I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.

giovedì 9 aprile 2015

La moglie del cuoco ( 2014 )

Marithé è una donna piacente che ha ormai ha passato da un pezzo i quaranta, ha un figlio grande e come migliori amici il suo ex marito e la sua nuova moglie.
Lavora in un centro di formazione e riqualificazione professionale in cui cerca di collocare tutti i nuovi disoccupati causati dalla crisi economica secondo le loro capacità.
Un giorno si presenta ai corsi Carole , la moglie ricca e annoiata di uno chef stellato di un famoso ristorante della zona.
Vuole qualcosa d'altro nella sua vita ma non sa bene che cosa e si affida a Marithé che , volente o nolente, se la ritrova spesso tra i piedi ed è costretta suo malgrado a frequentarla spesso, conoscendone anche l'affascinante marito.
Carole si trova a un bivio della sua vita e pian piano fa capire a Marithé che anche lei è più o meno nella stessa situazione.
E poi tra Marithé e lo chef stellato c'è anche una certa attrazione...
Anne Le Ny è una caratterista francese di lungo corso, volto noto presente in molti film di successo che da un po' di tempo a questa parte ha deciso di passare , con un discreto successo, alla sceneggiatura e alla regia, cambiando praticamente mestiere in corso d'opera.
E non occorre uno sforzo supremo  scorgere nella storia che racconta ne La moglie del cuoco qualcosa che riguarda lei stessa.
Quell'aver superato i quaranta ed essere presa dall'inquietudine di trovarsi di fronte a delle scelte da fare , quella sottile insoddisfazione di chi conduce una vita mediamente felice e vuole qualcosa d'altro, vuole di più, quella sensazione insomma che aveva la famosa baronessa in limousine che in uno spot televisivo diceva al proprio autista che aveva un languorino ma che non era proprio un languorino e che andava soddisfatto con una bella overdose di Ferrero Rocher.
Qui al posto del cioccolato c'è l'amore.
Carole e Marithé conducono una vita sentimentale assolutamente sregolata.
Carole ha un marito affascinante ma ha un amante che la tratta più o meno come carne fresca al giusto grado di frollatura da consumare nei ritagli di tempo, vive nel lusso sfrenato e non deve faticare nemmeno troppo per riportare a casa la pagnotta.
Marithé invece una vita sentimentale non ce l'ha proprio, ha una situazione economica non floridissima ma serena e si accorge del vuoto che sta assalendo la sua vita solo quando conosce Carole e la sua insoddisfazione.
E il marito di Carole assume il ruolo di terzo incomodo.
La moglie del cuoco è un film virato al femminile che evita le trappole del femminismo e della solita storia di solidarietà tra donne, scritto e diretto da una donna ( e direi che si vede per come tratteggia le figure maschili, lasciate tutte più o meno sullo sfondo come se non interessassero più di tanto alla regista), che cerca di aggiornare la commedia sentimentale alla crisi di mezza età che colpisce in quel solco che va dai quaranta ai cinquanta e si trasforma in una occasione coi fiocchi per mettere in mostra due splendide attrici, Karin Viard e Emanuelle Devos che stanno attorno al mezzo secolo di vita.
E si sa che al cinema trovare dei bei ruoli dopo aver superato gli anta è spesso difficile a meno che non ti chiami Meryl Streep o Julia Roberts.
Dovrebbe anche essere la narrazione di una sorta di triangolo amoroso che coinvolge le due e il marito di Carole ma quest'ultimo è tratteggiato in modo veloce e anche piuttosto superficiale, relegato di fatto in secondo piano rispetto alle due protagoniste.
E poi ho un problema con Roschdy Zem, attore che a me piace moltissimo : con quella faccia lo vedo solo  in film d'azione, la commedia non mi sembra molto nelle sue corde.
La moglie del cuoco non fa ridere quasi mai ma fa sorridere spesso, è una storia ben scritta e meglio raccontata che però tuttavia non riesce ad emergere in maniera decisa dalla media, in verità piuttosto alta, della commedia francese di questi ultimi tempi.
Diciamo che si pone in quel limbo di media qualità che piace parecchio al pubblico ( e infatti in Francia è stato un successo al botteghino) ma anche alla critica.
Il cinema d'autore è altra cosa ma ci possiamo accontentare perché Anne Le Ny non ha certo la pretesa di diventare il nuovo Rohmer o il nuovo Truffaut.

PERCHE' SI : due ottime protagoniste, eccellente ambientazione, storia di un triangolo amoroso che incuriosisce fino alla fine.
PERCHE' NO : Roschdy Zem ha una faccia che secondo me lo rende poco credibile nelle commedie sentimentali, qualche svolta narrativa un po' troppo meccanica, qualche istanza sociale che fa un po' troppo Dardenne.

LA SEQUENZA : il primo incontro ravvicinato tra Marithè e il marito di Carole e il loro flirtare abortito.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
se non vivessi in Italia mi trasferirei seduta stante in Francia
metterei la firma per avere una situazione tipo famiglia del Mulino Bianco che qui viene raccontata,
ormai amore e cucina sono un dittico inscindibile,
Roschdy Zem ha più la faccia del poliziotto o del gangster che non quella dello chef stellato.

( VOTO : 6,5 / 10 )

 Almost Friends (2014) on IMDb

mercoledì 8 aprile 2015

From the dark ( 2014 )

Un uomo nella brughiera irlandese sta lavorando la terra quando da dentro una pozza di fanghiglia viene attaccato da qualcosa di non identificato e morso nella regione del collo.
Sarah e Mark stanno facendo una gita in macchina e non sono d'accordo sull'itinerario proposto da lei.
Il navigatore comincia a fare le bizze ricalcolando il percorso a getto continuo e in men che non si dica si trovano con la macchina bloccata nel fango. Mark va a cercare aiuto e trova una fattoria che sembra abitata ma non trova nessuno finché appare l'uomo di cui sopra che addirittura dopo che Mark ha cercato di soccorrerlo tenta di attaccarlo.
Mark fugge e torna con Sarah e sarà l'inizio di una lunga notte: l'unica arma che hanno è che quella creatura sembra detestare la luce...
Conor McMahon è un regista irlandese che si era fatto conoscere più o meno una decina d'anni prima di questo From the dark con un horror dal budget miserrimo che aveva avuto comunque una certa notorietà internazionale , Dead Meat .
Un paio di anni fa aveva tentato la strada della slasher comedy con Stitches , un film su un clown assassino, coloratissimo e genuinamente divertente pur non portando nulla di nuovo alla causa.
Con From the dark sembra tornare un attimo sui suoi passi, quelli che avevano portato agli zombie di Dead Meat.
Abbiamo la solita coppia di personaggi che ciurlano nel manico per una decina di minuti facendo chiacchiere inutili e accapigliandosi su un itinerario, una strada fangosa che guarda caso blocca le ruote della macchina, il navigatore che ricalcola continuamente il percorso perché non ha segnale e dulcis in fundo il telefonino che  non prende pure se intorno di montagne non se ne vedono.
Dopo un quarto d'ora di film è già tutto sul piatto: il morsicato che certamente si trasformerà, la brughiera irlandese buia e minacciosa, una fattoria che sembra piazzata nel centro esatto del nulla, due idioti che non vedono altra soluzione che dividersi per cercare aiuto.
Ma rimanere alla macchina e aspettare che faccia giorno era veramente una così brutta idea?
Il problema del film non è tanto nella sua realizzazione che pure è apprezzabile, McMahon sa come piazzare la macchina da presa, sa creare la giusta tensione, sa dosare le sequenze più spaventose piazzandole nei punti strategici del film.
Il problema è che tutto questo è stato già visto migliaia e migliaia di volte, potrei mettermi a citare decine di film che hanno preso le mosse da questo spunto  e che lo hanno sviluppato praticamente alla stessa maniera, ma sinceramente mi viene noia solo a scrivere i vari titoli.
From the Dark è inoltre falcidiato da un budget misero , ha soli tre attori in scena più un mostro ( e anche qui il design poteva osare di più diciamo che siamo in quella zona che va da Voldemort a Nosferatu passando per i mostri glabri di The Descent ), pochissimi ambienti e un regista che ci propone un film esercitandosi nell'arte della supercazzola per come cerca di rimescolare continuamente le poche carte che ha in mano.
La credibilità delle azioni dei vari personaggi è veramente sotto il limite sindacale, lei ostinatamente cerca di recuperare lui anche una volta che è stato ferito gravemente quando probabilmente avrebbe trovato la via della salvezza su un bel trattorone gommato attrezzato a superare qualsiasi tipo di ostacolo.
E poi abbiamo il buio, buio a strafottere.
Certo per un film con questo titolo non mi sarei dovuto aspettare altro ma qui è veramente troppo , devi strizzare gli occhi in molte occasioni per cercare di capire qualcosa di quello che sta succedendo.
A dir la verità di sorprese non ce ne sono poi tante, tutto è abbastanza prevedibile e scontato e questo è veramente un peccato per un regista vecchio stampo come McMahon ( uno di quegli uomini di cinema capaci di fare un po' tutto dalla scrittura, alla regia, al montaggio e agli effetti speciali visivi e sonori ) che dopo Stitches sembra tornare indietro , alle sue origini, ma in maniera infruttuosa, deteriore.
Stitches era brillante , vivace e supercattivo, qui l'originalità latita e abbiamo un'idea di cinema molto meno ambiziosa di quella che muoveva il suo film precedente.
Un vero peccato.

PERCHE' SI : McMahon come regista non si discute, le sequenze più spaventose sono piazzate nei punti strategici del film, si respira una certa tensione.
PERCHE' NO : sa tutto di realmente già visto, budget miserrimo, credibilità delle azioni dei protagonisti sotto al minimo sindacale.

LA SEQUENZA : l'arrivo di lei col trattore davanti alla porta della fattoria dopo aver scacciato il mostro.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
durante il mio viaggio di nozze fortunatamente ho visto un'altra Irlanda
Mai fidarsi di un navigatore satellitare
Esplorare di notte un luogo sconosciuto non è una buona idea
Con una Mercedes meglio non andare per percorsi sterrati.

( VOTO : 5 / 10 )

 From the Dark (2014) on IMDb

martedì 7 aprile 2015

Dieci inverni (2009)

Camilla si è iscritta all'Università in quel di Venezia e vi si sta trasferendo dal paesello d'origine.
Sul vaporetto incontra Silvestro, belloccio, con poche idee in testa ma in compenso ben confuse.
Come è , come non è, finiscono per dormire assieme la prima sera perché lui perde l'ultimo vaporetto.
E' l'inizio di un rapporto che necessiterà di ben dieci inverni, dal 1999 al 2009 e di molti luoghi, tra cui Venezia e Mosca, per arrivare alla necessaria chiarezza.
E' amore.
Non solo l'inverno del loro scontento di shakespeariana memoria ma  ben dieci sono gli inverni che passano prima che il  sentimento di Camilla e Silvestro venga messo bene a fuoco.Il film di Mieli come detto da altri racconta una storia facile, minimalista,anche banale se vogliamo ma rifugge dall'estetica mocciana o grandefratelliana che tutto avvolge nelle proprie spire malefiche.
E'un film dall'umore saturnino così come le stagioni invernali che vengono passate in rassegna e che si distinguono l'una dall'altra solo per la didascalia o qualche particolare dell'aspetto dei due.
Due ragazzi colti all'arrivo nel mondo dei grandi (studi universitari, la prima volta che vivono da soli, una città nuova, Venezia , come addormentata in riva al mare) e poi seguiti per dieci anni della loro vita nelle loro scelte sentimentali e professionali.

Da ventenni ignari del mondo che esiste attorno a loro, magari armati di sana incoscienza,  a trentenni col loro bel carico di inquietudine e di rimpianto per quello che avrebbe potuto essere non è stato.
Silvestro e Camilla salgono e scendono dall'altalena dei sentimenti, la prima notte che s conoscono dormono insieme ma la mattina dopo sono come due sconosciuti, da distanti divengono vicini, da amici diventano conoscenti e viceversa, diventano al massimo amici degli amici, frappongono tra loro altre storie sentimentali che naufragano miseramente di fronte all'elettricità dei loro incontri che avvengono continuativamente per tutto il decennio, incapaci di capire (o meglio di confessare a se stessi) che cosa provano per l'altro/a.
Questa sarabanda di incontri procrastinati nel tempo ricorda parecchio da vicino Harry ti presento Sally,con Venezia e Mosca a fare da sfondo invece di New York ma il continuo balbettamento sentimentale ,le complicazioni,le deviazioni e le notazioni a margine sono più tipiche di certo cinema francese ,da Sautet a Truffaut e forse a Rohmer.

Il film di Mieli è lungi dall'essere perfetto ma è importante per come si inserisce in quel filone di commedia sentimentale che rifiuta le frasette dei Baci Perugina o le inutili sociologie d'accatto paratelevisive.
I due intepreti risultano assolutamente credibili in un simile contesto e il regista è bravo a cogliere i loro scarti umorali, le loro insicurezze, la loro pavidità di fronte a quello che sta succedendo loro.
Da ricordare il primo incontro tra SIlvestro e Camilla con i loro impacci anche infantili ma di spontaneità assoluta e la sequenza in cui lei fa footing per le calli veneziane e lui in una piazzetta adiacente si sta fumando una sigaretta su una panchina.
In mezzo un frate che trasporta un alberello.
Una sequenza che illustra benissimo la geometria variabile del caso, le distanze tra i due che mano mano si accorciano per poi riallungarsi di nuovo.
Una sequenza silenziosa, che dura poche decine di secondi ma che in questo lasso di tempo minimo spiega compiutamente il senso del film.
Un film fatto di distanze variabili, di casualità e di errori.

Proprio come quelli che si commettono nella vita di tutti i giorni.
Un film che faceva presagire qualcosa di buono per la salute del nostro cinema .
Comunque da incoraggiare.

PERCHE' SI . una storia d'amore non trita e ritrita, bella disamina sulla geometria variabile dei sentimenti, due interpreti credibili per spontaneità
PERCHE' NO: il modello, ingombrante , è Harry ti presento Sally, qualche dettaglio di troppo negli ostacoli che il caso frappone , qualche semplificazione di troppo.

LA SEQUENZA : Camilla fa footing , Silvestro si fuma una sigaretta in una piazzatta, in mezzo un frate trasporta un alberello. Il tutto a simboleggiare le distanze variabili tra i due nella geometria dei sentimenti.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE : 
Una rondine non fa mai primavera, specie se parliamo del nostro cinema.
Mosca qui appare molto più bella di quanto raccontato da chi ci è stato.
Certi tira e molla sentimentali fanno tanto studente universitario.
Provo ancora nostalgia per i miei anni da studente universitario in trasferta.

( VOTO : 7 + / 10 )

 Ten Winters (2009) on IMDb

lunedì 6 aprile 2015

Inception ( 2010 )

Cobb è un ladro, decisamente il migliore nel suo campo: riesce a carpire i segreti dalle persone quando sono nella fase onirica. Mentre sognano.
Ma ora gli viene richiesto di fare altro. Gli viene richiesto l'esatto contrario.
Lui e il suo team stavolta l'informazione la devono creare e con lei il sogno.
Ammetto che non è stato facilissimo per me avvicinarmi all'universo spinoso di Inception.
Eppure quando sono riuscito a entrare nella stessa lunghezza d'onda del film (e ci è voluto quache minuto) poi sono stato attratto come da una forza centripeta che non mi ha più permesso di distaccare occhi e mente da quello che stavo vedendo.
La prima parte diciamo che è didattica, come un manualetto d'istruzioni per permettere di seguire il resto (due ore abbondanti ) senza soverchi problemi.E va detto subito che questa ultima opera di Nolan è il blockbuster che non ti aspetti:durata ben oltre i canoni hitchockiani (la cui unità di misura era il riempimento della vescica), una vicenda assolutamente non lineare che mette a dura prova le sinapsi invecchiate e/o avvizzite, un meccanismo scintillante, perfetto in tutti i suoi ingranaggi che fa crescere il film minuto dopo minuto, una costruzione a scatole cinesi in cui la sorpresa è sempre dietro l'angolo.
Inception è un film che non ha pause e non ne ammette, in cui è necessario un surplus di attenzione da parte dello spettatore a cui al contempo è anche richiesto di elaborare tutto quello che il gran cerimoniere Nolan mostra dall'alto del suo talento visivo.
E'difficile inserire così tante suggestioni in un film solo:c'è il thriller, c'è l'action, la fantascienza ma soprattutto ci sono dosi copiose di melodramma del tutto inaspettate.
Questo è il blockbuster che non ti aspetti perché tratta una materia delicata come quella dei sogni e dell'inconscio senza essere banale o ridondante.

E'tutto ricondotto al meccanismo di cui si accennava:tutto talmente perfetto da far sorgere il sospetto (come accadeva in Memento.per certi versi affine per tematiche e per strutturazione, o The Prestige ,in fondo in questa sua ultima pellicola  Nolan ci parla di sublimi illusionisti) che tutto sia figlio di un certo narciso autocompiacimento.
Ma alla fine chissenefrega:ci sono talmente  tante idee in Inception che quasi si viene stravolti.
Film dopo film si ha l'impressione che Nolan cerchi sempre di spostare oltre il livello qualitativo della propria scrittura cinematografica sia testuale che visiva.
Il suo è un cinema che esplora i limiti della percezione visiva (pur essendo abbastanza parsimonioso in effetti visivi digitali) ma esplora anche i limiti della propria capacità di scrivere cinema.Il suo è un linguaggio che si rivela ancora una volta nuovo, una frontiera inesplorata.
E anche quelli che non lo apprezzano o che non hanno apprezzato questa sua ultima opera glielo devono riconoscere.  Altri cineasti si sono avvicinati al mondo del sogno cercando di visualizzarlo:nessuno però è riuscito a farlo nel modo in cui l'ha fatto il buon Christopher: a prima vista il mondo dei sogni e dell'inconscio è ideato come un universo parallelo che ha molto dell'architettura dei videogiochi di ultima generazione, si parla di livelli, di ampiezza dei mondi, di profondità delle esperienze, insomma sembra il gergo che si usa per descrivere l'ultima frontiera del gameplay.

Però a differenza di qualsiasi esperienza videoludica questi mondi sono deformati da fattori esterni, cambiano di continuo le loro caratteristiche, hanno una dimensione temporale totalmente diversa da quello che succede nella realtà.
Il film si dilata in molteplici piani di narrazione in cui ognuno si infiltra nell'altro prima con piccole schegge visive, delle piccole crepe che accrescono l'inquietudine poi con modificazioni sempre più profonde fino ad arrivare all'implosione di questo mondo neoformato.
Chi si aspetta di annoiarsi a vedere gente che dorme e sogna è sulla cattiva strada:gli universi deformabili tratteggiati in questa pellicola sono quanto di visivamente e intellettivamente più stimolante visto in questi ultimi tempi.
E' evidente che  Nolan detesta le soluzioni banali od univoche:resta nei suoi film (e anche in questo) sempre quel fondo di ambiguità che rende il tutto se possibile ancora più fascinoso per i diversi modi in cui può essere interpretato.
Perché la fine del sogno non è solo il rientro nella realtà:si potrebbe anche entrare in un altro sogno senza soluzione di continuità.
Come ho detto prima Inception non è un film da subire passivamente,:ha bisogno di uno spettatore attento e collaborativo in grado di rielaborare le suggestioni che tracimano dallo schermo.

Un mondo dei sogni forse non è mai stato così reale e stratificato, pur nella sua mutevolezza e nella sua instabilità.
Entrare nei sogni altrui è violare un intimità che ognuno protegge con le unghie e con i denti.
Ritornare alla realtà è come un tuffo nell'ignoto.
Sempre che ci sia la forza di gravità
.O forse aveva ragione Shakespeare ne La Tempesta:in fondo noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni e la nostra breve vita è circondata dal sonno.....

PERCHE' SI : è Nolan con tutto il suo armamentario di visionarietà alla massima espressione, film stratificato e multiforme, ottimo cast
PERCHE' NO : complicato l'inizio, richiede uno spettatore attivo e collaborativo

LA SEQUENZA : è un labirinto di sequenze da antologia

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
Nolan is the great pretender
Film come questo ti fanno quasi dispiacere che sia necessario dormire
Non so se esiste un videogame di questo film ma lo dovrei cercare.
Peccato che ogni volta che penso alla parola sogno c'è una vocina che mi urla " Marzullo!!!"

( VOTO : 8 / 10 )

 Inception (2010) on IMDb

domenica 5 aprile 2015

Ogni maledetto Natale ( 2014 )

Massimo viene rapinato e picchiato da un borseggiatore travestito da Babbo Natale e viene soccorso da Giulia, l'unica che sembra accorgersi di quell'uomo steso a terra e che pare in difficoltà.
Complice lo sguardo ammaliante e una chiacchiera dietro l'altra i due si ritrovano insieme in men che non si dica in pieno marasma prenatalizio.
Natale , una festa che Massimo ha sempre odiato e festeggiato da solo.
Giulia lo convince a trascorrerlo dai suoi nelle campagne del viterbese, una famiglia di quelle rustiche  con qualche problemuccio tra di loro e con quelli del paese.
Anche Massimo non è accolto nel migliore dei modi e la situazione con Giulia precipita a tal punto che lui torna a casa sua.
Giulia la mattina dopo lo segue ed è costretta e sorbirsi una giornata coi familiari di Massimo che ,se possibile, sono anche peggio dei suoi.
Il loro amore è rimandato a una baita in montagna in mezzo alla neve e ad altri amici....
Che cosa c'è di meglio che festeggiare il post di Pasqua con un film che parla del potere distruttivo del Natale ( ma per estensione possiamo ampliare il discorso a ogni festa comandata)?
Non fa ridere , vero?
 Vero.
Ma Ogni maledetto Natale la nuova commedia partorita dalle menti bacate di Ciarrapico, Torre e Vendruscolo, quei ragazzacci screanzati che hanno partorito la serie tv Boris e il film ispirato ad essa, si distingue dal marasma del cinema italiano natalizio fondamentalmente per due cose : è cattivo , politicamente scorretto come pochi e fa ridere.
Non sempre ma abbastanza.
Ecco, non stiamo parlando del nuovo miracolo che disseppellirà il cinema italiano dalla fossa in cui si è gettato, parliamo di un film che complessivamente è inferiore ( e anche di parecchio) rispetto a quanto ci si poteva aspettare da cotante maestranze attoriali, ma parliamo di una visione che complessivamente regge, senza troppi picchi ma senza quelle cadute vertiginose a cui ormai siamo tristemente abituati quando ci poniamo davanti a uno schermo per vedere un film italiano.
Natalizio per giunta, veramente la fossa delle Marianne in cui gettare ogni proposito di creare un prodotto formalmente accettabile.
Ogni maledetto Natale ha uno spunto che si esaurisce subito, il contrasto due giovani con le rispettive famiglie altrui ma cerca continuamente nuove strade per ravvivare la narrazione.
Primo fra tutti l'espediente di usare gli stessi attori per impersonare i ruoli delle varie figure appartenenti alle due famiglie che sono agli antipodi per tutto, tranne che per grettezza e modi poco urbani verso gli estranei.
Fondamentalmente ci troviamo di fronte a un film diviso in due compartimenti stagni.
Il primo capitolo è la storia dell'incontro / scontro tra il mite Massimo e una famiglia che sembra uscita da un circo degli orrori o da Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola.
Uno sfondo horror in cui inserire la sbandierata normalità di Massimo ma anche quella di Giulia che non si sa come sia potuta uscire da una famiglia simile .
E la prima parte funziona, si ride a denti stretti e si ha un po' paura perché un Natale così è un incubo e non un sogno e noi non vorremmo essere al posto di Massimo.
Il secondo atto, fatta la tara alla sorpresa di ritrovare gli stessi attori della prima parte sotto mentitissime spoglie, scorre via invece con più intoppi, meno originalità , problema di sfondo perché al cinema , nei vari cinepanettoni di famiglie ricche e disastrate ne abbiamo viste a bizzeffe e non siamo affatto sorpresi.
E anche la scorrettezza politica della prima parte viene un po' meno perché aumenta la sensazione del deja vù.
I nomi migliori della commedia italiana si sono profusi in questo film , parliamo di vere e proprie stelle come Corrado Guzzanti, Mastandrea, Giallini ( che è come il prezzemolo, lo trovi dappertutto ma è un bene perché comunque continua a piacere), Pannofino con una specie di guest star che è Laura Morante.
L'idea di questo film è di valorizzare lo sfondo su cui si muovono i due protagonisti putativi che in realtà sono in secondo piano a subire tutte le angherie possibili e immaginabili .
Non tutto funziona a dovere , Cattelan non è un vero attore , si vede e anche se personalmente lo trovo simpatico è un po' come un pesce fuor d'acqua, la Mastronardi non ha quel fascino da far girare la testa e la seconda parte si muove tra caratterizzazioni molto pesanti ( Guzzanti che fa il filippino) che col passare dei minuti perdono di mordente.
Ma almeno si ha la sensazione che si è voluto fare qualcosa di diverso.
E per il film di Pasqua Natale non potevo chiedere di meglio, visto quello che si trova in giro.

PERCHE' SI : ottimo cast, buono lo spunto di partenza e la trovata dell'utilizzo del cast che impersona tutte e due le famiglie.
PERCHE' NO : i protagonisti putativi sono gli anelli deboli della catena , nella seconda parte il film perde di mordente.

LA SEQUENZA : L'arrivo di Massimo a casa di Giulia con parecchie paia di occhi puntate addosso.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
Non vorrei mai trascorrere un Natale come quello di Massimo e Giulia
Le campagne del viterbese nascondono mostri
Anche i palazzi nobiliari di Roma nascondono mostri.
D'ora in avanti guarderò i filippini con occhi diversi.

( VOTO : 6 / 10 )

 Ogni maledetto Natale (2014) on IMDb

sabato 4 aprile 2015

Metalhead ( 2013 )

Islanda inizi anni '90 : in un incidente col trattore mentre sta lavorando i campi muore il giovane Baldur.
La sorella Hera si convince di essere lei la colpevole dell'incidente e cresce nel culto assoluto del fratello, chitarrista e totalmente devoto all'heavy metal, arrivando praticamente a sostituirsi a lui.
Giunge alla rottura con i genitori e con la piccola comunità che sta attorno a loro , ha un rapporto difficile con un suo vecchio amico d'infanzia e una dialettica contraddittoria col nuovo prete del paesino in cui abita.
Hera trova rifugio nel black metal o forse vuole solo vendicarsi di una delusione e , dopo aver prodotto e fatto girare un demo, arriva ad avere una propria band e ad esibirsi di fronte agli occhi attoniti della piccola comunità riunita per una festa religiosa.
Un modo come un altro per riconciliarsi con la propria famiglia, i propri compaesani ed elaborare finalmente il lutto.
Una volta vista la locandina di questo film non ho potuto astenermi dal procurarmelo nel più breve tempo possibile.
Il perché è presto detto: parla di Metalhead a uno che è stato metallaro sia fuori ( negli anni belli dell'adolescenza ) e che continua a esserlo dentro , è ambientato in Islanda , terra amatissima dal sottoscritto e meta ideale del viaggio che ho sempre sognato ( e che probabilmente non farò mai ) e perché è collocato in un periodo come gli inizi degli anni '90 in cui non c'era internet e non c'era la comunicazione globale , per cui i dischi metal ce li passavamo mano per mano, così come i demotapes delle band più fighe di tutto il pianeta .
Ricordo ancora i demo di bands oggi ultra affermate come Cradle of Filth, Therion, Tiamat, Rotting Christ e tante tantissime altre che facevano girare la loro musica esclusivamente spedendo la loro cassettina ovunque e sperando nel passa parola o nelle recensioni entusiastiche delle fanzines ( cartacee) che all'epoca spopolavano. Anche io ne ebbi una che durò un paio di numeri e collaborai attivamente ad un'altra che addirittura sopravvisse per qualche anno riuscendo a superare anche il passaggio dalla carta al web.
E' ancora vivo il ricordo di interi pomeriggi passati a trafficare con scotch , francobolli e buste in cui imballare le 'zines che avevamo venduto e magari con l'occasione ascoltavamo tutti i demo arrivati per scriverne nel numero successivo.
E in quel mentre , con i miei amici, vivemmo anche il transito dalla cassetta al cd.
All'inizio arrivavano solo demotapes in audiocassetta poi sempre più frequentemente Compact Discs.
Il mondo si stava digitalizzando e internettizzando ma noi ancora non lo sapevamo.
Bei ricordi che accendono la fiammella fioca della malinconia.
Ecco dicevamo di questo Metalhead, piccolo film islandese che parla di una ragazzina che per elaborare il lutto della morte del fratello si butta nel metal, toccandone le frange più estreme.
Come faccio a non volergli bene?
Come faccio a non voler bene alla giovanissima Hera ( una ragazza molto bella tra l'altro), che incarna perfettamente lo spirito di fratellanza e di ribellione che noi stessi, adolescentelli con la parola nerd tatuata a fuoco sulla fronte come una croce rovesciata , all'epoca vivevamo sulla nostra pelle?Noi che avevamo il culto del caprone come simbolo di bestia satanica ma avevamo paura solo a vederlo dal vero?
Quando nel film vedo la sua camera, o meglio la camera di suo fratello con il poster di Never Neverland degli Annihilator sulla porta, mi scende direttamente la lacrimuccia perché io quel disco l'ho amato abbestia., così  come mi vengono gli occhi a cuoricino quando la vedo alle prese con la sua svolta black metal con tanto di face paint mentre i notiziari parlano di Mayhem , Euronymus, Burzum e le chiese bruciate in Norvegia.
Io quelle cose le ho vissute come lei, da lontano , da molto lontano quindi è come se con questo film ho trovato una sorta di amplificatore ai miei ricordi tenuti sepolti per anni e anni.
Detto di quanto ami il contesto, l'humus di cui si nutre letteralmente il film, non posso però non contestargli un bel bastimento carico di luoghi comuni sul metal e affini che fatalmente vengono fuori come un retrogusto amarognolo.
E' come se il regista e sceneggiatore Ragnar Bragason ( acclamatissimo in patria) si sia lasciato trasportare dalla bellezza e dalla profondità della figura di Hera , colorata veramente con un affetto quasi paterno e abbia lasciato lì in bella mostra una bella vagonata di luoghi comuni sul metal e su quel senso di fratellanza e di ribellione che lo pervadeva agli inizi degli anni '90.
Oltre che di disagio.
E qui casca l'asino perché non era necessario provare un disagio di qualsivoglia natura ( relazionale, religioso ecc ) per essere un Metalhead, un fan dell'heavy metal più duro e puro.
In questo senso fa macchia la caratterizzazione dei tre metallari che dopo aver ascoltato il demo di Hera la vengono a cercare per suonare con lei ( dipinti con tutti gli stereotipi possibili e immaginabili) ma anche il suo rapporto con il prete e la Chiesa in genere.
Un prete memorabile: non so quanto sia possibile parlare con un uomo di Chiesa che va fuori di melone per Judas Priest e che consideri Cronos dei Venom come il miglior frontman che abbia mai calcato un palco.
Non so quanto possa essere realistica una figura del genere.
Però lo si ama e lo si vorrebbe santo, da subito.
Così come si tollera quello spirito buonista che caratterizza l'ultima parte del film, una specie di volemose bene collettivo che forse un po' stona , ma forse anche no perché a volte è anche bello sentirsi raccontare una storia in cui si finisce per vivere felici e contenti.
La carta vincente di Metalhead oltre agli scenari islandesi di bellezza stordente  è il suo tratteggiare delicatamente un personaggio bello e ammaliante come quello della giovane Hera, saper descrivere con il giusto savoir faire il suo dolore e la sua volontà di superare la morte dell'amatissimo fratello, della cui morte si sente responsabile.
La forza di questo piccolo film che viene da una terra che sta all'estremità di ogni cartina geografica è anche quel non mettere per forza a confronto il mondo degli adulti con quello dei giovani, due universi a tenuta stagna che non devono essere per forza conflittuali tra di loro, sono diversi, forse anche poco compatibili tra di loro ma possono convivere pacificamente nella stessa galassia.
E tutto questo è rappresentato da quel ballo finale, nella stanza del fu Baldur, in cui le varie generazioni si trovano unite sulle note di Symphony of Destruction dei Megadeth.
Si può andare avanti assieme, senza combattersi, senza bruciare chiese e incendiare animi pronti già di loro alla pugna.
Si può crescere insieme, tutti.
E questo non vale solo per Hera.
Perché il lutto è una bestia brutta che azzanna anche i genitori di Hera e di Baldur.
Metalhead è un film bello da vedere e molto , molto bello da sentire per chi ama un certo tipo di sonorità.
Tipo me.

PERCHE' SI . il personaggio di Hera è ammaliante, bello e profondo tratteggiato con affetto quasi paterno da Ragnar Bragason, l'Islanda è una terra magica che da sola vale la visione del film, rievocazione di un'epoca particolare densa di tanti ricordi personali, la figura del prete che ama il metal.
PERCHE' NO : forse qualche luogo comune di troppo nella descrizione dei metallari, una sorta di buonismo collettivo che potrebbe disturbare qualcuno con il suo surplus di melassa.

LA SEQUENZA : almeno due ma ce ne sono anche altre.
Hera che suona con la sua chitarra elettrica davanti alla lapide del fratello per fargli sentire il suo nuovo pezzo.
Hera si presenta a tavola con il face painting con somma costernazione e sgomento da parte dei genitori.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
Prima ero metallaro sia fuori che dentro,ora sono metallaro solo dentro per motivi anagrafici.
L'Islanda continua a essere una meta per la mia vacanza da sogno ma forse resterà per sempre un sogno.
Il ricordo e la malinconia che evoca sono brutte bestie.
Avrei voluto anche io un prete che avesse compreso in modo completo i miei gusti musicali.
Si può essere metallari senza bere, fumare, bruciare chiese o essere portatori di un qualche disagio.

( VOTO : 7,5 / 10 )

 Metalhead (2013) on IMDb

venerdì 3 aprile 2015

Pee Mak Phrakanong ( 2013 )

Mak è un soldato che ha combattutto nella guerra in Siam ( l'antico nome della Thailandia) nel XIX Secolo durante la dinastia Rattanakosin. Finita la guerra torna a casa dalla bellissima moglie Nak che aveva lasciato in dolce attesa del loro primo figlio nella città natale di Phra Khanong. Con lui porta quattro commilitoni con cui il rapporto è ormai fraterno.
Ma quando ritorna a casa le cose non sembrano più quelle di prima: in paese si vocifera che Nak è morta dando alla luce il piccolo Dong e che ora è un fantasma.
Chi ha sparso la voce viene ritrovato morto nel fiume e i cinque si trovano nel marasma più totale.
Non sanno se Nak è un fantasma:l'unico modo che hanno per saperlo è piegarsi in avanti e guardare all'indietro attraverso le proprie gambe.
Ma Nak non se ne deve accorgere...
Non ho una grossa esperienza di cinema thailandese, quel poco che so lo devo al successo mondiale di Ong Bak oppure a qualche horror di quelli truculenti assai ( come Meat grinder in cui sangue e frattaglie di ogni tipo sono letteralmente protagoniste) o debitori di quel J horror che qualche tempo fa ha sfondato anche da noi con i vari Ju On e Ringu ( tipo Alone e Shutter).
E proprio qua volevo arrivare, a questi ultimi due titoli che ho appena citato che hanno avuto la forza di arrivare qua in occidente( di essere rimasticati e rifatti)   assieme a qualche altro exploit d'autore .
Pee Mak Phrakanong è diretto da  Banjong Pisanthakun che assieme a Parkpoom Wongpoom era il regista di Alone e Shutter, due film che avevano avuto una certa risonanza anche qui in Occidente, esponenti di una cinematografia che forse non aveva la peculiarità e la personalità giusta per emergere anche al di fuori dei confini thailandesi.
Con Pee Mak Phrakanong invece parliamo di un film che ha battuto tutti i record di incassi nel Paese natìo e che ha incassato una cifra notevole anche all'estero.
Parliamo di più di 30 milioni di dollari che sembrerà poco per gli standard occidentali ma è veramente un record senza precedenti per la Thailandia.
E diciamo subito che questa fama e questi incassi il film se li merita tutti.
Dal solito critico parruccone superficiale di turno verrà inserito nel grosso calderone dell'horror ma è un etichetta abbastanza riduttiva.
Il film di Bajong Pisanthakim ( firmiamo subito una petizione per dotare tutti i registi thailandesi di nomi d'arte che non siano così astrusi e difficili da scrivere, primo firmatario io ) rilegge in maniera ironica e guascona una leggenda popolare , la infarscisce di tanti stereotipi horror riletti sorridendo e soprattutto aggiunge elementi che possono essere ascritti a quelli della slapstick comedy in un continuo proporre gags comiche incastonate in uno sfondo che più horror non si può.
Il tutto tenuto assieme da una intelaiatura visiva di primo ordine ( il lavoro sulla grafica e sulla confezione in genere è eccellente) da una  regia allo stesso tempo virtuosa ed equilibrata che riesce a soppesare i vari momenti del film amalgamando al meglio l'orrore e le risate, riuscendo a tenere nel dubbio lo spettatore fino all'ultimo , spingendosi addirittura oltre i titoli di coda, in cui in un paio di scenette si dice la parola definitiva su Nak e suii suoi presunti poteri.
La bellezza di questo film sta proprio nella leggerezza della visione in cui sono estremamente ben bilanciate le varie anime che lo compongono, dall'horror alla commedia passando per generose spruzzate di romanticismo di grana grossa.
In fondo Pee Mak Phrakanong è un film che racconta a modo suo una storia d'amore con molti crampi ( leggi maldicenze popolari ed equivoci da film comico) e d'amicizia perché il nucleo pulsante di tutto è proprio l'amicizia che vede protagonisti Mak e i suoi commilitoni , sopravvissuti alla guerra e desiderosi di una vita normale che sembrano avere a portata di mano ma che dovranno faticare per ottenerla .
Magari non tutto funziona sempre per il verso giusto soprattutto dal versante comico ma solo perché probabilmente il nostro senso di comicità è diverso da quello thai.
Il film di Bajong Pisanthakim non è sicuramente un horror che ti tiene incollato alla poltrona per la paura e la tensione, è un divertissement  intelligente che rilegge una leggenda del passato con suggestioni moderne e citazioni che possono essere comprese anche al di là dei confini thailandesi.
Promosso a pieni voti.

PERCHE' SI : regia virtuosa ma equilibrata attenta a bilanciare le varie anime del film, intelaiatura visiva convincente, visione piacevole e divertente , ottimo lavoro sulla grafica
PERCHE' NO : alcune gags non vanno a segno, forse un po' troppo lungo per i nostri standard

LA SEQUENZA : il tentativo di fuga in canoa cercando di scoprire chi in quella canoa è un fantasma oppure no

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
Non sottovaliutare la cinematografia thailandese anche se ti propone titoli illeggibili e impronunciabili
Mai abbandonare una moglie incinta perché non sai che cosa potrai trovare al ritorno
L'amicizia e l'amore sono per la vita se con le persone giuste
Le dentature dei thailandesi del XIX secolo erano come minimo sospette.

( VOTO : 7 + / 10 ) 

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giovedì 2 aprile 2015

Focus - Niente è come sembra ( 2015 )

Nicky Spurgeon è un ladro, truffatore, grassatore di alto livello. Anzi gli dicono che è il migliore e lui , con la sua numerosa squadra non fa altro che dimostrarlo ogni volta. Ma quando incontra per la prima volta Jess qualcosa si inceppa. Lei vuole entrare nella gang, lui esita ma la prende in prova , lei funziona alla grande ma lui dopo averla usata la molla visto che non le serve più.
La incontra di nuovo dopo tre anni: Nicky sta preparando un grosso colpo nell'ambito delle corse professionistiche di automobili, la Formula Uno.
E lei è lì in mezzo tra lui e la riuscita del colpo.
Che fare?
Glenn Ficarra e John Requa sono un duo di registi / sceneggiatori che ormai ha maturato una sorta di tendenza ben individuabile nei tre titoli che hanno diretto in prima persona.
Parliamo di I love you Phillip Morris ( titolo italiano da brivido Colpo di Fulmine- Il mago della truffa ) che era una storia d'amore gay che esondava più volte nella malinconia e nella scorrettezza politica, di Crazy , Stupid Love, un affresco un po' più composito che ponendo al centro uno stranito Steve Carell raccontava di amori stupidi e folli proprio come diceva il titolo e sempre con quel generoso pizzico di cattiveria che arrivava ad essere cinismo vero e proprio e ora parliamo di questo Focus- Niente è come sembra in cui i due si divertono un mondo a cercare di depistare lo spettatore esattamente come avevano fatto nei primi due film.
Se nei primi due film l'amalgama tra commedia, cattiveria e depistaggi vari era sostanzialmente riuscita, non possiamo dire altrettanto di questa loro terza pellicola.
Perché se è vero che parla di un truffatore di alto livello che ha al suo servizio una squadra super organizzata e addestrata a fare colpi di ogni tipo, è anche vero che a furia di voler per forza sorprendere sempre e comunque lo spettatore si perde per prima cosa l'effetto sorpresa ( perché quando ce ne sono troppe e tutte insieme si perde un po' il filo e anche la capacità di gustarsi fino in fondo il colpo di scena) e poi inevitabilmente si crea una sorta di assuefazione, come con la droga.
Vuoi andare verso lo sballo sempre più pesante per ottenere lo stesso effetto e questo succede anche in Focus - Niente è come sembra.
Per una buona parte del film si gioca continuamente al rialzo con truffe sempre più ardite e spericolate e poi quando ne vuoi ancora di più , quando sei pronto al colpo supremo che ti lasci inebetito là sulla poltrona, svuotato dalla tensione e dal thrilling della scommessa all in, quando ti aspetti l'esplosione della bomba finale che spazzi via tutto quello visto in precedenza facendoli sembrare giochetti da bambini, Ficarra e Requa fanno invece scoppiare solo un mortaretto, gettano la maschera e cominciano a parlare d'altro.
D'amore.
Della malinconia dell'uomo solo al comando.
Dell'uomo che arrivato a un certo punto della sua vita , cerca un porto stabile in cui ripararsi.
E per Nicky questo approdo sicuro è Jess, impersonata da un'australiana tutto pepe come Margot Robbie, un'attrice forse ancora non completamente a fuoco ma che sparge gnoccosità ad ogni sequenza in cui è impegnata, è come se camminasse sempre su un tappeto di petali do rosa.
Will Smith dal canto suo è una sicurezza alle prese con un personaggio all'apparenza duro e disincantato ma che in realtà ha un cuore di panna che si strugge per quella biondina.
Il problema di Focus - Niente è come sembra è che non fa fede fino in fondo a quell'appendice che la maligna congrega di titolisti italiani ha voluto aggiungere improvvidamente  al titolo originale.
A furia di voler essere esattamente il contrario di quello che sembra, finisce per essere prevedibile perchè quando ritroviamo assieme a Nicky la magica silhouette di Jess, , beh, già sappiamo come andrà a finire.
Si svicola per l'amore e non più per il film di truffe e raggiri che avevamo visto fino ad allora.
E in questo campo personalmente ho un titolo inarrivabile che non è stato minimamente scalfito da Requa e Ficarra.
Parlo de La stangata, film che a più di 40 anni di distanza mette in mostra tutta la sua modernità e una sceneggiatura che sembra scritta da un cronografista svizzero.
Ecco al solo ricordo di quel film Focus -Niente è quello che sembra impallidisce e avvizzisce miseramente.
Ma non è film da buttare via : per avere il fisico da blockbuster hollywoodiano che si ritrova  ha un tasso di intelligenza superiore alla media e in fondo è una visione che scorre via leggera e piacevole come una bevanda estiva.
Che però non lascia traccia di sè.

PERCHE' SI : Will Smith è una sicurezza, Margot Robbie sembra camminare su un tappeto di petali di rosa, altri caratteristi di ottimo livello nei ruoli di contorno, ritmo alacre e un continuo gioco al rialzo che però non arriva fino alla fine del film.
PERCHE' NO : a furia di voler sorprendere si crea assuefazione e tutto comincia a sembrare esattamente cio che è, l'ultima parte del film è assolutamente prevedibile, quando si aspetta il gran colpo finale in realtà si passa a parlare d'amore.

LA SEQUENZA : tutto il tira e molla di scommesse col tycoon coreano. Da infarto e risolto con un trucco da mentalista.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
Non ho mai scommesso in vita mia ( non so neanche come si fa) e non credo che comincerò ora.
Il gioco d'azzardo non farebbe bene alle mie coronarie.
Aver visto su SKY la trasmissione Il mentalista è stata un'ottima palestra per sapere in anticipo come finivano le varie truffe.
Giocarsi milioni e milioni di dollari in una scommessa da dentro o fuori è veramente da minchioni.

( VOTO : 6 / 10 ) 

Focus (2015) on IMDb

mercoledì 1 aprile 2015

Blackhat ( 2015 )

Esplode per surriscaldamento una centrale nucleare vicino ad Hong Kong .
Gli americani e i cinesi, costretti a collaborare pur non volendolo, scoprono che dietro c'è un attacco informatico , così come ci sono i cyber terroristi dietro l'impennata del prezzo della soia al mercato di Chicago.
Il capitano Dawai, esperto informatico dell'esercito cinese arriva negli USA per cercare di convincere l'FBI a liberare l'unico che potrebbe risolvere la grana di questo attacco informatico cioè Nick Hathaway, criminale informatico che sta scontando una lunga condanna in un carcere di massima sicurezza.
I pirati informatici che ora deve combattere si sono ispirati al suo lavoro e lui è l'unico che può batterli: controllato con una cavigliera elettronica viene inserito in una piccola task force per risolvere il caso ma a un certo punto rimane solo a combattere per la propria vita e per la propria libertà....
Signore e signori, ecco Michael Mann che entra a gamba non tesa , ma tesissima nel genere del cyber thriller.
Ma forse non è neanche corretto esprimersi così perché francamente ho avuto sempre l'idea , e questo film me lo conferma, che il nostro arzillo ultrasettantenne ( ma professionalmente e stilisticamente è più giovane lui di un'intera armata di nuovi registi hollywoodiani), se ne freghi abbastanza dei generi, preferendo seguire la propria idea di cinea all'insulsa catalogazione fatta dal parruccone critico di turno.
Blackhat è un'altra incursione nella più nera delle notti come era già accaduto in Collateral e in Miami Vice , film che possono essere facilmente essere accomunati a questa sua ultima fatica in cui cambia solo il contesto ambientale.
Qui siamo in Oriente.
Il nostro, che riprende con la sua cinepresa il buio della notte come fa nessun altro, dall'altro di una capacità sopraffina nel valorizzare il nero e le luci artificiali notturne con una fotografia digitale di qualità altissima, stavolta sembra ancora meno interessato al canovaccio del film.
Non che non ci sia, perché la vicenda è chiarissima ed è raccontata in modo funzionale al ritmo sincopato impresso da un voler sempre alzare la posta in gioco , ma si intuisce che non rappresenta l'interesse primario del regista.
A lui piace il cinema che resta ben fisso negli occhi, i movimenti di macchina complessi e armoniosi, le lunghe sequenze che ti levano il fiato, l'action riletto attraverso un'esperienza direi unica nel genere.
Non gli interessa il montaggio vitaminizzato del classico regista di videoclip e neanche imprimere un ritmo così alto da frastornare lo spettatore.
Per lui il cinema è matematica, è musica, una sinfonia che corre seguendo le traiettorie delle pallottole in sparatorie lunghe e complesse che ti lasciano annichilito e svuotato nonostante ti stai godendo tutto stravaccato nella tua poltroncina.
Vedere un film di Michael Mann è come sedersi in poltrona la sera dopo cena e farsi un bicchiere di quello buono, con calma , magari anche accompagnandolo a un bel sigaro cubano di cui assaporare con voluttà gli anelli di fumo.
Blackhat è un giro turistico nelle maggiori metropoli d'Oriente con una guida d'eccezione, un cyber thriller che accomuna gli umani ai circuiti dentro un computer, semplici ingranaggi di un architettura molto più complessa di quella che potranno mai immaginare.
Molti hanno criticato anche la scelta di Chris Hemsworth nel ruolo del protagonista, un geniale criminale informatico .
Magari fa strano vedere nel ruolo dello smanettone da computer tutto questo bendiddio bello come il sole e con una carrozzeria di quelle che ti fanno cadere a terra la mandibola, anche io magari ho più la concezione dell'hacker nerd che più nerd non si può col fisico da domatore di tagliatelle, ma sinceramente dopo un po' non importa più, ci poteva essere anche Checco Zalone al suo posto che tanto il film funzionava lo stesso.
Perché al comando di tutto, in plancia, c'è lui, uno degli ultimi grandi vecchi che il cinema hollywoodiano ci ha regalato.
E' un po' come entrare in una stanza buia : all'inizio non vedi nulla ma poi ti ci abitui.
E così fai con la presenza di Thor al computer, dopo un po' sei abituato a vederlo senza il martello del tuono in mano ma con un attrezzatura che può fare ancora più male.
Blackhat è il classico film in cui non interessa quello che viene raccontato ma come viene raccontato, è cinema con tutte le lettere maiuscole non solo la C, è una summa del cinema notturno di Mann, l'unico forse capace di illuminarla riuscendo a esplorare tutta la profondità della scala cromatica.
Cinema per non dimenticare, elitario rispetto alle masse belanti che affollano i cinema.
E che sia stato un clamoroso flop commerciale ne è la testimonianza.

PERCHE' SI : è il cinema , bellezza. Mann al suo meglio nel nero della notte, sequenze da togliere il fiato e da studiare e ristudiare.
PERCHE' NO : alcuni hanno criticato la scelta di Hemsworth come protagonista ma pur non essendo tutto questo mostro d'attore non sfigura, Mann fa cinema d'elite , gli interessano poco i generi e la loro grammatica.

LA SEQUENZA :(SPOILER)  l'uccisione di Dawei e la sparatoria che ne consegue

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
Mann ancora una volta accende le luci dell'autobus  e porta a scuola tutte le nuove leve hollywoodiane
Non occorre avere un fisico da domatore di tagliatelle per essere un hacker
Sappiamo ben poco di quello che succede attorno a noi, soprattutto quanto possa essere importante la soia.
Le luci notturne di Hong Kong sono una sinfonia di colori difficile da dimenticare.

( VOTO : 8,5 / 10 )

Blackhat (2015) on IMDb