I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.

venerdì 22 maggio 2015

Kingsman : Secret Service ( 2014 )

Un agente segreto, nome in codice Lancillotto, viene ucciso in azione di guerra e il suo compagno Harry Hart , nome in codice Galahad si sente colpevole a tal punto che lascia al figlio piccolo dell'altro una medaglia con un numero di telefono.
E dopo 17 anni quel bambino, ora un ragazzo di nome Eggsy , a causa di una bravata con amici si trova costretto a chiamare quel numero per salvarsi dall'arresto e da conseguenze fisiche ben più gravi.
Harry Hart compare, lo toglie dai guai e gli offre una vita da agente segreto.
Previa promozione dopo un lungo corso d'addestramento.
E il mondo ha bisogno di un nuovo agente segreto perché un miliardario ecologista, Valentine, ha intenzione di sterminare gran parte della popolazione umana, vista come un virus che distruggerà la Terra in breve tempo alla stessa maniera di inquinamento e riscaldamento globale, e ripopolare il pianeta tramite i politici e tutti i VIP che si sono schierati dalla sua parte.
La lotta, inutile dirlo , sarà all'ultimo sangue.
Mathhew Vaughn ci ha preso gusto: dopo un inizio di carriera passata dietro la scrivania a produrre e poi a scrivere , ha deciso di prendere in mano anche le redini della regia e si è specializzato , almeno da tre film a questa parte sembra proprio così, nel filone supereroistico.
Un po' particolare però perché i supereroi di Kick Ass erano decisamente sgarrupati, quelli di X Men- L'inizio troppo inesperti riguardo ai loro superpoteri, mentre in Kingsman- Secret Service questi supereroi hanno le fattezze umane, molto umane, di agenti segreti che però hanno una marcia in più rispetto al resto della popolazione.
Sono superaddestrati, hanno gadget sfiziosi, sono dotati anche di quell'ironia che rimanda decisamente ai film della gloriosa tradizione spionistica britannica, James Bond in primis ma non solo. soprattutto hanno quel portamento e quell'aplomb che possono provenire solo dalla terra d'Albione.
E quasi uno shock vedere un magrissimo Colin Firth ( sembra davvero in formissima oppure è il vestito stretto in vita che lo slancia) declamare battute che potrebbero essere pronunciate da un dandy formatosi alla scuola di Oscar Wilde e menare come un ossesso che sembra avere più braccia di un Bravo Simac ed è veramente divertente individuare nel cast di supporto gente come Michael Caine , Samuel L. Jackson  che dà vita a un villain di spessore, Mark Hamill ( Luke Skywalker , proprio tu), che si presta divertendosi e facendo divertire in un film che sembra avere talmente tanti padri putativi da essere in qualche modo originale.
E' un bel gioco inseguire le citazioni e le ispirazioni di Kingsman : Secret Service e allora giochiamo un po' : a parte James Bond e compagnia cantante (tipo l'agente Flynt), ci vedo solo io gli X Men ( la scuola per giovani agenti segreti sembra presa interamente da quella di X Men- L'inizio), gli Avengers ( ma non i supereroi di Joss Whedon, gli agenti speciali che imperversavano in una bella serie tv anni '60 ripresa al cinema negli anni '90, credo), tutti quei film in cui l'eroe è un ragazzo , viene addestrato a una scuola militare per sopravvivere ma soprattutto per terminare il proprio percorso di crescita ( e qui mettete il titolo che volete, ce ne sono talmente tanti) oppure la vena pop e fracassona della parodia di Austin Powers?
Kingsman : Secret Service è un film che assolve perfettamente al suo scopo di divertire con azione senza far mancare mai quel pizzico di ironia necessario per vedere la vita e il mondo con occhi migliori, due ore piene di trovate visive e di combattimenti pirotecnici , di doppi e tripli giochi, di salti carpiati e di cambiamenti di casacca in corsa.
Insomma non c'è da annoiarsi in questo giocattolone ipertecnologico da 80 milioni di dollari che al botteghino ha incassato bene  ma non ha fatto precisamente sfracelli, come magari ci si attendeva.
E questo può essere dovuto al fatto che non è solo un blockbuster fatto per sgranocchiare popcorn e bere bevande gassate , a uso e consumo dei teenagers , ma è un film con un quoziente intellettivo superiore alla media, girato con una formula stilistica che Matthew Vaughn ha consolidato nei suoi ultimi tre film.
Tratto dall'omonimo fumetto ( o meglio una graphic novel come si dice ora) Kingsman: Secret Service è un film dal look curatissimo, molto Swinging London anni '60 e che oltre alla forma offre allo spettatore anche molta sostanza ( politica: tipo il discorso sull'omologazione di massa, sul ruolo dell'informazione e dei mass media che possono essere facilmente manipolati).
Ed è un piacere abbandonarsi a uno spettacolo come questo.


PERCHE' SI : il look è curatissimo, il ritmo elevato, Matthew Vaughn ha ormai consolidato un suo stile, cast eccellente. un villain di spessore.
PERCHE' NO : un po' troppi padri putativi citati a piene mani ( ma per me non è un male, per qualcuno lo sarà , se non si segue per filo e per segno c'è il rischio di perdersi.


LA SEQUENZA : la lotta finale tra Eggsy e l'assistente di Valentine, una femme fatale con delle protesi alla Pistorius


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
Se ci danno i capitali anche in Europa sappiamo fare blockbuster milionari
Colin Firth così magro e così tonico fisicamente non lo ricordavo da anni.
Non fidarsi mai del brandy invecchiato più di cento anni che ti viene offerto dal primo arrivato
Mi pento che non ho mai avuto modo e voglia di approfondire la mia cultura sui fumetti.


( VOTO : 7 + / 10 )

 Kingsman: The Secret Service (2014) on IMDb

giovedì 21 maggio 2015

Forza maggiore ( 2014 )

Tomas ed Ebba sono una bella coppia con due bellissimi bambini, Vera ed Harry.
Dopo un periodo particolarmente intenso di lavoro si stanno godendo una bella vacanza in montagna sulle Alpi francesi  quando succede un fatto che incredibilmente mina l'armonia di una coppia che fino a quel momento era perfetta.
Una valanga si stacca dalla montagna mentre loro stanno mangiando tranquillamente al ristorante all'aperto e li investe o perlomeno sembra investirli con tutta la sua forza.
Tomas prende il telefonino e scappa a gambe levate , mentre Ebba pensa ai bambini e cerca di fare loro scudo con il suo corpo.
La valanga in realtà si ferma prima, non sposta neanche i piatti che stanno sui tavoli, ma in realtà ha spostato moltissimo nell'unione familiare.
E sembra che i problemi tra i due causino una sempre crescente tensione nei figli e anche nella coppia di amici che è venuta fin sulle Alpi Francesi per fare loro compagnia.
Se dovessi spiegare a qualcuno di che cosa parla questo Forza maggiore , ammetto che sarei in una certa qual difficoltà, perché la vicenda narrata è chiarissima, addirittura adamantina nel suo assunto, quello che invece si deve cercare tra le pieghe della sceneggiatura, tra il detto e il non detto, è decisamente più difficile.
Quando ero adolescente si favoleggiava che la Scandinavia, la Svezia in particolar modo, fosse una terra di assoluta libertà ed emancipazione sessuale, di estrema elasticità nelle relazioni sentimentali e sociali in genere, una terra dove il benessere era talmente radicato da essere persino inquietante.
Ma c'era la vocina dentro che ti diceva che non poteva essere tutto rose e fiori, che sicuramente dietro il funzionamento apparentemente perfetto di uno Stato sociale tentacolare e assai accurato nel fornire il miglior servizio possibile, ci doveva essere qualcosa che non andava , perlomeno ci doveva essere qualche granello di sabbia che arrivava non dico a inceppare tutto il meccanismo ma riusciva a farlo cigolare.
Nel 2011 Ruben Ostlund, il regista di Forza maggiore, aveva firmato Play ambientato nella periferia di Goteborg , un film che spazzava via in un sol colpo l'idea della perfezione asburgica della vita svedese ( se interessa ne parlammo qui ) , in cui come un entomologo esaminava la vita di una piccola gang di ragazzi neri che commetteva vari reati e atti di bullismo.
Si era basato sugli atti della polizia di Goteborg raccolti tra il 2006 e il 2008.
E questo lavoro da entomologo lo ha fatto anche in Forza Maggiore in cui ha esaminato le reazioni di vari gruppi di persone di fronte a una catastrofe naturale.
Però se in Play era tutto terribilmente serio e aveva l'aria di un reportage giornalistico, qui la narrazione è filtrata attraverso una lente deformante che rende tutto grottesco e che evoca quasi il trisma mandibolare per come si ride a denti strettissimi.
Perché si ride , si ride a denti serrati, si serra talmente la bocca che arriva a far male perché più si va avanti e più ci si accorge che c'è poco da ridere.
Anzi nulla.
Forza maggiore è una disamina acida su quanto possa arrivare a essere misero e gretto l'animo umano, è come se Vinterberg avesse preso tutta la congrega e la cattiveria di Festen e l'avesse portata in settimana bianca da qualche parte sulle Alpi Francesi, è la dissezione chirurgica, asettica e ferocissima di una famiglia che improvvisamente scopre la crisi, un baratro senza fondo che divide Tomas ed Ebba,
Ostlund sembra un piccolo Von Trier all'opera per come (non) muove la telecamera e per come pretende in termini emotivi dai suoi attori.
Ma forse tutto è partito da Scene da un matrimonio di Bergman,  il primo film che ha dissezionato chirurgicamente in maniera così precisa il rapporto tra due coniugi.
Dopo quella fuga ingloriosa e vagamente fantozziana  di Tomas vengono meno i requisiti minimi che tengono insieme una coppia, soprattutto la stima e la fiducia reciproci.
Oscar Wilde , supremo cantore di amore e di altri sentimenti, diceva che non si può passare una vita accanto a una persona che si stima solamente ( perché ci deve essere l'amore).
Figuriamoci se viene a mancare anche la stima, se il cosiddetto uomo di casa si comportasse come un coniglio, se piangesse come una donnicciola per implorare il perdono, se ammettesse tutte le sue colpe e anche oltre.
Forse basterà un gesto riparatore o forse no.
Rimane tutto fuori campo.
Ed è questa indeterminazione che ti uccide giorno dopo giorno.


PERCHE' SI : Ostlund si dimostra ancora una volta un ottimo regista anche quando si infiltra nel territorio del grottesco, film di cattiveria difficile da raccontare, da vedere per credere.
PERCHE' NO : è un film che se ne infischia delle logiche commerciali, si prende tutto il suo tempo e si presta a talmente tante letture che sfuggiranno al grosso pubblico, ma in fondo per me non c'è problema.


LA SEQUENZA : la sequenza della valanga e quella del pianto disperato di Tomas fuori della sua stanza alla vista di tutti.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

La Svezia della mia adolescenza credo che sia definitivamente cambiata.
Il cinema scandinavo si rivela una fucina di inaspettati talenti
La settimana bianca non fa per me.
Per adesso la vacanza sulle Alpi francesi non la prenotiamo.


( VOTO : 7,5 / 10 )

Force Majeure (2014) on IMDb

mercoledì 20 maggio 2015

The cat ( 2011 )

So-Yeun lavora come toelettatrice in un negozio di animali e soffre di claustrofobia a causa di un trauma avvenuto durante l'infanzia. E' colpita dalla notizia di una sua cliente trovata morta nell'ascensore del suo condominio appena dopo aver toelettato il gatto da lei, un soriano di nome Silky , di cui decide di prendersi cura.
Non l'avesse mai fatto: le appare in continuazione una bambina e il miagolio di Silky diventa sempre più inquietante. Intanto cominciano a fioccare cadaveri tra le persone che conosce e lei decide di liberarsi di Silky pensando di poter essere la prossima vittima del fantasma della bambina.
Silky però continua a tornare nella sua vita : So-Yeun decide a questo punto di indagare per scoprire chi fosse quella bambina...
Per quanto riguarda il cinema coreano, mio grande amore, negli horror faccio fatica a rintracciare la stessa prorompente personalità che traspare dalle sequenze dei thriller che in gran numero si girano da quelle parti.
Ed è per questo che non ne guardo moltissimi, spesso soffrono di sindrome derivativa dal vicino Giappone il cui cinema horror ha una personalità e un'estetica perfettamente riconoscibili.
Poi scopri un film relativamente recente, The cat, ad opera di un regista che ti è sconosciuto Seung-wook Byeon e scopri che è un horror che parla di claustrofobia, morti ammazzati misteriosamente e di gatti.
E non puoi quindi astenerti dal vederlo.
All'inizio quando mi sono posto alla visione pensavo di trovare generose tracce letterarie ( di Poe) riadattate alla contemporaneità coreana e invece mi sono trovato di fronte a un horror che pur non essendo il massimo dell'originalità , contiene alcune peculiarità da cinema prettamente coreano ed assolve perfettamente al suo compito, di tenere sulle spine per gli oltre 100 minuti della durata , magari mangiandosi le unghie per il nervosismo o affondando i polpastrelli nei braccioli della poltrona.
L'impalcatura è da J-horror , anzi sembra che non ci si sforzi nemmeno per uscire da questo cono d'ombra: la bambina che appare alla protagonista, una specie di piccolo demone dalle pupille taglienti come quelle di un gatto, è una classica creatura da horror giapponese, anzi è un qualcosa che ricorda molto da vicino ( anche per come si snoda la soluzione di tutta la vicenda) il bambino che appariva in Dark Water di Hideo Nakata.
Le sue apparizioni, in numero consistente, vengono usate nelle boo sequences accanto a tutti gli strumenti atti a provocare tensione, smarrimento e tanta, tanta inquietudine in chi guarda.
Se l'impalcatura è quella diciamo che la velocità di costruzione è molto diversa: se in un'ardita similitudine accostassimo un horror giapponese a un 33 giri che sta andando alla sua velocità sul piatto del giradischi , questo The cat è come se noi prendessimo quello stesso disco e lo facessimo girare a 45 giri.
Procede a una velocità diversa e qui entra in campo il genoma coreano : The cat è un film pieno zeppo di avvenimenti e colpi di scena con un ritmo talmente alacre che arriva quasi a disorientare, è girato insomma come un thriller adrenalinico piuttosto che come un horror classico e si lascia andare a trovate estemporanee al limite del grottesco che comunque rimangono impresse per la loro stranezza ( si veda la sequenza al canile: So-Yeun è rimasta chiusa dentro il canile, la claustrofobia le sta stringendo la gola in una morsa sempre più forte, lei si mette a quattro zampe come se stesse aspettando la fine e si mette a vomitare palle di pelo come fanno i gatti).
E poi c'è quel lirismo classico di tanto cinema coreano soprattutto nel finale , ma anche la risoluzione di tutto l'enigma è più da film per famiglie che da film horror.
Non che sia un male , per carità, anzi stupisce in positivo che per una volta in un cinema come quello coreano notoriamente allergico al lieto fine , si trovi una soluzione che gli assomiglia molto.
Come detto prima The cat non sarà il massimo dell'originalità ma è un film che abbina alla solita spettacolare confezione coreana anche qualche interessante spunto di riflessione : lo scompaginamento della società coreana in primis ( vedi il personaggio della donna anziana che ogni tanto viene aiutata da So-Yeun), il solito ritratto della polizia tutt'altro che gentile e anche uno sguardo piuttosto virulento su quelli che sono i canili coreani, dei veri e propri lager in cui l'inceneritore è sempre al lavoro.
Ecco, forse non è un caso che le sequenze più paurose di tutto il film siano quelle che inquadrano il canile lager, senza bisogno di gatti demoniaci o bambine fantasmatiche...


PERCHE' SI : ritmo elevato, girato come se fosse un thriller, qualcosa che assomiglia a un lieto fine, qualche spunto di riflessione interessante e quel pizzico di lirismo che accompagna molto cinema coreano.E poi ci sono tanti gatti...
PERCHE' NO : i riferimenti al J horror sono troppo evidenti, lo snodo della vicenda forse è un po' troppo vicino a quello di Dark Water di Hideo Nakata, qualche personaggio di contorno che esonda nella caricatura( per esempio il proprietario del negozio dove lavora So -Yeun o la stessa padrona di Silky).

LA SEQUENZA : So Yeun è chiusa nel canile lager, la claustrofobia la sta paralizzando , lei si mette a quattro zampe e comincia a vomitare palle di pelo....

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
I coreani girano i miglior thriller al mondo ma per quanto riguarda l'horror forse sono ancora un po' indietro.
Il gatto è un animale perfetto per un film horror.
L'orrore vero di un canile lager supera di gran lunga quello immaginato dal più fantasioso degli scrittori o sceneggiatori.
Non riesco a capire come in un Paese avanzato come la Corea del Sud, la carne di cane rappresenti un cibo prelibato, da ricchi....


( VOTO : 6,5 / 10 )

 The Cat (2011) on IMDb

martedì 19 maggio 2015

Sarà il mio tipo? ( 2014 )

Clement giovane professore di filosofia parigino è mandato ad insegnare in una scuola superiore di Arras cittadina a nord di Parigi. Qui conosce Jennifer, parrucchiera un po' sbalestrata e , nonostante le loro differenze praticamente in tutto, nasce un sentimento.
Quello che doveva essere un esilio triste e solitario per Clement diventa qualcosa di più piacevole.
Almeno finché dura , perché le differenze socioculturali tenderanno sempre ad affiorare.
Mi piace la commedia francese, mi piace la commedia sentimentale e la sinergia di commedia sentimentale e cinema francese ha sempre avuto un posto speciale nel mio cuoricino a partire da Truffaut, passando per Rohmer e arrivando a Sautet.
E quando trovo un film che a partire dalla prima sequenza mi fa riaffiorare alla memoria tutto questo bel cinema che , ripeto, ha un posto privilegiato nel mio cuore di cinefilo, beh , la mia attenzione è catturata sin da subito.
Vedere in primissimo piano una donna che piange non riuscendo a trattenere le sue lacrime e scrutare dietro di lei il volto un po' sfocato e  praticamente impassibile di Clement ( il viso di Loic Corbery, l'attore che lo interpreta è assimilabile a quello della Sfinge e non solo qui) mi riporta come d'incanto a più di venti anni fa, ai travagli amorosi di una bellissima Camille ( Emanuelle Beart pre trattamenti chirurgia plastica) e di un glaciale Stephane ( un intenso Daniel Auteuil, dopo questo film mio idolo incontrastato) in Un cuore in inverno di Claude Sautet che posso dirlo, è uno dei film della mia vita, un film a cui sono affezionato in modo appassionato e viscerale.
E' un flash perché poi il film vira apparentemente per altri territori, quelli più consoni della commedia sentimentale pura : mediante stacchi di montaggio moderni e che donano un'aria frivola e spensierata al film assistiamo a una sorta di bignamino della vita di Clement e di Jennifer (un'inedita Emilie Dequenne).
Lui pare abbia il vizietto di trattare male le donne, ma per uno per cui non esiste una relazione sentimentale che possa aspirare a essere duratura , credo che sia abbastanza normale, è di fatto un esiliato volontario in una provincia che non gli appartiene, è diviso a metà tra le giornate lavorative ad Arras, vissute in albergo e i weekend parigini a respirare la "cultura" di cui è cantore e mentore, una vita che non nasconde il suo grigiore di fondo perché Clement è proprio così, un incolore ragioniere dei sentimenti che si nasconde dietro la maschera della filosofia esistenziale.
Lei è una parrucchiera senza tanti grilli in testa, con un figlio che sta crescendo da sola, una passione per la letteratura rosa , per il cinema hollywoodiano ( oltre che per il gossip annesso e connesso) e per il karaoke , la sua vita è uno sbruffo di colore a partire dal suo vestiario, da come è arredata la sua casa e di come vede il mondo che la circonda sempre con un sorriso radioso stampato sulle labbra.
Che cosa li attrae così profondamente?
All'inizio sembra quasi che per il professore  questa sia una storia che possa funzionare solo sotto le lenzuola, un'altra donna da aggiungere al suo carnet di conquiste, poi si capisce che c'è qualcosa d'altro.
Le differenze sociali e culturali sono lì in bella mostra ma Lucas Belvaux ( regista che avevo già conosciuto per una cupissima trilogia poliziesca di una decina di anni fa ) non si limita ad elencarle e ad evidenziarle ad uso e consumo dello spettatore.
Vengono utilizzate come barriere mobili, a volte sono percepibili a volte no, perché c'è un continuo gioco delle parti in cui entrambi cercano di avventurarsi nel territorio dell'altro, come se attraversassero un campo minato.
Lei legge Kant, ma non lo capisce, legge Dostoevskij, ma è troppo cupo, legge Steinbeck ma lo trova banale, lui si avventura al cinema a vedere un film di Jennifer Aniston e va al karaoke con lei riuscendo addirittura a scatenarsi cantando a squarciagola Life is life.
Eppure le differenze stanno ancora tutte lì e a una festa di carnevale inevitabilmente verrano fuori a causa di un gesto banale.
Clement e Jennifer sono due personaggi che non si dimenticano tanto facilmente : lui è un'intellettuale che ha la statura di un classico personaggio rohmeriano e che si ricopre del ghiaccio che circondava Stephane in Un cuore in inverno, Jennifer è un uragano biondo di gioia e sensualità che mette allegria solo a vederla zampettare da una parte all'altra della scena.
Certo che Emilie Dequenne di strada ne ha fatta parecchia: dall'acerba diciottenne all'esordio in Rosetta dei Dardenne ( film che me la rivelò) ora è diventata una splendida 33 enne che con un solo sguardo riesce ad illuminare tutto quello che la circonda.
Cosa che succede in questo film.
Sarà il mio tipo? è un film che indaga con leggerezza sulle geometrie variabili dell'amore e sull'asimmetria del sentimento amoroso.
Con un finale tutto da assaporare e metabolizzare.
Lo sapevo che Lucas Belvaux aveva in serbo il colpo di scena finale....


PERCHE' SI : due ottimi protagonisti, una bella storia d'amore e di differenze, la commedia sentimentale francese al suo meglio.
PERCHE' NO . il colpo di scena finale è difficile da metabolizzare,

LA SEQUENZA : Jennifer e le sue amiche cantano You can't hurry love: con un veloce stacco ci troviamo dal salotto di Jennifer al locale di karaoke in cui si esibiscono.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE : 
Il primo amore cinefilo non si scorda mai
E' bello abbandonarsi al ricordo di tanto bel cinema che fu.
Non avrei mai pensato che Emilie Dequenne fosse così sexy.
Non avrei mai pensato di amare così un personaggio come il suo.


( VOTO : 8 / 10 )

 Pas son genre (2014) on IMDb

lunedì 18 maggio 2015

Musarañas ( 2014 )

Spagna anni '50 : Montse e la sorella, a cui ha fatto da madre, vivono nell'appartamento lasciato loro dai genitori. Mentre Montse soffre di agorafobia e non riesce a mettere neanche la punta dell'alluce fuori della porta di casa perchè andrebbe incotro a sofferenze fisiche inenarrabili, la piccola, ormai diciottenne comincia ad avere una vita sociale e un fidanzato, con sommo scorno della sorella che vede destabilizzata la sua routine quotidiana.
Quotidianità che viene definitivamente scompaginata dall'arrivo in casa di un loro vicino: per fuggire dal suo appartamento è caduto per le scale ed è stramazzato con la gamba rotta proprio davanti alla porta delle due sorelle.
Montse lo porta dentro usando vari trucchi per non uscire di casa e lo soccorre: comincia a provare un forte sentimento che la porta a sequestrarlo e drogarlo.
E tutti quelli che si frappongono tra lei e il suo sogno d'amore sono destinati a fare una brutta fine.
Anche la sorella.
Musarañas  ( toporagno ) è il film d'esordio di due giovani registi, Juanfer Andres ed Esteban Roel, anche cosceneggiatori, ed è stato prodotto da Alex de la Iglesia con la sua neonata casa di produzione deputata alla scoperta di nuovi talenti, la Pokeepsie Films.
Il fatto che i due non abbiano un grosso curriculum alle spalle si nota anche dal manifesto del film in cui risalta il nome del mentore dei due , quasi l'avesse realizzato lui.
E comunque vista le caratteristiche, un film come questo, avrebbe potuto far parte della sua carriera.
E' un thriller che col passare dei minuti assume le cadenze dell'horror colorandosi progressivamente di rosso sangue ed evocando illustri predecessori , dal Reiner di Misery non deve morire al Cronenberg sublime cantore del body horror qui evocato da disturbanti sculture di carne.
E poi c'è Macarena Gomez; un attrice sublime, una rilettura moderna di Bette Davis versione Baby Jane, due occhi enormi, cerulei sempre spalancati sull'abisso che ha dentro di lei, una fisicità impressionante racchiusa in meno di cinquanta kili di ossa, muscoli e fasci nervosi.
Ecco anche se vi fa schifo il cinema spagnolo, e non ci sono ragioni per non farselo piacere visto che ormai siamo ad alti livelli nella confezione di thriller e horror come questo, data una chance a questo film solo per vedere lei che da sola vale il cosiddetto prezzo del biglietto.
Come ho detto prima Musarañas parte come un thriller e lo fa  in maniera abbastanza canonica : un pizzico di descrizione della Spagna franchista in cui bisogna aver paura anche del vicino di casa a causa della repressione, un po' di arredamento vintage a caratterizzare gli anni '50 in maniera sobria ed efficace, l'agorafobia di Montse che le provoca squassanti crisi di panico appena mette il naso fuori dell'uscio.
Se continuasse così andrebbe bene ma non benissimo, non ci sarebbe quello scatto che ti fa strabuzzare gli occhi e ti fa affondare le unghie e i polpastrelli nei braccioli della poltrona.
Invece lo scatto in avanti c'è a partire dalla presenza del padre di Montse, morto anni prima, che è una sorta di grillo parlante e la guida in tutte le sue azioni.
Ecco quando vedi che il ruolo del padre è interpretato da Luis Tosar con i suoi occhi taglienti e il suo mento squadrato, beh capisci subito quale sia tutta l'origine dei problemi di Montse, segreti inconfessabili a cui si accenna in più di una sequenza.
Qui , intuendo i problemi di Montse assolutamente non in grado di demarcare con una linea visibile la realtà tangibile dalle sue visioni, lo spettatore viene messo sul chi vive.
E quando arriva "l'ospite" tutto assume una connotazione più chiara si vira decisamente in territori horror e lo si fa con grande autorità, con uno stile preciso e senza troppe sbavature.
Se Juanfer Andres ed Esteban Roel sono la mente, Macarena Gomez è un braccio perfetto, già il solo vederla con quegli spilloni che in mano sua possono diventare un'arma mortale ( un'arma molto hitchcockiana a dire il vero), fa correre neri brividi lungo la schiena.
E la seconda parte del film  è un lungo gioco al massacro che coinvolge in primis il rapporto tra le due sorelle, enigmatico fin dall'inizio.
Per non parlare del finale, che naturalmente non rivelo, che continua ad aggiungere punti di domanda a quello che abbiamo appena visto.
Il titolo internazionale è Shrew's nest.
Altra curiosità: in Spagna è uscito nelle sale il 25 dicembre del 2014.
Noi ci ostiniamo a far passare nelle sale film riconcilianti in tempi di feste comandate mentre da altre parti menano mazzate come fabbri ferrai.


PERCHE' SI : è un thriller/horror spagnoli e ormai sono una garanzia di qualità, una protagonista favolosa come Macarena Gomez, una confezione perfetta.
PERCHE' NO : i punti di riferimento sono ben rintracciabili e all'inizio sembra non essere così originale,


LA SEQUENZA . la sorella di Montse scopre di che cosa è fatto il manichino da sarta che la sorella usa.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

L'agorafobia deve essere veramente una brutta bestia.
Si può fare un thriller / horror teso come una corda di violino utilizzando anche solo due camere e una cucina.
Macarena Gomez è uno strumento cinematografico perfetto.
Mi sono accorto solo ai titoli di coda che la sorellina di Montse non ha nome.

( VOTO : 7,5 / 10 ) 

Shrew's Nest (2014) on IMDb

domenica 17 maggio 2015

Headless ( 2015 )

Un serial killer con un passato tormentato che lo ha reso totalmente folle uccide, decapita e si dà ad atti di necrofilia con le sue vittime.
La sua malattia vien da lontano mentre la follia lo porta a un futuro sempre più prossimo di autodistruzione.
C'è veramente poco da raccontare in sede di sinossi riguardo a questo film del 2015 che si presenta come un filmino amatoriale anni '70, un po' stile Grindhouse come lo ha fatto conoscere Quentin Tarantino al grosso pubblico, film brutto sporco e cattivo girato in maniera apparentemente sgrammaticata  dal punto di vista cinematografico..
Headless di Arthur Cullipher che si è occupato anche di montaggio, musiche e di supervisionare gli effetti speciali oltre che di regia, è una produzione  che prende le mosse da un finto filmino amatoriale di una decina di minuti presente in Found ( 2012 , regia di Scott Schirmer) e si apre con un finto trailer che ci porta dentro le atmosfere del film.
Girato , ricordiamolo, come se fosse un filmino amatoriale anni '70, con la fotografia sgranata e tutto l'armamentario di vintage style.
Opera che a pensarci bene è molto più sofisticata di quello che sembra: francamente a prima vista, sembra un film girato con pochi mezzi e con molta improvvisazione, per non dire imprecisione, in cui tutto sembra un po' lasciato al caso.
In realtà non è così perché il film compie una sua precisa scelta stilistica e simulare uno stile proveniente direttamente da un'altra epoca cinematografica ( praticamente un'era geologica per come sono cambiate tecnologie ed effetti speciali) cercando di essere sempre credibili non deve essere affatto facile.
Diciamolo subito, Headless è un film per pochi, pochissimi, per tutti quei fan dell'ultra gore , dell'ultra splatter e di tutti quei film in cui si cerca di alzare a livelli siderali l'asticella del filmabile.
Ecco in Headless la cinepresa non si sottrae di fronte a nulla.
Se posso apprezzare l'intenzione della scelta stilistica particolare anche in tempi di revival, perché girare un film come si trovassimo negli anni '70 non è scelta facile  dal punto di vista commerciale né da quello artistico, tutto il resto non riesco ad apprezzarlo.
E' vero questo genere di film non è precisamente la mia cup of tea: ho fatto fatica a digerire la naivete di un Buttgereit, anzi non l'ho digerita affatto, ho subito il pauperismo cinematografico urticante dell'opera di Schnaas mentre ho amato film disturbanti , ma nel vero senso della parola come Angst o Il cameraman e l'assassino che condividono con Headless la prospettiva con cui viene inquadrato un serial killer spietato e depravato o anche il Maniac di William Lustig che forse è la vera stella polare di questo film.
La novità di Headless , se di novità si tratta, è il risalire alle radici della psicopatologia che ha portato il protagonista a diventare cotanta macchina di morte e un necrofilo della peggiore specie.
La storia narrata nel film è piuttosto elementare, episodica e spesso si ha la sensazione che , come in un film porno, le parti in cui non c'è lo splatter, la necrofilia o il gore, siano meri riempitivi di nessuna importanza che hanno solo il compito di traghettare lo spettatore da una sequenza shockante all'altra.
E per uno spettatore poco smaliziato oppure poco abituato a certe brutalità assortite , l'effetto è assicurato.
Per me non è stato così, non sono rimasto particolarmente dalle secchiate di sangue, da decapitazioni, amputazioni ed enucleazioni di occhi.
Purtroppo per Cullipher sono uno spettatore con un curriculum piuttosto particolare avendo frequentato per lunghi anni un Istituto di Anatomia Patologica ed occupandomi spesso in prima persona di autopsie (e talvolta lo faccio anche oggi per la mia professione).
Credo che il massimo dell'effetto shock in questo tipo di cinema si raggiunge allorché si perviene a uno stato di verosimiglianza assoluta.
Se il cinema arrivasse a simulare fino in fondo la realtà , beh allora sarebbero ondate di brividi che attraverserebbero anche la mia di schiena, pur se abituato in passato a spettacoli raccapriccianti.
Qui purtroppo mi casca l'asino: Headless abdica dalla verosimiglianza per sovraccaricare la messa in scena con il fine ultimo provocare disgusto.
E per quanto mi riguarda provoca l'esatto contrario in quanto quello che vedo diventa improvvisamente tutto finto, fintissimo.
Il nostro serial killer per esempio ha la mania di enucleare i globi oculari e poi di mangiarli: avendo avuto occasione di enuclearli chirurgicamente in animali traumatizzati ( e non è un lavoro così facile perché bisogna scollare con attenzione tutti i tessuti e isolare i vasi sanguigni), vedere lui che con un cucchiaio asporta tutto come se fosse la cosa più facile del mondo e senza che si rompa nulla, mi induce al sarcasmo e non al disgusto.
E vedere poi tutto quella materia lattiginosa che esce dalla sua bocca quando fa vedere che mastica con voluttà quell'occhio, beh è un dettaglio scenografico falso e palesemente truffaldino, visto che l'umor acqueo, il liquido contenuto nell'occhio è trasparente e sicuramente non così abbondante.
Evidentemente questa cosa a Cullipher piace perché vi indugia almeno due/tre volte.
Vogliamo poi parlare della facilità con cui il nostro  riesce a decapitare le sue vittime con un coltellaccio semplicemente tagliando la gola?
Anche questo falso , falsissimo e non voglio indugare sui particolari.
Dico solo che in Francia inventarono la ghigliottina per un motivo ben preciso  e cioè per rendere le operazioni di decapitazione meno penose e difficili, anche ad opera di boia professionisti attrezzati di tutto punto e che sapevano perfettamente dove colpire.
Ed è per questo che un film come Headless che fa dell'eccesso il suo verbo, ai miei occhi appare come una pacchianata gratuita interessante solo per il tentativo di indagare sulla genesi del disagio che porta a diventare dei killer seriali sanguinari e perversi ( ed è interessante come vengono confezionate queste sequenze sempre in un limbo tra l'onirico e il grottesco) in cui la dose di perversione sessuale è piuttosto cospicua ma anche questa a tratti esonda nella caricatura.
A conti fatti questo film del 2015 che sembra una pellicola del '78 si rivela un gigantesco esercizio di stile.
O forse di non stile.
Così per provocare un po' di shock in più....


PERCHE' SI : buona l'idea alla base, interessante indagare sulla genesi della psicopatologia che anima un serial killer, interessante il modo in cui sono confezionate le sequenza più hard, tra l'onirico e il grottesco.
PERCHE' NO : effetti speciali che a volte fanno notare tutta la loro povertà, spesso ci si allontana dalla verosimiglianza con dettagli shockanti gratuiti, attori a livello amatoriale o poco più.


LA SEQUENZA : il serial killer si trasfigura strappandosi la pelle del volto.


DA  QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Il ricordo degli anni universitari è ancora dolce,
un peccato non percepire gli odori ( o meglio gli olezzi maleodoranti) in film come questo,
l'uomo è sempre il peggiore di tutti gli animali,
questi film continuano a non appassionarmi, sarà che  vedo dettagli sanguinolenti e raccapriccianti praticamente ogni giorno...


( VOTO : 3  / 10 )

 Headless (2015) on IMDb

sabato 16 maggio 2015

Coherence ( 2013 )

Otto amici si ritrovano una sera a cena a casa di due di loro per una serata a base di cibo e chiacchiere.
Strani avvenimenti astronomici sono previsti, passa una cometa vicino alla Terra e cose misteriose avvengono diurante la cena : si rompono i display dei telefonini, le linee telefoniche non funzionano, c'è un black out generale, si sentono rumori e vedono aggirarsi loschi figuri nel buio del cortile. Trovano anche una scatola con delle loro foto numerate.
E c'è qualcosa che non torna. Due di loro vengono mandati a esplorare il vicinato e quello che vengono a scoprire è come minimo sorprendente.
Tra le numerose cose che al cinema mi mandano fuori di melone ce ne sono due a cui proprio non può rinunciare il mio cuoricino di cinefilo fan indefesso di letteratura e cinema fantascientifico , o sci fi come si dice oggi in una locuzione da fighetti.
La prima sono i viaggi nel tempo con annessi paradossi temporali e ci sono vari film in cui abbiamo discusso di questa cosa, la seconda è la teoria degli universi paralleli.
Per uno come me a cui piace sognare che ogni film racconti una storia che venga riposta in un mondo alternativo al nostro, parallelo appunto, una pellicola  come questa che cerca di parlarne da una prospettiva credibile , è veramente un qualcosa su cui fiondarsi nel più breve tempo possibile.
Coherence è l'esordio nel lungometraggio di James Wyrd Byrkit, una carriera spesa tra pubblicità e videogiochi  e ha un approccio alla sci fi piuttosto circostanziato un po' come succedeva in Primer di Shane Carruth , un film sui viaggi nel tempo che si muoveva nei territori della fisica più che della fiction ma sopratutto come succedeva nel favoloso Another Earth di Mike Cahill in cui era chiaro che ci fossero due pianeti e due realtà assolutamente parallele che erano venute parzialmente a contatto.
L'approccio che ha Bykrit al genere è più da thriller da camera che da film di fantascienza puro, Coherence è un film dove le parole saettano mentre gli avvenimenti stagnano abbastanza , chiusi come si è in un soggiorno dove agiscono gli otto attori, impegnati a dare colore e spessore ai rispettivi personaggi, devo dire con risultati più che soddisfacenti.
Si fa un po' fatica a "entrare " nel film ma una volta dentro si è come risucchiati in un vortice narrativo in cui chiacchiere velenose, rese dei conti  e veti incrociati si incrociano con Schrodinger e il suo gatto per arrivare a una seconda parte in cui veramente nulla è come sembra.
Forse Bykrit non ha il coraggio di cavalcare l'anima sci fi del suo script fino in fondo e tende a rifugiarsi nell'ultima parte in una svolta da thriller puro, ma c'è una sequenza finale che dopo tutta una serie di colpi di scena, rimette tutto in discussione.
O meglio chiarisce dei fatti per rimettere in discussione degli altri.
Coherence è un film a basso costo, senza effetti speciali ma si rivela vincente quando ci si ritrova a pendere letteralmente dalle labbra degli attori per cercare di capire la piega che possono prendere gli avvenimenti narrati. un po' come succedeva nel supercult The Man from Earth, storia di un uomo che affermava di avere 14 mila anni.
A conti fatti è un esempio di quel cinema che stimola riflessione e che si rivela interessantissimo a partire dalle sue premesse che affondano le radici nella meccanica quantistica ma senza essere inutilmente complicato, pedante  o artificioso.
Qui le varie realtà parallele si sfiorano, anzi arrivano a toccarsi e il film ne guadagna in fascino e in suspense.
Un ultima notazione tecnica : ma quanto è bella Emily Baldoni e dove è stata nascosta fino a questo momento?


PERCHE' SI : premesse interessantissime, universi paralleli ( a me basta semplicemente la parola), un ottimo gruppo di attori, thriller da camera con un buon ritmo, la bellezza stordente di Emily Baldoni, la sequenza finale.
PERCHE' NO : non ci si può far scappare neanche una parola o una sfumatura altrimenti ci si perde, forse a Bykrit manca un po' di coraggio nel cavalcare fino in fondo il suo script, si parla molto e accade poco e questo per molti sarà un ostacolo invalicabile.


LA SEQUENZA :  la telefonata nel finale e quello sguardo di lui che dice tante cose.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
Amo la teoria degli universi paralleli fin da un episodio di Spazio 1999.
La sci fi è un pozzo senza fondo da cui attingere idee.
Schrodinger e il suo gatto sembrano essere molto popolari al cinema ( vedi A Serious Man dei Coen).
Ma alla fine questo gatto è vivo, morto o è X ?( come direbbe Ligabue, il cantante, non il pittore)

( VOTO : 7+ / 10 ) 

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venerdì 15 maggio 2015

La famiglia Belier ( 2014 )

Paula Belier è una sedicenne come tante altre , solo ha una vita molto più impegnata rispetto alle sue coetanee e non ha molto tempo da riservare a se stessa. E questo perché è l'unica udente ( e parlante) della sua famiglia composta da un padre burbero ma buono, una madre affettuosa e un fratello minore che fa sentire decisamente la sua presenza. La sua famiglia manda avanti tra mille difficoltà un'azienda agricola in Normandia e Paula è letteralmente la loro voce: tratta con le banche, gestisce le vendite al mercato, è il loro tramite verso quel mondo popolato di suoni e di rumori che a loro è negato.
Un bel giorno Paula , grazie a un professore di musica un po' estroso e al ragazzo di cui è infatuata, scopre di avere la dote del canto.
Il professore la vuole preparare per un'importante audizione a Parigi ma come fa Paula a lasciare la sua famiglia?
E questo interrogativo la fa arrovellare così tanto che preferisce tenere la cosa nascosta ai genitori...
La famiglia Belier è il blockbuster francese del Natale 2014 ( circa 50 milioni di euro incassati e numero 2 nella classifica annuale degli incassi ) e ne ha l'aspetto tipico.
Storia edificante, ma parecchio edificante, un perfetto bilanciamento di lacrime e sorrisi, qualche risata sparsa qua e là facendo leva sulla diversità, un tono sempre gaudente e riconciliatorio nella descrizione del coming of age di Paula.
Verrebbe da dire che è un film più furbo che bello e probabilmente è anche così , però a volte è bello lasciarsi cullare da storie così edificanti, ti fa sentire meglio.
Ed è questo il caso del film di Eric Lartigau, esperto artigiano di commedie, che confeziona un film a prova di bomba e che poteva avere tutte le caratteristiche per trasformarsi in un buon successo internazionale, vista l'universalità della storia che racconta.
Paula Belier ha il volto paffuto e la capigliatura fluente dell'esordiente Louane Emera, concorrente all'edizione francese di The Voice, una ragazza che appare timida e impacciata in certi frangenti, anche bruttina e acerba ma che riesce anche ad aprirsi a luminosa e improvvisa bellezza.
Non ho ancora capito se è bella o meno, però piace, piace molto ed è il motore ruggente di un film che si dimostra da subito una macchina perfettamente oliata e pronta per fare sfracelli.
Si parla di portatori di handicap, di portatori di uno degli handicap maggiori, quello che non ti permette di comunicare con tutti e condividere il mondo fatto di suoni, rumori e musiche,
Eppure la prospettiva è ribaltata : se è vero che è il numero che fa la normalità a casa Belier quella anormale è Paula, ma è un'anormale che fa parecchio comodo , visto che è quel ponte di comunicazione che manca tra loro e il resto del mondo.
I Belier sono una famiglia con i problemi di tutte le altre, si amano, focosamente, si prestano a numerose gags, soprattutto all'inizio del film che mettono in risalto la loro diversità ma in modo sereno ed esilarante, quasi oserei dire fiabesco.
Col passare dei minuti viene fuori l'altra anima del film, il personaggio di Paula, i suoi crampi amorosi e affettivi, il suo sogno di diventare una star della musica ma allo stesso tempo la paura di abbandonare a loro stessi i suoi familiari che vede poco attrezzati a fronteggiare quello che li circonda.Ed è per questo che cerca ansiosamente nella sua amica una sorta di surrogato di se stessa isegnandole il linguaggio dei segni.
Qui emerge il discorso sulla crescita di Paula , sul suo percorso di formazione che perlomeno inizia , quel coming of age simboleggiato anche da quel benedetto ciclo che non voleva saperne di arrivare.
E quando vengono fuori i contrasti interiori, il film si fa più intenso e pensoso ( termini da prendere nell'accezione più larga possibile ) proprio per permettere al brutto anatroccolo di diventare finalmente un cigno e spiegare le proprie ali.
La famiglia Belier è una favola incastonata in una Francia senza tempo, una di quelle storie che ogni tanto ci piace farci raccontare.
E ha una resa filmica dignitosissima , pur cercando di piacere al pubblico in maniera sufficientemente sfacciata, non risulta mai greve o sboccacciata.
Insomma un altro colpo mandato a segno dai nostri "amatissimi " cugini d'Oltralpe.


PERCHE' SI : storia edficante raccontata con equilibrio perfetto tra sorrisi , risate e commozione, Louane Emera è una bellissima scoperta, anche il resto del cast è eccellente, blockbuster che non rinuncia alla qualità.
PERCHE' NO : forse qualche macchietta di troppo, film furbo e pianificato per piacere al pubblico arrivando alla sua pancia più che al cervello.


LA SEQUENZA : L'audizione di Paula di fronte ai genitori che in qualche modo la "sentono".


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
Si può parlare di handicap senza essere eccessivamente seriosi
I Belier sono una famiglia di perfetti sessantottini, hippy nell'anima,
ogni tanto fa bene venire a contatto con delle belle storie,
Louane Emera forse non sarà bella bella bella, ma bella ci è.


( VOTO : 7 / 10 ) 

The Bélier Family (2014) on IMDb

giovedì 14 maggio 2015

Maggie ( 2015 )

Una nuova malattia che trasforma gli umani in zombie è circoscritta dalle misure sanitarie ma Maggie, figlia di Wade, è stata morsa da un morto vivente e il suo destino appare così segnato.
Il padre la ritrova nel reparto quarantena di un grosso ospedale e grazie alla sua amicizia con un medico riesce a portarla a casa per farle trascorrere le ultime settimane che le sono rimaste prima della trasformazione, un paio forse.
Wade è ora sposato con Caroline con cui ha due figli piccoli che per sicurezza porta a casa della cognata. Lui vuole stare vicino a sua figlia, non vuole perdersi un attimo di lei...
Dopo la parentesi politica Schwarzenegger, Schwarzy per gli amici, ha fatto tremenda fatica a ritrovare la strada del successo al box office; ci ha provato con The Last Stand, bel western moderno cucitogli addosso dal funambolico Kim Jee Woon ( lo stesso di I saw the devil), con Sabotage che se fosse stato un po' più curato avrebbe potuto essere pure caruccio e con due film assieme all'amico Sly, la comparsata nel terzo capitolo di The Expendables e in Escape Plan, un film carcerario che guardava più al passato che al presente.
Tutti film che non hanno sfondato al box office.
In attesa del prossimo Terminator a breve su grande schermo, il buon Schwarzy si diletta a girare un film di zombie,ovvero Maggie, un progetto a lui molto caro visto che ha deciso anche di produrlo.
Ora mettere l'asburgico Arnie assieme a una manica di morti viventi in un mondo perfetto dovrebbe equivalere a un'energetica mattanza a suon di fucilate e calci in culo ai danni di quei poveretti di zombie.
E invece non siamo in un mondo perfetto , però ci piace lo stesso.
Maggie non è solo un film di zombie, diciamo che inquadra il genere come hanno cercato di fare recentemente la favolosa serie inglese In the flesh o la rivelazione francese Les revenants.
E' più facile considerarlo invece un dramma familiare in cui l'iconografia zombie è un dettaglio di fondamentale importanza ma pur sempre un dettaglio, una storia in cui  l'elaborazione di un lutto futuro molto prossimo è come un tarlo che ti divora da dentro, lentamente ma inesorabilmente, secondo dopo secondo, attimo dopo attimo.
Wade, forse uno dei personaggi più intensi e sfumati recitati dal prode austriaco, attore non propriamente dotato di un talento sopraffino nel modulare la sua gamma espressiva, è un padre che non si vuole rassegnare a perdere la figlia, oramai ridotta in stato di quasi totale solitudine a causa della sua "condizione sanitaria".
Non si rassegna perché lui è come lei, un freak dolente e malinconico, un solitario di poche parole ma di molti fatti che non lascia nulla di intentato pur di avere qualche attimo in più a disposizione per la figlia.
Arriva anche ad infrangere la legge.
Dall'altra parte abbiamo Maggie, molto più rassegnata di lui, contraddistinta da quel senso di fatalismo che a lui manca.
Maggie è un film sull'attesa di un momento fatale che incombe , più un dramma lancinante che un horror a cui si richiama nell'iconografia e nella reiterazione della poetica della malinconica solitudine del freak ( tema intimamente legato al genere), una storia di amore paterno che mette a dura prova i canali lacrimali.
Poverino anche Arnie che  è costretto a piangere in una scena, diciamo che ci prova imbarcandosi in una delle imprese più pericolose della sua vita, altro che Commando o i campionati mondiali di culturismo.
Stupisce in positivo la regia dell'esordiente Henry Hobson: da uno che nel curriculum vanta il trailer di un videogame , frammenti di uno special  e che si è specializzato nel fare il design dei titoli di testa di film e serie tv, una regia così intensa e senza sbavature non te l'aspetti.
Maggie è un film silenzioso, intimo ,autunnale.
E quel finale è come una stilettata al cuore.
Te lo aspetti ma quando arriva fa comunque male.
Molto male.

PERCHE' SI : un film di zombie che inquadra il genere in una prospettiva diversa, regia intensa e senza sbavature, Arnie piange! o meglio ci prova, onore al tentativo
PERCHE' NO ;  Schwarzy non prende a fucilate e calci in culo gli zombie( ma per me non è un difetto), astenersi puristi del lieto fine, Arnie piange! o meglio ci prova, diciamo non la cosa migliore del film.

LA SEQUENZA :  L'incontro di Wade con padre e figlia piccola ormai trasformati entrambi in zombie, uno specchio di quello che può succedere a lui in futuro.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
Ormai i turgidi bicipiti a mappamondo di Schwarzy sono un pallido ricordo
per essere un nonnetto di quasi settanta anni però è messo decisamente bene
non avrei mai pensato che lo avrei visto piangere in una scena .
Avevo pensato la stessa cosa di Eastwood ma poi ci fu I ponti di Madison County.
Il genere zombie non è morto: è vivente!


( VOTO : 7+ / 10 )

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mercoledì 13 maggio 2015

Cake ( 2014 )

Claire Simmons ha avuto un incidente un anno fa che le ha lasciato numerosi segni addosso: oltre a imbottirsi di antidolorifici  e antidepressivi, fare fisioterapia, frequenta anche un gruppo di supporto per il dolore ( fisico e interiore).Viene colpita dal suicidio di una ragazza che frequentava il gruppo, Nina, giovane moglie e madre di un figlio piccolo.
Non che la frequentasse particolarmente ma la sua vicenda scalfisce la corazza di cinismo di cui sempre si circonda,  la colpisce a tal punto che il fantasma di Nina le appare in diverse situazioni e lei si sente , come dire, "obbligata" a conoscere il resto della famiglia , il marito e il figlio piccolo.
Chissà, insieme possono trovare quel barlume di felicità che entrambi hanno perso.
Perché anche Claire nasconde una perdita importante nel suo passato...
A Hollywood i divi, ma soprattutto le dive, si lamentano della difficoltà estrema di trovare copioni validi una volta entrati negli 'anta.
E per una Meryl Streep che compare praticamente dappertutto ci sono decine di altre attrici oltre i quaranta e i cinquanta che fanno fatica a trovare la visibilità che avevano prima.
Questo perché, almeno a sentire loro, quando la bellezza comincia a sfiorire è più difficile trovare ruoli pertinenti.
Ecco quindi che quasi per tutte arriva lo stadio del film che gioca tutto sull'imbruttimento fisico, quasi un modo di esorcizzare una bellezza che tende a scivolare via con gli anni.
Per Jennifer Aniston,  fidanzatina senza tempo fin dai tempi di Friends questo momento è fatalmente arrivato e si chiama Cake.
Una storia che l'ha colpita a tal punto che il film oltre a interpretarlo, senza un filo di trucco, mettendo in mostra tutti i segni del tempo che passa con molta disinvoltura, lo ha anche prodotto.
Cake non racconta affatto una storia nuova: il film di Daniel Barnz spogliato di tutte le sue allegorie visive è un dramma sull'elaborazione del lutto vissuto con molta partecipazione dall'interpretazione di una Jennifer Aniston alle prese per la prima volta con un ruolo così cinico e spinoso.
Dicevamo di allegorie visive: l'atmosfera tetra che aleggia su tutto il film , una sorta di plumbea cappa che avvolge personaggi e situazioni raccontate è in parte alleggerita dalle comparse "fantasmatiche" di Nina, una puntuta Anna Kendrick, vestita sempre in modo particolarmente sgargiante( in contrasto con gli abiti dal colore spento che indossa sempre la protagonista), una sorta di grillo parlante che si trasforma quasi in una guida per una Claire Simmons che è veramente allo sbando, una donna in cui il dolore fisico e quello interiore vanno di pari passo.
Le difficoltà di postura e di andatura di Claire sono una sorta di rappresentazione fisica di tutto il dolore, di tutto il male di vivere che si porta dentro.
Nel raccontare tutto ciò il film si dimostra parecchio scolastico, agita il dolore continuamente davanti agli occhi dello spettatore rimarcandolo anche quando non se ne trova il bisogno e correda la narrazione di tutta una serie di accessori di cui non ha minimamente bisogno ( il personaggio dell'amante occasionale, il rapporto irrisolto con la direttrice del gruppo di supporto interpretata da Felicity Huffman oppure il cameo di William H. Macy che dà un volto e troppo senso alla perdita di Claire).
Cake , sulla base di una sceneggiatura ricca di sfumature , racconta un personaggio che non nasconde mai la sua sgradevolezza e in questo Jennifer Aniston è veramente brava a mostrarsi, a mettersi a nudo, come mai aveva fatto nella sua carriera.
Allo stesso tempo lascia la sensazione di qualcosa di incompleto, di potenzialità inespressa, di un'occasione parzialmente sprecata.
E personalmente mi disturba alquanto suggerire una soluzione così semplice a tutto il dolore che sia Claire che il marito di Nina, si portano dentro.
Forse in mano a un regista più capace e meno piatto di Daniel Barnz ora staremmo a parlare di un altro film.
Impagabili i duetti tra la Aniston e la sua cameriera Silvana, tutto fuorché succube, interpretata da Adriana Barraza, attrice messicana con al suo attivo anche una nomination all'Oscar come attrice non protagonista in Babel di Inarritu.


PERCHE' SI : encomiabile la prova della Aniston, la scrittura è di livello, i duetti tra la Aniston e la Barraza.
PERCHE' NO : si ha la sensazione di potenziale inespresso, di occasione sprecata, regia piatta, finale un po' troppo facile e alla melassa.


LA SEQUENZA : il momento in cui Claire mette lo schienale della macchina finalmente dritto e non sdraiato come di solito: un piccolo passo per il resto dell'umanità ma una conquista enorme per lei.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
credevo che la Aniston fosse adatta solo a ruoli leggeri e invece mi sbagliavo.
In America proliferano i gruppi di supporto per ogni cosa, magari anche per i delusi del campionato di basket.
Una bottiglia di vodka può far recuperare un rapporto, forse  e se non ci riesce almeno fa trascorrere una serata felice.
Negli USA prescrivono antidolorifici e antidepressivi con facilità inquietante.



( VOTO : 6  / 10 )

Cake (2014) on IMDb