I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.

giovedì 17 gennaio 2013

Eega ( aka Makkhi , 2012 )

Sudeep è un ricco e losco affarista che ottiene qualsiasi donna con lo schiocco delle dita.Si innamora di Bindu, artista di miniature che però proprio in quel momento sta cedendo all'insistenza di una corte di ben due anni da parte del simpatico e  spiantato ( o quasi ) Nani che da tempo la segue dappertutto.
Sudeep pensa bene di eliminare fisicamente il rivale, uccidendolo. Nani si reincarna però in una mosca che comincia a dare il martirio a Sudeep. Si vuole vendicare, riesce a far capire a Bindu chi è e assieme preparano un piano per uccidere Sudeep.
Tra uomo e mosca ne rimarrà soltanto uno. Forse.
Bollywood, dati alla mano, è l'industria cinematografica più fiorente del mondo ma per la peculiarità stilistica che caratterizza quasi tutti i suoi prodotti, i film sfornati in quantità impressionante diventano noti solo a livello locale ( comunque mercato di un certo rilievo) risultando difficilmente esportabili.
Qui a bottega non si è molto appassionati di Bollywood e di uno stile così eccessivo,con film di durata fluviale ( tutti o quasi abbondantemente sopra le due ore), frastornanti con tutti quei canti e quei balli che ogni tanto intervallano la narrazione. Ma dal punto di vista tecnico siamo all'eccellenza pura, qualcosa che non ha nulla da invidiare a Hollywood.
E' il caso di Eega ( termine indiano che significa mosca, come anche l'altro titolo con cui è noto il film ,Makkhi,  doppiato in varie lingue per il solo mercato indiano ), prodotto dall'anima bollywoodiana ma che fa il verso al cinema che sta dall'altra parte dell'oceano.
Commedia, musical, dramma, thriller ( con venature horror in un finale rutilante) si alternano nella narrazione di una storia sui generis di rivalità tra amanti che anelano al cuore della stessa donna.
Solo che quello bello e ricco è odioso, un omicida senza vergogna che adora le donne oggetto, quello simpatico è una mosca, un po' particolare, ma sempre di mosca si tratta.
E qui occorre sottolineare il lavoro favoloso dei tecnici degli effetti speciali che animano questa mosca ricreata in computer grafica riuscendo a darle connotazioni umane facendole usare massivamente il body language, visto che la faccia della mosca non può avere espressioni assimilabili a un volto umano.
La storia non è nuova, racconta più o meno la vicenda raccontata in Ghost, solo che il bellissimo Patrick Swayze che lì faceva il fantasma qui è sostituito da un insetto che nel suo piccolo riesce a operare grandi stravolgimenti nella vita di Sudeep.
E' la parte più esilarante del film: Nani da mosca aiutato dalle creazioni di Bindu che gli crea una micropalestra personalizzata ( bellissima, come è bellissimo l'appartamento che lei gli arreda con le sue creazioni miniaturizzate) si allena come un novello Rocky per acquisire abilità e la forza che normalmente una mosca non ha  e dopo un periodo di duro allenamento riesce a mettere in crisi la vita del suo rivale molto più di quello che sarebbe mai riuscito a fare da uomo.
Arriva a farlo quasi impazzire perchè riesce a sabotargli, aiutato da Bindu, ogni minuto della sua giornata in modi assolutamente creativi , tutti da vedere  e da gustare col sorriso sulle labbra.
Finale con un memorabile inseguimento della mosca da parte di due passeri appositamente "indemoniati" dall'incantesimo di una specie di sciamano .
Altra cosa interessante è di come si parteggi per un insetto non molto popolare come una mosca in un film come questo, non una mosca da cartoni animati ma proprio un insetto che usa le sue "armi" reali, svolazzando e creando fastidio.
Eega è un film divertentissimo, un tripudio di colori, di sentimenti e di effetti speciali che non fa rimpiangere il tempo trascorso a vederlo.
E quella mosca può piacere anche ai bambini.
Consigliato anche agli allergici a Bollywood.
Film notato grazie alla segnalazione preziosa de Il cinefilante.

( VOTO : 8 / 10 ) 
Eega (2012) on IMDb

mercoledì 16 gennaio 2013

Beasts of the Southern Wild ( 2012 )

La piccola Hushpuppy di appena sei anni vive assieme al padre Wink in una comunità nascosta nei dintorni paludosi di New Orleans denominata Bathtub ( vasca da bagno). La mamma non c'è più, vive solo nei sogni della piccola e quando il padre contrae una strana malattia anche la natura sembra ribellarsi. Le temperature salgono,le calotte polari si sciolgono, ci sono inondazioni e vengono liberati dal ghiaccio perenne gli Aurochs, enormi animali mitologici, a metà tra i bisonti e i cinghiali, che vanno a caccia della piccola .
Hushpuppy , sola , parte alla ricerca della madre.
Ci sono dei film piccoli piccoli che sprigionano magia sin dalla prima inquadratura.
E' il caso di questa pellicola girata in 16 mm , esordio nel lungometraggio del giovane Benh Zeitlin che , pur sembrano un moscerino davanti a megaproduzioni girate in 70mm e con budget milionari, sta facendo incetta di premi in tutto il mondo a partire da quello della giuria al Sundance , passando attraverso la vittoria della Camera d'Or a Cannes e arrivando a quattro nominations agli Oscar ( miglior film , miglior regia, miglior attrice protagonista, miglior sceneggiatura non originale).
Tutti meritati: è un film assolutamente libero da canoni stilistici preordinati , narra in modo libero l'esistenza di un pezzetto di mondo ignorato dal resto dell'umanità che però persegue orgogliosamente il proprio modo di vivere diverso.
Nouvelle Vague meets Katrina, I suppose.
La storia della piccola Hushpuppy, i suoi occhi, la sua voce, il suo modo di correre a passi piccoli piccoli è qualcosa che rapisce, afferra direttamente il cuore e  lo strappa dal petto.
Il cinema tante volte ha esplorato il coming of age di bambini e adolescenti ma qui ci troviamo di fronte a poesia pura.
L'arrivo degli Aurochs ( l'unico particolare che fa pensare ad un altro film, Nel paese delle creature selvagge di Spike Jonze, altro cineasta che ha fatto della libertà stilistica la sua bandiera) è una metafora straordinaria del termine del processo di crescita della piccola, già messa a dura prova dai casi della vita.
Il cinema vola alto in una sorta di realismo magico in cui la magia è vivere , anzi sopravvivere.
Hushpuppy vive di poco o nulla eppure è felice di tutto quello che ha, raramente frequenta qualcosa di assimilabile a una scuola ( con una maestra che tratta argomenti piuttosto importanti come il riscaldamento globale forse anche fuori portata per alcuni bambini che pendono letteralmente dalle sue labbra, ma non per la piccola protagonista che sente di avere la missione di tramandare il suo sapere agli scienziati del futuro aiutandoli con scritti e disegni, graffiti moderni figli di un mondo senza più caverne), ha un rapporto a volte difficile con un padre estremamente severo ( ma lo fa per il suo bene, per renderla da subito dura e pronta ad affrontare di petto la vita) , esplora un universo fantasmagorico fuori dallo spazio e dal tempo, semplicemente oltre , ricco di suoni e di colori su cui aleggia continuamente lo spettro distruttivo dell'uragano Katrina.
Un mondo parallelo in cui i pochi abitanti vivono in maniera primitiva mangiando pesci , crostacei e polli alla brace in cui crescere vuol dire sbranare un granchio crudo in una sera in cui si è tutti assieme attorno al fuoco.
Una lotta costante per la sopravvivenza contro la brutalità degli elementi naturali che fatalmente fa cozzare questa comunità anomala nascosta nelle paludi con la cosiddetta "civiltà".
Si deve fuggire su barche fatte con materiali di risulta e assemblate in modo "artistico"  che scivolano pigramente sulle acque limacciose.
Hushpuppy ( straordinaria la prova davanti alla cinepresa della piccola Quvenzhanè Wallis)  è cresciuta.
E ci è entrata direttamente nel cuore.

( VOTO : 8,5 / 10 )  Beasts of the Southern Wild (2012) on IMDb

martedì 15 gennaio 2013

Vintage horror - Morti e sepolti ( 1981 )

Potters Bluff nel Rhode Island è una sonnacchiosa cittadina di passaggio sulle rive del mare.Non succede mai nulla fino a che lo sceriffo locale, Daniel Gillis , si trova a fronteggiare un'ondata improvvisa di violenza. Uno sconosciuto viene bruciato vivo e poi ucciso nel suo letto d'ospedale, un'altra persona viene uccisa barbaramente e anche una famiglia composta da marito , moglie e figlio piccolo sparisce misteriosamente.Il tutto per la gioia del becchino locale, Dobbs, uomo dal passato misterioso, felice di ricostruire cadaveri orrendamente sfigurati.
Lo sceriffo scopre le tracce di una strana setta e pare anche che sua moglie Janet sia coinvolta.
Già dalla sequenza del primo omicidio è ben chiaro che c'è qualcosa che non va negli abitanti di Potters Bluff. La vittima viene prima adescata da una bionda procace e poi catturata da un gruppo di indemoniati , infoiati non si sa da che cosa, che prima lo picchiano a sangue  e poi dopo averlo messo dentro una rete da pesca gli danno fuoco cercando di nascondere le tracce del loro tentato omicidio.
Una furia selvaggia poi ripetuta anche nella sparizione della famigliola che da una parte rimanda alla setta pagana di The Wicker man  e dall'altra al gruppo di fantasmi ritornanti di The Fog ( sequenze in notturna che citano espressamente il film di Carpenter)  , quasi contemporaneo a questo film di Gary Sherman.
Morti e sepolti è una piccola produzione "grandi firme" , sceneggiata da Ronald Shussett e Dan O' Bannon ( creatori di Alien e sceneggiatori del Total Recall originale)  e con gli effetti speciali curati da Stan Winston.
In realtà Sherman punta tutto sull'atmosfera e poco sul sangue ( anche se rimane nella memoria una siringa conficcata in un occhio a favore di camera, oltre alla ricostruzione del volto di una defunta da parte del becchino ) e in questo ricorda da molto vicino Carpenter.
Si respira un'atmosfera morbosa, elettrica , gravida di mostruosità che fa molto horror old school.
Una cittadina in cui tutti si conoscono tutti è in realtà un teatrino dove recitano la loro parte le creature ad opera del ricostruttore di cadaveri.
SPOILER SPOILER SPOILER: in realtà sono tutti defunti di morte violenta come si apprende nel proseguio del film che a causa di una sorta di rito voodoo sono tornati in vita e cercano sempre carne fresca non per nutrirsi ma per avere epidermide espiantata da poco  al fine di  riparare le lesioni che sono provocate dal normale processo di autolisi e di decomposizione dei tessuti morti.
A conti fatti è una rilettura dello zombie romeriano che assomiglia parecchio ai ritornanti dei terreni k di Zeder di Avati e a quelli del Pet Sematary del libro di Stephen King, tutti comunque posteriori a questo . film.
Una piccola nota :il titolo italiano in realtà è Morti e sepolti -La reincarnazione: ho evitato di metterlo al completo nel titolo del post perchè uno spoiler bello e buono, inserito a tradimento nel titolo senza avvertenze per l'uso è decisamente antipatico.
FINE DELLO SPOILER FINE DELLO SPOILER FINE DELLO SPOILER
La regia comunque apprezzabile del paratelevisivo Sherman  e la presenza come protagonista di un volto che  ha dato il meglio nelle produzioni televisive, James Farentino, bravo comunque a rendere le perplessità del suo personaggio, un poliziotto di provincia normalissimo che capisce tutto col solito attimo di ritardo, conferisce al prodotto un'aria da puntatone di Ai confini della realtà ma senza l'ironia della serie televisiva.
Anzi il finale in questo senso è molto romeriano: il twist di sceneggiatura è ben nascosto fin praticamente all'ultima sequenza e non è nulla che assomigli a un lieto fine.
Morti e sepolti non è un capolavoro , nè ha la pretesa di esserlo ma non ha perso nulla del suo fascino, anzi funziona egregiamente ( forse anche meglio per l'effetto nostalgia)  anche a distanza di tanti anni.
Potters Bluff non è un bel posto in cui fermarsi.

( VOTO : 7+ / 10 )  Dead & Buried (1981) on IMDb

lunedì 14 gennaio 2013

Cloud Atlas ( 2012 )

Cloud Atlas è un racconto polifonico diviso in sei storie che si alternano tra di loro e che sono contraddistinte da una grande quantità di rimandi interni. Tutto è connesso come dice la frase di lancio del film.
Sei epoche diverse: nel 1839 Adam Ewing salva uno schiavo nero da morte certa e riesce a sopravvivere al tentativo di avvelenamento da parte del malefico dottor Goose.
Nel 1936 giovane musicista gay lavora come copista per famoso compositore e scrive di suo pugno una musica celestiale, l'Atlante delle Nuvole del titolo.
Nel 1972 una giovane reporter indaga sui danni provocati da alcune centrali nucleari , si imbatte nella composizione dell'Atlante delle Nuvole di cui sopra e le vengono fatte rivelazioni importanti dalla versione anziana dell'amante del giovane musicista gay del segmento precedente.
Nel 2012 un editore ricattato dagli scagnozzi di un suo scrittore si fa prestare soldi dal fratello che in cambio lo fa rinchiudere in un ospizio.
Nel 2144 un clone addetto a una "mangeria" scopre il suo triste destino grazie a un gruppo di ribelli contro il "sistema".
Nel 2321 il vecchio Zachry racconta di quando una donna venne a salvare lui e sua nipote dall'attacco di guerrieri cannibali. Il mondo è ridotto a uno stato primitivo, la donna mostra a Zachry di come la dea di cui professano il culto sia stata in realtà una semplice donna mortale.
Benvenuti al Luna Park dei Wachowski bros ( o meglio brother and sister) e di Tom Twyker, registi che si sono buttati a capofitto in quello che rischia di essere il primo kolossal europeo con un budget vicino a quello dell'industria americana.
Cloud Atlas è fatto con capitali tedeschi ( si parla di un budget superiore ai 100 milioni di dollari), realizzato con maestranze europee e divi sia inglesi che americani.
Un film complesso nel suo insieme soprattutto per la grande quantità di rimandi interni che contiene, con i vari attori principali alle prese con più ruoli, perchè le varie storie singolarmente sono di lettura piuttosto facile nel messaggio che vogliono veicolare.
Il problema più grande è approcciarsi al film: dopo una prima ora che di fatto è una sorta di introduzione in cui il consumo di un pacchetto intero di Golia Active plus è stato un indicatore attendibile di quanto il film incitasse all'abbiocco , poi, faticosamente ,si riesce a porsi sulla lunghezza d'onda delle varie storie che sono intervallate tra di loro in modo anche vivace da un montaggio ipervitaminizzato, creando da una parte l'effetto soap opera ma d'altra parte riuscendo a creare una certa suspense nelle varie vicende.
Visivamente l'universo di Cloud Atlas è talmente stratificato da affascinare: dalle atmosfere alla Apocalypto  di un futuro remoto, si passa a un dramma ambientato su una nave, a storie ambientate tra il presente e il passato prossimo fino ad arrivare a un futuro distopico passando attraverso le atmosfere di un noir anni '70 .
Il tutto costruito sul principio sempre valido delle sliding doors che cambiano i destini dell'umanità.
Per quanto riguarda il segmento ambientato nel futuro c'è una sorta di ricalco dell'impalcatura visiva di Matrix ibridata con suggestioni bladerunneriane  e rimandi che vanno da La fuga di Logan fino ad arrivare alla citazione manifesta del Soylent Green di 2022: I sopravvissuti.
Dal punto di vista dei contenuti credo che si rischia di incorrere nello stesso equivoco in cui sono incappati molti illustri analisti di Matrix e del suo universo: diciamo che molti sono andati oltre alle intenzioni di due semplici cinematografari americani che credo ignorassero quanta filosofia fosse nascosta nel loro film.
Anche con Cloud Atlas si rischia lo stesso equivoco: quello che è semplicemente un racconto pantagruelico con generose sfumature New Age , interessante soprattutto per la forma filmica che gli è stata data , rischia di diventare il nuovo The tree of life o il nuovo 2001: Odissea nello spazio per rimanere nell'ambito fantascientifico.
Ma i Wachowski e Twyker non sono all'altezza, nè vogliono esserlo, delle pretese filosofiche malickiane o kubrickiane.
A loro interessa il meccanismo dello spettacolo, la magnificienza visiva che nella loro carriera è sempre andata di pari passo con un certo grado di presunzione.
Cloud Atlas comunque ha una sua armonia : se all'inizio è stato veramente difficile avvicinarsi al film, poi nella seconda parte subentra la fame di sapere come va a finire, se va a finire in qualche maniera.
Sicuramente non ha la statura di un nuovo grande classico del cinema , il risultato è inferiore alle attese ma non è solo un dispendioso sfoggio di trucco, parrucco e dentiere per mascherare al meglio i divi presenti in più ruoli durante il film.
Cloud Atlas mi ha dato l'impressione di un film che al paneesalamismo di tematiche semplici e perfettamente intellegibili ( razzismo, discriminazione, omofobia, poteri forti dell'economia ecc ecc ) abbia voluto aggiungere un generosissimo tocco di nouvelle cousine con l'accostamento ardito di molti sapori diversi.
Ma si sa che il pane e salame non va tanto d'accordo con salse strane da alta cucina.
Cloud Atlas mi è sembrato proprio come un panino al salame aromatizzato con troppi sapori diversi.
Tolte le salse, sgombrati gli eccessi, ci si può anche divertire.
Una piccola nota sul doppiaggio: ma perchè Zachry parla coi verbi all'infinito però quando serve usa benissimo i congiuntivi?

( VOTO : 6,5 / 10 )  Cloud Atlas (2012) on IMDb

domenica 13 gennaio 2013

The perks of being a wallflower ( aka Noi siamo infinito , 2012 )

Periferia di Pittsburgh, primi anni '90: Charlie, ragazzo timido e introverso vive male i suoi primi giorni da matricola al liceo. Non parla con nessuno, ha colloqui solo con un professore ed è assolutamente solo.
Riesce a fare amicizia con un paio di studenti dell'ultimo anno, Patrick e sua sorella ( o sorellastra ) Sam. Grazie a loro, ma soprattutto grazie alla cannabis che gli viene somministrata a tradimento in un festino stupisce un po' tutti per la profondità delle sue osservazioni e si ritrova al centro di una cerchia di amici comunque tutti più grandi lui.
E si inerpica per un sentimento complicato riguardo Sam, suo sogno sentimentale impossibile eppure così a portata di mano .
Primo bacio, prime relazioni anche indesiderate,le spine di una normale vita da liceale : Charlie finalmente trova il modo di non essere più semplice tappezzeria.
E' finalmente cresciuto anche se talvolta rimanere nell'ombra ha i suoi pregi.
The perks of being a wallflower( vale a dire i pregi di essere tappezzeria, titolo bellissimo che qui da noi sarà tradotto con il molto meno calzante Noi siamo infinito) diretto dal quasi esordiente Stephen Chbosky è tratto da un suo romanzo epistolare omonimo in italiano tradotto col titolo di Ragazzo da parete ( insomma le solite poche idee ma ben confuse) e pubblicato negli USA nel 1999, in Italia nel 2006.
Il libro è composto dalle lettere che un adolescente detto Charlie scrive a una persona anonima e a lui sconosciuta aprendo il suo animo e descrivendo le sottigliezze della sua quotidianità.
Come il libro, il film conserva una struttura quasi episodica in cui con rapide pennellate viene descritto l'ambiente attorno al protagonista e viene dato soprattutto spazio al suo processo di crescita interiore che passa, come di consueto per i film incentrati sul coming of age, per il primo bacio e per la prima esperienza sessuale.
Accanto a queste tematiche abbastanza scontate però il film di Chbosky esplora anche territori più scivolosi come l'omosessualità repressa in un ambiente come quello scolastico che di fatto è omofobo, oppure il bullismo che sfocia in violenza odiosa o anche la diffusione delle droghe leggere tra i teen agers , per non parlare del suicidio che è uno dei pensieri che passa per la testa di Charlie a causa di un pregresso trauma psicologico infantile.
Il "ragazzo da parete" è qualcosa ancor di più patologico di un  nerd: è colui che alle feste sta isolato, appoggiato a una parete quasi confondendosi con la tappezzeria che lo circonda e in questo film è descritto alla perfezione.
E' difficile, pressochè impossibile, dire qualcosa di nuovo sul mondo dei liceali eppure questo film sembra davvero una boccata d'aria fresca, ci fa vedere dei ragazzi assolutamente normali alle prese con il periodo più importante della loro vita, quello che li traghetterà nel mondo degli adulti.
Chbosky conosce a menadito le sue creature( per forza le ha scritte lui!) e le guida con mano sicura grazie a un cast azzeccatissimo che fa dimenticare qualche peccato di gioventù in una regia piuttosto acerba.
Logan Lerman,visto e già dimenticato come Percy Jackson, è bravissimo , ha l'aria di chi vive costantemente su una nuvoletta che non ha contatti col suolo, Emma Watson finalmente è cresciuta dai tempi della piccola Hermione di harrypotteriana memoria ,quindi balla, bacia e va all'università ed è fantastica la prova di Ezra Miller , nella parte di Patrick, che sembra avere l'argento vivo addosso e una contagiosa voglia di vivere orgogliosamente la sua diversità.
Una piccola curiosità : Lerman ha circa un anno più di Miller eppure il primo ha la parte della  matricola, il secondo quella del senior, cioè di chi è l'ultimo anno di liceo.
Due sequenze supercult: la prima uscita dei tre sul pick up di Patrick con Sam che sul cassone si alza in piedi sotto alla galleria sulle note di una canzone che è sconosciuta a tutti e tre ma bellissima ( è Heroes di David Bowie)  e una scatenata scena di ballo sulle note di Come on Eileen dei Dexy's midnight runners, un classico evergreen.

( VOTO : 7,5 / 10 )  The Perks of Being a Wallflower (2012) on IMDb

sabato 12 gennaio 2013

House at the end of the street ( 2012 )

Appena dopo il divorzio, Sarah, medico, e la figlia Elissa si trasferiscono in una casa bellissima ( e a troppo buon mercato per non destare qualche sospetto) in una piccola cittadina della profonda provincia americana. Si possono permettere quella casa perchè in quella  accanto ( da cui è separata da un piccolo parco) anni prima è stato perpetrato un duplice omicidio di marito e moglie ad opera della loro figlia impazzita,Carrie Ann,  poi scomparsa nel nulla.
L'altro figlio, Ryan,  risiede ancora nella casa ed Elissa è attratto da lui tanto da iniziare un storia con sommo scorno da parte della madre impaurita dalle voci malefiche che in paese si affollano attorno al ragazzo.
Il mistero si infittisce e strani avvenimenti accadono intorno a loro.
Difficile trovare all'alba del 2013 un film horror ( o thriller, boh!) così pieno di clichè come questo House at the end of the street.
Dietro una confezione patinata e ultraprofessionale che guarda chiaramente al passato si nasconde il vuoto pneumatico di un film che nella sua ora e mezza di durata ha una sola trovata che un pochino sorprende ( ma neanche tanto ) e poi il nulla assoluto.
Anzi uno spettatore un minimo smaliziato anticiperà agevolmente quello che accadrà nel film.
E' deja vu la descrizione di un rapporto difficile tra madre oberata di lavoro e figlia adolescente , il ritratto di un paese piccolo della classica noiosissima provincia americana dove come si suol dire la gente mormora perchè non ha un cacchio di meglio da fare , è ampiamente già vista la gestione delle scene più thrilling nella parte finale quando la matassa finalmente si sta dipanando dopo una parte introduttiva troppo lunga e noiosa.
Mentre non stupisce in un filmetto del genere la presenza di una Elizabeth Shue ormai attempatella ( ma palestratissima, sembra tirata come una corda di violino) , è strano vedere qui Jennifer Lawrence in ciccia, ossa e guanciotte. Se , dopo un successo al box office planetario come Hunger games è costretta ad accettare parti come questa allora è meglio che licenzi il suo agente o legga con attenzione i suoi copioni.
House at the end of the street gioca le sue carte cercando di avvolgere lo spettatore in un'atmosfera inquietante ma fallisce miseramente sia perchè tutto è ampiamente già visto, sia perchè quello che dovrebbe essere il personaggio cardine di tutto il mistero, Ryan, è interpretato da un attore, Max Theriot, assolutamente privo di carisma che sembra il classico teenagerminkia del solito filmetto horror americano.
Una citazione anche per il personaggio del poliziotto ( minchione da record mondiale) che in due-scene-due passa da un tentativo di abboccamento con la madre di Elissa alla classica fine del poliziotto imbecille del paese di provincia.
Con sommo piacere da parte dello spettatore. Troppo stupido per essere vero.
L'unica cosa da salvare in questo film è il suo confezionamento che gli conferisce una dignità filmica che altrimenti non avrebbe.
Ma è come un bellissimo pacchetto regalo con il nulla dentro.
E fa macchia vedere Jennifer Lawrence aspirante cantante da talent show che assomiglia  solo a una versione oversize di Miley Cyrus.

( VOTO : 4 / 10 )  House at the End of the Street (2012) on IMDb

venerdì 11 gennaio 2013

Dredd ( 2012 )

In un futuro non troppo lontano, la popolazione della Terra è ammassata in una gigantesca megalopoli in cui, come funghi, spuntano enormi grattacieli. L'ordine è mantenuto da una specie di setta, quella dei "giudici" che sono allo stesso tempo poliziotti, magistrati e giuria e hanno una sinistra tendenza ad amministrare le loro sentenze ( spesso di morte) sul posto.
Il giudice Dredd nel corso di un inseguimento si imbatte negli scagnozzi di Ma-ma colei che controlla lo spaccio di Slo-Mo una droga che fa vivere tutto al rallentatore . Per inseguirli entra nel grattacielo che è il centro di fabbricazione della droga e roccaforte di Ma -Ma .Assieme a una recluta arresta uno dei suoi tirapiedi ma lei chiude ermeticamente il palazzo per non farli più uscire aprendo la caccia al giudice e alla recluta.
E naturalmente Dredd  non ci sta a fare l'agnello sacrificale.
I ricordi del film originale con uno Stallone all'apice del successo, ormai si perdono nelle nebbie della memoria. Lo andai a vedere al cinema ma non rimasi molto soddisfatto di quello che vidi. Poi non l'ho più rivisto per cui, chissà, nel frattempo potrei anche aver cambiato parere.
Mi sono quindi avvicinato a questo Dredd con estrema diffidenza vuoi per un protagonista  come Karl Urban che ha i bicipiti più espressivi del volto, vuoi  perchè mi sapeva un po' di aria fritta ( come tanti altri remakes) e anche perchè non partendo esattamente da un film capolavoro mi aspettavo il peggio, una trashata del tutto involontaria mascherata da fantascienza di design.
E invece il nuovo Dredd è certamente una trashata ma almeno è del tutto consapevole.
L'idea vincente è quella di non far togliere mai a Karl Urban quel bellissimo casco che fa tuttuno con la sua testa. Si esprime a monosillabi, facendo il vocione e recita al massimo mettendo a cuoricino le labbra come un bambino che si sta sforzando a fare qualcosa di importante. Viste le sue passate prove d'attore è stato meglio non rischiare.
Altra idea stuzzicante è quella di confinare tutta l'azione in questo immenso palazzo in cui Dredd e la sua recluta devono combattere esattamente come cowboys in un territorio infestato da indiani. In questo senso il film da fumettone ipertecnologico si trasforma in un videogame western con i vari quadri da superare e i vari mostri di fine livello.
Omicidi senza pietà, sangue a fiotti e violenze assortite creano un clima di ultraviolenza poco addomesticata che è abbastanza strano da vedere in un film prodotto da factories alternative alle major ma con un budget molto importante.
Il problema  è che prima dell'uscita di Dredd ha avuto una grossa eco internazionale un film indonesiano diretto da un regista gallese trapiantato intitolato The Raid -Redemption, di cui il film di Pete Travis mutua lo scheletro narrativo sembrando di fatto più un remake di questo film che del Dredd originale.
E una cosa del genere di fatto lo azzoppa perchè con  The Raid-Redemption siamo all'accademia della mazzata  e in questo senso , pur con tutta la violenza esibita in Dredd rimaniamo sempre lontani anni luce.
Altro suo problema è che il budget è da film importante, l'incasso è rimasto  di serie B nonostante il beneplacito della maggior parte della critica americana che lo ha salutato piuttosto favorevolmente.
Questo è stato in parte causato dal rating assegnato al film ( nella maggior parte dei Paesi in cui è uscito vietato ai minori di 18 anni a causa delle scene violente di cui il film è pieno zeppo) che di fatto ha tagliato una grossa fetta di pubblico e ne ha impedito l'importazione in altri Paesi, come il nostro che ancora una volta si dimostra da terzo mondo cinematografico.
Sia chiaro Dredd non è un capolavoro , nè ha la pretesa di esserlo, ma se ci si pone come obiettivo solo un onesto intrattenimento molto tamarro e piuttosto violento, beh allora uno sguardo gli si può anche dare.

( VOTO : 6 / 10 )  Dredd (2012) on IMDb

giovedì 10 gennaio 2013

Jack Reacher- La prova decisiva ( 2012 )

Nel centro di Pittsburgh , cinque persone vengono uccise da un cecchino con un fucile di precisione. Sono apparentemente vittime scelte a caso. Gli indizi portano ( un po' troppo facilmente a dire il vero ) a un ex tiratore dell'esercito James Barr che prima di cadere in coma per un incontro traumatico con altri detenuti dice agli investigatori di contattare Jack Reacher.
Ma chi è Jack Reacher?
Fondamentalmente è un ex poliziotto che ormai vive alla macchia nascosto qua e là negli States.
Però stavolta si fa vivo e comincia ad collaborare sul caso assieme all'avvocato d'ufficio assegnato a Barr che , guarda caso, è figlia del procuratore distrettuale che sta indagando su questa brutta faccenda.
Perchè è chiaro fin da subito che hanno cercato di incastrare Barr.
Ecco, avrei avuto un piacere estremo nel dire che questo film è una ciofeca nauseabonda di proporzioni colossali, un filmaccio girato con la mano sinistra impantanato nel divismo annacquato dell'ormai attempatello Cruise( che da queste parti non è troppo amato ed è un eufemismo) afflitto da missionimpossibilite acuta . Avrei voluto metterlo nel tritatutto ed eleggerlo subito a scult dell'anno e sono andato a vederlo con un bastimento carico di prevenzione.
E invece no:  con mio grande disappunto, se non scorno , bisogna ammettere che pur non trovandoci di fronte a un capolavoro, questo film è un onestissimo prodotto di genere che guarda più al passato che al presente.
Si respira aria di action vintage( vedere il bellissimo inseguimento automobilistico più o meno a metà film), di thriller spionistico anni '70, di sindrome post kennedyana tipo I tre giorni del Condor .
Jack Reacher - La prova decisiva è un prodotto che , pur con tutti i suoi limiti perchè i modelli sono inarrivabili, ha una sua dignità e funziona discretamente in tempi di actions ipercinetici girati a colpi di effetti speciali e computer grafica.
In questo film si assapora la vecchia arte dell'artigianato cinematografico, gli intrighi predominano sull'azione che pure non manca .
E' soprattutto un film legato a un protagonista laconico a cui piace rilasciare aforismi pesanti come pietre miliari e che in un certo senso è opposto al glamour di Bond e alla deriva ipertecnologica di Mission Impossible in una sorta di corto circuito che viene chiuso proprio perchè Cruise sembra negare in una specie di parodia serissima il suo stesso personaggio , quello che di recente gli ha portato più dollaroni in tasca.
Un plauso va alla regia di Christopher McQuarrie che nelle parti più dialogate inserisce molti particolari per rendere più snelle le sequenze mentre nelle sequenze puramente action sceglie un registro che più classico non si può.
Jack Reacher - La prova decisiva  funziona sia per via di un protagonista granitico ( ma come fa a sembrare sempre più alto dei suoi antagonisti? vedere la fotografia sopra: per imdb.com la Pike è 1,75, mentre Cruise è 1,70, eppure sembra il contrario  ) sia per una schiera di comprimari eccellenti che conferisce uno status ancora più autorevole al personaggio principale.
C'è Rosamund Pike che ha gli occhi che fanno fuoco e fiamme ( e due tette che sinceramente non ricordavo avesse, difficile distogliere lo sguardo dal suo decolletè mentre intanto la mattanza stava avendo inizio) , C' Robert Duvall che da vecchio marpione gigioneggia con un personaggio perlomeno curioso e soprattutto c'è un magnifico  Werner Herzog nella parte del supercattivo con le dita mozzate.
Peccato per il finale un po' sbrigativo, positivo il fatto che tra i due protagonisti non ci sia la solita  complicazione sentimentale che fa tanto Hollywood.
Poteva essere il primo scult dell'anno e invece.....è un oggetto filmico orgogliosamente anacronistico.

( VOTO : 7 / 10 )  Jack Reacher (2012) on IMDb

mercoledì 9 gennaio 2013

Piccole bugie tra amici ( 2010 )

Un gruppo di amici intorno ai 40 anni parte per le vacanze a Cap Ferret, nell'enorme casa di uno di loro, Max, come fanno da un po' di anni a questa parte. Stavolta però è diverso: manca uno di loro, Ludo, che è stato vittima di un incidente stradale che lo ha ridotto quasi in fin di vita in un letto di ospedale . L'assenza incombente di Ludo determina uno slittamento dei rapporti interni al gruppo. Ognuno mostrerà lati inaspettati di sè.
E non è detto che sia un bene.
E' facile , troppo facile accostare il film di Canet a quel cult epocale anni '80 che fu Il grande freddo. Attori giovani e bravi , chi già di successo , chi in rampa di lancio per ottenerlo, un personaggio la cui assenza aleggia su tutto il film, una minuziosa descrizione dei rapporti interpersonali, l'uso anche un po' ruffiano, di una splendida colonna sonora.
Eppure Canet lavora sui suoi personaggi ancora più di cesello di quanto fece Kasdan. Li sposta leggermente più avanti sulla linea della vita ( qui sono all'incirca quarantenni e oltre anche se alcuni di loro dal punto di vista cerebrale sono ancora bambinoni o si sforzano di esserlo , lì erano trentenni più o meno) e aumenta esponenzialmente i loro piccoli attriti che deflagreranno in quella seduta di training autogeno di gruppo in cui si trasforma la vacanza nella casa di Max.
C'è spazio per storie di omosessualità represse in malo modo, gravidanze indesiderate e per questo tenute nascoste, rapporti marito / moglie non propriamente idilliaci, paranoie che esplodono in gesti inconsulti, tentativi puerili di riconquistare l'amata e tanto tanto altro.
Piccole bugie tra amici racconta di quelle piccole omissioni, quando non menzogne piccine piccine, che permettono di vivere meglio la propria vita rimandando a data da destinarsi l'appuntamento definitivo con la crescita .
E racconta anche di complicità inaspettate, di quelle che ci possono essere tra amici veri che si conoscono da una vita. Ogni personaggio ha il suo peso specifico in un film corale che diventa presto il collage ideale di una generazione di medio alti borghesi che nasconde il proprio bagaglio di fragilità e di insicurezze dietro l' apparente realizzazione nella vita professionale.
Sono riusciti soprattutto un paio di personaggi: quello di Mangimel che è forse il più complesso, un carattere sfumato per i suoi sottintesi e per la fragilità estrema che dimostra, e quello della Cotillard, una donna che non vuole complicazioni sentimentali con gli uomini con cui si incontra solo per avere del sesso occasionale.
Straordinaria la sequenza in cui uno degli altri componenti del gruppo capisce che c'è qualcosa che non va e lei scoppia in un pianto dirotto  sulle note di Kozmic Blues di Janis Joplin ( una delle canzoni preferite di chi scrive, un brano che da solo induce alle lacrime).
Così come nonostante un uso ad effetto della colonna sonora è straordinaria l'ultima parte del film sospesa tra una lacrima e un sorriso esattamente come vengono colti tutti i personaggi nell'istantanea finale  da cui partono i titoli di coda.
Una vergogna che questo film sia stato recuperato a due anni dalla sua uscita solo dopo il successo di Quasi amici ma soprattutto di The Artist il cui protagonista Jean Dujardin qui ha  il quasi (non) ruolo che ebbe Kevin Costner ne Il grande freddo.
Piccole bugie tra amici è anche la testimonianza della distanza enorme che separa l'attuale cinema italiano da quello francese: noi sappiamo buttarla solo in macchietta che può essere compresa( e venduta)  solo localmente , loro confezionano prodotti che possono essere visti in tutto il mondo.

( VOTO : 7,5 / 10 ) 

Little White Lies (2010) on IMDb

martedì 8 gennaio 2013

Vintage horror- Rosemary's baby ( 1968)

Guy attore teatrale di scarso successo e Rosemary, sua moglie si trasferiscono in uno dei palazzi storici di New York. L'atmosfera sembra accogliente, i vicini sono forse un po' troppo presenti nelle loro vite e Rosemary ancora si deve abituare alla nuova casa. 
Improvvisamente todo cambia e non per il meglio. 
Brutta storia quella di Rosemary e del suo bambino. La gravidanza, un sogno che coltiva ad occhi aperti quando arriva nel suo nuovo appartamento nel bel quartiere residenziale di New York che ha sempre sognato assieme al marito che da attore sta vivendo un momento di scarsa fortuna. Qualche chiacchiera scambiata col marito, poi con una ragazza all'apparenza cordiale, una casa che non si sente propria fino a che non le si apporta qualche modifica per renderla più accogliente ma soprattutto più personale.
Ma....subito un ma.
Cominciano ad accadere strane cose: la ragazza di cui sopra si suicida sul selciato di fronte al portone del loro bel palazzo,conosce una coppia di anziani vicini che fa dell'invadenza il proprio tratto distintivo, il marito per un incredibile colpo di fortuna (o meglio di disgrazia altrui) ottiene una parte importante e finalmente può aspirare al successo e poi strani sogni...incubi inquietanti proprio per il loro essere indefiniti, come sospesi in una dimensione altra che non è la realtà nè la fantasia.
Ma è un qualcosa che arriva a influenzare decisamente la vita quotidiana di Rosemary.
E poi strani segni sul proprio corpo e su quelli del marito fino alla notizia che da tanto aspettava.
Rosemary è incinta.
Tutto bene quindi. E invece no. Se in gravidanza le donne diventano floride e generalmente più belle la bellezza della felicità, Rosemary deperisce, avvizzisce come un fiore che sta appassendo per mancanza d'acqua, ha dolori lancinanti, continua ad avere strani presentimenti nonostante il ginecologo le dica che è tutto normale, tutti intorno a lei a dirle che va tutto bene mentre lei si sente sempre peggio.
La vicina le dà quotidianamente uno strano beverone, il marito ogni giorno le sembra più distante preso dalla smania di entrare nella parte che recita a teatro. E l'appartamento diventa ogni giorno che passa una specie di prigione dalle sbarre dorate in cui si è carcerati senza sembrarlo mentre coloro che si preoccupano di lei vengono scacciati o fanno strani incontri col destino.
Rosemary's baby può essere definito un thriller,un horror o anche altro ma ogni definizione appare riduttiva per un capolavoro che travalica il genere. Come in Repulsion gli oggetti che accompagnano serenamente la nostra quotidianità assumono valenze ben più inquietanti. Non c'è sangue, non c'è violenza, è tutto fuori campo e basta un taglio di capelli mascolino per la Farrow o una dose più generosa di fondotinta sulle sue guance per renderla malata, lei col suo fisico così magro, un fascio di muscoli e terminazioni nervose, diviene come per maleficio qualcosa di opposto alla gioia (anche visibile sul fisico che si arrotonda col passare dei mesi) che dovrebbe portare una gravidanza. Basta che la cinepresa la segua mentre misura a grandi passi il suo appartamento per evocare timore, basta la sequenza del sogno, quasi bunueliana ,a far esplodere dubbi e incertezze su quello che stiamo vedendo.
La gravidanza di Rosemary è come il piatto di Repulsion che ad ogni inquadratura diventava sempre più marcio: è una discesa nell'abisso, un attentato alla propria sanità mentale, un aumentare della consapevolezza che qualcosa intorno a lei non sia giusto.
La tesi del complotto, della setta dedita al culto di Satana che urla la morte di Dio, il sospetto sempre più forte che il suo ventre rechi in regalo a questa schiera di invasati il figlio di Satana, questo  e molto altro si affolla nella mente turbata di Rosemary.
Polanski invece di dare certezze lavora ellitticamente sulle suggestioni , ci regala sensazioni, atmosfere, odori di zolfo ma soprattutto ci offre come a un rituale pagano sequenze di potenza visiva impressionante come quando Rosemary si aggira per casa con un coltellaccio che a malapena riesce a tenere in mano oppure quando entra nella stanza piena di gente prostrata ad adorare  suo figlio (che lei credeva morto) posto all'interno di una culla nera.
Un incubo come quei due occhi rossi che ci sembra di vedere in un flash improvviso.
Rosemary's baby è un film che incute paura senza ricorrere ai soliti clichè del genere horror, lavora sull'incoscio , sulla libera interpretazione di ognuno, lascia nel dubbio perchè ogni cosa che si vede è avvolta da un alone di indeterminazione.
La sempiterna lotta tra Bene e Male è lasciata a mezza strada in un film che riscrive i canoni estetici dell'horror reinventandoli in favore della creazione di un atmosfera pesante, ossessiva,irrespirabile,con un bambino che noi non vediamo (ma immaginiamo) in una culla nera con crocifisso appeso al contrario (classica iconografia satanica).
E tutto intorno un gruppo di vecchietti che sembrano felici.
Che farà Rosemary?
Che cosa ci dice il suo urlo disperato mentre guarda all'interno di quello strano catafalco nero?
Si rassegnerà finalmente Rosemary mentre cullerà finalmente il suo bimbo riuscendo a non distogliere più lo sguardo?
Più che un film uno spartiacque: da qui è nato l'horror moderno.

( VOTO : 10 / 10 )  Rosemary's Baby (1968) on IMDb