I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.

sabato 17 gennaio 2015

Seria(l)mente : Orange is the New Black ( Stagione 2, 2014 )

Provenienza : USA
Produzione e distribuzione: :Tilted Productions, Lionsgate Television, Netflix
Episodi : 13 da 60 minuti circa ( season finale da 90 minuti)

Alla fine della prima stagione avevamo lasciato Piper impegnata a strapazzare Tiffany su un tappeto innevato.
L'ha uccisa? Era questo l'interrogativo fondamentale con cui ci eravamo lasciati alla fine della prima stagione.
La risposta è no: Piper subisce l'isolamento e poi un trasferimento che in realtà è solo per un  un processo, ma per la vecchia storia per cui sta già scontando la pena e scopre che Alex l'ha imbrogliata di nuovo. E' lei l'unica in prigione.
Continuano i problemi con Larry che esiteranno in una sorpresa, in prigione c'è un nuovo ras del braccio delle nere, Vee, che per organizzare i suoi traffici non esita a manipolare le altre detenute e a usare la violenza ( una delle storylines più lunghe è la sua faida con Red) e c'è spazio anche per conoscere la storia di altre detenute sempre a spasso avanti e indietro nel tempo.
In attesa della seconda stagione ( rilasciata in streaming tutta insieme agli inizi di giugno negli USA), visto che l'attesa si faceva sempre più spasmodica, avevo cominciato a leggere sul web qualcosa che non mi svelasse troppo degli sviluppi successivi della trama e che mi rassicurasse sul prosieguo della serie perché le anticipazioni rilasciate dalla stessa creatrice della seria, Jenji Kohan, non mi facevano presagire nulla di buono.
Si parlava di una serie meno incentrata su Piper e io adoro il suo personaggio, c'era la presenza solo saltuaria  per ragioni di contratto e di precedenti impegni lavorativi di Laura Prepon del personaggio di Alex ( e il loro rapporto fondato sull'ambiguità era una delle cose migliori della prima stagione) e si sentiva come un'aria di normalizzazione attorno a uno show che è tutto tranne che normale.
E invece mi sbagliavo, come al solito. Hanno ragione loro.
La seconda stagione di Orange is the New Black è una bomba (quasi) quanto la prima.
Ha un meccanismo molto più oliato, la confidenza che già è scattata durante la prima serie aiuta molto in questo senso, ha in un certo senso una maggior raffinatezza formale , aspetto complicato da maneggiare in una serie ambientata in una prigione che dovrebbe essere per definizione brutta , sporca e cattiva , non una piccola bomboniera in cui è quasi piacevole passare una vacanza vedendo il sole a scacchi.
E qui viene gestito alla grandissima. Litchfield non è quell'abisso infernale che dovrebbe essere una prigione ma non ha quell'aspetto così rassicurante.
Altra novità rispetto alla prima stagione è la presenza di un vero villain di spessore, non me ne voglia la Tiffany della prima serie: Vee è il personaggio forte della serie, una novità assoluta, una donna nera di una certa età violenta, crudele  e manipolatrice, machiavellica nel suo modo di pensare e di agire , impegnata in una lunga faida con quello che era uno dei personaggi cardine della prima serie, Red che si risolverà solo alla fine della stagione.
E' vero inoltre che la serie vede Piper un po' meno al centro degli avvenimenti che si svolgono a Litchfield ma gli sceneggiatori gestiscono la sua minore presenza ( c'è addirittura un episodio in cui non compare) con  buon senso non facendo assolutamente sentire la sua mancanza.
Forse manca il personaggio di Alex, lo sguardo della bellissima Laura Prepon era un altro dei leitmotiv della prima stagione, ma da anticipazioni rilasciate dalla stessa attrice , pare che nella prossima stagione ( perché è stata confermata già la terza stagione) sarà presente di nuovo in tutti gli episodi.
E noi qui siamo già a gongolare.
La forza principale di Orange is the New Black della prima stagione era però tutto il cast femminile nella sua interezza che svolgeva un lavoro incredibile.
Lavoro che viene confermato anche in questa seconda annata in cui l'aspetto corale viene gestito ancora meglio, con le storie passate  di altre detenute che non erano state narrate nella prima serie e con qualche personaggio nuovo ( oltre a Vee, la vera new entry della seconda stagione)  come quello dell'attivista SoSo, a dire il vero un character che non mi ha entusiasmato troppo.
Come succedeva nella prima serie anche queste 13 puntate volano via leggere e spedite tra discorsi di donne, intrighi di potere e storie d'amore mediamente infelici.
Mediamente perché a tutto c'è un rimedio, c'è sempre un modo per vedere il domani da una prospettiva positiva.
Ora non resta che attendere fiduciosi la terza stagione, sicuramente ne vedremo delle belle.
Si presentava come uno dei candidati forti ai recenti Golden Globes  forte di tre candidature importanti ( alla Schilling, all'attrice che recita nella parte di Occhi Pazzi, Uzo Aduba e come miglior serie comedy/ musical) ma è uscito dalla serata a bocca asciutta.
Peccato perché un premio al cast femminile della serie, favoloso, ci stava tutto.

PERCHE' SI :  meccanismo perfetto, cast favoloso ,  un prodotto formalmente ancora migliore rispetto alla prima stagione, show che viaggia leggero e spedito tra intrighi e cose di donne, un villain di grande spessore, season finale pirotecnico.
PERCHE' NO : sbrigativa la storyline che narra dell'amor interruptus tra Piper e Larry ( e il colpo di scena che c'è dietro non è dei più accattivanti ) ,Alex compare troppo poco, altro twist inspiegabile nel personaggio di Healy.

( VOTO : 8 / 10 ) 

Orange Is the New Black (2013) on IMDb

venerdì 16 gennaio 2015

The Imitation Game ( 2014 )

Manchester 1951 : Alan Turing , tipo assai eccentrico, denuncia un furto nella sua casa ma quando la polizia accorre scopre che nulla è stato rubato. In compenso viene interrogato dal solerte funzionario di polizia in centrale a cui Alan narra tutti i fatti salienti della sua vita sotto copertura, scienziato e crittografo esperto nel decifrare  assieme a un gruppo fidato di collaboratori ( tra cui uno scacchista e un'esperta di enigmistica) e mediante la sua macchina elaboratrice il codice Enigma, cioè quello usato dai nazisti per comunicare dati top secret nella Seconda Guerra Mondiale.
Alan è un asociale, isolato dal suo stesso genio ed è anche omosessuale.
Nell'Inghilterra degli anni '50 è un reato perseguibile dalla legge e lui preferisce la castrazione chimica alla prigione.
La sua vita è destinata a finire in solitudine e miseria.
Eppure lui è quello che praticamente ha inventato i computer e l'informatica.
Istruzioni per l'uso per assemblare un film destinato a fare incetta di Oscar ( forse, intanto ha fatto il pieno di nominations): prendi un attore bello e bravo, istrione, proveniente dalla televisione dove recita in una serie superfiga perché così piace anche ai più pischelli e mettilo come protagonista.
Tu produttore abituato ad avere la saccoccia piena oltre che di soldi anche di Oscar prendi un regista sconosciuto ai più ma sufficientemente capace che ha fatto almeno un bel film così quando ti diranno che in regia c'è un fantoccio, tu risponderai che comunque ha fatto quell'altro "bel " film.
Prendi una coprotagonista che non faccia troppo ombra all'altro e un cast di supporto di volti noti ma non troppo, gente di cui conosci la faccia ma non ti viene in mente nemmeno sotto tortura in quale film o serie tv li hai visti.
Prendi un direttore della fotografia, uno scenografo , un montatore ecc ecc che abbiano un pedigree da campioni.
Prendi una storia di quelle potenzialmente scomode, preferibilmente vera e poi se diamo una botta all'Inghilterra puritana e bacchettona è anche meglio , ma rendila il più fruibile possibile e appiana i dettagli più scabrosi.
Cerca di fare un film che ricordi altri biopic del passato oscarizzati a sufficienza come A beautiful mind e The Social Network.
Ecco allora avrai il tuo film che potenzialmente  sbaraglierà la concorrenza alla notte degli Oscar.
The Imitation Game è esattamente tutto questo: un film confezionato per benino, ma molto per benino, con un attore bravo, bravissimo il cui successo è legato soprattutto a un personaggio televisivo ( e così azzeriamo anche la distanza residua tra il livello televisivo odierno che si sta elevando sempre di più e il cinema che invece per ragioni economiche spesso rivede le sue aspirazioni al ribasso) e un aspetto da fiction inglese di questi ultimi anni, cioè accuratissimo , solido e sufficientemente avvincente ma anche un po' anonimo.
Però questo gioco di imitazione si ferma alla superficie perché come uno slalomista della Coppa del Mondo , il film del norvegese Morten Tyldum ( regista tra gli altri del bel thriller Headhunters), carneade in terra hollywoodiana, si muove agilmente tra i paletti della sgradevolezza della storia di Alan Turing rendendola fortemente empatizzabile dal grosso pubblico.
Io amo il genere del biopic soprattutto quando narra la storia di un qualche personaggio che non conosco e mi spinge , dopo la visione, a saperne di più, cercando di coglierne la vera essenza.
E' successo così anche con Alan Turing ma ho ricavato la spiacevole sensazione che il film mi ha fatto conoscere un altro Alan Turing, diciamo che mi ha fatto apprezzare , per modo di dire, il suo involucro, la sua apparenza non arrivando neanche per sbaglio a sviscerarne l'ansia di conoscenza, di essere sempre il primo in tutto e soprattutto il non essere riconciliato con se stessi e con la propria omosessualità, trattata più che altro come un dettaglio narrativo e non come il punto nodale del suo isolamento intellettuale e affettivo.
I flashback della vita sotto copertura di Turing, relegato in una specie di prigione dorata a lavorare 24 ore al giorno 7 giorni alla settimana per risolvere il codice Enigma,allentano la tensione dal fosco presente che sta vivendo e offrono una ricostruzione di un Inghilterra un po' stucchevole, non sembra certo una nazione sull'orlo della fame per la minaccia bellica tedesca.
Al contrario dell'antro in cui il nostro vive il suo presente , con la sua macchina a occupare buona parte del suo appartamento e relegato in solitudine dopo la condanna e l'umiliazione per la gogna a cui è stato sottoposto.
Però il film preferisce soffermarsi sui tempi ( relativamente) più felici della vita di Turing.
Insomma, signore e signori, ecco a voi il perfetto candidato per sbancare alla notte degli Oscar.

PERCHE' SI : ricostruzioni d'epoca di livello, Cumberbatch è straordinario, confezione eccellente, personaggio stimolante da raccontare
PERCHE' NO : film costruito a tavolino per fare incetta di Oscar, cast di supporto di ottimo spessore ma sufficientemente anonimo per non fare ombra alla star Cumberbatch, aspetto da fiction inglese, si appianano i dettagli più scomodi della vita di Turing.

( VOTO : 6 / 10 ) 

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giovedì 15 gennaio 2015

Kalevet ( aka Rabies 2010)

Un fratello e una sorella smarritisi nel bosco cadono nella trappola di uno psicopatico all'interno di un  bosco. Lei rimane imprigionata lui scappa via in cerca di aiuto. E quel bosco in quel momento è frequentato da molte persone: un guardiacaccia col suo amatissimo cane ( che viene fatto fuori subito dal killer), due coppie di ragazzi che stanno andando a un torneo di tennis la cui macchina si ferma proprio ai lati del bosco e infine c'è anche una coppia di poliziotti che mantiene l'ordine e la legge in modo molto, ma molto personale.
I ragazzi che devono andare a giocare a tennis cercano di aiutare l'altro con la sorella intrappolata ma non sarà molto semplice.
Il destino sembra avere altri progetti per tutti loro...
E' molto recente la visione qui a bottega di Big Bad Wolves degli israeliani Keshales e Papushado ( se interessasse ne abbiamo parlato qui) un film che ha ricevuto l'importante sponsorizzazione di un tale che si chiama Quentin Tarantino.
I due avevano esordito nel lungometraggio con questo Kalevet, un horror virato tendenzialmente al grottesco, che è passato alla storia come il primo horror israeliano mai realizzato.
Che dire? Beh  che forse se Quentin avesse visto anche questo di film,. la sua sponsorizzazione sarebbe arrivata qualche anno prima?
Per prima cosa parliamo del titolo: trovandosi di fronte a un film immesso da critica e pubblico senza tanti fronzoli nel calderone dell'horror, ho pensato che quel titolo Kalevet ( titolo originale mentre a livello internazionale è circolato col titolo  Rabies o Rage) si riferisse a una malattia infettiva che colpisse i vari personaggi.
E invece ci troviamo di fronte a qualcosa di differente,il metaforone servito su un vassoio piombato in cui un gruppo di personaggi sperimenta sulla propria pelle quanto può essere assurda la malvagità di quello strano animale che risponde al nome di uomo e che cosa può fare con l'ausilio di quel sentimento che risponde al nome di rabbia, risentimento, sete di vendetta.
O forse è solo istinto di sopravvivenza..
Come Big Bad Wolves , Kalevet è un perfido gioco al massacro in cui il destino si diverte a disegnare strane traiettorie per lanciare i suoi strali: tutti i personaggi che vediamo in scena indossano una maschera ad uso e consumo di coloro che li circondano : il fratello e la sorella nascondono un segreto indicibile che è alla base della loro fuga, le due coppie che devono andare a giocare a tennis hanno anche loro il loro segreto che condividono sia i due maschietti che le due femminucce ( e uso questo termine per indicare una sorta di amore primitivo e infantile che li anima tutti), la coppia di poliziotti che amministra la legge in modo troppo personale ( ma uno dei due sembra interessato solo a ricucire il rapporto col padre,
mentre l'altro è interessato solo al sesso), lo stesso guardiacaccia che deve riallacciare le fila del rapporto con la moglie.
Keshales e Papushado adottano una messa in scena glaciale, geometrica, che da una parte si richiama agli slasher silvestri degli anni '70 ma anche ai teen horror di questi ultimi anni con personaggi  usa e getta  funzionanti da  carne da macello che incappano in psicopatici e affini che vogliono solo vederli fatti a fette e dall'altra al grottesco made in Tarantino, un delirio pulp in cui sangue e ferite da taglio abbondano come se piovesse.
E' un film fatto con due soldi e in qualche particolare si vede , ha qualche soluzione alquanto sbrigativa, il meccanismo narrativo a volte cigola e la parte col campo minato  non è sviluppata come si dovrebbe, ma trasuda cinefilia e passione da ogni singolo fotogramma e trasforma in un solo istante un oggetto misterioso come il cinema israeliano, puro oggetto da festival apprezzato solo dal pubblico delle varie kermesse internazionali, in un qualcosa che scende dal piedistallo del cinema autoriale per pochi eletti per sporcarsi ginocchia e gomiti nel più puro cinema di genere.
Ripeto, il metaforone dell'insensatezza della violenza e dei conflitti è servito su un vassoio piombato e non si segnala per finezza ( alla fine l'unico che non uccide, o meglio che non uccide persone è il killer psicopatico) ma quel finale che adombra la tragedia shakesperiana è veramente un mezzo colpo di genio che eleva questo prodotto rispetto alla media inflazionata del genere.
E i confini di quel bosco continuano a essere troppo frequentati.

PERCHE' SI : messa in scena glaciale e geometrica, slasher in piena regola ma sotto mentite spoglie, ambientazione centrata., grottesco pulp andante con sangue a go go, finale che è un mezzo colpo di genio.
PERCHE' NO  : si vede che è fatto con due soldi, alcune soluzioni sbrigative e la parte del campo minato poteva essere sviluppata meglio, metaforone di grana molto ma molto grossa.

( VOTO : 7 / 10 ) 

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mercoledì 14 gennaio 2015

American Sniper ( 2014 )

Chris Kyle è un texano educato da un padre rigido abituato a non sbagliare mai un colpo col fucile e a non essere mai disarcionato durante i rodei.
E' quasi una sfida con se stesso quando si arruola nei Navy Seals con l'auspicio di dare una mano al proprio Paese.Ottiene l'abilitazione e nel 2003 parte per il suo primo turno in Iraq dove diviene rapidamente una leggenda per le sua straordinarie abilità da cecchino.
Durante quattro turni di permanenza uccide 160 tra uomini , donne e bambini impegnati in attività ostili contro i militari americani ( cifra certificata), i nemici islamici mettono addirittura una taglia sulla sua testa.
Ha una moglie a casa, figli, ma la sua ossessione è difendere il proprio Paese, quando è a casa il suo pensiero è sempre al suo lavoro...
American Sniper è basato sull'autobiografia di Chris Kyle, cecchino texano morto in modo assurdo ad opera di un altro reduce , vittima come lui di grave stress post traumatico.
Tecnicamente è quindi un biopic.
Il progetto di questo film, partendo dal libro di cui sopra i cui diritti furono acquistati a suo tempo da Bradley Cooper, fu dapprima in mano a David O.Russel, poi a Steven Spielberg e infine è passato nelle mani di Clint Eastwood..
E come può essere trattata la vita di Chris Kyle nelle mani di un vecchio signore quasi ottantacinquenne, ma in formissima, che nella sua vita non ha mai nascosto delle robuste simpatie destrorse?
Come la parabola dell'ultimo eroe americano, un eroe con scheletri nell'armadio grossi così, talmente grossi che è costretto a tornare più volte in guerra per scacciarli , almeno temporaneamente, dalla sua psiche scossa da anni e anni di brutture e scelte difficili.
Kyle non è un fine dicitore, è un uomo semplice che però rielabora quello che sta facendo e quello che ne vien fuori è un uomo di cui una parte muore ad ogni colpo che spara, in protezione del suo Paese .
Ma proteggere la propria libertà non vale certo il prezzo di un ossessione che ti condiziona la vita.
Eppure Eastwood non mette mai in dubbio la necessità dell'azione bellica, l'ineluttabilità della guerra in uno scenario tanto complicato come quello medioorientale.
Cambia il modo in cui racconta il suo protagonista e come lo incastona nella sua poetica di autore e regista a stelle e strisce fin dentro il midollo.
E qui sorgono i primi dubbi: se in Un mondo perfetto ( per quanto mi riguarda uno dei suoi film migliori) Eastwood raccontava la storia di un rapinatore di mezza tacca ma soprattutto raccontava l'America degli anni '60 che si srotolava alle sue spalle, se in Million Dollar Baby raccontava l'America delle seconde possibilità, del Sogno incrollabile, in American Sniper non c'è nulla dietro Chris Kyle, Eastwood racconta con quel pizzico di inevitabile retorica un eroe americano che ha un aspetto granitico ma che in realtà si sta sgretolando pallottola dopo pallottola, omicidio dopo omicidio.
Eastwood riesce a raccontare in maniera solo meccanica il reduce che a casa si sente fuori posto,una specie di elefante nella cristalleria,  è qui la retorica che mangia il personaggio e anche questa parte di film che diventa gonfia di un patriottismo ostentato che forse sarebbe stato più adatto alle mani di un Russell o di uno Spielberg.
American Sniper sbanda dalla retta via anche in quelle sequenze in cui Eastwood si lascia affascinare dalle nuove tecnologie: personalmente ho trovato molto stonato quell'abbondare di sangue in CGI e quella sequenza della pallottola contro il cecchino iraqeno risolta con una pallottola computerizzata più da cartoon che da film live action.
Altro problema è l'inevitabile confronto che si pone tra il protagonista di questo film e quello di The Hurt Locker: in fondo sono molto simili ma , mi duole ammetterlo, la Bigelow è molto meglio nel raccontare la parabola di un uomo accecato dalla propria missione che si sente a casa sua solo dentro a quell'asfissiante scafandro che è la sua divisa di lavoro.
Esattamente come Chris Kyle che trova la sua unica dimensione quando è appostato col fucile di precisione e tiene sotto mira i suoi nemici
Tecnicamente solido, con una bella fotografia e un montaggio che impreziosisce lo stile asciutto di Eastwood ( tranne che per qualche sbandamento modernista di cui sopra) American Sniper purtroppo non è il nuovo capolavoro del texano dagli occhi di ghiaccio.
E' la storia di un eroe che può essere tale solo se contestualizzato in una guerra che non gli appartiene ma di cui si appropria assieme al suo fucile non avendo però lo spessore umano per sopportare tutto quello che gli accade.
Al di fuori di quel contesto, a casa sua per esempio, è normale ma si porta dietro le stimmate della sua eccezionalità.
Bradley Cooper , ingrossato all'inverosimile, impressiona.
Un eroe assurdo a cui il destino ha riservato una morta altrettanto assurda.

PERCHE' SI : regia asciutta , comparto tecnico solido, Cooper impressionante
PERCHE' NO : il confronto con The Hurt Locker è a suo svantaggio, qualche sbandamento modernista nella regia di Clint, il film non riesce a raccontare l'America dietro a Kyle.

( VOTO : 6,5 / 10 )

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martedì 13 gennaio 2015

Willow Creek ( 2013 )

Appassionato di Bigfoot e affini l'aspirante filmmaker Jim coinvolge la sua ragazza , attrice, Kelly , nella realizzazione di un documentario a Willow Creek, il posto in cui nel 1967 Roger Patterson e Bob Gimlin registrarono l'unico video in cui si vede un Bigfoot ( famosissimo, anzi famigerato, più falso di una banconota da tre euro, praticamente un tizio con un costume da scimmione fatto malissimo che cammina tranquillamente tra i boschi,almeno per quanto mi riguarda un falso clamoroso,  ma ci sono altri molto più attendibili di me che quel video lo hanno letteralmente smolecolarizzato).
Il fine è quello di avere un incontro ravvicinato con il Bigfoot e  intanto i due realizzano interviste agli abitanti del luogo, chi entusiasta , chi impaurito dall'avere una "celebrità" nel bosco vicino al paese, ma quando i due dicono che vogliono addentrarsi nei boschi per avere un contatto più diretto con il mostro, l'atteggiamento della gente cambia radicalmente e tutti consigliano di non farlo.
Ma Jim è testardo, vince le resistenze di una riluttante e impaurita Kelly e trascorrono una notte nel bosco.
Mal gliene incoglierà e la mattina dopo sarà anche peggio.
Bobcat Goldthwait è un cineasta americano piuttosto singolare: lo ricordavo come attore nei panni i Zed nella saga di Scuola di Polizia ( era quello con la voce parecchio strana e dotato di idiozia più che conclamata), poi si è fatto un nome e una carriera sia come attore che come regista nel campo soprattutto della commedia demenziale.
Qui è a una giravolta niente male della sua carriera: un horror, o meglio un mockumentary / found footage ( disquisizione di lana caprina in questo caso perché c'è molto falso documentario e una seconda parte che documenta le disavventure dei due in mezzo al bosco con la telecamera che, cascasse il mondo, è sempre accesa) su cui aleggia prepotentemente lo spettro di The Blair Witch Project come raramente era capitato.
Tutto al ribasso , però.
Lo stesso armamentario di interviste su una leggenda locale, lo stesso atteggiamento degli abitanti locali, la stessa testardaggine nel volere il rendez vous, la nottata passata in mezzo ai boschi tra rumori, urla, strepiti e fenomeni misteriosi, un fantomatico incontro finale.
A questo punto mi tocca un attimo spoilerare.SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER
Alla fine non c'è nessun incontro con il Bigfoot a meno che il fantomatico essere non  sia una cicciona squallida totalmente ignuda con cui i due hanno la sventura di incontrarsi FINE DELLO SPOILER FINE DELLO SPOILER FINE DELLO SPOILER.
Willow Creek è un film che lascia parecchio disappunto: una specie di copia sbiadita di The Blair Witch Project in cui per un'ora non accade assolutamente nulla e poi negli ultimi 20 minuti , quelli in cui l'adrenalina dovrebbe salire , c'è  un quarto d'ora di film chiuso, ma nel senso letterale del termine, nella tenda in cui i due sentono rumori molesti con tutto l'armamentario di spaventi da film de paura.
Praticamente il nulla sotto vuoto spinto.
A questo punto la domanda sorge spontanea: a che serve un film del genere senza uno straccio di idea nuova e soprattutto che è inqualificabile sotto praticamente tutti i punti di vista?
Zero effetti speciali, una coppia di protagonisti che vorresti vederli trucidati seduta stante, un andamento lento, lentissimo in previsione di una parte finale al calor bianco che invece non arriva.
Allora che facciamo, lo prendiamo come semplice documentario su quell'amena località di Willow Creek?
O per l'omaggio di un appassionato a una tra le leggende più radicate del Nord America?
Sarebbe meglio, ma io volevo vedere un film sul Bigfoot che magari massacra a mani nude una coppia di irritanti escursionisti.
E invece nulla.
Forse sarebbe meglio fare finta di non avere visto nulla.

PERCHE' SI : si vede la vera Willow Creek, località di quell'infame video di cui parliamo sopra.
PERCHE' NO :è tutto un perché no, il nulla sotto vuoto spinto, non succede nulla, una coppia di protagonisti che vorresti vedere trucidata seduta stante, nessun effetto speciale e SPOILR il Bigfoot che hai aspettato per un'ora e venti di film è una squallida cicciona ignuda con le tette cadenti. FINE DELLO SPOILER

( VOTO : 2 / 10 )

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lunedì 12 gennaio 2015

Cheap Thrills ( 2013 )

Craig lavora in un officina meccanica , ha una moglie e un figlio di 18 mesi, 20 dollari in tasca e un avviso di sfratto fresco fresco attaccato alla porta di casa. E tanto per rimanere in tema della bella giornata perde anche il lavoro.
Va a bere in un bar per dimenticare quello che è successo e vi trova un  suo vecchio compagno di liceo che ha l'aria di essere un fallito come lui, se non di più.
Ma nel bar c'è anche una coppia di svitati, lui attempatello ma non troppo, lei una specie di dark lady fatta di droghe e annoiatissima, che scommette su tutto e sembra avere un monte di soldi.
Craig e il suo amico accettano di seguirli a casa per giocare ancora: il gioco è continuamente al rialzo in una serie di punizioni fisiche e prove di coraggio sempre crescenti.
La posta finale è 250 mila dollari : occorre scoprire come giuadagnarseli.
Era il 1993 quando il master del cinema patinato ( eroticuccio andante) Adrian Lyne in  Proposta Indecente fece offrire da Robert Redford un milione di dollari per portarsi a letto una giovane e desiderabile Demi Moore.
Ecco dimenticatevi tutto il contorno e prendete il nocciolo della questione: che cosa si è disposti a fare per soldi?
Questo è Cheap Thrills, spaventi a buon mercato, nome di una band rock di livello di anni e anni fa , ora diventa il titolo di un film imperniato su un gioco al massacro in cui nessuno ne può uscire pulito.
Cinema della crisi?
Critica virulenta al supercapitalismo che inghiotte vite e coscienze?
O semplicemente cazzeggio ipermegagalattico che cerca di mettere in scena violenze per lo più gratuite?
La sceneggiatura non troppo elaborata e la presenza in tutto di quattro attori più due-tre comparse magari fa propendere per l'ultima delle alternative.
E.L.Katz e i suoi sceneggiatori abbozzano personaggi e si divertono a creare situazioni sempre più paradossali sotto forma di scommesse: per quanto sei disposto a tagliarti un mignolo o a fottere la bella signora? ( paradosso gigantesco perché la signora l'avrebbero volentieri fottuta aggratis, anzi pagando di tasca propria)
Lo vogliamo prendere allora come un semplice divertissement o come un attacco virulento al turbocapitalismo che in nome del dio denaro asfalta tutto e tutti?
Beh nonostante un po' si rida e un po' si resti non dico schifati ma abbastanza turbati dalla miseria umana che vediamo su schermo ( in una gara a chi è più marcio, se i due finanziatori di tali scommesse schizofreniche o i due sfigati che per un pugnetto di dollari si venderebbero pure la nonna ) rivolgendo automaticamente a se stessi la stessa domanda che è il cardine di tutto il film.
In un momento di difficoltà, e tutti prima o poi ne passiamo uno, che cosa saresti disposto a fare per denaro?
In Proposta indecente che parlava di un mondo di ricconi ancora neanche sfiorato dalla crisi , il miliardario Robert Redford, ancora un bel figliolo, sarebbe stato disposto a pagare un milione per una notte con la mogliettina di uno sfigato, in Cheap Thrills in cui si parla di poveracci e di spaventi a buon mercato programmaticamente dal titolo si mette in scena una specie di asta al ribasso per tagliarsi di netto un mignolo.
Grottesco, certamente.
Ma quante volte abbiamo letto sui giornali di gente in difficoltà economica che si vendeva un rene su internet?
Cheap Thrills è una visione breve, neanche 90 minuti, che scorre via veloce come la pallottola di una 44 Magnum, sorretta da buoni attori ( ci sono il Pat Healy e la Sarah Paxton di The Innkeepers impegnati in parti diametralmente opposte a quelle del film di Ti West), in cui il grottesco e il thrilling si fondono con la commedia nera che poi si tinge anche di rosso.
Il rosso del sangue della faccia di Craig per esempio.
O della sua mano.
Il nero dello humour è però dominante
Ma parliamo di un nero accecante.
Si ride a denti strettissimi .
Ma forse è solo uno spasmo della mandibola.

PERCHE' SI : ritmo infallibile, buono il livello di recitazione, si ride a denti strettissimi
PERCHE' NO : a volte si va troppo oltre il paradosso, la sceneggiatura non è di quelle più elaborate.

( VOTO : 7 / 10 )

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domenica 11 gennaio 2015

Goal of the Dead ( 2014 )

Sam Lorit, centravanti ormai un po' in là con gli anni e decisamente sul viale del tramonto torna con la squadra dell'Olympique Parigi a giocare una partita di Coppa di Francia con il Caplongue, squadretta semiamatoriale da cui 17 anni prima si trasferì per guadagnare soldi veri col calcio.
Sam avrebbe anche l'intenzione un giorno di ritornare lì ad allenare ragazzini ma l'accoglienza non è affatto buona.
In più il dottor Belvaux ha passato diciassette anni a dopare suo figlio e proprio in concomitanza della partita gli è scappata una dose troppo alta.
 Risultato? 
Una specie di zombie superveloce e superforzuto in grado di trasformarti in una cosa come lui solo vomitandoti addosso.
Comincia a farlo.
Lorit assieme ai suoi compagni di squadra , l'allenatore, un procuratore e una giornalista al seguito si trova contro uno stadio e una squadra avversaria che non sono altro che zombie assetati di sangue.
Del loro sangue.
E non sarà facile uscirne.
Shaun of the Dead ha più di 10 anni ormai e continua ancora a fare proseliti.
Se nel film del trio Pegg/Frost/ Wright c'era l'assimilazione di pendolari e proletari a zombie ( motore comico della prima parte del film, Pegg non si accorge di nulla forse perché siamo tutti un po' zombi la mattina presto quando si va al lavoro) il film di Thierry Poiraud e Benjamin Rocher ( già visto come coregista di La Horde, altro film di zombie apprezzatissimo qui a bottega) fa entrare nel mondo di zombie e affini un'altra categoria di uomini un po' particolari : gli uomini di calcio, vuoi che siano allenatori, procuratori , giocatori o tifosi. Soprattutto tifosi, una muraglia umana indifferenziata capace di muoversi come fossero un solo uomo e rispondenti a richiami molto elementari dati dai capi bastone che la partita non la guardano nemmeno, dando le spalle al campo da gioco.
Insomma il tifoso potenzialmente è lo zombie perfetto per farci un film.
Per quanto mi riguarda idea potenzialmente geniale.
Poiraud e Rocher l'hanno fatto: anzi ne hanno fatti due perchè hanno ognuno diretto i due tempi del film, un po' come quelle vecchie bands che in tempi di vinile registravano ognuna una facciata del disco, per ridurre le spese e per farsi conoscere, dando alle stampe quegli split LP ( si chiamavano così ) che erano paradiso e dannazione di ogni collezionista degno di questo nome.
Circa 140 minuti ( ma gira anche una versione da 120 minuti a quanto ne so io), durata praticamente record per un horror equamente divisi in una prima parte che caratterizza in modo spiccio ma efficace i personaggi in campo e una seconda parte , decisamente più movimentata in cui viene fuori l'anima vera del film, di cinema d'assedio.
Insomma Goal of the Dead si presenta come un'ideale crasi tra il classico film di genere sportivo infarcito di tutta la retorica che può contenere e il film horror che non ti aspetti perché è vero che è pieno di zombie che sono anche superinkazzati ma è anche dotato, anzi superdotato, di parentesi umoristiche e digressioni varie al tema principale.
E questo rende la visione assai godereccia in un delirio di battute da spogliatoio, giocatori coreani presi in stock al mercato invernale e tutti con lo stesso nome,un  allenatore vecchio stampo, tutto cuore e senso d'appartenenza in un mondo di mercenari,un  procuratore senza scrupoli e wannabe superstars calcistiche minorenni che si atteggiano a rockstars che vedono l'Olympique Parigi solo come un punto di passaggio per la loro carriera.
In più ci sono gli ultras del Caplongue, quattro scioperati scansafatiche ( ma proprio quattro di numero ) a cui sono affidati molti dei numeri comici del film.
Dura tanto Goal of The Dead ma non ti dà neanche un attimo per rifiatare tra un tempo e l'altro: è densissimo di avvenimenti, inseguimenti e sagacemente divide la narrazione in più sezioni nella seconda parte, quella di puro assedio, alternando in scena la lotta per la sopravvivenza per vari gruppetti di personaggi.
Sarà anche lungo, per qualcuno anche troppo, ma la carta vincente di questo film è proprio quell'oretta trascorsae a descrivere i personaggi in campo, soprattutto quel Lorit che non si è lasciato molto bene con i suoi tifosi, e a farsi letteralmente beffe del mondo del calcio, un universo a parte che si presta molto bene ad essere sbertucciato
Poi , invece di continuare con la solita commedia horror rassicurante e non particolarmente perturbante nel secondo tempo i francesini pigiano il pedale dell'acceleratore a tavoletta e viene fuori una quantità industriale di carne smembrata, frattaglie varie, litri e litri di vomito infettante, insomma un arsenale di effettini ed effettacci che non ti aspetti di certo in una commedia.
Nella seconda parte Goal of the Dead è un horror vero, con decine e decine di zombie e tanto tanto sangue sparso.
Ma si riesce a ridere lo stesso, a denti stretti , ma si ride.
Insomma stavolta affermare che la partita sarà un massacro non è solo un modo di dire.
E a noi tifosi ce piace .
Daje!!!!

PERCHE' SI :  originale la modalità di realizzazione, ottimi effetti speciali senza troppa computer grafica, orrore e risate ben miscelate
PERCHE' NO : i puristi romeriani avranno da ridire, per qualcuno sarà interminabile.

( VOTO : 7+ / 10 )

 Goal of the Dead (2014) on IMDb

sabato 10 gennaio 2015

Seria(l)mente : The Affair ( Stagione 1, 2014 )

Provenienza : USA
Produzione e distribuzione : Showtime networks
Episodi : 10 da 60 minuti cadauno

Noah è un professore di lettere di 45 anni, con famiglia numerosa a carico, quattro figli e una moglie che lo ama. Ha anche pubblicato un bel libro ma che , come dice lui, avranno letto in 20 e ne sta preparando con mille difficoltà un altro.
Con la moglie va in vacanza presso l'isola dove abitano i suoceri, molto ricchi e altrettanto insopportabili e lì a un fast food conosce Alison, cameriera dalla vita molto complicata.
E siccome a Noah non piacciono le cose semplici comincia con lei una travolgente relazione...
E' la prima volta che vedo qualcosa come The Affair, uno show televisivo su amori impossibili e tradimenti molto ma molto possibili, uno show che facilmente poteva scivolare nella soap opera o nel cazzeggio sentimentale alla Melrose Place dove tutti trombavano con tutti, erano tutti cornuti, ma erano anche tutti contenti..
Devo ammetterlo, actually it's not my cup of tea, però non ho potuto fare a meno di proseguire nella visione, catturato nel vortice di chiacchiere e di amplessi visti da una duplice prospettiva, quella di lui e quella di lei..
A un certo punto ho pensato che, visto che The Affair si ingrossava puntata dopo puntata, il titolo si riferisse al birillo di Dominic West sempre al lavoro in un numero spropositato di trombate ( con Alison, con la moglie e con un nugolo di prestanti donzelle quando si trova in un momento di "libertà" sentimentale) e devo dire che in dieci puntate ho ormai una discreta conoscenza anatomica delle sue chiappe, visti i primi e i primissimi piani che le vedono assolute protagoniste.
Ma questa è una battuta stupida che non rende l'idea.
The Affair è la storia di un adulterio, anzi di due, perché anche Alison è sposata, ma non è così semplice.
C'è un fatto criminoso alla base , che noi ignoriamo, e c'è un detective a cui Noah e Alison raccontano separatamente la loro versione dei fatti che li hanno coinvolti, un ottimo espediente narrativo , una specie di giochino con lo spettatore invitato a trovare le differenze tra le due versioni.
La caratteristica vincente di The Affair a parte l'ingegnoso espediente narrativo che serve per ravvivare una normalissima storia di corna, è il disegno dei personaggi, accuratissimo.
Noah è un uomo di mezza età che non riesce a pensare a se stesso , vive una vita mediamente felice, o almeno crede di farlo, fino a che va a casa dei suoceri e tutti i nodi vengono al pettine.
Non è innamorato più della moglie come era prima, vista forse come un appendice dello strapotere economico dei suoi suoceri di cui rifiuta sempre l'aiuto per orgoglio, conosce una donna con uno sguardo che lo penetra , timida e desiderabile con una situazione familiare estremamente complicata.
E forse , siccome l'erba del vicino è sempre più verde e siccome l'uomo non può stare senza cacciarsi nei guai, è catturato nel vortice di una passione a tratti frustrante fatta di attimi rubati , bugie, baci fuggevoli e amplessi furiosi.
Alison è il personaggio più sfuggente: occhi del color del mare in tempesta, uno sguardo sempre in bilico tra timidezza e inquietudine, una a cui piace giocare a concedersi e a sottrarsi , un gioco terribile per chi lo subisce ma di cui lei non sembra essere nemmeno consapevole.
Forse non lo sa neanche lei perché è attratta da quell'uomo di mezza età con una schiera quasi infinita di figli al seguito: o forse sì, lo vede come l'unica possibilità di fuga da una vita che la sta soffocando, lentamente ma costantemente.
In dieci puntate non sono riuscito a capire quanto ci sia di sincero nel suo sentimento e purtroppo il finale di stagione in questo senso non è certamente d'aiuto.
Peculiari anche le figure dei cornificati: se Helen si trasforma da moglie amorevole in una Erinni scatenata quando scopre di essere stata tradita , ma riesce a filtrare tutto attraverso una razionalità che non le viene mai meno provando fino allo spasimo a rimettere insieme i cocci del suo matrimonio, Cole, il marito di Alison è una specie di bufalo impazzito che non sa dove andare o come comportarsi e che agisce solo affidandosi al suo istinto, a dire il vero piuttosto fallace.
Al contrario di Helen, lui continua a vedere il sogno in Alison nonostante il muro che si è alzato tra di loro per la perdita dell'amatissimo figlio di quattro anni, inghiottito da quel mare da cui Alison vuole scappare.
Non è uno show perfetto questo The Affair ma coinvolge perché racconta una storia possibile, molto verosimile, scoperchia un vaso di Pandora di paure represse e di domande che quasi ognuno di noi tende a farsi ma non confesserebbe mai di averlo fatto.
Le puntate forse sono un po' troppo lunghe, siamo sui 60 minuti, strano per la serialità americana, spesso la divisione in due della puntata per dare spazio alla versione di lui e di lei sembra fatta col cronometro alla mano, quasi che dietro ci fosse un ragioniere e non uno sceneggiatore, troppe cose sono lasciate nell'ombra per mettere al centro di tutto l'amore di Noah e Alison, un amore capace di spazzare via tutto e tutti.
Loro stessi per primi.
Ora c'è l'amore, c'è il tradimento, c'è il detective a cui loro raccontano le loro versioni ma fino all'ultima puntata praticamente non sappiamo neanche qual è il crimine e chi lo ha commesso.
E il finale della decima puntata ti lascia così con un palmo di naso perché vedi che lo show, una volta esaurita la parabola dell'amore tra Noah e Alison, ora che sembra abbastanza normalizzato, imbocca un'altra strada, quella del thriller e quella del crime.
E uno appena vede i titoli di coda si chiede di che diavolo parlerà la seconda stagione di The Affair, che tipo di show sarà?
Ancora amore e tradimenti o altro?
E' un rischio mollare tutto così per dirigersi apparentemente per altri lidi.
Forse anche calcolato perché già stiamo aspettando fin da ora la seconda stagione che partirà ad ottobre di quest'anno.
Nel frattempo speriamo di ingannare l'attesa.

PERCHE' SI : storia di un amore intenso e burrascoso raccontata in maniera stimolante con un ottimo espediente narrativo, ottima caratterizzazione dei personaggi, storia molto verosimile e per questo cattura sin da subito, ottimo cast.
PERCHE' NO : non succedono tantissime cose, la parte centrale è un po' più debole, le puntate forse sono un po' troppo lunghe, la divisione in due parti sembra fatto da un ragioniere e non da uno sceneggiatore,  il culo di Dominic West si vede troppe volte per i miei gusti.

( VOTO : 7 + / 10 )

 The Affair (2014) on IMDb

venerdì 9 gennaio 2015

Big Bad Wolves ( 2013 )

Un insegnante è sospettato di pedofilia e di essere un serial killer di ragazzine  ma il poliziotto incaricato delle indagini non riesce a dimostrare la sua colpevolezza. Anzi aggrava la situazione forzando le normali procedure e finendo sotto accusa da parte dei suoi superiori per i suoi metodi spicci e violenti.
Il padre dell'ultima vittima ha invece un piano perfetto per risolvere il problema: rapire l'insegnate e cominciare a torturarlo nel seminterrato di una casa isolata nei boschi che ha appena preso in affitto fino a farlo confessare.
Proprio mentre sta attuando il suo piano si frappone incidentalmente il poliziotto ed è costretto a rapire e imprigionare anche lui prima che arrivino ad un sostanziale accordo.
In fondo pensano entrambi che l'insegnante sia colpevole.
Le torture cominciano e le varie alleanze cambieranno molte volte durante una lunga notte...
Big Bad Wolves è il secondo film del duo di cineasti israeliani Aharon Keshales e Navot Papushado dopo un esordio promettente nel 2010, Kelavet.
I due hanno avuto una bella botta di fondoschiena riguardo a questo film perché hanno ricevuto
l'endorsement nientepopodimeno che da Quentin Tarantino che lo ha definito il miglior film dell'anno visto nel 2013.
E vuoi o non vuoi, questo ha aperto diverse porte al film in questione.
Ma forse la botta di fondoschiena ce l'abbiamo avuta anche noi perché senza questa pubblicità sarebbe sfuggito a molti una pellicola invece meritevole da ogni punto di vista.
E ci fa superare anche la diffidenza verso i cineasti israeliani perché l'ultimo che aveva avuto un trattamento pubblicitario così di favore era stato Oren Peli con il suo Paranormal Activity sponsorizzato da Spielberg.
Con Big Bad Wolves la musica è ben altra e si capisce subito perché possa piacere a uno come Tarantino abituato come è nel suo cinema a porsi lateralmente ai generi sfiorandoli tangenzialmente uno a uno.
Si parla di serial killer da una prospettiva piuttosto sfalsata ma soprattutto il film è ricco di digressioni e di notazioni a margine, comprese anche alcune scenette discretamente comiche e un rapporto padre/figlio ricco di battute fulminanti di umorismo ebraico che ricordano non poco Woody Allen, che lo rendono interessante fin da subito al di là di ogni pregiudizio per una cinematografia dall'aspetto , diciamo, esotico , rispetto a quello che siamo abituati a vedere normalmente.
Altra cosa parecchio interessante è la stigmatizzazione attraverso la battuta umoristica della violenza di cui è infarcita la società israeliana, vittima costante di sindrome di accerchiamento e capace  di reagire sempre rispondendo con la violenza alla violenza.
Esattamente come succede nella storia raccontata da questo film: c'è un professorino di liceo mite e occhialuto all'apparenza inoffensivo, anzi troppo inoffensivo per essere vero ( vive con la mamma e
addirittura porta sempre a spasso il cane ),c'è un poliziotto che sembra il gemello cazzuto di Steve Carell che con la sua squadra lo picchia con l'elenco del telefono arrotolato perché fa più male e che quindi entra subito nelle disgrazie dello spettatore e poi c'è il personaggio del padre dell'ultima vittima, un nerborutissimo signore di mezza età che per far confessare il professore ( che per lui è colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio) non esita a martellargli le dita a una a una e a strappargli le unghie dalle dita delle mani e dei piedi con una bella tenaglia arrugginita.
Il poliziotto è dubbioso naturalmente dell'approccio violento dell'altro ma è implicato personalmente nella vicenda ( qualcuno gli ha rapito la figlia) ed è per questo che ha un atteggiamento parecchio ondivago verso questo impulso irrefrenabile di giustizia fai da te che anima l'altro.
Il quale è il personaggio più spietato ma paradossalmente ( ma neanche tanto ) con più possibilità di essere empatizzato da parte dello spettatore: difficile superare il trauma della perdita di una figlia, ritrovata in un campo violentata e decapitata senza provare impulsi irrefrenabili di vendetta personale.
La violenza messa in campo da Keshales e Papushado è drammaticamente esibita ma è sempre filtrata attraverso una lente deformante grottesca per renderla forse più sostenibile ma anche per renderla assolutamente più sbagliata perché è SEMPRE  sbagliato rispondere con violenza ad altra violenza.
Big Bad Wolves è un film formalmente curatissimo, dalla regia forbita e virtuosistica, forse pure troppo, un film stilisticamente così pulito che non può non creare meraviglia nel constatare invece quanto sia marcio dentro, sporco di sangue e violento fino all'eccesso, forse anche oltre i limiti del tollerabile( vedere la scena finale, muta che pur nella sua totale asetticità è la più violenta di tutte, almeno psicologicamente).
Un bel contrasto quello tra una materia narrativa così grezza e una messa in scena così raffinata ed autoriale, un qualcosa che ricorda parecchio cinema coreano recente, ricordando che il cinema sudcoreano al momento è la massima autorità in materia di thriller e serial killer.
Big Bad Wolves tratta con spiazzante umorismo la polizia israeliana che al contrario di quello che pensiamo noi è inetta ed inefficiente ma fa lo stesso anche con  la questione palestinese ( la sindrome di accerchiamento di cui sopra e un personaggio, palestinese, che è molto più normale di tutti gli israeliani che sono in scena e nonostante tutto viene da loro guardato con estremo sospetto se non paura) e dimostra col passare dei minuti di essere un'esplosiva mescolanza di generi.
Un po' thriller, un po' commedia, un po' conflitto generazionale, molto torture porn, qualche risata in un reiterato gioco di specchi tra vittima e carnefice ( qui sono tutti vittime e carnefici allo stesso tempo) e in un continuo scambio di ruoli tra preda e predatore.
Anzi ci si sorprende e ci si vergogna anche un po' a ridere sotto i baffi vedendo tutto il bailamme che sta succedendo sullo schermo.
Diavoli di israeliani.

PERCHE' SI : messa in scena perfetta e accurata, un bel manipolo di attori che caratterizzano ottimamente i loro personaggi, ritmo infallibile in crescendo dalla prima all'ultima scena, ottima mescolanza di generi
PERCHE' NO : la violenza è drammaticamente esibita e questo potrebbe disturbare più di uno, il soggetto non è particolarmente originale.

( VOTO : 7,5 / 10 )

 Big Bad Wolves (2013) on IMDb