I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.

giovedì 8 gennaio 2015

Starry Eyes ( 2014 )

Sarah è la cameriera di un fast food che vive a Los Angeles , troppo vicina a Hollywood per non sognare di far parte di quel mondo dorato.Ma la sua carriera fino ad ora si è scontrata costantemente con un muro di insuccessi.
Finché le arriva la proposta di fare un provino per una misteriosa produzione horror di un altrettanto misteriosa casa cinematografica: il progetto si intitola The Silver Scream.
Al provino decisivo le viene chiesto fino a che punto si possa spingere pur di avere la parte e lei scappa impaurita.
Ma si pente. Lei è davvero disposta a tutto pur di avere quella parte e lo fa capire al proprietario della casa cinematografica in un secondo, bollente , provino.
Da lì in poi è un rapido scivolare nell'abisso: Sarah comincia a marcire, letteralmente , giorno dopo giorno diventando un mostro disgustoso e soprattutto uccidendo che tenta di frapporsi tra lei e il successo...
A occhio, a leggere le loro carriere, Kevin Kolsch e Dennis Widmyer, anche sceneggiatori di questo film ( il secondo lungometraggio in mezzo a qualche corto) , la storia di Sarah è qualcosa che conoscono molto bene, visto che si muovono da anni nel sottobosco hollywoodiano alla ricerca di un posto al sole senza mai averlo realmente trovato.
E chissà che questo Starry Eyes finalmente gli faccia trovare quell'esposizione di cui hanno bisogno.
Anche perché è un film che non lascia indifferenti.
Un po' un ritorno alle radici politiche e sociali dell'horror, un metaforone ingombrante servito magari in maniera un po' sbrigativa , ma che riesce a essere sgradevole proprio per la sua trasparenza adamantina.
Sarah è un personaggio a cui è impossibile accostare il vocabolo empatia.
E' una stronza ma di quelle megagalattiche, una che se la tira in maniera pazzesca ma che è costretta ad agitare il suo bel culetto davanti alla plebe che affolla il fast food dove lavora.
E lo fa schifando le altre che lo fanno come lei,  riservando per sé un'elevata dose di indulgenza.
Tanto è una soluzione temporanea, tra poco saluterà e se ne andrà sfanculando le colleghe e il datore di lavoro, ostinato come un mulo a ripetere che il suo fast food è come una famiglia.
Lei non si sente di quel mondo, lei si sente già una stella anche dopo migliaia di porte sbattute in faccia.
Perché non è mai voluta scendere a compromessi, quelli che Hollywood richiede.
Fino a che decide di accettare: di svendersi, di svendere il suo corpo pur di avere una parte in una fantomatica produzione cinematografica horror.
Peccato che lo faccia con quelli sbagliati, con gente abbigliata con strani pentacoli e simboli satanici a go go.
Sarah ha commesso l'errore capitale , quello definitivo.
Si è venduta al Gran Cornuto in persona.
E il suo corpo , così bello e provocante comincia a marcire.
Da qui comincia un altro film: se fino ad ora abbiamo navigato in terreni che vanno dal classico polanskiano Rosemary's baby fino al più moderno The Society di Yuzna, un film tanto seminale quanto incompreso all'epoca, poi si procede per la strada più ovvia dell'accelerazione gore della pellicola.
Perché Sarah comincia a uccidere tutti coloro che le stanno attorno, quegli alfieri della mediocrità con cui ha sempre condiviso spazi e aria da respirare e più il suo corpo marcisce, più lei diventa efferata e brutale.
Scivola nell'abisso e con lei collassa tutto il mondo che le sta attorno, una congrega di amici e fancazzisti cosmici che hanno sprecato tempo aspettando l'occasione del successo fino a che il tempo ha sprecato loro facendoli avvizzire e  lasciandoli in un limbo di lavori sottopagati e convivenze forzate in una Los Angeles spettrale e notturna, assai poco rassicurante.
Ed è qui che Sarah fa pulizia, rimuove tutti quelli che potrebbero ostacolarla in un delirio di sangue , armi bianche e carneficine varie.
Kolsch e Widmyer non usano certo il fioretto per descrivere tutto questo : il loro non è un film scritto e diretto in punta di penna ma è una sciabolata, un fendente alla carotide , a tagliare là dove sanguina di più,
Il loro racconto ha dinamiche già viste, tipo il body horror cronenberghiano, Sarah è una specie di Brundle- mosca che ha i minuti contati, non è affatto fine neanche il sottotesto politico che ti servono nascosto malamente da una metafora che tanto metafora non è ( forse perché a Hollywood molti sono costretti a fare carriera svendendosi, o forse in ogni campo per arrivare al successo è necessario scendere a compromessi , ma di quelli dolorosi), si deborda nella didascalia vera e propria ma Starry Eyes è un film  che si fa perdonare questi difetti e queste semplificazioni in virtù di un' architettura visiva particolare, tetra ed asfissiante che ingloba anche una città solare come quella degli angeli ( angeli , ma siamo sicuri?) e che ricorre all'uso di facce fisiognomicamente molto particolari anche senza andare a scomodare teorie lombrosiane.
I componenti della  setta , così come il proprietario della casa cinematografica o i due addetti al casting, hanno facce che non si dimenticano tanto facilmente per quanto incisive, quasi sovraccariche, forse didascaliche anche loro nel sottolineare ulteriormente il loro ruolo.
Se ne accorgono tutti nel film, ce ne accorgiamo noi.
L'unica che non se ne accorge è Sarah.
Mal per lei.
E già che ci siete leggete anche la recensione di Lucia, come al solito ne vale la pena.
Così come vale la pena spendere 90 minuti o già di lì per vedere questo film.

PERCHE' SI : intelaiatura visiva particolare, ottima protagonista (Alex Essoe), recupero delle radici politiche dell'horror, uso di effetti speciali artigianali e non computer grafica, personaggi secondari fisiognomicamente impressionanti
PERCHE' NO : qua e là emerge la totale economia con cui è stato realizzato il progetto, la metafora politica è nascosta malamente e forse un po' troppo intellegibile, qualche eccesso di didascalismo.

( VOTO : 7 / 10 )

 Starry Eyes (2014) on IMDb

mercoledì 7 gennaio 2015

Seria(l)mente : The Fall ( Stagione 1, 2013 )

Provenienza : UK
Produzione e distribuzione :Artists Studio, BBC Northern Ireland
Episodi : 5 da 60 minuti cadauno

Stella Gibson sovrintendente della Metropolitan Police viene chiamata a collaborare con la polizia di Belfast sui casi di giovani donne in carriera uccise in casa da un killer misterioso.Lei è la prima a mettere in relazione gli omicidi tra di loro.
Dall'altra parte c'è Phil Spector, consulente psicologico, una specie di assistente sociale, con una vita apparentemente normale nella sua famiglia da felicemente sposato e con due bimbi piccoli.
Eppure è lui il serial killer, viene mostrato fin dalla prima puntata.
La serie descrive da una parte le indagini della polizia in un ambiente incandescente come quello nordirlandese e dall'altra il serial killer nell'atto dei suoi rituali che conducono agli omicidi.
E la lotta tra Stella e Phil ha l'aria di essere molto lunga.
The Fall , serie creata dal veterano Allan Cubitt è il classico prodotto BBC dalla confezione inappuntabile che si confronta sullo stesso terreno con la serialità di stampo statunitense mettendo subito in chiaro le differenze: poco incline a spettacolarizzare la materia, un passo lungo che contrasta con chi vuol far sempre succedere tutto e subito, un confronto più cerebrale che fisico tra i due protagonisti che vengono a contatto( parola da intendere nel senso più lato possibile) solo nell'ultima puntata.
Ho sempre pensato a Gillian Anderson, qui nei panni di Stella Gibson, come di un'icona erotica repressa da anni e anni di cappottoni e vestiti castigati in X Files e qui finalmente mi prendo la mia rivincita.
Gillian è bella come non mai, quasi ansiosa di mettere in mostra le sue forme, sprizza erotismo da tutti i pori con le sue camicette aperte ad altezza seno e le sue gonne corte per non farla apparire ancora più piccolina di quello che è, un concentrato di sensualità a stento trattenuta .
E soprattutto non è un gregario ma un personaggio che domina, in tutti i sensi, anche quello sessuale, potendosi permettere di giocare con gli uomini a suo piacimento facendoli entrare e uscire dal proprio letto al solo schioccare delle dita.
Dall'altra parte della barricata c'è Jamie Dornan nella parte di Phil Spector, che è già in rampa di lancio per il grosso pubblico visto   che è il   protagonista dell'attesissimo ( ma da chi) Cinquanta sfumature di grigio, nella parte di un serial killer metodico da una vita che più doppia non si può.
Lavoro socialmente utile, famiglia normalissima che appare come l'emblema della felicità ( anche se c'è una questione aperta con il suo rapporto con una giovane e procace babysitter) ma in realtà c'è un tarlo nascosto nella sua infanzia repressa da anni e anni di orfanotrofio che lo corrode costantemente da dentro e gli fa passare intere nottate fuori casa a studiare le case e i movimenti delle future vittime.
Un serial killer dai metodi matematici che si infiltra nel quotidiano altrui, fruga in casa tra le cose, viola l'intimità della casa e sembra invulnerabile quando ha il tempo di pianificare tutto ma che in realtà mostra tutti i segni della sua instabilità mentale e della sua debolezza.
Un bel personaggio con cui Allan Cubitt tenta una strada pericolosa: l'empatizzazione da parte del pubblico.
Perché è innegabile che il personaggio di Spector ha il suo fascino e riesce elegantemente nel renderlo una mescolanza di attrazione e repulsione, forza e debolezza.
Anzi il confronto che intraprende con Stella Gibson gli fa perdere progressivamente sicurezza, lei da dominatrice gioca al gatto col topo con lui che comincia a commettere errori, ma di quelli madornali.
In fondo Stella e Phil sono due facce della stessa medaglia, due personaggi in chiaroscuro che sono mostrati da varie prospettive, soprattutto nei contrasti che li animano.
Sullo sfondo si agita la politica, la situazione nordirlandese sempre in bilico e questa è forse la parte meno riuscita del serial anche perché è quella che si muove sul crinale più impervio, quello del disegno di una polizia che sembra più interessata alle lotte intestine che la percorrono  che non a risolvere i crimini per i quali è pagata.
Difficile empatizzare i poliziotti in questa serie, difficile empatizzare il personaggio di Stella Gibson, fredda , distante e manipolatrice dall'alto della sua posizione nella scala gerarchica.
Si arriva invece ad empatizzare Phil , il killer, uno che però è capace di torturare per un'intera nottata le sue vittime,uno che perversamente vuole assaporare la voluttà di vederle morire guardandole negli occhi e poi le tratta come bambole, lavandole , rivestendole con la massima calma ( il segno della sua forza) e portandosi a casa vari souvenir.( la sua debolezza).
Ecco The Fall è l'abisso che guarda dentro di noi perché ci sentiamo molto più Paul che Stella.
E proviamo  un certo ribrezzo e forse anche un po' di vergogna per questo.
Per tutte e cinque le sue puntate vive di questo equilibrio assai precario e purtroppo, finisce proprio sul più bello, quando i due protagonisti sono talmente vicini che arrivano quasi a sfiorarsi.
Meno male che è già stata trasmessa  la seconda stagione.

PERCHE' SI :  solita inappuntabile confezione BBC, due protagonisti assai convincenti, un thriller psicologico che tocca le corde emotive giuste senza cercare soluzioni banali, disturbante quando ci si scopre ad empatizzare il personaggio del serial killer.
PERCHE' NO : il colpevole è subito sotto i riflettori e a qualcuno potrebbe non piacere, la lotta per il potere dentro la polizia è poco interessante, passo un po' lungo.

( VOTO : 7 + / 10 ) 

martedì 6 gennaio 2015

Interstellar ( 2014 )

La Terra sta languendo in attesa dell'esaurimento delle risorse alimentari, ormai solo il mais resiste all'inquinamento globale e alle tempeste di sabbia che percorrono il pianeta.
Cooper, astronauta che non ha mai visto lo spazio, ora riconvertitosi ad agricoltore dopo aver trovato un drone di sorveglianza indiano precipitato vicino i suoi campi, scopre che la NASA è ancora attiva in gran segreto, che hanno fatto missioni per cercare di capire come evacuare il pianeta e che non sono andate tanto bene.
E scopre che ne stanno organizzando un'altra sfruttando un buco spaziotemporale vicino Saturno.
Cooper deve partire nonostante la disperazione dei figli. Vuole partire.
E' l'unico modo per avere la speranza di un futuro per i suoi figli.
Ed è solo l'inizio di un'avventura nello spazio e nel tempo...
Interstellar si, Interstellar no, Interstellar forse...
Da buon ultimo, o penultimo, dai ci sarà ancora qualcuno che non ha parlato di questo film , arrivo a scrivere le mie quattro parole in croce sul capolavoro annunciato di Christopher Nolan per cui sono stati scomodati paragoni illustri, vedi 2001 Odissea nello Spazio evocato sciamanicamente ogni 3 X 2 ( o forse dovrei dire  2 X 3 ) quasi in ogni recensione.
Ecco, su , fate i bravi.
Kubrick lasciatelo lì, nel suo pianeta a parte, un pianeta su cui nessuno è riuscito ancora ad arrivare.
Neanche Nolan.
E credo che un paragone così illustre sia una sorta di pietra tombale sul film di Nolan, vada solo a suo detrimento perché non dimentichiamo che Kubrick era un uomo in missione contro gli studios hollywoodiani e non, orgogliosamente diverso nel suo modo di fare cinema al punto tale da essere visto come la Morte Nera da produttori e distributori, Nolan è un regista di talento, ma è essenzialmente un uomo degli studios, da loro cooptato a cui , per via degli incassi sempre all'altezza, hanno deciso di dare un po' di corda, concedendogli i giocattoli da lui preferiti per la sua idea di cinema, alternando cinema alimentare che magari non rientra neanche tanto nelle sue corde emotive, a qualcosa di più personale.
Per come vedo io la sua carriera,  il cinema di Nolan è come un cubo di Rubik, ogni volta il nostro si diverte a comporre e scomporre facciate di diverso colore ma si ritrovano tratti distintivi delle sue passioni in molte delle sue opere.
Ad esempio l'ossessione per le dimensioni parallele che lui risolve usando ed abusando il montaggio alternato, optando per un meccanismo di composizione e scomposizione della materia filmica più tipica di un ingegnere o meglio di un contabile abituato a far combaciare tutto e ai bilanci in pareggio, che di un vero appassionato sci fi.
Forse sta qui anche la sua furbizia:  in Memento c'erano due film che andavano in senso contrario, quello in bianco e nero e quello a colori,  in Inception si contavano ben cinque piani narrativi, se in The Prestige tutto il meccanismo era sublime illusionismo filmico in previsione del ribaltamento di prospettiva finale, inInterstellar ritornano in pratica i due film, uno ambientato sulla Terra e uno da qualche parte in mezzo allo spazio con i fratelli Nolan che da prestigiatori cercano di (tele)trasportare  l'attenzione dello spettatore dove vogliono loro per servirgli meglio l'illusione finale.
Come in The Prestige.
Ma anche come in Memento.
E pure come in Inception.
Ritorna quindi  la sua ossessione per la chiusura del cerchio perfetto pur infiltrandosi nel territorio, minato , per cui pericolosissimo se non lo percorri con la cura necessaria, dei paradossi temporali.
Qui purtroppo mi casca l'asino.
Perché mi fai ingoiare una specie di buco spazio temporale nei dintorni di Saturno in cui le astronavi passano come se stessero facendo una gita domenicale fuori porta, mi fai ingoiare pure due pianeti , uno totalmente ricoperto d'acqua e l'altro di ghiaccio senza uno straccio di Sole o di giustificazione minima sul perchè due posti di merda simili siano compatibili con la vita, mi fai ingoiare anche che la NASA è ormai una specie di setta di carbonari senza finanziamenti che però riesce a sparare in orbita di nascosto una dozzina di astronavi ( che si sa al mercatino dell'usato vengono via a poco, solo qualche
miliarduccio di dollari l'una) facendole partire dal parcheggio del loro ufficio sotterraneo, mi fai ingoiare anche la diversa velocità del tempo in questi due cantucci di universo e anche un'improbabile sfida all'ultimo sangue tra due astronauti ( Cooper e Mann, ma perché se avesse voluto non c'era spazio per lui per tornare? ) e poi te ne esci con un paradosso temporale for dummies giò visto e letto in passato svariate volte e che  solo nell'anno appena trascorso ho avuto modo di vedere ben due volte ?( leggasi Predestination, piccolo film australiano di cui abbiamo parlato qui, in cui la soluzione che adotta pavidamente Nolan è portata alle estreme conseguenze e nell'horror venezuelano del 2013, capisci Christopher, dal Venezuela, La casa del fin de los tiempos di cui abbiamo amabilmente chiacchierato qua ).
Capisco che il problema sono io, appassionato di genere e quindi ben lontano dallo spettatore medio che magari non si accorge di queste piccole magagne.
Magagne, sì magagne,  perché per uno che ha già visto cinema che si muove in codesti territori, la soluzione di Interstellar arriva con una buona oretta d'anticipo e nell'attesa ci si rigira i pollici.
Eh si , perché due ore e cinquanta nette sono lunghe da far passare una volta che a metà film o giù di lì hai in mano la soluzione di tutto l'ambaradan che è stato messo su dai fratelli Nolan.
Per poi arrivare alla spielbergata che ti colpisce fortissimo come un randello nodoso nelle gengive: il mondo sarà salvato dall'amore indistruttibile tra un padre e una figlia.
E qui non ci sto più dentro: insomma quasi tre ore per dirmi questo.
Bastava molto meno, bastava l'ora e venticinque del film terrestre mentre ci potevamo risparmiare il giretto per il Sistema Solare e quell'accenno di Gravity de no' antri che quasi mi faceva rigurgitare la cena.
No, caro Christopher, Gravity no. Non me lo puoi fare che mi è bastato e avanzato l'altro.
Ma non voglio ridurre Interstellar a una roba per ragionieri perché visivamente spara le sue belle frecce e il suo budget multimilionario.
Visivamente fa la sua porca figura e sotto questo profilo Nolan è una garanzia, regista degli studios che però in confronto agli altri diventa una specie di gigante in un mondo di nani.
Ma non dobbiamo andare a scomodare i giganti, quelli veri perché quello è un altro campionato a cui Nolan forse non arriverà mai.
E lo dico con tutta la mia ammirazione per lui e per il suo cinema da illusionista, un cinema che forse è ampiamente sopravvalutato più che altro per mancanza di concorrenza.
Perché a Nolan ci voglio bene e anche a Interstellar  non riesco a volerci male ma lo vedo come un'americanata di quelle un po' così, sul banalotto andante.. 
Perché comunque  pur con tutti i suoi limiti è un qualcosa che cerca di andare oltre la mediocrità che impera in molto cinema contemporaneo.
Perché Nolan riesce comunque a fare il cinema che vuole imponendo il monte di dollari che incassa ogni volta agli impiegatucci degli studios che lo spingono per fare qualcosa di ancor più commerciale ( e se durasse due ore o meno sarebbe ancora meglio).
Per come la vedo io Interstellar non è il capolavoro atteso da tutti e salutato da schiere di recensori entusiasti, anzi lo vedo abbastanza nelle retrovie nella mia classifica personale del cinema di Nolan.
Vuole darsi un tono che crolla  però sotto la messe di banalità scientifiche di cui è infarcito e che dietro quei paroloni spesi sulla vita e sull'amore, dietro a quegli spiegoni lunghissimi per dare una minima plausibilità al tutto ( sia dal punto di vista della scienza che della fantascienza e della semplice progressione drammaturgica) nasconde una certa qual debolezza.
Proprio quando Nolan vorrebbe spiccare il volo per arrivare lassù , come un novello Icaro si accorge che i raggi del sole bruciano. 
Cazzo se bruciano.
Si frigge a miliardi di gradi anche dentro a un buco nero e Matthew McConaughey lo attraversa in tuta spaziale nel viaggio di ritorno.
Ma qui torniamo alla contabilità del ragioniere...

PERCHE' SI : impalcatura visiva eccellente, effetti speciali all'altezza così' come tutti gli aspetti della confezione, copione ambizioso.
PERCHE' NO : banalità assortite scientifiche e non mascherate da discorsi sui massimi sistemi, in fondo sono due film in uno come succedeva in Memento, paradossi temporali for dummies, troppo lungo.

( VOTO : 6 / 10 ) 

Interstellar (2014) on IMDb

lunedì 5 gennaio 2015

I Origins ( 2014 )

Ian Grey, ricercatore, assieme alla sua assistente Karen e al suo collega Kenny sta portando avanti studi sull'occhio umano e ne fotografa in continuazione. Un giorno a una festa conosce Sofi, lei ha una specie di passamontagna che le copre il viso ma lui è stregato da quegli occhi.
Nel bel mezzo di un amplesso lei se ne va e lui resta con l'ossessione dei suoi occhi.
Ma un giorno per una serie incredibile di casualità ( in cui è implicato il numero 11) la scopre in un manifesto pubblicitario e finalmente la trova.
Proprio nel giorno del loro matrimonio Karen comunica a Ian di aver trovato una specie di vermi ciechi che però hanno il DNA per sviluppare la vista.
E' la svolta per le loro ricerche ma uno strano incidente con l'ascensore uccide Sofi.
Sette anni dopo Karen è incinta di Ian e lui ha pubblicato un libro.
Quando a loro figlio piccolo viene scansionato l'occhio si scopre che è uguale a quello di una persona morta prima del suo concepimento.
Per districare il mistero Ian sarà costretto ad andare in India...
I Origins è il nuovo film diretto , sceneggiato e montato da Mike Cahill dopo il successo avuto con il Another Earth, un esempio di fantascienza umanista, adulta, non schiava degli effetti speciali , che era stato molto gradito qui a bottega ( se interessasse potete leggere qui quello che scrissi a riguardo).
precedente
In un certo senso credo che la visione di Another Earth sia propedeutica a I Origins perché se è vero che trattano due tematiche apparentemente diverse , il nocciolo di tutto è poi sempre il tema del doppio, l'ossessione scientifica che si scontra con la casualità vera o indotta semplicemente da un disegno superiore.
In Another Earth c'era addirittura una Terra Due da metabolizzare assieme a tematiche molto più terrene come l'elaborazione di un lutto, in I Origins bisogna scoprire perché gli occhi di un bambino sono uguali a quelli di una persona deceduta ben prima del suo concepimento.
E comunque anche qui la presenza del lutto ha un importante peso specifico.
Il nuovo film di Mike Cahill mette in campo domande e speculazioni mica da poco un po' come succedeva nel suo film precedente ma stavolta si guarda bene dal fornire risposte.
Come un'entità estranea si limita a consegnare allo spettatore tutti gli elementi per formare il suo giudizio, per stabilire il ruolo della casualità, per credere più alla scienza o al fatalismo, per scegliere tra la religione e la materia.
Oppure se siamo tutti vittime di un disegno globale che ci ha assegnato già il nostro insignificante ruolo.
I Origins si muove tra la distopia ( immaginare una civiltà basata sulla scansione degli occhi) e un alone di cospirazionismo che aleggia nella seconda parte del film ( il personaggio di nero vestito che Ian incontra in India e che non sappiamo che ruolo abbia) in modo circospetto, oserei dire neutro, quasi esitasse a tirar fuori uno spiegone che difatti manca alla fine del film.
O meglio è tutto legato all'interpretazione.
E io adoro questo tipo di film, quei films in cui si parla a lungo dopo la fine dei titoli di coda per confrontare le rispettive, soggettive interpretazioni.
I Origins porta esattamente a questo.
Mike Cahill continua con la sua idea di fare sci fi: pochi effetti speciali, anzi praticamente zero, molta emozione messa in campo, un cast all'altezza  che vede un Michael Pitt assolutamente credibile nella parte del ricercatore geniale e un po' nerd allo stesso tempo, e una Brit Marling ( presente anche in Another Earth non solo come attrice ma anche come sceneggiatrice ) che regala un'interpretazione intensa e sfumata.
Si dice che gli occhi sono lo specchio dell'anima.
O forse arrivano ad essere delle vere e proprie impronte digitali.
E se fosse veramente così?
Brivido.
I Origins ha vinto il premio Alfred P. Sloan al Sundance Festival del 2014, assegnato tra i film che parlano di scienza e tecnologia, e ha vinto il premio come miglior film al Sitges sempre dell'anno appena passato.

PERCHE' SI : tematiche da far tremare le vene nei polsi, aspetto visivo veramente curato, interpretazioni intense e credibili
PERCHE' NO : il ritmo è lento ma funzionale al tipo di narrazione, astenersi fanatici dello spiegone finale, la seconda parte , quella in India, si perde un po' in rivoli accessori.

( VOTO :  7 + / 10 )

I Origins (2014) on IMDb

domenica 4 gennaio 2015

Seria(l)mente : Remember me ( 2014 )

Provenienza : UK
Produzione e distribuzione : BBC Drama Productions, Mammoth Screen
Episodi : 3 da 60 minuti cadauno

Tom Parfitt è un placido e solitario vecchietto, ottanta anni o giù di lì che vive da solo in una piccola cittadina vicina al mare nello Yorkshire, nel nord dell'Inghilterra. Arriva per lui il momento in cui , non potendo essere più autosufficiente e vivere da solo dopo essere caduto in casa, deve essere ricoverato in una casa di riposo.
Arrivato lì colpisce per i suoi modi gentili il personale che con lui scambia due chiacchiere ( come la giovane volontaria Hanna) e riscuote molto successo tra le colleghe d'ospizio.
Accade però qualcosa di inspiegabile: un'infermiera che era con lui in una stanza vola giù dalla finestra con tutti gli infissi morendo sul colpo e Tom pare che non abbia visto nulla.
Indaga il detective Fairholme che assieme ad Hanna ( una ragazza che ha una vita tutt'altro che felice) si convince mano mano che la spiegazione del tutto sia legata a qualcosa di soprannaturale e che Tom, il suo passato e la sua casa siano la chiave di tutto.
Anche perché la scia di morti sospette non accenna a fermarsi.
L'anno scorso ho detto che mi sarei dedicato maggiormente a produzioni provenienti dal piccolo schermo e da bravo alunno, nel suo piccolo anche discretamente compulsivo, mi applico con gioia al proposito.
Poi quando incappi in una miniserie come Remember me , come fai poi a non stare attento a tutto quello che passa per il piccolo schermo?
Remember me è una produzione BBC andata in onda a dicembre dell'anno appena trascorso e che ha riportato in un ruolo da protagonista in una produzione televisiva dopo oltre venti anni l'ex Monty Python Michael Palin.
Accanto a lui la brava Jodie Comer, giovane eppure già una piccola stella del firmamento televisivo inglese e il redivivo Mark Addy, uno che fa sempre piacere ritrovare assieme alla sua fisionomia bonaria e rassicurante.
A dirigere Ashley Pierce , una carriera spesa in televisione tra episodi di Poirot e Downtown Abbey e a scrivere Gwyneth Hughes.
Remember me è un racconto che dalle fosche tinte del thriller di brughiera scivola lentamente ma ben percettibilmente nel soprannaturale spostandosi in un territorio, quello della ghost story in cui gli inglesi sono maestri.
Territori già bazzicati qui sul blog con Marchlands ( di cui abbiamo parlato qui ) e con Lightfields ( di cui abbiamo chiacchierato qua ) di cui si riprendono le tecniche per creare suspense e spaventi.
Qui però abbiamo anche un consistente richiamo al Japan horror ( chi vedrà la miniserie se ne accorgerà) oltre ad una cura certosina per i richiami storici di cui la serie è piena.
Non si respira un'aria totalmente nuova perché certe dinamiche sono comuni a molte produzioni BBC incentrate sui fantasmi ( che nel periodo di Natale piovono a grappoli sulla televisione inglese, almeno a quanto si legge ) ma ci si immerge in un'atmosfera fuori dal tempo e dallo spazio, in un angolo incantato della terra d'Albione ,  ritornando indietro nella storia e restando come al solito affascinati dalla qualità formale del tutto che dona al prodotto quel quid in più che gli permette di essere ricordato.
Tra canzoni folk senza finale, matrimoni e amori mal condivisi, un presente fatto di incomprensioni familiari si dipana una storia di quelle che ti tengono incollati ai braccioli della poltrona in un crescendo di emozioni difficili da arginare.
Remember me è uno slow burning drama come lo chiamano gli inglesi, un dramma che brucia lentamente e che cresce col passare dei minuti impreziosito da una confezione come la solito inappuntabile e da un cast eccellente, inutile sottolineare ulteriormente le prove dei tre protagonisti .
Remember me è un ottimo modo per iniziare l'anno televisivo e per stare accoccolati davanti al camino mentre fuori nevica, lasciandosi cullare da una fiaba gotica e trasportare in una terra senza tempo, piena di misteri e di fascino.
Certo che la BBC fa veramente dei bei regali ai suoi spettatori...

PERCHE' SI : ottimo cast e ottima ambientazione, qualità di confezione eccellente, una storia che prende dal primo minuto
PERCHE' NO : solo tre puntate, all'inizio il ritmo è abbastanza compassato e qualcuno ne potrebbe risentire...

( VOTO : 8 / 10 )

Remember Me (2014) on IMDb

sabato 3 gennaio 2015

The Guest ( 2014 )

Un giorno David,  militare reduce dall'Afghanistan, bussa alla porta della famiglia Peterson che ha appena perso il figlio Caleb nel suddetto Paese asiatico.
David dice di essere stato amico fraterno di Caleb e di portare loro un messaggio da parte del congiunto.
Viene ospitato in casa per qualche giorno e ha modo di infiltrarsi in un modo o nell'altro un po' in tutte le beghe attorno alla famiglia: ha un chiarimento con i bulli che tormentano il giovane Brendan e si trova a essere il miglior amico di ogni membro della famiglia, un vero e proprio dispenser automatico di consigli.
Discutibili .
Intanto alcune strani morti accadono nella piccola comunità.
David ,che a una ricerca fatta dalla figlia dei Peterson risulta morto per i database militari, non tarda a mostrare le sue vere intenzioni.
Che la mattanza abbia inizio.
Proprio sul filo di lana del termine del 2014, ad opera di un regista, Adam Wingard , e del suo sceneggiatore di fiducia Simon Barrett, due che non ho mai pensato fossero baciati da particolare talento, arriva una delle più grosse sorprese dell'anno: The Guest.
L'ospite, bellissimo vocabolo italiano ambivalente che indica sia colui che ospita sia colui che viene ospitato.
Qui direi che Wingard intende riferirsi a colui che viene ospitato: un ex militare col fisico d'acciaio, gli occhi di ghiaccio e il cuore di panna per come aiuta tutti i membri della famiglia Peterson nel disbrigo dei loro problemi quotidiani.
E soprattutto una specie di deus ex machina che riempie di mazzate i bulli della scuola, fa fare carriera al capo famiglia, fa da guardia del corpo alla rampolla dei Peterson che ha qualche problema col ragazzo e intanto si procura un arsenale di armi automatiche che possono sempre tornare utili.
Una specie di angelo del focolare che diventa subito un angelo del male per come risolve i problemi in modo intimidatorio quando non violento, ma vuoi mettere la figata di avere una specie di fratello maggiore o di figlio maggiore che risolve velocemente tutte le cose a cui mette mano?
L'unica cosa è che rimescola drasticamente anche tutte le dinamiche familiari finché reggono il peso delle menzogne del caro amico David.
Un po' come succedeva in Teorema di Pasolini ma lì l'ispirazione era altra.
The Guest è un film abbastanza difficile da catalogare: ha uno spunto da action anni '80 e poi man mano si arricchisce di elementi sci fi per terminare in un finale ipercitazionista da slasher sempre degli anni '80 ( non è un caso se l'azione si svolge durante i preparativi della festa di Halloween e molti particolari rimandino al Carpenter di quegli anni, evitando però accuratamente qualsiasi sottotesto politico).
Action, thriller, sci fi, horror ,anche commedia , insomma una bella mescolanza di generi che Adam Wingard a sorpresa dimostra di padroneggiare bene con una regia vigorosa e volitiva , dallo stile vintage , perché credo che il suo intento fosse quello di dare una patina "vissuta " al suo film, ambientato per giunta in una di quelle piccole cittadine americane in cui il tempo sembra essersi fermato o comunque scorrere più lentamente che nel resto del mondo.
Ha dalla sua anche una scelta di casting clamorosamente azzeccata perché Dan Stevens è perfetto con il suo fisico non troppo pompato ma molto muscoloso, il suo sorriso accattivante e i suoi occhi taglienti come lame di ghiaccio.
E una volta tanto lo spettatore è in vantaggio rispetto ai personaggi del film perché al di qua dello schermo si vede subito che David non è quello stinco di santo che pretende di essere .
Qui sta la bravura di Wingard che proprio facendo leva sulla consapevolezza dello spettatore che sa tutto, comincia a tirare la corda della suspense a una tensione quasi spasmodica perché prima o poi sappiamo che la violenza arriverà ma quando arriva ci sorprende lo stesso ed è anche peggio di quello che ci aspettavamo.
Wingard calcola adeguatamente i tempi, le esplosioni di violenza improvvisa e le pause, in un gioco al gatto col topo demolendo sistematicamente quel briciolo di empatia costruito per l'unico personaggio che non avrebbe dovuto essere empatizzato: quella specie di Terminator che risponde al nome di David.
Del resto chi empatizzi?
Il figliolo sfigato vittima dei bulli o la figlia che ha per fidanzato uno strafumato col cervello in pappa?
O due genitori che più deteriori non si può?
Con The Guest ci si trova a fare l'occhiolino al male, l'unico che ha fascino da vendere.
Il Male Assoluto.

PERCHE' SI : una delle sorprese del 2014, protagonista eccellente, regia e sceneggiatura calibrate al massimo, accattivante mescolanza di generi, aria anni '80
PERCHE' NO : nessun approfondimento psicologico dei personaggi che sono tipizzati velocemente ( ma funzionali al film), nessun sottotesto politico, forse la rivelazione su chi è veramente David arriva un po' troppo presto.

( VOTO : 7,5 / 10 )

 The Guest (2014) on IMDb

venerdì 2 gennaio 2015

Top of the tops: i migliori film del 2014

Uffa che palle!
Ancora classifiche!
E per giunta clamorosamente fuori tempo massimo , visto che siamo al 2 dell'anno e il fine d'anno già ce lo siamo scordato come l'abbiamo trascorso.
Questa è l'ultima, almeno fino a dicembre di quest'anno.
Garantito.
Come è stata questa annata cinematografica ?
Complessivamente direi non male, abbastanza livellata verso l'alto con un sacco di bei film e con un paio di picchi straordinari che vedrete solo leggendo.
Cominciamo che l'ora è già tarda!!!!

10) GUARDIANI DELLA GALASSIA
 Non sono un purista Marvel, ho letto poco e male i fumetti dei vari supereroi ma se dovessi scegliere di come vorrei un film Marvel direi che lo vorrei come questo, allegro, scanzonato, un po' cazzone e molto vintage come spirito, diciamo una botta di Guerre Stellari, ma quello del '77 che all'epoca fu un film di rottura e per me che lo vidi al cinema bambinetto, beh non vi dico che impressione.
Niente supereroi con superproblemi ma una masnada raccogliticcia di delinquenti galattici che ispira simpatia a pelle. Nonostante sia una megaproduzione da 170 milioni di dollari non viene fagocitata dagli effetti speciali e ha quell'autoironia manifesta che la rende veramente accattivante.

9) HER 
 Un modo di fare sci fi nuovo, intelligente e umanista o forse il nuovo film di Spike Jonze fa finta di parlare del futuro per diventare un apologo non sull'amore 2.0 ma sulla solitudine 2.0?
In più Her ha scenografie bellissime, minimal ma di grande effetto, sembra quasi di trovarsi in un museo di arte contemporanea, un attore favoloso che ha già dimostrato in passato quanto possa essere a suo agio in una parte difficile come quella del protagonista di questo film senza per questo diventare la caricatura di uno sfigatello cosmico in cerca di emozioni cibernetiche.
Nella versione originale dà voce al sistema operativo Scarlett Johansson, qui da noi Micaela Ramazzotti: nulla da dire sulla voce ma non è la stessa cosa immaginare che dietro quella voce ci sia l'icona erotica di una generazione di cinefili oppure semplicemente la Ramazzotti.

8) SNOWPIERCER
Cosa dicevamo a proposito del modo di fare sci fi di Her?
Ecco, pur essendo un film totalmente differente potremmo dire le stesse cose.
Intelligente e umanista, con spiccata componente politica e metaforica, Bong Joon Ho si sposta dalla Corea ad Hollywood e dintorni non snaturando il suo verbo, restando cocciutamente e orgogliosamente diverso.
Pur recitato da un cast internazionale e sorretto da una metafora semplice ed intellegibile ( il treno come simbolo della divisione in classi sociali del sistema) racchiusa tra le pareti di un bolide su rotaia perennemente in corsa su e giù per il mondo Snowpiercer mostra tutta la visionarietà di un autore come Bong Joon Ho e mostra di essere figlio di una mente e di una concezione di cinema diversi, trasversali ed imprevedibili.
E le scene di lotta sono girate come solo un maestro coreano le saprebbe girare.

7) NIGHTCRAWLER - LO SCIACALLO
E' stata la sorpresa di questo ultimo scorcio dell'anno: un thriller notturno fotografato in digitale solo come il dio dei fotografi sa fare , un viaggio in un abisso senza fondo di una società ultracompetitiva come quella americana in cui il protagonista, un Jake Gyllenhaal dimagritissimo, un fascio di muscoli e nervi con gli zigomi che sembrano quasi uscirgli dalla faccia e due occhi enormi , mobilissimi che danno l'esatta misura della psicopatologia del suo personaggio, vive il suo Sogno Americano.
Ma è un Sogno Americano marcio alle fondamenta.
Si parla anche di mass media e del potere che hanno: ma è nulla rispetto a quello concesso all'uomo, quel libero arbitrio che da qualunque parte lo si guardi puzza sempre di fregatura.
Il regista è all'esordio : ebbene raramente ho visto esordi così maturi stilisticamente.

6) NEBRASKA 
Ovvero la sorpresa mancata alla notte degli Oscar, forse per il suo essere troppo tagliente e a tratti sgradevole.
Eppure è una sorta di commedia on the road, dove il termine commedia deve essere preso nell'accezione più ampia possibile visto che in cabina di regia c'è Alexander Payne, uno che di vetriolo nei suoi film ne sparge sempre a piene mani.
E forse questo non è piaciuto ai giurati dell'Academy probabilmente poco avvezzi a come Payne disegna una ragnatela di rapporti familiari impregnati di ipocrisia.
Nebraska è un viaggio alla ricerca di se stessi perchè il Nebraska è ovunque e in nessun luogo.
Ma forse tutti noi nel cuore ne abbiamo un pezzettino.
Bruce Dern ad altezze siderali.

5) FATHER AND SON 
Il ritorno di Hirokazu Koreeda, uno dei registi giapponesi più amati qui a bottega , coincide con un altro grandissimo film, di quello che propone dilemmi etici pesanti come macigni e che lo spettatore si porterà in cuor suo ben oltre il termine dei titoli di coda.
Il bambino è di chi lo ha generato biologicamente o di chi lo ha cresciuto?
Su questa domanda a cui è praticamente impossibile rispondere, almeno per me, si muove una storia di uno scambio in culla di due neonati che per sei anni hanno vissuto in famiglie diverse dalla loro: da una parte un'algida famiglia ricca, dall'altra un gruppo familiare con mezzi economici molto più modesti ma pieno di allegria, di voglia di stare insieme e di senso d'appartenenza.
Koreeda si dimostra ancora una volta straordinario nel raccontare di famiglie disfunzionali e questo film ti lascia svuotato, inebetito soprattutto se hai in casa un paio di bimbetti che ti chiamano papà.
Un film più vero della vita reale.

4)  WE ARE THE BEST ! 
Se avessi fatto parlare solo il cuore e la simpatia che questo film mi ha ispirato fin da subito , sarebbe stato primo senza discussioni, anzi mi spiace che l'ho visto un po' trascurato nei vari classificoni di fine anno.
Moodysson si ripresenta  con un film che racconta quella fase che è il limitare dell'adolescenza e dimostra ancora una volta la sua bravura , come nel suo capolavoro Fucking Amal.
Qui siamo alle prese con tre ragazzine che vorrebbero riscrivere le regole del punk, siamo in quel di Stoccolma nel 1982, e , complice una sala prove comunale , riescono a fare musica pur non sapendo neanche l'ABC del suonare uno strumento.
O meglio solo una di loro è una vera musicista.
Quello che conta è però lo sfondo,  questo film è una fotografia , una specie di autoscatto, per chi in quegli anni aveva 13 / 14 anni.
Come Moodysson.
E come il sottoscritto che si è identificato abbestia nelle tre protagoniste.

3) THE BABADOOK
 Presente già nella classifica di ieri , non ho nulla da aggiungere.
Solo un consiglio di vederlo, possibilmente in originale per apprezzare le acrobazie vocali di Essie Davis .
Un horror australiano che ha quasi rischiato di essere il film dell'anno.
Erano decenni che non succedeva...

2) THE RAID 2 : BERANDAL 
Diciamo che i posti numero uno e numero due di questa classifica sono intercambiabili, alla fine il numero uno è stato assegnato per ragioni di...anzianità.
Avevo già apprezzato e parecchio il primo The Raid e credevo che eravamo arrivati all'ultima frontiera dell'action e invece quel bisteccone gallese trapiantato a Jakarta di Gareth Evans mi stupisce ancora una volta portando l'asticella del filmabile ancora più in alto, dove probabilmente al momento non lo può raggiungere nessuno.
Neanche sua maestà Quentin Tarantino.
E vi assicuro che non sto bestemmiando.
Questo è capace di girare una megarissa quindici contro uno dentro un bagno di un metro quadrato oppure una maxi lotta nel fango tutti contro tutti in cui abbondano braccini e gambine spezzate a favore di .
camera.
E stavolta non ci sono solo le armi bianche , si spara anche, in un film più articolato del primo.
Dopo averlo visto uno si chiede come diavolo abbia fatto a girare tali sequenze.

1 ) THE WOLF OF WALL STREET 
 Il re quest'anno è lui: il piccolo grande Martin Scorsese con il suo film più bello da almeno un ventennio a questa parte.
Il re è lui e non DiCaprio trombato come suo solito nella corsa alla statuetta da lui più ambita.
Chissà tra una trentina d'anni gliene daranno una alla carriera, oppure tra un centinaio, una in memoriam.
Quest'anno è incappato nella prova monstre di McConaughey  e sinceramente l'Oscar ci poteva stare
Film che ha scatenato molte polemiche perché da più parti è stato visto quasi come un'agiografia di Jordan Belfort, truffatore milionario alla cui vita si ispira questo film.
Niente di più sbagliato: Scorsese firma un apologo sul denaro che rovina le coscienze, un film non su un Gordon Gekko del nuovo millennio ma su un cialtrone masticato e risputato dalla sua vita di eccessi, alcuni veramente difficili da raccontare.
Oltre al contenuto anche la forma: erano anni e anni che la regia di Scorsese non era così impetuosa e virtuosistica.
Una gioia .

Ok ci si sente per la fine dell'anno sperando che questo 2015 sia un bastimento carico di grande, grandissimo cinema.

giovedì 1 gennaio 2015

Top of the tops : una horror list

Visto che il mio cuoricino cinefilo batte forte forte per horror e affini, quest'anno, in clamoroso ritardo come al solito decido di pubblicare anche una top ten horror a parte rispetto alla classifica principale.
Questo sia per il succitato affollamento di titoli nel blog, sia perché inconsciamente valuto gli horror con un metro un po' diverso rispetto al cinema di altri generi, un po' come succede in imdb.com, il voto che gli assegno non tiene conto tanto del genere e quindi, essendo un genere di serie B per antonomasia, almeno è nato così , forse proprio per questo le mie valutazioni medie risultano un po' più basse rispetto all'effettivo valore della pellicola rispetto a un normale film di seria A per intenderci.
Vabbe' ci siamo capiti e se non ci siamo capiti ecco la mia top ten horror di quest'anno:

10) KRISTY 
 Una sorpresa piacevolissima, un personaggio femminile forte, deciso e volitivo, un'ambientazione chiusa come quella del campus universitario che però raccoglie al suo interno diversi angoli in cui organizzare sequenze al cardiopalma ( la piscina e la biblioteca per esempio) in cui il personaggio principale, che non si chiama Kristy ma Justine , si deve difendere con le unghie e con i denti dall'assalto di un gruppo di killer mascherati che la vogliono uccidere.
Ecco, se ci si fermava cinque minuti prima in questo film sarebbe stato molto più alto in classifica, invece si indugia in uno spiegone di cui non sentivo proprio il bisogno.

9) ABC OF DEATH 2
Formula vincente non si cambia : massimo cinque minuti di durata, un budget di 5 mila dollari o giù di lì ( che per cinque minuti di film sembrano tanti ma in realtà non è così), l'assegnazione di una lettera dell'alfabeto da cui ricavare il titolo.
Quindi 26 corti in cui impegnare la creme della creme dell'horror odierno.
Se nella prima antologia era come andare sulle montagne russe in quanto a qualità e vinceva a mani basse il corto XXL di Xavier Gens, qui è più difficile stabilire il vincitore perché la qualità media, a parte un paio di cocenti delusioni mollate non a caso dai più titolati ( Natali e le Soska sisters), il livello è veramente buono.
Però anche qui il vincitore c'è e si chiama Split dello spagnolo( ma trapiantato a Los Angeles) Juan Martinez Morenoche racconta in cinque minuti una storiaccia con risvolti spiacevoli ed inaspettati usando solo la tecnica dello split screen, anche multiplo.
Ancora assenti gli italiani.

8 ) THE DEN 
A bottega siete abituati a sentire peste e corna di quasi tutti i mockumentaries o found footages che passano sotto la mia lente d'ingrandimento ( che ci posso fare io se la maggior parte è spazzatura organizzata solo per alzare un pugnetto di dollari?) ma quando vedo qualcosa che ritengo veramente valido chiamo subito la mia schiera di trombettieri per cantarne la gloria.
E' il caso stavolta di un piccolo film, The Den, cosceneggiato e diretto da tale Zachary Donohue, la cui fonte di visione primaria è lo schermo del computer attraverso la webcam.
Cosa vista già in un eccellente corto (The Sick Thing that happened to Emily when se was young) appartenente all'antologia V/H/S ma qui sviluppata in un lungometraggio per la prima volta .
Ma quella era una ghost story, qui siamo dalle parti dell'apologo sui pericoli che si nascondono nella civiltà internautica.
Un po' come succedeva in quella monnezza di Smiley che l'anno scorso ha sfiorato la testa della top of the flops.
Eppure Smiley lo abbiamo visto al cinema , questo solo recuperandolo per vie traverse.

7) WOLF CREEK 2 
Un sequel atteso da quasi dieci anni rischiava di essere la delusione più cocente dell'anno perché replicare tutto quello che di malsano si propagava da Wolf Creek era praticamente impossibile.
E invece Greg Mclean dimostra di essere cineasta di talento e anche di intelligenza al di sopra della media perché decide di non confrontarsi con quanto fatto in passato ma di girare qualcosa di decisamente diverso pur utilizzando lo stesso villain, da brividi, dell'altro film, uno dei cattivi più sgradevoli, carismatici e puzzoni mai apparsi su uno schermo cinematografico.
Qui lo spartito cambia del tutto , il protagonista è proprio lui, Mick, il puzzone che uccide e tortura ma l'impressione è che il film non si prenda troppo sul serio.
E l'outback australiano è sempre lì minaccioso a fare da sfondo...

6) LAS BRUJAS DE ZUGARRAMURDI
Già pronto nel 2013 ha fatto il giro di tutti i festival specializzati in tutto il 2014 e forse uscirà ad aprile qui da noi.
Forse.
Perché con i film di Alex de la Iglesia non c'è mai nulla di certo, maltrattato come pochi dalla distribuzione italiana che non riesce mai a farci vedere i suoi film nei tempi giusti.
Las Brujas de Zugarramurdi è cinema di Alex de La Iglesia a 24 carati in confezione extralusso.
Un helzapoppin streghesco in cui si ride , ci si impaurisce, si fugge e si resta ammirati dalla trasversalità del cinema del regista iberico stavolta supportato da una qualità della confezione eccellente.
Tra guerra dei sessi e istanze sociali un film che diverte e fa ridere a denti stretti, strettissimi.
E quel finale rutilante nelle grotte di Zugarramurdi è un baccanale di quelli che si ricordano...

5) THANATOMORPHOSE 
Tecnicamente è di un paio di anni fa e quindi non dovrebbe far parte di questa classifica ma è stato possibile recuperarlo, sempre per vie traverse, solo nella seconda parte di quest'anno.
Dalla terra di Cronenberg un body horror tetro e disturbante che affronta da una prospettiva autoriale un tema già visto altre volte al cinema: il decadimento organico progressivo con in più una generosa aggiunta della componente sessuale che sconfina nella necrofilia ( un po' come in Aftermath di Cerda o in Nekromantik di Buttgereit).
Diviso in vari capitoli come un film di von Trier è un lento e costante slittamento in un abisso senza fondo che è quello della putrefazione organica.

4) THE GUEST 
Tra i film di questa classifica questo è l'unico che non ho ancora recensito, avevo in programma di farlo prima della fine dell'anno ma poi impreviste noie informatiche ( leggi computer in bacino di carenaggio a cavallo delle feste natalizie) mi hanno impedito di farlo con l'attenzione che il film merita.
Diretto da Adam Wingard ( You're Next, partecipazioni sia ad ABCs of Death che a V/H/S ) non so neanche se catalogarlo a pieno titolo negli horror.
Di sicuro la seconda parte ricalca le dinamiche di uno slasher anni '80 e il finale in una specie di luna park è ulteriore testimonianza di questo legame.
La storia è quella di un tizio che si presenta alla porta di una famiglia che ha perso un figlio nella guerra dell'Afghanistan ed entra nelle dinamiche familiari diventando una sorta di miglior amico di tutti, sempre con la parola giusta e sempre con la soluzione giusta ( vedi le mazzate ai bulli che rendono difficile la vita al fratello del militare defunto).
Ma le belle cose durano poco e la mattanza ha inizio.
Wingard dirige un film esplicitamente rivolto al passato ( Van Damme ?) e che sguazza in vari generi con competenza e anche talento, quel talento che fino ad ora non gli avevo mai riconosciuto.
D'ora in poi appena vedrò il nome Wingard, la mia attenzione sarà subito catturata...

3) HONEYMOON 
Questo piccolo film diretto da Leigh Janiak, regista e cosceneggiatrice, ha rischiato seriamente di essere l'horror dell'anno , dalle mie parti ma non solo.
Un racconto ibrido tra commedia sentimentale, sci fi d'annata e horror puro e crudo che non fa prigionieri.
Eppure gli ingredienti messi in campo non erano dei più stimolanti: la solita casetta isolata in mezzo al bosco e la coppietta di neosposi.
E invece cominciano subito le sorprese perché i due interpreti sono assolutamente credibili e spontanei, il film funzionerebbe benissimo anche se fosse solo una commedia sentimentale, ma poi compaiono i primi segni perturbanti che scompaginano lentamente ma costantemente la loro quotidianità.
E poi succede tutto il resto che non sto qui a dire per non rovinare il piacere della visione.
Consiglio da amico: procuratevi immediatamente questo film.
Non ve ne pentirete.

2) HOUSEBOUND 
Un film dall'altra parte del mondo, in Nuova Zelanda non esiste solo Peter Jackson ed evidentemente a vedere questo film i neozelandesi sono gente mediamente malata.
Non un horror puro , ma una horror comedy che non disdegna di sporcarsi le mani nelle secchiate di sangue e frattaglie e neanche di immergersi nelle dinamiche della ghost story così come nella descrizione di un complicato rapporto familiare tra madre e figlia.
Una miscela esplosiva di risate e spaventi in cui non sai mai che cosa aspettarti .
E se pensaste che in Nuova Zelanda sanno solo giocare a rugby, vedendo questo film cambierete subito idea.

1) THE BABADOOK
L'horror dell'anno, che ha rischiato di essere anche il film dell'anno. L'unico film che comparirà anche
nell'altra classifica, quella del cinema più "normale".
Ancora una volta un film che viene dall'altra parte del mondo, dall'Australia, ancora una volta un ibrido di dramma familiare e horror che affonda le sue radici in un pregresso inesplicabile e in un presente in una casa enorme ed oscura che incombe su una madre disturbata e su un figlio capace di essere angelico e demoniaco alla stessa maniera.
Essie Davis è fantastica capace di passare da un sussurro armonioso a un urlo disumano senza soluzione di continuità e anche il bambino , Noah Wiseman, è di quelli che lasciano il segno senza essere il classico bimbettominkia hollywoodiano.
Una visione dolorosa e perturbante e quel babadook mette veramente paura.
Dook, dook , dook.

A domani per il classificone di fine anno....