse, un solco scavato da venti anni di differenza di età.
Solo che nel film di David Moreau ( un glorioso passato nell'horror assieme al sodale Palud) l'assunto viene ribaltato più volte: stavolta è la donna ad essere più grande ma il suo toy boy si rivela molto più adulto del previsto, dietro la sua aria sbarazzina e anche un po' nerd si nasconde un cervello e una dignità fuori del comune, cose che lo fanno sembrare abbastanza al di fuori della sua generazione.
Così come Alice, smessa la sua corazza , dimostra tutte le sue debolezze.
20 anni di meno è un perseverato gioco di specchi in cui le superifici riflettenti figurativamente circondano i due protagonisti: Balthasar ha un padre meno maturo di lui, appassionato di macchine veloci e soprattutto di donne giovani, tanto da arrivare a sposare ( quasi) una coetanea del figlio, Alice ha una sorella, Elisabeth che non sopporta di vederla sola ( come è in realtà lei, proietta nella sorella la propria infelicità cercando di evitargliela) e cerca di mollarla senza vergogna a qualunque uomo appetibile che incontri.
E poi l'ambiente lavorativo di Alice: competitivo al massimo , con un capo che finalmente ha trovato dentro di lei la tigre che andava cercando per dare uno scatto in più alla rivista e intorno un covo di serpi e viperette varie che mette sulla piazza di twitter qualsiasi cosa scabrosa o presunta tale che passi davanti al loro famelico telefonino.
Alice all'inizio sfrutta Balthasar per guadagnare punti e rispetto agli occhi del suo capo ma se nei primi tempi della loro relazione guida lei il giovanotto che pende letteralmente dalle sue labbra col passare del tempo emerge la personalità di lui che infrange il ghiaccio che circonda la bella e algida redattrice.
E il gioco, fatalmente si ribalta.
Alice capisce che il mondo di lustrini e pailettes che la circonda, il culto dell'esteriorità in cui vive tutti i giorni è solo un gigantesco specchietto per le allodole che non le consegnerà mai neanche un barlume di felicità.
Perchè la felicità vera l'ha potuta toccare con mano nelle serate trascorse con quello strano giovanotto con la faccia un po' così, i capelli sparati cotro la forza di gravità e che gira con un aplomb degno di un  milord inglese su uno scooterino rosa griffato Hello Kitty.
20 anni di meno è una commedia sentimentale confezionata superbamente sin dai titoli di testa , in modo molto americano e certifica ancora una volta che i francesi al cinema al momento siano parecchio avanti a noi.
E con due protagonisti così adorabili, circondati da un azzeccato coro di personaggi secondari che danno l'acqua della vita al film, stavolta non disturba neanche quel continuo sfiorare la banalità tenendosene comunque sempre abilmente al di fuori.

( VOTO : 7 / 10 )


  It Boy (2013) on IMDb

giovedì 11 luglio 2013

Oasis ( 2002 )

Jong du è un poco di buono appena uscito di prigione e riaccolto , senza particolare entusiasmo dalla sua famiglia, anche perchè ha un talneto particolare a mettersi sempre nei guai, piccoli o grandi che siano. Un giorno incontra Gong Ju, figlia disabile di un uomo che ha ucciso in un icidente automobilistico. Lei ha avuto un ictus che le impedisce di muoversi , costringendola su una sedia a rotelle e quando è preda di forti emozioni ha anche molte difficoltà ad esprimersi. Dopo un primo incontro "burrascoso" tra i due nasce una relazione che naturalmente è malvista da tutti....
C'è uno strano tipo,  vestito con una camicia estiva a fiori mentre tutti gli altri sono infagottati in abiti invernali, che scrocca sigarette e un pò di cibo gratis. Lo conosciamo: è Jong Du che è appena uscito di prigione (quando vi è entrato era estate) e cerca di tornare dalla sua famiglia.Che, con i crampi lo accoglie di nuovo e cerca di reinserirlo nuovamente nella società. Del resto è un debole, con un cervello magari meno pronto di altri che ha pagato la colpa per aver ucciso un uomo guidando in stato d'ebbrezza.
Va a trovare la figlia dell'uomo che ha ucciso. Lei è Gong Ju costretta alla quasi totale immobiilità e all'impossibilità quasi completa di comunicare da un ictus che le ha procurato una paralisi spastica che peggiora quando si emoziona. Lei vive da sola in un appartamento spoglio della periferia mentre suo fratello vive nella bella casa assegnata a lei dal Comune. Ogni tanto una vicina si preoccupa di lei , del cibo da portarle.Il fratello fa rimarcare a Gong Ju che paga una bella cifra, ben 200 mila wan al mese per tenerla lì, da sola.
Ironia macabra.
Jong Du e Gong Ju si conoscono loro malgrado e siccome a lui le rotelle non girano tutte nel verso giusto cerca di violentarla in un raptus. Una sequenza quasi insostenibile, di violenza psicologica raramente vista.
Eppure dopo questo raptus ingiustificabile qualcosa sboccia tra i due: lei finalmente è stata  trattata come una persona "normale",ha trovato qualcuno che comunica con lei, che si affeziona a lei, che la porta fuori facendola evadere da quelle quattro mura asfissianti di cartone, addirittura a una festa di compleanno o a mangiare fuori nonostante le difficoltà di far accettare la disabile sia in un ristorante che alla festa.
Una relazione tenera fatta di giochi (l'Oasi  del titolo è un arazzo che lei tiene attaccato alla parete e che la notte è reso pauroso dalle ombre minacciose dei rami dell'albero che ha di fronte alla finestra, lui cerca di distoglierla con dolcezza e con giochi innocenti), di comunicazione (che manca a tutti e due costretti a vivere in un mondo che non ha bisogno delle loro parole visto che non contano nulla), di piccoli divertimenti, di conoscenza reciproca (sapere quale è la stagione preferita dell'altro o il suo cibo preferito) e di sogni perchè a volte Gong Ju può anche alzarsi da quella maledetta sedia a rotelle ed essere una giovane ragazza come le altre (la sequenza dell'autobus, una delle più sorprendenti di tutto il film).
Ma la felicità è destinata a durare solo un attimo, mentre il loro amore diventa anche fisico nel totale rispetto reciproco lui viene arrestato per tentata violenza e lei non riesce a scagionarlo per la sua paralisi che è peggiorata per il nervosismo. 
Lui le farà un ultimo regalo prima di andare in prigione.
Oasis è un film di anime pure condannate a vivere in un mondo che puro non è.
Il loro candore scambiato per anormalità anche dai loro familiari, permette loro di conoscersi e portare avanti un amore nel segno dell'anticonformismo, un sentimento che non può essere capito dagli altri.
La purezza d'animo di Jong Du e di Gong Ju è contrapposta alla presenza castrante della famiglia di lui che comunque cerca di metterlo su una strada per recuperarlo e all'avidità infida di quella di lei che la sfrutta solo per abitare in un posto migliore (portandosela in casa solo quando devono fare la scena di fronte agli assistenti sociali) e che cerca di monetizzare il presunto tentativo di violenza subito.
Il tema della disabilità fisica e mentale è trattato senza moralismo ma con uno sguardo quasi entomologico.
L'unico giudizio che Lee Chang Dong si sente di dare è quello verso i cosiddetti "normali" che sono capaci solo di sfruttare o rifiutare un "diverso" solo perchè magari può urtare la suscettibilità di qualcuno.
Un je accuse perentorio verso la massificazione e il tentativo di pulizia "genetica" di un certo tipo di società in cui sopravvivi solo se sei capace di lottare per i tuoi diritti.
Jong Du e Gong Ju purtroppo non ne hanno la possibilità fisica e/o mentale.

Commoventi i flash onirici in cui si anela a una normalità fatta di piccoli gesti quotidiani o di un semplice camminare fianco a fianco, tenerissimo il modo in cui lui cerca di convincerla che sulla sua parete non ci sono spiriti cattivi che vengono a prenderla di notte.
La regia di Lee Chang Dong vola altissima in una storia d'amore tra disabili raccontata senza ipocrisie e moralismi ,Oasis diventa allo stesso tempo uno spietato spaccato sociale che evidenzia tutte le barriere che sono costretti a valicare coloro ritenuti diversamente abili.
Oasis mette a nudo il pretestuoso complesso di superiorità che hanno i normali verso i disabili, un amore totale per quella vita che spesso noi "abili" disprezziamo, un tentativo di vivere una storia d'amore semplice e libera senza costrizioni esterne.
Nel finale si sconfina anche nel melodramma ma ci si mantiene ben lontani dalla retorica che in queste storie è sempre dietro l'angolo.
La storia d'amore tra Gong Ju e Jong Du (straordinariamente inerpretati da Moon So ri e da Sol Kyung.gu) è anche la narrazione di un anelito di normalità che si esplicita con quelle brevi sequenze oniriche in cui è netta la divaricazione tra realtà da disabili e sogno da normali.
E'la storia di due persone che per incanto si amano anche in un mondo alternativo, un'oasi, dove diventano la Principessa e il Generale.
Sperando di tornare il meno possibile in questa valle di lacrime...

( VOTO : 9,5 / 10 ) 


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mercoledì 10 luglio 2013

World War Z ( 2013 )

Il funzionario delle Nazioni Unite Gerry Lane è cooptato dal suo capo per arginare la piaga di non morti che hanno invaso ormai tutto il globo terracqueo senza che si sia riusciti a trovare una motivazione per tutto quello che sta accadendo. Abbandonata la famiglia si imbarcherà in una specie del giro del mondo per trovare il rimedio a questa pandemia di origine sconosciuta che sta ormai distruggendo tutto.
E naturalmente....
Un film di zombie prodotto da una major? Naaaaaaaa...non può essere...pensavo e invece è.
World War Z è il tuffo , mani e piedi legati della casa di produzione Plan B nel mondo della zombielogia applicata. E purtroppo per Brad Pitt, che ne è il proprietario, non ha un piano B.
Gli incassi però gli stanno dando ragione: in pochi giorni sono stati già coperti gli elevati costi di produzione ( 190 milioni di dollari) e il film sta continuando ad incassare bene in tutto il mondo.
E tutto questo è strano per un film di zombie: e infatti l'inghippo c'è perchè da qualunque parte lo si voglia vedere World War Z non è un film di zombie, che sono solo un dettaglio narrativo.
E' fondamentalmente un disaster movie illuminato dalla presenza di un eroe senza macchia e senza paura , indovinate chi è, che per tutto il film ti stai a chiedere" si, ma che cavolo di lavoro faceva questo prima del disastro?" e che fa il giro del mondo in 120 minuti scarsi come un James Bond de' noartri.
Inizio apocalittico, poi una parte centrale molto action e che riprende i ritmi del sottovalutato Contagion soderberghiano, e finale in cui tutto va a massa con una soluzione di stupidità sesquipedale , totalmente inattendibile dal punto di vista scientifico che ricalca in qualche maniera la soluzione estemporanea di un film come Virus letale ( o era Virus letame?).
E, quando allibito assistevo alla sequenza in cui il nostro eroe, che ancora non  ho capito che lavoro facesse,con un colpo di genio trovava la soluzione alla pandemia,cosa che era sfuggita a luminari di tutto il mondo, mi veniva in mente la scena di Carlo Verdone che raccontava delle sue gesta in Africa e di quando lo avevano avvelenato. Per salvarlo gli avevano fatto 12 sieri perchè lui aveva gli anticorpi co' li controcojoni.
Ecco, Brad Pitt ha gli anticorpi co' li controcojoni.
E a me scappa da ridere ben conscio che tutto questo non va a favore del film.
Che è una vera e propria bufala, diciamolo.
Un film di zombie che non può esagerare con sangue e frattaglie altrimenti incorrerebbe in divieti che ne pregiudicherebbero gli incassi, con delle brutte creature non morte in CGI che quando mordono non fanno uscire neanche il sangue e che si muovono sciamando contro ogni legge fisica come se ci trovassimo di fronte a un videogioco e neanche dei più sofisticati   e con le tanto sbandierate scene di massa di zombies che non sono altro che il frutto di un brutto lavoro di computer grafica.
Vogliamo parlare del finale che come Hollywood docet deve essere ottimista altrimenti diminuirebbero gli incassi ?
E poi c'è lui, Brad Pitt, 50 anni portati decisamente bene , che si agita e sgrana gli occhioni azzurro mare sbattendoli lentamente a esclusivo uso e consumo della casalinga disperata di turno autocatapultatasi al cinema senza neanche sapere che cosa fosse uno zombie.
Wolrd War Z nel suo continuo ondeggiare tra un genere all'altro, probabilmente frutto di un lavoro di rimaneggiamento continuo della sceneggiatura e di una lavorazione più volte sospesa per poi essere ripresa a mesi di distanza, dimostra ben presto la sua natura da pop corn movie senza grossi lampi di creatività.
Eppure il ritmo latita nonostante il continuo affastellarsi di avvenimenti che appaiono slegati tra di loro e il film spesso dà l'impressione di essere una specie di macchina che sotto la carrozzeria da Ferrari nasconde il motore di una Pandina sfiatata che appena incontra una salita , si pianta.
Se l'aspirazione era richiamarsi alla migliore tradizione romeriana il risultato è un maldestro crossover tra i film del maestro ( il cui stomaco si rivolterà ogni volta che vede questi zombies con scatto da centometrista, come quelli de L'alba dei morti viventi di Zack Snyder), disaster movies come il succitato Contagion, rigurgiti post apocalittici alla Io sono leggenda , 28 giorni dopo   o stile I sopravvissuti ( tv series inglese che è un cultissimo anni '70) e chi più ne ha , più ne metta.
Una delle delusioni dell'anno. Senza se e senza ma.
Aridatece Romero! Aridatece Shaun of the dead !
E aridatece pure i morti dementi!

( VOTO : 3 / 10 ) 


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martedì 9 luglio 2013

Behind the candelabra ( 2013 )

Scott , orfano e aspirante veterinario un giorno viene portato dal suo amico Bob allo spettacolo di Lee Liberace, pianista estroso sia dal punto di vista tecnico che comportamentale. Tra i due è attrazione fisica e comincia una convivenza non sempre facile in cui Scott è risucchiato nel mondo lustrini e pailettes di Lee,schifosamente ricco e capace di donare al mondo che lo circonda il proprio tocco irrimediabilmente kitsch. Per compiacere il suo mentore, Scott si sottopone a diete massacranti e operazioni di chirurgia plastica. Cade anche nell'abisso della droga e questo, oltre al libertinaggio esibito di Lee, condurrà a rapida fine la loro storia di convivenza. Il ragazzotto tornerà nel mondo reale con un pugno di mosche in mano e Lee  continuerà a fare spettacoli con il candelabro sul pianoforte e il belloccio di turno che lo aspetta a casa.
Lee Liberace è un personaggio di cui, fino all'avvenuta visione di questo film per la tv targato HBO ( formalmente televisivo perchè non prodotto da alcuna casa cinematografica rifiutato forse per la sua gaytudine non nascosta, ma di fatto cinema vero e proprio), ignoravo l'esistenza.
Un personaggio eccentrico , sopra le righe, pianista che in vita ha sempre cercato di nascondere il suo essere omosessuale al punto di far causa, vincendola, a un giornalista inglese che lo aveva definito gay, oppure anche di pubblicare una specie di autobiografia romanzata stracolma di cumuli di falsità su quello che è accaduto veramente nella sua vita.
Per quello che possiamo desumere dal film, che è tratto da un libro scritto da Scott Thorson, quindi non esattamente da uno sopra le parti , Lee era un uomo schiavo del suo ego, che quasi si nascondeva dietro le sue enormi ricchezze con cui aveva creato una specie di mondo alternativo in cui vivere l'amore con lo Scott di turno quasi circondato da un alone di fiaba, un uomo però fondamentalmente solo e prigioniero dell'esteriorità.
Quello che ci viene mostrato è il lato privato di una celebrità sulla cresta dell'onda, un dio del pianoforte che faceva sempre il tutto esaurito ai suoi concerti, capace di farsi fare un cappotto di pelliccia di volpe con uno strascico lungo cinque metri, uno che suonò anche alla cerimonia degli Oscar del 1981.
E questa prospettiva non è troppo accomodante con  Liberace: uno che ha sempre nascosto la sua omosessualità in vita viene "denudato" in pubblico dal film di Soderbergh e dalla sceneggiatura ricchissima di avvenimenti ( forse anche un po' troppo compressa ) di Richard LaGravenese , uno che sa decisamente il fatto suo.
Behind the candelabra ( titolo allusivo alla volontà di raccontare il lato nascosto di Liberace e allo stesso tempo mutuato dall'abitudine di suonare sempre con un candelabro sul pianoforte) è un film che appiattisce la distanza tra cinema e televisione, che fa capire , se ce ne fosse stato ancora bisogno di come la tv americana sia sempre anni luce avanti al nostro concetto "povero" di fiction.
Straordinario il Liberace interpretato da Douglas, affabulatore, meschino e anche un po' patetico nella sua solitudine, tutti registri modulati alla perfezione da un attore che non avrei mai sospettato ritornasse a certi livelli, notevole anche il Matt Damon versione manzo biondo, assolutamente esilarante la prova di Rob Lowe nella parte di uno strafattissimo chirurgo plastico e magnifico anche Dan Aykroyd nella parte del manager di Lee.
Visto a Cannes in concorso nel 2013, la sua uscita in Italia è schedulata per il 19 dicembre.
Sempre se non sia ritenuto troppo gay per il pubblico natalizio.

( VOTO : 7+ / 10 )


  Behind the Candelabra (2013) on IMDb

lunedì 8 luglio 2013

Niente da dichiarare ? ( 2010 )

A causa dell'apertura delle frontiere europee del 1993, due doganieri, uno francese e l'altro belga sono costretti a lavorare gomito a gomito. I due non si sopportano e non fanno nulla per nasconderlo ma la situazione si complica quando uno dei due inizia una relazione con la sorella dell'altro che farebbe un vero e proprio macello se sapesse....
Dopo il successo stratosferico di Giù al Nord( oltre 20 milioni di biglietti staccati per un incasso di circa 140 milioni di euro al cambio odierno) Dany Boon ritorna con i suoi conflitti geografici nazionalpopolari con questo  nuovo (relativo) successo al botteghino che però si è assestato su cifre nettamente inferiori a quelle del film precedente( intorno ai 55 milioni che sono sempre un risultato stratosferico ma se confrontati all'incasso dell'altro...).
Stavolta il film è ambientato negli anni '90 per giustificare "storicamente" la lotta senza quartiere  tra un gendarme belga ultranazionalista e un collega francese che si vengono a trovare sui due lati di una dogana che non esiste più.
Però il razzismo verso i "mangialumache " francesi è vivo e vegeto.
Niente da dichiarare, è bene precisarlo subito, non è un gran film. Si avvale della ricetta vincente che aveva permesso a Giù al Nord di raccogliere insperati incassi, cercando solo di cambiare qualche particolare. Se prima la lotta era tra abitanti del sud e del nord della Francia ora è tra francesi e belgi che stanno ancora più a nord.
Però, pur non essendo un gran film permette lo stesso di passare un paio d'ore in relax e senza vergognarsi troppo di quello che si è appena visto.
Dato il successo del precedente film la produzione ha badato poco a spese e la confezione ne ha beneficiato: è ben ambientato, realizzato con una discreta cura , è recitato bene ( cosa non scontata in questo tipo di film), non è volgare e pur basandosi su un modello di comicità non particolarmente sofisticato strappa la risata in più di un'occasione.
Il protagonista assoluto è il folle gendarme belga interpretato dal favoloso Benoit Poelvoorde che ha una fisicità quasi da comica di un film muto, mentre il  Dany Boon regista ha l'intelligenza di porre il Dany Boon attore al totale servizio della verve dell'altro.
E non bisogna dimenticare il folto stuolo di caratteristi che circonda i due attori principali. Facce giuste nei posti e nei ruoli giusti.
Niente da dichiarare è un film che dovrebbe essere studiato per bene dai filmakers italiani e non per realizzarne una copia carbone come già successo col film precedente di Boon.
Dovrebbe essere studiato perchè un film di media caratura come questo testimonia l'enorme distanza che c'è tra il cinema di consumo francese e quello italiano e soprattutto dice che si può far ridere la gente con un prodotto non volgare e non realizzato con i piedi come di solito succede dalle nostre parti.
Dany Boon non è un gran regista ma il film dal punto di vista tecnico è inappuntabile.
Perchè il nostro cinema di cassetta , pur potendosi avvalere di manovalanza di qualità, soffre di realizzazioni tecniche così mediocri?
Forse la risposta sta nel pensiero dei produttori che credono di avere a che fare con un pubblico di minus habens , per cui uno strafalcione in più o uno in meno chi vuoi che se ne accorga, bisogna fare tutto in velocità e in massima economia per aumentare a dismisura i profitti.
E se noi, il pubblico bue, continuiamo a regalare a film così mal realizzati la vetta del box office, perchè dovrebbero lavorare con più cura?

( VOTO : 6 / 10 ) 


Nothing to Declare (2010) on IMDb

domenica 7 luglio 2013

Suicide Club ( 2001 )

Tokyo: alla stazione della metropolitana di Shinjuku 54 studentesse vestite con la classica divisa scolastica si prendono per mano e si gettano sotto il treno che arriva. E l'ondata di suicidi non si arresta qui ma coinvolge anche altre scuole del paese. La polizia indaga e scopre che su ogni scena del delitto c'è un sacchetto contenente della carne umana fatta a quadretti e cucita assieme. Un hacker inoltre fa scoprire alla polizia un sito web che conta le vittime dei suicidi ancor prima che accadano.
Il suicidio come moda dilagante, il suicidio di massa come congiunzione di corpi votati a riappropriarsi definitivamente del proprio libero arbitrio. Il suicidio come atto estremo per avere audience e popolarità almeno per un secondo. Molto meno dei 15 minuti di warholiana memoria.
Il film di Shion Sono(altri riportano il titolo Suicide Circle ed è forse  un titolo che calza meglio alle tematiche del film) non è un'esaltazione del suicidio, nè un apologo sullo stesso.
E'una riflessione profonda sullo stato d'alienazione che corrode da dentro i giapponesi ed è la certificazione di quanto siano distanti gli adulti dai giovani.
E'catalogato come horror ma in realtà come un serpente nell'atto di perdere le exuvie cambia pelle ogni volta, cambia protagonista, muta di genere sollecitando di continuo la rielaborazione di tutta la materia trattata da parte dello spettatore .
Si comincia con un tremendo suicidio di 54 studentesse sotto un treno in corsa della metropolitana di Tokyo, si continua con altri suicidi inspiegabili e con lo scoppio di una vera e propria epidemia di suicidi. A questo punto sembra che ci troviamo di fronte a un nipotino di Ringu e invece il film cambia un'altra volta per diventare un horror in cui è presente il deus ex machina ma si sottace sul perchè dello scatenare di una siffatta epidemia, sconfina poi nella metafisica assoluta in un finale aperto a qualsiasi tipo di intepretazione.
Forse sappiamo chi è stato (il Charles Manson dell'era della comunicazione come urla lui stesso in lustrini e pailettes), forse conosciamo il mezzo, ma non veniamo a conoscenza della questione fondamentale.
Perche?
Non è un film di fantasmi giapponesi, nè di video maledetti. Più che al cinema di Hideo Nakata qui siamo dalle parti del Kairo di Kiyoshi Kurosawa (che però presuppone una presenza soprannaturale) o di certi eccessi splatter di Takashi Miike, mentre lo sguardo che Shion Sono posa sui giovani del film è ancora più inquieto di quello di Kinji Fukasaku in Battle Royale.
La differenza è che i protagonisti di Suicide Club decidono autonomamente di morire senza alcuna imposizione esterna. 

A Shion Sono piace colpire basso con  numerose scene splatter fatte in maniera piuttosto artigianale ma discretamente efficace (commentate da musiche allegrotte che donano al tutto un effetto straniante), ma gli piace anche affabulare con una visionarietà di primo ordine mediante la quale si pone un gradino sopra il semplice contenitore di immagini sanguinolente.
Questo è un film che è horror in superficie ma spaventa molto più per quello che nasconde dentro. Perchè scatta l'emulazione di gesti eclatanti(che non siano solo il suicidio)?
Perchè c'è quasi la necessità fisica di ognuno di emergere  dalla massa anche perdendo il bene più prezioso?
Perchè c'è l'invito a riparare la connessione con se stessi e a ripossedere la propria capacità di scelta?
Perchè ci si riprende la propria vita perdendola?
Sono tutte domande che non hanno risposta...e chiamatelo pure horror...

( VOTO : 8 / 10 )  Suicide Club (2001) on IMDb