I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.

martedì 18 settembre 2012

The Bourne legacy ( 2012 )

Dunque, ricapitoliamo: Bourne ha scoperchiato al termine del film precedente tutte le marachelle compiute dalla CIA riguardo un certo programma di addestramento di mezzi uomini e mezzi terminator creati con farmaci dai colori assortiti. Occorre quindi eliminare Bourne e tutti quelli che sono a contatto con queste pillole multicolore.
Questo è il sunto di questo quarto capitolo della saga che però è come se fosse il numero zero di una nuova saga. E questo perchè Bourne è presente solo nel titolo. In questo film non ve n'è traccia.
Lascia il testimone al superagente Aaron Cross che è il numero 5 dei 9 agenti da eliminare e naturalmente non ne vuol sapere. E lui individua l'unica altra superstite di questo programma farmacologico e fuggono insieme per trovare una soluzione alla dipendenza da farmaci di Cross ma soprattutto per salvarsi la vita.
Il passaggio del testimone da Bourne a Cross non è affatto indolore : se il primo è una specie di alieno calato in terra da chissaddove perchè non ricorda nulla, il secondo sa perfettamente come muoversi , ricorda tutto  e ha l'unica aspirazione di sparire dai mirini di tutti quelli che gli vogliono fare la pelle.
L'adrenalina del secondo e terzo film viene dispersa in mille rivoli dalla moltiplicazione dei fattori in campo e da una resa scenica complessivamente disomogenea.
Da una parte lunghissimi dialoghi pipponici  in interni in cui si cerca di spiegare tutto raccordandosi ai film precedenti, dall'altra scene action che cercano un pochino di smuovere le acque.
In più una prima parte in montagna che non fa precisamente del ritmo la sua caratteristica migliore provvede a zavorrare il film fin dall'inizio.
La regia testosteronica e umorale di Greengrass viene di fatto "addomesticata" da quella più mainstream di Gilroy ( già sceneggiatore della saga) facendo perdere a The Bourne legacy la peculiarità stilistica che avevano i due film precedenti: se prima un film sull'agente amnesico era riconoscibile già da una sola sequenza, qui ci troviamo di fronte a una spystory come un'altra e a sequenze action che abbiamo visto in millemila altri film.
E fioccano come non mai bondate e missionimpossiblate per rendere al meglio il superomismo del nostro nuovo eroe a cui Jeremy Renner con la sua faccia da pitbull, cerca di dare inutilmente qualche brandello di personalità.
Sarà sbagliato confrontare questa pellicola  con i  due film di Greengrass ma è impossibile astenersi dall'esercizio.
Sto tralasciando il primo esponente della saga perchè anche quello , pur essendo l'inizio di tutto, lo vedo come una sorta di corpo estraneo a una serie che fino a questo quarto capitolo era una delle poche in crescendo.
E poi sta sul podio dei miei abbiocchi pesanti al cinema  assieme a JFK ( risveglio alla terza ora di film) e Sleepers ( nomen omen, addormentato alla fine dei titoli di testa e risvegliato ai titoli di coda).
Nel primo film di Bourne che ebbi la ventura di vedere ( si fa per dire ) al cinema diciamo che ho mancato quasi del tutto la prima parte non capendo quindi naturalmente nulla della seconda. Poi, però da bravo studente ho ripassato tutto in dvd.
Ma stiamo divagando: il film di Tony Gilroy può essere visto come un nuovo reboot della saga ma rischia di esserne la pietra tombale per una riuscita complessiva non all'altezza.
Una sola sequenza notevole per ritmo e suspense: quella a casa della scienziata quando una squadra di agenti vuol farla fuori e lei è salvata da Cross.
Un po' troppo poco per un film che scavalca le due ore e non proprio in agilità.
Accanto alla comparsata di vecchi volti della saga per dare al tutto un aspetto più "familiare", da notare la presenza di un redivivo Stacey Keach e del suo volto che sembra intagliato nelle rocce del monte Rushmore.
Norton si sta dimostrando sempre più una grande promessa non mantenuta , da nuovo Robert De Niro si sta trasformando in uno che poteva essere il nuovo De Niro.
Avrei voluto spoilerare sul finale ma non posso non perchè non voglia.
Il finale semplicemente non c'è.

( VOTO : 5 / 10 ) 

The Bourne Legacy (2012) on IMDb

lunedì 17 settembre 2012

A lonely place to die ( 2011 )

Non  ricordo bene se alle medie o alle superiori ma in geografia mi avevano inculcato l'idea che in Inghilterra praticamente non ci fossero montagne e che quella più alta era poco più di una collinetta su cui al massimo fare una scampagnata la domenica, sapete quelle con le tovagliette, i panini gommosi dentro il cellophan, il frigo portatile e il thermos dentro cui mettere l'acqua e mantenerla fresca.
A vedere questo film tutto ad un tratto quello che mi hanno insegnato si è trasformato all'istante in materiale cartaceo da bagno: si comincia con una cliffangerata niente male con un trio appeso su una parte verticale e uno dei tre che come formica impazzita si trova a penzolare a testa all'ingiù quasi rendendo l'anima al creatore.
Si continua con gli altri due che lo soccorrono e se tra i due c'è pure Melissa George che qui a bottega apprezziamo notevolmente , beh allora quasi quasi vorremmo scambiarci di posto. Dico quasi perchè si soffre di vertigini e si diffida di corde troppo sottili.
Sicuramente la montagna dove sono rimasti bloccati i tre è poco più di un'increspatura del terreno di fronte all'Eiger che viene nominato come termine di paragone. Ma fa la sua porca figura perchè ti fa salire il cuore appena dietro le tonsille e non è una bella sensazione per chi al massimo ha scalato la collinetta di terriccio dietro casa.
Poi a sentirlo nominare l'Eiger ,  a vederlo in una foto e a ricordare il film di e con Clint Eastwood è tuttuno.
Eppure la fonte di ispirazione principale di questo non è Assassinio sull'Eiger.
E' invece l'onnipresente Deliverance ( Un tranquillo weekend di paura ) capostipite di una serie ancora aperta di film in cui una delle maggiori insidie è la natura matrigna che avvolge , ostacola e che arriva anche a uccidere.
Ed è aiutata dalla manina malefica dell'uomo.
Oltre a questa abusata fonte di ispirazione ci possiamo mettere anche quel gruppetto di film in stile survival in cui c'è un gruppo di cattivoni che vuole fare a tranci i protagonisti per motivi più o meno stupidi.
Tipo Eden Lake per esempio in cui Batacchio Fassbender si doveva difendere da una banda di giovinastri in mezzo a un bosco praticamente incontaminato.
La storia di A lonely place to die è presto detta: un gruppo di cinque alpinisti della domenica ( o giù di lì , sembrano molto professionali in certi frangenti, forse pure troppo)  a spasso per le Highlands scozzesi trovano una bambina che parla serbocroato nascosta in una buca del terreno.
La portano con loro ma devono fronteggiare le " rimostranze" a colpi di fucile di chi l'ha messa in quella buca, dei rapitori in cerca di riscatto da parte dei genitori della bimba.
La lotta è senza esclusione di colpi, si arricchisce di ulteriori contendenti e finisce nel bel mezzo di una festa patronale, una specie di baccanale pagano, in un piccolo borgo scozzese.
In compenso fioccano cadaveri che è un piacere anche quando la protagonista e la bambina si credono al sicuro in mezzo al paese.
Dal punto di vista formale il film è molto ben realizzato: passando sopra alcune evidenti incongruenze ( tipo Melissa George che si fa un volo di svariate decine di metri e non si fa neanche un graffio, oppure la mira troppo scarsa per essere vera dei killer che inseguono gli alpinisti ) è divertimento assicurato perchè cambia continuamente pelle e fa restare inchiodati sulla poltrona dal primo all'ultimo minuto.
A lonely place to die ha diverse ottime frecce al suo arco: si avvale di ottime ambientazioni con panorami mozzafiato nella loro brutale maestosità, il regista Julian Gilbey ( che il film se lo è anche sceneggiato assieme al fratello Will ) ha un ottimo senso del ritmo, il livello di recitazione è decisamente sopra la media del genere e la moltiplicazione dei villains, strada facendo, assicura il perdurare della suspense fino al rendez vous definitivo.
Ultima sorpresa per il finale: SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER il villain più pericoloso, crudele e sanguinario è il padre della bambina che non esita a torturare e uccidere chi gli ha rapito la figlia. E' giusto restituire la figlia a un criminale di tale risma? eh eh domanda delle cento pistole.... FINE DELLO SPOILER FINE DELLO SPOILER FINE DELLO SPOILER.
Ho trovato particolarmente agghiacciante il dialogo nel pub tra uno dei rapitori e l'incaricato dalla famiglia di pagare il riscatto: parlare così  di rapimenti e uccisioni di bambini come se nulla fosse, come se fosse un lavoro normale è un qualcosa che fa venire i brividi.

( VOTO : 7 / 10 )  A Lonely Place to Die (2011) on IMDb

domenica 16 settembre 2012

Hot fuzz ( 2007 )


Il trio  (delle meraviglie)  Pegg / Frost/ Wright dopo i morti dementi ci sollazza con i poliziotti dementi a piede libero nella campagna inglese
Hot Fuzz è un film matrioska, una pellicola multistrato che è un divertimento inenarrabile per il cinefilo che riesca a stare dietro a tutte le citazioni palesi ( perchè nominate chiaramente dai protagonisti ) e nascoste che vengono utilizzate come colonna vertebrale di un film che non è solo un adorabile parodia del genere poliziesco americano ma anche del modo british di trattare l'action e le crime stories.
Si ride degli altri ma soprattutto si ride di se stessi.
Se per gli americani le icone sono l'ipercinesia logorroica di Bad Boys o il maledettismo romantico di Point Break, in Inghilterra si aggira L'ispettore Barnaby, un don Abbondio poliziotto di mente superiore che si districa (da fermo) tra tè, pasticcini e omicidi , abbiamo Poirot e Miss Marple che fanno lavorare più le celluline grigie che le gambe, abbiamo la campagna verde e inoffensiva che nasconde invece segreti inenarrabili.
Così quando il superpoliziotto Nick Angel (un Pegg gracilino e all'apparenza inoffensivo che anche fisicamente è l'antitesi del poliziotto americano iperpalestrato e pieno di muscoli fino all'attaccatura dei capelli ) viene trasferito nella sonnacchiosa Sandford si confronta con una realtà in cui la massima emozione per il tutore della legge è sbattere per una notte in guardina qualche ubriacone.
Un tasso di criminalità praticamente pari allo zero non adatto a un uomo d'azione come l'ex "manganello d'oro" Angel. E qui non succede come in Kops , piccolo cult svedese diretto dal regista d'origine libanese Josef Fares,anch'esso parodia del genere action americano, in cui erano gli stessi poliziotti della locale caserma che organizzavano azioni illegali per alzare il tasso di criminalità al fine di  evitare la chiusura della stazione di polizia.
Qui i crimini avvengono in quantità e non vengono denunciati. Così  anche una strana serie di omicidi viene derubricata come incredibile catena di coincidenze.
Ed Angel viene addirittura considerato un pazzo perchè colui che ritiene colpevole ha un alibi inattaccabile.
Finale rutilante, un wild bunch rambesco senza morti ma solo disarmati e condito da inseguimenti tarantinati.
Il cast è fatto da volti noti e notissimi del cinema e della tv inglese, c'è qualche star sotto mentite spoglie nascosta alla maniera del cinema di Landis, in più la coppia Pegg/Frost fa letteralmente faville in un divertissment elegantemente sospeso tra goliardia, comicità visiva slapstick e citazionismo sfrenato.
Hot Fuzz  è un calderone multigenere che arriva ad un passo dalla demenzialità pura usando il cinema americano action come bersaglio per frecciate intinte nel curaro di humour britannico.
Standing ovation per il  cigno aspirante killer, più temibile di qualsiasi black swan in circolazione ....

( VOTO : 8 /  10 ) 

sabato 15 settembre 2012

Restless - L'amore che resta ( 2011 )

Amore e malattia.
Un binomio già frequentato tante altre volte al cinema .
Un punto di partenza tutto sommato convenzionale per il nuovo film di Van Sant. Ma lui convenzionale non è e ribalta da par suo le prospettive della narrazione pur lavorando su una sceneggiatura non sua.
Un ragazzo e una ragazza( Enoch es Annabel) si conoscono a un funerale: si imbucano come curiosi, cercando di far parte di quella sfera intima che è il dolore altrui e presto intuiamo perchè sentono questa esigenza.
Lui ha perso da poco i genitori in un incidente stradale, ha avuto un'esperienza di morte di tre minuti e vive in una casa mausoleo assieme alla zia Mabel.
Lei ha un cancro che a breve se la porterà via eppure sembra accettare tutto col sorriso e si imbuca ai funerali probabilmente per coreografare meglio il proprio.
Si conoscono, si piacciono, sono poco più che adolescenti impacciati e un regista qualunque avrebbe inteso questo loro "breve" ( per forza di cose ) incontro come un qualcosa che sia assimilabile a un percorso di crescita e di accettazione del destino  cinico e baro, come si suol dire.
E invece no : essendo a loro negato il tempo di una crescita in comune, Enoch e Annabel usano quel poco a loro disposizione per preparare al meglio il momento del distacco che incombe sempre su di loro, quando sono assieme non cercano di allontanarsi mentalmente il più possibile da quel momento che sancirà la loro separazione come farebbe qualsiasi coppia, anzi lo ritengono quasi parte del loro rapporto e si impegnano a renderlo il più memorabile possibile.
Lo hanno accettato , almeno apparentemente perchè Enoch , che tra i due è il più ombroso e confuso , ha i suoi momenti di cedimento.
Invece Annabel ha praticamente metabolizzato il suo destino: tutto le appare chiaro, cristallino, è lei che guida Enoch fuori dalla palude in cui sta affondando con i suoi fantasmi, prendendosene simbolicamente carico in una sorta di passaggio ideale tra uno che è stato morto per tre minuti e una che lo sarà non si sa per quanto.
Restless tratta un tema come la morte con una leggerezza quasi impalpabile, eppure è un film che colpisce dritto al cuore.
Non siamo di fronte al sarcasmo beffardo di Six feet under che utilizzando tutta l'iconografia funeraria come un maglio cerca di esorcizzare il concetto di morte e separazione.
Addirittura l'inizio del film  fa sembrare Enoch come un discendente diretto dell' Harold  di Harold e Maude  , altra immortale storia d'amore a tempo determinato, solo che lui è un imbucato seriale ai funerali altrui e non un aspirante suicida.
Restless a suo modo è un inno alla vita nonostante tutto.
Enoch grazie ad Annabel viene finalmente educato a vivere.
Partecipare al  funerale di lei è il momento della sua catarsi assoluta: finalmente supererà il trauma di non aver partecipato al funerale dei propri genitori ( che è la ragione per cui si imbuca ai funerali altrui vestito di tutto punto e listato a lutto).
Con una storia come questa il rischio di scivolare nell'abisso del patetismo gratuito era altissimo.
Bisogna dare atto a Van Sant che è riuscito a dare un taglio originale a un opera che rischiava di essere uguale e banale come decine di altre. E questo perchè accanto alla malinconia c'è sempre un sorriso e non è un caso che il volto fresco e sbarazzino di Annabel ( una bravissima Mia Wasikowska che sembra una Mia Farrow giovanissima ) ci regali dei sorrisi luminosissimi al contrario di Enoch ( Henry Hopper, figlio di Dennis a cui è dedicato il film ) che è sempre corrucciato e pensieroso. E lei è quella a cui un capriccio del  destino ha riservato solo un'altra manciata di giorni da vivere.
Fotografato con toni autunnali e contraddistinto da sequenze lunghe e silenziose in cui la colonna sonora riesce a dire in musica tutto quello che non sarebbe possibile dire a parole, Restless lascia alla fine proprio quella sottile inquietudine indicata dal titolo.
Proprio come quella di  Enoch, dell suo rapporto con Annabel e di quello con il mondo intero che lo circonda.
Quel silenzio inframezzato ai suoi momenti felici riportati in brevi , brucianti  flashbacks , quel sorriso appena accennato quando riesce ad abbandonarsi totalmente alla voluttà del ricordo , sono la prova tangibile che finalmente un sole illuminerà la vita di Enoch.

( VOTO : 8 / 10 ) 

venerdì 14 settembre 2012

Diaz - Don't clean up this blood ( 2012 )

Ancora non è stata scritta la parola fine su questa vicenda. E probabilmente non sarà mai scritta.
Sì, ci sono state sentenze, condanne, c'è stato il riconoscimento ufficioso  tramite sentenze passate in giudicato  degli errori commessi ( ma chiamarli errori è decisamente un eufemismo) da parte dello Stato e dei suoi apparati periferici, ma ha tutto il sapore di un contentino, giusto per mettere a tacere qualche polemica.
Ma quello che è successo nella scuola Diaz e successivamente nella caserma di Bolzaneto è una piaga incancrenita ancora aperta nel cuore di uno Stato che si professa democratico come il nostro.
Perchè in quegli scenari da macelleria messicana ( o cilena , quei corpi accatastati per un attimo sono stati un flash di Post mortem di Larrain) la democrazia è stata soppressa brutalmente a colpi di tonfa ( il manganello del celerino) e violenze assortite.
Diaz - Don't clean up this blood ( da una frase trovata nella scuola Diaz) nel G8 contrassegnato dalla morte di Carlo Giuliani sceglie di focalizzare la sua attenzione sui fatti successi in quella fatidica sera in quella scuola occupata e nelle ore successive alla caserma di Bolzaneto trasformatasi in un lager nazista a sentire le testimionianze riportate.
Questo è il nodo importante: Vicari cerca di mantenersi a distanza dal materiale narrativo proponendo filmati amatoriali veri inframezzati alla parte fiction che è basata essa stessa su atti processuali e su sentenze passate in giudicato.
Partendo da una bottiglietta che si frantuma ( la scusa per giustificare la reazione punitiva della polizia) il regista frammenta i vari punti di vista usando un montaggio con piani temporali che si sovrappongono gli uni agli altri.
Il risultato non è un film astrusamente complicato o difficile da seguire ma la narrazione ha il ritmo alacre del film corale senza per questo sfociare nell'effetto soap o fiction televisiva come spesso succede nelle produzioni italiane.
A questo proposito il mantenere le varie lingue dei manifestanti è una scelta che vuole far risaltare il carattere internazionale del prodotto.
Pur parlando di una vergogna tutta italiana.
Il massacro avvenuto nella scuola Diaz e le crudeltà della caserma di Bolzaneto sono rese da Vicari in maniera cinematograficamente brutale: non viene risparmiato nulla neanche ci trovassimo di fronte a un horror.
In realtà ci troviamo di fronte a un horror che mette paura e indigna perchè tutto quello che vediamo è tristemente accaduto.
Alla fine del film si rimane quasi inebetiti, ci si vergogna quasi di vivere nella stessa nazione in cui qualcuno si è macchiato di tali crimini.
Quello che rimane è la rabbia , la frustrazione perchè giustizia non è stata  fatta e probabilmente non lo sarà mai.
Diaz - Don't clean up this blood colpisce duro sia alle viscere che al cervello , le didascalie finali che ci ricordano di promozioni dei funzionari di polizia pesantemente implicati in questa storiaccia e le condanne di esponenti di secondo piano mi ha riportato alla mente le didascalie finali di Sunday Bloody Sunday di Greengrass che ci ricordavano gli encomi presi da militari e da ufficiali inglesi responsabili di una strage di civili .
Alla Diaz e a Bolzaneto non ci sono stati morti solo per un puro caso, ma il disgusto è lo stesso.
Vicari forse tace un po' troppo sulle pesanti responsabilità politiche, forse l'unica mancanza in un film che mostra il lato eversivo di apparati dello Stato, grazie alla connivenza nelle alte sfere, col politico di turno che faceva bella mostra di sè nella sala operativa della Questura e i funzionari nell'ombra a tramare piani di guerriglia , di inquinamento prove e di depistaggi di fronte alla stampa internazionale.
Da notare anche che una parte consistente di questo film è stata girata all'estero.
La ferita è quindi ancora aperta.
Diaz- Don't clean up this blood è un film alla  maniera del vecchio glorioso cinema italiano di denuncia civile.
Per non dimenticare.

( VOTO : 8 / 10 )   

giovedì 13 settembre 2012

Sugar Baby ( 1985 )

Marianne è una ragazzona di 25 anni che ne dimostra molti di più: sarà per il fisico oversize, sarà perchè lavora in un impresa di pompe funebri in cui si occupa di lavare, vestire i cadaveri e dare una mano per spostare le casse da morto, sarà perchè vive una routine soffocante tra un triste appartamento, la piscina in cui le piace isolarsi per lunghi minuti e infiniti viaggi di trasferimento nella metropolitana di Monaco di Baviera.
Marianne è  più vecchia dentro che fuori, costretta alla solitudine che cerca di compensare ingurgitando enormi quantitativi di cioccolata e dolci in genere. Si è lasciata andare a una vita da pensionata pur non avendo nemmeno 30 anni.
Eppure qualcosa succede.
Un giorno è colpita dal timbro di voce del conducente del suo treno e si mette in testa di conoscere chi c'è dietro quella voce. Lo individua, anche l'aspetto fisico non è affatto deludente visto che è un bel ragazzo biondo, magro, all'apparenza simpatico e comincia a seguirlo, a studiare i suoi turni al lavoro, arriva anche a licenziarsi dal lavoro e a traslocare per abitargli vicino e avere più tempo per impararne le abitudini. Finchè un giorno trova il coraggio di parlarci.
 E'sposato ma la moglie sta due settimane via e comunque il suo sembra un matrimonio contrassegnato dall'anaffettività. In fondo per Marianne che ha cambiato totalmente fisionomia, modo di vestire e di truccarsi per rendersi più piacevole è anche facile fare breccia nel suo cuore (e anche in qualcosa altro) ricoprendolo di coccole e di attenzioni.
Un bel sogno, un incanto in cui vivere una storia di passione , un semplice modo per evadere da tutto quello che li circonda.
L'appartamento di Marianne diventa il loro nido d'amore, il posto ideale per comunicare, per le confidenze più intime. Ma un bel sogno dura poco e il risveglio può essere amaro.
Sugar Baby è un delizioso film sull'amore e la passione che permettono di continuare a sentirsi vivi.
Purtroppo è tutto a tempo determinato riducendosi a una specie di  Breve incontro ( Lean docet ) virato in acido.
Semplificando è una storia tra il bello e la bestia ma sarebbe ingeneroso trattare così la Sagebracht che si immola anima ma soprattutto corpo al suo personaggio a cui cerca di donare l'erotismo delle sue forme extralarge.vIl suo è un sentimento genuino senza secondi fini che sovverte il modello classico della storia d'amore sul grande schermo.
Lui arriva a preferire Marianne rispetto all'avvenenza della moglie che a prima vista è molto più attraente,vla bellezza,vl'estetica vanno decisamente in secondo piano .
Sugar Baby è anche un film di contrasti cromatici:vi colori spenti del posto di lavoro di Marianne,vdelle stazioni della metropolitana e dei suoi corridoi malamente illuminati da pigre lampade al neon contrastano col calore cromatico della nuova casa di Marianne,cdalle tonalità così accese da arrivare oltre la soglia del kitsch, col nuovo modo di vestirsi e truccarsi della ragazzona e anche con il caleidoscopio di colori della discoteca in cui c'è una delle sequenze clou del film.
Questa differenza è sottolineata anche dai colori attraverso cui è filtrata la fotografia di Johanna Heer che sceglie di virare spesso le immagini al  rosso, al blu , al verde o al viola quasi ad accentuare il carattere di sogno, di irrealtà di una storia di questo genere.
Adlon è notevole nell'inquadrare la triste routine quotidiana ed è addirittura magistrale nel riprendere la metamorfosi estetica (e non solo) di Marianne. La sua bulimia emblema della sua solitudine si trasforma nella volontà di sorprendere, ingolosire e riempire di attenzioni il suo uomo.Che, caso raro, quando si idealizza un amante per tanto tempo come accaduto a lei, non la delude affatto. 
Anzi, la fa volare ancora più in alto sulle ali di un sogno divenuto reale.
Il risveglio può essere duro ma la Marianne al distributore di merendine della stazione che si rivolge sorridendo a un qualcuno che noi non vediamo è l'icona della speranza: perchè chiunque empatizzi un minimo quello che ha appena visto spera che lì, dall'altra parte, ci sia il suo bel conducente con la sua voce adorabile.
Uno dei miei supercult personali al di là dei suoi limiti oggettivi ( oggi magari appare un po'datato con la sua estetica anni '80 sparata in faccia allo spettatore).

( VOTO: 8,5 / 10 ) 

mercoledì 12 settembre 2012

War horse ( 2011 )

C'è stato un periodo in cui Spielberg era il re Mida del cinema perchè tutto quello che toccava si tramutava in oro. E fino a qualche tempo fa non solo in termini di incassi al box office ma anche in qualità artistica.
Ora, per quanto mi riguarda quel tempo è finito: l'ex golden boy del cinema per famiglie ormai fa cinema ombelicale ( ma devo ammettere che mi manca il suo ultimo Tin Tin anche se credo che sia difficile che mi faccia cambiare idea), intento a guardarsi allo specchio e al  passato sia al suo che a quello altrui.
War horse è una sfiancante epopea (due ore e mezza sono decisamente troppe) , una simulazione di film alla John Ford ma senza la sanguigna visione della vita che contraddistingueva il grande irlandese. E proprio per questo suona falso e retorico.
E poi , ammettiamolo: a questo cavallo succedono più cose in questo film che a Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson in tutta l'opera omnia di Matarazzo che a confronto di questo film sembra un misurato cesellatore di sentimenti ed emozioni. E loro sì che erano dei bersagli preferenziali per la sfiga universale.
E' un classico filmone per famiglie come si facevano una volta, uno di quelli che una volta chiamavamo polpettoni ma parlare di polpettone e di cavallo nella stessa frase forse non credo che sia così elegante.
Altra cosa che mi ha fatto venire in mente, così in maniera empirica , è quel tipo di film a episodi in cui un oggetto, un'automobile o una camera d'albergo erano il trait d'union tra i vari segmenti del film.
War horse è un film a episodi collegati tra loro da questo cavallo, mezzo da tiro e mezzo da corsa che in realtà a vedere la storia è un immane catalizzatore di sfiga. Chi tocca questo cavallo muore oppure avrà in cambio un destino di sofferenze e tribolazioni.
Analizzando il film è così: il ragazzo che lo doma lo deve vendere perchè il raccolto è andato a male( in realtà la decisione la prende il padre visto che ormai sono alla canna del gas), il capitano dell'esercito che se lo prende muore in battaglia, i due soldatini tedeschi che lo salvano finiscono fucilati come disertori, la ragazzina che lo trova se la porterà via la guerra come dice il nonno quando si ricompra l'equide a peso d'oro e così via.
Insomma con un cavallo così sfigato che durante il film rischia più volte di finire la sua carriera sotto forma di bistecche e costatine meglio essere cauti.
Il medico dell'ospedale da campo poi lo vuole sopprimere perchè ha il tetano: fa una bella diagnosi a distanza  e 'sto poverino di cavallo neanche zoppica. Ma perchè lo vuole ammazzare?
Solo perchè Spielberg deve cercare di estrarre a forza le lacrime dai dotti lacrimali. Non credo che ci sia altra spiegazione.
E qui dobbiamo distinguere tra regalare emozione ed essere ruffiani.
Intendiamoci War horse non è un brutto film dal punto di vista tecnico e figurativo, però contiene alcuni pregi e molti difetti del cinema di Spielberg che nel momento migliore della sua carriera riusciva a costruire cinema che emozionava le platee, ora questa sua capacità è centellinata in alcuni momenti mentre gli riesce benissimo essere ruffiano.
Accanto a tramonti rosso fuoco, mitragliate di buoni sentimenti e alcune sequenze che valgono il cosiddetto prezzo del biglietto, ci sono alcune cadute di tono piuttosto pacchiane e soprattutto in più di un'occasione si percepisce proprio la noia che arriva galoppando.
Per esempio la sequenza in cui il cavallo viene liberato dal filo spinato che diventa l'occasione di un incontro tra soldati da parti opposte della barricata è la testimonianza di quanto il messaggio di pace grondante retorica si divori in un sol boccone il cinema. Un inno alla volemose bene scontato quanto inutile con quelle cesoie che volano perchè di uccidere un mio simile non mi importa però vuoi mettere che soddisfazione a  salvare un cavallo?
Un po' come succedeva in Hachiko altro film in cui gli uomini fanno da spalla all'animale protagonista: Richard Gere schianta in due secondi  a metà film e non succede nulla, il cane lo va a aspettare alla stazione e giù lacrime a profusione. Questo secondo me non vuol dire provocare emozione ma solo essere dei procacciatori di lacrime a buon mercato.
Poi , ritornando a War horse , è curioso che il soldato tedesco le chieda ai propri commilitoni in inglese, ma spero solo che sia una svista nel doppiaggio nostrano.
Insomma l'ultimo film di Spielberg è un melodrammone equino che talvolta fa intuire la fu grandezza di un cineasta che incantava le platee di tutto il mondo.
Ma i momenti in cui si rimpiange il regista che fu sono decisamente troppi per essere digeriti.
Almeno il cavallo non finisce a bistecche. Unica grama consolazione.

( VOTO : 4,5 / 10 ) 

martedì 11 settembre 2012

Cold prey ( Fritt vilt , 2006 )

Di questo Cold prey ne ho letto un gran bene quasi per ogni dove per cui mi sono apprestato alla visione carico di una certa aspettativa.
La storia è quella di cinque ragazzi  che su una station wagon stanno andando nell'Eldorado dello snowboarding, almeno a sentire uno di loro. Un posto nascosto, sconosciuto praticamente a tutti e su cui fare evoluzioni acrobatiche con la propria tavola in mezzo a pendii invitanti.
Il problema è che uno di loro pensa bene di rompersi una tibia , il telefonino naturalmente non prende ( altrimenti invece di trovarsi di fronte a un film dopo 20 minuti era finito tutto) e loro cercano un riparo per la notte anche perchè si sono allontanati troppo dalla macchina.
Cammina cammina e arrivano a una specie di cattedrale nel deserto di neve, un albergo abbandonato e che sembra aver visto giorni migliori. L'idea è che uno di loro alla mattina successiva parta per cercare i soccorsi.
Intanto prendono confidenza con l'albergo, cercano di familiarizzare tra loro in senso biblico ( sono due coppie e il quinto incomodo è quello che si è rotto la gamba) e si apprestano a passare la notte, chi meglio e chi peggio.
Il problema è che non sono soli. C'è qualcuno che li vuole sterminare a uno a uno.
La trama appena riportata fa pensare al solito stupido slasher americano popolato di personaggi che agiscono sempre ad minchiam e che favoriscono in tutti i modi l'azione del mostro.
E invece no. E' un film norvegese. E devo dire che a livello di confezione non ha nulla da invidiare rispetto ai colleghi americani.
La regia è la cosa migliore di questo film: per prima cosa gli attori sono sopra la media del genere, inoltre  giocando con le ambientazioni polverose degli interni e su esterni che lasciano ben poca speranza di fuga , il regista Roar Uthaug all'esordio nel lungometraggio dimostra grande padronanza del mezzo espressivo e ha buon gioco nel creare un efficace clima ansiogeno fondato sull'alternanza tra efferatezze ( niente sangue a secchiate o fegatini e frattaglie varie sparse per ogni dove, il tasso di stravaso ematico è al minimo sindacale ) e attese delle mosse che farà il mostro ad opera dei superstiti.
Il prodotto quindi è di assoluta competenza tecnica anche se manca quasi del tutto di originalità.
In fondo sappiamo benissimo che i nostri "eroi "( si fa per dire, normalmente in questo tipo di film i protagonisti sono talmente decerebrati che a un certo punto si fa il tifo per il mostro affinchè completi la strage nel più breve tempo possibile) saranno (s)terminati  in gran parte perchè non sono così' attrezzati per sopravvivere e quindi la curiosità sta nel come moriranno piuttosto che nel se  nel quando.
Occorre dire che però , almeno in questo caso, questo pugno di ragazzotti norvegesi agisce con un minimo di coerenza a parte qualche deviazione dalla logica per ragioni ormonali.
Questo alla fine ce li rende un po' più simpatici.
Il killer è abbastanza ordinario, la sua psicopatologia viene inquadrata tramite brevi flash ma non spiegata ( anzi l'assenza di spiegoni è da annoverare tra i pregi del film) è senza volto perchè mascherato per il freddo, gigantesco il giusto e dotato anche di una certa intelligenza nel cercare di far fuori i suoi ospiti indesiderati.
L'albergo in mezzo alla neve non può far altro che richiamare alla memoria l'albergo più famoso della storia del cinema, almeno nella stagione invernale, l'Overlook Hotel di kinghiana e kubrickiana memoria.
Ma King e Kubrick non c'entrano con questo film.
Cold prey è una discreta visione disimpegnata, senza lampi di genio ma solido e senza troppi cedimenti.
Certo c'è sempre la tara della regola non scritta del genere in cui per la prima mezz'ora non deve succedere assolutamente nulla.
Però qui vale la pena aspettare. Una certa dose di divertimento è assicurata.

( VOTO : 6,5 / 10 )

lunedì 10 settembre 2012

Ribelle -The Brave ( 2012 )

Ribelle - The Brave ( ennesima perla del titolista italiano perchè brave in inglese vuol dire tutto tranne che ribelle) racconta la storia della principessa Merida, figlia di re Fergus e della regina Elinor.
Merida è un autentico maschiaccio, amante del tiro con l'arco e di tutte quelle occupazioni più tipiche dei maschietti che delle femminucce , la madre inutilmente o quasi cerca di educarla alle buone maniere in vista della festa di fidanzamento che avverrà di lì a poco.
E' importante che si fidanzi anche per mantenere l'equilibrio politico e la pace nella sua terra ma lei non ne vuole sapere di sposarsi .
Ma Merida ha poca voglia di mollare la propria libertà e fugge nel bosco alla ricerca di una soluzione: incontra una strega piuttosto originale che le fornisce un incantesimo.
Ma non è quello che cercava Merida, ne ricaverà solo un mucchio di guai.
Introdotto da scenari naturali riprodotti in maniera favolosa con un uso più che competente della tavolozza cromatica, Ribelle -The Brave purtroppo conferma la tendenza al ribasso che sta subendo la Pixar dopo il non esaltante Cars 2.
Sarà che ero ultracarico di aspettative per un film ambientato nella Scozia attorno all'anno Mille  ma alla fine sono rimasto con un po' d'amaro in bocca.
Sicuramente non per ragioni tecniche perchè oramai questi personaggi di animazione recitano come e meglio degli umani anche senza usare la motion capture ( anche se all'inizio del film Merida si muove un po' come un personaggio dei Muppet Show), è invece la "leggerezza" della storia che lascia un po' perplessi.
Una vicenda disneyana fino al midollo, raccontata più o meno negli stessi termini da Rapunzel di appena un paio di anni fa e che riecheggia di molte altre storie già sentite e già viste al cinema.
Il problema è che non c'è un'antagonista supercattivo in questo film ( e sappiamo bene quanto sia importante la presenza di un personaggio ultranegativo per aumentare la statura del /della protagonista ) e mancano quei personaggi di contorno che incorniciano di solito questi racconti.
In fondo qui abbiamo in campo solo due personaggi , Merida e la madre Elinor e  qualche macchietta sporadicamente in scena ( Fergus, la cameriera o i tre terribili marmocchi).
Ribelle-The Brave parla di voglia di emancipazione e di quanto possa essere difficile conciliarla con l'unione familiare.
I personaggi maschili sono abbastanza maltrattati , sono le donne che comandano con la loro intelligenza e la loro capacità organizzativa, per non parlare della politica.
Gli uomini sono buoni solo per la caccia ( ma neanche tanto) e per ingozzarsi ai banchetti.
Merida fisiognomicamente è molto interessante: questa cascata di capelli rossi ribelli che fanno pensare al classico detto ogni riccio è un capriccio è l'ennesima finezza targata Pixar, credo che dare un movimento credibile a quei capelli ( e si muovono in maniera assolutamente naturale e non finta) sia stato un lavoraccio immane. Inoltre non ricordo di altre eroine dei film di animazione così rosse di capelli.
Ribelle - The Brave non è assolutamente un brutto film però per un fan della Pixar come me è un filo deludente: frizzante, gradevole, visivamente raffinatissimo ma troppo "leggero"per emozionare davvero e per essere ricordato tra i lavori migliori della casa d'animazione americana che forse negli anni passati ci aveva abituato troppo bene.
Alla fine del film rimane solo il ricordo di Merida  e della sua impressionante capigliatura che basta da sola per illuminare tutte le scene del film.


( VOTO : 6 / 10 )

domenica 9 settembre 2012

Men in black 3 ( MIB 3, 2012 )

Quando uscì il primo film di questa che ormai è diventata una trilogia e chissà può darsi che in futuro si arricchisca di altri titoli visti gli incassi stramilionari e vista la trovata di incentrare un film sulla possibile sostituzione del più anziano degli agenti in attività ( un Tommy Lee Jones qui messo abbastanza in un cantuccio per esigenze di sceneggiatura), fui favorevolmente impressionato da quell'atmosfera di fantascienza vintage che si respirava. Un film che soprattutto non si prendeva sul serio ed era questa la sua carta vincente assieme a una storia ben calibrata e ad effetti speciali notevoli che però non fagocitavano la storia.
Il secondo film  cercando di spingere sul versante comico  era diventato a mio parere una buffonesca mostra di effetti speciali al servizio di una non-storia.
Cancellato subito dalla memoria.
Ecco perchè non ero tanto convinto di vedere questo terzo capitolo ma come al solito per amore della famiglia questuante un film visibile a bradipi grandi e piccoli ...
Con un sospiro di sollievo posso dire che siamo ritornati più dalle parti del primo che del secondo film.
Dopo un incipit da sci-fi purissima , il film di Barry Sonnenfeld si incanala verso una storia di paradossi temporali che però sono gestiti con una certa oculatezza, tutto abbastanza semplice evitando pericolosi incartamenti di sceneggiatura.
Il vero colpo di genio del film è il casting perchè scegliere Josh Brolin nella parte del giovane Tommy Lee Jones è veramente una mossa vincente: sembrano padre e figlio.
E Will Smith si conferma ai suoi livelli di logorrea patologica ma in compenso la sceneggiatura gli fornisce qualche buona battuta.
Men in black 3 ( ma sembrano più Nerds in Black ) è un filmetto piacevole, da serata estiva, non bello nè brutto, semplicemente innocuo.
E comunque oltre le mie marronee aspettative ( perchè erano più marroni che rosee ).
Certo gli sceneggiatori giocandosi la carta dei viaggi nel tempo vanno sul sicuro perchè sanno che fanno sempre presa sul pubblico.
Detto questo un'altra cosa che mi ha stupito è che la ricostruzione della fine dei favolosi anni '60 è abbastanza spartana per trattarsi di una mega produzione hollywoodiana ( boxofficemojo mi segnala un budget di 225 milioni di dollari ).
Poi va a finire che le ricostruzioni sono costosissime ma sembra  che questo sfondo non sia sfruttato pienamente  dal lato prettamente visivo e neanche a sentire la colonna sonora che poteva essere infarcita di mega hits dell'epoca e invece è poco più che un accompagnamento.
Non si può dire nulla sugli effetti visivi e sul digitale che viene utilizzato quasi con discrezione per rendere il più convincente possibile l'atmosfera allegramente vintage che pervade il film.
Men in black 3 è un tuffo nel passato , quello della fantascienza ad alta gradazione di tamarraggine, una mostra di creature sbilenche e di citazioni ironiche che nonostante la mancanza di originalità ( perchè il filone dei viaggi del tempo è stato veramente ipersfruttato e qui si sta ben attenti a non azzardare nulla di nuovo)  diverte.
Senza coinvolgere più di tanto i neuroni.
Anzi se li spegniamo direttamente la visione ne guadagnerà.
Un'altra domanda di quelle fondamentali, da non dormirci la notte: mi ci avranno fatto gli occhi o questi Men in black sono vestiti in blu scuro?

( VOTO : 6 + / 10 )