I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.

venerdì 14 giugno 2013

Black Sabbath "13 " ( Vertigo, 2013 )

Oggi, contrariamente al preventivato niente film.
Ieri sera ho avuto una folgorazione e un impellente bisogno di scrivere riguardo a un argomento che in questi giorni mi sta frullando per la testa, veramente mi frulla più per le orecchie perchè è qualche giorno che ascolto in macchina il nuovo disco dei Black Sabbath,13, due cifre fiammeggianti che fanno bella mostra di sè sulla copertina.
Da che parte cominciare?
Si , lo so, non è bello cominciare a parlare di un disco che stai aspettando da tanto con una domanda. ma sinceramente non lo so neanche io da dove devo cominciare.
Allora cominciamo con un : a me Ozzy è sempre stato sul cazzo.
Ho sempre pensato che la sua voce sgraziata fosse una specie di freno a mano tirato per la musica dei Black Sabbath ma negli anni ho toccato con mano che sono uno dei pochi a pensarla così.
Ho cominciato ad amare l'heavy metal perchè cercavo cantanti coi controcazzi , tipo le quattro ottave di estensione di Geoff Tate nei Queensryche, oppure gente che sapesse tenere un acuto per 45 secondi in  concerto ,quindi senza trucco e senza inganno come Eric Adams dei Manowar.
Non ho mai comprato un disco di Ozzy ma gli devo riconoscere un fiuto nello scovare talenti veramente di primo ordine: scovare due fuoriclasse della chitarra come Randy Rhoads ( RIP) o Zakk Wylde non è da tutti. O forse li ha scoperti Sharon, la moglie tuttofare, quella che in The Osbournes , una specie di real tv che acquista (volontariamente o no ancora non l'ho capito) le cadenze della sit com, lo fa apparire come un mezzo rincoglionito che a malapena ricorda il proprio nome e cognome.
Ecco grazie a The Osbournes , Ozzy mi è cominciato a stare più simpatico forse proprio perchè ha demolito l'immagine di rockstar pura e cruda che tutti avevano di lui.
Ma sto divagando..
Io , per ragoni anagrafiche o forse per mera casualità , ho conosciuto i Black Sabbath col disco sbagliato.
Perchè sbagliato? perchè era Born Again , l'unico disco in studio in cui ha cantato sua maestà Ian Gillan. Dovete sapere che Ian Gillan, che è ancora vivo e lotta con noi, è stato il cantante che  ha aperto un universo nuovo nelle mie orecchie implumi da adolescente nemmeno quattordicenne : comprai in cassetta Made in Japan e già sentendo il maestoso riff di Highway Star  e l'ugola d'acciaio di Gillan avevo capito che quella era la musica che mi avrebbe accompagnato per tanto tempo. Sono 31 anni che mi accompagna e ancora non mi vuole lasciare. Avevo appena scoperto i Deep Purple e mi imbatto in Born Again, quando vidi nel retrocopertina il lungocrinito Gillan , feci subito mio il disco, un vinile che conservo ancora gelosamente.
Born Again è ancora uno dei miei dischi preferiti dei Black Sabbath, tutti dicevano che lo stile e il look all jeans di Gillan male si addiceva alla musica e alla black leather calzata dagli altri membri del gruppo ma a me sinceramente non me ne poteva fregare di meno. Sentivo il refrain di Disturbing the priest e sembrava quasi che le casse del mio stereo volessero esplodere per come le chitarre bussavano da dentro quasi a squarciarle, sentivo il riff granitico di Zero the Hero ( uno dei migliori riff mai partoriti dalla chitarra di sua maestà Tony Iommi) e la mia testa cominciava a muoversi a ritmo, sentivo la title track e quasi mi veniva da piangere a sentire cotanta bellezza o a sentire la voce di Ian che su Hot Line andava su , in alto e poi ancora più su dove non osano neanche le aquile.
E poi ho scoperto tutti i dischi con Ronnie James Dio: che gran cantante ! Ora è tornato su, dal suo omonimo, ma la sua impronta nei dischi dei Sabs a cui ha partecipato è indelebile.Ogni volta che ascolto Children of the Sea le lacrime mi salgono agli occhi.
Addirittura a Ozzy ho preferito anche Tony Martin: e qui molti già avranno pensato che il vero rincoglionito sono io. E invece no, permettetemi di difendermi: Tony era un grande cantante ( dico era perchè l'ho visto in una sua recente esibizione ed è solo l'ombra sfiatata di quello che fu), forse un po' troppo nel Dio -Style ma con una voce notevole, potente e soprattutto bene armata dalla chitarra magica di Tony Iommi impegnata come non mai a macinare riff spaccasassi per brani marcati a fuoco nella mia memoria ( tipo The Shining o anche The Headless Cross).
Si vabbe...ma come è 13 ?
13 è un  disco bello, onesto, che trasuda passione e che sembra non risentire di tutte le traversie che si sono abbattute sui vari membri della band. Iommi si fa beffe del linfoma che lo ha colpito suonando divinamente la sua chitarra e snocciolando dozzine di riff che basterebbero per una decina di dischi ancora, Geezer Butler martirizza le corde del suo basso per dare spessore al suo già corposo della chitarra( perchè parafrasando i Manowar, other bands play Black Sabbath kills ) e Ozzy che con gli anni comunque è migliorato anche se non sarà mai un cantante all'altezza degli altri che si sono succeduti al microfono dei Sabs, non fa danni.
Anzi , sembra proprio che la musica scritta sia fatta apposta per la sua voce acida e sgraziata che ha tutto tranne la tecnica.
Il tempo sembra essersi fermato in un disco che profuma di antico ma suona modernissimo grazie alla produzione di Rick Rubin che permette di apprezzarne ogni sfumatura.
Perchè questo disco di sfumature ne contiene tante: dal vecchio, roccioso heavy metal al vero e proprio doom come neanche i Cathedral hanno mai saputo fare, agli umori acidi in blues fino agli aromi di psichedelia settantiana.
Questi signori non hanno nulla da dimostrare perchè ormai sono stati consegnati alla storia.
Ma ancora hanno voglia di mettersi in gioco e di regalare un po' della loro infinita classe.
God is (not) dead.

( VOTO : 8 / 10 )

giovedì 13 giugno 2013

Death of a superhero ( 2011 )

Donald è un adolescente che sta spendendo i suoi quindici anni come fanno quasi tutti i suoi coetanei: notti brave con gli amici, ordinarie incomprensioni con i genitori, disegna fumetti e graffiti su qualsiasi superficie ( poi pagandone le conseguenze ), è afflitto dai primi turbamenti sessuali e dai primi sussulti d'amore.
L'unica cosa che lo differenzia dagli altri adolescenti è che lui alla maggiore età non ci arriverà mai: è malato di una rara e aggressiva forma di leucemia che non gli lascia molto da vivere.
Per esorcizzare la paura della morte continua a disegnare fumetti in cui il suo alterego, un supereroe, deve fronteggiare un supercattivo armato di aghi e di siringhe.
E intanto i genitori gli fanno frequentare un "tanatologo", una specie di psicoterapeuta che gli permetta di superare la paura della morte e mettere da parte quel fatalismo pernicioso che sta avvolgendo quel che gli resta da vivere.
Death of a superhero, a scanso di equivoci, è un bel ritratto di un adolescente un po' diverso dal solito non per causa sua. Sfugge le trappole della retorica, non cerca la comoda scorciatoia della lacrima facile, non percorre i clichet del classico film sul coming of age, genere ultimamente molto frequentato su grande schermo.
Soprattutto perchè Donald non ha il tempo materiale per completare la sua formazione, per lui l'età adulta non arriverà mai e con essa la definitiva maturazione.
Dal punto di vista formale il film di Fitzgibbon è molto interessante: la commistione live action / fumetto è articolata in modo originale .
Sono le tavole disegnate dalla mano talentuosa di Donald che in pratica parlano della malattia, usando metafore molto concrete, ai limiti della brutalità, creando un mondo alternativo privo di luce e di speranza con il supereroe alterego del protagonista che combatte con tutte le sue forze contro un nemico infido e invincibile.
Altrimenti Donald cerca di essere normale: anche se ha un aspetto un po' da alieno con il suo cranio pelato un po' a punta e un cappellino sempre calato fin quasi sugli occhi per coprire l'alopecia derivata dalla chemioterapia, non è affatto escluso dai compagni che si sforzano di coinvolgerlo in più cose possibili: beve alcool anche se minorenne, fuma erba, ha i normali moti di ribellione verso i suoi genitori che lo adorano ma non possono guardarlo autodistruggersi giorno per giorno, come se non bastasse la malattia.
Ma forse è questo l'unico modo per non pensare al suo destino che si avvicina a grandi passi, Donald esorcizza così la sua paura di morire.
E anche quando conosce la bella Shelly, ribelle come lui, il film ne tratteggia delicatamente la relazione  rifuggendo la deriva sentimentale più ovvia.
Death of a superhero convince soprattutto come racconto di un'adolescenza che non vedrà mai la sua fine, il suo sbocco naturale nell'età adulta. Donald sa benissimo che il suo è un percorso a breve termine e la sua consapevolezza dolorosa è il cardine attorno a cui ruota tutto il film.
Eccellente il lavoro del giovane Thomas Brodie-Sangster nella parte del giovane protagonista mentre meno convincente il personaggio del tanatologo Andy Serkis, il classico maestro di vita che sembra conoscere tutto e tutti perchè ha vissuto tutto sulla sua pelle.
La morale è che si può essere supereroi dentro oltre che fuori.
Ma alle volte anche i supereroi muoiono.

( VOTO : 7 + / 10 ) 

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mercoledì 12 giugno 2013

Love & Secrets ( 2010 )

Nella New York degli anni '70 il giovanissimo David Marks, figlio di un ricco magnate immobiliare, conosce Katie, studentessa lavoratrice , decidono di sposarsi e di andare a vivere in riva a un lago nel Vermont, lontano da tutto e da tutti. Il padre di David li fa ritornare in città per affidare diverse mansioni al figlio, Katie studia medicina dopo essere stata ammessa all'Università e le cose cominciano a cambiare. David ha evidenti problemi di personalità, è violento, dispotico e pare che in famiglia fossero tutti a conoscenza della sua psicopatologia. Il film, tratto da una storia vera, narra del processo contro David , accusato della morte di un suo grande amico e della scomparsa nel 1982 di Katie.
Un processo intentato venti anni dopo e finito con un nulla di fatto anche se il film allude pesantemente ai comportamenti torbidi di David e lo additi come sospetto anche per la scomparsa della moglie.
Ad Andrew Jarecki piacciono le vicende torbide: dopo la storiaccia raccontata nel bellissimo documentario Una storia americana, il cineasta americano cerca di raccontare un'altra incredibile storia vera usando però lo strumento della fiction.
E purtroppo perde , strada facendo, il vigore espressivo che caratterizzava la sua opera prima.
Il personaggio di David è un coacervo di sentimenti ballerini, amori viscerali e disamoramenti improvvisi, di psicopatologia nascosta per il bene della famiglia, un fuoco che cova sotto la cenere sempre pronto a esplodere in tutta la sua furia e distruggere tutto.
David è nascosto e protetto da un padre padrone che grazie alla potenza del dio dollaro crede di poter disporre di tutto. E forse anche il figlio è così. Sposa una studentessa spiantata ma con personalità che gli tiene testa ma la malattia di David presto prende il sopravvento: si allontanano , Katie si accorge che non può  trascorrere tutta la sua vita in preda agli sbalzi d'umore di David la cui psiche implode per un nonnulla scatenando la violenza.
Il film parte come un dramma familiare da camera e poi col passare dei minuti cambia pelle, più volte fino a diventare una specie di thriller ( non pienamente riuscito) che sembra fare il verso a Psycho di Hitchcock soprattutto quando un Ryan Gosling vestito da donna e con la parrucca bionda se ne va in giro facendo la figura del surrogato di Norman Bates, personaggio a cui Anthony Perkins ha donato l'immortalità.
E se si ha presente questo riferimento, crolla un po' tutto il castello di carte messo su da Jarecki perchè improvvisamente diventa tutto stantio, derivativo, sembra di trovarsi al mercatino dell'usato in cui si cerca di prendere un po' di tutto da tutti.
Così succede nella seconda parte di Love & secrets ( a proposito altra perla del titolista italiano: ma perchè  dare al film un altro titolo inglese che non c'entra nulla con l'originale All good things ?): i generi si mescolano tra di loro dando luogo a un ibrido citazionista in cui i momenti notevoli ( il finale ad esempio, in pieno stile documentaristico, alla Jarecki) vengono intervallati più o meno alla rinfusa con cadute di tono o parti nettamente più insipide.
E poi, perdere a metà film un personaggio forte e luminoso come quello di Kirsten Dunst, è quasi un delitto capitale. Gosling, lasciato da solo gigioneggia e quando lo fa , senza controllo, dà ragione a quelli che gli cuciono addosso su misura ruoli da bel tenebroso in cui spiaccica più o meno tre o quattro frasi di senso compiuto durante tutto il film.
E invece Ryan Gosling è molto più bravo, come ha dimostrato per esempio in Half Nelson o in The Believer.
Love & secrets però non è film da condannare in toto: fino a che non prevale la citazione hitchcockiana è un dramma familiare valido e con discreti picchi di intensità emotiva.
Fondamentalmente due cose non convincono: visto che la storia vera da cui è tratto il film è sconosciuta ai più perchè raccontare tutto in flashback svelando praticamente subito il finale soprattutto se si ha intenzione di abusare di atmsfere da thriller nella seconda parte?
E , visto il curriculum di Jarecki, perchè non ha girato un documentario su questa storiaccia invece di farci fiction?

( VOTO : 6 / 10 ) 


All Good Things (2010) on IMDb

martedì 11 giugno 2013

Jason Becker: Not Dead Yet ( 2012 )

Jason  Eli ( da Eli Wallach ) Becker è uno studente di liceo virtuoso di chitarra che nella seconda metà degli anni '80 , ancor prima che finisse le scuole, è stato già adocchiato dal guru della Shrapnel Records che lo ha messo sotto contratto. Jason a 15 anni suona già Paganini nonostante non abbia studi classici, a 18 anni ha pubblicato già il suo primo disco assieme a Marty Friedman ( altro guitar hero per tanti anni nei Megadeth) nel progetto Cacophony, a 19 anni viene chiamato da David Lee Roth ( ex frontman dei Van Halen ) per sostituire un certo Steve Vai. A 20 anni dovrebbe partire per un tour mondiale con il biondo singer ma ha problemi a una gamba che da un po' lo fa zoppicare: si sottopone a controlli medici e la diagnosi è impietosa. 
Jason ha contratto il morbo di Lou Gehrig , la sclerosi laterale amiotrofica detta anche SLA, una malattia degenerativa del sistema nervoso che presto lo ridurrà su una sedia a rotelle, gli impedirà di parlare e persino di alimentarsi normalmente.Gli hanno dato da 3 a 5 anni di vita ma Jason si dimostra più forte.
Questo documentario racconta la sua storia straordinaria, quella di un chitarrista in rampa di lancio per l'Olimpo del rock che si è trovato catapultato nell'inferno della malattia.
Jason è ancora vivo ( Not Dead Yet  come dice il titolo del film) e grazie all'aiuto della sua famiglia riesce a comunicare con un computer e a scrivere ancora musica.
Perchè lui l'armonia ce l'ha dentro: deve solo trovare il modo per farla sgorgare.
Me lo ricordavo bene Jason Becker quando suonava nei Cacophony o anche nelle fila del supergruppo messo su da David Lee Roth. Chitarrista dalla tecnica sopraffina, con un tocco magico su qualsiasi cosa suonasse. All'epoca non sapevo neanche che fosse così giovane, le rockstars a quell'epoca sembravano tutte avere un'età maggiore di quella reale.
Poi l'ho perso di vista : la scena rock ed heavy metal è lastricata di personaggi che per un motivo o per l'altro ( leggasi droga o stravizi in genere, oppure semplicemente insuccesso ) si perdono nei meandri del music biz ritrovandosi a fare i turnisti in sala di incisione, praticamente un lavoro impiegatizio che non assicura alcuna gloria, o addirittura smettendo proprio di suonare.
Credevo che Becker fosse sparito per questo oppure che mi fosse semplicemente sfuggita la sua prematura scomparsa.
Poi casualmente mi imbatto in questo documentario definito brillantemente da altri un rockumentary : e lì ritrovo il Jason degli anni del liceo e quello di oggi che ancora orgogliosamente combatte la sua battaglia per vivere anche se bloccato su su una sedia a rotelle e costretto a comunicare via computer con un sistema di comunicazione ideato dal padre.
In Jason Becker : Not Dead Yet non prevale il rimpianto per qualcosa che avrebbe potuto essere e non è: certo è dura essere una rockstar sulla cresta dell'onda e abbandonare tutto a causa di una malattia bastarda che ti priva di ogni cosa, anche della capacità di esprimerti.
Quello che prevale invece è la voglia di vivere di Jason, la sua gioia nell'assaporare quasi voluttuosamente quelle poche, piccole cose che la vita quotidianamente gli offre sforzandosi di non pensare a quello che crudelmente il destino gli ha riservato.
Emerge la sua forza d'animo che gli permette ancora di sorridere ( una delle poche cose che la sclerosi laterale amiotrofica ti permette di fare ) ma soprattutto di concentrarsi nel continuare a scrivere la sua musica pur non potendo imbracciare la chitarra e muovere a velocità vertiginosa le dita per suonare quello che sgorga dalla sua mente.
Vien fuori inoltre una figura ben lontana dallo stereotipo della rockstar: bravo ragazzo, studente brillantissimo, serate dedicate allo studio del suo strumento piuttosto che a gozzovigliare o a ubriacarsi, una vita priva di eccessi e con un attaccamento particolare alla sua famiglia.
Chiusura del film col concerto ( Not Dead Yet )che ogni anno si tiene a Richmond in onore di Jason con tutti gli amici di sempre riuniti sul palco: da Marty  a Joe Satriani passando per buona parte della scena rock ed heavy americana.
Perchè Jason Becker è rock, è vivo ed è ancora   un mito per tanti ragazzi di oggi che studiano e suonano chitarra coltivando il sogno di diventare qualcuno.
Jason  combatte con noi.
Cazzo, se combatte !

( VOTO : 8 / 10 ) 


Jason Becker: Not Dead Yet (2012) on IMDb

lunedì 10 giugno 2013

Epic ( 2013 )

La giovane Mary Katharine torna a casa dal padre, una specie di strambo inventore che vive in una casa caotica, un po' come la sua vita. Lei è convinta che c'è una civiltà microscopica nel loro giardino, lui assolutamente no. Quando la ragazza viene rimpicciolita a causa dell'incantesimo della regina Tara troverà conferme alle sue teorie. C'è un universo nel suo giardino e soprattutto c'è una lotta ( epica ) tra il Bene e il Male. Assieme a un Uomo Foglia, al suo esercito e a tutta una serie di personaggi stravaganti si troverà nel bel mezzo della battaglia. E dovrà salvare il mondo.
Ormai la guerra per gli incassi che si sta combattendo nel settore dell'animazione ha assunto connotati ben più epici di quelli di questo nuovo film diretto da Chris Wedge già deus ex machina del brand de L'era glaciale e di Robots.
Questo si traduce nella spasmodica ricerca di una qualità tecnica sempre più elevata , complice anche l'uso della stereoscopia che se , utiilizzata scientemente nel campo dell'animazione può innalzare e di parecchio il livello estetico , che purtroppo non trova sempre riscontro nella qualità della storia narrata e in una tipizzazione sempre marcata del target di riferimento.
Una volta eravamo abituati a pensare che i film a cartoni animati fossero di esclusiva pertinenza dei bambini e invece oggi questi film parlano indifferentemente ai padri e ai figli , stimolando la cinefilia degli uni con riferimenti ad hoc che può essere anche divertente andare a scoprire,  le cornee e si sentimenti dei più piccoli che magari non coglieranno tutti i riferimenti ma si possono appassionare a quello che stanno vedendo.
Epic corrisponde proprio a questo identikit: bello e colorato, inappuntabile  dal punto di vista tecnico, una storia intima ma universale allo stesso tempo ( da un banale litigio con il padre alla lotta per salvare il mondo), la sempiterna lotta tra Bene e Male narrata al cinema tantissime altre volte.
E poi ci sono quelle citazioni, o veri e proprio scippi di idee che lo fanno ricollegare al micro mondo fantasy di Arthur e il popolo dei Minimei ( creatura bessoniana e quindi europea al 100 %, è piacevole constatare che stavolta sono gli americani che inseguono gli europei) oppure al successo disneyano live action di un paio di decenni fa intitolato Tesoro , mi si sono ristretti i ragazzi ( e relativi seguiti perchè tanto cambiando l'ordine degli addendi il risultato non cambia tra rimpicciolimenti e ingradimenti dei vari componenti della famiglia).
Altro riferimento piuttosto marcato che più che una citazione è una vera e propria scimmia inchiavardata sulle spalle del film è quello ad Avatar. Si cambia furbescamente il colore che fa da sfondo a tutto il mondo nascosto che viene gradualmente svelato agli occhi dello spettatore( dall'azzurro del film di Cameron al verde di questa pellicola) e si parte con la lotta selvaggia per salvare il mondo con tanto di spruzzate new age ( veramente in Avatar erano delle vere e proprie secchiate con cui si cercava di annegare lo spettatore) .
Epic è visione piacevole ma gli manca quello scatto di reni che lo faccia competere ad armi pari con le ultime meraviglie Pixar o Dreamworks che sembrano piazzarsi su un gradino più alto.
Dalla sua ha un pugnetto di personaggi ben definiti ma che hanno il difetto di farsi dimenticare appena dopo i titoli di coda.
E questo ha ben poco di epico.

( VOTO : 6 / 10 ) 


Epic (2013) on IMDb

domenica 9 giugno 2013

Bronson ( 2008 )

Nel 1974 il poco più che adolescente Michael Peterson ha un sogno nel cassetto: vuol diventare una celebrità. Ma sceglie di entrare nella storia con il modo sbagliato: una rapina in banca che gli frutta solo una condanna a 7 anni di prigione. E chiuso nelle patrie galere gli succede anche di peggio: vittima della sua personalità scostante si fabbrica un alter ego schizzato e violentissimo che risponde al nome di Charles Bronson, si, proprio lui, il giusitiziere della notte.
Manifestando in più occasioni la sua pericolosità sociale Peterson, oramai per tutti Bronson, finirà per passare ben 34 anni in galera , quasi tutti in isolamento.
Teoricamente ci troviamo di fronte a un biopic di un personaggio molto sui generis, in pratica è una rappresentazione teatrale stilizzata in cui il protagonista, uno smisurato Tom Hardy, è di fatto l'unico attore presente sulla scena.
Addirittura si rivolge al suo pubblico guardando nella telecamera cercando di vendere  se stesso nel migliore dei modi. La prigione è di fatto uno sfondo teatrale che ammortizza le gesta del "criminale più pericoloso di tutto il Regno Unito".
E questo senza aver mai ucciso nessuno.
Ne ha ammaccati,parecchi però. 
Michael Gordon Peterson in arte Charles Bronson, proprio come l'attore dallo sguardo di pietra, è certamente pericoloso non tanto perchè attenta alla vita degli altri quanto perchè non riconosce alcuna autorità superiore. E'pericoloso socialmente quindi molto più di un omicida.
Riconosce solo se stesso,il resto del mondo non lo riguarda, così il fatto di stare in isolamento per 30 anni dei quasi 35 anni trascorsi dentro.
Bronson sembra Mangiafuoco, assomiglia alla versione in carne, muscoli(soprattutto) ed ossa di quegli artisti da circo che decenni fa si vantavano di essere gli uomini più forti del mondo con tanto di bilancieri al seguito, è un figlio de-genere di Alex De Large ma con lui la cura Ludovico non ha mai funzionato.
E'una figura magnetica, oscura eppure quasi trasparente nella sua "filosofia" di vita ultra-violenta. Con la sola differenza che mentre nel film di Kubrick questa filosofia era la base di tutto, nel film di Refn è un processo in evoluzione costante che diventa sempre più evidente dopo ogni fatto violento che caratterizza la vita di Bronson, il quale ha una consapevolezza inferiore di quella che poteva avere il personaggio kubrickiano.

L'atmosfera che si respira nel film è surreale in questo corroborata dalla fotografia di Larry Smith che privilegia le tonalità sature. La prigione diventa una dimensione a metà tra la realtà e il sogno(o meglio l'incubo).
Refn tecnicamente è un regista parecchio talentuoso ma forse qui si lascia prendere la mano dall'enfasi di raccontare un personaggio eccessivo, sopra le righe.
Enfasi che si traduce in un uso piuttosto smodato delle musiche (fondamentalmente Verdi e Wagner ma anche musica leggera contemporanea) per sottolineare alcuni passaggi del film.
Refn in questa sua opera non si rivela essere regista da mezzi toni, il film è urlato in faccia allo spettatore ma  si avverte che il regista danese ha preso questo personaggio così off limits ad uso e consumo della propria estetica fatta di scene bellissime da vedere se prese singolarmente.
Nel suo insieme il film invece arriva a essere sfiancante pur nella sua breve durata (meno di 90 minuti al netto dei titoli di testa e di coda). 
Sembra che Refn abbia più voluto raccontare se stesso e la sua poetica da regista di nicchia (con continui ammiccamenti da Kubrick a Tarantino,dal Chopper di Andrew Dominik  al McGuigan di Gangster N.1,fulminante esempio di gangster movie britannico nichilista nella sua violenza)   che un personaggio come quello di Michael Gordon "Charles Bronson" Peterson.
La cui vita è comunque un grandissimo soggetto da cui trarre un film. 

( VOTO : 7 / 10 ) 

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sabato 8 giugno 2013

Warm Bodies ( 2013 )

Il mondo è sull'orlo dell'apocalisse, forse anche oltre, gli umani stanno combattendo per la sopravvivenza contro orde di zombie di diversa fattura ( tra cui gli Ossuti che hanno perso ogni connessione con la razza umana ).Julie si trova nel mezzo di una battaglia e viene inopinatamente salvata da uno zombie che si fa chiamare R.
Da qui la loro storia di mutuo soccorso e di amore vero e proprio per cercare di fermare gli Ossuti e non farsi ammazzare dal padre di Julie che ha ingaggiato una lotta all'ultimo sangue con gli zombie di tutte le risme.
Anche quelli come R che sembra stiano guarendo dalla loro malattia.
Vedere scritto sul manifesto la dicitura " dagli stessi produttori di Twilight" per quanto mi riguarda non è una bella pubblicità e mi crea pregiudizi più che altro mentre mi appresto alla visione.
La domanda più gettonata durante la visione di Warm Bodies è stata : ma che razza di film è? Essere zombie è una malattia da cui si può guarire? E chi l'ha inventata questa bestemmia?
Non è uno zombie movie ( son sicuro che Romero darebbe di stomaco alla vista di questi mangiatori di cervelli che non sembrano morti e in putrefazione ma semplicemente un po' malmessi e stropicciati, miracoli del make up), non è solo una storia d'amore per teenagers perchè un po' di teste aperte per mangiare cervelli gli hanno fatto guadagnare negli USA un divieto al di sotto dei 13 anni, non è un coming of age movie anche se ne risuonano gli echi, soprattutto la colonna sonora che ha tra le altre una Rock you like a Hurricane piazzata in un punto strategico della pellicola e che fa decisamente la sua porca figura, fanno pensare a una di quelle commedie di formazione ( in fondo sia Juliet che R stanno imparando a convivere con la loro nuova condizione parafisiologica).
E' un ibrido cangiante che cambia forma e tonalità col passare dei minuti ma ha una cosa che gli ha fa guadagnare millemila punti rispetto a Twilight e rispettivi seguiti: non si prende mai sul serio.
I monologhi di R sono dotati di un'ironia stralunata che, adagiata su un substrato non troppo romantico nè troppo orrorifico rendono il film scioccamente piacevole.
Ero pronto a parlare di spazzatura immonda e invece pur non potendo gridare al miracolo perchè Warm Bodies è una normalissima storia d'amore con qualche crampo che , a parte la trovata dell'amore interspecie ( peraltro già esplorata in Twilight), si dimostra solo un abile frullamento di generi e stili , uno resta lì a guardarlo con il sorriso a increspare le labbra perchè ci sono situazioni oltre il concetto di assurdo e poi anche perchè R è uno dei nerd più simpatici apparsi ultimamente su grande schermo.
E per giunta zombie: magari vorrei dire anche che Nicholas Hoult è bravo nella parte ma ho l'impressione che non gli farei un gran complimento perchè in fondo ha sempre quegli occhioni sgranati, quell'espressione un po' così e soprattutto all'inizio biascica fastidiosamente le parole che cerca di articolare di fronte alla sua amata Juliet.
Warm Bodies calpesta sistematicamente tutte le leggi della zombielogia in nome dell'immortale assioma dell'amore che vince sempre e comunque, ma non bisogna prenderlo come film di zombie così come Shaun of the Dead o il misconosciuto Fido ( se non l'avete visto recuperatelo, è un gioiellino): è più che altro una commedia sentimentale perchè in fondo anche l'amore è trattato più o meno come una malattia infettiva contagiosa da cui è impossibile guarire a differenza della condizione da mangiatore di cervelli .
A parte qualche ingenuità, qualche caduta di tono nella parte centrale e una certa meccanicità negli snodi narrativi Warm Bodies è però un prodotto da apprezzare per il suo tono scherzoso e autoironico, un inno al meticciato cinematografico che intrattiene e non irrita.
E per essere prodotto dagli stessi loschi figuri che hanno realizzato quelle patacche in serie di Twilight non è poco...

( VOTO : 6 / 10 ) 


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venerdì 7 giugno 2013

Tutti pazzi per Rose ( 2012 )

Nella primavera del 1958 Rose Pamphyle ha 21 anni, un bastimento carico di sogni e una realtà nel piccolo negozio di paese del padre con l'avvenire già scritto. Diventare la moglie del figlio del proprietario dell'autofficina. Ma lei non ci sta e fugge in città dove arriva all'ufficio dell'assicuratore Louis. Vuol diventare segretaria, il sogno di tutte le ragazze della sua età a quell'epoca ma il suo nuovo capo ha altri programmi per lei. Notata la strabiliante velocità con cui batte a macchina ( e solo con due dita!) la vuol fare diventare , previo duro allenamento, la più veloce dattilografa di Francia, anzi no, del mondo.
Riuscirà nella sua impresa? E sboccerà l'amore?
Naturalmente le domande poste ora ora sono retoriche perchè vedendo questo tipo di film sappiamo benissimo fin dall'inizio che riuscirà nell'impresa e che sboccerà l'amore. Il bello di questo tipo di pellicole non è sapere come vanno a finire, perchè finiscono praticamente tutte nello stesso modo, è la strada percorsa per arrivare a un qualcosa atteso fin dal primo minuto di proiezione. Insomma contano le spezie che vengono utilizzate per dare aroma e fragranza al tutto.
E qui il regista Regis Roinsard, debuttante al cinema ma con una carriera luminosa nel campo della pubblicità e degli spot televisivi, di spezie per insaporire la narrazione ne mette parecchie.
Tutti pazzi per Rose ( decisamente più apprezzabile il titolo originale Populaire che si riferisce a un modello di macchina da scrivere) è una perfetta simulazione di commedia sentimentale americana anni '50. Qualcosa del tipo Spencer Tracy/ Katharine Hepburn per intenderci e se è vero che Romain Duris , pur essendo bravo e molto adatto per questo tipo di ruolo, non ha nemmeno  un grammo del carisma del mitico Spencer ( sempre se il carisma si possa misurare a peso ), il corto circuito è assicurato dalla bella e promettente Deborah Francois( certo che di strada ne ha fatta dai Dardenne e da La voltapagine, in cui era alle prese con un ruolo inquietante) che è una specie di Audrey Hepburn con i capelli alla Marilyn , non a caso indicate come modelli di riferimento dalle numerose fotografie attaccate alle pareti.
La fotografia dai toni squillanti e la ricostruzione d'epoca sono poi perfette per dare un'aria vintage alla pellicola che è semplice ( la sceneggiatura non nasconde sorprese e segue da vicino le schermaglie dei due progaonisti che donano vivacità al film) moderna e stilosa allo stesso tempo con tutte quelle tonalità pastello sparate a mitraglia  in faccia all'ignaro spettatore.
Non si ride quasi mai , ma si sorride spesso e si resta affascinati dal personaggio di Rose, una sorta di Amelie Poulain anni '50, che intraprende la strada per il successo partendo dalla provincia francese più profonda, quella che non ha ancora la tv e che apprende le notizie solo dai quotidiani quando arrivano.
Rose guarda tutto quello che la circonda con i suoi occhi da cerbiatta e acquista sempre più luce e glamour col proseguire del film assecondata da un pigmalione/allenatore che sembra non avere nessuno scrupolo nel trattarla. Sembra.
Tutti pazzi per Rose non riserva eccessive sorprese in nome di uno schema collaudato senza sbavature ma riesce lo stesso a essere passatempo molto piacevole per il suo stile citazionista ( tutte citazioni per affetto) e per la sua leggerezza che gli permette di arrivare alla soglia delle due ore senza annoiare, quasi non avvertendo lo scorrere del tempo.
Perchè nel film di Roinsard il tempo sembra essersi fermato: c'è il boom economico e ci sono i sogni ad occhi aperti. Tutto quello che ci viene negato oggi.
Dopo la perfetta simulazione del cinema muto, The Artist, la Francia propone con un po' di faccia tosta ( ma vince assolutamente la sfida) la perfetta ricostruzione della commedia sentimentale americana anni '50.
Con un pizzico di nostalgia ma anche con quel quid di furbizia che stavolta non dispiace.

( VOTO : 7 / 10 )

  Populaire (2012) on IMDb

giovedì 6 giugno 2013

Poetry ( 2010 )

La protagonista ( Mi-ja) è una donna un pò in là negli anni, tira su il nipote che va ancora a scuola e che inspiegabilmente è rimasto a lei dopo che la figlia ha divorziato e ha cominciato a vivere altrove. A un banale controllo medico le viene diagnosticato il morbo di Alzheimer.
E'per quello che talvolta dimentica i nomi delle cose più banali, secondo lei perchè è un periodo un pò così...
Per arrivare a fine mese fa anche la badante part-time a un anziano signore non più autosufficiente. 
Una brutta storia in cui è stato implicato il nipote scuoterà i giorni sempre uguali dell'anziana signora.
Mi-ja veste con vestitini dai motivi floreali vivaci, indossa sempre un vezzoso cappellino, conduce una vita modesta ma dignitosa.Si iscrive a un corso di poesia e si duole tanto che la poesia non le sgorghi con naturalezza dal cuore. Già la poesia. Guarda gli oggetti ma non le vengono le parole, men che meno qualcosa di poetico. Cerca quasi con ansia l'ispirazione per scrivere ma non le viene naturale.
Il suo piccolo mondo nella cittadina vicino Seul in cui vive è a tenuta stagna, impermeabile alle influenze esterne. Però quando viene avvicinata dal padre di un compagno di scuola del nipote che assieme ad altri viene accusato di aver perpetrato violenza sessuale su una compagna di scuola che poi ha scelto di suicidarsi (e lei all'inizio del film nell'ospedale aveva visto il corpo della ragazza ed era stata colpita dalla reazione della madre) tutte le sue certezze vengono annullate.
Il suo mondo viene irrimediabilmente incrinato e condizionato. E la ricerca della poesia che sente avere dentro di lei diventa spasmodica.
Si sente inadeguata , non conforme al mondo che la circonda e che sembra volerla inghiottire in un boccone solo.
Il nipote invece continua da invertebrato a vegetare massacrandosi con idioti shows televisivi e uscite con gli amici. 
Pur se il personaggio di Mi Ja è il cardine del film è indubbio che in Poetry oltre a un riuscito ritratto femminile vi sia molto altro. E'il ritratto di una crisi di valori che attanaglia soprattutto la parte più giovane della società coreana.
Una società in cui le donne sono succubi, le famiglie sono disgregate e le generazioni future riservano solo cocenti delusioni.

Accanto a questo  c'è come un esortazione a guardare dentro se stessi per trovare la forza di andare avanti, in fondo la poesia parte da dentro l'anima, allora perchè non affidarsi al proprio cuore?
Poetry è anche una descrizione poetica dell'avvicinamento della protagonista, già nella fase autunnale della propria vita alla morte e prima ancora all'oblio.
L'Alzheimer arriva a toglierti la memoria e con lei si perde tutto, malattia vigliacca come poche altre.
E una vita senza memoria che razza di vita può essere?
Lee Chang Dong comunque non cerca la facile svolta melodrammatica, lavora di cesello sulle emozioni trattenendole, smorzandole persino, in un finale di grande bellezza legato alla sensibilità dello spettatore.
In questo è aiutato da una splendida attrice che dà vita a un personaggio femminile che non si dimentica facilmente, Jeong Hye Jun, diva coreana tornata davanti alla macchina da presa dopo molti anni di lontananza, donna all'apparenza delicata come un fiore al vento eppure ostinata e capace di estrarre da se stessa risorse inaspettate.
Anche a costo di umiliarsi. 

( VOTO : 8 / 10 ) 


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mercoledì 5 giugno 2013

Daisy vuole solo giocare ( 2008 )

Dopo la morte della figlia, Thomas e Martha decidono di trasferirsi in un piccolo , remoto villaggio irlandese per vivere in tranquillità la gravidanza di lei, giusto per ricordare il meno possibile quello che è successo.
In questo piccolo paese sulla costa conoscono una bambina autistica , Daisy, a cui si attaccano fortemente  nonostante  sia praticamente ostracizzata dal resto della comunità. Arrivano addirittura ad accoglierla in casa quando perde il fratellino ed entrambi i genitori in tragiche circostanze. E attorno a loro cominciano ad accadere strani avvenimenti che coinvolgono la bambina. Semplice casualità o c'è qualcosa d'altro?
Il film di Aisling Walsh ( regista del pluripremiato Angeli Ribelli di qualche anno prima e con  una lunga carriera televisiva alle spalle) si basa sulla leggenda irlandese chiamata Changeling in cui il figlio di una fata viene scambiato con un bimbo umano nella culla e siccome , essendo malato,continuerà a piangere dovrà essere curato dalla mamma surrogata fino a che guarirà e solo in quel momento  verrà restituito il suo bambino vero.
Una leggenda affascinante su cui la Walsh gioca di sponda in un'ambientazione da favola irlandese e con tutto l'armamentario di dicerie e cattiverie popolari che accolgono la coppia di protagonisti , Martha e Thomas, che cercano solo un posto dove vivere serenamente e poter superare il loro terribile trauma.
E invece....
L'assunto di Daisy vuole solo giocare è quindi che la bambina del titolo,inquadrata in modo sempre poco rassicurante, possa essere la figlia di una fata piuttosto che un demone vero e proprio. Però i comportamenti sono da diavoletto.
E' scacciata da tutti gli altri del paese, si trova sempre coinvolta in situazioni particolari che non la mettono in buona luce, addirittura subisce un tentativo di omicidio ad opera di un vecchio del paese particolarmente agitato verso di lei.
E poi soprattutto all'inizio è abbastanza inquietante quando si mette fuori della finestra a intonare come un mantra la cantilena " Vuoi giocare con me?".
Il problema di Daisy vuole solo giocare è che il fascino della leggenda ancestrale, unito a un'ambientazione più che magica , oltre a una protagonista abbastanza di grido ( la Morton era veramente incinta quando ha girato questo film) , ebbene tutti questi fattori insieme non riescono a farne un bel film.
E' tutto derivativo, senza sorprese e anche l'ambiguità di fondo della figura di Daisy su cui la regista gioca in modo piuttosto pesante si risolve in pratica con un nulla di fatto comodo, forse troppo comodo per dare una chiusura a un film fiacco e irrisolto che , a dispetto di buoni ingredienti di base, si perde nel marasma di dozzine di altri prodotti uguali e soprattutto non originali.
A questo punto è meglio andarsi a rivedere The Orphan.

( VOTO : 5 / 10 )  The Daisy Chain (2008) on IMDb