I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.

giovedì 9 agosto 2012

Midnight Son ( 2011 )

E se il vampirismo fosse una malattia? O un disordine mentale?
Jacob , guardia notturna, ha una rara malattia della pelle che gli impedisce di esporsi ai raggi solari , pena la comparsa di gravissime ustioni come testimonia una sua foto da bambino..Vive randagio e solo in un seminterrato con le pareti coperte da pesanti drappi non soffrendo particolarmente della mestizia della sua routine quotidiana finchè conosce Mary, barista e venditrice di sigarette con cui intraprende una relazione piuttosto difficile tra amicizia e attrazione sessuale.
Nel senso che sono fortemente attratti l'uno dall'altra ma per un motivo o per l'altro non riescono mai a "consumare" la loro passione.
Jacob si convince progressivamente che per sostenersi ha bisogno di alimentarsi con sangue.Prova prima quello animale ma poi passa a quello umano procurandoselo in modo piuttosto fantasioso.
Il peggioramento delle sue condizioni di salute, le indagini di polizia che lo mettono alle strette riguardo a un misterioso omicidio, gli up and downs nella relazione con Mary, il difficile reperimento di sangue umano gli renderanno la vita impossibile.
Midnight Son non è il classico film di vampiri: non descrive la genesi del tutto, non spiega ragioni e non ne cerca ma cattura semplicemente il personaggio principale  nel corso di una metamorfosi autodistruttiva.
Il ritmo è placido un po' come la vita di Jacob prima di essere sconvolta da questo suo nuovo stato ( c'è anche una sottile vena ironica quando il protagonista cerca di provare a se stesso di essere un vampiro) , i dialoghi sintetici e funzionali a una pellicola che rifugge la semplice stimolazione epidermica che può essere data dall'armamentario del classico film di succhiasangue umano.
In realtà non ci troviamo di fronte semplicemente un horror ma un dramma esistenziale ambientato nella notte della laida metropoli, alma matrigna nelle cui immonde viscere è abolita qualsiasi forma di umanità.
Eppure Jacob e Mary riescono a trovarsi.
L'esordio nel lungometraggio di Scott Leberecht ( già responsabile degli effetti speciali del burtoniano Il mistero di Sleepy Hollow) è uno strano ibrido che più che approcciare al tema del vampirismo da una prospettiva puramente horror si interessa alla malinconica solitudine di chi , come Jacob, è ben consapevole di essere un freak condannato a una (non) vita di patimento.
La sua è una storia di dipendenza esattamente come quella di Mary che per fare qualsiasi cosa ha bisogno di dannata polverina da mandare su per le sue narici disastrate.
Ognuno ha i suoi segreti.
Midnight Son si situa elegantemente tra il Burton poeta dei freaks ( credo che non sia casuale che il protagonista, il bravo Zak Kilberg abbia un po' alla lontana l'aria del giovane Depp), il Romero di  Martin che  incombe pesantemente su questa pellicola con il suo approccio sociologico al tema del vampirismo e il Ferrara di The Addiction , in cui la sete di  sangue  della protagonista è evidentemente una metafora della dipendenza da droga.
Tra racconto gotico e melodramma amoroso , Midnight Son è una boccata d'aria fresca in un genere ultimamente molto frequentato al cinema : gli effetti speciali sono lasciati in un angolino, c'è qualche impennata splatter molto vecchio stile ( ancora Ferrara ma forse più quello di The Driller Killer), c'è un finale che ti si conficca nel cuore come non farebbe neanche un paletto di frassino.
Un bacio rosso sangue.

( VOTO 7 + / 10 )


Midnight Son (2011) on IMDb

mercoledì 8 agosto 2012

Occult ( 2009 )

Koji Shiraishi, nel 2005 ha realizzato uno dei mockumentaries più spaventosi degli ultimi anni, quel Noroi che ha fatto girare diverse teste sia nel pubblico che nella critica.
E , conoscendo la sua predilezione nel genere, oltre che le sua capacità non ho potuto fare a meno di tuffarmi su questo Occult, anche questo girato con la tecinica del finto documentario e del found footage.
La sinossi in due parole: in una località turistica un maniaco omicida uccide a coltellate due ragazze e ferisce gravemente un'altra persona prima di sparire definitivamente buttandosi da una scogliera. Una troupe televisiva che vorrebbe capire meglio che cosa è accaduto realmente, realizza interviste al fidanzato di una delle  ragazze, ai testimoni della strage e al ragazzo superstite a cui il maniaco in eredità ha lasciato dei bei disegnini sulla schiena fatti quando lo stava pugnalando.
Quei simboli riportano a un'antica leggenda locale mentre nel cielo compare anche una specie di UFO. Per non dire nulla su una delle ragazze uccise che continua a comparire nelle fotografie accanto al suo fidanzato.
Evidentemente il 2009 non è stato un anno buono per Koji Shiraishi.
Assieme a un torture porn senza senso come Grotesque esce questo Occult che in confronto all'inquietante Noroi si dimostra veramente ben poca cosa.
L'idea è di radicarsi alla realtà molto più rispetto al mockumentary precedente. Nonostante il titolo fuorviante l'armamentario da J-horror è assai scarno ( solita fuffa poi, apparizioni in fotografie, un UFO che appare in cielo a cadenze più o meno regolari, qualche accenno folkloristico) e ci si dirige molto più sulla routine quotidiana del superstite a cui viene affidata addirittura una telecamera per autoriprendersi nelle sue attività.
E la vita di questo spiantato che cerca di vivere a scrocco perchè non ha nemmeno uno yen in tasca direi che è abbastanza noiosa. E soprattutto non è horror: è solamente un po'triste perchè si vede un giovane apparentemente senza prospettive che vive alla giornata cercando di risparmiare su tutto per sopravvivere.
Poi nell'ultima parte la svolta ma non in senso horror: non la posso anticipare perchè toglierei metà del piacere nella visione( se qualcuno ne proverà) ma è una trovata che sinceramente lascia abbastanza interdetti: sicuramente un tocco di originalità figlia della paura dei nostri tempi ma per quanto mi riguarda è un qualcosa di assolutamente detestabile.
Volontà di shockare l'audience in modo gratuito.
E il soprannaturale non c'entra .
Ho addirittura difficoltà a catalogare Occult come horror : ce n'è ben poco. E' un qualcosa di sfiancante in cui si susseguono interviste su interviste che faranno la gioia dei puristi del genere.
Occult non fa assolutamente paura. Per una pellicola costruita come al solito con pochi mezzi come questa, in un genere direi piuttosto inflazionato, non sollecitare reazioni emotive nello spettatore è peccato capitale.
E il film di Koji Shiarishi genera più disappunto che ansia.
Tutto confezionato seguendo le regole auree del genere ma tutto terribilmente smorto nonostante qualche buona idea.
Un motivo d'interesse per la visione comunque c'è: in una breve apparizione di pochi minuti troviamo anche Kiyoshi Kurosawa , grandissimo regista ,da considerare il padre putativo del nuovo J-horror giapponese da esportazione.
E per chi lo idolatra come il sottoscritto è già qualcosa.

( VOTO : 5- / 10 )

Occult (2009) on IMDb

martedì 7 agosto 2012

The wicker tree ( 2010 )

Ci sono dei cult immortali che dovrebberi essere lasciati da soli nella loro teca di vetro a fare bella mostra di sè nell'altarino personale a loro dedicato.
E io ne ho uno particolare per un film che mi accompagna fin dall'età cinematografica della ragione: una pellicola che non mi stancherei mai di rivedere, talmente di culto che non mi risulta che sia mai stata doppiata nella nosra lingua.
Parlo di The wicker man ( astenersi dal loffio remake a stelle e strisce con un Cage al massimo della sua inespressività), anno di grazia 1973, opera prima di Robin Hardy che in pieno declino della Hammer Films decide di girare un horror bucolico al di fuori dello stile della factory, incentrato sui riti pagani di un'isola nel mare tra Inghilterra e Irlanda , così vicina geograficamente eppure così lontana per tutto il resto.
Un film assolutamente da vedere, insomma.
Poi vieni a sapere dell'esistenza di  The wicker tree che  è l'opera terza dell'ormai ultraottuagenario Robin Hardy il quale decide di adattare un proprio romanzo intitolato Cowboys from Christ. Un film nato sotto i peggiori auspici, bloccato più volte per problemi economici e con numerosissimi aggiustamenti di cast.
Ecco sai benissimo che è meglio stare lontani da The wicker tree soprattutto se veneri l'altro eppure non puoi fare a meno di vederlo.
Ed è con questi sentimenti contrastanti oltre a  una bella vagonata di pregiudizi che mi sono apprestato alla visione.
Precisiamolo subito: The wicker tree non è un sequel, non è un reboot come va di moda adesso, non è un prequel o un postquel o un infraquel. E'semplicemente un film che rimastica con un certa beffarda ironia alcuni temi esposti in maniera ben più inquietante nell'altro film.
La storia è quella di una cantante, Beth, appartenente ai reborn Christians che assieme al suo ragazzo texano Steve ( ingobbito ormai dall'astinenza sessuale a cui lei lo sottopone per motivi religiosi)  sono chiamati in Scozia per trovare nuovi adepti per il loro credo.
Ospitati da un ricco magnate scoprono di essere i protagonisti di una festa che si terrà di lì a poco.
La loro festa, nel senso letterale del termine.
Conoscendo The wicker man sai benissimo dove  il film andrà a parare e in fondo lo spettatore aspetta solo quello.
I due americani somigliano da subito a carne da macello e Hardy non perde occasione per prendere in giro queste sette religiose che interpretano alla lettera la Bibbia oltre a spargere qua e là qualche notazione velenosa sulla boria dell'americano all'estero.
E anche il ragazzo texano che indossa sempre il cappellone da cowboy anche quando dorme è evidentemente una parodia.
Come si suol dire in questi casi il confronto con l'originale è impietoso per molti motivi: manca l'effetto sorpresa , l'ambientazione scozzese è una pallida cornice rispetto a quella dell'originale che era fondamentale per rendere il film inquietante, c'è un evidente slittamento nella caratterizzazione del protagonista: mentre il sergente della pellicola del '73 riusciva comunque a tener testa con il suo senso religioso a tutte le cose strane che gli accadevano intorno scatenando l'empatia necessaria da parte dello spettatore, qui i due protagonisti sono talmente insipienti e la loro religiosità caricaturale che quasi si preferisce toglierli di mezzo il prima possibile.
L'unica variante sostanziale   rispetto all'originale è il personaggio di una ninfomane (non mi viene da definirla altrimenti) che va in giro sempre abbastanza discinta a concedere le sue grazie.
Infine il finale: se l'apparizione dell'uomo di vimini era un vero e proprio shock quella dell'albero di vimini è quasi deludente.
Inoltre quello che nel '73 era uno shockante baccanale votato all'eccesso e alla distruzione, nella pellicola del 2010 è una sorta di rave che non sembra neanche tanto trasgressivo, superato come è dall'"esuberanza " dei tempi moderni.
Belle però quelle regine di maggio fatte con la cera e nostalgico il cameo del sempreverde Christopher Lee.
The wicker tree è una visione sostanzialmente pleonastica, in un'estate come questa naturalmente ci può stare di tutto, ma se uno conosce l'originale farà meglio a stare lontano da questa riproposizione.
E anche se non si è visto l'originale non è che ci siano poi così tanti motivi per consigliarlo.

( VOTO : 5 / 10 )  The Wicker Tree (2010) on IMDb

lunedì 6 agosto 2012

Le village des ombres ( 2010 )

Due macchine cariche di giovani ragazze e ragazzi procedono  in mezzo alla pioggia per trascorrere un weekend di pace e relax a Ruiflec, sperduto villaggio della campagna francese, neanche segnato sulle cartine o nel database del navigatore satellitare.
Improvvisamente alle porte del villaggio i passeggeri della prima automobile scompaiono misteriosamente . La notte, la pioggia, l'aspetto tetro di Ruiflec immersa in un buio minaccioso non aiutano certo le ricerche.
Sembra che il villaggio non sia così tranquillo come appare.
Soprattutto ci sono delle presenze all'esterno che sconsigliano di avventurarsi fuori del loro rifugio improvvisato al centro del paesino .
E anche quando si riesce ad arrivare ai confini di Ruiflec per fuggire, è impossibile trovare la strada per uscire.
Il villaggio cambia continuamente di forma.
Da uno spunto buono per il solito e neanche tanto originale slasher , Le village des ombres imbocca subito un'altra strada, deviando verso un coté psicopatologico e onirico, addentrandosi dalle parti di  un Silent Hill ma con meno dovizia di mezzi e meno intarsi che rendevano il film di Christophe Gans un giocattolone bellissimo formalmente ma abbastanza povero dal punto di vista della sostanza.
Gli esterni sono sfruttati per quel tanto che basta, il villaggio incombe  nella  notte e nella nebbia che invadono tutto e anche le inquadrature perlopiù strette sembrano fatte ad arte più per nascondere che per mostrare.
Non che sia un male tenere la genesi orrorifica avvolta nel mistero perchè il clima ansiogeno costruito dal regista regge ampiamente fino all'inevitabile spiegone finale che forse ( questione di gusti ) rende il tutto un po' meno accattivante di come apparisse all'inizio.
Gli ingredienti per mettere a disagio ci sono tutti e sono utilizzati anche con una certa intelligenza: libri misteriosi, coincidenze di date che sono troppo precise per essere solo coincidenze, racconti dal passato che stendono la loro ombra minacciosa sul presente, una casa labirinto che come il villaggio muta continuamente forma impedendo di fatto la fuga.
La parte centrale del film sotto questo punto di vista è notevole per come ricrei efficacemente un clima terribilmente minaccioso praticamente ad ogni inquadratura.
Più che mettere farina del proprio sacco Fouad Benhammou è abile a destreggiarsi usando ingredienti altrui e mescolandoli in modo ottimale.
Ne esce fuori un prodotto interessante in cui non si vede una-goccia di sangue- una e che quindi già per questo si dimostra alternativo al new horror francese, un film in cui si punta tutto sull'atmosfera e su una tensione che si accumula gradualmente col passare dei minuti fin quasi a diventare insostenibile.
Lo spiegone finale , comunque incompleto, come succede in molti di questi prodotti lascia più di un interrogativo. E forse è meglio così perchè altrimenti si rischierebbe di banalizzare quanto di buono fatto precedentemente.
Gli effetti speciali sono usati con molta parsimonia ma il budget ristretto aguzza le idee e viene nascosto con una certa creatività.
Efficace il comparto attoriale e per un film del genere non è affatto scontato.
Non non un caposaldo del genere ma Le village des ombres è degno di una visione perchè comunque riesce a far tenere incollati gli occhi allo schermo fino all'ultimo.

(VOTO : 6,5 / 10 )


The Village of Shadows (2010) on IMDb

domenica 5 agosto 2012

Territories ( 2010 )

Cinque ragazzi e un cane dopo una gita in Canada stanno rientrando negli Stati Uniti ma vengono fermati nei pressi della frontiera da due poliziotti molto solerti che al culmine di un trattamento durissimo ( ci scappa  pure il morto) e dopo aver trovato della droga nell'auto li arresteranno. Apparentemente.
In realtà portano i superstiti in mezzo al bosco li vestono con delle tutine arancioni e li tengono legati all'interno di gabbie metalliche, fuori all'addiaccio.
E questo è solo l'inizio dell'incubo.
Il film del regista canadese francofono Olivier Abbou snocciola tutti i luoghi comuni dell'horror di questi ultimi anni già a partire dai primissimi minuti e lo fa con assoluta cognizione di causa : ragazzotti in vacanza, stavolta però caratterizzati meglio del solito , non i soliti decerebrati con i neuroni in vacanza, un contesto ambientale minaccioso con una natura più matrigna che madre, un campionario di torture degne della peggior Guantanamo( marchiatura a fuoco come vitelli, luci stroboscopiche e death metal sparato a palla giusto per deflorare orecchie non abituate, interrogatori sul filo del terrore e tante altre amenità assortite).
Già Guantanamo: richiamata a partire da filmati di repertorio fatti vedere ai prigionieri e da quelle tutine arancioni entrate nella conoscenza collettiva da quando è scoppiato il bubbone delle torture perpetrate dagli americani. Già il vedere quelle divise inquieta e anche parecchio: nel Paese che si proclama il più democratico al mondo si tortura come ci si trovasse ancora nel Medioevo.
I due folli che hanno rapito i ragazzi sono due reduci della guerra in Iraq e hanno probabilmente la psiche devastata dalle paure post 11 settembre.
La paura del diverso che proprio in quanto tale terrorizza a prescindere. E deve essere comunque combattuto con ogni mezzo , anche illecito.
Tutti coloro che hanno un aspetto da ricondurre a etnia araba sono da considerare nemici, i diritti civili e democratici devono essere soppressi quando si pensa di trovarsi di fronte a una minaccia.
Dal loro punto di vista patologico i due maniaci compiono una missione militare per aiutare la patria.
E non importa se calpestano le leggi vigenti.
Nella descrizione di questa visione malata non è un caso che il regista e la produzione siano canadesi e che un  "Welcome to the United States" campeggi beffardo in bella vista sulla locandina.
E' netta  l'impressione che riguardo a certi argomenti i canadesi guardino gli americani come alieni.
C'è una scena del film in cui questa difformità è marcata chiaramente: una delle ragazze in un dialogo afferma che si trovano prigionieri nel bel mezzo del nulla , tra due mondi.
Tra due mondi: quello civile e quello in cui l'uomo è la peggiore delle bestie.Oppure semplicemente tra il Canada e gli Stati Uniti in tutte le loro differenze.
Territories è un horror che sotto certi aspetti ha un aspetto molto europeo, perchè sotto la patina del torture porn ( mai portato agli eccessi però, rispetto ad altri esponenti del genere qui è tutto più morigerato) rispolvera la matrice politica alla base di molti esponenti del genere.
In fondo non c'è molta distanza tra i due reduci di questo film e la famiglia nazista di Frontier(s), tanto per fare un esempio.
Anzi è molto più stimolante la sua lettura "politica" che quella "cinematografica" .
La prima ora di film è notevole per clima ansiogeno, per una regia sempre vivace e anche per la recitazione decisamente sopra la media del genere ( e questo nell'horror non è affatto scontato).
Nell'ultima mezz'ora invece succede il patatrac: il film si concentra sulla figura di un investigatore privato con qualche vizietto poco raccomandabile, come se regista e sceneggiatori avessero terminato all'improvviso le idee per chiudere la storia dei prigionieri.
Che viene chiusa giusto con un flash improvviso e con un ultima sequenza che ellitticamente rimanda al loro destino.
Ecco, Territories cade purtroppo dove cadono molti horror: in un finale inopinato, inspiegabile non tanto dal punto di vista della logica ma dal punto di vista narrativo e cinematografico.
Perchè abbandonare improvvisamente personaggi che faticosamente sono stati costruiti per un'ora in favore di un nuovo protagonista un po' farlocco creato dal nulla?
A parte questa obiezione sul modo di chiudere questo film Territories è degnissimo di una visione non fosse altro per i sottotesti politici che getta in faccia allo spettatore meno sprovveduto.

( VOTO : 6 / 10 ) Territories (2010) on IMDb

sabato 4 agosto 2012

Twixt ( 2011 )

Brutto, bruttissimo segno se anche uno che non ha niente da dimostrare ma solo da insegnare come Francis Ford Coppola incontra difficoltà nella distribuzione dei suoi film al cinema . E' vero che dai tempi di Un'altra giovinezza, deliziosamente fuori dal tempo e dallo spazio , ha deciso di ritornare a dimensioni produttive più contenute con la sua American Zoetrope infischiandosene di studios and Co. per ritrovare una sua dimensione artistica e soprattutto per essere libero di fare ciò che vuole, ma la distribuzione deficitaria nel nostro Paese di un film da non sottovalutare come Tetro ( Segreti di famiglia ) e l'addirittura mancato sbarco nei cinema di questo sua ultima fatica, Twixt, hanno qualcosa di delittuoso.
L'ultimo film di Francis Ford Coppola in nome della sua ritrovata assoluta libertà ha il sapore di un ritorno alle origini, a quel Dementia 13-Terrore alla 13esima ora che gli aveva permesso di spiccare il volo dalla Corman factory che gli aveva regalato il battesimo di fuoco.
Ed è anche molto cormaniano come spirito realizzativo: assolutamente non sfarzoso ma ricco di trovate , punta tutto sull'atmosfera malignamente sulfurea che riesce ad evocare sin dalle prime scene, con la macchina da presa che pigramente esplora la strada principale del paese in cui è ambientato il film.
La storia è quella di uno scrittore di libri su streghe e affini che si ritrova in questo paesino a presentare il suo nuovo libro. Naturalmente un insuccesso, non c'è neanche una libreria in città, ma intanto conosce lo sceriffo Bobby LaGrange sedicente scrittore dilettante che lo tampina con la proposta di realizzare un libro assieme. A questo si incrocia il ritrovamento del cadavere impalato di una giovane ragazza che sta lì , nell'obitorio approntato nel retro dell'ufficio dello sceriffo.
Lo scrittore ha bisogno urgente di ispirazione per spillare soldi al suo editore e presto entra in una spirale vorticosa tra apparizioni in sogno di Edgar Allan Poe, storie di omicidi di bambini, di vampiri e di un gruppo di giovinastri accampato sulle rive di un fiume.
In più lo spettrale campanile con orologio a sette quadranti ( tutti ad indicare ore differenti) potrebbe essere la soluzione di tutto.
Stavolta però i sogni aiutano a comprendere meglio la realtà.
Twixt ha i toni del racconto gotico più che dell'horror, un ritorno allo stile visionario del Dracula di Bram Stoker ma con molto meno budget, la figura ( fantasma ) di Edgar Allan Poe più che spunto per il racconto è il mezzo per introdurre  il discorso sul  processo creativo di Coppola , che in Twixt parla in realtà di se stesso e di una parte della propria vita troppo dolorosa da raccontare.
Se l'incipit dello scrittore che si trova catturato in un loop senza soluzione di continuità tra realtà ed incubo ricorda abbastanza Il seme della follia di Carpenter, il film poi prosegue in altre direzioni rispolverando tutto l'armamentario dello stile gotico: alberghi abbandonati, botole che nascondono orrori inenarrabili, luci di candela che rischiarano il buio, così come il sangue che colora di rosso scarlatto il grigiore che avvolge la parte onirica del film che si sovrappone a quella vissuta realmente.
Ma forse il vero incubo è quello girato a colori, quello in grigio è un rifugio estremo.
Sono molto più pericolosi i vampiri della vita reale che quelli relegati nelle pagine di un libro e all'interno di leggende a cui non crede ormai più nessuno.
A proposito di recuperi dal passato: Coppola qui recupera un imbolsito Val Kilmer che è efficacissimo nel ruolo dello scrittore alcolizzato e notevole è anche il Bruce Dern caricato a pallettoni che interpreta lo sceriffo.
Infine un tocco di sottile ironia: la moglie petulante che assilla lo scrittore tramite Skype chiedendogli soldi in continuazione è interpretata dalla rediviva Joanne Whalley, un tempo moglie di Val Kilmer.
Psicanalisi della loro crisi di coppia?
Twixt è chiaramente lontano dai capolavori di Coppola ma è un divertissiment che funge da perfetto intrattenimento nella sua medietà.
Tra una parodia twilighitiana ( i supposti vampiri emo accampati in riva la fiume), un uso dimostrativo del 3-D e una citazione burtoniana non è solo un mero esercizio di stile come da più parti bollato.
A suo modo è sperimentale : un ibrido di metacinema e di metaromanzo.

( VOTO : 7 / 10 )  Twixt (2011) on IMDb

venerdì 3 agosto 2012

Biancaneve e il cacciatore ( 2012 )

 Biancaneve e il cacciatore fa parte di quel gruppo di visioni ciematografiche a cui non ci si può sottrarre neanche volendo: anche perchè in questa estate afosa e terribilmente povera di titoli appetibili questo è uno dei pochi che , imperterriti continua a resistere in programmazione , probabilmente più per mancanza di concorrenza che per effettivi meriti propri.
Così mi sono preparato alla visione aspettandomi il solito bagno di sangue di proporzioni bibliche dal punto di vista della qualità qualcosa che a confronto Twilight sarebbe sembrato il nuovo Nosferatu targato Herzog ( o magari anche Murnau, fantasia per fantasia si può anche puntare in alto) e invece , fortunatamente mi sono sbagliato.
Brutta cosa i pregiudizi.
Certo da qui a dire che Biancaneve e il cacciatore è un bel film ce ne passa parecchio ma almeno non è quello sfacelo che pensavo.
E per una volta benedico di aver letto tutte le quintalate di gossip fatte attorno a questo film perchè se possibile il divertimento è aumentato.
Un po' come leccarsi le dita dopo aver fatto fuori una confezione magnum di Fonzies.
Il film di Saunders trattandosi un adattamento di una storia che più o meno conosciamo tutti sceglie la strada di una riproposizione riveduta e (s)corretta in cui , seppur si mantiene abbastanza ferma l'iconografia ( i nani, la strega, la mela, mentre su Biancaneve stile Giovanna D'Arco forse ci siamo pochino) , si immettono cospicue dosi di novità che ravvivano un minimo l'interesse.
Il tono generale non è quello della fiaba ma è quello del racconto gotico / cavalleresco con una sezione centrale che ha probabilmente preso più di un'idea dalla parte onirica ambientata nella foresta incantata dell'Excalibur di Boorman ( film che qui a bottega ha un altarino personale dedicato per quanto è amato).
E' confezionato decentemente e comunque lo spettacolo è abbastanza dignitoso, diciamo che almeno non fa rimpiangere troppo ( un pochino forse si) i soldi spesi per il biglietto
Certo non è un capolavoro ma come visione spensierata ci sta ampiamente, ci si può anche divertire.
Anzi, dirò di più, visto con la compagnia giusta può essere di una comicità micidiale.
E qui ritorniamo al discorso del gossip : sapere che la nostra Bella Biancaneve Kristen  abbia messo un corno al suo bel (ami) Pattinson con uno che ha il doppio della sua età non lo so perchè ma mi fa sorridere.
Forse perchè mi piacerebbe disincagliare quell'espressione da beota dal volto squadrato del Pattinson? O forse perchè nella lunga scena del cervo bianco, quello che sembra fatto di cristallo Swarowski  con quel meraviglioso palco di corna , avevo davanti agli occhi sempre il faccione del vampiro da asporto?
Anzi quel cervo mi sembrava avesse la faccia del Pattinson.
Insomma da bel ami, da seduttore impunito il nostro Robert è diventato il cornutone più famoso d'America...
Passando a lei che naturalmente è il punto debole del film, oltre che per palesi limiti recitativi anche per il taglio guerresco dato al personaggio che ho trovato abbastanza stridente con lo spirito del personaggio originale, l'altra scena che mi ha fatto venire in mente cose che non c'entrano nulla col cinema per farmi una risata è stata quella in cui lei morde la mela : tirata in lunghissimo, più telefonata di una chiamata intercontinentale, anche un po' ridicola con lei a fare la ragazzina svenevole,  ma alla fine  quando biancanevina nostra poggia il gentile capo sul ghiaccio che le fa da aureola , beh c'è una certa aria da pescheria che si respira, una di quelle arie che si inalano a pieni polmoni dopo aver avuto una pesca straordinaria del tonno.
E quella mela rossa là al fianco è perfetta: fa pensare a una ricetta da gourmet.
Infine il confronto tra la Theron e la Stewart: per bellezza credo che non siano confrontabili e questo non metterle in gara è perchè la bionda strega di questo film è troppo più avvenente di Biancaneve.
Come fa uno specchio a dire che la Stewart è più bella della sua padrona che non è altri che nientepopodimeno che Charlize Theron,? pubblicità del Martini, non so se mi spiego, una pittura , non un semplice fondoschiena.
Insomma uno specchio tarocco prezzolato: come minimo si doveva avvalere della facoltà di non rispondere o al massimo patteggiare la pena per aver detto una bugia piccola piccola...

( VOTO : 5,5 / 10 ) 


Snow White and the Huntsman (2012) on IMDb

giovedì 2 agosto 2012

The Way Back ( 2010)

A Peter  Weir  va riconosciuta  l'indubbia dote del senso dello spettacolo anche da parte del detrattore più accanito.
E' capace di essere epico ma non retorico, sublime narratore dallo stile classico che si è sempre ben districato tra storie eteree sospese tra realtà e leggenda e vicende ben più terragne con personaggi che fanno del machismo la loro cifra dominante( vedi Master & Commander).
Per dirla in una frase sola Weir è uno dei pochi registi attuali capace di sfornare opere che raccontino storie larger than life, uno che dirige film che nascono già classici e che hanno poco in comune con il resto del tetro panorama cinematografico odierno.
Insomma uno dei pochi oggi in grado di fare uno di quei filmoni che si facevano una volta.
Magari è meglio non scomodare un Lean o un C.B. de Mille che facevano della grandeur la cifra stilistica dominante ma lo accosterei  al Franklin J. Shaffner di Papillon o perchè no, al John Huston de L'uomo che volle farsi re o Il vento e il leone, registi  che, pur presi da esigenze commerciali hanno saputo conferire afflato epico al loro cinema.
Ecco magari Weir ha avuto una carriera differente ma il paragone era giusto per rendere l'idea.
The Way Back è la storia di una (grande) fuga da un gulag siberiano, un percorso di molte migliaia di kilometri in direzione sud fino ad oltrepassare l'Himalaya e arrivare finalmente in India.
Il tutto passando attraverso condizioni climatiche proibitive e stando ben attenti a non farsi scoprire dalle popolazioni locali che li consegnerebbero ai comunisti.
Vedendo il logo National Geographic campeggiare sui titoli di testa ho avuto paura di vedere il solito documentario anche un po'stucchevole in cui la cura formale nel riprendere paesaggi e scenari naturali selvaggi oltre che levigatezza della fotografia si sarebbero abbattute con furia distruttiva sul film, radendo al suolo l'idea di cinema di Weir.
E invece non è così: sopratutto nella prima parte, quella del terribile inverno siberiano i paesaggi maestosi sono un corollario importante ma mai dominante sulle storie dei vari personaggi che ci vengono raccontate cammin facendo: la statura dei personaggi vien fuori così come lo sguardo curioso di Weir che dà sempre l'idea del pellegrino errante alla ricerca di nuovi mondi, lui che si era fatto conoscere per una descrizione nitida e inquietante allo stesso tempo del misterioso outback australiano.
Tratto dal romanzo autobiografico The Long Walk di Slawomir Rawicz ( che pare non fosse così aderente a fatti realmente accaduti ) Weir racconta la storia di uomini veri in cerca del bene più prezioso: la loro libertà.
E per arrivarci si dimostrano più duri delle privazioni che affrontano, capaci di vincere allo stesso modo il gelo siberiano e il deserto mongolo.
Si scivola nell'esotismo cartolinesco solo nel finale in cui si avverte una certa fretta nel portare a termine questa passeggiata di oltre 6 mila kilometri, dopo quasi due ore e un quarto di film.
Una cosa che non mi ha convinto è il casting: non tanto il lavoro degli attori perchè sono stati tutti notevoli nelle loro rispettive parti con una nota di merito per il misterioso Mr Smith di Harris.
Avrei però preferito facce sconosciute per un film come questo in cui bisogna avere una sorta di empatia per quello che si vede per non parlare di immedesimazione: ecco vedere attori così conosciuti ( Farrell, Harris, Sturgess ecc ecc ) impedisce di fatto la chiusura di questo circuito ( corto ) che permetta di abbandonarsi senza remore a quello che si sta vedendo.
Quelle sono facce viste in troppe altre occasioni ( e ruoli) per essere totalmente credibili nei panni dei prigionieri di un gulag siberiano.
Notazione triste: The Way Back è un film del 2010 che ha vagato a lungo tra festival di ogni sorta prima di trovare una distribuzione decente ( in Italia da luglio di quest'anno mandato al massacro in poche , volenterose sale ) . Se ne deduce che il classicismo militante di Weir ( e di altri) al cinema sta passando di moda, sostituito dal nulla imperante.

The Way Back è comunque un film orgogliosamente anacronistico in questi tempi di commedie usa e getta.
Anche  solo per questo la visione è consigliatissima.

( VOTO : 7,5 / 10 )  The Way Back (2010) on IMDb

mercoledì 1 agosto 2012

The Chaser ( 2008 )

C'è un serial killer che fa fuori ragazze squillo con martello e scalpello (un colpo preciso sull'occipite e via), c'è un ex poliziotto, Jung Ho, che ora di professione fa il protettore il quale comincia a dare la caccia all'individuo che gli sta "vendendo " le ragazze facendogli rimettere un bel pò di soldi, c'è la polizia di Seul che sembra più interessata ad arrestare chi ha imbrattato di escrementi il sindaco più che scoprire chi ha fatto sparire queste giovani donne, c'è una bambina di 7 anni, figlia di Mi Jin (l'ultima ragazza della scuderia di Jung Ho che è misteriosamente sparita) che funge da cassa di risonanza alla coscienza del protettore/datore di lavoro della madre cosicchè quando la donna svanisce nel nulla si mette subito a cercarla.
E scopre chi l'ha contattata (lo stesso che aveva contattato le altre sue ragazze).
Dopo un inseguimento lo cattura e lo porta alla polizia e costui confessa di aver ucciso 12 donne e di averle sepolte in giardino.
Ma finge di non ricordare l'indirizzo.
Da qui in poi il film si trasforma in una lotta contro il tempo perchè Mi Jin è ancora viva e la polizia senza elementi dopo dodici ore deve rilasciare il serial killer anche se ha confessato.
Una lotta ad ostacoli in cui il volitivo Jung Ho deve scontrarsi con tutta la laida inefficienza della polizia,capace solo di ostacolarlo.
The Chaser è il brillante esordio del giovane Hong Jin Na, un thriller dai risvolti noir ed horror che sguazza letteralmente nei generi di riferimento non cercando di riscriverli ma solo di aggiornarli e di adattarli al marcio che c'è in quel di Seul.
Il marcio è dappertutto anche e soprattutto nella polizia corrotta. Ritroviamo le atmosfere dell'imprescindibile Memories of Murder, il martello  simbolo di efferata violenza come in Old Boy (arma che rende perfettamente l'idea di violenza selvaggia), la pioggia battente di Seven.
Un pò tutto di questo appena menzionato con un personaggio tratteggiato con cura (quello di Jung Ho) che da inumano protettore che cerca le sue ragazze solo perchè ha perso un mucchio di soldi, progressivamente scopre qualcosa di assimilabile a una coscienza grazie alla figlia di Mi Jin di cui arriva a diventare padre putativo.
Non c'è la ricerca del colpevole che è scoperto fin da subito, c'è solo una corsa continua contro il tempo da cui ognuno esce sconfitto.
Quello che colpisce di questo esordio è l'incredibile maturità nell'uso del mezzo espressivo, la messa in scena è di cronometrica precisione e toglie letteralmente il fiato, l'ambientazione perlopiù notturna e piovosa contribuisce a esasperare il clima ansiogeno che si respira dal primo all'ultimo minuto.
The Chaser riesce a tenere incollati alla poltrona per le due ore della durata e non cade nemmeno nel finale (non ovvio) che di solito è il punto di debolezza di tanti thriller.
Un film di genere,dunque, un blockbuster da vari milioni di spettatori in Corea che non avrà la profondità autoriale di un Bong Joon Ho ma funziona egregiamente nella sua conclamata efferatezza.  

( VOTO : 8,5 / 10 ) The Chaser (2008) on IMDb

...E ora parliamo di Kevin ( 2011 )

Quale sensazione si ha quando l'impressione è quella di nutrire e crescere il figlio di Satana?
Fino a che punto può arrivare una madre?
A quale estremo si può spingere il concetto di amore materno?
...E ora parliamo di Kevin in realtà parla di questo e di tutta un'altra serie di questioni che vengono esposte in modo asettico davanti agli occhi dello spettatore.
Non parla del Kevin del titolo, o meglio lo usa come maglio per perforare la sensibilità di chi guarda ponendolo di fronte ad interrogativi di soluzione tuttaltro che facile.
Se esiste.
Per dirla in sommi capi il film in questione parla di una strage pianificata nei minimi termini e perpetrata dal Kevin del titolo, un quasi sedicenne ( sotto i sedici anni si evitano sia la condanna a morte che la lunga pena detentiva ) che decide di uccidere altri studenti della sua scuola. Ma lo fa dalla prospettiva della madre di Kevin, donna realizzata e felice che si ritrova a dover resettare tutto e ripartire dalle macerie in cui il figlio ha ridotto la sua vita.
La Ramsay con un copione del genere poteva scivolare facilmente nell'horror o nel mostrare con un certo grado di compiacimento una violenza  insostenibile.
Poteva girare qualcosa di assimilabile a un Carrie di depalmiana memoria ( anche quello fondamentalmente incentrato sul rapporto malato tra una madre e una figlia) e si ritrova ad evocare suggestioni figlie naturali di Elephant di Van Sant ( lo sguardo entomologico e distaccato del narratore ) o di Polytechnique di Villeneuve in cui anche se la strage viene mostrata, il male come nel film della Ramsay sembra avere radici così profonde che non sembrano appartenere alla nostra sfera intellettiva o a questo mondo.
Invece la regista scozzese decide di asciugare il tutto, la violenza non è mai mostrata, viene suggerita ellitticamente e con un montaggio che flette l'unità temporale , riesce continuamente a dare nuova linfa agli interrogativi sparsi per ogni dove durante il film.
In questo modo il tritarifiuti con una semplice inquadratura dello sguardo atterrito della Swinton diventa inesorabile strumento di morte, il libro su Robin Hood che piace tanto a Kevin assume le tristi fattezze di un oscuro presagio e un lucchetto comprato su internet dà subito l'idea della bestialità di quello che è successo senza mostrare nulla o quasi.
...E ora parliamo di Kevin è però sempre focalizzato sul  rapporto tra un figlio indesiderato e una madre che si ritrova a pentirsi ogni giorno che passa di un rapporto mai nato.
La strage che non viene mostrata è solo l'esito di una psiche che ha manifestato sin da subito segni di preoccupante squilibrio, spesso sconfinanti nella malignità luciferina.
L'interrogativo quindi si pone forte e chiaro: che cosa si può fare quando si ha la netta impressione di aver partorito il figlio di Satana?
E , pur riconoscendo una certa cattiveria nei bambini ( ma a un'età superiore rispetto a quella di Kevin che già a 4-5 anni mostra una mente diabolica forse un po' troppo "adulta"), perchè non preoccuparsi quando questo figlio non perde occasione di mostrare la sua componente di malvagità così premeditata?
O forse sono io che cerco la verosimiglianza in tutto, anche dove non dovrei farlo.
...E ora parliamo di Kevin sicuramente sarebbe stato meno efficace senza la straordinaria prova di quel magnifico animale da scena che è Tilda Swinton, uno sguardo e un corpo che perforano lo schermo.
Ma anche Ezra Miller con la sua intensità per certi versi ancora acerba colpisce e affonda.
Ritornando agli interrogativi posti in apertura: si può(deve ) essere madre nonostante tutto?
Quell'abbraccio vuol dire questo e tanto altro, sinonimo di un animo lacerato le cui ferite non guariranno mai.

( VOTO : 8 + / 10 )


We Need to Talk About Kevin (2011) on IMDb