I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.

martedì 10 settembre 2013

Sharknado

C'è aria di apocalisse in quel di Los Angeles: tempesta in mare, acqua a catinelle,un branco di squali particolarmente numeroso ( 20 mila ! sic!!!) e un vento che a confronto la bora triestina procede come un calesse tirato da un mulo. Risultato? Un bel maremoto e poi alcuni tornado: ma ben carichi di squali che arrivano anche a molti kilometri dalla costa. Fin , barista e surfista deve salvare la sua famigliola da quest'orda di squali che piovono letteralmente dal cielo.
Piovono squali! Questa poteva essere la frase di lancio di questo film, passato sulla cable tv americana a luglio del 2013 e che ha suscitato un clamore assurdo tanto da essere citato come " IL PEGGIORE FILM DI TUTTI I TEMPI!". Roba che Ed Wood comincerebbe a ballare la breakdance nella tomba.
E quando tutti parlano di un certo film in un determinato modo , la scimmia della curiosità ti si attacca alla schiena e non ne vuol più sapere di scendere se non a visione avvenuta.
E tanto è stato.
Visione assolutamente da consigliare: ma non per la bellezza intrinseca di quello che si è appena visto ( che, detto tra noi non c'è) ma quanto per il coraggio di aver realizzato un film così brutto e raffazzonato da sfiorare la genialità.
Prendiamo ad esempio lo spunto iniziale: un tornado che fa piovere squali dal cielo e costoro ti arrivano anche nel salotto di casa, ammesso che ci sia abbastanza acqua per contenere un pesce rosso.
Un'idea così, talmente malata e distorta poteva venire solo a una mente dalle stesse caratteristiche ( malata e distorta) oppure sotto pesante influsso di fattori chimici ( alcolici e non ).
E qui vorrei fare una chiosa sul concetto di trash: ora , c'è la monnezza cinematografica che puzza di marcio lontano un miglio perchè è roba veramente partorita dal cervello di una gallina e c'è della monnezza talmente monnezza che confrontarla con l'altra equivale a paragonare un quadro di Picasso del periodo cubista con un Teomondo Scrofalo.
Sharknado è il Picasso della monnezza, talmente oltre che non si sente neanche la puzza di pesce marcio.
Anzi si sente l'effluvio di  Chanel numero 5, l'unico capo di vestiario che indossava Marilyn quando andava a dormire.
Quelli della Asylum sono abituati a rimestare nel torbido tra sottogeneri e parodie involontarie ma qui si sono proprio superati: hanno scritturato volti mediamente noti, almeno una volta lo erano tanto da far apparire inizialmente questo film come la sagra della balena spiaggiata o un cimitero pronto per il ritorno di dinosauri viventi ( azz! ma questa può essere un'idea per un prossimo film Asylum) e li hanno impiegati in qualcosa che vorrebbe essere epico ( la lotta di un uomo per difendere la sua famiglia) ammantando il tutto di un umorismo involontario che spesso tracima nella demenzialità pura.
Un po' come applicare la filosofia di Una pallottola spuntata a un film di squali ma in maniera del tutto involontaria.
Prendete uno come Ian Ziering, uno marchiato a vita da 90210: qui fa il padre di famiglia che a 50 anni ancora va in giro tra le onde col surf e poi si impegna allo spasimo per salvare la famigliola che prima dei titoli di testa non si cagava neanche di striscio.
E già che ci si trova salva anche una scolaresca imprigionata in uno scuolabus.
Vedere come ci crede, l'impegno che profonde nella recitazione è qualcosa di quasi commovente: qualcosa di totalmente sproporzionato rispetto alla MEGACAZZATAIPERGALATTICA  in cui sta recitando.
Per esempio Tara Reid che pure se piovono squali da tutte le parti è sempre pettinata e truccata di tutto punto ha quell'aria un po' schifata da principessa sul pisello che la rende molto , ma molto adatta a recitare in una cosa come questa  che se ne frega di savoir faire cinematografico.
E' tutto fatto talmente coi piedi, con buchi di sceneggiatura e di logica che più passano i minuti e più diventano voragini, effetti speciali che sono speciali solo per cagneria realizzativa e una regia che definirla tale è veramente qualcosa di fuori luogo.
Eppure si gode come suini a vedere Sharknado : non ha pause, è una serie continua di cazzate che ognuna è più grossa della precedente ma il gioco diverte proprio per quello: vuoi vedere fino a che punto possono arrivare regista e sceneggiatore.
E arrivano proprio al top: non si può resistere a Ian Ziering che al volo prende uno squalo a colpi di motosega e non contento, dopo essere stato inghiottito si apre la strada verso l'esterno sempre con la succitata motosega e visto che ci si trovava recupera ( viva!) un'altra vittima dello squalo.
Ma di queste cose ce ne sono a decine in 90 minuti scarsi: una tale concentrazione che deve essere necessariamente genio applicato al cinema.
Che voto dare?
Per il divertimento ci può stare anche un 10 perchè questo film si pone sin da subito come termine di paragone per tutto il trash futuro ma siccome abbiamo una reputazione ( prrrrrrrr!) da difendere gli diamo il voto da classico bvadipo cinefilo avvogante snob.

( VOTO : 3 / 10 ) 

  Sharknado (2013) on IMDb

lunedì 9 settembre 2013

Vento di primavera ( 2010 )

Questo film è la ricostruzione dell'orribile rastrellamento di massa compiuto dai tedeschi ai danni dei parigini nle 1942. 13 mila ebrei vengono rinchiusi prima nel velodromo d'Hiver in condizioni igienico sanitarie che definire pietose è un eufemismo, per poi essere smistati in campi di detenzione in Francia e in campi di concentramento tedeschi.
Troppi i pensieri che si affollano attorno alle immagini che passano sullo schermo, troppa la rabbia dentro che trova sfogo quando c'è qualcuno che meritoriamente cerca di ricordarci quanto è successo, sale ancora l'indignazione allorchè rileggiamo le storie vere di un genocidio di massa annunciato.
La storia di Vento di primavera è assolutamente vera e per questo è impossibile che non scatti l'empatia con quello che si vede.
Il film è realizzato con dovizia di mezzi, sono impressionanti le scene di massa come è impressionante l'escalation di avvenimenti , tristemente nota che porta al rastrellamento monstre di quella brutta giornata parigina che è il 16 luglio del 1942.
La vita di una comunità in cui la regista ha messo in evidenza soprattutto l'impossibilità da parte dei più giovani di comprendere fino in fondo questo terribile accanimento contro le loro radici è sconvolta da un piano folle di eliminazione di 24 mila ebrei da Parigi.
Grazie all'opera di molti parigini rimasti nell'ombra della storia ne vengono presi poco più della metà e ammassati in un velodromo prima di partire per un posto sperduto nella provincia francese per poi essere destinati nei più tristemente famigerati campi di concentramento.
Vento di primavera racconta la storia di un gruppo di bambini che devono fronteggiare qualcosa di molto più grande di loro, di un medico di origine ebrea interpretato da un Jean Reno mai così umano e dall'aspetto vulnerabile e di un'infermiera,Melanie Laurent, che si vota alla causa di questi bambini anche oltre le proprie forze.
Il film della Bosche racconta quello che successe in quei giorni usando vari piani narrativi: il rastrellamento visto dalla parte degli ebrei che devono subire soprusi e angherie , ammassati come bestie nel velodromo, umiliati e sottonutriti. Racconta la politica che è talmente miope da non accorgersi dell'atrocità che si sta per commettere.Gli ebrei sono solamente numeri in un pallottoliere, la cosa che sconvolge è che nelle alte sfere politiche si lavora contro il proprio popolo.Sono francesi coloro che pianificano il rastrellamento e la deportazione.

Narra inoltre di un  Fuhrer come un'icona chiuso nella sua teca totalmente distaccato dal resto del mondo.Per accentuare questa distanza le scene in cui è presente il Fuhrer con il suo entourage da teatro degli orrori, quadretti familiari grotteschi, sono lasciate in lingua tedesca e senza essere sottotitolate.
Il film della Bosche non vuole essere un je accuse sterile e ripetitivo contro i francesi che si macchiarono di collaborazionismo ma semplicemente un accurato resoconto storico in cui emergono le colpe del governo di Vichy.
Vento di primavera ( titolo che non c'entra nulla con quello originale,  La rafle, la retata) è una palestra in cui esercitare la memoria , il classico film da proiettare nelle scuole che serva da imperituro punto fermo nella rappresentazione storica di quel periodo.
Rose Bosche non eccelle in regia dimostrandosi ottima illustratrice e poco più lasciandosi sopraffare dall'enfasi in qualche tratto anche se azzecca la sequenza il cui il piccolo Nonò corre veloce verso il suo destino convinto che quel camion che lo sta aspettando lo porterà dalla madre.
Dal punto di vista cinematografico il film si limita solo alla compilazione degli avvenimenti, ma il cast sontuoso in cui tutti recitano al meglio (dai favolosi bambini a Melanie Laurent che dimostra il suo talento da attrice drammatica e a Jean Reno che usa la sua maschera per colorare un personaggio sofferto) permette di riscattare le debolezze di linguaggio filmico che qua e là emergono.
E qui si ritorna all'inizio. 
E' praticamente impossibile giudicare oggettivamente un film che agita tanti pensieri e il cui impegno civile travalica ogni considerazione cinematografica.
Ecco perchè il pollice di gradimento è ostinatamente su. 
Per ricordare.

( VOTO : 7+ / 10 ) 


La Rafle (2010) on IMDb

domenica 8 settembre 2013

The killer inside me ( 2010 )

Anni '50: Lou Ford è un vice sceriffo di una piccola cittadina del Texas nata per lo sfruttamento petrolifero: ha modi gentili, amministra la legge in modo piuttosto elastico e apparentemente di buon senso col fine di mantenere tranquilla il più possibile la vita della cittadina. Ma è solo facciata: quando lo sceriffo lo manda ad indagare su una prostituta Lou se ne invaghisce e questo suo sentimento lo porterà alla rovina.
Per continuare a vivere tranquillo e non essere sospettato di alcunchè di criminoso deve cominciare a uccidere e la scia di sangue che lascia non finirà tanto presto....
Winterbottom è regista assai eclettico ma nel suo caso questo suo saltare di palo in frasca spesso ha dato esiti non all'altezza delle aspettative.
Certo con Butterfly Kiss, storia di un amore oltre i limiti della patologia, Go now storia di una patologia oltre i limiti dell'amore e Jude, riuscita  trasposizione della prosa oscura ed enrergica di Thomas Hardy tutti avevano pensato che era nata un'altra stella del firmamento registico inglese.
E invece Winterbottom ha alternato piccole produzioni ad altre opere più ambiziose in cui la sua mano si è dimostrata purtroppo per lui meno felice. 
Ma la sua carriera continua impeterrita ad inanellare titoli di tutti i generi. 
The Killer inside Me è la sua rilettura dell'omonimo romanzo di Jim Thompson.  Urla di scandalo per la violenza insostenibile di alcune sequenze lo hanno accompagnato per ogni dove ma dopo averlo visionato  posso affermare che è la classica montagna che ha partorito il topolino. 
Se qualcuno parla di violenza insostenibile riguardo a questa pellicola per qualche schiaffone sul sedere di Jessica Alba o Kate Hudson o per qualche pugno in faccia , beh allora vedendo Martyrs,  Frontiers,  Calvaire o anche un qualsiasi thriller coreano che dovrebbe dire?

Il film è incentrato sulla figura di questo vicesceriffo di un posto dimenticato da Dio, un tutore della legge che ha un fisico da scamorza e tante belle donne che gli orbitano attorno. 
E lui ,innamorato solo di se stesso e geloso della propria vita, comincia a rimuovere gli ostacoli che si frappongono tra lui e il suo concetto distorto di felicità.
Non parlerei di serial killer ma semplicemente di un assassino/matrioska  (perchè racchiude dentro di sè qualche evidente disturbo psichico) che si ritrova intrappolato nel suo disegno di un mondo perfetto e che è costretto a continuare a uccidere per sviare i sospetti e porre rimedio agli sbagli commessi in precedenza.
Il problema del film è che non ha una progressione drammaturgica degna di questo nome ma procede solo meccanicamente senza suscitare la benchè minima meraviglia.
E' tutto già scritto e già visto, compreso il finale che rende finalmente visibile la psicopatologia del protagonista.
A parte qualche piccolo sussulto The Killer Inside Me regala molto poco del talento del suo regista ( ammesso che ci sia  ancora , più si va avanti e più se ne dubita) e degli attori coinvolti( che comunque cercano di salvare il salvabile).
Un film che doveva essere importante è diventato solo  un thriller sudaticcio di ambientazione sudista che si comincia a dimenticare appena dopo i titoli di coda. 
E non è giusto trattare così uno scrittore come Jim Thompson.

( VOTO : 5 / 10 ) 


The Killer Inside Me (2010) on IMDb

sabato 7 settembre 2013

Non avere paura del buio ( 2010 )

Sally Hurst è una bambina solitaria e introversa che va a vivere assieme al padre e alla sua nuova fidanzata in una splendida villa ottocentesca con tanto di parco . La casa ha bisogno di essere ristrutturata e per Sally è la porta per un nuovo mondo di giochi con tutti i suoi segreti e la sua aria misteriosa.Esplorando l'enorme tenuta attorno alla casa la bambina scopre un passaggio segreto e involontariamente libera nel mondo reale una razza antica di piccole creature. Per giunta cattivissime.
Quando ho cominciato a vedere questo film mi è sorto subito un dubbio sul titolo:ma quel Non avere paura del buio era un'affermazione, un'esclamazione o una domanda? 
Eppure sui titoli di testa non mi era sembrato di vedere punti interrogativi.
Decisamente criticabile pensare a queste facezie da parte mia però a meno che nella prossima vita rinascerò mago (e non divino Otelma, che il mago Zurlì ce ne scampi!) prevedevo ogni singola sequenza con un buon anticipo e non perchè sia particolarmente sveglio. Anzi non sono mai stato particolarmente sveglio. Son bradipo apposta.
Colpa del film che è una sagra paesana del deja vu ma senza i ricchi premi e i cotillons che caratterizzano queste amabili feste di borgata.
Dovevo sospettare di un tentativo di truffa nel vedere il nome di Guillermo Del Toro spiattellato ai quattro venti e scritto in caratteri cubitali perchè più vendibile del nome di Troy Nixey, il regista del film il cui nome appariva quasi per sbaglio sulla locandina scritto con un carattere così piccolo e quasi trasparente che eri assalito dal dubbio che fosse un nome o semplicemente una cacchetta di mosca.
Ma colpevolmente ho soprasseduto.
Ricapitolando :abbiamo la solita casa infestata, la solita bambina sensitiva simpatica quasi quanto le pantegane gobbe e pelose che la fanno visita al buio( oppure come il classico gatto che ti ha infilato le unghie in profondità nei marroni), un padre che si occupa solo dei cavoletti suoi e la sua fidanzata (che non è la madre della bimba) che capisce tutto col solito, classico attimo di ritardo.

C'è tutto l'armamentario di film de paura alla Guillermo del Toro con il classico tema dell'infanzia problematica, del rapporto intergenerazionale abortito, c'è la serie di mostriciattoli che non fanno minimamente paura e c'è il consueto finale aperto con sorpresina -ina -ina.
Guy Pearce sta somigliando sempre più in modo inquietante a Ron Moss di Beautiful ma almeno senza sportelli aperti ai lati del cranio, mentre Katie Holmes trova una delle sue rare scritture dopo il matrimonio con Tom Cruise.
Sarebbe stato molto meglio che al primo incontro le pantegane gibbute si fossero portate via quell'antipatica della figlia.
Sarebbe stato un cortometraggio da applausi a scena aperta e avrebbe scatenato l'approvazione spontanea e incondizionata della sala.
E basta con questi piccoli mostri della recitazione che a 12 anni parlano come un astrofisico!
Un bambino normale, no?

( VOTO : 3 / 10 )


Don't Be Afraid of the Dark (2010) on IMDb

venerdì 6 settembre 2013

Foxfire - Ragazze cattive ( 2012 )

Nel 1955 in un quartiere degradato di una piccola cittadina dal nome di Upstate New York un gruppo di adolescenti, stanche di essere vittima di bullismi di ogni tipo, anche sessuale, dalla metà maschile dell'universo, decide di fondare una specie di gang per l'emancipazione femminile , le Foxfire e suggellano questo patto tatuandosi ognuna una fiamma sulla spalla. Il gruppo diventa più numeroso e anche più ambizioso volendo compiere gesti sempre più eclatanti. Le varie componenti della gang ( Legs,Maddy, Rita, Lana, Goldie) sognano un mondo migliore in cui non ci siano le discriminazioni di cui loro sono vittime perchè donne e povere.
 Ma i sogni si scontrano con la dura realtà e il loro percorso di crescita si scontrerà con fatalità ed errori....
Tratto dall'omonimo romanzo di una scrittrice molto famosa negli USA, Joyce Carol Oates, Foxfire - Ragazze cattive ( sempre questo viziaccio di aggiungere postille inutili e irritanti quando si tratta di distribuire qualche film di nicchia poco e male nelle nostre sale) è l'ennesima versione, però al femminile , della gioventù bruciata statunitense alle prese con la propria personalissima versione del sogno americano.
Perchè se nell'intenzione dei padri fondatori , gli Stati Uniti dovevano essere la terra dell'opportunità di migliorare per chiunque ne avesse calcato il suolo, il film di Cantet ( ed è strano , quando non paradossale che a raccontare questa storia sia un regista francese qui al suo primo film in lingua inglese, che quindi più europeo non si può) è la dimostrazione di quanto in realtà ci sia del marcio alle radici di quella straniante utopia che è diventato il Sogno Americano, nominato da tutti e accarezzato da nessuno.
Foxfire - Ragazze cattive è stato vittima di inopinate vicende produttive che ne hanno posticipato l'uscita di circa un anno , probabilmente anche a causa di rimaneggiamenti continui per un film che nonostante sfiori le due ore e trenta sembra incompleto, troppo ellittico in certe sezioni per non essere stato tagliato per far scendere il già notevole minutaggio. Del resto il romanzo da cui è tratto è un qualcosa di molto più complesso e lungo, quindi Cantet (e il suo fido sceneggiatore di sempre Robin Campillo, quello di The Revenants, il film da cui è stata tratta l'omonima serie tv di cultissimo) hanno dovuto lavorare di forbici e di cesello per amalgamare al meglio il tutto.
Foxfire-Ragazze cattive non è un capolavoro, alterna pagine vigorose ad altre un po' troppo didascaliche, sfiora lo stereotipo nella descrizione delle varie componenti della gang al femminile ma sceglie volti talmente particolari, peculiari oserei dire che si sorvola sul taglio dei personaggi che risulta abbastanza sbrigativo.
Lo sguardo di Raven Adamson ( un'esordiente, nella parte di Legs il capo carismatico del gruppo) sono qualcosa che ti resta addosso anche dopo la fine dei titoli di coda, due occhi come due traccianti che sembrano spalancarsi ulteriormente su tutte le brutture che sono costretti a vedere.
Altro dettaglio da non trascurare l'ambientazione: pur se calato negli anni '50 questo film sembra parlare spudoratamente di tempi odierni, queste adolescenti problematiche sembrano figlie di una qualsiasi malfamata downtown americana del nuovo millennio o della banlieue da cui erano stati generati i protagonisti del precedente film di Cantet, La Classe -Entre Les Murs, film che gli aveva permesso di aggiudicarsi la Palma d'oro a Cannes.
Le loro istanze protofemministe di allora sono le stesse, identiche che oggi vengono reclamate a gran voce.
Foxfire-Ragazze cattive forse è un po' troppo manicheo nel suo assunto, perchè gli uomini sono tutti dei gran bastardi e/o maniaci sessuali e tutte le donne al di fuori delle Foxfire sono stupide ed oche ma è un tassello coerente nella carriera di Laurent Cantet abituato a raccontare vite di personaggi che anelano sempre a qualcosa di diverso, arrivando anche a costruirselo ( la vita parallela del protagonista di A tempo pieno, un castello di menzogne destinato a crollare alla prima folata di vento non è molto diversa da quella che vivono le ragazze della gang, costrette ogni volta ad alzare la posta in gioco fino a un punto di non ritorno.).
A Cantet non interessano i dettagli criminali ( vedere la sequenza dell'esito del rapimento, in altri film sarebbe stato il culmine del pathos, qui invece è quasi maltrattata per come è senza glamour o sottolineature varie), interessa solo il percorso di crescita di questa ragazzotte di provincia con una meravigliosa idea di uguaglianza in testa.
Non il miglior Cantet, ma diamine, ad avercene....

( VOTO : 7 / 10 ) 

Foxfire (2012) on IMDb

giovedì 5 settembre 2013

Hammer of the gods ( 2013 )

871 d.C : i Vichinghi stanno soccombendo nella loro guerra con i Sassoni, più numerosi e meglio armati di loro. Re Bagsecg è ferito a morte e gli rimane poco da vivere , l'esercito è nello sconforto perchè senza guida. Steinar, il secondogenito, viene mandato a cercare Hakan , il primogenito che anni prima, quando era ancora bambino era stato portato via. Sembra che sia lui l'unico che possa guidare i Vichinghi alla vittoria anche perchè Hagen, il fratellastro di Steinar e Hakan si è accordato segretamente con i Sassoni.
Il viaggio di Steinar alla ricerca del fratello sarà lungo e pieno di pericoli ma riuscirà a ritornare dal padre con un condottiero pronto per portare i Vichinghi alla vittoria.
 E non è Hakan.
La vicenda narrata è talmente lineare da essere ai limiti della banalità e poteva essere anche un pregio in un film in cui ci si aspettava solo di vedere teste aperte come meloni, spadoni che passavano da parte a parte i malcapitati nemici e violenze assortite con schizzi di sangue in computer grafica che andavano un po' da tutte le parti.
Ed Hammer of the gods è proprio questo: se si desidera solo questo è un film perfetto.
Ma fuori tempo massimo: perchè oltre a illuminanti precursori cinematografici  ci sono anche parecchie serie televisive ambientate in tempi antichi che hanno mostrato ampiamente quanto si vede nel film di Farren Blackburn, uno che si è fatto le ossa con parecchia televisione e finalmente si è deciso ad esordire al cinema.
Quindi la cosa che colpisce principalmente di Hammer of the gods non è il suo aspetto visivo, comunque curato, ma il fatto che sia un prodotto arrivato fuori tempo massimo , ben lontano dai film a cui chiaramente si ispira ( un po' di Valhalla Rising, un po' di The Eagle e parecchio Centurion con un'ultima parte che sembra scippata da Apocalypse now, con la setta del colonnello Kurtz o anche da  Excalibur, l'incontro di Lancillotto con la fata Morgana nel bosco incantato in un'atmosfera da baccanale allucinogeno) ma anche al di sotto di serie tv che a dir la verità di televisivo hanno solo l'origine.
Sicuramente è meglio vedersi una puntata di Games of thrones che vedersi questo Hammer of the gods.
Ci si diverte di più, non ci sono compromessi per il pubblico e soprattutto si racconta una vicenda molto più articolata e profonda, cosa del tutto abiurata nel film di Blackburn che sembra solo concentrarsi sull'aspetto estetico.
Che poi a parte le scene di battaglia comunque girate con un certo ritmo ( ma senza alcun tipo di originalità) anche la forma ha poco da offrire: nonostante attori con adeguato physique du role, l'aspetto complessivo è piuttosto povero, le scenografie spartane, i costumi non brillano per bellezza anzi sembrano abbastanza raffazzonati e poi c'è una svolta finale , la parte in cui Steinar incontra Hakan, che lascia veramente interdetti per insipienza con i funghetti allucinogeni ( già gustati in precedenza nell'incontro con un Vichingo con intorno una corte di giovinetti a cui non risparmia le proprie tendenze pedofile, il vichingo pedofilo ancora lo dovevo vedere...) che cercano di mascherare la macanza di senso di tutto quello che sta succedendo.
Insomma qualche testa spaccata e qualche spadone non fanno un bel film di vichinghi,.
Ah si , c'è anche una chiesa bruciata che fa molto Burzum e black metal in genere...
ma per piacere....

( VOTO : 4,5 / 10 ) 


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mercoledì 4 settembre 2013

Dream house ( 2011 )

Will si licenzia dal suo lavoro a New York per ritirarsi assieme alla moglie e alle due figlie piccole in una bella casa del New England per scrivere un libro. Poco dopo il trasloco un gruppo di teppistelli fa scoprire loro che la casa è stata il teatro di un terribile delitto : un uomo ha ucciso la moglie e le sue figlie all'interno di quelle quattro mura che ora dopo ora diventano sempre più minacciose. Will, visto l'immobilismo della polizia del posto cerca di indagare su quello che è accaduto cinque anni prima . E' aiutato da una vicina di casa che gli fa scoprire una storia ancora più terribile. La follia ha appena avuto inizio.
Su questo film avevo letto peste e corna un po' da tutte le parti per cui ero stato avvertito abbondantemente su che cosa avrei potuto provare a visione avvenuta.
Ma del resto non potevo rinunciare non tanto per Daniel Craig ( più lo continuo a guardare e più lo ritengo inadatto al ruolo di James Bond , qui sfoggia anche una capigliatura ignominiosa, da denuncia penale) e Rachel Weisz, sempre bella, che la loro porca figura la fanno sempre anche nei film meno riusciti.
Lo dovevo vedere soprattutto perchè in cabina di regia c'era Jim Sheridan, uno che mi ha regalato emozioni forti con alcuni suoi film ( Il campo, Il mio piede sinistro, Nel nome del padre, solo per citare i suoi film che sono infissi ben dentro il mio cuore).
Certo lo script di un carneade come David Loucka ( che dopo questo ha proseguito la sua carriera in modo se possibile peggiore scrivendo la sceneggiatura di House at the end of the street ) non deponeva a suo favore ma alla fine mi sono deciso a premere il tasto play.
Non l'avessi mai fatto: Dream house comincia subito coma la fiera imbandita del deja vu, con la classica casa dall'apparenza un po' spettrale, la solita famigliola da spot pubblicitario e un ambientazione resa candida dalla neve che cade.
Vogliamo poi parlare dello scrittore che si relega in un posto isolato per scrivere il suo libro? non fa pensare proprio a niente, vero?
Vero, non fa pensare nemmeno a Shining .
Tutto ampiamente già visto e tutto prevedibile anche quello che sta per succedere: già il sospetto uno lo ha vedendo uno tra i caratteristi più impiegati di Hollywood, Elias Koteas, impegnato in una scena con una-battuta-una. Impossibile che venga sprecato così. Sicuramente ritorna nel corso del film.( e ritorna...).
Poi il colpo di scena della follia ...un colpo di scena che quasi mi ottura le coronarie: e indovinate chi colpisce questa follia?
Tra l'altro la sequenza in cui si scopre chi è folle, non lo dico ma tanto si indovina subito, Sheridan se la gioca veramente male: non c'è tensione, non si raggiunge nessun climax drammatico che rende la rivelazione qualcosa di unico e sorprendente: nulla di nulla...anzi no un cambio di acconciatura repentino giusto per far notare la differenza....Ma per piacere!
Dream house più che un film brutto , ed è brutto anche se confezionato professionalmente con qualche tocco d'autore sparso qua e là ( tipo l'aspetto della casa che nella percezione di lui è pulito e ordinato mentre dalla casa della vicina la stessa casa pare quasi in abbandono e questo rende il sospetto che ci sia qualcosa che non vada ancora più forte), è un film assolutamente inutile, meno che mediocre, perchè visto, rivisto e stravisto milioni di volte con altri titoli.
E sicuramente ben più appassionanti di questo filmetto da seconda serata estiva nel palinsesto di Italia Uno.
Col rischio che , essendo piuttosto tardi, la palpebra crolli impietosamente....

( VOTO : 4 / 10 ) 

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martedì 3 settembre 2013

The seasoning house ( 2012 )

In un bordello per militari e uomini in cerca di forti emozioni disperso da qualche parte nei Balcani, giovani donne vengono rapite e tenute prigioniere da Viktor che le sfrutta per fare soldi. E'aiutato da Angel, prigioniera come le altre ma "proprietà privata" di Viktor, un'orfana sordomuta che provvede anche a drogare le ragazze per far sopportare meglio tutte le angherie che sono costrette a fronteggiare. Un brutto giorno però arrivano al bordello di Viktor i militari che hanno ucciso la famiglia di Angel e questo complica i suoi piani di fuga. Più per caso che per volontà reale comincia la vendetta della piccola sordomuta....
Ci sono dei film che si possono guardare a cuor leggero perchè tanto è ben chiaro fin dall'inizio che quello che stiamo vedendo è molto, troppo lontano dalla realtà.
E poi ci sono dei film che invece non possono essere visti senza provare inquietudine perchè si è ben consci che quello che sta passando sullo schermo da qualche parte nel mondo è successo, anzi è possibile che sia successo anche di peggio.
A questa seconda categoria appartiene di diritto il film The seasoning house opera prima di un apprezzatissimo make up artist e tecnico di effetti speciali che risponde al nome di Paul Hyett.
Il suo film è un vero pugno nello stomaco: il bordello di Viktor con le sue stanze sporche ( e la mancanza di igiene è un qualcosa che mi fa molta più impressione di un qualsiasi mostro o bau bau orrorifico), poleverose,maleodoranti,  luogo di ricovero più adatto a parassiti di ogni sorta che a forme di vita assimilabili a quella umana ) è un qualcosa di molto simile a un inferno in terra.
Le ragazze sono torturate, seviziate e drogate per sopportare meglio dolore e violenze. Ed Angel silenziosamente si muove da una stanza all'altra per dare un po' di conforto, per quello che le è possibile.
Si muove nei corridoi  tra porte comunicanti e "passaggi segreti" nelle pareti attraverso i quali può spostarsi ancora più velocemente da una parte all'altra della casa e senza essere vista.
The seasoning house non gioca sull'attesa o su trucchi per far aumentare la tensione : è straight to the face, la cinepresa non si sottrae di fronte a nulla e si infiltra alla stessa velocità di Angel nell'esplorazione dei vari anfratti della casa, vera e propria coprotagonista della pellicola.
Se nella prima parte del film già lo spettatore poteva essere colpito dall'atmosfera sporca e bruta di questo bordello , poi Hyett alza ancora di più il livello del gioco mettendo in campo la tremenda vendetta da parte di Angel. E anche qui ci risparmia poco o nulla.
Produzione inglese presentata come film d'apertura al Frightfest del 2012 , il film è una simulazione di film slavo con attori inglesissimi che esibiscono accenti dell'Europa dell'Est.
Il film di Hyett ha una maturità stilistica impressionante: sarà un'esordiente ma non è precisamente un novellino come tanti altri avendo lavorato con tutti i personaggi più importanti della scena horror inglese ma anche al di fuori di essa.
L'esperienza c'è e si vede nell'uso della cinepresa e nel modo di muoverla attraverso gli stretti corridoi della casa. Poi il resto lo fa l'atmosfera. Difficile trovare qualcosa di più opprimente negli horror odierni, soprattutto perchè è tutto molto realistico e assolutamente verosimile.
Anzi The seasoning house colpisce allo stomaco ancora più forte proprio perchè si è ben consapevoli che durante la guerra nei Balcani sono accadute cose ben peggiori di quelle raccontate in questo film.
A confronto Hostel sembra una robetta per educande brufolose in cerca di emozioni "proibite".
E lasciatemi chiudere parlando degli occhi della protagonista Rosie Day: uno sguardo impossibile da dimenticare.

( VOTO : 7 + / 10 )  

The Seasoning House (2012) on IMDb

lunedì 2 settembre 2013

In Trance ( 2013 )

Simon è un dipendente di una importante casa d'aste che però è affetto in modo patologico dal vizio del gioco d'azzardo. Indebitato e impossibilitato a restituire il dovuto si allea con Franck, una specie di gangster che si offre di pagargli tutti i debiti in cambio di un suo "aiutino" nel furto di un Goya nella sua casa d'aste. Il furto riesce ma il quadro sparisce: lo ha preso Simon ma non riesce a ricordare dove l'ha messo perchè durante la rapina ha preso un forte colpo in testa. Franck lo porta da una psicoterapeuta, la dottoressa Lamb che tramite la tecnica dell'ipnosi cercherà di far ritrovare il quadro. Ma dai ricordi di Simon, in un'atmosfera sospesa tra realtà ed incubo ne verranno fuori delle belle...anzi no, delle brutte....
Dopo l'escursione arty nel deserto americano di 127 ore , film che ho detestato in modo appassionato, Boyle torna a girare in casa, in una Londra che sembra il corrispetivo strafatto e ubriaco della swinging London della fine anni 60. Prospettive sghembe, colori sparati con una predilezione per una tavolozza cromatica dalle tonalità calde, una storia di doppi e tripli giochi che diventano dei veri e propri salti mortali carpiati in avanti e all'indietro, dita "spuntate"( cioè private della loro sommità ) a una a una con precisione quasi chirurgica, teste spappolate che riescono comunque ad articolare un discorso di senso compiuto, dolorosissimi spari nelle pudenda, una deriva psicosessuale che cerca di rimettere tutte le tessere del mosaico al posto giusto.
Insomma un bailamme di suoni, immagini e sequenze volutamente shockanti che nelle mani di Danny Boyle,  uno baciato dal dio del cinema in quanto a talento, diventano un lisergico esercizio di stile, frastornante nel suo sfumare continuamente tra di loro i diversi piani narrativi.
In Trance ( a proposito ma perchè modificare il titolo originale solo per il gusto di farlo, lasciarlo intitolato Trance non andava bene?) parte come un heist movie, presto cambia la sua pelle diventano un balletto ladresco in cui Boyle si diverte a sparigliare le carte in tavole e poi da qui in avanti continua a cambiare pelle passando dal thriller all'horror e ritornando al thriller patinato ed erotico nel tentativo di chiudere il cerchio.
Già , la chiusura del cerchio: l'impressione che si ha è che Boyle a furia di rimescolare i vari piani narrativi poi la butti nella caciara psicosessuale cercando di terminare il tutto nel modo più indolore possibile.
Se Boyle voleva costruire un film che desse più dubbi che certezze allo spettatore , beh ci è proprio riuscito: il problema è che il meccanismo del film, complicato dalla perdita della linea di demarcazione tra realtà e incubo, ha un fascino visivo fuori dal comune ( perchè anche i detrattori più accaniti del regista inglese gli devono riconoscere il suo savoir faire con la cinepresa ) sembra specchiarsi in se stesso in maniera un po'narcisa e supponente.
E' la storia quella che manca , a conti fatti : si riduce tutto a un triangolo di sesso e quattrini del più classico dei noir americani d'annata, richiamato nello stile anche dalla voce fuori campo del protagonista.
Non ci sono buoni, insomma, ma immoralità dilagante in un film in cui niente è come appare a prima vista.
James McAvoy e Vincent Cassel funzionano nei rispettivi ruoli in una pellicola  che sembra la versione in acido de La migliore offerta di Tornatore.
La Dawson si dimostra invece una gatta di marmo ( la cosiddetta fr....moscia alla romana maniera) di proporzioni epiche....
In Trance è visivamente bellissimo ma , tolto quello, è veramente poca roba per uno col pedigree di Danny Boyle che con questo film conferma la sua ambizione smodata....

( VOTO : 5,5 / 10 ) 

Trance (2013) on IMDb

domenica 1 settembre 2013

Los ultimos dias ( 2013 )

Uno strano virus sta contagiando l'umanità: non sembra un agente biologico ( o forse si , non è chiaro ) ma una strana forma di agorafobia, cioè la paura degli spazi aperti, sta colpendo più o meno tutti. Marc si rifugia nel suo ufficio assieme a colui che era stato chiamato per licenziarlo, Enrique e ad altri colleghi. Marc però deve raggiungere sua moglie, Julia e per farlo può andare a casa sua utilizzando i canali del sistema fognario. Si unisce a lui Enrique per ragioni all'inizio poco chiare e grazie a un GPS rubato a un automobile cercano di arrivare a casa di Marc. Faranno vari incontri , quasi tutti spiacevoli e quando arriveranno a casa di Marc avranno una sgradita sorpresa. Julia non è lì. Occorre ripartire daccapo per la sua ricerca. 
Dove sarà?
Sono stato incuriosito da questo film perchè mi piace il cinema postapocalittico, forse perchè incarna una delle principali paure dell'uomo: quella della fine di tutto, della perdita di tutte quelle comodità che il progresso ci ha portato, un ritorno a vivere con molto meno rispetto a quello a cui siamo abituati nei tempi odierni.
Insomma un bel casino se la nostra vita venisse complicata da un'apocalisse incombente.
I fratelli catalani Alex e David Pastor non sono dei novellini del cinema postapocalittico avendo già diretto un film dello stesso genere nel 2009, il misconosciuto Carriers ( di cui , se interessa , abbiamo parlato qui), un piccolo film low budget che tuttavia aveva affrontato il genere con un approccio abbastanza originale, umanistico direi per riassumerlo in una parola sola.
Ed è lo stesso approccio che si ritrova in questo Los ultimos dias, girato con un budget molto più consistente ( si parla di 5 milioni di euro, cifra ridicola per lo standard hollywoodiano ma importante a livello europeo) ma non per questo vittima sacrificale all'altare di ingombranti effetti speciali.
Che ci sono, sia ben chiaro, ma sono usati con intelligenza e anche una certa parsimonia, una computer grafica per nulla invasiva che però regala dei flash inquietanti su una Barcellona vuota ( alla stessa maniera i cui era ansiogena la Londra disabitata delle prime sequenze di 28 giorni dopo) e soprattutto è capace di rendere l'idea del progressivo svuotamento di luoghi ad alta densità di transito umano ( come piazze, stazioni e centri commerciali).
Il punto cardine del film però non è tanto l'apocalisse, che come in Carriers è trattata come uno sfondo, seppur di importanza notevole,quello che è posto in primo piano è il rapporto umano che si viene a creare tra Marc ed Enrique in una sorta di road movie sotterraneo in cui entrambi trovano l'occasione di crescere e per superare il panico che li attanaglia, paura degli spazi aperti che ha colpito un po' tutta la razza umana.
In alcuni frangenti siamo un po' troppo dalle parti del buddy movie, la struttura con flashbacks a incastro rende nella parte centrale un po' blando il ritmo e talvolta si tracima nel melodramma ( non dico quando perchè altrimenti andrei incontro a fastidiosi spoilers ) ma Marc ed Enrique sono due personaggi a tutto spessore, solidi e Los ultimos dias è un film che complessivamente funziona e che si dimostra onesto, non caciarone e sferragliante come una classica produzione hollywoodiana.
Anzi può essere preso ad esempio proprio per la diversità di approccio al genere : meno rumore, meno effetti speciali, più spessore ai personaggi  e più spazio alla narrazione.
Los ultimos dias non è un capolavoro e non ha la pretesa di esserlo ma dimostra ancora una volta la vitalità del cinema spagnolo di genere.
E la domanda che sorge spontanea è sempre la stessa: perchè loro si e noi no?

( VOTO : 6,5 / 10 ) 

Los últimos días (2013) on IMDb