I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.

venerdì 19 giugno 2015

The Nightmare ( 2015 )

Il film comincia con lo studio dell'etimologia della parola "Nightmare" ( Incubo) e da qui si parla di un disturbo molto presente nella popolazione e ampiamente sottostimato: la cosiddetta " paralisi nel sonno" ( paralisi ipnagogica) una condizione patologica in cui si è perfettamente lucidi e consapevoli dei fenomeni che accadono intorno ma si è completamente impossibilitati a qualsiasi tipo di movimento.
Questo accade insieme alla percezione di presenze nella stanza attorno al letto e saltuariamente alla sensazione di fluttuare nella stanza al di fuori del proprio corpo, 
E si può comprendere facilmente come  il tutto divenga  terrorizzante.
Il documentario di Rodney Ascher presenta otto casi di questa sindrome, raccontata dagli stessi protagonisti.
Fino alla visione di questo The Nightmare non conoscevo Rodney Ascher, non avevo mai visto  Room 237 , acclamatissimo suo documentario sulle interpretazioni da dare a Shining di Stanley Kubrick( e ancora non l'ho visto ), ignoravo persino l'esistenza di documentari da ascrivere al genere horror.
Mettiamo le cose in chiaro: Rodney Ascher non è un medico , né si scava una trincea dietro estenuanti spiegoni/pipponi medico-scientifici che renderebbero il suo film  attaccabile dall'accademico e dall'esperto medico di turno.
Giustamente , aggiungo io.
Semplicemente prende otto persone che soffrono di questa paralisi nel sonno e fa descrivere a  favore di camera , con le loro parole quello che succede loro e che spesso continua a succedere in quella parte della loro vita che va dalla sera alla mattina.
Il tutto con l' ausilio di un minimo di messa in scena che descriva in modo il più fedele possibile i fenomeni che raccontano i diversi intervistati.
In più si contestualizza il tutto con riferimenti pittorici , parliamo del bellissimo Incubus di Henry Fussli, quadro che ho già avuto modo di dire ho visto dal vivo e a cui sono molto legato, ma soprattutto cinematografici con riferimenti a The Nightmare on Elm Street di Wes Craven e Allucinazione perversa di Adrian Lyne , di cui sono mostrati alcuni spezzoni.
L'impressione che ho avuto uscendo dalla visione di questo film di Rodney Ascher è stata strana , spiazzante : da un lato non si può non notare un racconto che , cinematograficamente parlando, si presenza abbastanza ripetitivo nel parlare di esperienze abbastanza simili tra di loro.
D'altro canto però , i racconti degli otto protagonisti mettono una certa tensione addosso: anzi, dirò di più, mentre senti il racconto delle loro esperienze, vai a frugare nella memoria su momenti particolari della tua vita in cui ti senti di aver vissuto un qualcosa di simile a quello che ora hai appena visto su schermo.
Quello che colpisce è il senso d'isolamento che affligge queste persone che di fatto sono sole contro i propri incubi notturni anche se dormono assieme al proprio partner, si avverte quasi fisicamente la presenza di un muro costruito attorno a queste persone che non riescono a condividere quello che succede nella loro notte perché chi non lo vive con loro o come loro, non può capire.
Questa mancata condivisione della propria condizione li rende di fatto molto più aperti verso la telecamera, non si sentono più soli perché stanno parlando con un regista che ha esperienza della loro sindrome e vengono a conoscenza di altre storie come la loro.
Insomma sanno che qualcuno li può comprendere , cosa che in realtà a loro manca moltissimo.
Impossibile dire di più, ho fatto lo slalom tra paletti vicinissimi proprio per non togliere il piacere della visione.
Una sola cosa : se prima non avevo alcuna ragione di avere paura del buio e del sonno, ebbene ora almeno una piccola ragione ce l'ho...


PERCHE' SI : un documentario horror, genere mai visto prima ( almeno da me),alcuni racconti fanno venire la pelle d'oca, si respira tensione.
PERCHE' NO : dal punto di vista cinematografico è piuttosto ripetitivo, la messa in scena degli incubi non brilla per particolare cura.


LA SEQUENZA : quella in cui uno dei protagonisti descrive il suo incubo che lo affligge si  da bambino.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Esistono anche i documentari horror.
Devo recuperare assolutamente Room 237.
Frugando nei ricordi mi sembra di aver vissuto una cosa simile ma non vorrei che fosse semplice ipocondria.
Non avevo mai sentito parlare di paralisi ipnagogica.


( VOTO : 7 / 10 )


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giovedì 18 giugno 2015

San Andreas ( 2015 )

Ray è un pilota di elicotteri soccorritore dei vigili del fuoco che sta cercando di metabolizzare la tragica perdita di una figlia, un matrimonio andato a monte con tanto di carte sul divorzio appena arrivate lì sul tavolo di casa, un'altra figlia che si deve trasferire a Seattle ( lui è a Los Angeles) e il nuovo compagno della moglie , schifosamente pieno di soldi.
Un evento catastrofico sta squassando la West Coast da Los Angeles a San Francisco: un terremoto di proporzioni gigantesche che sta seminando morte e distruzione.
Quella che una volta era una famiglia felice deve riunirsi per superare tutte le avversità del destino...
All'improvviso l'ignoranza .
L'ignoranza di quella maglietta che trattiene a stento i bicipiti e i deltoidi di The Rock , a cui continuiamo a volerci un sacco di bene nonostante tutto, di quelle mani alla Gianni Morandi che possono essere ferro o possono essere piuma e viste attorno al viso minuto di Carla Gugino invece di carezzarla ti aspetti quasi che glielo schiaccia quel bel faccino, l'ignoranza mia che quando vedo Alexandra D'Addario che nuota disperatamente metri sotto il pelo dell'acqua alla disperata ricerca della salvezza mi faccio abbindolare e trasportare da tutto quel ballare di bocce lì davanti facendomi sfuggire il pathos della sequenza in questione, roba che se l'avessi vista trent'anni fa sicuramente avrei sofferto un calo delle diottrie per tante se..renate dedicate alla tizia in questione e soprattutto avrei dovuto fare qualche terapia per la tendinite ai polsi..
San Andreas è l'epitome dell'ignoranza cinematografica, è un emmerichata arrivata in ritardo, una carnevalata dell'assurdo che si fa forte del suo comparto tecnico per non far rimpiangere il cosiddetto prezzo del biglietto.
Il problema nel recensire questi film , o perlomeno nel parlarne indegnamente come si fa qui, è che non sai mai se credere all'epidermide o alle celluline grigie.
La prima è moderatamente soddisfatta: il comparto tecnico e di primo ordine, le distruzioni sono imponenti, gli effetti credibili, la frantumazione di icone americane è a livelli alti quasi alla Indipendence Day, insomma Brad Peyton e la sua crew mettono in scena un disaster movie vecchio stile che riempie l'occhio in più di un'occasione.
Il problema sorge quando nel film cominci a guardare tutto il resto che non sia confezione: cominci a vedere una storia talmente piena di atti supereroistici da parte del suo protagonista che quasi ti aspetti che abbiano riadattato una sceneggiatura di un Superman qualsiasi , senti dialoghi che flirtano con la banalità ad ogni cambio di scena, cominci a vedere subito quella retorica familista ( l'unione della famiglia contro tutte le avversità del destino e non c'è catastrofe che tenga) che un po' infastidisce e poi nel finale ti viene dato il colpo di grazia, un vero e proprio proiettile alla nuca che ti lascia lì stramazzato al suolo, di quella bandiera americana che viene spiegata al vento e comincia a sventolare su uno sfondo di macerie.
Ecco bastasse solo quella per ricostruire , ne ordinerei un camion.
San Andreas è come un'entrata a,piedi uniti altezza tibia del classico stopper che ha speso la sua carriera nella terza categoria calabrese oltre che nelle patrie galere, un passatempo che ti godi meglio se metti nel gargarozzo qualche pinta di FinkBrau calda presa direttamente dal LIDL sotto casa, è un atto d'amore per il popcorn al cinema , per il grasso che ti si deposita sul fegato, è un rutto a diecimila megatoni sparati in faccia a chi osa parlarti di cinema d'autore.
E' tutto questo  ma lo mette subito in chiaro.
Onestamente.
Anche se il cinema è un'altra cosa non puoi non fare gli occhi a cuoricino quando vedi quel bestione adorabile di The Rock che cerca di fare la faccia contrita e poi, non riuscendoci, si gira dall'altra parte per non farsi vedere.
Come fai a non amare uno che sa guidare tutto quello che trova, dal tosaerbe al motoscafo passando anche per l'elicottero e l'aereo e come fai a non amare uno che butta giù pareti a furia di doppi calci volanti ?
No, non si può.
E il cinefilo snob che è dentro di me si deve arrendere . Senza condizioni.
L'ignoranza ha vinto.
Ma anche Alexandra Daddario.

PERCHE' SI : c'è The Rock e Alexandra Daddario e già basterebbe. Poi c'è anche un comparto tecnico di primo ordine.Ma non cercate altro.
PERCHE' NO : la storia è tremebonda come la faglia di Sn Andreas, dialoghi oltre la banalità, retorica sparsa a piene mani.


LA SEQUENZA : il crollo della diga se vogliamo rendere giustizia a chi ha curato gli effetti speciali, altrimenti la vera sequenza memorabile è la nuotata subacquea della Daddario.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Film del genere visti con la compagnia giusti sono di comicità esplosiva.
A The Rock continuo a volerci bene sempre e comunque.
Alla Daddario vorrei volerci bene ma sono schiaffoni dalla bradipa.
Ogni tanto un film così ignorante serve per far prendere aria ai neuroni.


( VOTO : 4 / 10 )


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mercoledì 17 giugno 2015

Seria(l)mente : Hellfjord ( 2012 )


Provenienza : Norvegia

Produzione e distribuzione : NRK 1, Media WVG / Polyband

Episodi : 7 da 30 minuti cadauno.

Il sergente della polizia a cavallo di Oslo Nesbit Salmander ha un piccolo incidente col suo cavallo e decide di sopprimerlo lì in strada davanti a tutti. Ma il poverino non muore subito, oltre a essere colpito da colpi di pistola e da altri corpi contundenti , Salmander gli monta sulla testa con una macchina in retromarcia, così , per essere sicuro della dipartita dell'equino.
Inevitabile che vada su tutti i giornali ma il suo capo non lo può licenziare subito: lo manda prima nell'avamposto sperduto di Hellfjord per tre mesi e poi scaduto questo tempo potrà licenziarlo.
Ma Hellfjord non è un paesino tranquillo come sembra: un operaio islandese della locale fabbrica di pesce viene ucciso e Salmander aiutato da una intraprendente giornalista e dal suo vice Kobba, deve indagare.
E fatalmente si mette nei guai...
E' la prima volta in vita mia che guardavo una serie tv norvegese e non sapevo proprio che cosa aspettarmi.
Ad un primo momento di totale disorientamento , segue quella consueta occhiata ai titoli di testa che stavolta mi conforta e anche parecchio: alla produzione c'è Tommy Wirkola ( i due Dead Snow ma anche Hansel e Gretel -Cacciatori di streghe), c'è tutto un gruppetto di attori nei ruoli di supporto che di solito lavora con Wirkola, c'è anche il cosceneggiatore di Dead Snow nel ruolo di Kobba e c'è anche Roar Uthaug che per chi non lo sapesse è il creatore della saga slasher di Cold prey.
La serie è stata cosceneggiata da Zahid Ali che ricopre il ruolo di Salmander ( vi ricorda qualcosa questo nome?).
Ora Zahid Ali è un attore norvegese di chiare origini arabe che sembra una sorta di Neri Marcorè barbuto, alto, imponente, dinoccolato, ai limiti del disarticolato, un corpo snodabile perfetto per una comicità demenziale.
Ed Hellfjord di demenzialità  ne regala proprio tanta.
Ma non regala solo questo : ci sono scene action, scene anche ai limiti dell'horror, non si lesina in sangue e violenza.
Il tutto su un impianto da sit com a cui mancano solo le odiosissime risate preregistrate.
Insomma c'è un po' di tutto .
Se dovessi dare un riferimenti filmici e televisivi penso soprattutto a Fargo ( sia la serie che il film),  a Hot Fuzz di Edgar Wright , in fondo abbiamo dei poliziotti sui generis capaci solo di fare minchiate in serie, però penso anche al voler parodiare tutto il genere del thriller nordico e non è un caso che a differenza delle altre serie nordiche qui il passo è assai svelto, succedono cose in
continuazione e ogni puntata da 30 minuti è un fuoco di fila di battute, situazioni e colpi di scena e fa pensare anche a  tutte quelle serie europee basate sulla tecnica del whodunit.
Altro influsso forte che vedo è quello delle serie targate Pemberton/ Shearsmith a partire da The League of Gentlemen per arrivare a Inside No 9, passando per Psychoville.
Il personaggio di Kobba, con la sua maschera ridicola, i denti in fuori e il suo modo strano di parlare è il punto in comune più evidente.
Hellfjord è una serie che prende in giro le altre ma è capacissima di prendere in giro se stessa, sempre sul filo della parodia, in bilico tra il gore e la risata grassa, insomma un calderone in cui non si sa mai che cosa aspettarsi.
Ed è questa la sua caratteristica vincente.
Le 7 puntate passano veloci , una tira l'altra e senza neanche accorgersene la serie si finisce in un batter d'occhio.
Nell'intenzione dei creatori questa doveva essere la prima stagione di tre inizialmente previste ma purtroppo al momento non si hanno notizie neanche della seconda stagione e sono passati ormai tre anni dalla prima.
Un peccato perché è un prodotto televisivo di valore nella sua conclamata trasversalità.


PERCHE' SI : un mix arguto di violenza , sangue, demenzialità e parodia tutto in una sit com sui generis a cui mancano solo le odiosissime risate preregistrate, un protagonista efficace e una spalla comica Kobba  di quelle che non si dimenticano, non si sa mai dove voglia andare a parare.
PERCHE' NO : l'ambientazione pittoresca è sfruttata poco, diciamo non al pieno delle potenzialità, è normale che in un fuoco di fila simile di battute qualcuna vada a vuoto, la parentesi in prigione, seppur vetta di comicità praticamente inarrivabile è ininfluente nell'economia del racconto.


LA SEQUENZA : all'inizio della serie, Salmander  cerca di uccidere il suo cavallo con tutti i mezzi che ha a disposizione.


DA QUESTA SERIE  HO CAPITO CHE :

Anche in Norvegia sanno fare televisione se ci si mettono.
Non pensavo che esistesse un sosia di Neri Marcorè.
Wirkola e il suo team ormai sono garanzia di qualità e divertimento.
Avrei preferito un ruolo maggiore per la moglie di Kobba, una bellezza da togliere il fiato.


( VOTO : 7,5 / 10 )

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martedì 16 giugno 2015

Subject 0 : Shattered Memories ( 2015)

Durante un importante incontro di lavoro Robert è chiamato urgentemente a casa dalla polizia in quanto la moglie Laura è stata ritrovata nuda nel letto assieme a un uomo morto a causa di numerose ferite di arma da taglio. Lei è in stato confusionale , non ricorda nulla, Robert è accecato dall'ira perché ha scoperto il tradimento della moglie con quello che era il suo amante.
Intanto seguiamo un altro personaggio che sembra estraneo alla vicenda, Joshua Merlo, proprietario di un autofficina, il quale è attratto fortemente dalla sua collaboratrice Katia mentre lei è fidanzata con Daniel.
Quando Katia e Daniel vengono trovati barbaramente uccisi , cominciamo a capire il lavoro che sta svolgendo Robert: la sperimentazione sul campo di un sistema che permetta il controllo mentale delle persone senza lasciare alcun ricordo .
Subject 0 : Shattered Memories è l'esordio alla regia nel lungometraggio di Tiziano Cella, qui anche attore e cosceneggiatore  assieme a David White ( che recita nella parte di Robert) e Roberto Del Piccolo, già  autore di alcuni corti e visto come attore in Doll Syndrome di Domiziano Christopharo.
A me fa molto piacere parlare bene del cinema italiano che in questo momento non se la sta passando troppo bene e mi fa ancora più piacere quando trovo persone, autori e attori come Tiziano Cella che sono animate da sincero entusiasmo per quello che fanno e cercano di fare qualcosa di meritorio al di fuori dei normali circuiti cinematografici italiani che ormai sembrano incancreniti nella palude della commedia becera o del film che deve incassare per forza, impedendo di fatto quella voglia di sperimentare che vediamo spesso in cinematografie europee che non hanno i nostri mezzi tecnici e le nostre maestranze.
A causa di questo dato di fatto il giovane autore deve rivolgersi necessariamente al mercato internazionale esattamente come ha fatto Tiziano Cella con questo suo esordio.
La cosa che mi vien da dire subito dopo aver visto il film è che al suo autore non manca di certo l'ambizione,
Pur lavorando con un budget non milionario si apprezza il look dato alla produzione, l'elevato numero di personaggi in campo, le varie linee narrative che percorrono trasversalmente un film che comunque è saggiamente tenuto attorno agli 80 minuti, gli esterni utilizzati ( Roma  ma anche una fugace apparizione in quel di Parigi sotto la Torre Eiffel),gli effetti speciali usati con parsimonia ma nel momento giusto, le scene di nudo,  l'idea brillante che sta alla base dello script e che da sola è in grado di sorreggere un film che fondamentalmente è un thriller, un qualcosa che voglia ricollegarsi alla tradizione gloriosa del giallo all'italiana,  ma sapientemente e consapevolmente si tinge di horror e di sci fi.
Subject 0 : Shattered Memories è stato accostato al Carpenter di Essi vivono o anche al Cronenberg di Videodrome.
Tutto condivisibile ma io da buon vecchio amante del cinema di genere ci ho visto soprattutto un altro film e cioè Telefon di Don Siegel, uno dei suoi film meno conosciuti, un fantathriller che parlava di lavaggio del cervello e di cellule sovietiche dormienti che vivevano negli Stati Uniti pronte a diventare armi letali.
In effetti l'idea che sta alla base del film di Tiziano Cella è paragonabile a quella del film di Siegel ma è pacifico che poi i due film vadano in direzioni completamente diverse.
Subject 0 : Shattered Memories non ha paura di confrontarsi con il mercato internazionale e ha i mezzi per giocarsela ad armi pari: le immagini sono brillanti grazie a una fotografia luminosa e con una spiccata predilezione per le tonalità fredde ad opera di Nour Gharbi, il commento musicale è avvolgente e ben si sposa con le immagini, la regia di Cella è dinamica e volitiva non appiattendosi mai su sequenze paratelevisive come succede spesso nel nostro cinema.
Gli attori sono abbastanza convincenti ( nota di merito va allo stesso Tiziano Cella che si ritaglia un ruolo difficile, eccessivo ma che non scivola nella caricatura, con quello sguardo e con quella forma fisica che suggeriscono una certa  maniacalità senza che sia troppo manifesta) ogni tanto ci scappa un accento italiano un po' marcato ma nel complesso siamo su un buon livello.
Passiamo alle note un po' più dolenti, niente di grave comunque: si ha l'impressione che il film perda un po' di compattezza nella parte centrale in cui ci si affanna un po' a spiegare e rendere più chiaro quello che succede stabilendo gli esatti ruoli in campo, abbastanza pleonastica la svolta sentimentale tra il collaboratore di Robert e Isabelle sotto la Torre Eiffel ( capisco che è un bello sfondo , però quel bacio a mio modesto parere c'entra poco col resto del film), così come ininfluente ai fini dell'economia del racconto è l'intermezzo comico /umoristico, divertente per carità, col pizzaiolo incapace.
Sono tutti arzigogoli che fanno marcare un po' il passo a un film dall'andamento sicuro e dal ritmo sostenuto.
Un altro dubbio lo riserva la locandina: ma non sarà un po' troppo esplicativa riguardo al ruolo di Joshua Merlo?
Mi spiego meglio: l'inizio del film è strutturato come il più classico dei whodunit.
Una locandina con un personaggio del film perfettamente riconoscibile e con un coltellaccio in mano fa capire subito l'importanza del personaggio di Joshua.
Subject 0 : Shattered Memories è stato prodotto dalla Media Dab di Roma ed è stato venduto negli USA dove sarà distribuito attraverso la SGL Entertainment all'inizio del prossimo anno.
In Italia ancora non è stato acquistato da nessuno.
E poi ci chiamano il Belpaese...


PERCHE' SI : produzione indipendente italiana con un look accattivante e internazionale, ottima confezione, attori di buon livello, fotografia luminosa, regia dinamica e volitiva.
PERCHE' NO : ogni tanto ci scappa l'accento italiano un po' troppo marcato ( il film è girato in inglese), per generosità perde un po' di compattezza nella parte centrale con intermezzi ininfluenti nell'economia del racconto, la locandina è un po' troppo esplicativa.


LA SEQUENZA : quella d'apertura che fa scivolare subito nell'incubo: una donna accarezza il corpo dell'amante che giace accanto a lei e scopre con orrore che ha la gola tagliata...


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Il cinema italiano dovrebbe fare tesoro di persone genuine, capaci e appassionate come Tiziano Cella.
Evadere dalla solita logica cinematografica italiota si può e questo film ne è una prova.
Aspetto con trepidazione Tiziano in territori più horror.
Non riesco a capire perché con tutta l'immondizia che circola per le nostre sale cinematografiche, non ci sia neanche un posticino per un film degnissimo come questo.


( VOTO : 7 / 10 ) 


lunedì 15 giugno 2015

We Are Still Here ( 2015 )

Dopo la tragica morte del loro unico figlio Bobby in un incidente automobilstico, Anne e il marito Paul decidono di trasferirsi in una casa nelle campagne innevate del New England. Paul vuol fare cambiare aria ad Anne che è entrata nel vortice di una profonda depressione.Una volta arrivati nella nuova casa, Anne avverte la presenza di Bobby e convince il marito a chiamare la sua amica May, una specie di medium, e suo marito Jacob. 
I due arrivano ma continuano ad avvenire strani fenomeni e anche i vicini sembrano sapere qualcosa di cui loro non sono a conoscenza.
Sembra proprio che quella casa abbia bisogno di una famiglia...
In genere non guardo molto alle locandine dei film in cui c'è scritto "dai produttori di..." perchè sotto sotto penso che ci sia sempre la fregatura.
Si nasconde il nome del regista , evidentemente non spendibile perché sconosciuto ( ed è il caso di questo film scritto e diretto dall'esordiente Ted Geoghegan, con alle spalle una discreta carriera di produttore alle spalle).
Ma qui quando mi si nomina The House of the devil e poi quando si va a vedere più in profondità nel carniere dei produttori ci sono titoli come The Innkeepers, Stake Land e il recente e gradito Starry Eyes, beh , come dire, avete catturato la mia attenzione.
Speravo poi in cuor mio di trovarmi di fronte a un horror dallo stile vintage sulla falsariga di  The House of the devil che , guarda il caso, era il titolo scelto per invogliare gli spettatori.
E per una volta il mio desiderio è stato esaudito.
Ambientato nel 1979 , We Are Still Here mette subito in chiaro il suo gioco: casa infestata , fantasmi, difficile elaborazione del lutto,una comunità chiusa che dietro l'apparente simpatia mostra segni di ostilità senza preoccuparsi di nasconderli,  un'ambientazione innevata, immacolata che aspetta solo di essere colorata col rosso del sangue.
Anne avverte subito la presenza di Bobby al contrario del marito, i vicini hanno un'aria misteriosa, insomma Geogheagan non si perde tanto in preamboli e comincia subito col picchiare duro in termini di atmosfera e suspense in una prima parte in cui la tensione si affetta col coltellaccio da cucina.
E poi arriva lei , madama violenza, che seppur attesa, scoppia in modo improvviso e incoercibile verniciando con il rosso del sangue tutto quello che trova sulla sua strada.
Naturalmente mi guarderò bene dal spoilerare quello che succede  ma vi assicuro che We Are Still Here è una boccata di aria fresca in un panorama inflazionato come quello dell'horror contemporaneo e se per fargli guadagnare ossigeno dobbiamo rivolgerci al passato non vedo perché non dovremmo farlo.
Altra cosa che mi ha fatto veramente grandissimo piacere in questo film è l'omaggio che viene fatto a Lucio Fulci con quella deferenza che di solito è dovuta ai grandi maestri.
E lui grande maestro lo era, se solo lo avessero lasciato lavorare in pace.
Un rispetto per il nostro regista che probabilmente non abbiamo noi neanche in Italia.
Diciamo che vengono omaggiati i titoli migliori di Fulci ma anche qui se li nominassi spoilerei selvaggiamente.
We Are Still Here dimostra ancora una volta che si possa fare del bel cinema di genere pur lavorando su un canovaccio consunto.
Merito di una regia che scandisce i tempi come un metronomo, merito di una recitazione più che all'altezza, cosa non scontata per il genere.
Rivedere poi Barbara Crampton nella parte di Anne è per me fonte di ricordi bellissimi, dei tempi della mia adolescenza cinematografica vissuta con titoli come Re-Animator e From Beyond, film di cui prima o poi mi toccherà parlare, così come predispone bene la presenza di Larry Fessenden , una delle icone più luminose della scena indie horror, che qui somiglia tanto, ma proprio tanto al Jack Nicholson / Torrence che abitava assieme a tutti i suoi fantasmi l'Overlook Hotel, che condivide con questo l'ambientazione innevata.
Altro merito da ascrivere al film è anche  quel senso di nostalgia che pervade il film senza divorarlo.
Fatevi un favore : investite 85 minuti della vostra vita in un bell'horror.


PERCHE' SI : aria vintage e nostalgia che però non divora il film, gore e splatter a ottimi livelli, atmosfera tesa , buon livello degli attori.
PERCHE' NO : lo script non brilla per originalità, l'aria vintage potrebbe scoraggiare qualcuno, ipercitazionista ( ma per me va benissimo), la locandina forse spiega un po' troppo.


LA SEQUENZA : c'è una sequenza che sembra presa di peso da L'esorcista ( ma non la descrivo per non spoilerare) e che riesce a far passare lunghi brividi nella schiena.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Non sempre bisogna diffidare della dicitura " dai produttori di " presente sulla locandina.
Questo film mi ha avocato un bellissimo flusso di ricordi cinematografici horror.
C'è sempre qualcuno che riesce a tirar fuori qualcosa di nuovo da canovacci consunti per il troppo uso.
Il cognome italiano dei protagonisti sarà stato un ulteriore omaggio?


( VOTO : 7,5 / 10 )  

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domenica 14 giugno 2015

Manhole ( 2014 )

Un serial killer sta terrorizzando Seul. Ben dieci persone sono scomparse negli ultimi 6 mesi e di loro non è stata ritrovata alcuna traccia.Usa una specie di tombino come trappola da cui poi si scende nel suo antro dopo un pressoché infinito dedalo di corridoi.
L'ultima sua vittima è la quattordicenne Soo-jung . Sua sorella maggiore parte subito alla sua ricerca e anche la polizia, lentamente , molto lentamente si muove.
C'è anche un padre che cerca la figlia sparita mesi prima...
Ci sono dei film che ti attraggono come una calamita solo a leggere due righe di sinossi.
E Manhole , esordio del regista sceneggiatore Jae Young Shin, è proprio uno di questi film.
Sarà che quando vedo scritto Corea del Sud, thriller e serial killer mi si drizzano le antenne, quando ho letto di questo film ho sentito l'impulso irrefrenabile di vederlo.
In genere non rimango deluso perché ormai in quell'angolino d'Oriente hanno trovato la ricetta perfetta per tirare fuori i migliori thriller del mondo.
Qualche rara  volta rimango invece  con un po' d'amaro in bocca.
Ed è questo il caso di Manhole.
Non stiamo parlando di un brutto film, la confezione come al solito è luccicante, ha anche una durata più contenuta rispetto alla media del cinema coreano ( siamo sui 100 minuti titoli di testa e titoli di coda compresi), ha un'idea alla base , quella del serial killer che si nasconde nelle fognature della città e come un predatore cattura i malcapitati e le malcapitate che hanno la sventura di trovarsi vicino a una delle sue trappole, veramente forte perché è come se stessimo aggiornando il database dei monster movies anni '80 ( il primo che mi viene in mente è Alligator ma ci sono animali mostruosi di ogni sorta nascosti nei sotterranei delle città , ratti e pipistrelli in primis, per non parlare di insetti) ma ricorda in qualche modo anche la seconda parte di The Host , di Bong Joon Ho che , occorre rammentarlo è ancora il film coreano che ha fatto staccare più biglietti al botteghino.
La figura del serial killer , un ibrido tra un barbaro post apocalittico rinchiuso in un antro inospitale e una specie di alieno dotato di mezzi tecnologici all'avanguardia, è la trave portante del film ma si dimostra paradossalmente anche il suo punto debole.
La prima parte di Manhole, quella in cui si vede il killer e la sua tecnica di catturare le vittime è tesa, arcigna, la suspense non viene alleggerita neanche per un attimo, la regia valorizza con un montaggio accorto le sequenze in cui il predatore va a caccia e cattura la sua preda.
La seconda parte invece è più sfilacciata: c'è forse un po' troppa carne al fuoco, troppa gente che gira indisturbata per quei corridoi umidi e malsani, è strano che uno con tutti quei mezzi a disposizione e con la conoscenza che ha di tutto il labirinto di gallerie che è sotto Seul, si lasci sfuggire così le sue prede e anche per più volte.
Questi inseguimenti coronati sovente dall'insuccesso sembrano messi lì per allungare il brodo, è un po' come se il film andasse in crisi di idee e si rifugi nell'usato sicuro di sequenze che denotano un discreto senso dello spettacolo e del thrilling, ma che in realtà non aggiungono veramente nulla di nuovo a un film che sembra quasi cercare una svolta horror col passare dei minuti.
Svolta horror che fortunatamente non arriva mai pienamente  anche se molte sequenze della seconda parte sono girate con stile più vicino all'horror che al thriller.
Tirando le somme ci troviamo di fronte a un film che propone un intrattenimento onesto ma senza picchi di genio .
Per fortuna non ci sono neanche cadute rovinose.
Però l'idea del serial killer nelle fogne poteva e doveva essere sfruttata meglio.
Male al botteghino coreano.


PERCHE' SI : confezione al solito inappuntabile, prima parte tesissima , forte  idea di base ,la recitazione è su buoni livelli.
PERCHE' NO : seconda parte un po' sfilacciata , dura poco per essere un film coreano ma dà l'impressione che sia lo stesso troppo lungo, la figura del serial killer viene picconata dagli errori che commette ( strano per uno che ha ammazzato un sacco di gente senza essere scoperto).


LA SEQUENZA : quella della cattura del poliziotto, imbragato in una sorta di tela di ragno, ma anche quella in cui si va a riprendere una delle sue vittime appena salvata da un poliziotto e lasciata incautamente vicino a una delle trappole del serial killer.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Non circola una bella aria nelle fogne di Seul.
Per una volta un thriller coreano che non supera la media dei thriller hollywoodiani.
La sinossi di un film non è tutto.
E' però un film che mi ha evocato tanti ricordi di bel cinema passato.


( VOTO : 6 / 10 )

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sabato 13 giugno 2015

Horsehead ( 2014 )

Jessica è perseguitata sin dall'infanzia da incubi in cui è presente una testa di cavallo con narici fumanti il cui significato tuttavia le sfugge. Ma ne è ossessionata al punto che assieme al suo fidanzato e mentore cerca di studiare la psicofisiologia dei sogni più che altro per risalire alla radice dei suoi problemi. Viene raggiunta dalla notizia della morte della nonna quindi è costretta suo malgrado a ritornare a casa sua e a rivangare un rapporto non esattamente idilliaco con la madre.
Dopo una prima notte di incubi in cui compare anche la nonna, Jessica si ammala e con quel briciolo di lucidità che le è rimasta cerca di rendere più profondo il suo sonno con dell'etere per risolvere una volta per tutte il problema degli incubi ricorrenti che l'assalgono ogni volta che prende sonno...

Film consigliatomi dall'utente Leone da Tastiera e come promesso questa recensione, sicuramente indegna è a lui dedicata.Una sorta di Bradipo on demand.
Per chi volesse approfittare...

Horsehead è il debutto nel lungometraggio del regista francese Romain Basset, nome a me del tutto sconosciuto fino ad oggi.
Già dalla sinossi si evince che si tratta di un film da prendere con le molle, citando Nolan ( o forse era Shakespeare uh uh uh ) , direi che è fatto della stessa materia con cui sono fatti i sogni.
Film impalpabile dal punto di vista narrativo che richiede un surplus di attenzione da parte dello spettatore perché meritoriamente quella linea che demarca la vita reale di Jessica dall'incubo spesso non è così evidente, è come se qualcuno l'avesse cancellata per rendere il tutto più fumoso ed enigmatico.
Ad una prima parte canonica in cui sono ben chiari i ruoli dei personaggi in scena, anche piuttosto solida nella caratterizzazione dei protagonisti, succede una seconda parte in cui tutto diventa più labirintico, il film si addentra in un  dedalo di citazioni e suggestioni quasi perdendosi dietro e dentro la sua visionarietà a tratti pantagruelica.
Non è il coraggio che fa difetto a Basset, poteva dirigere un horror in cui c'era spazio solo per la dinamica azione / reazione, gli bastava creare un mostro iconograficamente impressionante ( più che altro impressiona cosa c'è sotto quella maschera equina di cartone ) come quel cavallo che perseguita Jessica  e invece non si accontenta della linearità per buttarsi nell'arzigogolo, nella cesellatura compulsiva della forma, cosa che lo porta a sbandare per generosità nella seconda parte.
Se dovessi fare un paragone gastronomico direi che questo film è un piatto in cui al palato si sente all'inizio un'esplosione di gusto ma poi, man mano che ci si allontana ci si rende conto che i vari sapori non sono così legati tra loro.
L'inizio per me è come un colpo al cuore: si parte con la citazione di Incubo, quadro di Henry Fussli che amo moltissimo e che ho avuto la fortuna di vedere dal vivo.
Mi predispone bene così come gradisco quell'ambientazione da dramma vittoriano ( ma il film è ambientato nel presente) , un po' fuori dal tempo che viene creata dalla casa isolata e dalla brughiera inglese.
Poi partono i riferimenti filmici parecchio evidenti: da una parte abbiamo un amore smodato per il cromatismo esasperato di Suspiria di Dario Argento, influenza ben evidente durante tutto il film, dall'altra una costruzione narrativa che ricorda per molti versi il Nightmare On Elm Street di Wes Craven.
Nella seconda parte poi si esonda nella fiaba dark in quanto viene spiegata una frase sibillina detta dalla nonna a Jessica durante il sogno, in cui le consigliava di fuggire dal cavallo e seguire il lupo.
Non siamo arrivati al livello Esopo ma poco ci manca.
Nel finale almeno viene spiegato l'enigma, o perlomeno bisogna interpretarlo.
Impossibile rimanere indifferenti nel ritrovare Catriona McColl musa fulciana di oltre 30 anni fa e non si rimane indifferenti neanche di fronte alle grazie, mostrate a profusione della bellissima Lilly-Fleur Pointeaux.
Si sopportano poco invece le musiche: capisco che si voglia creare un effetto di rottura, straniante, di alienazione ma c'entrano veramente come i cavoli a merenda.
Sinceramente sarei in difficoltà a consigliare questo film, è schizoide ma di sicuro è qualcosa di diverso dal solito horror usa e getta, non pienamente riuscito ma non banale anche se deraglia in una seconda parte un po' troppo ambiziosa.
Tirando le somme è un film bello da vedere, perché formalmente siamo di fronte ad un prodotto assai valido ma adatto a spettatori che siano avvezzi a film di non così facile fruibilità...



PERCHE' SI : confezione accuratissima, ambientazione riuscita e atmosfera sempre dark , fa piacere rivedere Catriona McColl, la protagonista è bellissima.
PERCHE' NO : un po' troppo Suspiria , almeno un po' troppo a vista.la seconda parte deraglia perdendosi nei meandri della propria visionarietà, musica assolutamente fuori contesto e che dopo un po' si sopporta poco.


LA SEQUENZA : il primo sogno di Jessica con la testa cavallo che compare da dietro un drappo, citazione pittorica da Incubo di Henry Fussli.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Questo film è randellato dagli utenti di IMDb. com , un po' come tutti gli horror,
vedere questo film e far partire un flusso impetuoso di ricordi è stata questione di un attimo.
Mi piacerebbe molto vedere Lilly-Fleur Pointeuax in  altri ruoli o forse mi piacerebbe vederla e basta.
Mai sottovalutare quello che viene dalla Francia.


( VOTO : 6,5 / 10 )


Horsehead (2014) on IMDb

venerdì 12 giugno 2015

Segnalazione : Anime Eterne di Lina Giudetti

Oggi niente film recensito, mi vorrete perdonare.
Ma è un post ugualmente importante perché vi segnalo un libro ( per ora acquistabile sotto formato di E-book a un prezzo stracciatissimo, tra qualche tempo sarà disponibile anche in versione cartacea) scritto da una mia carissima amica Lina Giudetti, una ragazza appassionata come me, come noi, di cinema e di scrittura che finalmente è riuscita a coronare il suo sogno.
Quello di pubblicare a livello nazionale il suo primo romanzo, intitolato Anime Eterne, un libro che è un po' come lei , appassionato e impetuoso, ricco di fascino, di tenebre , d'amore e di dolore.
Insomma in oltre 600 pagine, voi appassionati di letteratura vampiresca e non troverete pane per i vostri denti.
Che vi devo dire?
Accattativillo!!!
Ne vale veramente la pena.

SINOSSI
Romania, XV secolo.
Il principe Vlad Țepeș Dracula III detto l’Impalatore, regna nella Valacchia e da tempo combatte per mantenere l’ordine politico e religioso della sua terra, ma non tutti approvano i suoi metodi estremi. Soprattutto il suo nipote prediletto Stefan, avendo un cuore puro e pacifista, ritiene le sue leggi eccessivamente severe e non appena ha la possibilità di diventare re perché Vlad viene rinchiuso per anni in prigione a causa di un complotto politico, riforma ogni legge abolendo perfino la pena di morte per impalazione… al suo ritorno però Vlad non è più lo stesso di un tempo. La guerra e la morte della prima moglie lo hanno incattivito così tanto da avergli fatto scegliere di diventare un demonio. Vlad rinchiude Stefan nei sotterranei del suo castello e solo quando si ammala di tubercolosi ha dei rimorsi e tenta di salvarlo trasformandolo in quello che è lui: un vampiro, ma prima che la metamorfosi si completi, Stefan si uccide. Sua moglie Serafine impazzisce dal dolore e si uccide anch’ella e questa tragica serie di eventi, causa che una maledizione incomba sulle loro anime che si ritroveranno a vivere reincarnandosi in altri luoghi, in altri tempi e in circostanze molto avverse. Cosa succede infatti quando un figlio della luce diventa un figlio delle tenebre generando un karma che lo condanna alla maledizione della giovinezza eterna? Lei è bella, innocente e umana… lui è affascinante, tenebroso ed è un vampiro… un vampiro sul quale vengono diffuse molte leggende orribili… nella sua ultima incarnazione lei è tormentata da alcuni incubi ricorrenti di cui neppure suo fratello che è uno psichiatra, riesce a comprendere la provenienza; incubi che le mostrano come un’ossessione, gli squarci più significativi delle sue vite precedenti affinché si renda conto di essere tornata dal passato per riequilibrare il karma molto doloroso generatosi tra lei e il suo antico amore Stefan. Sono ormai fatalmente diversi, eppure così fatalmente innamorati…
Viene così compiuto in questa storia un lunghissimo viaggio dalla Romania medievale all’America degli anni ’50 e dall’Inghilterra degli anni ’90 fino di nuovo al regno di Dracula e al suo castello rumeno che nasconde una serie di segreti agghiaccianti…
Una storia di amanti e rinnegati e di spettri, demoni ed eroi questa che mostra la figura del vampiro in maniera atipica e diversa rispetto a come l’han spesso mostrata le antiche leggende…

PICCOLO ESTRATTO DEL LIBRO
"Lei adesso sapeva che i suoi sogni sulla Romania, su Stefan e su Serafine, non erano affatto una coincidenza. Le avevano da sempre voluto riportare alle mente i frammenti di una vita passata. Quei nomi rivelati dal suo subconscio erano dunque reali e non onirici. Appartenevano a personaggi esistiti nelle medesime situazioni e contesti storici nei quali li aveva sognati.
Stefan così simile a Vernon, Edwina così simile a Serafine e lei così simile a entrambe…
Cosa poteva significare tutto questo? Con cosa aveva a che fare?
Le anime sono eterne, pensò in quei momenti, non possono mai morire, ma tornare a vivere in altri corpi di carne e ossa perché gli sia concessa l’opportunità di riparare agli errori commessi nelle precedenti esistenze…"

L'AUTRICE
Nata a Taranto sotto il segno del leone, inizia a scrivere all'età di quattordici anni coltivando la sua passione per la scrittura fino a oggi senza mai abbandonarla. Si ritiene una sognatrice nata e fantasiosa quanto basta per prediligere le materie creative. Appassionata soprattutto di cinema, teatro e arte grafica oltre che di scrittura e lettura naturalmente, si è di recente avventurata nel mondo del web design conseguendo il certificato ECDL per lavorare come libera professionista.  Gli scrittori che da sempre le piacciono e stimolano la sua immaginazione sono Gaston Leroux, Anne Rice, Stephen King, Clive Cussler e Bertrice Small, ma ama leggere molto anche quanto scritto da Oscar Wilde, Platone, Origene e Ovidio (Le "Metamorfosi" in modo particolare). Quanto alla poesia, ha sempre amato lo stile e le opere di Charles Baudelaire e simili. Da bambina invece adorava leggere le fiabe di Hans Christian Andersen. I libri che hanno in qualche modo segnato la sua vita sono "Il fantasma dell'opera" di Gaston Leroux e "La piccola principessa" di Frances Hodgson Burnett. Quanto al mondo del cinema, trova i suoi alter ego in Tim Burton e Sam Raimi, autori per lei "sacri" e anche sue grandi fonti d'ispirazione.

Potrete acquistare ANIME ETERNE presto in tutti i migliori Ebookstore online, tra cui:

Il Cartaceo sarà nei prossimi mesi disponibile su tutti gli store online e ordinabile in tutti i punti vendita Mondadori e Feltrinelli.

CONTATTI

giovedì 11 giugno 2015

Fury ( 2014 )

Germania 1945 : la guerra è finita, Hitler si è arreso ma gli americani in suolo tedesco trovano comunque sacche di resistenza violente e inaspettate.Il sergente Don Collier ( nome di battaglia Wardaddy e lui di battaglie ne ha fatte tante portandone ancora i segni sul corpo e sull'anima) assieme al suo variegato manipolo di uomini, equipaggio di un carro armato Sherman prendono a bordo con loro un nuovo tiratore, Norman Ellison, un ragazzino al battesimo del fuoco che ha molti problemi nell'accettare la guerra e la logica dell'uccidere per non essere uccisi.
Hanno un'ultima missione da compiere contro un manipolo di poche centinaia di soldati tedeschi in ritirata. Ma le cose non sono facili come sembrano, anzi man mano la missione diventa più difficile se non impossibile.
Arriva finalmente da noi, forte di un notevole battage pubblicitario e di frasi ad effetto sulla locandina veramente impegnative ( "il miglior film di guerra degli ultimi 30 anni"), il nuovo film di David Ayer, una carriera registica sulle montagne russe, sforzo produttivo da circa 70 m
ilioni di dollari di budget fortemente voluto da Brad Pitt che qui interpreta il ruolo di Wardaddy.
Ecco, la frase di lancio nel manifesto pubblicitario la lasciamo perdere , ma occorre ammettere che Fury è un film che il suo sporco lavoro lo completa.
Spoglio di tutta la retorica filoamericana che ammanta tanti altri film del genere  Ayer cerca di narrare due storie in una : la vita ( e la morte ) in un carro armato strumento di distruzione che può arrivare a essere trappola mortale e tutto quello che succede fuori di esso.
Più che alle battaglie , ripulite di tutti i particolati coreografici che fanno spettacolo, intrise di realismo che arriva a essere anche molto fastidioso per come ti si appiccica addosso , che non occupano un minutaggio eccessivo in un film che arriva quasi alle soglie dei 135 minuti, ad Ayer sembra interessare il dietro le quinte, sembra attratto dai momenti di stanca, di sosta tra un trasferimento all'altro, tra un'azione e l'altra, momenti in cui vengono fuori gli uomini e non le impassibili macchine di morte votate all'estremo sacrificio che sono protagoniste dei rastrellamenti e delle scaramucce con le ultime resistenze tedesche, oramai cani sciolti allo sbando e proprio per questo assai più pericolosi per la loro imprevedibilità.
Il fulcro del film, il cardine attorno al quale ruota tutto è il rapporto tra Wardaddy e il giovane Norman a cui il sergente ha la pretesa di insegnare come si fa la guerra.
Potrebbero essere padre e figlio ma sono troppo diversi, Don Collier è un uomo rotto a tutte le esperienze che ha perso la pietà umana da qualche parte nelle campagne di guerra precedenti, cosa che sta cercando di far perdere anche al giovane Norman, idealista  ma di quell'idealismo che rischia ogni minuto di lasciarti lì sul campo di battaglia, ucciso da un nemico che non ha avuto i suoi stessi scrupoli.
Se scenograficamente Ayer cita da vicino il realismo conclamato di Salvate il soldato Ryan, il suo sguardo cinematograficamente parlando si situa ancora più indietro, a Fuller, uno dei grandi registi americani del genere, ma anche a Aldrich ( i personaggi che popolano Fury potrebbero benissimo appartenere a Quella sporca dozzina ma anche al bellissimo e misconosciuto Non è tempo di eroi) e al Peckinpah feroce e sardonico de La croce di ferro.
E quel cannone con scritto Fury è un perfetto contrappunto all'elmetto con la dicitura Born to Kill nel Vietnam fortemente stilizzato di Kubrick nel suo Full Metal Jacket.
Stilizzazione di cui si nutre anche Ayer in un finale che si svolge in un non luogo, dal cromatismo irreale che colora tutto di dimensione metaforica più che verosimile.
Eccellente il lavoro sugli e degli attori con un Pitt acconciato da bastardo inglorioso che convince in un personaggio eccessivo eppure sempre controllato.
Buon prodotto di genere , Fury è ben lontano dall'essere quel capolavoro tanto strombazzato da critici entusiasti stavolta a sproposito.
Tecnicamente impressionante gli manca però quel briciolo di personalità che lo farebbe arrivare al rango di piccolo cult di genere.


PERCHE' SI : tecnicamente impressionante, Brad Pitt e il resto del cast, realistico e spoglio di retorica.
PERCHE' NO : ipercitazionista gli manca quel briciolo di personalità in più per emergere , forse andava asciugato qua e là.


LA SEQUENZA :  la prima lezione di guerra di Wardaddy a Norman con il soldato tedesco appena preso prigioniero.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Ad Ayer manca sempre quel bruscolino per far quadrare il cerchio.
I film di guerra non sono la mia cup of tea nonostante mio padre mi sottopose a una cura energica di war movies e di western quando ero adolescente.
Brad Pitt 51 anni abbondanti e non sentirli.
Shia LaBeouf pur armato di baffoni che cercano di invecchiarlo, ha sempre la stessa faccia da pirla.


( VOTO : 7 / 10 )


 Fury (2014) on IMDb

mercoledì 10 giugno 2015

Calvario ( 2014 )

Padre James è il parroco di un piccolo paese irlandese e nel confessionale viene minacciato di morte da uno dei suoi fedeli: gli ha promesso che lo ucciderà la domenica successiva sulla spiaggia perché quando era bambino era stato violentato da un prete e , siccome il colpevole era morto, si sarebbe vendicato uccidendo Padre James perché è un buon prete e gli serve una vittima innocente come era lui quando subì le violenze.
Il parroco ha riconosciuto di chi è la voce e la sua settimana viene scandita di continui incontri in cui si scopre una comunità stracolma di problemi di ogni tipo e stranezze assortite, a partire dallo stesso James, una volta sposato, con una figlia Fiona che manifesta apertamente tendenze suicide, e in passato con  un amore smodato per la bottiglia che in passato gli ha creato molti problemi dopo la perdita dell'amata moglie.
Eppure la domenica mattina successiva , Padre James è lì sulla spiaggia ad attendere il suo destino...
Calvario è l'opera seconda di John Michael McDonagh, che lo ha anche scritto, che segue di tre anni il suo debutto nel lungometraggio, The Guard ( tradotto vergognosamente in italiano, Un poliziotto da happy hour, di cui se volete abbiamo parlato qui ) , fratello di quel Martin McDonagh che ci ha regalato gioiellini come In Bruges e 7 Psicopatici.
Abbiamo ancora Irlanda, ancora una piccola comunità ricca di mostri metaforici e reali da scandagliare nel profondo e soprattutto abbiamo ancora Brendan Gleeson, attore enorme che più va avanti con gli anni e più migliora come il buon vino.
Qui è nella parte di Padre James , prete cattolico molto sui generis, una volta sposato , che è il pastore di una comunità allucinata e sbandata almeno quanto lui lo era una vita prima.
Tra milionari che hanno fatto soldi illegalmente e ora li vogliono donare alla Chiesa senza un reale pentimento alle spalle, poliziotti con strane tendenze sessuali ( e non perchè gay ), donne con amanti e mariti maneschi, James è una sorta di recipiente in cui tutti cercano di stipare il proprio male di vivere .
E il nostro James la prende bene ma non benissimo travagliato dal voler combattere un destino che oramai gli sembra segnato e un fatalismo che lo attanaglia e lo condiziona in tutti i suoi gesti.
La scrittuta di John Michael McDonagh è acida , velenosa, l'umorismo è lunare, spesso la mascella si contrare non in un qualcosa che assomiglia a un sorriso ma più a una risata sardonica , a denti strettissimi.
La sua penna intinta nel curaro ne ha per tutti a partire dalle istituzioni, diciamo come minimo inadeguate alle loro funzioni, ma gli strali più avvelenati sono per la Chiesa,
In qualche frangente tutto questo veleno rischia di corrodere l'intelaiatura del film che a dir la verità manca di un vero e proprio crescendo drammaturgico procedendo attraverso i variegati, al limite del grottesco, incontri  di cui è protagonista Padre James.
Fino alla sortita domenicale sulla spiaggia dove invece si raggiunge un climax emotivo di intensità rara e che lascia totalmente annichiliti.
Ottima la scelta di non rivelare allo spettatore l'autore della terribile minaccia nei confronti del protagonista ( lui invece sa benissimo chi è, ha riconosciuto la sua voce) : dà il senso del titolo, il calvario, inteso come percorso intenso e doloroso, di James alla ricerca delle radici della sua fede perché  si evince che il rapporto con il suo Dio non è così cristallino ma colmo di dubbi e incertezze, per arrivare alla catarsi definitiva.
L'atmosfera incantata del piccolo paese nel sud dell'Irlanda per una volta non si ammanta di fiabesco ma solo di una bruma infingarda che ti entra fin dentro le ossa, siamo lontani dai paesaggi da cartolina.
O meglio la regia si apre talvolta a questi scorci ma la narrazione volutamente rarefatta nel suo essere compassata fa vedere tutto con occhi diversi.
Consapevoli della tragedia che cova sotto la cenere di una comunità che vive di segreti e menzogne, piccole o grandi che siano.
E Padre James fà comunque la figura del gigante in un mondo di nani e ballerine.


PERCHE' SI : c'è l'Irlanda , c'è Brendan Gleeson, film che fa riflettere anche dopo i titoli di coda, scrittura acida e velenosa.
PERCHE' NO : a volte il veleno contro la Chiesa rischia di corrodere l'impianto del film, ritmo compassato che scoraggerà qualcuno, manca di vera e propria crescita drammaturgica.


LA SEQUENZA :  la domenica di James sulla spiaggia in attesa di quello che il destino ha stabilito per lui.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

L'Irlanda non è solo sfondi da cartolina.
Trattando certi temi non mi stupisce che in Italia sia circolato con il contagocce, poco e male.
Gleeson più va avanti e più amplia la sua gamma espressiva.
Mi piacciono film che alla fine ti lasciano domande e non ti danno risposte.


( VOTO : 7,5 / 10 )


Calvary (2014) on IMDb