I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.

martedì 28 febbraio 2012

L'arciere di ghiaccio ( 1987 )



L'arciere di ghiaccio narra una leggenda lappone che ha circa mille anni.
Ma non li dimostra.
In una terra nascosta perennemente dai ghiacci artici ci racconta sia del classico homo homini lupus sia del concetto di fratellanza che si può instaurare tra popoli diversi,
E' vero che il giovane protagonista, Aigin, a cui hanno sterminato la famiglia non è di un'etnia diversa rispetto alla gente del villaggio vicino che ha la ventura di soccorrerlo ma è anche vero che a quell'epoca ogni villaggio faceva Stato, un'entità impermeabilizzata agli arrivi esterni.
Aigin trova sia coloro che sono impauriti per il suo arrivo e che vogliono scacciarlo ritenendolo foriero dell'arrivo dei predoni Tsjudje (di nero vestiti,  sanguinari assassini nomadi solo per il gusto di far risuonare l'eco delle proprie gesta) ma trova anche il sostegno morale della guida spirituale del villaggio che gli parla di fratellanza.
E come chiamare altrimenti il suo gesto di sacrificio?
Aigin saprà trovare il modo di assaporare la sua raffinata vendetta contro chi gli ha troncato senza pietà tutti gli affetti.
L'arciere di ghiaccio vive del silenzio della Lapponia innevata,  del sibilare del vento, dei rumori della natura,del sapore delle antiche usanze, della lotta dell'uomo per "colonizzare" una terra così inospitale, aliena a qualsiasi tentativo di contaminazione esterna.
Girato in lingua lappone con attori lapponi( sono norvegesi solo coloro che interpretano i predoni Tsjudje)è il primo film svedese girato in 70 mm per rendere ancora più maestosi i favolosi esterni naturali.
Candidato all'Oscar come miglior film straniero nel 1988,
è stato inopinatamente rifatto nell'hollywoodiano Pathfinder del tedesco Marcus Nispel, mostro digitalizzato ricostruito in studio che non ha nemmeno un'unghia del fascino di questa piccola produzione.
Una nota di merito per il giovane Mikkel Gaup,eroe molto umano e con uno sguardo che letteralmente buca lo schermo.
Nils Gaup non si è più ripetuto a questi livelli,complice anche una trasferta americana che ha dato risultati artistici infelici.

( VOTO : 7,5 / 10 ) 
Pathfinder (1987) on IMDb

Io ho paura ( 1977 )


Se da una parte il poliziottesco riempiva le sale cinematografiche e dall'altra Rosi con il suo Cadaveri Eccellenti ci dava una visione ai limiti del metafisico della geografia occulta degli onnipresenti poteri forti, Damiani con il suo amore per il cinema di genere e di denuncia si pone come ideale spartiacque tra le due componenti succitate.
E' troppo sbrigativo definire Io ho paura semplicemente un poliziottesco: la violenza fisica è distillata con parsimonia e si evitano facili soluzioni in nome della spettacolarità, mentre non si arriva alla valenza simbolica del cinema di Rosi che si pone a un livello di raffinatezza superiore.
Ma in questo film di Damiani c'è Gian Maria Volontè e già questa presenza vale da sola il cosiddetto prezzo del biglietto: il suo brigadiere Graziano è un uomo stanco, disilluso, uno che ha paura come dice il titolo(è lui che pronuncia quella frase), un servitore dello Stato che è stanco di rischiare la propria vita.
Assegnato di scorta a un giudice integerrimo viene a contatto con una storia più grande di lui e la paura aumenta fino a essere insostenibile quando costui viene ucciso e lui viene assegnato a un altro giudice.
Meglio non dire di più sulla trama: il film di Damiani pur risultando nebuloso nel delineare un apparato deviato (traffico d'armi? terrorismo internazionale? E a che pro?) è convincente nella descrizione del clima ansiogeno e inquietante che circonda il protagonista.
Un clima che assume contorni ancora più spaventosi per l'impressione che ha il brigadiere di trovarsi in una sorta di incubo kafkiano.
Apprezzabile il tentativo di svincolare la figura del poliziotto dallo stereotipo del commissario superman comune a molti poliziotteschi del periodo ed è notevole il livello del cast.
Io ho paura si inserisce nel filone dei thriller di impegno civile con tutta la passione di Damiani per il cinema di genere. Magari la tesi complottista paventata sarà melodrammatica ma dal punto di vista spettacolare è dannatamente efficace.
Il film di Damiani è ostentamente "medio" , si sveste della patina autoriale per veicolare un messaggio politico forte e soprattutto scomodo.
Denotando tutto quel coraggio che manca al cinema italiano d'oggi.
( VOTO 7 / 10 )  I Am Afraid (1977) on IMDb

lunedì 27 febbraio 2012

Il piacere e l'amore ( 2006 )


Anatomia di un amore.

La storia di Isa,professore universitario e di Bahar, produttrice televisiva ,di pregresso ignoto si apre d'estate, la stagione degli amori che durano lo spazio di una notte e mostra le prime crepe che mano mano diventano più profonde.
E col succedere delle stagioni geometricamente varieranno anche le distanze tra i due. Proprio nella stagione più inospitale, flagellata dal freddo e dalla neve che copiosa continua a cadere ci sarà l'ultimo, patetico tentativo di riavvicinamento della coppia.
Probabilmente il loro amore aveva già espresso tutto quello che aveva da dire.
Due personaggi in cerca di punti di riferimento, un'amante presso cui leccarsi le ferite e dietro di loro un immenso gigante che muta forma al cambiar del clima: la Turchia.
Non è un caso che il film in originale si intitoli Iklimer ( Climi) titolo perfetto per suggerire la circolarità della vicenda di Isa e Bahar.
L'ennesimo sfregio della traduzione italiana (che non c'entra nulla col film) fa perdere la principale chiave di lettura del film.
Il piacere e l'amore non è solo la visualizzazione della crisi di una coppia, è un qualcosa che va oltre i due protagonisti.
E' la difficoltà di comunicare che erige barriere insormontabili, è il silenzio, la menzogna, è lo sguardo basso, spento che si sottrae a qualsiasi forma d'empatia.
E' il confronto eterno tra uomo e donna, paradigma di una passione sempre viva nonostante tutto e oltre ogni comprensione.
Isa capisce finalmente che rifugiarsi dall'amante di un tempo è solo nascondere a se stesso il fuoco che lo arde da dentro.
La messa in scena di Nuri Bilge Ceylan è algida,  geometrica,  ostenta una distanza dalla materia narrativa che forse è solo un artificio: non credo che sia un caso che Nuri Bilge Ceylan reciti nella parte di Isa e sua moglie Ebru nella parte di Bahar, occhi che illuminano il mondo e  splendida interprete di stati d'animo contrastanti. 
Il piacere e l'amore racconta forse la fine di una storia.
Ma si sa che quando si ha a che fare con i sentimenti la razionalità deve essere necessariamente messa da parte e anche un amore che sta finendo (o è già finito) senza enfasi come quello di Isa e Bahar   potrebbe riaccendersi da un momento all'altro.
Come non sappiamo nulla del pregresso del loro amore, possiamo solo immaginare come proseguirà.
Se proseguirà.

( VOTO : 8 / 10 )  Climates (2006) on IMDb

Aguasaltas.com ( 2007 )


Se Gesu' fosse vivo anche lui avrebbe un sito internet.
Azzardato? 
Forse. Ma è un dato di fatto che oggi circola più il sito internet che il numero di telefono.
E l'omonimia di un sito nel web è lo spunto(esilino) da cui parte questo film. 
Il sito di un piccolo villaggio di frontiera nel nord del Portogallo ha lo stesso nome di quello di una multiazionale delle acque la quale dal canto suo minaccia il paesino di 40 anime di intentargli causa da 500 mila euro se non cambiano il nome del sito.
Mobilitazione di massa ( si fa per dire) nel paese ma il web riuscirà a creare il caso nazionale.
Commediola garbata, tiepida, ambientata in una location da sogno ( che svela la sua bellezza interamente sia sui titoli di testa che di coda), Aguasaltas.com è un film del 2007 che chissà per quali alchimie distributive è uscito da noi in piena bagarre natalizia nel 2011.
E dire che è passato inosservato è un gentile eufemismo.
Nonostante l'ambientazione latina e la gestualità tipica il film dell'esperto Luis Galvao Teles ha tutto l'aspetto di quelle commedie inglesi che da noi raccolgono sempre un discreto successo, tipo Svegliati Ned, Calendar Girls o L'erba di Grace per non parlare del recente (bruttino)  Holy Water.
Villaggio chiuso con tipizzazione schematica dei personaggi: c'è il sindaco barista e il prete che sembrano una riedizione dei nostranissimi Don Camillo e Peppone ( ma il ruolo è ribaltato,il prete ha idee molto più progressiste del sindaco), c'è la vecchia coppia che si divide sulla questione, c'è il giovane di belle speranze diviso tra il lavoro, la carriera , l'impegno civile e l'amore, c'è addirittura lo scemo del villaggio che poi tanto scemo non è e fornisce una soluzione per tutto.
Aguasaltas.com è filmetto -etto -etto scorrevole e simpatico, di quelli che ogni tanto hai bisogno di vedere per evadere e per mettere il cervello in pausa.
Anche perchè se visto come allarme contro la globalizzazione arriva decisamente fuori tempo massimo.
Al massimo si può vedere come un inno alla genuinità dei sentimenti e dei rapporti tra le persone.
Cose precluse dall'interposizione di uno schermo e di una tastiera nel mondo virtuale di internet.
Piccolo esponente di anacronismo militante.

( VOTO : 6,5 / 10 )  Dot.com (2007) on IMDb

Fuga dal call center ( 2008 )


Fuga dal call center dimostra che in Italia sappiamo fare anche horror.
Come, non è horror? 
Eppure c'è qualcosa di più inquietante di laurearsi a pieni voti, appendere subito al chiodo il foglio di carta appena guadagnato a prezzo di duri sacrifici ( fisici, mentali ed economici), fare doppi e tripli lavori per cercare di mangiare, non poter avere una prospettiva futura di coppia (un figlio,chi era costui?) e lavorare in una specie di girone infernale dantesco tra telefonate surreali e capi reparto che sembrano appena usciti dal più vicino manicomio criminale?
Inutile rispondere.
Tutta la vita davanti di Virzì aveva già gettato una luce inquietante sul mondo dei call center, ora il film del giovane Federico Rizzo conferma la mostruosità che corre sul filo del telefono.
Fuga dal call center è sia film che documentario perchè alterna la parte di fiction (che racconta la storia di una coppia come tante a cui è precluso praticamente tutto) a interviste a veri operatori di call center, menti brillanti con lauree appese alle pareti ad ammuffire e prendere polvere, menti ormai avviluppate nell'alienazione da call center in cui sei solo una voce  senza volto che deve saper solo vendere un prodotto.
Film sulla precarietà lavorativa che si trasforma in precarietà anche sentimentale, illuminato dalle fredde luci della fotografia tagliente di Luca Bigazzi, girato con un pugno di euro(400 mila), l'opera prima al cinema di Federico Rizzo(dopo una lunga gavetta di fiction girata in digitale) recupera una vena grottesca presente oltre che nel succitato film di Virzì anche in un piccolo film come  Cresceranno i carciofi a Mimongo (a sua volta debitore del fulminante Clerks di Kevin Smith) anche quello a suo modo ritratto fedele della precarietà lavorativa dei giovani d'oggi.
Solamente che quello era totalmente fiction, qui c'è di mezzo la realtà scarnificata attraverso interviste in bianco e nero di giovani o ex giovani che sembrano aver perso la voglia di progredire.
Insomma si ride a denti strettissimi ma giusto per non piangere. 
E se non è horror questo....


( VOTO : 7 / 10 )  Fuga dal call center (2008) on IMDb

La talpa ( 2011 )


Probabilmente questa è la Guerra più Fredda mai vista al cinema.
E non si combatte con le armi.O meglio non solo. Occorre accantonare tutto il glamourama bondiano e quelle missioni oltre l'impossibile che ne hanno caratterizzato il cinema.
Siamo più dalle parti di Ipcress solo che mentre Caine occhialuto aveva ancora un suo certo fascino pur dimostrando di essere molto a più agio negli uffici polverosi invasi da pile di scartoffie, qui Oldman,  il suo equivalente, svuota il suo personaggio di ogni parvenza di fascino e di umanità.
L'ha persa a causa del suo lavoro e con lei ha perso il suo unico punto debole. Come raramente accaduto in carriera Oldman agisce per sottrazione sul suo personaggio consegnando al cinema una maschera amorfa e invecchiata , nascosta dietro lenti enormi, visivamente il ritratto della mediocrità che stavolta fa rima con anonimato.
Smiley deve essere anonimo per agire, si muove con sicurezza negli ambienti più grigi di lui che frequenta. Ed è sempre al lavoro per cercare di dipanare la matassa aggrovigliata che gli è stata consegnata in pacco dono.
Chi è la talpa?
Importa così tanto sapere chi è quell'animale che lavora sotto terra e che fa il doppio (o triplo) gioco?
Sarà un paradosso ma la risposta è no.
Per Alfredson è molto più importante il percorso che il punto d'arrivo.
Sapere chi è l'agente al soldo dei russi non conta più di tanto. Quello che interessa al regista è il ritratto umano di agenti spesso sgualciti dalla vita, gente che è in attesa da sempre di qualcosa che forse non arriverà mai, servitori dello Stato a cui non verrà mai tributato alcun onore.

In fondo sono tutti un po' talpe, abituati a lavorare sottotraccia cercando di riparare gli errori commessi da altri e cercando sempre una soluzione di compromesso che non alteri i precari equilibri che regolano i rapporti tra i vari Paesi.
E' la Guerra Fredda , bellezza, quella che si combatte nelle stanze con pareti annerite dal fumo delle sigarette a colpi di codici segreti , una mefistofelica partita a scacchi in cui le pedine si uccidono tra di loro.
Aiutato da un cast sontuoso, Alfredson si muove abilmente tra finestre sul cortile e parole usate come corpi contundenti per compensare la mancanza d'azione, vera scelta rivoluzionaria del film in tempi di effetti speciali e di supereroi da operetta.
Fantastico il lavoro del direttore della fotografia Hoyte Van Hoytema  che desatura i colori ammantando sia interni che esterni di tonalità livide, minacciose, funeree (anche il raro sangue che viene sparso ha un colore più grigiastro che rosso rutilante).
Uno sfondo ideale su cui si inserisce la narrazione di una spy story old style che richiede un surplus di attenzione in più da parte dello spettatore che rischia facilmente di perdersi nel labirinto di intrighi narrati nel film.
Scelta azzardata quella di Alfredson ma a mio parere vincente, La Talpa è film da assaporare lentamente e voluttuosamente, è l'apologia della spia da salotto, abituata alla burocrazia e alle chiacchiere più che all'azione.
La Talpa è il kolossal europeo che non ha nulla da invidiare a Hollywood.
Anzi forse è il contrario.

( VOTO : 7,5 / 10 )  Tinker Tailor Soldier Spy (2011) on IMDb

Chocolate ( 2008 )


Anche se non sono un fan dei film di arti marziali sono sempre stato sinceramente ammirato dalle coreografie dei vari combattimenti ( soprattutto ho sempre cercato di capire, rubando con gli occhi, come diavolo facessero a realizzarli) e dalle capacità atletiche dei vari attori impegnati.
A sdoganare questo genere nei miei gusti ci ha pensato Jackie Chan con il suo kung fu (spesso) comico, ad alto livello acrobatico, rigorosamente senza controfigure.
Vedendo questo Chocolate poi si pensa anche a chi ha originato tutto questo soprattutto per il palato occidentale.
Parlo di Bruce Lee che aleggia su questo film in modo corposo.
La protagonista (JeeJa Yanin ) ricorda infatti più Bruce Lee che Tony Jaa ( che con il regista Prachya Pinkaew e l'esperto di coreografia di arti marziali Paa Rittikrai ha creato il fenomeno Ong Bak e The Protector) perchè piccola scattante e soprattutto perchè accompagna le sue mosse con quegli urli che hanno contraddistinto il cinema del compianto Bruce Lee.
Chocolate ha un canovaccio esile (la giovane fa un tour tra i debitori della madre ricoverata in ospedale in quanto necessita di cure costose) su cui adagiare i combattimenti in serie della giovane Zen , con problemi di ritardo mentale eppure capace di sbaragliare da sola decine di antagonisti.

Il film procede esattamente come un videogioco in cui i quadri successivi diventano sempre più difficili e termina con un combattimento ad alto tasso di spettacolarità che si tiene sulla facciata di un palazzo rendendo ancora più vicino il concetto di cinema a quello di videogame.
Però bello visivamente.
Tanto per ritornare a Jackie Chan alla fine del film sono montati i ciak sbagliati e quelli contraddistinti da "incidenti" per troppo realismo.
E di feriti pare che ce ne siano stati diversi.
Chocolate è un curioso film di genere, degno di una visione ma sicuramente non imprescindibile.

(VOTO : 6,5 / 10 )  Chocolate (2008) on IMDb

Una separazione ( 2011 )


Una separazione non è il film iraniano che ti aspetti.
Non c'è una fotografia volutamente povera, non c'è un largo uso di attori non professionisti per rinsaldare ancor di più, se possibile, il legame stretto, soffocante che il cinema in quella terra ha con la realtà, non c'è quel cercare a tutti i costi la poesia nei piccoli gesti quotidiani, meglio se catturati nella loro spontaneità come se non ci fosse una telecamera a riprenderli.
Una separazione è film di raffinata confezione, ben fotografato e recitato ancora meglio ( peccato per il doppiaggio non sempre all'altezza), un je accuse ben mascherato su quello che è l'Iran oggi.
Un Paese cristallizzato nelle proprie insicurezze, impastoiato in un regime castrante ( mai mostrato) che ti fa chiedere se è meglio per un giovane crescere lì o altrove, facendosi una nuova vita.  
La bravura del regista sta nel muoversi nelle pieghe del discorso sociale senza incorrere in indiscreti sguardi dall'"alto", quegli stessi sguardi che hanno ridotto al silenzio Jafar Panahi relegandolo in una patria galera per 6 anni e con il divieto assoluto di fare film per 20 anni.
Un silenzio che equivale  alla pena di morte per un regista cinematografico.
Il film di Farhadi racconta apparentemente una piccola storia di una coppia che sta andando in frantumi per le diverse aspirazioni.
Lei, Simin, vuol rifarsi una vita all'estero con il sogno neanche tanto sottinteso di donare libertà alla figlia.
Il marito, Nader, invece ben a suo agio nella società maschilista che lo circonda naturalmente non vuole.
A  questa si intreccia la storia di un'altra coppia.
Lei , incinta fa la badante presso il padre di Nader e per un banale incidente perde il bambino che porta in grembo.
E cita in giudizio il suo datore di lavoro.
Una separazione mette impietosamente davanti all'occhio della telecamera le crepe che si stanno aprendo nella fragile società iraniana. E ci mostra una nazione nel guado, prigioniera di diktat religiosi anacronistici eppure spinta verso una modernità di tipo occidentale. 

L'Iran è un Paese giovane ma non per i giovani che sono la maggioranza della popolazione eppure costretti a trovare sempre nuove forme di ribellione civile( ben raccontate ne I gatti persiani, ultimo bel film di Ghobadi).
Se da una parte ci fa quasi sorridere la telefonata che fa la badante a una specie di pronto soccorso religioso per sapere se può vedere nudo un uomo di circa 80 anni e non nel pieno delle proprie facoltà mentali, dall'altra parte vediamo donne molto attive ed emancipate, guidano l'automobile(cosa per esempio proibita in Arabia Saudita che dal punto di vista politico è molto più occidentalizzata dell'Iran) e hanno comunque  voce in capitolo.
Simin richiede la separazione proprio perchè non si vuole sottomettere al volere del marito.
E  la loro relazione sull'orlo del baratro è sempre portata avanti con una civiltà che non ti aspetti in una società islamizzata come quella iraniana.
Una separazione è un film che coinvolge lo spettatore ponendolo di fronte alle ragioni di ognuno dei personaggi in campo, facendo vedere il tutto dalla loro prospettiva. 
In questo senso si spiega il massiccio uso della macchina a mano, o anche l'utilizzo insistito del pianosequenza sfuggendo anche all'alternanza , più conforme al gusto occidentale, tra campo e controcampo.   
Nel finale magicamente la cinepresa ritorna a privilegiare una prospettiva neutra ponendo lo spettatore di fronte a molte possibili soluzioni.
Nel film di Farhadi tutti hanno mentito o hanno qualcosa da nascondere, gli uomini hanno sempre la tentazione di prevaricare e di sfruttare a loro vantaggio il millenario maschilismo a cui sono stati educati.
Chi più chi meno. 
Il personaggio di Nader in questo senso è perlomeno abbastanza misurato.
Anche l'apparato burocratico che sostiene la giustizia fa una ben magra figura: la legge ciecamente e pervicacemente persegue un'arido concetto di giusto e sbagliato, oltre le considerazioni che fanno le parti in causa.
Una separazione è la testimonianza della modernità del cinema iraniano e del suo tentativo di far sentire sempre più forte la propria voce a dispetto di ogni forma di censura.
Perchè la censura è sempre sbagliata.

P.S. Una vittoria come Oscar per il miglior film straniero che piace. Ma dalla concorrenza era stato escluso il film migliore: Once upon a time in Anatolia di Nuri Bilge Ceylan.

( VOTO : 8 / 10 ) 

A Separation (2011) on IMDb

The Artist ( 2011 )


The Artist è un film parecchio accattivante che usa il suo anacronismo dichiarato come maglio per perforare il cuore dello spettatore con l'effetto nostalgia.
E questo è ,paradossalmente,  anche il suo problema principale: una volta svanito l'effetto nostalgia, una volta che il cuore si è stiepidito e il sorriso svanito di The Artist rimane ben poco a parte la sensazione che George Valentine, il protagonista sia una Norma Desmond che non si rassegna a imboccare il suo viale del tramonto(mi si perdoni l'accostamento irriguardoso). 
Basta fare un film muto, pianificarlo in maniera scrupolosa, dargli un'aria filologicamente perfetta e rispettosa (o quasi) dell'epoca che narra, fargli raccontare in forma di commedia la storia un divo del muto ( un incrocio tra Clark Gable, Douglas Fairbanks e Rodolfo Valentino) che non si rassegna all'avvento del sonoro, per ottenere un capolavoro? 
Evidentemente per molti è bastato: un buon successo di pubblico ( sicuramente non è un blockbuster ma non credo fossero le intenzioni dell'autore), una risonanza internazionale che varrà a Hazanavicius e a Dujardin maggior forza contrattuale nei futuri progetti, addirittura 10 candidature all'Oscar. 
Troppa grazia per un'opera furba e che ha tutta l'apparenza di essere calcolatissima.
Effettivamente il passaggio dal muto al sonoro ha distrutto molte carriere artistiche e ne ha create molte altre. 
Per quanto mi riguarda il vero film che narra dell'artista del muto che non si vuole rassegnare al sonoro è Tempi Moderni in cui Charlie Chaplin metteva tutto se stesso e faceva filtrare la sua perplessità mista quasi a rassegnazione per l'utilizzo del nuovo artificio tecnico.
Magari si potrebbe citare anche Tati altro superbo regista e interprete di film praticamente muti in epoca di sonoro (di fondamentale importanza nei suoi film ma non per pronunciare parole). 
Se The Artist è considerato un capolavoro a cinque stelle allora siamo costretti a rivalutare gran parte del cinema muto che conosciamo.

Ciò non toglie che sia opera anche simpatica che strappa qualche sorriso e che ha un paio di sequenze da ricordare: la scena in cui Peppy Miller, il nuovo che avanza nel mondo del sonoro, si autoabbraccia nella giacca cimelio del suo amato George Valentine e il tip tap finale, un memento di Ginger Rogers e Fred Astaire(altro accostamento che spero mi sia perdonato) , veramente trascinante.
The Artist è pellicola di raffinatissima confezione in cui la cornice vale più del quadro in essa contenuto come è solito affermare Morandini, un divertissment canagliesco che si avvale di un ottimo cast (tra cui una rediviva Penelope Ann Miller,  John Goodman e il vecchio ma sempre valido John Cromwell nella parte dell'autista factotum di George, personaggio che ricorda da vicinissimo quello di Eric Von Stronheim in Viale del tramonto ) e di una scrittura semplice quanto immediata capace con pochi tratti di rievocare un'epoca. 
Un'operazione nostalgia diversa rispetto al  Silent Movie di Mel Brooks che non nascondeva i suoi intenti parodistici.
Da citare anche la bravura del Jack Russell terrier compagno inseparabile di George Valentine.
Un ottimo cane attore infinitamente migliore di tanti attori cani che infestano gli schermi. 

P.S. Ecco il vincitore della notte degli Oscar del 2012: il finto tentativo dell'Academy di premiare qualcosa di nuovo nell'era digitale:un film in bianco e nero e per giunta muto. Forse faceva tendenza votare questo nuovo film mascherato da vecchio.

( VOTO : 6 / 10 ) 


The Artist (2011) on IMDb

domenica 26 febbraio 2012

Focaccia Blues ( 2009 )


L'apologia della focaccia d'Altamura.
E se non l'avete mai mangiata non potete capire come un mostruoso esponente del capitalismo d'assalto come McDonald ha dovuto capitolare assieme al proprio totem da 18 metri letteralmente polverizzato da una piccola attività artigianale locale a suon di focacce e specialità gastronomiche locali.
Cerasola sceglie la forma della docufiction per raccontare la storia di questo novello Davide che colpisce e atterra Golia e si serve di alcune comparsate celebri:Michele Placido che fa il proiezionista e rilascia pillole di saggezza , Arbore e Banfi(la cosa più bella del film sono le loro parannanze da cucina ) che si esibiscono in un succoso derby Bari -Foggia a suon di piatti tipici ma soprattutto di battutacce.
Per il resto i personaggi sono presi dalla realtà e ci regalano tutto il loro colore, la simpatia e il calore umano.
E Cirasola dal canto suo ci aggiunge anche qualche tocco di surreale.
La focaccia di Altamura è poesia lievitata a cui si aggiungono pomodorini e spezie, è qualcosa che si pone a un livello di divinità a cui nessun panino gommoso di McDonald arriverà mai.
Improponibile confrontarli e se il caso di Altamura è stato riportato con grande eco su molti giornali stranieri ed italiani, è perchè chi ha scritto gli articoli non conosce bene la maestria dei panificatori di Altamura.
Impagabili le lunghe gite per i campi assolati,le facce, le interviste e il dialetto che viene parlato dagli interpreti,veri attori per caso che sembrano divertirsi un mondo a stare per una volta sotto i riflettori davanti alle luci della telecamera.
Focaccia Blues ha un unico difetto:non ti fa sentire odori e sapori.
Altrimenti sarebbe stato perfetto.

( VOTO : 6,5 / 10 ) Focaccia blues (2009) on IMDb