I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.

giovedì 14 febbraio 2013

Apollo 18 ( 2011 )

Nel 2011 un sito web porta alla luce dei filmati riguardanti la missione NASA dell'Apollo 18, ufficialmente sempre negata dagli alti uffici dell'agenzia spaziale statunitense che aveva terminato le missioni con l'Apollo 17 nel dicembre del 1972. In realtà la missione dell'Apollo 18 si tenne in gran segreto sotto l'egida del Dipartimento della Difesa e coinvolse tre astronauti che fecero scoperte talmente impressionanti da non poter essere divulgate . Roba talmente grossa da fermare a tempo indeterminato le passeggiate lunari da parte dell'uomo. Il film è fatto esclusivamente di quei filmati ritrovati per caso e portati all'attenzione dell'opinione pubblica..
Sul mio ramo d'albero ogni volta che vedo un mockumenary ( o un film costruito secondo la tecnica del found footage come questo)  mi riprometto semore che è l'ultimo e invece appena mi capita sotto le mani qualcosa di simile non riesco a sottrarre le mie grinfie fameliche.
Curiosità e speranza di aver trovato finalmente qualcosa di nuovo nel genere oppure semplicemente masochismo , autoflagellazione con visioni letteralmente improponibili.
Devo dire che stavolta questo Apollo 18 si presentava con un pedigree fatto di recensioni abbastanza favorevoli quindi la predisposizione alla visione era migliore del solito.
E stavolta devo concordare. Apollo 18 vale sicuramente una visione.
Per prima cosa dal punto di vista tecnico è più sofisticato di quanto le coordinate del genere facciano supporre: al posto della telecamerina ballonzolante tenuta in mano da uno degli astronauti, per lo più le fonti di visione sono date dal sistema di telecamere della navicella spaziale e questo rende la fruibilità da parte dello spettatore notevolmente migliore perchè è vero che si alternano vari stili di ripresa, bianco / nero e colore ma è anche vero che tutto è molto più "cinematografico" di quanto atteso.
Detto questo , bisogna riconoscere anche al regista Gonzalo Lopez-Gallego un certo savoir faire nel maneggiare il mezzo espressivo: la sua è una regia vivace che alternando i vari stili rende la visione sempre sorprendente e riesce a sfruttare la claustrofobia degli ambienti ( perchè oltre agli interni ristretti della navicella spaziale, anche gli esterni sul suolo lunare incombono e soffocano gli astronauti ) per aumentare il livello di tensione fino a farlo esplodere definitivamente col McGuffin dato dalla presenza di un qualcosa di veramente inaspettato sulla Luna.
Un qualcosa che naturalmente non voglio spoilerare per non togliere il piacere della visione.
Il film è caratterizzato da un inizio lento che riprende per filo e per segno i preparativi della missione con una caratterizzazione seppur superficiale di tutti i componenti della missione, il ritmo poi aumenta progressivamente fino a diventare quasi insostenibile nella parte finale.
Il tutto viene molto saggiamente tenuto dentro gli 80 minuti.
A conti fatti si può dire che nonostante Apollo 18 sia il primo mockumentary che abbia mai visto di genere fantascientifico sono stato colpito più da come è realizzato tecnicamente che dalla storia che racconta , in realtà un richiamo più o meno velato ad altri film sci fi, da Capricorn One ( la capacità di tener nascoste missioni spaziali oppure di organizzarne di posticce ) fino ad Alien e relativi epigoni.
Niente di nuovo insomma ma confezionato in modo originale.
La suspense è ben condotta fin praticamente alla fine del film e questo è un grosso merito di una pellicola che riesce a svincolarsi dalla mediocrità di tante altre opere appartenenti al genere girate con la mano sinistra e che stanno letteralmente infestando i nostri schermi in questi ultimi anni.
Anzi dispiace che un'opera come Apollo 18 , che pur non riscrivendo la storia del cinema è visione comunque piacevole al di là dei suoi limiti e sicuramente da annoverare tra i migliori esponenti del genere mockumentary o foundo footage che dir si voglia, sia passata praticamente inosservata al contrario di certe porcate irricevibili da qualsiasi tipo di audience.
Ma si sa ...C'est la vie.

( VOTO : 6,5 / 10 ) 

Apollo 18 (2011) on IMDb

mercoledì 13 febbraio 2013

Basket case ( 1982 )

Il giovane Duane, ragazzone all'apparenza piuttosto sprovveduto arriva a New York con un enorme canestro  e va ad alloggiare all'hotel Broslin, poco meno di un covo di tagliagole, culla di reietti e di sbandati. Il rotolo di dollari che ha con sè attira occhi indiscreti e mentre lui è fuori per la città la sua stanza riceve inopportuni visitatori. Ma soprattutto quello che c'è nel canestro , dopo aver fatto una carneficina , è sparito.
Il mostro deforme che è nel canestro non è altri che Belial, il fratello siamese di Duane dal quale è stato separato durante un intervento chirurgico clandestino e buttato via nella spazzatura da dove è stato salvato. I due fratelli , in connessione telepatica , sono a New York per cercare gli appartenenti all'equipe medica che fece il sadico intervento.
Basket case a distanza di tanti anni è un piccolo cult dell'underground horror. Girato con un pugnetto di dollari, con una troupe ridotta all'osso ( pochissimi componenti, la leggenda narra che nei titoli di coda vennero aggiunti molti nomi falsi per non far vedere quanto in realtà fosse ristretta la crew lavorativa) e spesso in clandestinità perchè non disponevano dei permessi necessari, attori che a volte stupiscono per il loro dilettantismo conclamato, locations squallidamente vere e riprese per lo più in campo stretto per non complicare troppo il lavoro del regista e soprattutto contenere i costi, il film fu il primo lungometraggio del giovane poco più che trentenne Frank Henenlotter che fino ad allora si era fatto notare solo per un paio di cortometraggi.
Basket case nella sua rusticità è un inno all'artigianato del cinema: se è vero che la necessità aguzza l'ingegno, qui la mancanza di budget ha fatto trovare soluzioni low cost su tutto non andando ad inficiare il risultato finale. Certo bisogna fare un po' l'abitudine alla cagneria di certi componenti del cast e all'estetica al ribasso di tutta l'operazione però il fan dell'horror puro e crudo non rimarrà certo deluso.
Belial, la creatura deforme è di plastilina e animata a passo uno  e questo se da una parte rende evidenti alcuni difetti piuttosto grossolani nella sua animazione dall'altra ricorda molto i monster movies anni '50 con tutto il suo bel carico di nostalgia. Quello che non c'era negli horror più d'annata sono le secchiate di sangue e tutti i particolari splatter ( onestamente molto ben realizzati ) che contraddistinguono la pellicola di Henenlotter.
Ci sono sequenze poco adatte ai deboli di stomaco senza dimenticare un fondo di ironia sbracata che rende il tutto molto meno orrorifico e tutto un po' più comico.
Se è vero che la sceneggiatura pur nella sua linearità appare piuttosto sgangherata per dialoghi e personaggi introdotti abbastanza alla rinfusa, c'è una bella descrizione di un rapporto tra due fratelli molto strani che appaiono legati da qualcosa di più di un semplice vincolo di sangue.
Belial è mosso solo da sentimenti di vendetta, ammesso che una creatura del genere possa aspirare a provare tali sentimenti, mentre Duane è il suo canestro sono qualcosa più di un semplice strumento.
Duane lo nutre, fa sopralluoghi per trovare i medici autori di quel crimine efferato, cerca di mettere il fratello nelle condizioni migliori per completare la propria vendetta. Anche contro il padre che è la prima vittima del duo, colpevole di un tentativo di pulizia "etnica" all'interno della propria famiglia.
Eppure Belial fa di tutto affinchè Duane sia legato solo a lui e a nessun altro. Non c'è nessuno che potrà mai frapporsi tra di loro. Neanche l'amore.
E questo fa del rapporto totalizzante tra Belial e Duane qualcosa che aspira alla tragedia da teatro classico dimostrando che Henenlotter pur non essendo un fine intellettuale della scrittura o un fine dicitore della macchina da presa , non è semplicemente un bruto che è capace solo di inquadrare solo frattaglie sanguinolente.
Se la fama di Basket case resiste incontrastata a trenta anni dalla sua uscita, beh qualche motivo oltre alla nostalgia ci deve essere.
Qui ci troviamo all'accademia del B movie. O forse anche Z.
E' reperibile in versione italiana ma il doppiaggio è disastroso.
Esistono anche due seguiti.

( VOTO : 7 / 10 )  Basket Case (1982) on IMDb

martedì 12 febbraio 2013

Buon bloggheanno a me!

Oggi niente film ma lo spazio lasciato a un becero autofesteggiamento a cui spero vogliate partecipare.
Esattamente la notte del 12 febbraio del 2012 nasceva La maratone di un bradipo cinefilo.
A distanza di un anno il nome mi sembra troppo lungo ma rende perfettamente l'idea: ho i miei tempi, vivo a una velocità diversa rispetto al mondo che mi circonda e mi tocca pedalare per arrivare dove voglio ...però arrivo...
Per me un nuovo punto di partenza. Sono sempre stato appassionato di cinema in tutte le sue derivazioni, guidato da un padre cinefilo ( che Dio ti abbia in gloria, quante cose che mi hai lasciato, più vado avanti nella vita e più mi accorgo di quante cose mi hai insegnato) che a 10 anni ebbe talmente tanta fiducia in me che mi portò a vedere L'albero degli zoccoli di Ermanno Olmi. E mi sconvolse, nel senso buono si intende.
Però il mio primo ricordo di cinema al cinema è il parafulmine nel finale de Il secondo tragico Fantozzi perchè  una delle tante cose che mi ha insegnato mio padre è stata quella di vedere un po' di tutto e di non fossilizzarmi su un determinato genere. E lui vedeva tutto anche se il suo cuore palpitava soprattutto per i polizieschi di cui era un grande esperto.
Ma cambiamo argomento che come al solito mi sto facendo trasportare dove non vorrei: allora dicevamo 12 febbraio 2012. Situazione climatica piuttosto complessa: era una settimana che ero praticamente rinchiuso in casa a causa di una forte nevicata che mi impediva anche di uscire dal cancello di casa e dalla sera prima la neve aveva cominciato a cadere di nuovo dando il rinforzino al mezzo metro già accumulato.
Non si dormiva, non si poteva uscire e proprio da una notte di scazzo di quelli epici tra un sabato e una domenica ho pensato: visto che non c'ho un cazzo da fare con tutta questa neve che mi circonda perchè non mi faccio un blog? Di materiale per una partenza lanciata ne ho abbastanza , i primi giorni potrò stargli dietro perchè tanto la neve non mi permette di fare altro e poi quando la routine quotidiana riprenderà il sopravvento cercherò di ritagliarmi un pezzetto di giornata per dedicarla a questo nuovo nato.
Sapete , ero convinto che avrei mollato dopo un po' anche perchè all'inizio è veramente dura: ci si mette in gioco in un blog per parlare, confrontare le proprie idee con quelle di altri e condividere pensieri e sensazioni.
All'inizio avere tutto questo è una chimera ma poi piano piano le cose svoltano e la costanza che stavolta sono riuscito ad avere ha fatto tutto il resto.
Adesso tutte le mattine il mio appuntamento fisso è scrivere, c'è chi si alza e va a fare footing ( ma io rischierei l'infarto dopo aver fatto quei quattro/cinque passi), chi si prepara una colazione pantagruelica, chi legge i giornali...io invece mi metto davanti al computer e scrivo complice ancora la casa che dorme perchè quando i bradipini si svegliano , beh poi è tutta un'altra cosa, prima che mi vengano a stare intorno per gli abbracci mattutini ( a casa nostra c'è la "regola" dell'abbraccio gratis) e per un po' di coccole reciproche è meglio che il post sia quasi pronto.
Se non ci fossero loro, non ci sarei neanche io.
Qui da me è tutto organizzato alla carlona, tutto improvvisato: al massimo pianifico in base alla visioni il post del giorno dopo ma quando mi siedo davanti al computer non ho la minima idea di che cosa scriverò.
Appunto un po' di dettagli sulla trama di un film per partire e poi viene tutto da solo: quello che trovate sul blog è tutto scritto di pancia e poco di cervello e questo "dono" che mi ritrovo mi permette di preparare ogni post in pochissimo tempo. In genere tra quando mi metto a scrivere a quando posto la mia recensione ( se così posso avere l'ardire di chiamarla ) passano tra i 45 e i 60 minuti.
E questo lo si nota anche perchè spesso si trovano errorini ( o erroroni) sparsi qua e là. Ma a me piace conservare un certo grado di rusticità, in fondo non siamo critici parrucconi , no?
Qui vige libertà massima.
Naturalmente senza il gruppo di persone che ho avuto modo di conoscere in questo ultimo anno di frequentazione assidua della blogosfera adesso tutti questi bei discorsetti sarebbero solo cazzatine senza senso.
La molla per continuare è il confronto continuo di idee, la lettura assidua di recensioni e posts vari. Da ognuno di voi ho imparato qualcosa e continuerò a imparare.
Sono alunno volenteroso.
I numeri del blog sono esposti : in questo primo anni ho superato le 45 mila pagine viste ed è oltre ogni mia più rosea aspettativa. Se pensate che al 28 febbraio del 2012 erano in tutto 320 e avevo da poco disattivato il contavisite ad ogni mio passaggio.... Di strada ne è stata fatta tanta. La cosa che mi inorgoglisce parecchio sono i commenti: mi sento molto gratificato quando leggo commenti a quello che scrivo ed è per questo che cerco di rispondere sempre a tutti. I commenti fino ad ora, compresi i miei sono circa 2800.
Il post più visto in assoluto è quello di The Human Centipede ( First Sequence), un post che continua ancora a mietere visioni e che fino ad ora è arrivato a 743 letture.quello meno visto è Simon Werner a disparu, filmaccio francese che non mi ricordo neanche perchè ho recuperato.
Ora basta con le chiacchiere che sicuramente sono venute a noia: ancora un buon bloggheanno a me e un ringraziamento a tutti voi che mi fate andare avanti ogni giorno in questa mia piccola avventura.
Non c'è bisogno che vi nomino uno per uno: you know who you are!

lunedì 11 febbraio 2013

Amabili resti ( 2009 )

1973: l'adolescente Susie Salmon, nel fiore della spensieratezza dei suoi anni viene rapita , seviziata e barbaramente uccisa da un vicino di casa, l'insospettabile George Harvey. Ma Susie non muore semplicemente: si ritrova in un limbo ultraterreno in cui veglia i propri cari e controlla tutte le loro mosse. Messo il freno al suo umano desiderio di vendetta, Susie farà di tutto affinchè la sua famiglia superi questo dolore così immenso.
Gli amabili resti sono le suggestioni che ti rimangono dopo la visione,sono le lovely bones lasciate sul divano allorchè la mente divaga quando ,filtrato dallo sguardo di Susie Salmon, ci si trova in un limbo incantato color pastello che esplora la parte più calda della tavolozza cromatica. Il mondo di qua è buio è tenebroso, quello di là letteralmente inondato dalla luce,quello che sta tra i due un diluvio senza fine di colori.
Sicuramente anche qui la longa manus del produttore Spielberg avrà influito su qualche buonismo di troppo nella descrizione del limbo, su quel misticismo che si ammanta di new age formato tascabile (per come è riassunta), su quel finale che quasi provoca il coma diabetico nello spettatore meno smalizato. Ma si sa, il lieto fine è una delle regole auree non scritte dell'industria hollywoodiana.
Jackson da parte sua ritorna alle atmosfere delle sue Heavenly creatures ma con maggiore dovizia di mezzi e conseguente moltiplicazione delle tracce narrative, Ma tutto questo non si riflette sulla freschezza della narrazione che a volte diventa quasi involuta perchè schiacciata dalla visione di quel limbo che evidentemente appassiona tanto il regista neozelandese.In questo film tanta carne viene messa al fuoco, forse troppa.
La famiglia di Susie dopo la sua tragica dipartita collassa e implode ,ognuno in preda ai propri fantasmi, c'è una giustizia che tarda ad arrivare e quando arriva il colpevole sarà colpito da quella divina e non da quella umana, c'è una giovinezza che viene brutalmente interrotta, il furto di una vita presumibilmente luminosa, c'è l'apparente provincia americana in realtà feconda di mostri.
Ci sono personaggi ai limiti della caricatura come quello di Susan Sarandon, nonna hippie che emette aforismi e perle di saggezza a getto continuo, altri appena abbozzati come quello del detective troppo garbato e ingessato per essere vero. Ci sono ingenuità, carinerie assortite ma ci sono anche grandi momenti di cinema.
E sono quelli che non si dimenticano e permettono di riscattare un film pieno di difetti come questo.
Perchè sono sicuro che tra qualche tempo avrò dimenticato il finale melassoso, la nonna Sarandon, il padre tormentato che pare un clichè ambulante, le letterine d'amore che arrivano da un mondo all'altro, così come le visioni dal limbo color dell'arcobaleno. Ma  rimarranno ben impressi il serial killer di Stanley Tucci, straordinaria caratterizzazione di un uomo meno che mediocre, il suo antro in cui riesce ad attrarre Susie e i pochi minuti in cui l'orrore si fa impalpabile fino a deflagrare fuori campo, la fuga di Susie inconsapevole del suo status, il suo orrore quando finalmente prende consapevolezza del suo distacco definitivo dal mondo che fino a pochi attimi prima l'aveva protetta e coccolata, il rituale della pulizia certosina del serial killer per nascondere le tracce all'interno della stanza da bagno, il cuore che ti arriva in gola quando la sorella di Susie nella casa dell'assassino riesce a impossessarsi del suo diario e a fuggire appena in tempo dalle sue grinfie.
Veramente brani di grande cinema, di regia ai massimi livelli che valgono da soli il cosiddetto prezzo del biglietto.
E che permettono di innalzare il giudizio su un film che altrimenti sarebbe solo un bell'involucro con poco dentro, una cornice che varrebbe molto di più del quadro in essa contenuto.
Molti hanno detto che Peter Jackson è ormai legato alla terra di mezzo e ci ritorna con questo film; secondo me è tornato ancora più indietro nella sua filmografia,alle Heavenly creatures già nominate.
Ma stavolta l'horror che veniva fuori tra le righe di quel film qui è solo un ricordo.
E' il risultato finale che sta un pò nel mezzo.

( VOTO : 6,5 / 10 )

domenica 10 febbraio 2013

My Boomostick Award 2013

Ieri qui sul mio ramo d'albero preferito è stata giornata epocale: manco una mezza giornata e mi accorgo di aver rubb...cioè freg...ehm...volevo dire guadagnato con le mie competenze proverbiali, la mia bellezza, la mia simpatia e soprattutto la mia modestia, non uno, siore e siori , ma ben due Boomstick Award per il 2013.
Naturalmente tutti sapete che trattasi di prestigiosissimo premio istituito dal nocchiero Hell nel suo blog che detiene paternità e giustamente copyright del tutto. E che ringraziamo umilmente per aver creato questo bellissimo award di cui ogni blog premiato si può fregiare. La vittoria consente al blogger premiato di permiare a sua volta altri 7 bloggers a suo dire meritevoli a simulare un effetto virale, stile catena di Sant'Antonio
Ci sono però delle semplicissime regole da seguire, scritte da Hell stesso e  che qui maldestramente copincollo :

 Regola n. 1: i premiati sono 7. Non uno di più, non uno di meno. Non sono previste menzioni d’onore
Regola n. 2: i post con cui viene presentato il premio non devono contenere giustificazioni di sorta da parte del premiante riservate agli esclusi a mo’ di consolazione
Regola n. 3: i premi vanno motivati. Non occorre una tesi di laurea. È sufficiente addurre un pretesto.
Naturalmente è auspicabile che ognuno dei premiati proseguisse con segnalazioni di altri blog meritevoli. Se tutto ciò non avvenisse il premio gli sarà ritirato all'istante e sarà sostituito da un bel Conte di Cavour pronto all'uso, cioè questo che trovate appena più sopra, con cui adornare il proprio blog.
Bruttino , vero? Non è meglio mettere l'altro?
E ora bando alle ciance ecco i miei bloggers premiati in rigorosissimo ordine sparso, ognuno di loro meriterebbe di essere primo nella mia classifica
Bolla: è stata la prima da cui ho ritirato il premio, autrice di un blog fresco e frizzante come lei, piacevolissimo da leggere e ricco sempre di notazioni intelligenti sotto quintali e quintali di ironia, qui a bottega apprezzatissima.
Mr James Ford : lui è stato il primo che me lo ha assegnato: un mio riferimento obbligatorio nella blogosfera, senza di lui e la sua simpatia nel rispondere sempre ai commenti alle sue recensioni avrei trovato parecchie difficoltà a proseguire. il White Russian è appuntamento fisso quotidiano e fonte di confronto costante. Vedo in lui il me di una decina d'anni fa, pargoli compresi. In onore tuo fratello il bicchiere è sempre in alto. E sempre pieno di distillato degli dei.
Eraserhead: se l'anno scorso di questi tempi ( a proposito a breve festeggiamenti! ) finalmente mi sono deciso a salire nella blogosfera lo devo soprattutto al suo blog che avevo frequentato in incognito per vari mesi, una fonte inesauribile di cinema invisibile e di recensioni sempre interessantissime. Ritengo che abbia una capacità straordinaria di parlare di cinema , una passione vera, autentica per tutto ciò che è più nascosto nel cinema d'autore di tutto il mondo. Il suo blog è una sorta di enciclopedia dello scibile cinematografico ma scritta molto meglio. Non mi stancherei mai di leggere i suoi scritti.
Frank Manila: adoro quest'uomo e il suo approccio al mondo del cinema! Senza tanti giri di parole ( lui dice che è per il suo scarso vocabolario, ma non gli credete , non è vero) riesce sempre a rendere perfettamente l'idea di quello che ha visto e di conseguenza si capisce subito se quel film ce lo dobbiamo procurare seduta stante oppure evitarlo come la peste.Imperdibili le sue citazioni a inizio pagina, i suoi Mitici e gli Spicci Awards. Un altro dei miei riferimenti quotidiani più importanti.
Cannibal Kid : altra figura imprescindibile della blogosfera. Ogni suo pezzo è fonte di divertimento, ha il potere di metterti di buon umore con il suo stile ironico e dissacrante. Invidio la sua capacità di scrivere didascalie sempre esilarantissime alle fotografie con cui correda le proprie recensioni. Anzi il mio è rosicamento puro. Certo, il ragazzo mi pare che sia un po' troppo morbido come gusti musicali. Da uno che si chiama Cannibal Kid ci si aspetta qualcosa di più ..come dire....cannibale! 
Simone : perchè è fratello di cinema horror e di fede blackmetallica e questo già basterebbe. Leggere il suo blog è continua fonte di approvvigionamento culturale.  Ho scoperto tanti film  da lui e ultimamente mi ha fatto scoprire anche dei gruppi metal niente male. E io non posso fare altro che ricambiare come posso. Col cinema e con il metal. Quello nero che a me e Simone piace tanto.
poison : non posso non citare la mitica poison. Anche il suo blog è appuntamento fisso imprescindibile , un po' come il caffè al mattino. Lei dice che scrive recensioni di film senza capirne una mazza ma in realtà si capisce molto di più da quello che scrive lei piuttosto che da molte recensioni di parrucconi professionisti che magari sono anche pagati per scrivere lo schifo che scrivono. Adoro il suo blog e il suo approccio disincantato come i personaggi ubersimpatici che lo frequentano e che ho imparato ormai a conoscere uno a uno. Il blog di poison è come il bar in centro in cui ci si riunisce per fare due chiacchiere mentre si prende una sosta al lavoro, ricchissimo di humour e con un'atmosfera conviviale che è praticamente impossibile da trovare altrove. Ti avrei dovuto premiare solo per la tua simpatia e invece hai visto quante motivazioni poi mi hai fatto tirar fuori?

Ecco direi che per oggi è tutto. Adesso vado a festeggiare in centro con il Boomstick Award appena vinto.
Naturalmente è dedicato alla bradipa, ai bradipini e a tutti...no, vabbè scherzavo...e daje SCHERZAVO!
Nessun discorsetto...sennò mi commuovo!


sabato 9 febbraio 2013

Berberian Sound Studio ( 2012 )

Anni '70 :Gilderoy, apprezzato tecnico del suono inglese è chiamato alla postproduzione audio di un horror italiano intitolato Il vortice equestre ad opera del "maestro" Giancarlo Santini. Per lui essere calato in uno studio di registrazione così raffazzonato in cui l'improvvisazione prende troppo spesso il sopravvento sulla professionalità è un qualcosa di traumatico ma non riesce ad esprimere tutto il suo disagio a causa dell'aggressività del suo collega italiano che più o meno velatamente gli consiglia sempre di stare al suo posto e di non interferire.
Sta accadendo qualcosa a Gilderoy: si sente sempre più parte del film, la linea che separa la realtà dalla fantasia diventa sempre più sottile, la sua vita sta diventando quel film correndo il rischio di far finire tutto durante un blackout, nel bel mezzo di una dissolvenza in bianco....
Non è facile liquidare in due parole un'opera complessa e stratificata come Berberian Sound Studio: sono talmente tante le riflessioni che suscita...
Un film che sembra omaggiare una determinata stagione del nostro cinema svelandone i trucchi che ne contribuirono a creare la magia. Lo studio tecnico di registrazione è un microcosmo dove la fantasia realizzativa vince sulla razionalità ed è per questo che il talentuoso , ma legato al suo lavoro da un indissolubile senso etico, Gilderoy si sente alieno in un mondo dove tutti sembrano solo attratti dalla superficie delle cose e che non hanno lo stesso rispetto che ha lui per il lavoro che stanno facendo.
Essendo girato praticamente del tutto in interni la stagione del nostro cinema thriller e horror, quella dei Bava ,dei Tessari, dei Margheriti, dei De Martino e degli Argento, più che dei Fulci che verrà più tardi, è rievocata più che altro attraverso costumi e acconciature dei vari personaggi, oltre a una ricostruzione, comunque accurata,  di un ambiente lavorativo piuttosto spoglio.
Probabilmente i limiti evidenti del budget hanno consigliato di limitare al massimo le ricostruzioni e gli ambienti per cercare di dare un aspetto molto più curato al look del film.
E devo dire che sotto questo aspetto l'opera seconda di Peter Strickland è piuttosto centrata: ha un aspetto stiloso sia per la cura maniacale per il sonoro ( visto l'argomento trattato ) ma anche per soluzioni registiche abbastanza originali.
Certo un budget adeguato avrebbe aiutato moltissimo nel dare un aspetto meno spartano ma alla fine non ci si fissa più di tanto su questo aspetto visto che tutto è ambientato in uno studio di registrazione piuttosto scalcinato.
Nella parte finale  Berberian Sound Studio cerca di cambiare passo: dall'ironia di personaggi come quelli dei rumoristi Massimo e Massimo che riproducono fedelmente i peggiori rumori da film horror spaccando cocomeri, spiaccicando zucchine al suolo , indossando tacchi a spillo o mettendo a bollire un pentolone di verdure, si passa a qualcosa di più ambizioso, all'espediente , un classico ormai, del film nel film.
Il senso di alienazione e di claustrofobia angosciosa che aleggiava minaccioso su Gilderoy e sugli altri personaggi  viene  portato a un livello anche superiore in cui è impossibile distinguere l'incubo dalla realtà.
Strickland tiene il gioco nascosto, forse anche troppo e osa con un finale enigmatico, ai limiti del lynchiano, che forse è il vero punto debole del film.
Evoca una strana sensazione: è come se lo spettatore che era lì con Gilderoy e tutti gli altri nello studio di registrazione viene prima messo al corrente di tutti i segreti del mestiere e poi improvvisamente sbattuto fuori senza alcuna spiegazione.
Perchè effettivamente non viene spiegato nulla ma tutto è lasciato alla libera interpretazione di ognuno.
Ma forse così facendo perde di vista la strada maestra che lo aveva condotto fin qui: il sincero omaggio a un cinema di genere che oggi è stato soppiantato da un modo di fare arte filmica molto meno "romantico" e molto più industrializzato.
Berberian Sound Studio può essere una chicca per cinefili perchè riproduce molti dettagli tecnici della realizzazione del comparto sonoro di un film ma ha un ritmo veramente troppo compassato che segue in tutto e per tutto lo stile del classico uomo senza qualità Toby Jones , veramente bravo a disegnare un personaggio molto particolare senza per questo scivolare nella caricatura.
Film per prima cosa da ascoltare, da vedere obbligatoriamente in versione originale ( inglese e italiano) e da prendere con le molle. potreste adorarlo oppure interrompere la visione perchè non sembra succedere veramente nulla.
A me ha lasciato piuttosto interdetto.

( VOTO : 6 / 10 ) 


Berberian Sound Studio (2012) on IMDb

venerdì 8 febbraio 2013

The last stand ( 2013 )

Dopo una rocambolesca fuga durante un suo trasferimento ad opera dell'FBI , uno dei re del narcotraffico, Gabriel Cortez fugge con un vettura bolide pesantemente customizzata verso il confine messicano percorrendo le strade a 200 miglia orarie e anticipando tutte le mosse degli inseguitori. Parte della sua banda sta organizzando il suo passaggio del confine USA/ Messico nei dintorni di una piccola cittadina, Sommerton , apparentemente dimenticata da Dio e dagli uomini.
Ma lo sceriffo Owens, un passato da superpoliziotto e un presente da tutore dell'ordine in un posto dove non succede mai nulla, non si mostra particolarmente d'accordo.
Assieme al suo staff inesperto e raccogliticcio cerca di resistere come può all'organizzazione paramilitare della banda criminale.
Sperando che arrivi il prima possibile l'aiutino dell'FBI.
Era da un po' che Schwarzy mancava dal cinema e quindi non era lecito farselo scappare così facilmente. Ma se devo dire quale è stata la molla che mi ha spinto in maniera più decisa , allora sono costretto a rispondere: ero incuriosito soprattutto da quello che avrebbe fatto il mio amato Kim Jee Won ( regista del capolavoro I saw the devil, uno dei registi più funambolici della new wave coreana) una volta approdato in quel di Hollywood. Quindi, come dire, l'ho visto anche con una certa apprensione.
Che alla fine è stata dissipata, nonostante tutto.
Certo si nota che questo  non è un film totalmente suo, è un qualcosa su commissione in cui il nostro, però,  mette a disposizione tutto il suo talento e il suo gusto orientale per certi particolari ( tipo alcuni particolari splatterosi ).
E poi c'è Schwarzy: dopo la vita da governatore, torna con una faccia che ormai è pronta per essere scolpita nel monte Rushmore assieme a quella dei presidenti e un'ironia che quasi non ti aspetti da uno che una volta è stato un terminator invincibile o quasi.
Qui è Owens, sceriffo in pantaloncini che ha voglia di godersi solo il suo giorno libero nella tranquillità di Sommerton, il suo paese.
Scelto però da una banda di cattivoni per far passare il confine al loro capo.
La lotta appare subito impari : Sommerton diventa lo sfondo di una sorta di Mezzogiorno di fuoco in cui lo sceriffo e la sua banda scalcagnata deve fronteggiare dei supermercenari armati fino ai denti in una resa dei conti definitiva.
Ora come prendere un film come questo in cui anche un poliziotto un po' in là con gli anni ma soprattutto con la panza come Luiz Guzman riesce a tener testa a dei militari superadestrati? In cui gli armamenti allo sceriffo sono forniti da un museo gestito da quello che più o meno è lo scemo del villaggio?
L'unica cosa che mi sento dire è di prenderlo col sorriso sulle labbra. Imbarcarsi in questa visione è come usare le cabine del teletrasporto di Star Trek ( o anche quelle della Brundle-Mosca di Cronenberg che è lo stesso) e farsi catapultare  una trentina indietro, quando uno Schwarzy nel fiore degli anni e dei muscoli uccideva nemici come mosche e senza il minimo sforzo.
La tamarraggine è la stessa, però stavolta  il protagonista  gioca di sponda con i suoi acciacchi fisici, con  la sua forma non propriamente ottimale ( ma averceli di vecchiacci così nerboruti capaci sempre di prenderti a sportellate quando occorre) e con la sua età non proprio verdissima.
Accanto a quelle due -tre sequenze che mi fanno ricordare la presenza di un vero funambolo dietro la macchina da presa, The last stand, come detto prima un western sotto mentite spoglie in cui i SUV sostituiscono i cavalli,  fornisce soprattutto ironia a vagonate per assicurarsi la benevolenza dello spettatore.
E sarò boccalone come al solito ma con me ci è riuscito: è impagabile ad esempio la sequenza dell'entrata la bar dello sceriffo per far sgombrare i clienti per la loro sicurezza e quelli non se lo filano proprio ( " sono un settantenne col colesterolo alto che ha appena ordinato un'omelette gigante con bacon e doppio chedar, ti sembro uno che ha paura della morte?").
Vuoi mettere quanto è difficile ricacciare le lacrime indietro quando la mitragliatrice fornita allo sceriffo, una Vickers residuato bellico ma tiratissima a lucido, intona la sua sinfonia di piombo ?
E poi quando un paio di volte i cattivoni chiedono a Schwarzy chi diavolo sia e lui risponde con un marmoreo " Io sono lo sceriffo! ", beh io quasi mi alzavo in sala per applaudire.
Me lo sarei baciato e abbracciato a Schwarzy perchè  quella battuta è ciò che vogliamo esattamente sentire da lui.
Anche se si sente vecchio, anche se ormai questo terminator ha le giunture arrugginite mi sento davvero di dargli il bentornato!
E spero che la stagione del ritorno dei vecchi dinosauri continui così.
Che non si trasformino in balene spiaggiate.

( VOTO : 7 / 10 )

The Last Stand (2013) on IMDb

giovedì 7 febbraio 2013

The corridor ( 2010 )

Prologo : tre ragazzi entrano nella casa di Tyler, loro amico e trovano la madre riversa sul pavimento e lui in preda alla follia totale, visto che ha addirittura tenta di accoltellarli.
Dopo qualche tempo gli stessi amici decidono di aiutarlo andando a trascorrere con lui un weekend in una baita isolata in montagna, isolati in mezzo alla neve.
L'atmosfera dovrebbe essere rilassata ma in realtà si aspettano sempre il peggio dall'apparentemente mite Tyler. In mezzo al bosco lui trova un'area d'energia strana, isolata dal resto che gli permette di fare e di vedere cose che prima non poteva fare o vedere. La chiama il corridoio e istintivamente ne ha paura mentre i suoi amici si buttano a capofitto nel provarla come fosse una nuova droga .
Tutti ne usciranno cambiati
Questo The corridor è uno strano oggetto filmico: chiaramente non cambierà nessuna virgola della storia del genere e non entrerà in nessuna delle playlists di fine anno ma per una buona parte della sua durata è un ibrido tra horror e sci fi che funziona discretamente pur nella sua povertà realizzativa.
La baita isolata in mezzo alle montagne in un'area sconosciuta ai più è il punto di partenza di tanti teen horrors e invece qui lo stereotipo viene abilmente destrutturato: non ci sono oche giulive mascherate da scream queens pronte al sacrificio, non c'è il classico maniaco dello slasher che accatasta morti su morti ( alla fine i ragazzi sono solo cinque), non c'è la consueta mezz'ora persa nelle solite chiacchiere da bar interessanti solo per aggiornare il manuale delle banalità.
C'è un'atmosfera tesa sin da subito: i quattro amici di Tyler sono venuti alla sua baita per amicizia ma hanno paura di lui, controllano di sottecchi tutte le sue mosse, senza darlo troppo a vedere lo marcano stretto, strettissimo.
Irrompe quindi la componente sci fi : il corridoio di energia che dà il titolo al film. Non si sa da che cosa origini , non si sa dove porti, l'unica cosa che si sa è che modificherà i destini di ognuno.
Paradossalmente ( o quasi ) è proprio l'entrata in campo della componente sci fi che innesca il meccanismo orrorifico con qualche scena splatter ben assestata ( tipo una scalpatura a fresco ) e una tensione che raggiunge ben presto il suo apice.
In questa parte centrale il film funziona decisamente bene, anche meglio rispetto a un inizio comunque non disprezzabile.
Poi succede qualcosa : la narrazione sfugge al controllo presa ( o forse meglio dire persa ) tra esigenze di consegnare un po' di carne fresca agli aficionados horror e qualche dilemma ai fans più irriducibili della sci fi.
Sembra che da un certo punto in avanti tutto proceda in modo abbastanza randomizzato , senza avere un senso così compiuto. Si accumulano situazioni su situazioni per arrivare a un finale in cui comunque ( ed è un bene ) viene evitato qualsiasi spiegone finale .
Alla fine cosa rappresenta quel corridoio d'energia?
The corridor ha comunque i suoi motivi di interesse: una certa volontà di fuggire dal classico stereotipo della casa isolata nel bosco, un gruppo di personaggi più verso i trenta che i venti disegnati in modo abbastanza realistico, un'ambientazione comunque efficace perchè l'inverno canadese fornisce una cornice ovattata di terribile candore, una gestione della suspense comunque apprezzabile.
Peccato che tutte queste cose non vengano protratte fino al termine.
Per chi volesse qualche spiegazione  in più su che cosa rappresenti davvero questo corridoio potete leggere qui un estratto dal blog di uno degli attori protagonisti .
Ma non aspettate di trovare la soluzione di tutto.

( VOTO : 6 / 10 ) The Corridor (2010) on IMDb

mercoledì 6 febbraio 2013

L'Uomo Fiammifero ( 2009 )

Simone ha undici anni , ha da poco perso la madre ed è costretto a passare l'estate col padre nella campagna teramana. La svolta ci sarà all'arrivo di Lorenza, tredici anni con cui cercherà di farsi strada nel mondo incantato che lo circonda, pieno di creature strane e meravigliose per farsi portare dall'Uomo Fiammifero, l'unico che potrà rimetterlo di nuovo in contatto con la mamma.
Sepolta da qualche parte abbiamo tutti nel nostro armadio dei ricordi la nostra estate indimenticabile. Che al momento in cui l'abbiamo vissuta , parafrasando Shakespeare sarà anche stata l'estate del nostro scontento ma che poi sedimentando sul fondo del nostro cuore acquisterà sempre più spessore e soprattutto poesia.
L'encomiabile film di Chiarini ci descrive l'estate indimenticabile di Simone, ragazzino di età attorno alla doppia cifra,che ha perduto da poco la madre e che si ritrova assieme a un padre un pò orco, un pò cane da guardia che abbaia ma che non morde da qualche parte nella campagna teramana. L'Uomo Fiammifero del titolo è la creatura più misteriosa tra tutte le creature magiche che si confondono con la realtà del piccolo.E'l'unico che può fargli vedere la madre che purtroppo non è più con lui.
Accanto a questa figura delle favole abbiamo altre pittoresche creature tra cui l'eterea Dina Lampa che appare e scompare a suo piacimento, Giulio Buio che non si può manifestare con la luce e che Simone trova puntualmente sotto il letto,oppure Ocram che è destinato a vivere al contrario come un Benjamin Button di campagna per arrivare a zio Disco che riesce a parlare solo attraverso una specie di grammofono o all'Uomo Seme ,fondamentale per il contatto con la madre. Accanto a questo mondo partorito dalla fantasia di Simone c'è il vissuto reale fatto di continue fughe dal padre per andare al non luogo della volpara, dell'affettuosa conoscenza con la piccola Lorenza e degli scontri con l'infido cugino di lei Rubino. Il film di Marco Chiarini è una fonte continua di sorprese e di invenzioni visive, un'operazione no budget che dimostra come la fantasia a briglie sciolte può superare(o quasi) qualsiasi problema economico.
Le soluzioni adottate dal regista e dal suo team sono evidentemente fatte in casa (ad esempio il doppiaggio dei piccoli attori che a volte risulta pasoliniano) ma riescono a conferire all'opera (peraltro molto più sofisticata di quanto sembri) un'intelaiatura visiva e sonora molto particolare,originale.
E'uno di quei  film da vedere accompagnati da bambini per specchiarsi in loro e ritornare per un momento a quel periodo in cui realtà e fantasia si compenetravano l'una con l'altra.
L'uomo fiammifero è un fantasy naif che richiama la visionarietà dark di un Gilliam e di un Burton, quella pantagruelica di Fellini, il mondo incantato di Lewis Carroll ma anche il cinema di ragazzi (ma non solo per loro)del maestro Truffaut per non parlare della vicinanza con i percorsi formativi narrati da un Joe Dante o perchè no dell'eterno fanciullo Peter Pan portato tante volte davanti allo schermo.Ognuno di noi ha un fanciullo dentro di sè,magari minuscolo e alato pronto per prendere il volo.
Come non pensare ad esempio alla poesia di Pascoli,al fanciullino che freme, ha sentimenti e che caratterizza gli atti di ognuno? Magari nel mondo di oggi una cosa del genere può essere vista come una debolezza ma il film di Chiarini ha il merito di farci cullare dolcemente nel ricordo di quando  eravamo fanciulli dentro e fuori,non solo dentro come adesso.
L'uomo fiammifero accanto a temi profondi come l'elaborazione del lutto e la solitudine parla del percorso formativo del giovane protagonista che si appresta ad uscire dall'età dell'innocenza per approdare a quell'età indefinita, l'adolescenza, in cui si è troppo poco innocenti per essere bambini e troppo teneri per essere adulti (esemplificativa la sequenza in cui Simone brucia i suoi giocattoli dando un taglio netto col suo passato).
Ed è un film che tinge di poesia le piccole cose che si possono trovare in una fertile campagna dai colori vivaci: le lucciole, le falene, un maialino che vola e che forse porterà dritti dritti dall'uomo fiammifero.
O forse no ma ne scorgeremo solo la sagoma in lontananza e la fiammella da lui recata sulla punta delle dita arderà sempre in un angolo a ribadire la propria presenza.
La presenza del fanciullo in ognuno di noi....

( VOTO : 7,5 / 10 )  L'uomo fiammifero (2009) on IMDb

martedì 5 febbraio 2013

The Hole ( 2010 )

Nella cantina della loro nuova casa due fratelli trovano  una misteriosa botola e assieme a una vicina decidono di esplorarla. Non sanno che contiene tutte le loro paure e che per loro non sarà facile uscire da questa straordinaria esperienza.
E'apprezzabile questo ritorno del grande Joe Dante sulla lunga distanza dopo tanto, troppo tempo e dopo una parentesi che personalmente non ho trovato esaltante in Masters of Horror.
E'apprezzabile perchè lo ritroviamo proprio dove lo avevamo lasciato nella sua stagione migliore, quegli anni '80 in cui ebbe anche un meritato successo commerciale grazie a titoli che il tempo non ha scalfito e che sono bene impressi nella memoria del cinefilo.
Per come la vedo io, Joe Dante è la versione oscura di Steven Spielberg, oggi è un ragazzino ultracinquantenne che si diverte a usare i classici clichet dei film horror per fare ancora una volta paura. E devo dire che ci riesce perchè la prima parte di questo suo nuovo film è tremendamente efficace.
Anche se fa leva sugli espedienti classici usati e abusati.Così abbiamo la solita casetta tranquilla in un anonimo paese della profonda provincia americana, una famiglia ristretta e disfunzionale costretta chissà perchè a frequenti traslochi, due figli alle prese con le rispettive fobie.
E sono proprio queste fobie l'elemento primario del film.
La botola inchiavardata trovata nello scantinato è un buco nero senza fondo in cui ognuno vede quello che vuole.In questo caso paure e traumi pregressi che dal passato ritornano prepotentemente.
E i ragazzi che cercano di esplorarla( i due fratelli più una ragazza loro vicina di casa)nche sembrano gli stessi di Explorers ma un pò più cresciuti sono costretti a fronteggiarle.
L'introduzione è molto efficace, stringata e anche i prodromi di tutto il bailamme che si scatenerà riescono a creare un'atmosfera ansiogena che arriva a mettere a disagio. Del resto se non c'è nessun posto sicuro come la propria home sweet home, che dire se proprio il posto in cui dovremmo essere più sicuri è l'alma mater di tutto il male a venire?
La regia di Dante è al di sopra di ogni sospetto (vedere come è girata la lotta tra il figlio piccolo, pupazzofobico, e il clown che sembra un ideale punto di incontro tra un gremlin e uno small soldier,tanto per restare nel campo dell'autocitazione), l'impalcatura visiva è di sicura presa con sequenze di sicuro impatto tra le altre mi piace ricordare quella,bellissima , in cui scoppiano le dozzine e dozzine di lampade nella stanza laboratorio di Bruce Dern impegnato in un cameo di lusso .
La pecca del film come purtroppo succede in moltissimi horror è il finale quando vengono trattate le paure del figlio più grande.Gli ultimi dieci -quindici minuti non sono all'altezza di tutto quello visto in precedenza, gli effetti speciali prendono il sopravvento sulle suggestioni ed è veramente un peccato, perchè ora saremmo qui a parlare di un nuovo piccolo classico dell'horror.
La cosa migliore di questo The Hole è la sua aria vintage aggiornata al nuovo millennio,il suo anacronismo:è piacevolmente fuori dal tempo,sembra un piccolo frammento di anni '80 conservato perfettamente e tramandato ai posteri a imperitura memoria.
Perchè in fondo gli ani '80 qualcosa di buono ce l'hanno lasciato in mezzo a tante altre brutture...

( VOTO : 6,5 / 10 )  The Hole (2009) on IMDb