I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.

lunedì 5 marzo 2012

Kinatay ( 2009 )


Kinatay è il resoconto di una notte di massacro (che è appunto il significato del titolo).
Un film il cui intento è trasudare realismo a ogni sequenza , un viaggio sola andata nell'inferno di una notte bastarda dopo la quale nulla sarà uguale a prima.
La realtà viene usata come corpo contundente e la cinepresa come megafono: dopo un inizio tra pranzi, matrimoni, lezioni di criminologia e la confusione disorganizzata di una città come Manila che sembra stata fondata dal dio del caos in persona, la vita del giovane Peping, fresco sposo e con un bimbo di sette mesi da far crescere cambia irrimediabilmente.
Un suo collega di corso lo invita a uno dei suoi raid notturni di fiancheggiamento alla malavita organizzata: si tratta di recuperare crediti ma stavolta forse è diverso. Rapiscono una prostituta che ha contratto troppi debiti per mantenere il suo bambino.
L'orrore ha inizio.
Mendoza in questa sua urgenza di realismo filma di notte lo stesso brulichio che agitava la Manila diurna però stavolta in digitale senza fonti luminose esterne: se nella prima parte il film era una sorta di excursus in un alveare umano, la notte di Manila è fatta di strade invase da veicoli di ogni tipo e da puttane agli angoli dei palazzoni a cui estorcere il pizzo.
Il lungo viaggio alla casa isolata dove avverrà l'irreparabile è solo una preparazione emotiva a quello che succederà dopo in spregio a qualsiasi rispetto per la vita altrui, specie se umana.
Il film di Mendoza è disperato, cinico nello stare lontano dai personaggi, il solo che ha un barlume di umanità è Peping che dopo una notte siffatta ha un conato di vomito che gli impedisce di mangiare assieme agli altri che hanno "fatto " lo sporco lavoro.
Per loro un lavoro e nulla più, per il giovane studente di criminologia qualcosa d'altro ma non si può avere comprensione della sua codardia,del suo silenzio pagato oro.
E quelli che hanno fatto lo sporco lavoro non sono niente altro che poliziotti che "arrotondano" le entrate con lo sfruttamento della prostituzione.

Il cinema di Mendoza è neorealismo nell'era digitale con forse un pizzico di retorica più del dovuto nella ricerca di fornire sempre la massima sgradevolezza.
Kinatay racconta di una notte che diventa anche una sorta di rito di iniziazione a quella che sarà la sua attività futura per il giovane Peping, con la sua bella maglietta del corso di criminologia.
Perchè già sappiamo che sarà obbligato a continuare nello sporco lavoro.
Magari sarà sempre un gregario,sarà sempre nelle retrovie o forse no.
Ma questo non aumenta certo la considerazione che si ha per lui.
Mendoza impedisce sistematicamente qualsisi tentativo di identificazione.
Quello che gli interessa è far partecipare emotivamente lo spettatore al sadismo collettivo della seconda parte di film. Ma forse finisce per attenuare questo senso di disagio con una ostentazione di realismo che lascia più interdetti che disturbati, forse perchè da sempre siamo abituati al luogo comune che il diavolo non è così brutto come lo si dipinge.
Kinatay è film che colpisce più le viscere che il cervello, è il diavolo e Mendoza è il suo sacerdote.
E sembra anche lieto di esserlo.
Pornografia del dolore? Non lo so,questo è il primo film che vedo del regista filippino quindi gli va dato il beneficio del dubbio.
( VOTO 7 / 10 ) Kinatay (2009) on IMDb

Fire of conscience ( 2010 )


Penso che Dante Lam sia regista piuttosto dotato dal punto di vista tecnico, soprattutto per quanto riguarda le scene action di cui il suo cinema letteralmente si nutre.
Il suo difetto sta altrove: è assolutamente incapace di gestire le parentesi melodrammatiche che vuole a tutti i costi inserire nei suoi film.
E questo avviene sia per caratteristiche fisiognomiche degli attori ( i lineamenti orientali possono dar luogo a una minore gamma espressiva) sia per evidenti limiti di scrittura.
Nei film di Lam che ho avuto modo di vedere, il regista non è mai riuscito a calibrare nel modo giusto queste situazioni.
Fire of Conscience non sfugge a questa affermazione: parte con un fermo immagine quasi da videogioco in cui si ammira la complessità di tutto quello che sta accadendo nella schermata e poi si parte con l'introduzione del personaggio principale, il superpoliziotto Manfred (ecco magari anche sul nome si poteva fare di meglio) che con barbetta caprina si aggira dolente con un pregresso di una moglie morta prima di dare alla luce loro figlio per un male incurabile.
Se si bypassa questo pregresso che è inutile per il proseguio della narrazione, il personaggio funziona discretamente perchè Leon Lai è attore piuttosto valido e anche credibile nelle scene action.
Il film invece va a fasi alterne: Dante Lam non delude mai dal punto di vista tecnico riuscendo a dare alla propria opera sempre un'intelaiatura visiva di indubbia piacevolezza.
Se qualcosa possiamo imputare a Fire of Conscience sotto questo profilo è l'ordinarietà delle numerose sequenze action: tutte lunghe , ben fatte e ben strutturate ma a cui manca quel quid di sperimentazione che permetterebbe loro di far restare a bocca aperta come succede di sovente nelle coreografie dei balletti di piombo hongkonghesi.

A Lam stavolta manca la voglia di osare che caratterizza il cinema ad esempio di Johnnie To o di John Woo.
La sceneggiatura inoltre si complica inutilmente con la presenza dell'ufficiale di polizia Kee, personaggio torbido che agisce per tornaconto personale e non per aiutare Manfred( come fa intendere),che arriva in scena con tutto il suo pregresso difficile da decifrare fatto di debiti da scontare con la malavita.
I personaggi poi a un certo punto si moltiplicano senza che vengano adeguatamente contestualizzati creando una certa confusione.
Fire of Conscience però rappresenta uno spettacolo discreto se si sorvola su questi difetti e su un finale in cui ritorna prepotente il peccato originale di Lam: unire la simbologia piuttosto ingenua con il melodramma(stavolta nel passato con un bianco e nero contrastatissimo).
Fire of Conscience non sembra uno dei film più ispirati del cineasta hongkonghese, solo onesto intrattenimento senza tanti voli pindarici.
L'ispirazione è ben altra cosa.

( VOTO : 6 / 10 )  Fire of Conscience (2010) on IMDb

La Antena ( 2007 )


Un crudele Mr Tv in un mondo misterioso al di fuori dal tempo e dallo spazio ha instaurato una dittatura fondata sull'assenza della voce e sull'instillazione di messaggi subliminali partoriti dall'unica voce e che dovrebbero creare un unica coscienza collettiva .
Dall'alto della sua industria massmediatica ha rubato a tutti la voce ma non ha fatto lo stesso con le parole.
E sta a una cantante senza volto, a suo figlio che è senza occhi ma che la voce ce l'ha ( ma non può farla sentire) e a un paio di ex dipendenti della stazione televisiva di Mr Tv,  il tentativo di fomentare una rivolta a questa particolarissima dittatura.
Vi ricorda qualcosa? e se dicessi che il leader maximo di questo regime pseudotecnocratico ha la testa incatramata come qualcuno ben noto alle nostre latitudini?
L'accostamento a quello che succede da noi viene spontaneo.
Tralasciando le note folkloristiche La Antena è un piccolo gioiello di perfida fantascienza distopica.
Apologo contro tutte le dittature in forma di racconto allegorico è un omaggio appassionato al cinema che fu, quello dei pionieri, che sceglie il bianco e nero e l'assenza di dialoghi( tecnicamente è un film muto con il sonoro che tuttavia svolge un ruolo fondamentale) per descrivere una vicenda fantapolitica che ha parecchi, troppi punti in comune con la realtà che stiamo vivendo.
E sceglie una forma desueta ed anacronistica senza però percorrere le scorciatoie emozionali che hanno fatto di The Artist il caso cinematografico di questo 2012.
La Antena è un film in cui il messaggio probabilmente è fin troppo esibito, ma stavolta la raffinatezza della forma permette di rendere meno didascalico il tutto.
C'è da rimanere ammirati dal lavoro fatto dal regista Esteban Sapir sul design del film che partendo dal cinema degli albori (Melies, il Bunuel surrealista coadiuvato dalla pittura di Dalì) e richiamandosi scenograficamente al Metropolis di Lang oltre che all'espressionismo tedesco, arriva a citare il Lynch di Eraserhead  e anche il Frank Miller di Sin City.
I personaggi sono senza voce ma hanno le parole, leggono il labiale e tutti i dialoghi sono racchiusi in bellissimi fumetti che contribuiscono a rendere ancora più allucinata l'atmosfera del film.
Un incubo metafisico che sarebbe sicuramente piaciuto a Orwell.

( VOTO : 8 / 10 )
La antena (2007) on IMDb

sabato 3 marzo 2012

Peacock ( 2010 )

Anni '50, Peacock , Nebraska. Il classico paese dove ci si conosce un po' tutti e si sa ogni cosa di ognuno, poco più di un minuscolo puntino sulla carta geografica, l'angolino della provincia americana dimenticato da Dio ma soprattutto dagli uomini.
Qui, tra gli altri, vive uno strano tipo di nome John Skillpa che lavora in un ufficetto nel seminterrato della banca e ha delle strane abitudini.
Tra le altre quella di travestirsi da donna con tanto di parrucca e di vestiti a fiori per fare la faccende di casa e preparare i pasti che poi John consumerà.
Sappiamo poco di lui, solo che è stato sempre soffocato da una madre dispotica che ora è passata a miglior vita.
Nessuno sa del suo segreto fino a quando un treno deraglia nel suo giardino lasciandogli in dono un vagone adagiato nel prato.
I vicini vedono la donna che abita nella casa di John e da qui a diventare Emma la moglie di John il passo è brevissimo.
Lo spunto potrebbe essere ottimo per un thriller della serie piccoli Norman Bates crescono ma in maniera decisamente sorprendente il regista, l'esordiente Michael Lander, sceglie la strada dello psicodramma esistenziale recidendo subito il cordone ombelicale che lo tiene ancorato a Psyco.

Non ci si interessa dell'evidente patologia di John ma dei risvolti della sua vita , delle piccole e grandi noie quotidiane e soprattutto di tutti gli imprevisti che sorgono all'apparire di Emma.
La direzione del film è ondivaga almeno quanto la mente di John.
Peacock è la storia di un uomo costantemente sul ciglio del baratro, circondato da occhi troppo curiosi e che ha qualche punto di contatto solo con la giovane Maggie, ragazza madre che è una drop out un po' come lui, fuori dalle amicizie che contano e dentro qualsiasi pettegolezzo, anche quello in cui lei non c'entra nulla.
Cillian Murphy eccelle come al solito nell'arte del travestitismo come già appurato nel bellissimo Breakfast on Pluto di Neil Jordan , facendo un eccellente lavoro sulla gestualità e sulla voce mentre è curioso notare che  a Ellen Paige se non incinta la vedono ragazza madre. Insomma non ha l'aria della brava mogliettina.
Tra marcati simbolismi e comparsate illustri Peacock scorre rapido e indolore facendosi notare per una confezione accurata in cui la fotografia di Philippe Rousselot ha un ruolo determinante.
Tralasciando alcune lungaggini qua e là, quello che lascia perplessi di questo film è che c'è un abuso sistematico della sospensione dell'incredulità.
Possibile che non ci sia nessuno che non si accorga della somiglianza impressionante tra John ed Emma?
A parte questo con la sua aria commedia indie a qualcuno può anche piacere.
Un mistero il suo mancato arrivo in sala (non è uscito neanche negli USA).

( VOTO : 6,5 /10 )
Peacock (2010) on IMDb

Hypnosis ( 2011 )


Premessa doverosa: al di là del giudizio finale, per me è meritorio qualsiasi tentativo di riproporre in Italia cinema di genere da parti di nuove leve che devono fare letteralmente miracoli per aggirare l'assenza di budget.
Ed è con questa benvolenza che guardo Hypnosis opera prima di Davide Tartarini e Simone Julian Cerri Goldstein, arrivata al culmine di un decennale di collaborazione.
Hypnosis nelle parole degli autori è un thriller paranormale e possiamo essere anche d'accordo. Racconta la storia di un proiezionista nerd ai limiti della narcolessia che ha visioni mostruose e non ricorda nulla di quello che è accaduto nei suoi primi dieci anni di vita. 
Uno pischiatra con le sue nuove tecinche videodocumentate si incarica di far luce sul suo nebuloso passato facendo venire alla luce il solito, pregresso trauma infantile con annessa sorpresa finale.
Non brilla per originalità e pur parzialmente sprecando un soggetto da cui poteva scaturire senza dubbio qualcosa di più morboso, i registi soprattutto nella seconda parte riescono a inanellare qualche punto a loro favore: azzeccano la location(la misteriosa Crespi D'Adda , paese che trasuda mistero e solitudine nei suoi scenari incantati rimasti fermi alla fine dell'Ottocento, ottima scelta per ambientare un "villaggio dei dannati" in cui germoglia "il seme della follia") con una bella citazione carpenteriana messa a mo' di cappello introduttivo all'arrivo nel paese, indovinano la sequenza del cimitero in stile mockumentary che riesce a far sobbalzare sulla poltrona e congegnano discretamente la rivelazione finale, accumulando però poi un altro paio di finali a mio modo di vedere abbastanza ovvi.
Quello che non va per la maggior parte è dovuto al budget risibile: la fotografia va e viene nel senso che l'illuminazione del film cambia così repentinamente che lascia un attimo disorientati, il protagonista Nicola Baldoni più che (pessimo) attore rappresenta la speranza per tutti i guitti dell'universo che vogliano fare cinema perchè se lui riesce a recitare da protagonista in un film allora lo possono far tutti (e pare anche che la sua carriera proseguirà), ci sono dei buchi di logica nella continuity( tipo colazioni che si trasformano in aperitivi), le scenografie sono spartane, alcuni personaggi secondari assolutamente pleonastici e comunque si ha l'impressione di una certa prolissità in un film che arriva alle soglie dei 100 minuti.
Il risultato è perlomeno curioso: Hypnosis è un ibrido citazionista che va dal Japan horror al gotico padano alla Avati passando per Carpenter e per i vari mockumentaries oggi tanto in voga in cui a una prima parte sostanzialmente poco riuscita  segue una seconda che perlomeno riesce a catturare un minimo di interesse in più.
Più ambizioso che riuscito è un progetto che comunque va in direzione ostinata e contraria rispetto al mainstream cinematografico italiano che sembra volere sfornare solo commedie.E sarà sempre peggio perchè i produttori in tempi di crisi stringeranno ancor più i cordoni della borsa.

( VOTO : 5 / 10 )  Hypnosis (2011) on IMDb

Kill me please ( 2010 )


Che cosa ha di speciale questo Kill me Please che ha vinto a mani basse il Festival Internazionale del film di Roma nel 2010?
Niente.  Anzi tutto.
Opera postmoderna girata in un bianco e nero d'annata, è una pellicola che gioca di sponda con il senso religioso di chi la sta guardando. C'è che resterà inorridito e chi guarderà interessato,sicuramente la pellicola di Olias Barco non sarà trattata con indifferenza. 
L'originalità, I suppose.
Non è un film sul dolce trapasso o su un dr Morte che improvvisamente si materializza da qualche parte in mezzo a catene montuose innevate, è inviso alla gente del paese vicino, ottiene addirittura sovvenzioni statali ed è inseguito dalla guardia di Finanza (esiste anche in altri Paesi la Guardia di Finanza?).
Per quanto mi riguarda è un apologo aguzzo sulla stupidità umana, su quella immensa fregatura che è il libero arbitrio, tutto giocato sui riflessi di una lente grottesca deformante che riesce a caratterizzare in modo impareggiabile ogni personaggio in causa mettendo alla berlina tutte le sue fisime.
Il bianco e nero molto contrastato voluto dal regista Olias Barco ( pare che sia molto esperto della materia ,avendo tentato il suicidio più volte) non è solo un modo per contenere i costi: è una delle bellezze aggiuntive del film immergendolo in un'atmosfera quasi asettica, anestetizzata dal gelo in cui il sangue è grigio e non rosso e la morte che è solo in rari casi dolce come vorrebbe il dr Kruger, arriva perlopiù improvvisa e subdola, a volte anche strappando una risata.
Si ride a denti strettissimi, quasi si sogghingna ma non si può restare indifferenti quando durante lo scontro a fuoco il dr Kruger si fa convincere da un suo paziente a dargli la pistola perchè tiratore scelto e quello maniaco suicida ,ottenuto finalmente e facilmente quello che vuole,si tira una bella pistolettata alla tempia. 

Premesso che molti maschietti vorrebbero morire magari molto anziani ma assieme a Sophie (l'unica morte veramente dolce di tutta la pellicola), Kill me please è un film sulla vita, su quanto possa essere imprevedibile e proprio per questo su quanto valga la pena di viverla.
Può essere anche terapeutico per coloro che hanno certi istinti. Una terapia d'urto perchè toglie ogni valore al gesto del trapasso tanto agognato da molti personaggi del film.
E fa rabbrividire il discorso politico del dr Kruger sul costo economico del suicida per la società d'oggi.
Kill me Please non è la visione di un agnostico sull'aldilà come Hereafter di Eastwood. E neanche uno sguardo malinconico sulla fase autunnale della propria vita immersa nella solitudine più profonda come era Harold e Maude di Hal Ashby. 
E' in realta un film ammantato di gelo ma squarciato da fiammate improvvise di umorismo che più nero non si può, è una discesa negli abissi del ridicolo che si nasconde sempre dietro l'angolo, confuso nell'ombra del beau geste, di quell'atto grandioso che deciderà la vita, sia nel senso di continuarla che in quello di terminarla.
La più grande sfida la si può vincere solo vivendo, afferma Barco.
Ma per ora al massimo siamo morti o X.
Vivi no di certo.

( VOTO 7,5 / 10 ) Kill Me Please (2010) on IMDb

venerdì 2 marzo 2012

Guilty of romance ( 2011 )



Se qualcuno sperava in un addomesticamento dello stile di Shion Sono dopo quel minimo di attenzione riservatagli dai critici occidentali, beh quel qualcuno si sbagliava proprio di grosso. Shion Sono con questo Guilty of romance (titolo internazionale) ritorna senza compromessi con uno dei suoi film più arditi e rischiosi, debordante ed eccessivo come al solito in cui si parla di donne, di sesso, di perversione, di Kafka, di castelli e si finisce nel più squallido dei Love Hotels a mercificare il proprio corpo. Magari anche in saldo.

Tre personaggi di donna alle prese con la propria sessualità, uno che sembra semplicemente il raccordo per raccontare le altre due (la detective Kazuko che all'inizio del film trova un corpo smembrato per comporre due manichini) e altri due che sono analizzati molto più in dettaglio. Da una parte abbiamo la quasi trentenne Izumi, formosa casalinga con un marito scrittore di successo che segue sempre pedissequamente gli stessi orari.
E lei, addomesticata a questa routine, rispetta ogni giorno gli stessi rituali da geisha, si sottomette a una figura maschile per il resto assente in tutti i sensi. Ma lei è felice così. Fino a che riesce ad evadere da questa prigione ovattata, prima  comincia a lavorare in un supermercato e da qui una reazione a catena dalle conseguenze imprevedibili. L'altra figura è quella di Mitsuko, piacente docente universitaria che di notte si prostituisce.
Guilty of Romance è un film sul lato nascosto che ogni persona racchiude dentro di sè, su quel cono d'ombra che è proiettato dal proprio io, su quanto complicato possa essere gestire la propria sessualità e su quanto possa risultare castrante essere incatenati dentro schemi prefissati dalla società.
Diviso in cinque capitoli ognuno con il suo titolo (Izumi Kikuchi, Il castelloOzawa MitsukoIl club delle ammaliatriciLa fine) percorsi trasversalmente da una serie di flashback che cercano di fare chiarezza su una vicenda abbastanza criptica, l'ultimo Shion Sono è molto aggressivo dal punto di vista cromatico, uno stimolante ibrido tra un incubo dalle tonalità pop e suggestioni argentiane estratte direttamente da Suspiria. Oltre a questo troviamo giovani in bombetta che richiamano le clockwork oranges di kubrickiana memoria e una vicenda che a grandi linee ricorda la Bella di giorno di Buñuel ribaltandone il ritmo circadiano.

Il regista nipponico guarda anche indietro alla propria filmografia: il rendez vous al Love Hoteltra Izumi e il marito ricorda molto un'analoga scena di sesso e violenza in Cold Fish e un pò tutta la struttura anarcoide e il cromatismo del film ricordano il folle delirio lynchiano di Strange Circus.
Eccellenti le attrici che si prestano anima e soprattutto corpo per un film ad alto rischio di caduta nel ridicolo involontario con la straordinariamente sexy Megumi Kagurazaka che domina la scena. Da ricordare una sequenza in cui lei davanti allo specchio fa le prove di come deve offrire al pubblico del supermercato le salsicce che deve vendere. Solamente che in questa scena le salsicce non ci sono e neanche i vestiti cosicchè sembra che Izumi debba fare solo la testimonial di se stessa. Del resto la mercificazione del proprio corpo ridotto a mero strumento per fare soldi è uno dei temi principali dell'opera.

Non tutto funziona a dovere in Guilty of romance: qualche passaggio è esageratamente ermetico e la solita tiritera che evoca traumi infantili pregressi è una soluzione alquanto "povera". Dal genio di Shion Sono ci si aspetta sempre di più. Se questo film racconta una discesa agli inferi non inedita è sicuramente originale l'approccio visivo, coloratissimo (invasioni di secchiate di rosa shocking), con molti effetti visivi e primi piani, quando non soggettive che hanno il compito di regalare allo spettatore la visione di un mondo immorale e deformato.

Visto nella versione internazionale di 113 minuti, approvata dal regista, che a differenza di quella da 144 minuti presentata a Cannes non approfondisce molto il personaggio della detective Kazuko ridotto a poco più di un personaggio di raccordo.

"Non avrei mai dovuto imparare le parole, solo perchè conosco il giapponese e qualche parola in una lingua straniera, sono dentro le tue lacrime."

( VOTO : 7,5 / 10 ) 


Guilty of Romance (2011) on IMDb

Alice ou la dernière fugue ( 1977 )



Alice ou la dernière fugue è uno dei film meno conosciuti di Chabrol, una delle sue rarissime incursioni nel mondo del racconto gotico.
Eppure tutto riconduce indubitabilmente allo stile del maestro.
Partendo da una storia di fuga di una donna bella, libera ed emancipata dal solito castrante matrimonio borghese, Chabrol lavora di fino sulle atmosfere rendendo la narrazione un impetuoso crescendo di interrogativi senza facile risposta.
Alice (che di cognome fa Carroll in evidente omaggio allo scrittore) entra in un "paese" degli orrori come se passasse attraverso uno specchio.
Il parabrezza infranto, su cui vede riflesso l'ultimo atto della rottura col marito, la costringe a fermarsi presso una casa un po' trascurata che ha visto sicuramente tempi migliori.
I suoi misteriosi ospiti, un anziano signore e il suo maggiordomo , oltremodo cortesi,  non vogliono domande perchè non forniranno risposte.
La mattina dopo Alice si accorge che la casa e il suo parco sono senza uscita e anche quando le sembra di essere fuggita si ritrova al punto di partenza.
E gli incontri che fa contribuiscono ad incrementare il mistero attorno a quello che la circonda.
Nessun facile espediente per accrescere l'ansia in modo truffaldino, ma solo la sublime arte di Chabrol di evocare un'atmosfera carica di tensione solo attraverso la sua mirabile capacità di far apparire staordinariamente inquietanti cose che fanno parte della banalità quotidiana, come può essere un pendolo fermo che ricomincia a funzionare o un'ombra che si allunga in modo inquietante su un muro.
Pura magia del cinema e capacità superiore nell'uso del mezzo espressivo marchiano a fuoco Alice ou la dernière fugue.
Chabrol immerge il film in suggestioni oniriche, spunti psicanalitici, accetta di entrare nel mare magnum del racconto fantastico senza modificare il proprio modo di girare pragmatico e puntuale.
E vince la scommessa.

Anche la scelta apparentemente temeraria di avere come protagonista Sylvia Kristel, diventata un paio di anni prima icona erotica di una generazione grazie a Emmanuelle, si rivela vincente.
L'attrice olandese è di una bellezza sconvolgente ma non è sfruttata da Chabrol per evocare erotismo (anche se c'è una sequenza di nudo integrale che però appare ben inserita nel contesto e non gratuita).
Il suo sguardo fisso , la sua espressività abbastanza limitata sono assolutamente funzionali alla narrazione, inoltre non ha molti dialoghi nel film.
Però ha un bel personaggio: mai doma, ostinata e mai rassegnata a subire passivamente quello che le sta accadendo intorno.
Alice ou la dernière fugue è un film assolutamente da riscoprire: dedicato alla memoria di Fritz Lang (ed omaggiato con uno stile che richiama l'espressionismo tedesco in alcuni frangenti) è un film assolutamente coerente alla carriera del maestro francese perchè pur rappresentando un'inedita incursione nel genere fantastico, ha uno stile immediatamente riconducibile alle altre opere del grande regista francese.
Disponibile l'edizione francese del dvd.

( VOTO : 7,5 / 10 ) 

Trollhunter ( 2010 )


Se riescono anche in Norvegia a fare un mockumentary ( quasi) horror discretamente congegnato come questo e con un budget tuttaltro che limitato per il tipo di operazione(3 milioni di dollari fonte Imdb) vorrei sapere perchè qui in Italia non è possibile fare una cosa del genere.
Trollhunter riprende la tecnica del mockumentary senza esagerare troppo con la camera a mano e l'effetto mal di mare connesso: nella narrazione vengono inserite intellgentemente molte variazioni che hanno il compito di spezzare la tensione e soprattutto di far riposare gli occhi e lo stomaco allorchè il film segue i cacciatori di troll alla ricerca delle loro prede.
Prede che vengono mostrate interamente, addirittura di fronte per averne una fugace quanto completa visualizzazione. Cosa che di solito non avviene durante questo tipo di film in cui il "mostro" viene nascosto con tutta una serie di trucchi e artifici registici.
Personalmente avrei preferito qualcosa di più misterioso ma probabilmente questa scelta va inserita nel contesto non particolarmente serioso del film che spesso indugia in parentesi più "leggere"(per modo di dire). 
A vederlo il troll non si sa se mette paura o fa solo ridere,è a metà tra il brutto e il buffo e non so se era questo l'effetto che gli autori avevano intenzione di evocare. C'è però un ottimo lavoro di computer grafica nella loro caratterizzazione e nella loro differenziazione, perchè ne vengono mostrati di diversi tipi ( addirittura!).
Il debito principale si deve pagare alla strega di Blair perchè in fondo andare a cercare un troll basandosi su documenti redatti da altri, avvistamenti e cose simili è l'espediente usato come spunto per The Blair Witch project.
Ma qui l'aspetto è molto meno amatoriale che nel film americano, del resto anche i costi di produzione sono diversi. Belle le riprese notturne ad infrarossi chiaramente ispirati alla scheggia orrorifica di [Rec].
Interessanti spunti di folklore norreno si hanno nella descrizione delle abitudini dei troll, delle loro caratteristiche fisiologiche (stile documentario National Geographic) e decisamente curioso metterli in relazione a molti delle sciagure che si sono abbattute sull'uomo degli ultimi anni.E poi ci sono gli inseguimenti di questi mostri informi che sono il nucleo pulsante del film, gli unici che evocano quel minimo di adrenalina che ogni horror dovrebbe evocare. 
Ma il punto sta sempre lì.

Probabilmente non stiamo parlando di un horror ma di un divertissment cinefilo che un'azzeccato marketing ha permesso di esportare oltre i propri meriti all'esterno dell minuscolo mercato cinematografico norvegese.
Prodotto professionale in cui il divertimento ha alcune pause, molto migliore di tanti corrispettivi oltreoceano si avvale di scenari naturali favolosi che non potrebbero essere ricreati con nessun effetto speciale.
Gli attori che danno il volto ai tre studenti non sono eccezionali mentre è buona la prova di Otto Jespersen nella parte del "trollhunter" Hans,uomo dal passato sofferto e misterioso che vive la caccia al mostro come missione ineludibile.E non riconosciuta da nessuno.
Mi sembra anche chiaro un messaggio ecologista che percorre neanche tanto sotterraneamente il film: la natura dovrebbe essere sempre rispettata.
Soprattutto  dagli umani perchè i  troll,in fondo, sono poco più che  colossali divoratori di tutte le schifezze che è in grado di produrre quello strano animale che è l'uomo.

( VOTO : 7 / 10 )  Trollhunter (2010) on IMDb

Oslo, 31st. August ( 2011 )


Oslo: ultimo giorno d'estate.
Il trentaquattrenne Anders è un tossicodipendente che sta ultimando il processo di disintossicazione in una struttura parasanitaria in piena campagna e ha ottenuto il permesso per  un colloquio di lavoro da sostenere nella natia Oslo.
L'occasione per reimmergersi idealmente e concretamente in un passato non semplice da sostenere.
Anders trova vecchi amici, anela disperatamente a sentire almeno la voce della sua ex ragazza a cui lascia continuamente messaggi in segreteria, cerca di contattare la sua famiglia che sembra però in altre faccende affaccendata, in una parola ritrova il suo passato che sembrava aver dimenticato da tempo.
Oslo, 31st. August è un road movie da fermo in cui il percorso è solo esistenziale.
Anders è rimasto cristallizzato in un limbo impermeabile alle sollecitazioni esterne, alcuni dei suoi amici hanno continuato il loro percorso vitale nel più rigido dei conformismi: studio, laurea, lavoro, matrimonio e figli. Altri continuano a fingere di avere ancora vent'anni.
Ma l'infelicità li azzanna alla gola.
Anders diviene la cassa di risonanza dell'altrui insoddisfazione, lo specchio deformante in cui intuire il percorso della propria autostrada per la mediocrità. O per l'inferno.
Anders trascorre la notte ad Oslo tra vecchie e nuove conoscenze impegnato in un itinerario ideale che di salvifico ha poco o nulla.
Anzi.

L'ultimo giorno dell'estate di Oslo diventa il canto del cigno di un periodo della vita dell' Anders irredento perchè ancora schiavo dei suoi errori passati.
L'opera seconda del trentasettenne Trier ( parente?) a cinque anni dal pluriosannato esordio Reprise, è il ritratto intenso di un giovane nel guado, che si ritrova in un mondo che sente non appartenergli più.
Ma a giudicare dai suoi incontri, fortuiti o meno, il suo è un sentimento di disagio generazionale comune a molti suoi amici di un tempo, anche alla sua ex che si sente inadeguata perchè ormai trentenne( non c'è un trentenne che non stia con una ventenne, afferma parlando con Anders).
Il film di Trier è idealmente vicino a quella stagione irripetibile che è la Nouvelle Vague francese per quell'aria sempre provvisoria dei personaggi e soprattutto per quelle riprese che sembrano rubate dalla vita di Anders costantemente pedinato durante tutto il film.
Liberamente ispirato al romanzo Fuoco Fatuo di Pierre Drieu La Rochelle, Oslo, 31st. August, presentato nella sezione Un Certain Regard nella 64esima edizione del Festival di Cannes, è tipico esponente di un cinema scandinavo che sta guardando con sempre maggiore insistenza al disagio delle nuove generazioni.
Eccellente la prova di Anders Danielsen Lie che sembra portarsi dentro il dolore che  pervade il protagonista fin dalla prima inquadratura.

( VOTO : 8 / 10 ) Oslo, August 31st (2011) on IMDb