Marco Contrada è un etologo che è solito addentrarsi negli impenetrabili boschi del Friuli per osservare gli animali selvatici. Una sera per seguire uno di quegli animali nota un borgo diroccato oltre un torrente nelle vicinanze. Col furgone munito di tutte le attrezzature per l'osservazione attraversa il fiumiciattolo che si sta ingrossando sempre più a causa della pioggia e comincia a esplorare il vecchio borgo abbandonato dove trova carcasse di animali orrendamente mutilati forse a causa di un non ben precisato predatore.
E' solo ma strani rumori e fenomeni misteriosi accadono mentre lui è lì.
Il torrente rende impraticabile la via del ritorno e in sovrappiù misteriosamente gli sparisce anche il furgone.
Marco è imprigionato nel borgo e sente delle presenze che non sembrano molto amichevoli nei suoi confronti....
Lorenzo Bianchini è un regista friulano che si è ormai costruito una carriera rispettabilissima all'interno del circuito indipendente.
Specializzato in film ultra low budget ( praticamente no budget) è uno di quei nomi della scena italiana che è più rispettato e conosciuto all'estero rispetto all'Italia.
Delittuosamente , perché Bianchini è dotato di talento e ha dimostrato nelle sue opere di avere una sua maturità nell'approccio al genere che predilige, l'horror.
Oltre il guado ( che all'estero circola con il titolo di Across the River) è il suo ultimo film, una produzione che ha fatto il giro dei Festival specializzati raccogliendo pareri positivi un po' ovunque e vincendo tra gli altri anche un paio di premi al Fantafestival del 2014 e al Fantasia Film Festival del 2013.
Voglio solo sperare che il suo encomiabile lavoro di oltre 10 anni di carriera venga notato da un produttore sufficientemente coraggioso da affidargli un budget adeguato per realizzare qualcosa di più corposo.
Non che i suoi film siano manchevoli di qualcosa, perché la regia fluida e matura di Bianchini riesce sempre a bypassare i problemi dati dalla mancanza di budget ma c'è curiosità nel vederlo al lavoro con un capitale adeguato a disposizione.
Il solito problema di cui parlavamo un paio di giorni fa riguardo a The Canal : anche in un Paese piccolo come l'Irlanda, in profonda crisi economica , si spendono soldi per finanziare film di genere, in Italia si finanziano sempre i soliti noti perché amici o amici degli amici....
Ma veniamo a Oltre il guado: mi viene da definirlo horror atmosferico in quanto Bianchini fa parlare soprattutto le immagini prescindendo del tutto o quasi dai dialoghi, praticamente extradiegetici in quanto al massimo riportano l'attività lavorativa del protagonista e raccontano molto parzialmente la storia di quel borgo nelle parole di due vecchi che parlano in sloveno.
Oltre il guado è un film sull'attesa in cui Bianchini non usa squallidi mezzucci da film de paura ma colora un mondo notturno ricchissimo di suggestioni, un vero e proprio concerto macabro di versi di animali e di rumori che Marco non riesce a distinguere ( ma gli fanno paura) rendendo di fatto inutile qualsiasi tipo di effetto speciale .
Si arguisce da quanto detto che l'ultima opera di Bianchini ha un approccio originale al genere e sposta l'occhio della cinepresa su quanto accade attorno al protagonista , solo, in un borgo abbandonato con un aspetto talmente spettrale da far vacillare ogni certezza nell'animo di un uomo votato alla scienza e che quindi cerca di affrontare tutto razionalmente, a mente fredda.
Ma stavolta non è possibile.
La scienza non c'entra.
Il vero protagonista di tutto è quindi il borgo fantasma che incombe su Marco, una presenza maligna che man mano lo ingloba in un abisso senza fondo.
Un po' come era successo in uno dei film precedenti, quel Custodes Bestiae che nell'ultima parte era ambientato proprio come Oltre il guado in una specie di paesello fantasma.
Bianchini, pur essendo specialista nel far le nozze coi fichi secchi non ha nulla da invidiare a colleghi (stranieri) ben più quotati di lui, almeno nell'opinione dei fans.
Non gira un mockumentary come sarebbe stato molto più comodo ma propone un'opera probabilmente di nicchia ( quanti fan puri e crudi dell'horror sopportano la quasi totale assenza di dialoghi?) che però sprigiona talento e voglia di dire qualcosa di nuovo in un genere inflazionato come l'horror.
Guardate questo film, non ve ne pentirete! Si trova anche facilmente in vendita per un pugnetto di euro.
Support Lorenzo Bianchini! Support italian cinema!
E già che ci siete leggete anche la recensione di Lucia, nostra signora dell'horror, è molto meglio della mia.
PERCHE' SI : horror atmosferico, esperienza multisensoriale, ambientazione riuscitissima
PERCHE' NO: film realizzato con buidget ridicolo , la fotografia non è sempre all'altezza.
( VOTO : 7 / 10 )
I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.
giovedì 20 novembre 2014
mercoledì 19 novembre 2014
Frank ( 2014 )
Jon è un giovane impiegatuccio con sogni repressi da musicista quando strimpella la sua tastiera a casa componendo canzoni non propriamente riuscite.
Un giorno per pura coincidenza assiste al tentativo di suicidio del tastierista di una band indie rock, i Soronprfbs, che deve fare un concerto la sera stessa. Parla con un altro membro del gruppo e viene scritturato all'istante come tastierista per la serata che sarà un disastro senza mezzi termini ma in cui avrà la possibilità di conoscere Frank, ombroso e versatile cantante oltre che principale compositore della band che va in giro da anni con un' enorme testa di cartapesta a nascondere la sua faccia.
Jon viene chiamato addirittura per registrare il loro nuovo disco, in mezzo al nulla nel verde irlandese.
Avrà modo di conoscere meglio gli altri membri della band, tutti più o meno con dei trascorsi da pazienti psichiatrici, e cercherà di carpire il segreto dell'ispirazione di Frank....
Ispirato all'esperienza autobiografica di Jon Ronson, cosceneggiatore del film e tastierista alle spalle di Frank Sidebottom uno dei personaggi interpretati dal comico e musicista inglese Chris Sievey, il film di Lenny Abrahamson, un tosto dublinese che nella sua carriera ha già dimostrato di saperci fare con ritratti di personaggi al limite o anche oltre il limite, come i protagonisti di Garage e Adam & Paul, cerca di essere ben più di un film su una band dal nome impronunciabile ( una bestemmia nel music business in cui i nomi devono essere lapidari, pronunciabilissimi e devono rimanere in testa) capeggiata da un leader che ha il vezzo di portare un testone di cartapesta a coprire la sua faccia e a complicargli tremendamente la vita.
Frank è la storia di due parabole: una che va a compimento, quella di Frank stesso e del suo gruppo votato fin dall'inizio all'autodistruzione perché incapace di gestirsi e di amministrare la notorietà crescente almeno su internet, e una che rimane sospesa , a mezz'aria, che è quella di Jon, impiegato grigio e maldestro col sogno di essere musicista e che per almeno un breve lasso di tempo riesce a coronare la sua aspirazione, anche se ad altissimo prezzo, sia economico che personale.
Abrahamson inanella una serie di personaggi che rimangono impressi per la psicopatologia che invade decisamente la loro quotidianità e azzecca una parte centrale del film , quella della registrazione del disco in un cottage in mezzo al nulla della verdissima campagna irlandese, che ci regala l'essenza della vita in studio di una band alle prese col processo creativo che porterà alla loro musica.
E molto del film vive proprio del rapporto ispido , contraddittorio, adorante per certi versi ma anche molto distante per altri , dei vari musicisti con il loro leader Frank, uno capace di cavar fuori una canzone e una melodia vincenti ispirandosi addirittura ai calzini variopinti di Jon.
Ecco il rapporto contraddittorio tra i vari membri della band e Frank sta proprio in questo : loro a faticare tremendamente per tirar fuori composizioni mediocri ( e Jon, ottimo Domhnall Gleeson nella parte, è come loro, vorrebbe rubare a Frank il segreto della sua ispirazione) e il loro leader a tirar fuori idee molto migliori delle loro.
Insomma quando Dio distribuiva il talento Frank si è messo in fila diverse volte.
Accanto a questo si parla di social network, perché la band sembra essere molto più virale su internet che nella realtà di concerti per nulla affollati ( e quindi si fa notare lo slittamento netto che c'è tra il virtuale della notorietà su internet e il reale) e di rock che sembra poter essere fatto solo da personaggi sopra e oltre le righe.
Del resto se Syd Barret si ispirava fumando cose non troppo lecite e abusando di acidi....
Il problema di Frank, il film, è che nella seconda parte prende una deriva da film indie americano, il classico stile Sundance che era riuscito ad evitare in una prima parte vivace e discretamente originale, con i nodi che vengono al pettine e quel faccione di cartapesta , indossato con classe sopraffina da un Fassbender prestatosi ottimamente al gioco, che inesorabilmente si sgretola .
Il rapporto tra Frank e Jon , quando rimangono soli, è gestito con un pizzico di fretta, con l'ansia di dover chiudere il film in una maniera o nell'altra e anche mostrare il vero volto di Fassbender, la maschera che si sbriciola letteralmente è il segno di voler tirare una linea netta.
Altra cosa da imputare a un film che parla di una band rock alle prese con la sua musica è la mancanza sostanziale della stessa musica che rendeva leggendario un altro film irlandese sull'ascesa e sulla caduta di una band come The Commitments.
Un film su una rock band senza musica è come un fiore senza petali, è un mondo senza colori.
Ma Frank lascia molto di sé anche dopo i titoli di coda....
PERCHE' SI : Frank e il suo testone di cartapesta non si dimenticano facilmente, bella galleria di personaggi sopra e oltre le righe, eccellente parte centrale.
PERCHE' NO : finale un po' sfilacciato in cui si perde la magia della prima parte, manca la musica!
( VOTO : 7 / 10 )
Un giorno per pura coincidenza assiste al tentativo di suicidio del tastierista di una band indie rock, i Soronprfbs, che deve fare un concerto la sera stessa. Parla con un altro membro del gruppo e viene scritturato all'istante come tastierista per la serata che sarà un disastro senza mezzi termini ma in cui avrà la possibilità di conoscere Frank, ombroso e versatile cantante oltre che principale compositore della band che va in giro da anni con un' enorme testa di cartapesta a nascondere la sua faccia.
Jon viene chiamato addirittura per registrare il loro nuovo disco, in mezzo al nulla nel verde irlandese.
Avrà modo di conoscere meglio gli altri membri della band, tutti più o meno con dei trascorsi da pazienti psichiatrici, e cercherà di carpire il segreto dell'ispirazione di Frank....
Ispirato all'esperienza autobiografica di Jon Ronson, cosceneggiatore del film e tastierista alle spalle di Frank Sidebottom uno dei personaggi interpretati dal comico e musicista inglese Chris Sievey, il film di Lenny Abrahamson, un tosto dublinese che nella sua carriera ha già dimostrato di saperci fare con ritratti di personaggi al limite o anche oltre il limite, come i protagonisti di Garage e Adam & Paul, cerca di essere ben più di un film su una band dal nome impronunciabile ( una bestemmia nel music business in cui i nomi devono essere lapidari, pronunciabilissimi e devono rimanere in testa) capeggiata da un leader che ha il vezzo di portare un testone di cartapesta a coprire la sua faccia e a complicargli tremendamente la vita.
Frank è la storia di due parabole: una che va a compimento, quella di Frank stesso e del suo gruppo votato fin dall'inizio all'autodistruzione perché incapace di gestirsi e di amministrare la notorietà crescente almeno su internet, e una che rimane sospesa , a mezz'aria, che è quella di Jon, impiegato grigio e maldestro col sogno di essere musicista e che per almeno un breve lasso di tempo riesce a coronare la sua aspirazione, anche se ad altissimo prezzo, sia economico che personale.
Abrahamson inanella una serie di personaggi che rimangono impressi per la psicopatologia che invade decisamente la loro quotidianità e azzecca una parte centrale del film , quella della registrazione del disco in un cottage in mezzo al nulla della verdissima campagna irlandese, che ci regala l'essenza della vita in studio di una band alle prese col processo creativo che porterà alla loro musica.
E molto del film vive proprio del rapporto ispido , contraddittorio, adorante per certi versi ma anche molto distante per altri , dei vari musicisti con il loro leader Frank, uno capace di cavar fuori una canzone e una melodia vincenti ispirandosi addirittura ai calzini variopinti di Jon.
Ecco il rapporto contraddittorio tra i vari membri della band e Frank sta proprio in questo : loro a faticare tremendamente per tirar fuori composizioni mediocri ( e Jon, ottimo Domhnall Gleeson nella parte, è come loro, vorrebbe rubare a Frank il segreto della sua ispirazione) e il loro leader a tirar fuori idee molto migliori delle loro.
Insomma quando Dio distribuiva il talento Frank si è messo in fila diverse volte.
Accanto a questo si parla di social network, perché la band sembra essere molto più virale su internet che nella realtà di concerti per nulla affollati ( e quindi si fa notare lo slittamento netto che c'è tra il virtuale della notorietà su internet e il reale) e di rock che sembra poter essere fatto solo da personaggi sopra e oltre le righe.
Del resto se Syd Barret si ispirava fumando cose non troppo lecite e abusando di acidi....
Il problema di Frank, il film, è che nella seconda parte prende una deriva da film indie americano, il classico stile Sundance che era riuscito ad evitare in una prima parte vivace e discretamente originale, con i nodi che vengono al pettine e quel faccione di cartapesta , indossato con classe sopraffina da un Fassbender prestatosi ottimamente al gioco, che inesorabilmente si sgretola .
Il rapporto tra Frank e Jon , quando rimangono soli, è gestito con un pizzico di fretta, con l'ansia di dover chiudere il film in una maniera o nell'altra e anche mostrare il vero volto di Fassbender, la maschera che si sbriciola letteralmente è il segno di voler tirare una linea netta.
Altra cosa da imputare a un film che parla di una band rock alle prese con la sua musica è la mancanza sostanziale della stessa musica che rendeva leggendario un altro film irlandese sull'ascesa e sulla caduta di una band come The Commitments.
Un film su una rock band senza musica è come un fiore senza petali, è un mondo senza colori.
PERCHE' SI : Frank e il suo testone di cartapesta non si dimenticano facilmente, bella galleria di personaggi sopra e oltre le righe, eccellente parte centrale.
PERCHE' NO : finale un po' sfilacciato in cui si perde la magia della prima parte, manca la musica!
( VOTO : 7 / 10 )
martedì 18 novembre 2014
The Canal ( 2014 )
L'archivista di film David vive felicemente con sua moglie Alice e con il figlio Billy , appena entrato in età scolare, nella loro bella casa comprata quando Alice era incinta.
David è un po' stressato al lavoro e comincia a sospettare fortemente che la moglie lo tradisca.
Inoltre grazie alla sua collega di lavoro Claire scopre grazie a rarissimi filmati d'archivio che la loro casa fu teatro di un gravissimo fatto di sangue risalente al 1902 quando un uomo assassinò la moglie e i due figli.
Da quel momento in poi la casa sembra ospitare misteriose presenze.
Quando Alice non ritorna a casa per una notte, David ne denuncia subito la scomparsa col solo risultato che diventa subito il primo sospettato della sparizione.
David inoltre non ricorda molto bene quello che accadde quella sera quando , insospettito dal suo atteggiamento, cominciò a seguire la moglie.....
Diavoli di irlandesi ce l'hanno fatta un'altra volta : con il classico film costato due sterline, finanziato con i soldi della lotteria e con gli incentivi sulla tassazione, riescono ancora una volta a tirare fuori un prodotto formalmente curato, anzi molto curato, è la prima cosa che salta all'occhio in questa pellicola, e pronto per l'esportazione in più Paesi possibili.
Segno che in Irlanda amano anche sporcarsi col cinema di genere , senza alcuna paura e senza alcuna preclusione, mentre qui da noi vengono finanziati sempre i soliti noti e sempre per film appartenenti allo stesso genere, inutile che mi stia a ripetere per l'ennesima volta.
Veniamo a The Canal: dalla sinossi si rende evidente che non ci troviamo di fronte a qualcosa di schiettamente originale, anzi sembra la solita storia trita e ritrita di case infestate e di fantasmi personali che condizionano le vite dei protagonisti.
Visto poi dopo quello squassante masterpiece di The Babadook , diciamo che un po' l'aspettativa ne risente perché The Canal gioca parzialmente sul terreno del film di Jennifer Kent ( in fondo David combatte per tutto il film col suo babadook che non ne vuole sapere di starsene chiuso nell'armadio) declinando il tutto al maschile e aggiungendo per speziare una storia di tradimenti.
Il film mette subito in chiaro di che cosa vuole parlare: fantasmi
Ma da intendere in senso lato.
Quello che vien fuori è un vortice di suggestioni che partono da una casa diventata troppo grande per il padre e per il figlio e in cui risuona fragorosa l'assenza della madre, ma l'occhio del ciclone di questo vortice è in realtà proprio David, una mente sempre più in bilico tra realtà e incubo, quasi ansiosa di imboccare un abisso nero e senza fondo in cui perdersi definitivamente.
Interessante che un'altra chiave di volta del mistero sia una specie di sottopasso vicino al canale che dà il titolo al film, una cosa che fa molto In Absentia, titolo supercult targato Mike Flanagan ( quello di Oculus ) ma soprattutto è interessante il modo di girare di Kavanagh che con una regia preziosa, ricercata, di una raffinatezza non frequente da trovare nel genere, riscatta, almeno parzialmente la pressoché totale mancanza di originalità dello script.
Addirittura ho letto che per quanto concerne le parti riguardanti l'omicidio plurimo del 1902 , Kavanagh abbia girato con una cinepresa del 1915, un vero e proprio residuato bellico, protagonista a sua volta di una delle sequenze cardine del film.
La fotografia di pregio e un montaggio asfissiante nell'ultima parte del film si rivelano come altri due preziosi valori aggiunti che contribuiscono nel piacere epidermico di una visione comunque soddisfacente per il fan dell'horror e di generi affini.
Infine una notazione per il finale: un frammento di cattiveria vera, un violento colpo basso ma di quelli che ti fanno rivalutare in positivo un lavoro che risente di molte influenze ma che cerca di rielaborarle in modo personale.
Riuscendoci a fasi alterne.
Ma Ivan Kavanagh è un regista da tenere d'occhio....
PERCHE' SI : stile registico ricercato, ottimi fotografia e montaggio, un finale che è un vero colpo basso
PERCHE' NO : visto dopo The Babadook un po' sbiadisce, lo script è poco originale, il piacere della visione resta solo in superficie...
( VOTO : 6,5 / 10 )
David è un po' stressato al lavoro e comincia a sospettare fortemente che la moglie lo tradisca.
Inoltre grazie alla sua collega di lavoro Claire scopre grazie a rarissimi filmati d'archivio che la loro casa fu teatro di un gravissimo fatto di sangue risalente al 1902 quando un uomo assassinò la moglie e i due figli.
Da quel momento in poi la casa sembra ospitare misteriose presenze.
Quando Alice non ritorna a casa per una notte, David ne denuncia subito la scomparsa col solo risultato che diventa subito il primo sospettato della sparizione.
David inoltre non ricorda molto bene quello che accadde quella sera quando , insospettito dal suo atteggiamento, cominciò a seguire la moglie.....
Diavoli di irlandesi ce l'hanno fatta un'altra volta : con il classico film costato due sterline, finanziato con i soldi della lotteria e con gli incentivi sulla tassazione, riescono ancora una volta a tirare fuori un prodotto formalmente curato, anzi molto curato, è la prima cosa che salta all'occhio in questa pellicola, e pronto per l'esportazione in più Paesi possibili.
Segno che in Irlanda amano anche sporcarsi col cinema di genere , senza alcuna paura e senza alcuna preclusione, mentre qui da noi vengono finanziati sempre i soliti noti e sempre per film appartenenti allo stesso genere, inutile che mi stia a ripetere per l'ennesima volta.
Veniamo a The Canal: dalla sinossi si rende evidente che non ci troviamo di fronte a qualcosa di schiettamente originale, anzi sembra la solita storia trita e ritrita di case infestate e di fantasmi personali che condizionano le vite dei protagonisti.
Visto poi dopo quello squassante masterpiece di The Babadook , diciamo che un po' l'aspettativa ne risente perché The Canal gioca parzialmente sul terreno del film di Jennifer Kent ( in fondo David combatte per tutto il film col suo babadook che non ne vuole sapere di starsene chiuso nell'armadio) declinando il tutto al maschile e aggiungendo per speziare una storia di tradimenti.
Il film mette subito in chiaro di che cosa vuole parlare: fantasmi
Ma da intendere in senso lato.
Quello che vien fuori è un vortice di suggestioni che partono da una casa diventata troppo grande per il padre e per il figlio e in cui risuona fragorosa l'assenza della madre, ma l'occhio del ciclone di questo vortice è in realtà proprio David, una mente sempre più in bilico tra realtà e incubo, quasi ansiosa di imboccare un abisso nero e senza fondo in cui perdersi definitivamente.
Interessante che un'altra chiave di volta del mistero sia una specie di sottopasso vicino al canale che dà il titolo al film, una cosa che fa molto In Absentia, titolo supercult targato Mike Flanagan ( quello di Oculus ) ma soprattutto è interessante il modo di girare di Kavanagh che con una regia preziosa, ricercata, di una raffinatezza non frequente da trovare nel genere, riscatta, almeno parzialmente la pressoché totale mancanza di originalità dello script.
Addirittura ho letto che per quanto concerne le parti riguardanti l'omicidio plurimo del 1902 , Kavanagh abbia girato con una cinepresa del 1915, un vero e proprio residuato bellico, protagonista a sua volta di una delle sequenze cardine del film.
La fotografia di pregio e un montaggio asfissiante nell'ultima parte del film si rivelano come altri due preziosi valori aggiunti che contribuiscono nel piacere epidermico di una visione comunque soddisfacente per il fan dell'horror e di generi affini.
Infine una notazione per il finale: un frammento di cattiveria vera, un violento colpo basso ma di quelli che ti fanno rivalutare in positivo un lavoro che risente di molte influenze ma che cerca di rielaborarle in modo personale.
Riuscendoci a fasi alterne.
Ma Ivan Kavanagh è un regista da tenere d'occhio....
PERCHE' SI : stile registico ricercato, ottimi fotografia e montaggio, un finale che è un vero colpo basso
PERCHE' NO : visto dopo The Babadook un po' sbiadisce, lo script è poco originale, il piacere della visione resta solo in superficie...
( VOTO : 6,5 / 10 )
lunedì 17 novembre 2014
Due giorni, una notte ( 2014 )
Sandra ha un marito e due figli che la amano e lavora presso una piccola fabbrica di pannelli solari.
O meglio lavorava perché soffre di depressione ed è stata lontana dal lavoro per circa un anno.
Il capo ha scoperto che può fare benissimo a meno di lei e propone ai suoi colleghi un bonus economico ( mille euro) in cambio del licenziamento di Sandra.
Naturalmente votano per il suo licenziamento ma una sua amica , Manu, ottiene di far ripetere la votazione perché a suo dire condizionata dal capo reparto.
Sandra avrà un week end per far schierare la metà più uno dei colleghi dalla sua parte ed evitare così il licenziamento.
Dovrà andare a parlare con loro a uno a uno....
A proposito del film precedente dei fratelloni belgi, Il ragazzo con la bicicletta, avevamo parlato di un loro percorso di avvicinamento al cinema mainstream che si rendeva evidente mediante aspetti formali ( fotografia brillante ricca di colori saturi, ambientazione in bei quartieri residenziali e non nelle classiche , squallide periferie, l'utilizzo di un'attrice francese importante come Cecile De France come spalla al piccolo protagonista) che sostanziali ( una storia meno rancorosa del solito , praticamente un lieto fine in quello che appariva essere il loro film più "riconciliato").
Ricevute e archiviate svariate critiche per questi aspetti "nuovi" del loro cinema i Dardenne che fanno?
Marcia indietro anche se molto parziale e alla loro maniera.
Due giorni , una notte racconta di una lotta tra poveri che si accapigliano per un infimo bonus ( che però permette di fare tante cose, squisitamente inutili come ampliare casa o sistemare un giardino) e per un posto di lavoro che è la preda sacrificale proposta dal padrone ai suoi sottoposti per guadagnarsi quell'obolo da miserabili.
Si mette a nudo l'altra faccia del proletariato, quella cattiva, egoista, gretta in un gioco orchestrato da un padrone che , beandosi, guarda tutto dalle sue stanze dorate e , neanche tanto segretamente, gongola per il potere che ha e che utilizza nel modo più deteriore.
In realtà , a naso, conoscendo un po' l'attività dei sindacati, questo risulta essere un assunto quanto mai debole e criticabile, forse anche illegale.
E' mai davvero possibile che tutto questo succeda senza che intervenga un ispettorato del lavoro o qualche organismo atto alla tutela dei diritti degli operai?
Se da noi appare qualcosa di tristemente fattibile, non giurerei che la stessa cosa si possa fare in un Paese come il Belgio, afflitto come noi dalla crisi economica ma sicuramente meglio organizzato anche in virtù del suo essere grande poco più della Lombardia e con più o meno lo stesso numero di abitanti.
Ma lasciamo perdere questo aspetto che non è il nocciolo centrale del film.
Devo dire che ho provato un pizzico di delusione, forse anche più di un pizzico, nel vedere questo film.
Vedere assieme due registi che amo alla follia e un'attrice che considero magnifica, sicuramente nell'Olimpo delle interpreti contemporanee, per me era praticamente un sogno sperando in quel capolavoro che non era stato Il ragazzo con la bicicletta.
E invece non lo è neanche questo loro ultimo lavoro .
I Dardenne cercano di tornare al cinema verità dei loro esordi pedinando la protagonista come nei loro film migliori , ma stavolta la protagonista è Marion Cotillard, una che pure se le metti uno straccio addosso è sempre di una bellezza straordinaria, anche se non le metti un filo di trucco è seducente come non mai, basta solo guardarla negli occhi e ti accorgi che in quello sguardo vorresti annegare.
Ecco, una così , in un'operazione di ultrarealismo, a fare l'operaia non ce la vedi proprio.
E anche se è vestita sempre con una canottierina di poche pretese, un jeans attillato e le bretelle del reggiseno in vista risulta essere sempre svariati gradini più su rispetto agli altri attori, spesso alla prima esperienza come il verbo del realismo docet, oppure alle varie facce che lei incrocia e che hanno già assaggiato il cinema dei Dardenne.
Si vede che Marion Cotillard è prestata a quel mondo non facendone parte, si avverte in maniera netta lo slittamento tra la sua recitazione e quella dei svariati non professionisti usati nel film, anche quel suo abbigliamento sbarazzino ne accarezza un po' troppo voluttuosamente le forme angeliche per non poter essere notato.
Tutto questo si nota anche se i Dardenne usano spesso campi lunghi quasi per annullare la distanza tra questa diva statuaria e la varia umanità imperfetta e tracagnotta che incontra nel suo pellegrinaggio porta a porta.
E infatti la domanda che mi sono fatto per tutto il film era che cosa diavolo c'entrasse una dea simile con l'inferno che le stava intorno.
Una dea piagnucolosa e anche misericordiosa perché nel suo tour della disperazione condotto bussando alle porte delle colleghe e dei colleghi da convincere, lei si mette dalla loro parte, capisce le loro ragioni , è capace solo di ricordare loro che a lei serve quel lavoro perché altrimenti non potrebbe andare avanti.
E loro fanno altrettanto. Anche per loro quel bonus è di importanza vitale.
Lei ha comunque la famiglia, ha un marito che la ama , due figli per cui è la luce, in qualche maniera si può superare questa empasse.
Eppure ingoia lo stesso una scatola di Xanax in una sequenza che dovrebbe essere il pezzo forte di un film del genere e invece è buttata via maldestramente come se fosse stata gestita dall'ultimo dei dilettanti.
E pazienza anche per quel finale edulcorato, sfiorato dall'ottimismo in cui si evidenzia il beau geste di Sandra.
Che in un mondo ideale sarebbe perfetto, in quello reale, beh ti fermi ad augurarti che possa bastare , ben sapendo che la risposta è più negativa che positiva....
Che dire ?
Che il proletariato , o meglio che raccontare il proletariato si addice più a un Loach che ai Dardenne?
Oppure che è meglio che tornino veramente alle origini e non le simulino in questo one woman show che si trasformerà sicuramente in un ottimo veicolo promozionale per la Cotillard ma meno per il loro cinema?
Eppure non riesco a voler male a questo film, ripeto, per me una delusione abbastanza cocente, come non riesco a voler male ai Dardenne e men che meno a Marion Cotillard che continuo a considerare una dea scesa in terra.
Sembra che i Dardenne abbiano recepito non benissimo le critiche di apertura al cinema mainstream ricevute nel film precedente e che cominci a serpeggiare un po' di diffidenza nei loro confronti perché accusati sempre di fare lo stesso film.
Cari fratelloni , non date retta alla critica ottusa, date retta a chi vi vuole bene, il vostro cinema è sempre vivo e scalcia con noi.
I blockbuster e i divi lasciateli agli altri, a voi non servono....
Del resto se gli AC/DC sono in giro da quaranta anni ( pur essendo accusati di fare sempre lo stesso disco) un motivo ci sarà, no?
PERCHE' SI : è il nuovo film dei Dardenne e c'è Marion Cotillard, già questo basterebbe per spendere i soldi del biglietto, storia che sembra tratta da un talk show politico
PERCHE' NO : la Cotillard non fa parte del mondo reale ( e di quello dei Dardenne) e si vede, lo spunto è di quelli spinosi ma sembra un artefatto,sembra che i Dardenne vogliano ritornare alle origini ma la loro è la simulazione di cinema dell'ultrarealtà...
( VOTO : 6 / 10 )
O meglio lavorava perché soffre di depressione ed è stata lontana dal lavoro per circa un anno.
Il capo ha scoperto che può fare benissimo a meno di lei e propone ai suoi colleghi un bonus economico ( mille euro) in cambio del licenziamento di Sandra.
Naturalmente votano per il suo licenziamento ma una sua amica , Manu, ottiene di far ripetere la votazione perché a suo dire condizionata dal capo reparto.
Sandra avrà un week end per far schierare la metà più uno dei colleghi dalla sua parte ed evitare così il licenziamento.
Dovrà andare a parlare con loro a uno a uno....
A proposito del film precedente dei fratelloni belgi, Il ragazzo con la bicicletta, avevamo parlato di un loro percorso di avvicinamento al cinema mainstream che si rendeva evidente mediante aspetti formali ( fotografia brillante ricca di colori saturi, ambientazione in bei quartieri residenziali e non nelle classiche , squallide periferie, l'utilizzo di un'attrice francese importante come Cecile De France come spalla al piccolo protagonista) che sostanziali ( una storia meno rancorosa del solito , praticamente un lieto fine in quello che appariva essere il loro film più "riconciliato").
Ricevute e archiviate svariate critiche per questi aspetti "nuovi" del loro cinema i Dardenne che fanno?
Marcia indietro anche se molto parziale e alla loro maniera.
Due giorni , una notte racconta di una lotta tra poveri che si accapigliano per un infimo bonus ( che però permette di fare tante cose, squisitamente inutili come ampliare casa o sistemare un giardino) e per un posto di lavoro che è la preda sacrificale proposta dal padrone ai suoi sottoposti per guadagnarsi quell'obolo da miserabili.
Si mette a nudo l'altra faccia del proletariato, quella cattiva, egoista, gretta in un gioco orchestrato da un padrone che , beandosi, guarda tutto dalle sue stanze dorate e , neanche tanto segretamente, gongola per il potere che ha e che utilizza nel modo più deteriore.
In realtà , a naso, conoscendo un po' l'attività dei sindacati, questo risulta essere un assunto quanto mai debole e criticabile, forse anche illegale.
E' mai davvero possibile che tutto questo succeda senza che intervenga un ispettorato del lavoro o qualche organismo atto alla tutela dei diritti degli operai?
Se da noi appare qualcosa di tristemente fattibile, non giurerei che la stessa cosa si possa fare in un Paese come il Belgio, afflitto come noi dalla crisi economica ma sicuramente meglio organizzato anche in virtù del suo essere grande poco più della Lombardia e con più o meno lo stesso numero di abitanti.
Ma lasciamo perdere questo aspetto che non è il nocciolo centrale del film.
Devo dire che ho provato un pizzico di delusione, forse anche più di un pizzico, nel vedere questo film.
Vedere assieme due registi che amo alla follia e un'attrice che considero magnifica, sicuramente nell'Olimpo delle interpreti contemporanee, per me era praticamente un sogno sperando in quel capolavoro che non era stato Il ragazzo con la bicicletta.
E invece non lo è neanche questo loro ultimo lavoro .
I Dardenne cercano di tornare al cinema verità dei loro esordi pedinando la protagonista come nei loro film migliori , ma stavolta la protagonista è Marion Cotillard, una che pure se le metti uno straccio addosso è sempre di una bellezza straordinaria, anche se non le metti un filo di trucco è seducente come non mai, basta solo guardarla negli occhi e ti accorgi che in quello sguardo vorresti annegare.
Ecco, una così , in un'operazione di ultrarealismo, a fare l'operaia non ce la vedi proprio.
E anche se è vestita sempre con una canottierina di poche pretese, un jeans attillato e le bretelle del reggiseno in vista risulta essere sempre svariati gradini più su rispetto agli altri attori, spesso alla prima esperienza come il verbo del realismo docet, oppure alle varie facce che lei incrocia e che hanno già assaggiato il cinema dei Dardenne.
Si vede che Marion Cotillard è prestata a quel mondo non facendone parte, si avverte in maniera netta lo slittamento tra la sua recitazione e quella dei svariati non professionisti usati nel film, anche quel suo abbigliamento sbarazzino ne accarezza un po' troppo voluttuosamente le forme angeliche per non poter essere notato.
Tutto questo si nota anche se i Dardenne usano spesso campi lunghi quasi per annullare la distanza tra questa diva statuaria e la varia umanità imperfetta e tracagnotta che incontra nel suo pellegrinaggio porta a porta.
E infatti la domanda che mi sono fatto per tutto il film era che cosa diavolo c'entrasse una dea simile con l'inferno che le stava intorno.
Una dea piagnucolosa e anche misericordiosa perché nel suo tour della disperazione condotto bussando alle porte delle colleghe e dei colleghi da convincere, lei si mette dalla loro parte, capisce le loro ragioni , è capace solo di ricordare loro che a lei serve quel lavoro perché altrimenti non potrebbe andare avanti.
E loro fanno altrettanto. Anche per loro quel bonus è di importanza vitale.
Lei ha comunque la famiglia, ha un marito che la ama , due figli per cui è la luce, in qualche maniera si può superare questa empasse.
Eppure ingoia lo stesso una scatola di Xanax in una sequenza che dovrebbe essere il pezzo forte di un film del genere e invece è buttata via maldestramente come se fosse stata gestita dall'ultimo dei dilettanti.
E pazienza anche per quel finale edulcorato, sfiorato dall'ottimismo in cui si evidenzia il beau geste di Sandra.
Che in un mondo ideale sarebbe perfetto, in quello reale, beh ti fermi ad augurarti che possa bastare , ben sapendo che la risposta è più negativa che positiva....
Che dire ?
Che il proletariato , o meglio che raccontare il proletariato si addice più a un Loach che ai Dardenne?
Oppure che è meglio che tornino veramente alle origini e non le simulino in questo one woman show che si trasformerà sicuramente in un ottimo veicolo promozionale per la Cotillard ma meno per il loro cinema?
Eppure non riesco a voler male a questo film, ripeto, per me una delusione abbastanza cocente, come non riesco a voler male ai Dardenne e men che meno a Marion Cotillard che continuo a considerare una dea scesa in terra.
Sembra che i Dardenne abbiano recepito non benissimo le critiche di apertura al cinema mainstream ricevute nel film precedente e che cominci a serpeggiare un po' di diffidenza nei loro confronti perché accusati sempre di fare lo stesso film.
Cari fratelloni , non date retta alla critica ottusa, date retta a chi vi vuole bene, il vostro cinema è sempre vivo e scalcia con noi.
I blockbuster e i divi lasciateli agli altri, a voi non servono....
Del resto se gli AC/DC sono in giro da quaranta anni ( pur essendo accusati di fare sempre lo stesso disco) un motivo ci sarà, no?
PERCHE' SI : è il nuovo film dei Dardenne e c'è Marion Cotillard, già questo basterebbe per spendere i soldi del biglietto, storia che sembra tratta da un talk show politico
PERCHE' NO : la Cotillard non fa parte del mondo reale ( e di quello dei Dardenne) e si vede, lo spunto è di quelli spinosi ma sembra un artefatto,sembra che i Dardenne vogliano ritornare alle origini ma la loro è la simulazione di cinema dell'ultrarealtà...
( VOTO : 6 / 10 )
domenica 16 novembre 2014
Seria(l) mente : Psychoville ( 2009, Stagione 1 )
Provenienza : UK
Produzione e distribuzione : BBC
Puntate : 7 da 30 minuti cadauna
Cinque persone diverse per estrazione sociale, età , lavoro e residenza geografica un brutto giorno ricevono un biglietto con su scritto " Ho visto che cosa hai fatto ".
Ma vediamo chi sono queste cinque persone che non sono propriamente l'epitome dell'innocenza: abbiamo un'infermiera psicopatica e violenta con un bambolotto che pretende essere suo figlio e in tal modo lo tratta arrivando anche a imbrattarlo di cibo per bambini, un vecchio cieco che cerca disperatamente l'ultimo peluche per completare la sua collezione combattendo contro due ributtanti gemelle siamesi, un nano dotato di poteri telecinetici che viene deriso un po' da tutti nella sua compagnia teatrale, una mamma che aiuta il figlio serial killer, non un fulmine di intelligenza in verità, a completare i suoi crimini e infine un clown a cui manca una mano, sostituita da un uncino, che non riesce molto nel lavoro di far ridere i bimbi alle feste in cui è invitato a lavorare.
Attraverso una fitta rete di flashback, salti in avanti e indietro nel tempo ed ardite ellissi, vedremo il pregresso di tali personaggi e la ragione per cui sta succedendo tutto.
L'Inghilterra con gli anni è diventata la terra delle migliori produzioni televisive raggiungendo e superando la serialità americana sul suo stesso terreno, la confezione, e partendo da una condizione di netta superiorità per quanto riguarda la scrittura.
Psychoville ne è un esempio lampante: una serie beffarda, in cui l'humour inglese è marcio come non si vedeva da anni ( leggasi Little Britain), un'entrata a piedi uniti sui meccanismi che tengono in piedi i vari generi a cui si richiama ( soprattutto giallo, horror e thriller) ammantandoli di un'ironia contagiosa fatta di citazioni, di risate grasse e di una ventata di anarchia che si traduce spesso e volentieri nel totale nonsense.
Psychoville è stata creata da Steve Pemberton e Reece Shearsmith che camaleonticamente , proprio come succedeva in Little Britain e anche in The League of Gentlemen ( precedente parto televisivo della coppia a cui Psychoville deve molto in termini di tematiche e meccanismi ) interpretano vari personaggi accomunati tutti dall'essere appartenenti alla peggiore feccia umana.
Si sorride, si ride, anche a crepapelle ma si ride verde perché a guardare bene non c'è un piffero da ridere di situazioni così imbarazzanti e al limite del delirio che esplorano il lato peggiore di quello strano animale che è l'uomo.
Ogni personaggio ha un talento particolare nell'evidenziare il suo lato misero, gretto e una regia precisa e volitiva che lavora continuamente di ellissi , li sottolinea ancor meglio portando alla luce quello che è un vero e proprio miracolo di scrittura che arriva a osare nel grottesco e nella sgradevolezza conclamata senza per questo risultare ridondante.
Paychoville non ammicca al pubblico, nega qualsiasi forma di identificazione con i vari personaggi che la percorrono ( anche quelli , diciamo, più normali o perlomeno più avvicinabili a una parvenza di umanità), si diverte a scardinare da dentro i meccanismi dei vari generi che trasversalmente tocca , dal giallo , il classico whodunit, fino all'horror, percorrendo tutti gli step intermedi.
Ogni episodio è una scheggia impazzita , un caleidoscopio puntato sul mondo coloratissimo creato da Pemberton e Shearsmith ( oltre al contenuto anche la forma è a livelli di eccellenza con delle scenografie di primissima qualità) che oltre a essere valentissimi sceneggiatori si dimostrano performers straordinari.
Da non perdere il balletto sulle note del "Gioca Jouer" britannico che la madre fa assieme al figlio serial killer per calmarlo e farlo concentrare sul prossimo omicidio.
E' stata prodotta anche una seconda stagione.
PERCHE' SI : un'entrata a piedi uniti sui meccanismi che tengono in piedi i generi che vanno dal giallo all'horror, miracolo di scrittura, Pemberton e Shearsmith sono due performers straordinari.
PERCHE' NO : per certi versi è un prodotto estremo, piuttosto di nicchia, altri difetti? boh
( VOTO : 8 / 10 )
Produzione e distribuzione : BBC
Puntate : 7 da 30 minuti cadauna
Cinque persone diverse per estrazione sociale, età , lavoro e residenza geografica un brutto giorno ricevono un biglietto con su scritto " Ho visto che cosa hai fatto ".
Ma vediamo chi sono queste cinque persone che non sono propriamente l'epitome dell'innocenza: abbiamo un'infermiera psicopatica e violenta con un bambolotto che pretende essere suo figlio e in tal modo lo tratta arrivando anche a imbrattarlo di cibo per bambini, un vecchio cieco che cerca disperatamente l'ultimo peluche per completare la sua collezione combattendo contro due ributtanti gemelle siamesi, un nano dotato di poteri telecinetici che viene deriso un po' da tutti nella sua compagnia teatrale, una mamma che aiuta il figlio serial killer, non un fulmine di intelligenza in verità, a completare i suoi crimini e infine un clown a cui manca una mano, sostituita da un uncino, che non riesce molto nel lavoro di far ridere i bimbi alle feste in cui è invitato a lavorare.
Attraverso una fitta rete di flashback, salti in avanti e indietro nel tempo ed ardite ellissi, vedremo il pregresso di tali personaggi e la ragione per cui sta succedendo tutto.
L'Inghilterra con gli anni è diventata la terra delle migliori produzioni televisive raggiungendo e superando la serialità americana sul suo stesso terreno, la confezione, e partendo da una condizione di netta superiorità per quanto riguarda la scrittura.
Psychoville ne è un esempio lampante: una serie beffarda, in cui l'humour inglese è marcio come non si vedeva da anni ( leggasi Little Britain), un'entrata a piedi uniti sui meccanismi che tengono in piedi i vari generi a cui si richiama ( soprattutto giallo, horror e thriller) ammantandoli di un'ironia contagiosa fatta di citazioni, di risate grasse e di una ventata di anarchia che si traduce spesso e volentieri nel totale nonsense.
Psychoville è stata creata da Steve Pemberton e Reece Shearsmith che camaleonticamente , proprio come succedeva in Little Britain e anche in The League of Gentlemen ( precedente parto televisivo della coppia a cui Psychoville deve molto in termini di tematiche e meccanismi ) interpretano vari personaggi accomunati tutti dall'essere appartenenti alla peggiore feccia umana.
Si sorride, si ride, anche a crepapelle ma si ride verde perché a guardare bene non c'è un piffero da ridere di situazioni così imbarazzanti e al limite del delirio che esplorano il lato peggiore di quello strano animale che è l'uomo.
Ogni personaggio ha un talento particolare nell'evidenziare il suo lato misero, gretto e una regia precisa e volitiva che lavora continuamente di ellissi , li sottolinea ancor meglio portando alla luce quello che è un vero e proprio miracolo di scrittura che arriva a osare nel grottesco e nella sgradevolezza conclamata senza per questo risultare ridondante.
Paychoville non ammicca al pubblico, nega qualsiasi forma di identificazione con i vari personaggi che la percorrono ( anche quelli , diciamo, più normali o perlomeno più avvicinabili a una parvenza di umanità), si diverte a scardinare da dentro i meccanismi dei vari generi che trasversalmente tocca , dal giallo , il classico whodunit, fino all'horror, percorrendo tutti gli step intermedi.
Ogni episodio è una scheggia impazzita , un caleidoscopio puntato sul mondo coloratissimo creato da Pemberton e Shearsmith ( oltre al contenuto anche la forma è a livelli di eccellenza con delle scenografie di primissima qualità) che oltre a essere valentissimi sceneggiatori si dimostrano performers straordinari.
Da non perdere il balletto sulle note del "Gioca Jouer" britannico che la madre fa assieme al figlio serial killer per calmarlo e farlo concentrare sul prossimo omicidio.
E' stata prodotta anche una seconda stagione.
PERCHE' SI : un'entrata a piedi uniti sui meccanismi che tengono in piedi i generi che vanno dal giallo all'horror, miracolo di scrittura, Pemberton e Shearsmith sono due performers straordinari.
PERCHE' NO : per certi versi è un prodotto estremo, piuttosto di nicchia, altri difetti? boh
( VOTO : 8 / 10 )
sabato 15 novembre 2014
Asmodexia ( 2014 )
Una mano misteriosa mette nel videoregistratore una videocassetta etichettata col nome Luna: si vede un uomo con una Bibbia in mano che discetta sul potere del Signore, una ragazza che lo assiste e una donna che sta partorendo e si sta contorcendo in maniera sempre più spaventosa.
E' posseduta dal demonio ed Eloy Del Palma, questo il nome dell'uomo, la sta esorcizzando.
Quindici anni dopo Eloy è in giro nei dintorni di Barcellona assieme alla nipote quindicenne Alba, una che ha un potere di esorcizzare superiore al suo.
Devono compiere cinque esorcismi in pochi giorni prima di una non meglio precisata Resurrezione.
Alleviano le pene di bambini, tossici e malati levando loro di dosso il Maligno, ma ogni esorcismo è più difficile e sfiancante del precedente.
Ad ogni esorcismo avvenuto ci viene svelato un pezzo del passato di Eloy, una volta a capo di una specie di setta religiosa hippy.
Il rendez vous si avrà in un fatiscente ospedale psichiatrico in cui i malati stanno dando preoccupanti segni di follia.
E lì è ricoverata anche la madre di Alba.....
Da un po' di anni a questa parte , dopo gli exploit dei vari Paco Plaza, Balaguero, Juan Antonio Bayona ma anche del grandissimo Agustì Villaronga, tutto il mondo si è accorto di una fiorente scena horror in quel di Spagna, capace di trovare una sua forma discretamente originale senza essere per forza di cose derivativa di tutto quello che succede al di là dell'Oceano e capace anche di distinguersi formalmente e sostanzialmente dall'analoga scena francese, in questo momento forse la più fiorente in Europa, che privilegia però altre tematiche e altri stilemi.
Asmodexia è l'esordio nel lungometraggio del per me sconosciuto Marc Carreté , anche sceneggiatore e bisogna dargli atto che con un budget assolutamente irrisorio ( 500 mila euro, comunque di lusso rispetto ad analoghe produzioni italiane) si gioca decisamente bene le sue carte.
Asmodexia è una specie di road movie dell'esorcismo ma non si limita solo ad essere una compilation di esorcismi man mano più difficili e spaventosi.
Gioca la sua storia su diversi piani narrativi perché armandosi di flashback, mai troppo invasivi e fastidiosi ma decisamente funzionali alla storia, narra il passato dei due protagonisti tassello per tassello, vediamo la madre rinchiusa nell'ospedale psichiatrico in cui avverrà il rendez vous finale e vediamo anche la sorella della madre, funzionaria di polizia che cerca di mettersi sulle tracce dei due.
E si capisce subito, è inevitabile, che quell'ospedale psichiatrico è la sede definitiva, oltre che ideale, in cui il cerchio sarà chiuso, le tre storie convergeranno in un ultimo twist di sceneggiatura, devo dire piuttosto ben congegnato nonostante le avvisaglie ci fossero tutte.
Asmodexia non è parco di scene da sconsigliare ai più impressionabili anche se con un budget superiore sarebbe stato tutto un altro vedere ( vedi la scena del primo esorcismo in sala parto, la più potente di tutte, ma anche quella nel fast food o le scene delle infermiere dell'ospedale psichiatrico alle prese con una vasca da bagno e un'indemoniata) ma funziona anche per la particolare scelta degli esterni e delle scene di raccordo ( la fotografia virata a tonalità sabbiose, ci mostra scorci di campagna brulla e scheletri di costruzioni mai arrivate al termine che stanno lì fermi come balene spiaggiate o anche veri e propri quartieri abbandonati, una serie di locations insomma ben assortite e scenograficamente molto efficaci) che danno al film un'aura di tristezza e di disperazione che aleggia come una cappa sulfurea sui personaggi e sulla vicenda narrata.
Anche se il finale potrebbe essere intuito dai più avvezzi al genere e i flashback a volte si rincorrono un po' troppo freneticamente, la sensazione che si ha dopo la visione di questa pellicola è quella di aver assistito a un horror adulto, non il classico horror for dummies che deve esagerare in stravasi ematici e trucchi di bassa lega per far scorrere un po' di adrenalina nelle vene.
E vivaddio non abbiamo quello spiegone finale che avrebbe rovinato tutto.
I titoli di coda si portano dietro anche un bastimento carico di domande senza risposta ma alla fine chissenefrega...
PERCHE' SI : due protagonisti con una discreta alchimia tra loro, un'ambientazione efficace, un'atmosfera triste e disperata che aleggia su un film di genere adulto che non cede a facili pulsioni in favore del pubblico
PERCHE' NO : il twist finale sarà intuito presto dai più avvezzi alle dinamiche del genere, i flashback, pur funzionali, si rincorrono un po' troppo freneticamente, il budget risicato a volte si vede.
( VOTO : 6,5 / 10 )
E' posseduta dal demonio ed Eloy Del Palma, questo il nome dell'uomo, la sta esorcizzando.
Quindici anni dopo Eloy è in giro nei dintorni di Barcellona assieme alla nipote quindicenne Alba, una che ha un potere di esorcizzare superiore al suo.
Devono compiere cinque esorcismi in pochi giorni prima di una non meglio precisata Resurrezione.
Alleviano le pene di bambini, tossici e malati levando loro di dosso il Maligno, ma ogni esorcismo è più difficile e sfiancante del precedente.
Ad ogni esorcismo avvenuto ci viene svelato un pezzo del passato di Eloy, una volta a capo di una specie di setta religiosa hippy.
Il rendez vous si avrà in un fatiscente ospedale psichiatrico in cui i malati stanno dando preoccupanti segni di follia.
E lì è ricoverata anche la madre di Alba.....
Da un po' di anni a questa parte , dopo gli exploit dei vari Paco Plaza, Balaguero, Juan Antonio Bayona ma anche del grandissimo Agustì Villaronga, tutto il mondo si è accorto di una fiorente scena horror in quel di Spagna, capace di trovare una sua forma discretamente originale senza essere per forza di cose derivativa di tutto quello che succede al di là dell'Oceano e capace anche di distinguersi formalmente e sostanzialmente dall'analoga scena francese, in questo momento forse la più fiorente in Europa, che privilegia però altre tematiche e altri stilemi.
Asmodexia è l'esordio nel lungometraggio del per me sconosciuto Marc Carreté , anche sceneggiatore e bisogna dargli atto che con un budget assolutamente irrisorio ( 500 mila euro, comunque di lusso rispetto ad analoghe produzioni italiane) si gioca decisamente bene le sue carte.
Asmodexia è una specie di road movie dell'esorcismo ma non si limita solo ad essere una compilation di esorcismi man mano più difficili e spaventosi.
Gioca la sua storia su diversi piani narrativi perché armandosi di flashback, mai troppo invasivi e fastidiosi ma decisamente funzionali alla storia, narra il passato dei due protagonisti tassello per tassello, vediamo la madre rinchiusa nell'ospedale psichiatrico in cui avverrà il rendez vous finale e vediamo anche la sorella della madre, funzionaria di polizia che cerca di mettersi sulle tracce dei due.
E si capisce subito, è inevitabile, che quell'ospedale psichiatrico è la sede definitiva, oltre che ideale, in cui il cerchio sarà chiuso, le tre storie convergeranno in un ultimo twist di sceneggiatura, devo dire piuttosto ben congegnato nonostante le avvisaglie ci fossero tutte.
Asmodexia non è parco di scene da sconsigliare ai più impressionabili anche se con un budget superiore sarebbe stato tutto un altro vedere ( vedi la scena del primo esorcismo in sala parto, la più potente di tutte, ma anche quella nel fast food o le scene delle infermiere dell'ospedale psichiatrico alle prese con una vasca da bagno e un'indemoniata) ma funziona anche per la particolare scelta degli esterni e delle scene di raccordo ( la fotografia virata a tonalità sabbiose, ci mostra scorci di campagna brulla e scheletri di costruzioni mai arrivate al termine che stanno lì fermi come balene spiaggiate o anche veri e propri quartieri abbandonati, una serie di locations insomma ben assortite e scenograficamente molto efficaci) che danno al film un'aura di tristezza e di disperazione che aleggia come una cappa sulfurea sui personaggi e sulla vicenda narrata.
Anche se il finale potrebbe essere intuito dai più avvezzi al genere e i flashback a volte si rincorrono un po' troppo freneticamente, la sensazione che si ha dopo la visione di questa pellicola è quella di aver assistito a un horror adulto, non il classico horror for dummies che deve esagerare in stravasi ematici e trucchi di bassa lega per far scorrere un po' di adrenalina nelle vene.
E vivaddio non abbiamo quello spiegone finale che avrebbe rovinato tutto.
I titoli di coda si portano dietro anche un bastimento carico di domande senza risposta ma alla fine chissenefrega...
PERCHE' SI : due protagonisti con una discreta alchimia tra loro, un'ambientazione efficace, un'atmosfera triste e disperata che aleggia su un film di genere adulto che non cede a facili pulsioni in favore del pubblico
PERCHE' NO : il twist finale sarà intuito presto dai più avvezzi alle dinamiche del genere, i flashback, pur funzionali, si rincorrono un po' troppo freneticamente, il budget risicato a volte si vede.
( VOTO : 6,5 / 10 )
venerdì 14 novembre 2014
Joe ( 2013 )
Gary è un quindicenne con grossi problemi familiari, con una madre totalmente succube del padre, una sorella muta per scelta e senza un dollaro in tasca. Cercano di fuggire da un siffatto genitore e si stabiliscono in una piccola cittadina del Texas dimenticata da Dio e dagli uomini.
Gary riesce a farsi assumere a giornata da Joe, ex detenuto con grossi problemi con poliziotti e giustizia di cui non riconosce l'autorità ( anche se è amico con lo sceriffo del paese in cui abita) che ora con la sua squadra guadagna disboscando alberi. Assume anche il padre di Gary ma essendo totalmente inaffidabile finisce per licenziare entrambi.
A Gary dà però una seconda possibilità e da quel momento scatta un qualcosa in più , un rapporto di amicizia tra i due che potrebbero essere benissimo padre e figlio.
Il padre di Gary , ubriacone molesto , ruba i soldi al figlio e arriva a concedere la figlia a due malviventi locali per un pugnetto di dollari.
Gary chiede aiuto a Joe....
E alla fine a Venezia del 2013 ti vedi spuntare il film che non ti aspetti: si presenta un giovane regista che nel suo curriculum ha tra gli altri due film come Strafumati e Lo spaventapassere, quindi non un fine dicitore, ha per protagonista Nicolas Cage che non ha bisogno di presentazioni anche se suscita sospetto per frequentare spesso e volentieri pessimi film, e ti tirano fuori , con la preziosa
collaborazione del giovanissimo e bravissimo Tye Sheridan, una dolorosa ballata sudista , tra lirismo e disperazione che arriva a lasciare il segno.
Joe, un barbuto Nicolas Cage, è un uomo senza radici a cui piace sfondarsi il fegato di birra e alcool in genere e non disdegna dolci compagnie nel suo capiente lettone.
Ma detesta legami affettivi a lungo termine, troppo egoista per pensare a una relazione stabile.
Probabilmente l'unico a cui è capace di dare un po' di affetto è il suo cane, un bulldog americano.
E' rispettato ma ha anche nemici in città e deve stare attento al suo temperamento focoso che spesso lo fa andare in gattabuia per delle scemenze, tipo guida in stato di ebbrezza o resistenza a pubblico ufficiale.
Perché lui non sopporta l'autorità precostituita e non fa altro che rimarcarlo, a costo di pagare un prezzo piuttosto alto.
Ma Joe ha avuto, o meglio, si è creato la sua seconda possibilità.
Quella che vuole crearsi Gary, un quindicenne molto più grande della sua età anagrafica che sente il peso e la responsabilità di difendere la madre e la sorella da un padre ubriacone , scansafatiche e violento che arriva anche a macchiarsi di un tremendo crimine per pochi spiccioli e i rimasugli di una bottiglia di liquore.
Gary e Joe si trovano: uno trova il padre che vorrebbe avere, l'altro il figlio che non ha mai avuto.
Ma il destino si frappone tra di loro e torna a presentare il conto.
Il film di David Gordon Green è un apologo sulle seconde possibilità che si hanno nella vita.
Possibilità che la vita non sempre ti offre e che spesso bisogna crearsi da soli.
Un po' come ha fatto Joe, un inno all'individualismo, l'epitome dell'insofferenza alle regole ma con un suo preciso codice d'onore.
Questo lembo di Texas non è un posto confortevole per vivere, la violenza regna sovrana così come la grettezza d'animo e Joe quasi risalta come un gigante tra i nani per il suo codice d'onore personale che applica sempre e comunque..
Stupisce la potenza espressiva della regia di Gordon Green alle prese con una natura bruta e ingenerosa e si conferma ancora una volta la bravura del giovane Tye Sheridan, già presente in Mud dove duettava con Matthew Mc Conaughey, film affine per tematiche e per stile.
Cage si sforza , riesce comunque a dare forza a un personaggio affascinante e ribelle, uno che vorrebbe lottare contro il mondo intero battendosi a mani nude, a costo di essere bastonato a sangue.
Joe è un film, certo, è tratto da un romanzo e quindi narra vicende di fantasia.
Ma da qualche parte del mondo storie come questa sono all'ordine del giorno.
E fa venire i brividi anche solo per questo....
PERCHE' SI : ballata sudista tra lirismo e disperazione, Cage sopra la sua media, Tye Sheridan bravissimo
PERCHE' NO : qualche accenno di violenza gratuita ( la lotta tra cani per esempio), una storia non lineare , forse un po' troppo lungo.
( VOTO : 7 + / 10 )
Gary riesce a farsi assumere a giornata da Joe, ex detenuto con grossi problemi con poliziotti e giustizia di cui non riconosce l'autorità ( anche se è amico con lo sceriffo del paese in cui abita) che ora con la sua squadra guadagna disboscando alberi. Assume anche il padre di Gary ma essendo totalmente inaffidabile finisce per licenziare entrambi.
A Gary dà però una seconda possibilità e da quel momento scatta un qualcosa in più , un rapporto di amicizia tra i due che potrebbero essere benissimo padre e figlio.
Il padre di Gary , ubriacone molesto , ruba i soldi al figlio e arriva a concedere la figlia a due malviventi locali per un pugnetto di dollari.
Gary chiede aiuto a Joe....
E alla fine a Venezia del 2013 ti vedi spuntare il film che non ti aspetti: si presenta un giovane regista che nel suo curriculum ha tra gli altri due film come Strafumati e Lo spaventapassere, quindi non un fine dicitore, ha per protagonista Nicolas Cage che non ha bisogno di presentazioni anche se suscita sospetto per frequentare spesso e volentieri pessimi film, e ti tirano fuori , con la preziosa
collaborazione del giovanissimo e bravissimo Tye Sheridan, una dolorosa ballata sudista , tra lirismo e disperazione che arriva a lasciare il segno.
Joe, un barbuto Nicolas Cage, è un uomo senza radici a cui piace sfondarsi il fegato di birra e alcool in genere e non disdegna dolci compagnie nel suo capiente lettone.
Ma detesta legami affettivi a lungo termine, troppo egoista per pensare a una relazione stabile.
Probabilmente l'unico a cui è capace di dare un po' di affetto è il suo cane, un bulldog americano.
E' rispettato ma ha anche nemici in città e deve stare attento al suo temperamento focoso che spesso lo fa andare in gattabuia per delle scemenze, tipo guida in stato di ebbrezza o resistenza a pubblico ufficiale.
Perché lui non sopporta l'autorità precostituita e non fa altro che rimarcarlo, a costo di pagare un prezzo piuttosto alto.
Ma Joe ha avuto, o meglio, si è creato la sua seconda possibilità.
Quella che vuole crearsi Gary, un quindicenne molto più grande della sua età anagrafica che sente il peso e la responsabilità di difendere la madre e la sorella da un padre ubriacone , scansafatiche e violento che arriva anche a macchiarsi di un tremendo crimine per pochi spiccioli e i rimasugli di una bottiglia di liquore.
Gary e Joe si trovano: uno trova il padre che vorrebbe avere, l'altro il figlio che non ha mai avuto.
Ma il destino si frappone tra di loro e torna a presentare il conto.
Il film di David Gordon Green è un apologo sulle seconde possibilità che si hanno nella vita.
Possibilità che la vita non sempre ti offre e che spesso bisogna crearsi da soli.
Un po' come ha fatto Joe, un inno all'individualismo, l'epitome dell'insofferenza alle regole ma con un suo preciso codice d'onore.
Questo lembo di Texas non è un posto confortevole per vivere, la violenza regna sovrana così come la grettezza d'animo e Joe quasi risalta come un gigante tra i nani per il suo codice d'onore personale che applica sempre e comunque..
Stupisce la potenza espressiva della regia di Gordon Green alle prese con una natura bruta e ingenerosa e si conferma ancora una volta la bravura del giovane Tye Sheridan, già presente in Mud dove duettava con Matthew Mc Conaughey, film affine per tematiche e per stile.
Cage si sforza , riesce comunque a dare forza a un personaggio affascinante e ribelle, uno che vorrebbe lottare contro il mondo intero battendosi a mani nude, a costo di essere bastonato a sangue.
Joe è un film, certo, è tratto da un romanzo e quindi narra vicende di fantasia.
Ma da qualche parte del mondo storie come questa sono all'ordine del giorno.
E fa venire i brividi anche solo per questo....
PERCHE' SI : ballata sudista tra lirismo e disperazione, Cage sopra la sua media, Tye Sheridan bravissimo
PERCHE' NO : qualche accenno di violenza gratuita ( la lotta tra cani per esempio), una storia non lineare , forse un po' troppo lungo.
( VOTO : 7 + / 10 )
giovedì 13 novembre 2014
Guardiani della Galassia ( 2014 )
1988 : la madre di Peter Quill , malata gravemente di cancro, spira davanti agli occhi del figlio. Lui fugge per la disperazione e viene risucchiato da una navicella spaziale.
2014 : troviamo lo stesso Quill, ormai uomo, che, ascoltando una cassetta in un walkman, se ne va tranquillamente a spasso per un pianeta abbandonato alla ricerca di una gemma dai poteri particolari e che gli frutterà, almeno nelle sue intenzioni molti , molti soldi.
Ma non è il solo a volerci mettere le mani sopra.Anzi c'è un criminale, Ronan che la vuole usare per distruggere il pianeta Xandar e forse non solo quello.
Quill si allea col procione Rocket, mago della meccanica, frutto di un esperimento genetico non riuscito, con Gamora, con l'erculeo Drax che vuole vendicarsi di chi gli ha ucciso moglie e figlia e con Groot, l'uomo albero.
Con un occhio al bottino e uno alla salvezza del pianeta Xandar...
Guardiani della Galassia ( a proposito ma l'articolo determinativo nel titolo originale e in quello tradotto che fine ha fatto? Ah, l'itagliano e li 'nglese, sallo almeno!) è l'ennesimo parto della Marvel Comics che viene portato al cinema.
Fin dall'inizio però si ha una percezione diversa : se si respira nostalgia della fantascienza anni '80 nelle primissime sequenze è anche vero che i titoli di testa mettono subito in chiaro una cosa: questo film non si prende sul serio, ridendo di se stesso e ridendo assieme al pubblico.
Non si può non sorridere di fronte al balletto di Quill nelle pozzanghere usando a mo' di microfono delle schifose pantegane di un pianeta abbandonato o di fronte alle sue citazioni di Footloose.
Quindi niente supereroi con superproblemi, niente dilemmi esistenziali ma un gruppo di protagonisti , a cui Gunn riesce a dare sempre spazio adeguato in una narrazione ariosa e dal ritmo alacre, che sono il peggio della feccia da raccogliere sul fondale della galassia, ammesso che ne abbia uno.
E fanno simpatia, a pelle, appena li vedi: Quill , una specie di Han Solo ancora più cialtrone , venderebbe la nonna , se l'avesse , per diventare ricco, Gamora non vede l'ora di derubarlo ( altra sequenza esilarante all'inizio del film), Rocket farebbe fare un'indigestione di piombo caldo a chiunque gli si pari davanti, per il rancore mal represso che si porta dietro, Drax, che ha le forme muscolose del wrestler Bautista, è tanto pronto a menare le mani quanto refrattario a far lavorare il cervello.
E poi c'è Groot.
Ecco Groot merita un discorso a parte: all'inizio sembra un personaggio di alleggerimento, una sorta di aggiunta buffonesca alla compagnia ( un po' come Chewbecca in Guerre Stellari ma con molto meno pelo sulla groppa) ma poi rivela pian piano e inaspettatamente la sua poesia, la poesia di una natura capace sempre di ricrescere dalle proprie ceneri e più rigogliosa di prima.
Guardiani della Galassia non è il solito film Marvel fagocitato dagli effetti speciali che pur ci sono e sono anche molto importanti per il look avveniristico da dare al film ( parliamo pur sempre di una produzione da 170 milioni di dollari, mica bruscolini), ma viene giocato più sui personaggi e sulle battute di una sceneggiatura brillante , con dialoghi vivaci e abbondanza di one liner , cioè battute lapidarie di una riga al massimo che lasciano il segno.
Da parte sua Gunn, regista e cosceneggiatore assieme a Nicole Perlman, riesce a dare a tutti il giusto spazio, il giusto peso nella storia e soprattutto dosa in maniera mirabile le varie anime che vanno a comporre il film: fantascienza d'annata , dramma, commedia, action, avventura ecc ecc, c'è un po' di tutto in un film che ama non prendersi sul serio, come detto prima e cita a piene mani da un immaginario ben noto al grosso pubblico, da Guerre Stellari in avanti passando per il prison movie e per Total Recall, quello originale , però.
Guerre Stellari, il primo uscito al cinema quello del 1977, è la stella polare del film e viene rievocato in più di un'occasione facendo la felicità di noi fan nostalgici.
Guardiani della Galassia si candida sin da subito ad essere uno dei migliori film mai tratti da un fumetto Marvel, proprio per il suo essere diverso e per l'autoironia che gronda letteralmente da ogni sequenza.
E ci si affeziona dannatamente a quella banda di cialtroni, l'antitesi della pattuglia di supereroi invincibili.
Anche senza mai aver letto il fumetto e quindi ignorando il loro pregresso.
Insomma è il film di supereroi for dummies.
Visto il successo planetario ( ha incassato circa 800 milioni di dollari worldwide, di cui 330 milioni negli USA che lo fanno piazzare nettamente al primo posto nel 2014 ) si parla già di un seguito annunciato per il maggio del 2017.
PERCHE' SI : personaggi irresistibili, dialoghi brillanti, ironia sempre e comunque, ritmo alacre
PERCHE' NO : il cattivo è poco caratterizzato ma importa poco....
( VOTO : 8 / 10 )
2014 : troviamo lo stesso Quill, ormai uomo, che, ascoltando una cassetta in un walkman, se ne va tranquillamente a spasso per un pianeta abbandonato alla ricerca di una gemma dai poteri particolari e che gli frutterà, almeno nelle sue intenzioni molti , molti soldi.
Ma non è il solo a volerci mettere le mani sopra.Anzi c'è un criminale, Ronan che la vuole usare per distruggere il pianeta Xandar e forse non solo quello.
Quill si allea col procione Rocket, mago della meccanica, frutto di un esperimento genetico non riuscito, con Gamora, con l'erculeo Drax che vuole vendicarsi di chi gli ha ucciso moglie e figlia e con Groot, l'uomo albero.
Con un occhio al bottino e uno alla salvezza del pianeta Xandar...
Guardiani della Galassia ( a proposito ma l'articolo determinativo nel titolo originale e in quello tradotto che fine ha fatto? Ah, l'itagliano e li 'nglese, sallo almeno!) è l'ennesimo parto della Marvel Comics che viene portato al cinema.
Fin dall'inizio però si ha una percezione diversa : se si respira nostalgia della fantascienza anni '80 nelle primissime sequenze è anche vero che i titoli di testa mettono subito in chiaro una cosa: questo film non si prende sul serio, ridendo di se stesso e ridendo assieme al pubblico.
Non si può non sorridere di fronte al balletto di Quill nelle pozzanghere usando a mo' di microfono delle schifose pantegane di un pianeta abbandonato o di fronte alle sue citazioni di Footloose.
Quindi niente supereroi con superproblemi, niente dilemmi esistenziali ma un gruppo di protagonisti , a cui Gunn riesce a dare sempre spazio adeguato in una narrazione ariosa e dal ritmo alacre, che sono il peggio della feccia da raccogliere sul fondale della galassia, ammesso che ne abbia uno.
E fanno simpatia, a pelle, appena li vedi: Quill , una specie di Han Solo ancora più cialtrone , venderebbe la nonna , se l'avesse , per diventare ricco, Gamora non vede l'ora di derubarlo ( altra sequenza esilarante all'inizio del film), Rocket farebbe fare un'indigestione di piombo caldo a chiunque gli si pari davanti, per il rancore mal represso che si porta dietro, Drax, che ha le forme muscolose del wrestler Bautista, è tanto pronto a menare le mani quanto refrattario a far lavorare il cervello.
E poi c'è Groot.
Ecco Groot merita un discorso a parte: all'inizio sembra un personaggio di alleggerimento, una sorta di aggiunta buffonesca alla compagnia ( un po' come Chewbecca in Guerre Stellari ma con molto meno pelo sulla groppa) ma poi rivela pian piano e inaspettatamente la sua poesia, la poesia di una natura capace sempre di ricrescere dalle proprie ceneri e più rigogliosa di prima.
Guardiani della Galassia non è il solito film Marvel fagocitato dagli effetti speciali che pur ci sono e sono anche molto importanti per il look avveniristico da dare al film ( parliamo pur sempre di una produzione da 170 milioni di dollari, mica bruscolini), ma viene giocato più sui personaggi e sulle battute di una sceneggiatura brillante , con dialoghi vivaci e abbondanza di one liner , cioè battute lapidarie di una riga al massimo che lasciano il segno.
Da parte sua Gunn, regista e cosceneggiatore assieme a Nicole Perlman, riesce a dare a tutti il giusto spazio, il giusto peso nella storia e soprattutto dosa in maniera mirabile le varie anime che vanno a comporre il film: fantascienza d'annata , dramma, commedia, action, avventura ecc ecc, c'è un po' di tutto in un film che ama non prendersi sul serio, come detto prima e cita a piene mani da un immaginario ben noto al grosso pubblico, da Guerre Stellari in avanti passando per il prison movie e per Total Recall, quello originale , però.
Guerre Stellari, il primo uscito al cinema quello del 1977, è la stella polare del film e viene rievocato in più di un'occasione facendo la felicità di noi fan nostalgici.
Guardiani della Galassia si candida sin da subito ad essere uno dei migliori film mai tratti da un fumetto Marvel, proprio per il suo essere diverso e per l'autoironia che gronda letteralmente da ogni sequenza.
E ci si affeziona dannatamente a quella banda di cialtroni, l'antitesi della pattuglia di supereroi invincibili.
Anche senza mai aver letto il fumetto e quindi ignorando il loro pregresso.
Insomma è il film di supereroi for dummies.
Visto il successo planetario ( ha incassato circa 800 milioni di dollari worldwide, di cui 330 milioni negli USA che lo fanno piazzare nettamente al primo posto nel 2014 ) si parla già di un seguito annunciato per il maggio del 2017.
PERCHE' SI : personaggi irresistibili, dialoghi brillanti, ironia sempre e comunque, ritmo alacre
PERCHE' NO : il cattivo è poco caratterizzato ma importa poco....
( VOTO : 8 / 10 )
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Cinema americano,
Cinema inglese,
commedia,
sci-fi
mercoledì 12 novembre 2014
La casa del fin de los tiempos ( 2013 )
Nel 1981 Dulce abita in una grande casa comprata a prezzo molto vantaggioso assieme ai figli Leopoldo e Rodrigo e al marito Juan Jose.
Nella casa avvengono strani fenomeni paranormali tra cui l'apparizione di una vecchia che dice a Leopoldo che Juan Jose presto ucciderà i propri figli.
Dopo che Rodrigo muore accidentalmente a causa di Leopoldo, la situazione in casa precipita e al culmine di una serie di eventi paranormali di cui sopra Dulce trova il marito ferito a morte con un coltello ancora infisso nel petto e Leopoldo che sparisce nell'oscurità.
La polizia la arresta per l'omicidio del marito e del figlio non avendo trovato evidenze della presenza di qualcun altro nella casa, nonostante lei professi la sua innocenza.
Nel 2011, dopo 30 anni di galera viene mandata agli arresti domiciliari e lei sceglie di stare nella sua vecchia casa,
E ricominciano gli eventi paranormali....
Avete letto la sinossi che ho scritto qui sopra?
Bene , dimenticatela perché quello che ho scritto riassume molto parzialmente quello che succede, giusto i primi minuti, e non garantisco verità anche perché ci troviamo di fronte al classico caso del film che è difficile da raccontare oltre che impossibile da spiegare senza spoilerare molto pesantemente.
E io sono allergico agli spoiler sia quando li subisco in altre letture sia quando sono io che li dovrei far subire.
Per prima cosa di che cosa parliamo ?
Parliamo di un ibrido tra dramma familiare, thriller e horror che ha fatto parlare molto di sè nel suo Paese d'origine, il Venezuela perché pare che sia stata la prima produzione di questo genere in quel Paese e ha avuto un successo di pubblico clamoroso per essere un film venezuelano ( quasi 5 milioni di dollari di incasso e 15esimo posto al boxoffice del 2013, primo in assoluto tra i film autoctoni).
E proprio grazie ai consensi avuti nel proprio Paese d'origine ha cominciato a girare per i festival specializzati in tutto il mondo vincendo anche il premio per il miglior film e la miglior regia al recente Screamfest Horror Festival, l'evento cinematografico americano più importante per quanto riguarda il cinema dell'orrore, una specie di Sundance di genere, una vetrina di grande importanza sul mercato americano ( dove circola con il titolo The House at the end of time).
Con questo pedigree e sulla scorta di un voto insolitamente alto per un horror su imdb.com non potevo rimandare la visione.
Impressioni?
Beh la prima parola che mi viene è frastornante, c'è tanta roba: La casa del fin de los tiempos parte come un dramma familiare ( la famiglia protagonista non se la passa troppo bene economicamente anche perché hanno sborsato molto denaro per la casa enorme in cui vivono) prosegue come il classico film dell'orrore con protagonista una casa stregata e finisce con degli arditi paradossi temporali che ti lasciano basito.
In pratica nella seconda parte del film si rileggono le sequenze più shockanti dell'inizio ( tradotto si vedono da altra prospettiva che fa finalmente capire, almeno in parte, che cosa stia accadendo).
E la spiegazione di tutto non è ovvia, ripeto si parla di paradossi temporali che mi hanno tanto ricordato il meccanismo usato da Nacho Vigalondo in Los Cronocrimenes.
La spiegazione di tutto e l'epilogo sono poi due WTF giganteschi a tal punto che ti sembra che il film stesso ti stia facendo una supercazzola di mascettiana memoria.
Ma bisogna riconoscere onore al merito di aver ideato una contorsione simile in un film che sembrava il solito prodotto per procurare spaventi a buon mercato.
E invece no.
Non nel senso che non procura salti sulla poltrona perché ne procura e anche in buon numero ma la regia di Hidalgo ( però per essere un esordiente ci sa davvero fare ) oscilla continuamente tra l'omaggio al genere della casa stregata con uno stile molto latino , tra spagnolo e argentino , con annessi smanettamenti sul volume delle musiche, devo dire anche un po' fastidiosi che da soli farebbero sobbalzare anche se sullo schermo vedessi Bambi tranquillamente a spasso per prati, e un dramma familiare che costituirebbe un ottimo substrato da telenovela.
E non lo dico a caso perché la protagonista Ruddy Rodriguez è stata una Miss Venezuela a metà anni '80 ed è una star incontrastata delle telenovelas di quell'angolo di America Latina.
La recitazione spesso inclina pericolosamente verso il melodramma ma se ne tiene fuori quasi per miracolo ma presumo che sia proprio il modo di recitare di molti attori latini.
La casa del fin de los tiempos è un film che partendo dai clichet riesce a elaborare qualcosa di suggestivo e originale.
E poi a me i paradossi temporali garbano veramente da morire....
PERCHE' SI : film mutevole che passa con grande naturalezza dall'horror al paradosso temporale passando per il dramma familiare, Ruddy Rodriguez è veramente brava, la regia di Hidalgo impressiona per essere un esordio
PERCHE' NO : gli smanettamenti sul volume delle musiche nelle boo sequences arrivano a essere un minimo fastidiosi, recitazione sempre a un passo dal melodramma, Ruddy Rodriguez truccata da vecchia non si può vedere per come il trucco è fatto male, spiegone ed epilogo sono due WTF giganteschi che potrebbero deludere...
( VOTO : 7 / 10 )
Nella casa avvengono strani fenomeni paranormali tra cui l'apparizione di una vecchia che dice a Leopoldo che Juan Jose presto ucciderà i propri figli.
Dopo che Rodrigo muore accidentalmente a causa di Leopoldo, la situazione in casa precipita e al culmine di una serie di eventi paranormali di cui sopra Dulce trova il marito ferito a morte con un coltello ancora infisso nel petto e Leopoldo che sparisce nell'oscurità.
La polizia la arresta per l'omicidio del marito e del figlio non avendo trovato evidenze della presenza di qualcun altro nella casa, nonostante lei professi la sua innocenza.
Nel 2011, dopo 30 anni di galera viene mandata agli arresti domiciliari e lei sceglie di stare nella sua vecchia casa,
E ricominciano gli eventi paranormali....
Avete letto la sinossi che ho scritto qui sopra?
Bene , dimenticatela perché quello che ho scritto riassume molto parzialmente quello che succede, giusto i primi minuti, e non garantisco verità anche perché ci troviamo di fronte al classico caso del film che è difficile da raccontare oltre che impossibile da spiegare senza spoilerare molto pesantemente.
E io sono allergico agli spoiler sia quando li subisco in altre letture sia quando sono io che li dovrei far subire.
Per prima cosa di che cosa parliamo ?
Parliamo di un ibrido tra dramma familiare, thriller e horror che ha fatto parlare molto di sè nel suo Paese d'origine, il Venezuela perché pare che sia stata la prima produzione di questo genere in quel Paese e ha avuto un successo di pubblico clamoroso per essere un film venezuelano ( quasi 5 milioni di dollari di incasso e 15esimo posto al boxoffice del 2013, primo in assoluto tra i film autoctoni).
E proprio grazie ai consensi avuti nel proprio Paese d'origine ha cominciato a girare per i festival specializzati in tutto il mondo vincendo anche il premio per il miglior film e la miglior regia al recente Screamfest Horror Festival, l'evento cinematografico americano più importante per quanto riguarda il cinema dell'orrore, una specie di Sundance di genere, una vetrina di grande importanza sul mercato americano ( dove circola con il titolo The House at the end of time).
Con questo pedigree e sulla scorta di un voto insolitamente alto per un horror su imdb.com non potevo rimandare la visione.
Impressioni?
Beh la prima parola che mi viene è frastornante, c'è tanta roba: La casa del fin de los tiempos parte come un dramma familiare ( la famiglia protagonista non se la passa troppo bene economicamente anche perché hanno sborsato molto denaro per la casa enorme in cui vivono) prosegue come il classico film dell'orrore con protagonista una casa stregata e finisce con degli arditi paradossi temporali che ti lasciano basito.
In pratica nella seconda parte del film si rileggono le sequenze più shockanti dell'inizio ( tradotto si vedono da altra prospettiva che fa finalmente capire, almeno in parte, che cosa stia accadendo).
E la spiegazione di tutto non è ovvia, ripeto si parla di paradossi temporali che mi hanno tanto ricordato il meccanismo usato da Nacho Vigalondo in Los Cronocrimenes.
La spiegazione di tutto e l'epilogo sono poi due WTF giganteschi a tal punto che ti sembra che il film stesso ti stia facendo una supercazzola di mascettiana memoria.
Ma bisogna riconoscere onore al merito di aver ideato una contorsione simile in un film che sembrava il solito prodotto per procurare spaventi a buon mercato.
E invece no.
Non nel senso che non procura salti sulla poltrona perché ne procura e anche in buon numero ma la regia di Hidalgo ( però per essere un esordiente ci sa davvero fare ) oscilla continuamente tra l'omaggio al genere della casa stregata con uno stile molto latino , tra spagnolo e argentino , con annessi smanettamenti sul volume delle musiche, devo dire anche un po' fastidiosi che da soli farebbero sobbalzare anche se sullo schermo vedessi Bambi tranquillamente a spasso per prati, e un dramma familiare che costituirebbe un ottimo substrato da telenovela.
E non lo dico a caso perché la protagonista Ruddy Rodriguez è stata una Miss Venezuela a metà anni '80 ed è una star incontrastata delle telenovelas di quell'angolo di America Latina.
La recitazione spesso inclina pericolosamente verso il melodramma ma se ne tiene fuori quasi per miracolo ma presumo che sia proprio il modo di recitare di molti attori latini.
La casa del fin de los tiempos è un film che partendo dai clichet riesce a elaborare qualcosa di suggestivo e originale.
E poi a me i paradossi temporali garbano veramente da morire....
PERCHE' SI : film mutevole che passa con grande naturalezza dall'horror al paradosso temporale passando per il dramma familiare, Ruddy Rodriguez è veramente brava, la regia di Hidalgo impressiona per essere un esordio
PERCHE' NO : gli smanettamenti sul volume delle musiche nelle boo sequences arrivano a essere un minimo fastidiosi, recitazione sempre a un passo dal melodramma, Ruddy Rodriguez truccata da vecchia non si può vedere per come il trucco è fatto male, spiegone ed epilogo sono due WTF giganteschi che potrebbero deludere...
( VOTO : 7 / 10 )
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martedì 11 novembre 2014
Boyhood ( 2014 )
Dodici anni della vita di Mason , da quando ha otto anni e frequenta la scuola elementare a quando ne ha venti ed è entrato al college. Storia del rapporto non propriamente idilliaco con la sorella Samantha , quando era piccola una specie di genio del male specialista nel farlo apparire sempre nella luce peggiore di fronte alla madre Olivia, divorziata dal padre dei due e con un talento particolare nel passare da un uomo sbagliato all'altro e con il padre Mason Sr che nel corso di questi dodici anni evolve da infantile scavezzacollo a padre amoroso di famiglia , soprattutto quando se ne farà un altra.
Ma il suo affetto e il suo sostegno a Mason e a Samantha non mancherà mai....
Inutile starci a girare intorno: Boyhood è il caso cinematografico di questo 2014, un film di cui tutti hanno parlato ma che probabilmente è stato visto meno del dovuto, un esperimento cinematografico unico che entrerà di diritto nella storia del cinema per il modo assolutamente nuovo mediante il quale è stato realizzato.
La leggenda narra che Richard Linklater nel 2002 annunciò urbi et orbi di un suo progetto intitolato The Twelve Year Project non spiegando alcun dettaglio sulla sua realizzazione.
Dal 2002 al 2013 il regista americano riuscirà a riunire tutta la troupe e il cast artistico per pochi giorni di riprese l'anno ( in tutto i giorni di ripresa del film saranno 39, poco più della metà di un film "normale") e finalmente nel 2014 Boyhood, questo poi il titolo assegnato, ha visto la luce prima al Sundance di quest'anno e poi al Festival di Berlino dove ha partecipato al concorso e ha riportato a casa l'Orso d'Argento oltre a numerosi altri premi raccattati in diverse parti del mondo.
Come definire Boyhood ?
Credo che sia l'apoteosi, la sublimazione del cinema di Linklater , il suo punto d'arrivo a qualcosa di profondamente diverso da quanto fatto da lui fino ad ora, lui che in diversi film ha scelto di trattare lassi di tempo brevissimi ( come in Prima dell'alba e Prima del tramonto).
Qui narra una vicenda di quelle nascoste negli anfratti più reconditi della provincia americana, non chiamiamola epopea perché non ha nulla di epico, è solo il racconto di una normalità conclamata della vita di una famiglia ristretta e allargata a seconda delle peripezie sentimentali della madre, Olivia, una famiglia figlia naturale dei tempi che l'hanno generata.
La novità di Boyhood consiste nel mostrare dal vero tutti i cambiamenti fisici dati dalla natura in questi dodici anni e nel contempo descrivere oltre al passaggio di un 'epoca ( o anche due, visto che nel film si narra di una stella nascente di nome Obama e oggi non se la passa benissimo, politicamente parlando) anche qualcosa di più profondo nella vita di Mason, bimbo che guarda fiducioso il mondo con i suoi occhioni rivolti alla vita e si trova sballottato da una parte all'altra in cerca di un appiglio a cui ancorarsi.
Boyhood cerca di raccontare il presente alla luce del passato, è un messaggio nella bottiglia lanciato nell'Oceano che viene ritrovato dodici anni dopo, è il racconto di uno degli infiniti universi paralleli narrati al cinema che ci viene mostrato anche ben oltre i titoli di coda.
Piace ?
Si, piace molto, è una trovata alla Solondz e non ne cito uno a caso. Solondz e Linkleter sono forse i cineasti americani più simili ai loro colleghi europei per concezione di cinema.
Boyhood per certi versi mi ha ricordato quello che per me è senza dubbio il miglior film di Solondz, quell' Happiness che come la lama di un bisturi chirurgico dissezionava la facciata della classica famiglia americana per mostrare tutto il marciume che si nascondeva alle sue fondamenta.
Proprio come succede in Boyhood.
E' un capolavoro come molti hanno decretato?
Beh, a mio parere no perché se è vero che è inedito raccontare dodici anni di vita di un ragazzo girando per dodici anni di seguito i frammenti di una storia che poi andrà a comporre un film di quasi tre ore, è anche vero che nella storia del cinema c'è un moloch gigantesco che ha raccontato l'epopea di una famiglia nel corso di un secolo (questo si con accenti epici e con un disegno storico fondamentale per la narrazione, mentre qui nel film di Linklater è poco più che un dettaglio) che è rappresentato dai 3 Heimat di Edgar Reitz, un'opera talmente monumentale (parliamo di una cinquantina di ore di film , più o meno, letteralmente il film della vita di Reitz che sta lavorando a questa saga praticamente ininterrottamente da circa 30 anni ).
Linklater è bravo come al solito a catturare la quotidianità ma forse manca qualcosa in termini di coralità in un film che procede a balzi nel tempo catturando la crescita di Mason , soprattutto, e di Samantha in maniera abbastanza rapsodica e contrapponendo loro due genitori che , sposatisi troppo giovani, non hanno neanche avuto il tempo di completare il loro percorso di crescita.
Quello che vediamo completato o quasi nell'ombroso Mason che quegli occhi da bambino spalancati sul mondo, bello o brutto che sia, non li ha mai persi, neanche quando ha oltrepassato l'adolescenza.
Boyhood è un lungo fiume tranquillo senza grossi picchi emotivi o stravolgimenti , vive della normalità dei suoi protagonisti , è tanto moderno nella concezione, quanto ordinario nella scrittura.
Ricorderanno tutti come è stato fatto Boyhood ma pochi ricorderanno la storia che ha raccontato , la storia della vita di una famiglia come tante.
Talmente normale che presto scivolerà nell'oblio.
Vedere però i vari personaggi che crescono e invecchiano durante lo stesso film o non attraverso vari sequels è espressione di un linguaggio nuovo che forse non potrà mai essere imitato....
C'est la vie e non c'è effetto speciale che possa raccontarla....
PERCHE' SI : un concept di film assolutamente nuovo, la rilettura del presente attraverso il passato recente, grande scoperta Ellar Coltrane
PERCHE' NO : la scrittura non è sempre brillantissima e non sta al pari della novità del progetto , narrazione rapsodica.
( VOTO : 7 ,5 / 10 )
Ma il suo affetto e il suo sostegno a Mason e a Samantha non mancherà mai....
Inutile starci a girare intorno: Boyhood è il caso cinematografico di questo 2014, un film di cui tutti hanno parlato ma che probabilmente è stato visto meno del dovuto, un esperimento cinematografico unico che entrerà di diritto nella storia del cinema per il modo assolutamente nuovo mediante il quale è stato realizzato.
La leggenda narra che Richard Linklater nel 2002 annunciò urbi et orbi di un suo progetto intitolato The Twelve Year Project non spiegando alcun dettaglio sulla sua realizzazione.
Dal 2002 al 2013 il regista americano riuscirà a riunire tutta la troupe e il cast artistico per pochi giorni di riprese l'anno ( in tutto i giorni di ripresa del film saranno 39, poco più della metà di un film "normale") e finalmente nel 2014 Boyhood, questo poi il titolo assegnato, ha visto la luce prima al Sundance di quest'anno e poi al Festival di Berlino dove ha partecipato al concorso e ha riportato a casa l'Orso d'Argento oltre a numerosi altri premi raccattati in diverse parti del mondo.
Come definire Boyhood ?
Credo che sia l'apoteosi, la sublimazione del cinema di Linklater , il suo punto d'arrivo a qualcosa di profondamente diverso da quanto fatto da lui fino ad ora, lui che in diversi film ha scelto di trattare lassi di tempo brevissimi ( come in Prima dell'alba e Prima del tramonto).
Qui narra una vicenda di quelle nascoste negli anfratti più reconditi della provincia americana, non chiamiamola epopea perché non ha nulla di epico, è solo il racconto di una normalità conclamata della vita di una famiglia ristretta e allargata a seconda delle peripezie sentimentali della madre, Olivia, una famiglia figlia naturale dei tempi che l'hanno generata.
La novità di Boyhood consiste nel mostrare dal vero tutti i cambiamenti fisici dati dalla natura in questi dodici anni e nel contempo descrivere oltre al passaggio di un 'epoca ( o anche due, visto che nel film si narra di una stella nascente di nome Obama e oggi non se la passa benissimo, politicamente parlando) anche qualcosa di più profondo nella vita di Mason, bimbo che guarda fiducioso il mondo con i suoi occhioni rivolti alla vita e si trova sballottato da una parte all'altra in cerca di un appiglio a cui ancorarsi.
Boyhood cerca di raccontare il presente alla luce del passato, è un messaggio nella bottiglia lanciato nell'Oceano che viene ritrovato dodici anni dopo, è il racconto di uno degli infiniti universi paralleli narrati al cinema che ci viene mostrato anche ben oltre i titoli di coda.
Piace ?
Si, piace molto, è una trovata alla Solondz e non ne cito uno a caso. Solondz e Linkleter sono forse i cineasti americani più simili ai loro colleghi europei per concezione di cinema.
Boyhood per certi versi mi ha ricordato quello che per me è senza dubbio il miglior film di Solondz, quell' Happiness che come la lama di un bisturi chirurgico dissezionava la facciata della classica famiglia americana per mostrare tutto il marciume che si nascondeva alle sue fondamenta.
Proprio come succede in Boyhood.
E' un capolavoro come molti hanno decretato?
Beh, a mio parere no perché se è vero che è inedito raccontare dodici anni di vita di un ragazzo girando per dodici anni di seguito i frammenti di una storia che poi andrà a comporre un film di quasi tre ore, è anche vero che nella storia del cinema c'è un moloch gigantesco che ha raccontato l'epopea di una famiglia nel corso di un secolo (questo si con accenti epici e con un disegno storico fondamentale per la narrazione, mentre qui nel film di Linklater è poco più che un dettaglio) che è rappresentato dai 3 Heimat di Edgar Reitz, un'opera talmente monumentale (parliamo di una cinquantina di ore di film , più o meno, letteralmente il film della vita di Reitz che sta lavorando a questa saga praticamente ininterrottamente da circa 30 anni ).
Linklater è bravo come al solito a catturare la quotidianità ma forse manca qualcosa in termini di coralità in un film che procede a balzi nel tempo catturando la crescita di Mason , soprattutto, e di Samantha in maniera abbastanza rapsodica e contrapponendo loro due genitori che , sposatisi troppo giovani, non hanno neanche avuto il tempo di completare il loro percorso di crescita.
Quello che vediamo completato o quasi nell'ombroso Mason che quegli occhi da bambino spalancati sul mondo, bello o brutto che sia, non li ha mai persi, neanche quando ha oltrepassato l'adolescenza.
Boyhood è un lungo fiume tranquillo senza grossi picchi emotivi o stravolgimenti , vive della normalità dei suoi protagonisti , è tanto moderno nella concezione, quanto ordinario nella scrittura.
Ricorderanno tutti come è stato fatto Boyhood ma pochi ricorderanno la storia che ha raccontato , la storia della vita di una famiglia come tante.
Talmente normale che presto scivolerà nell'oblio.
Vedere però i vari personaggi che crescono e invecchiano durante lo stesso film o non attraverso vari sequels è espressione di un linguaggio nuovo che forse non potrà mai essere imitato....
C'est la vie e non c'è effetto speciale che possa raccontarla....
PERCHE' SI : un concept di film assolutamente nuovo, la rilettura del presente attraverso il passato recente, grande scoperta Ellar Coltrane
PERCHE' NO : la scrittura non è sempre brillantissima e non sta al pari della novità del progetto , narrazione rapsodica.
( VOTO : 7 ,5 / 10 )
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