Un motociclista misterioso recupera il corpo esanime di una donna ai lati di una strada.
Trascina quello che sembra un cadavere sul cassone di un camion dove, al riparo da occhi indiscreti, un'entità aliena si appropria di quel corpo letteralmente indossandolo.
E in questa nuova veste la "donna", viaggiando per la Scozia col suo camiocino adesca uomini soli, preferibilmente senza affetti familiari e complicazioni varie, e li fa scomparire.
Ma non le va sempre bene,incontra anche chi non si rassegna al suo destino e lei comincia a provare sentimenti un po' troppo umani...
Basato sul romanzo omonimo di Michael Faber, Under the skin nell'intenzione dell'autore doveva essere un road movie allucinato in cui un entità biologica di un altro mondo, pianeta o universo parallelo che sia guarda con occhi vergini quello che succede sul pianeta Terra, vagando in scenari cinematograficamente non troppo frequentati come quelli delle Highlands scozzesi o delle periferie urbane di quella regione.
Doveva.
E , dopo la visione attenta di questo film, l'unica cosa che vien da dire è che non bastano degli scorci pittoreschi del paesaggio aspro e meraviglioso delle Highlands scozzesi per fare un bel film.
Non basta nemmeno la Johansson.
E non bastano nemmeno le sue tette, per tutti coloro che si sono apprestati alla visione di questo film con il solo scopo di vedere le scene di nudo in cui la piccola Scarlett è protagonista.
Johnathan Glazer è un regista che si è fatto conoscere con videoclip ( Karma Police dei Radiohead) oppure per documentari su Blur e Massive Attack.
In Under the skin sembra abiurare del tutto dallo stile registico da videoclip fatto di un montaggio veloce e sincopato e di stacchi frenetici.
Qui le sequenze acquistano in durata e profondità, si preferisce il campo lungo e si spoglia il film di tutti gli orpelli ritenuti non necessari.
Il problema è che il film viene spogliato praticamente quasi del tutto dai dialoghi e quei pochi che si sentono sono all'insegna della più trita banalità del quotidiano.
Under the skin è un film silenzioso che passa farraginosamente da un capitolo all'altro senza alcuna spiegazione, quasi consegnando allo spettatore l'onere della elaborazione e della comprensione del tutto.
E tutto questo si traduce in snodi narrativi spesso incomprensibili ad uno spettatore anche smaliziato che dopo un po' è costretto giocoforza a rinunciare.
Insomma è un film senza parole che lascia senza parole in cui la sexy aliena Johansson, ultracorpo senza baccellone al seguito, cerca di conoscere la razza umana dopo aver cercato di sterminarne parte per il sostentamento suo e , presumo, degli altri suoi simili.
I modelli di Glazer sono alti e ben identificabili , abbiamo citato L'invasione degli ultracorpi, ma potrei anche citare Kubrick, Lynch o L'uomo che cadde sulla Terra ma anche per tornare in basso L'alieno, storia sci fi ottimamente incastonata in un contesto action, ma il suo modo di fare cinema appare presuntuoso e pretestuoso.
E' un luogo comune ma girare videoclip non è fare cinema.
Sono due arti ben distinte.
In Under the skin tutto questo è più che evidente.
Come detto prima non basta un bello scorcio di Highlands scozzesi ( paesaggio di bellezza primordiale, poco addomesticato, selvaggio ed affascinante) per fare un bel film.
E non basta nemmeno inanellare una serie di sequenze visivamente notevoli e metterle in serie.
Ed è un peccato anche per la Johansson che si aggira per tutto il film con una sola espressione: occhio aperto e languido, labbra leggermente dischiuse e un'orrida parrucca nera che ne uccide letteralmente il sex appeal.
E tutte queste sbandierate scene di nudo che dovevano essere incendiare sono poco più di un mortaretto giocato sul vedo non vedo.
Tanto rumore per nulla.
Due palle così, signora mia....
PERCHE' SI : le Highlands scozzesi fanno sempre la loro porca figura, c'è Scarlett Johansson nuda..
PERCHE' NO : noia mortale, snodi narrativi poco comprensibili, la Johansson ha una sola espressione.
( VOTO : 3 / 10 )
I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.
mercoledì 10 settembre 2014
martedì 9 settembre 2014
The act of killing ( 2012 )
Anwar Congo ed Herman Koto, uomini indonesiani di una certa età , benestanti, accettano l'invito da parte di un documentarista di far parte di numeri musicali e di rievocazioni di scene del crimine da cinema americano per ricordare il loro passato, di come nel 1965 , a causa del colpo di Stato in Indonesia, si trasformarono da volgari bagarini dediti al traffico di biglietti del cinema, in spietati assassini al servizio della giunta militare salita al potere, torturatori di poveri contadini ed intellettuali accusati tutti indistintamente , di etnia cinese o meno, di essere comunisti e solo per questo crimine degni di essere giustiziati.
Il documentario è una discesa in un abisso grottesco in cui il ricordo sembra ancora dolce e il rimorso è un qualcosa di sconosciuto....
Appena partiti i titoli di coda di questo documentario , diretto da Joshua Oppenheimer, da Christine Cynne da un regista indonesiano anonimo ( anzi a scorrere i credits colpisce quella lunghissima sfilza di maestranze il cui nome resta volutamente misterioso, a testimoniare la scomodità del tema trattato dal film e il suo materiale narrativo più che scottante) si è come liberati da un incubo.
Non per la qualità del film, altissima, ma si rimane veramente senza parole ad assistere impotenti allo sfoggio di tanta malvagità, a toccare quasi con mano quanto possa essere pericoloso l'animale uomo , l'unico al mondo capace di sterminare altri esponenti della sua specie praticamente senza motivo.
Oppenheimer e i suoi coregisti scelgono l'assoluta neutralità: nessuna voce off, solo qualche didascalia all'inizio per inquadrare il contesto storico, poi è un assolo di questi due nonnetti , apparentemente miti e inoffensivi , che snocciolano come se fosse la cosa più normale del mondo tutte le atrocità che hanno commesso in quel 1965.
Si rimane straniati, senza parole, perché assieme ad altri componenti degli squadroni della morte di quegli anni , miti vecchietti come loro, accettano di far parte di una sorta di rappresentazione storica che. partendo dai loro racconti di tortura e di morte , rievoca un periodo storico fondamentale della storia indonesiana.
Il corto circuito è completo quando addirittura , questi ometti ormai piuttosto in là con gli anni accettano di recitare nella parte delle vittime.
Un gioco grottesco con il regista che diventa responsabile di una loro caratterizzazione oltre i confini del ridicolo.
Il regista diventa quindi un deus ex machina che riesce a comporre e scomporre un quadro storico come se tutto fosse un mosaico e lui fosse in possesso di tutte le tessere.
Ed è qui, rivedendosi , che Anwar Congo, ha un minimo atto di cedimento, quando abbracciato ai nipoti, orgoglioso di farsi vedere nelle vesti di attore, quasi fosse a Hollywood, si domanda se pagherà mai un prezzo per tutte le nefandezze che ha commesso nel suo passato.
Rimorso no. Quello è assolutamente fuori contesto.
The act of killing sconvolge per quello che non è poi accaduto nella storia indonesiana: dopo il massacro di un milione di presunti comunisti, nessuna revisione storica ha cercato di assicurare i colpevoli alla giustizia terrena ( forse sperando solo in quella divina), nessun rimorso per il passato neanche a livello istituzionale , visto che gente come Anwar Congo, Herman Koto e tutti quelli come loro responsabili fisici di quel genocidio, oggi siano stimati vecchietti, benestanti e considerati anche saggi, una sorta di memoria storica di un paese giovane come l'Indonesia.
Non solo Michael Moore nel documentario di denuncia: non solo le sue spettacolarizzazioni per dimostrare le sue tesi,
Esiste un modo altro per raccontare tremende storie vere, ferite ancora aperte .
E questo è The act of killing , l'atto di uccidere, il racconto, grottesco e metacinematografico, di come a metà degli anni '60, in un popoloso Paese asiatico, la vita dell'uomo non valesse nulla.
Un modo come un altro per svuotare di significato l'omicidio e la tortura, l' atto fisico dell'uccisione e mettere a tacere eventuali sensi di colpa.
Che a distanza di quasi 50 anni ancora faticano ad affiorare.
Anzi sono ancora ben sepolti.
PERCHE' SI : si resta senza parole, sconvolgente, rappresentazione metacinematografica di grande impatto visivo ed emotivo
PERCHE' NO: può essere insostenibile per qualcuno, altrimenti non riesco a trovargli difetti...
( VOTO : 8,5 / 10 )
lunedì 8 settembre 2014
Dragon trainer 2 ( 2014 )
Hiccup e Sdentato in una delle loro gite scoprono però un gruppo di umani che traffica in draghi: vengono catturati e portati a un vecchio nemico del padre di Hiccup che vuole conquistare il mondo conosciuto .
Intanto i due conoscono un posto dove vivono in pace, nascosti ad occhi indiscreti , moltissimi draghi , protetti da una vecchia conoscenza di Hiccup.
La battaglia finale per il predominio però è vicina e avrà conseguenze per tutti....
Quattro anni fa il primo Dragon Trainer fu un'inaspettata boccata di aria fresca un un mondo difficile , cinematograficamente parlando, come quello dell'animazione.
Un film di rottura col passato, con una trimidimensionalità esplorata come meglio non si poteva, ma anche un qualcosa di concettualmente nuovo con l'introduzione di tematiche adulte come quelle dell'integrazione e delle diverse abilità.
Dragon Trainer 2 raccoglie un po'furbescamente i frutti di quanto seminato dal film precedente: sicuramente manca l'effetto sorpresa, le tematiche che costituivano la trave portante del film precedente sono assodate e non ulteriormente sottolineate o sviluppate, la storia narrata in questa seconda puntata delle vicende di Hiccup e Sdentato, è molto più convenzionale rispetto alla pellicola precedente.
Mancando l'effetto sorpresa manca un po' quell'effetto di rottura e di novità ma , nonostante questo, è sempre bello naufragare in questo mare di effetti speciali e 3 D, in corse a perdifiato sulle ali del vento o in battaglie che ti fanno salire il cuore in gola.
Si, Dragon Trainer 2 è decisamente un bellissimo spettacolo per gli occhi, un angolo di mondo incantato in cui incontrare di nuovo vecchi amici e farsene di nuovi, una specie di passaggio di testimone tra vecchi e nuovi personaggi ricordando un po' la regola matematica commutativa dell'addizione, quella in cui cambiando gli addendi la somma non cambia.
Succede un po' questo in Dragon Trainer 2, si cambiano gli addendi ma il totale non cambia, o meglio si cerca di non cambiarlo proprio per creare una sorta di fidelizzazione al brand.
C'è un po' meno del villaggio di Berk ma ci sono altre locations superbe come la caverna di ghiaccio in cui vivono i draghi selvaggi, se nel primo film i protagonisti erano questi diavoletti sputafuoco alati , ora sono accoppiati a dei padroni anche in base alle loro caratteristiche fisiognomiche ( un po' come succedeva ne La carica dei 101 in cui ogni cane era uguale al suo padrone, anche qui ogni drago somiglia molto al suo padrone) e si erge a protagonista la nuova generazione di Berk, quella formata da Hiccup e dai suoi amici che hanno più o meno la sua età.
Dal punto di vista tecnico siamo all'eccellenza pura: per una volta il 3 D non è solo mero accessorio ma qualcosa di veramente integrante la visione, la fluidità delle movenze e le espressioni facciali sono molto migliorate rispetto al primo film pur mantenendone l'impronta, ci sono tanti nuovi draghi al cui design appassionarsi ( è forse una delle cose più belle del film scoprire nuovi draghi un po' come si faceva con i vecchi cartoni animati giapponesi in cui si aspettava spasmodicamente il momento in cui arrivava il mostro alieno solo per vedere come era disegnato e che poteri avesse) e poi ci sono due draghi zannuti giganti che lottano tra di loro che sembrano un chiaro riferimento ai vari Godzilla e Pacific Rim.
Tirando le somme Dragon Trainer 2 è un sequel abbastanza riuscito : certo , è molto più contenitore che contenuto al contrario di quello che succedeva nel primo capitolo in cui forma e sostanza miracolosamente trovavano il loro equilibrio in un'armonia pressoché perfetta, ma di questi tempi è già ottimo avere un film che ha un senso dello spettacolo così sviluppato.
E pazienza se temi importanti come la crescita, l'autodeterminazione, la tolleranza della diversità o anche l'elaborazione del lutto finiscano tutti in una specie di gigantesco tritacarne mediatico....
Già in cantiere un ulteriore seguito che uscirà nelle sale americane nel giugno del 2016.
PERCHE' SI : visivamente eccellente, nuovi personaggi ma soprattutto nuovi draghi al cui design appassionarsi, il 3 D integra veramente la visione.
PERCHE' NO : più forma che sostanza, le tematiche che costituivano l'architrave del primo film qui sono immesse in una specie di gigantesco tritacarne mediatico...
( VOTO : 7 / 10 )
domenica 7 settembre 2014
Seria (l) mente . Top of the Lake ( 2013 )
Produzione . Australia, USA, Regno Unito, Nuova Zelanda
Puntate : 6 da 52 minuti circa ( 7 da 45 minuti circa nella versione presentata al Sundance Festival)
In Nuova Zelanda nella piccola cittadina di Laptop un caso di cronaca è sulla bocca di tutti. La dodicenne Tui, figlia di un piccolo trafficante locale, ha tentato di uccidersi immergendosi nel lago ghiacciato su cui si affaccia il paesino.
Viene salvata e si scopre che la ragazzina è incinta.Viene chiamata ad indagare sul caso l'ispettore della polizia di Sidney, Robin Griffin, nativa di Laketop , ritornata per assistere la madre malata di cancro.
Si scontra contro un muro di omertà anche da parte dei suoi stessi colleghi che maldigeriscono i suoi metodi da poliziotto di città e soprattutto gradiscono poco di essere comandati da una donna.
La ragazzina sparisce e Robin che continua ad indagare sarà preda dei fantasmi di un passato che aveva faticosamente sepolto nell'oblio....
Allora vediamo un po' gli ingredienti di questa serie grandi firme: Jane Campion la scrive e dirige qualche episodio, c'è Peter Mullan, uno dei miei attori preferiti anche se giuro che ci ho messo qualche minuto per riconoscerlo mentre guardavo la prima puntata, c'è Holly Hunter, altra attrice che gradisco molto e che si sta vedendo in giro molto poco e poi la superba Elisabeth Moss vista un sacco di volte( Mad Men) e che finalmente riesco a studiare più con calma.
Studiare perché la cara Elisabeth non avrà una bellezza che segue i consueti canoni estetici, ma ha uno sguardo che mi attizza non poco, insomma una di quelle donne che ti prendono molto di più di quanto sarebbe lecito aspettarsi.
Ah si, quasi dimenticavo. E poi c'è la Nuova Zelanda con i suoi immensi, sontuosi scenari naturali che da soli valgono il cosiddetto prezzo del biglietto.
Altra cosa che mi intrippa particolarmente e questa serie ne è dotata è l'ambientazione nel piccolo paese un po' come nell'amatissima serie inglese Broadchurch, una sorta di scrigno in cui sono racchiuse tante storie che dovrebbero ravvivare la narrazione.
Dovrebbero.
Intendiamoci : Top of the Lake è un prodotto televisivo di qualità altissima ,confezionato come meglio non si potrebbe, recitato superbamente da un cast più che all'altezza, con una fotografia plumbea che quasi ti prende alla gola eppure non è riuscita a catturarmi come successe con Broadchurch che letteralmente divorai.
Eppure dentro vi si scorgono chiaramente le tematiche del cinema della Campion, il peso di una natura sconvolgente e meravigliosa, l'atavica lotta bene contro male che diventa spesso una lotta tra sessi, il tema dell'innocenza violata, con il sesso maschile prevaricatore e quello femminile a curarsi le ferite esterne ma soprattutto quelle cicatrici che stanno dentro e che non si vedono da fuori.
Robin è alla ricerca di una ragazzina di 12 anni incinta, violentata non si sa da chi, eppure è chiaro che il suo è un viaggio soprattutto alla ricerca di se stessa in una sorta di cortocircuito in cui lei stessa, violentata quando era giovanissima, cerca di salvare Tui per ottenere l'arrivo di quel percorso catartico che in realtà non aveva mai intrapreso dopo la sua traumatica esperienza.
Insomma Robin, cerca Tui per seppellire definitivamente il suo passato.
Tematiche fascinose che percorrono trasversalmente molto cinema della Campion che qui si scontrano con una resa televisiva alquanto farraginosa, lenta con una concentrazione inusitata di colpi di scena solo nel finale.
Non ho mai avuto l'impulso di abbandonare la visione perché l'occhio è sempre stata appagato ma Top of the Lake non mi ha mai preso, mai catturato come mi sarei aspettato.
E non è una questione di lentezza perché allora avrei dovuto schifare anche True Detective che invece ritengo il miglior prodotto televisivo visto in questi ultimi tempi per come mi ha ipnotizzato e incatenato davanti allo schermo.
Il problema è che in Top of the Lake succede poco o nulla o per meglio dire ci sono degli interminabili momenti di stanca intervallati a puntate( o parti di esse) in cui il ritmo è molto più alacre , emerge qua e là un certo autocompiacimento e forse anche una certa presunzione , forse chi l'ha creata ha ritenuto che il risultato fosse garantito per via dei grandi nomi coinvolti.
Non sto parlando di un prodotto televisivo brutto o realizzato sciattamente, nulla di tutto questo.
Semplicemente è una di quelle serie che non mi ha suscitato passione ed empatia per la vicenda narrata.
Nonostante abbia divorato con gli occhi Elisabeth Moss ogni volta che era in scena....
PERCHE' SI : una serie tv grandi firme, scenari naturali neozelandesi maestosi, fotografia eccellente, Elisabeth Moss
PERCHE' NO : farraginosa, lenta, succede poco, non appassiona.
( VOTO : 6,5 / 10 )
Puntate : 6 da 52 minuti circa ( 7 da 45 minuti circa nella versione presentata al Sundance Festival)
In Nuova Zelanda nella piccola cittadina di Laptop un caso di cronaca è sulla bocca di tutti. La dodicenne Tui, figlia di un piccolo trafficante locale, ha tentato di uccidersi immergendosi nel lago ghiacciato su cui si affaccia il paesino.
Viene salvata e si scopre che la ragazzina è incinta.Viene chiamata ad indagare sul caso l'ispettore della polizia di Sidney, Robin Griffin, nativa di Laketop , ritornata per assistere la madre malata di cancro.
Si scontra contro un muro di omertà anche da parte dei suoi stessi colleghi che maldigeriscono i suoi metodi da poliziotto di città e soprattutto gradiscono poco di essere comandati da una donna.
La ragazzina sparisce e Robin che continua ad indagare sarà preda dei fantasmi di un passato che aveva faticosamente sepolto nell'oblio....
Allora vediamo un po' gli ingredienti di questa serie grandi firme: Jane Campion la scrive e dirige qualche episodio, c'è Peter Mullan, uno dei miei attori preferiti anche se giuro che ci ho messo qualche minuto per riconoscerlo mentre guardavo la prima puntata, c'è Holly Hunter, altra attrice che gradisco molto e che si sta vedendo in giro molto poco e poi la superba Elisabeth Moss vista un sacco di volte( Mad Men) e che finalmente riesco a studiare più con calma.
Studiare perché la cara Elisabeth non avrà una bellezza che segue i consueti canoni estetici, ma ha uno sguardo che mi attizza non poco, insomma una di quelle donne che ti prendono molto di più di quanto sarebbe lecito aspettarsi.
Ah si, quasi dimenticavo. E poi c'è la Nuova Zelanda con i suoi immensi, sontuosi scenari naturali che da soli valgono il cosiddetto prezzo del biglietto.
Altra cosa che mi intrippa particolarmente e questa serie ne è dotata è l'ambientazione nel piccolo paese un po' come nell'amatissima serie inglese Broadchurch, una sorta di scrigno in cui sono racchiuse tante storie che dovrebbero ravvivare la narrazione.
Dovrebbero.
Intendiamoci : Top of the Lake è un prodotto televisivo di qualità altissima ,confezionato come meglio non si potrebbe, recitato superbamente da un cast più che all'altezza, con una fotografia plumbea che quasi ti prende alla gola eppure non è riuscita a catturarmi come successe con Broadchurch che letteralmente divorai.
Eppure dentro vi si scorgono chiaramente le tematiche del cinema della Campion, il peso di una natura sconvolgente e meravigliosa, l'atavica lotta bene contro male che diventa spesso una lotta tra sessi, il tema dell'innocenza violata, con il sesso maschile prevaricatore e quello femminile a curarsi le ferite esterne ma soprattutto quelle cicatrici che stanno dentro e che non si vedono da fuori.
Robin è alla ricerca di una ragazzina di 12 anni incinta, violentata non si sa da chi, eppure è chiaro che il suo è un viaggio soprattutto alla ricerca di se stessa in una sorta di cortocircuito in cui lei stessa, violentata quando era giovanissima, cerca di salvare Tui per ottenere l'arrivo di quel percorso catartico che in realtà non aveva mai intrapreso dopo la sua traumatica esperienza.
Insomma Robin, cerca Tui per seppellire definitivamente il suo passato.
Tematiche fascinose che percorrono trasversalmente molto cinema della Campion che qui si scontrano con una resa televisiva alquanto farraginosa, lenta con una concentrazione inusitata di colpi di scena solo nel finale.
Non ho mai avuto l'impulso di abbandonare la visione perché l'occhio è sempre stata appagato ma Top of the Lake non mi ha mai preso, mai catturato come mi sarei aspettato.
E non è una questione di lentezza perché allora avrei dovuto schifare anche True Detective che invece ritengo il miglior prodotto televisivo visto in questi ultimi tempi per come mi ha ipnotizzato e incatenato davanti allo schermo.
Il problema è che in Top of the Lake succede poco o nulla o per meglio dire ci sono degli interminabili momenti di stanca intervallati a puntate( o parti di esse) in cui il ritmo è molto più alacre , emerge qua e là un certo autocompiacimento e forse anche una certa presunzione , forse chi l'ha creata ha ritenuto che il risultato fosse garantito per via dei grandi nomi coinvolti.
Non sto parlando di un prodotto televisivo brutto o realizzato sciattamente, nulla di tutto questo.
Semplicemente è una di quelle serie che non mi ha suscitato passione ed empatia per la vicenda narrata.
Nonostante abbia divorato con gli occhi Elisabeth Moss ogni volta che era in scena....
PERCHE' SI : una serie tv grandi firme, scenari naturali neozelandesi maestosi, fotografia eccellente, Elisabeth Moss
PERCHE' NO : farraginosa, lenta, succede poco, non appassiona.
( VOTO : 6,5 / 10 )
sabato 6 settembre 2014
Death Do Us Part ( 2014 )
Una donna vestita in abito da sposa viene ritrovata da un poliziotto di una piccola stazione mentre vaga tra i boschi in stato confusionale.La porta in ufficio e cerca di farsi raccontare la sua storia.
Il suo nome è Kennedy e ha aspettato tutta la vita per poter vivere un matrimonio da sogno.
Assieme alla propria migliore amica Emily , alla sorella, al futuro sposo e a un paio di amici di lui affittano per il fine settimana del matrimonio una piccola baita su un lago nel bel mezzo del nulla.
Dopo l'incontro con il losco affittuario , uno che sembra preso da uno qualsiasi dei film della serie Venerdì 13, cominciano i problemi.
Vecchie tensioni mai sopite ma soprattutto comincia a sparire la gente e a morire...
Ci si allontana insomma dal concetto di matrimonio perfetto, almeno come intendeva Kennedy...
Certe volte mi ritrovo alcuni film in videoteca che non so neanche perché me li sono procurati.
Questo Death Do Us Part è uno dei casi appena descritti.
Rileggendo la trama mi sono chiesto il perché mi avesse attirato e forse è successo perché ho letto qualche recensione confortante oppure perché sentivo insopprimibile desiderio di uno slasher anni '80 come prometteva il riassunto del film.
Ed effettivamente le premesse c'erano tutte: la solita baita nei boschi nel bel mezzo del nulla dove non prendono neanche i cellulari, un tipaccio che consegna loro il fabbricato per il fine settimana a cui manca solo un'ascia bipenne tra gli accessori del vestiario, la solita masnada di gente insopportabile che dopo averli guardati e sentiti per cinque minuti si comincia a tifare per il serial killer, se esiste.
Anche Kennedy, la sposa che smania per avere il matrimonio perfetto è discretamente antipatica proprio perché sembra un'invasata che non permetterebbe a nulla e a nessuno di rovinarle quello che secondo lei sarà il giorno più bello della sua vita.
Anzi tra i personaggi in campo l'unico che non attira troppo gli strali dell'insopportabilità è Emily, che sembra una povera vittima degli eventi, costretta come è a vedere le peggio cose, cose che manderebbero a monte sicuramente il matrimonio, ma non le può neanche accennare ad anima viva.
Ma non posso dire oltre perché altrimenti spoilererei di brutto.
Il problema principale di Death Do Us Part è che per oltre 45 minuti non succede nulla di nulla ( e il film è saggiamente tenuto appena sotto i 90 minuti): solite prevedibili baruffe tra i vari componenti del gruppo, ognuno con i suoi problemi e con le sue colpe, ma in realtà nulla che non sia ampiamente già visto.
La sinossi del film poi prometteva una svolta verso l'horror psicologico e verso il giallo costruito con la tecnica del whodunit.
In effetti i vari componenti del gruppo vengono abbattuti un po' come succedeva in Dieci Piccoli Indiani di Agatha Christie ( e chi ha letto il romanzo non sarà neanche sorpreso dal piccolo twist nel finale del film) ma nulla di particolarmente eccitante sotto il profilo del sangue versato e delle frattaglie esposte.
Anzi : il regista Nicholas Humphries ( 33 enne ma con tanti corti alle spalle e tanta televisione, ma al suo esordio nel lungometraggio) e gli sceneggiatori Julia e Richard Benson ( assieme all'esordiente Ryan Copple) che recitano nella parte di Kennedy e del suo futuro sposo, sembrano interessati ad altro e cioè semplicemente a confezionare la sorpresa finale che nelle loro intenzioni deve spiazzare lo spettatore.
Che se è abbastanza smaliziato e se ha letto l'Agatha Christie di cui sopra non sarà spiazzato proprio per niente.
Comunque apprezzabile il tentativo fatto da questa produzione canadese di improvvisare su un finto spartito slasher ( perché poi il film è tutto tranne che slasher) ma si rimane nel campo delle buone intenzioni.
Gli attori almeno se la cavano, non sono i soliti bimbominkia , sono un po' più cresciutelli...
PERCHE' SI : gli attori se la cavano, twist finale che spiazzerà chi non conosce Agatha Christie....
PERCHE' NO : poco sangue e frattaglie per essere un horror, per 45 minuti non succede assolutamente nulla, chi ha letto Agatha Christie mangerà subito la foglia...
( VOTO : 5 / 10 )
Il suo nome è Kennedy e ha aspettato tutta la vita per poter vivere un matrimonio da sogno.
Assieme alla propria migliore amica Emily , alla sorella, al futuro sposo e a un paio di amici di lui affittano per il fine settimana del matrimonio una piccola baita su un lago nel bel mezzo del nulla.
Dopo l'incontro con il losco affittuario , uno che sembra preso da uno qualsiasi dei film della serie Venerdì 13, cominciano i problemi.
Vecchie tensioni mai sopite ma soprattutto comincia a sparire la gente e a morire...
Ci si allontana insomma dal concetto di matrimonio perfetto, almeno come intendeva Kennedy...
Certe volte mi ritrovo alcuni film in videoteca che non so neanche perché me li sono procurati.
Questo Death Do Us Part è uno dei casi appena descritti.
Rileggendo la trama mi sono chiesto il perché mi avesse attirato e forse è successo perché ho letto qualche recensione confortante oppure perché sentivo insopprimibile desiderio di uno slasher anni '80 come prometteva il riassunto del film.
Ed effettivamente le premesse c'erano tutte: la solita baita nei boschi nel bel mezzo del nulla dove non prendono neanche i cellulari, un tipaccio che consegna loro il fabbricato per il fine settimana a cui manca solo un'ascia bipenne tra gli accessori del vestiario, la solita masnada di gente insopportabile che dopo averli guardati e sentiti per cinque minuti si comincia a tifare per il serial killer, se esiste.
Anche Kennedy, la sposa che smania per avere il matrimonio perfetto è discretamente antipatica proprio perché sembra un'invasata che non permetterebbe a nulla e a nessuno di rovinarle quello che secondo lei sarà il giorno più bello della sua vita.
Anzi tra i personaggi in campo l'unico che non attira troppo gli strali dell'insopportabilità è Emily, che sembra una povera vittima degli eventi, costretta come è a vedere le peggio cose, cose che manderebbero a monte sicuramente il matrimonio, ma non le può neanche accennare ad anima viva.
Ma non posso dire oltre perché altrimenti spoilererei di brutto.
Il problema principale di Death Do Us Part è che per oltre 45 minuti non succede nulla di nulla ( e il film è saggiamente tenuto appena sotto i 90 minuti): solite prevedibili baruffe tra i vari componenti del gruppo, ognuno con i suoi problemi e con le sue colpe, ma in realtà nulla che non sia ampiamente già visto.
La sinossi del film poi prometteva una svolta verso l'horror psicologico e verso il giallo costruito con la tecnica del whodunit.
In effetti i vari componenti del gruppo vengono abbattuti un po' come succedeva in Dieci Piccoli Indiani di Agatha Christie ( e chi ha letto il romanzo non sarà neanche sorpreso dal piccolo twist nel finale del film) ma nulla di particolarmente eccitante sotto il profilo del sangue versato e delle frattaglie esposte.
Anzi : il regista Nicholas Humphries ( 33 enne ma con tanti corti alle spalle e tanta televisione, ma al suo esordio nel lungometraggio) e gli sceneggiatori Julia e Richard Benson ( assieme all'esordiente Ryan Copple) che recitano nella parte di Kennedy e del suo futuro sposo, sembrano interessati ad altro e cioè semplicemente a confezionare la sorpresa finale che nelle loro intenzioni deve spiazzare lo spettatore.
Che se è abbastanza smaliziato e se ha letto l'Agatha Christie di cui sopra non sarà spiazzato proprio per niente.
Comunque apprezzabile il tentativo fatto da questa produzione canadese di improvvisare su un finto spartito slasher ( perché poi il film è tutto tranne che slasher) ma si rimane nel campo delle buone intenzioni.
Gli attori almeno se la cavano, non sono i soliti bimbominkia , sono un po' più cresciutelli...
PERCHE' SI : gli attori se la cavano, twist finale che spiazzerà chi non conosce Agatha Christie....
PERCHE' NO : poco sangue e frattaglie per essere un horror, per 45 minuti non succede assolutamente nulla, chi ha letto Agatha Christie mangerà subito la foglia...
( VOTO : 5 / 10 )
venerdì 5 settembre 2014
Colpa delle stelle ( 2014 )
Hazel ha 17 anni , ha sempre con sé una bombola di ossigeno con dei tubicini per respirare e frequenta di malavoglia un gruppo di supporto per coloro che sono malati di cancro.
Si, perché Hazel è giovanissima eppure ha un'aspettativa di vita estremamente limitata a causa della sua malattia.
A una riunione del gruppo conosce August, 18enne, a cui un osteosarcoma ha portato via una gamba e il sogno di diventare giocatore di basket.
Però con la sua protesi convive meglio di quanto faccia Hazel con la sua bombola.
La naturale ricerca di un appiglio in un momento di grande difficoltà , lo scambio di un libro e di vari messaggi, incanala l'amicizia tra i due verso qualcosa di più profondo.
E galeotto fu il libro che Hazel ha prestato a Gus e il viaggio ad Amsterdam per conoscere chi ha scritto quel libro per sapere qualcosa di più sul finale.
Ma la malattia,bastarda, è in agguato.
E colpisce dove meno te lo aspetti....
Hollywood sulla retorica della lacrima facile ci ha costruito parecchie fortune, in termini economici.
Così come succedeva in Italia quando negli anni '50 i melodrammi di Raffaello Matarazzo ( nessuna ironia, in confronto a quello che passa la casa oggi , il suo era grande cinema) facevano lacrimare a profusione orde di spettatori accorsi al cinema per farsi un pianto liberatorio.
Credo anche che esistano varie tecniche e trucchetti per estorcere liquido lacrimale al pubblico.
Tutto questo per dire che il sottoscritto,è uno che è solito piangere come una fontana davanti a film di questo genere, sono stato colpito e affondato anche da Love Story, per dire, che è uno dei film più ruffiani e rubalacrime a tradimento della storia del cinema.
Cioè, tipo mi bastava vedere Ryan O' Neal di spalle e sentirlo chiedersi di una ragazza a cui piacevano Beethoven e i Rolling Stones ( sto citando a memoria, quindi mi si perdoni qualche strafalcione) per cadere al suolo affranto della sua perdita.
Ecco apprestandomi alla visione di Colpa delle stelle ( ma quanto è bello il titolo originale The Fault in our stars , quanto suona meglio?), temevo di sottoporre a un tour de force senza costrutto i miei canali lacrimali.
Amore e morte come raccontato dal sopracitato Love Story e così come recentemente raccontato da Van Sant in L'amore che resta.
Se il film di Van Sant non indugiava sulle tecniche hollywoodiane per estorcere commozione, pur raccontando una storia " forte" , temevo che Colpa delle stelle fosse semplicemente il suo contraltare hollywoodiano, perché in fondo raccontano due storie molto simili pur partendo da angolazioni diverse.
Beh, posso dire che non è propriamente così.
Non avendo letto il libro non posso fare paragoni con la pagina scritta ( per cui , guardando il lato positivo, non ne sono neanche condizionato) ma posso dire che , pur non essendo d'accordo sul come è gestita la "poetica" del dolore , direi che non si oltrepassa mai quella linea sottilissima che demarca quella che ho appena definito "poetica" del dolore, dalla pura e semplice "pornografia" del dolore.
C'è il vizio smaccatamente hollywoodiano, diciamo un impulso commerciale per fare breccia soprattutto nel cuore dei teenagers ( ma soprattutto delle teenagers, presumo) con alcune sequenze "fabbricate" all'uopo, ma oltre a questo c'è un film che non irrita nel raccontare una storia ad elevato rischio di retorica.
Hazel e Augustus sono due personaggi vivi, pulsanti, a tutto tondo, hanno preso la loro malattia da prospettive diverse: Hazel ha il terrore di lasciare soli i suoi genitori, senza uno scopo per cui vivere, Augustus invece vorrebbe sfuggire all'oblio che ammanta tutti dopo la morte.
Curioso che lei vorrebbe essere dimenticata e non condizionare la vita futura dei suoi genitori, mentre lui abbia la smania di dover fare qualcosa per chi debba essere ricordato da tutti.
Non possono avere tempo per il loro amore ma decidono di viverlo fino in fondo perché sanno di non avere un domani, o meglio sanno di non avere ancora troppi domani da vivere.
Ed è proprio il loro disincanto, il loro cogliere l'attimo facendone filosofia suprema di una vita purtroppo a breve scadenza, che fa emergere il film dal marasma dei melodrammoni adolescenziali hollywoodiani.
Sono due supereroi al contrario, ma hanno uno spirito indomito che li fa combattere fino alla fine senza dimenticare generose secchiate di ironia.
Di solito gradisco poco la voce off che si affanna a spiegare di tutto e di più, ma stavolta non mi ha disturbato più di tanto, così come mi ha convinto la prova di Shaleine Woodley che è passata dallo status di semplice clone di Jennifer Lawrence in Divergent all'essere un'attrice vera e propria, brava a colorare un personaggio sfumato e difficile senza scendere al livello della caricatura.
Convince anche il suo partner Ansel Elgort che , ironia della sorte, nel succitato Divergent faceva la parte del fratello.
E mi preme anche sottolineare la presenza di Lotte Verbeek che con la sua bellezza aveva animato un piccolo cult di cui avevamo già parlato qui, Nothing personal, un film decisamente da scoprire.
Il cast di contorno per il resto è abbastanza sbiadito a partire da Laura Dern che incide poco nel suo ruolo di madre di Hazel per arrivare a Willem Dafoe che eccede nel caratterizzare un personaggio scomodo....
PERCHE' SI : storia d'amore adolescenziale in cui i due protagonisti non sono i soliti bimbominkia, bravi i protagonisti, non si scivola nella pornografia del dolore..
PERCHE' NO: astenersi fanatici del lieto fine, cast di supporto piuttosto sbiadito, gestione della commozione tipicamente hollywoodiana ma , stavolta , con misura.
( VOTO : 7 / 10 )
Si, perché Hazel è giovanissima eppure ha un'aspettativa di vita estremamente limitata a causa della sua malattia.
A una riunione del gruppo conosce August, 18enne, a cui un osteosarcoma ha portato via una gamba e il sogno di diventare giocatore di basket.
Però con la sua protesi convive meglio di quanto faccia Hazel con la sua bombola.
La naturale ricerca di un appiglio in un momento di grande difficoltà , lo scambio di un libro e di vari messaggi, incanala l'amicizia tra i due verso qualcosa di più profondo.
E galeotto fu il libro che Hazel ha prestato a Gus e il viaggio ad Amsterdam per conoscere chi ha scritto quel libro per sapere qualcosa di più sul finale.
Ma la malattia,bastarda, è in agguato.
E colpisce dove meno te lo aspetti....
Hollywood sulla retorica della lacrima facile ci ha costruito parecchie fortune, in termini economici.
Così come succedeva in Italia quando negli anni '50 i melodrammi di Raffaello Matarazzo ( nessuna ironia, in confronto a quello che passa la casa oggi , il suo era grande cinema) facevano lacrimare a profusione orde di spettatori accorsi al cinema per farsi un pianto liberatorio.
Credo anche che esistano varie tecniche e trucchetti per estorcere liquido lacrimale al pubblico.
Tutto questo per dire che il sottoscritto,è uno che è solito piangere come una fontana davanti a film di questo genere, sono stato colpito e affondato anche da Love Story, per dire, che è uno dei film più ruffiani e rubalacrime a tradimento della storia del cinema.
Cioè, tipo mi bastava vedere Ryan O' Neal di spalle e sentirlo chiedersi di una ragazza a cui piacevano Beethoven e i Rolling Stones ( sto citando a memoria, quindi mi si perdoni qualche strafalcione) per cadere al suolo affranto della sua perdita.
Ecco apprestandomi alla visione di Colpa delle stelle ( ma quanto è bello il titolo originale The Fault in our stars , quanto suona meglio?), temevo di sottoporre a un tour de force senza costrutto i miei canali lacrimali.
Amore e morte come raccontato dal sopracitato Love Story e così come recentemente raccontato da Van Sant in L'amore che resta.
Se il film di Van Sant non indugiava sulle tecniche hollywoodiane per estorcere commozione, pur raccontando una storia " forte" , temevo che Colpa delle stelle fosse semplicemente il suo contraltare hollywoodiano, perché in fondo raccontano due storie molto simili pur partendo da angolazioni diverse.
Beh, posso dire che non è propriamente così.
Non avendo letto il libro non posso fare paragoni con la pagina scritta ( per cui , guardando il lato positivo, non ne sono neanche condizionato) ma posso dire che , pur non essendo d'accordo sul come è gestita la "poetica" del dolore , direi che non si oltrepassa mai quella linea sottilissima che demarca quella che ho appena definito "poetica" del dolore, dalla pura e semplice "pornografia" del dolore.
C'è il vizio smaccatamente hollywoodiano, diciamo un impulso commerciale per fare breccia soprattutto nel cuore dei teenagers ( ma soprattutto delle teenagers, presumo) con alcune sequenze "fabbricate" all'uopo, ma oltre a questo c'è un film che non irrita nel raccontare una storia ad elevato rischio di retorica.
Hazel e Augustus sono due personaggi vivi, pulsanti, a tutto tondo, hanno preso la loro malattia da prospettive diverse: Hazel ha il terrore di lasciare soli i suoi genitori, senza uno scopo per cui vivere, Augustus invece vorrebbe sfuggire all'oblio che ammanta tutti dopo la morte.
Curioso che lei vorrebbe essere dimenticata e non condizionare la vita futura dei suoi genitori, mentre lui abbia la smania di dover fare qualcosa per chi debba essere ricordato da tutti.
Non possono avere tempo per il loro amore ma decidono di viverlo fino in fondo perché sanno di non avere un domani, o meglio sanno di non avere ancora troppi domani da vivere.
Ed è proprio il loro disincanto, il loro cogliere l'attimo facendone filosofia suprema di una vita purtroppo a breve scadenza, che fa emergere il film dal marasma dei melodrammoni adolescenziali hollywoodiani.
Sono due supereroi al contrario, ma hanno uno spirito indomito che li fa combattere fino alla fine senza dimenticare generose secchiate di ironia.
Di solito gradisco poco la voce off che si affanna a spiegare di tutto e di più, ma stavolta non mi ha disturbato più di tanto, così come mi ha convinto la prova di Shaleine Woodley che è passata dallo status di semplice clone di Jennifer Lawrence in Divergent all'essere un'attrice vera e propria, brava a colorare un personaggio sfumato e difficile senza scendere al livello della caricatura.
Convince anche il suo partner Ansel Elgort che , ironia della sorte, nel succitato Divergent faceva la parte del fratello.
E mi preme anche sottolineare la presenza di Lotte Verbeek che con la sua bellezza aveva animato un piccolo cult di cui avevamo già parlato qui, Nothing personal, un film decisamente da scoprire.
Il cast di contorno per il resto è abbastanza sbiadito a partire da Laura Dern che incide poco nel suo ruolo di madre di Hazel per arrivare a Willem Dafoe che eccede nel caratterizzare un personaggio scomodo....
PERCHE' SI : storia d'amore adolescenziale in cui i due protagonisti non sono i soliti bimbominkia, bravi i protagonisti, non si scivola nella pornografia del dolore..
PERCHE' NO: astenersi fanatici del lieto fine, cast di supporto piuttosto sbiadito, gestione della commozione tipicamente hollywoodiana ma , stavolta , con misura.
( VOTO : 7 / 10 )
giovedì 4 settembre 2014
Evil Things - Cose cattive ( 2012 )
Un blog, Evil Things, propone ai suoi visitatori un gioco oltre i limiti della perversione: postare on line il filmato con la prova del gesto più cattivo che abbiano potuto commettere ai danni di altri.
Saranno nominati quattro finalisti tra i quali c'è il vincitore: i quattro vengono convocati in una sinistra magione in un paesino di campagna e qui si accorgeranno di essere prigionieri del Master del blog che comincerà a torturarli facendo venire fuori le loro paure più recondite.
Ne rimarrà soltanto uno, forse....
Evil Things - Cose cattive è un 'opera prima .
In tutti i sensi.
E' il primi film da regista di Simone Gandolfo ( attore esperto) che lo ha sceneggiato assieme a Debora Alessi ed è anche il primo film della neonata casa di produzione Inside Productions creata da Luca Argentero ( che compare in un cameo brevissimo) e da Myriam Catania ( sua moglie, che si occupa anche del doppiaggio).
E' nuovo anche il metodo di distribuzione del film , quando uscito, presente sul territorio nazionale in unica copia che veniva proiettata on demand ( e lo è ancora ) nelle sale che ne avevano fatto richiesta.
Quindi horror e film italiano.
C'è da fidarsi?
Ehm....Ni....nel senso che per essere un horror italiano ultra low budget ( 106 mila euro non permettono tanti voli pindarici ) ha un aspetto dignitoso ma per il resto non c'è molto da rallegrarsi.
La cosa che si nota subito è che il film è pensato più per il mercato internazionale che per quello italiano: è girato infatti in inglese e poi ridoppiato in italiano in modo più che decente, scegliendo un cast di ottimi doppiatori diretti da Myriam Catania, quindi non c'è quell'effetto fastidioso creato dall'attore italiano che si autodoppia spesso con risultati grotteschi per non dire altro.
Anche la confezione è decente con una fotografia che ammanta tutto di plumbeo , anche gli esterni che sono girati in locations discretamente suggestive.
Poi cominciano i dolori : vengono presentati i quattro finalisti che rappresentano i classici stereotipi della carne da macello tipica del film horror.
Personaggi detestabili, vera e propria feccia umana che fa a gara a chi la fa più grossa, tutti di antipatia micidiale, insomma tutte pedine sacrificabili con sommo gaudio da parte dello spettatore.
E qui siamo proprio nel più classico dei clichet del film horror.
Poi arriva la mazzata: già si ritrovano in una casa da cui non sanno più uscire , vengono pure torturati in modo piuttosto "creativo" e in chi si imbattono?
Un master che somiglia tale e quale all'Enigmista di Saw per come agisce e che viene doppiato pure con la stessa voce.
Siamo al corto circuito completo perché da questo punto in avanti la Sagra della Sega dell'Enigmista diventa una specie di avvoltoio che aleggia su tutto il film e poco serve il twist finale , tra religione e malattia mentale, a cambiare le carte in tavola.
L'avvoltoio è sempre lì , fermo , con le ali allargate....
Occorre poi mettersi comodi perché si assiste a una specie di versione apocrifa di Saw, per giunta interminabile.
Eh si perché questo film dura 95 minuti ( durata comunque ragguardevole per un horror ) eppure soprattutto nella seconda parte ho passato più il tempo a controllare l'orologio che a guardare il film...il tempo sembrava non passasse mai, temevo che i minuti fossero diventati 950....
A livello attoriale passiamo dalla decenza di Pietro Ragusa nella parte del master alla totale insipienza di altri personaggi tra principali e secondari, gli effetti e i trucchi funzionano abbastanza, forse sono usati con un po' troppa parsimonia ma si ritorna sempre al budget tuttaltro che milionario...
E poi , insomma , un blog con 10487 utenti on line, sarà che mi è scattata l'invidia, ma complimenti per i seguitori, manco Beppe Grillo aspirerebbe a tanto...
Concludendo è un film in cui l'involucro vale più del contenuto, a cui manca del coraggio per intraprendere una strada nuova e per questo si mette nella scia di modelli consolidati e forse anche oramai obsoleti....
PERCHE' SI : la confezione è decente, Pietro Ragusa è discretamente inquietante, un film italiano che non è una commedia.
PERCHE' NO: poco coraggio, ingenuità , attori lasciati un po' allo sbando , film che diventa presto un clone apocrifo di Saw...
( VOTO : 4,5 / 10 )
Saranno nominati quattro finalisti tra i quali c'è il vincitore: i quattro vengono convocati in una sinistra magione in un paesino di campagna e qui si accorgeranno di essere prigionieri del Master del blog che comincerà a torturarli facendo venire fuori le loro paure più recondite.
Ne rimarrà soltanto uno, forse....
Evil Things - Cose cattive è un 'opera prima .
In tutti i sensi.
E' il primi film da regista di Simone Gandolfo ( attore esperto) che lo ha sceneggiato assieme a Debora Alessi ed è anche il primo film della neonata casa di produzione Inside Productions creata da Luca Argentero ( che compare in un cameo brevissimo) e da Myriam Catania ( sua moglie, che si occupa anche del doppiaggio).
E' nuovo anche il metodo di distribuzione del film , quando uscito, presente sul territorio nazionale in unica copia che veniva proiettata on demand ( e lo è ancora ) nelle sale che ne avevano fatto richiesta.
Quindi horror e film italiano.
C'è da fidarsi?
Ehm....Ni....nel senso che per essere un horror italiano ultra low budget ( 106 mila euro non permettono tanti voli pindarici ) ha un aspetto dignitoso ma per il resto non c'è molto da rallegrarsi.
La cosa che si nota subito è che il film è pensato più per il mercato internazionale che per quello italiano: è girato infatti in inglese e poi ridoppiato in italiano in modo più che decente, scegliendo un cast di ottimi doppiatori diretti da Myriam Catania, quindi non c'è quell'effetto fastidioso creato dall'attore italiano che si autodoppia spesso con risultati grotteschi per non dire altro.
Anche la confezione è decente con una fotografia che ammanta tutto di plumbeo , anche gli esterni che sono girati in locations discretamente suggestive.
Poi cominciano i dolori : vengono presentati i quattro finalisti che rappresentano i classici stereotipi della carne da macello tipica del film horror.
Personaggi detestabili, vera e propria feccia umana che fa a gara a chi la fa più grossa, tutti di antipatia micidiale, insomma tutte pedine sacrificabili con sommo gaudio da parte dello spettatore.
E qui siamo proprio nel più classico dei clichet del film horror.
Poi arriva la mazzata: già si ritrovano in una casa da cui non sanno più uscire , vengono pure torturati in modo piuttosto "creativo" e in chi si imbattono?
Un master che somiglia tale e quale all'Enigmista di Saw per come agisce e che viene doppiato pure con la stessa voce.
Siamo al corto circuito completo perché da questo punto in avanti la Sagra della Sega dell'Enigmista diventa una specie di avvoltoio che aleggia su tutto il film e poco serve il twist finale , tra religione e malattia mentale, a cambiare le carte in tavola.
L'avvoltoio è sempre lì , fermo , con le ali allargate....
Occorre poi mettersi comodi perché si assiste a una specie di versione apocrifa di Saw, per giunta interminabile.
Eh si perché questo film dura 95 minuti ( durata comunque ragguardevole per un horror ) eppure soprattutto nella seconda parte ho passato più il tempo a controllare l'orologio che a guardare il film...il tempo sembrava non passasse mai, temevo che i minuti fossero diventati 950....
A livello attoriale passiamo dalla decenza di Pietro Ragusa nella parte del master alla totale insipienza di altri personaggi tra principali e secondari, gli effetti e i trucchi funzionano abbastanza, forse sono usati con un po' troppa parsimonia ma si ritorna sempre al budget tuttaltro che milionario...
E poi , insomma , un blog con 10487 utenti on line, sarà che mi è scattata l'invidia, ma complimenti per i seguitori, manco Beppe Grillo aspirerebbe a tanto...
Concludendo è un film in cui l'involucro vale più del contenuto, a cui manca del coraggio per intraprendere una strada nuova e per questo si mette nella scia di modelli consolidati e forse anche oramai obsoleti....
PERCHE' SI : la confezione è decente, Pietro Ragusa è discretamente inquietante, un film italiano che non è una commedia.
PERCHE' NO: poco coraggio, ingenuità , attori lasciati un po' allo sbando , film che diventa presto un clone apocrifo di Saw...
( VOTO : 4,5 / 10 )
mercoledì 3 settembre 2014
Quel momento imbarazzante ( 2014 )
Jason , Mickey e Daniel sono tre amici più vicini ai 30 che ai 20 e che hanno grossi problemi col sesso femminile. Jason è uno sciupafemmine impenitente che fugge dalla relazione di coppia quando la sua partner vorrebbe intavolare un discorso più serio e regolare , Daniel usa la sua amica Chelsea per abbordare ragazze nel locale che frequentano, Mickey è un medico sposato a cui la moglie chiede il divorzio, mandandolo in crisi perchè già se la intendeva con un altro alle sue spalle.
Stringono un patto tra di loro per solidarietà a Mickey: quello di rimanere single, senza relazioni stabili " punendo" il più possibile il gentil sesso.
Ma non sarà facile perché Jason conosce la bella e intelligente Ellie, Daniel e Chelsea si accorgono di stare troppo bene insieme per dividere il loro tempo con altri e Mickey ha di nuovo una relazione con l'ex moglie....
Mettersi a vedere Quel momento imbarazzante è come accettare un passaggio su una macchina del tempo, magari con Dr Who al comando, e tornare a due / tre decenni indietro in pieno edonismo reganiano e crisi di fine millennio.
Tre uomini che cercano di farsi beffe di quella consistente fetta di universo rappresentata dalle donne fanno tanto una specie di Sex and the City al contrario.
E' un film a cui manca l'effetto sorpresa, una sorta di deja vu continuativo, ma non per questo non ci si diverte a seguire le vicende di questi tre scavezzacollo, che , per un motivo o per l'altro, cinematografico o meno, fanno simpatia.
Per prima cosa Zac Efron: il figliolo sta cercando di staccarsi in tutte le maniere dallo stereotipo di teen star che si è ritrovato attaccato addosso con il successo di High School Musical.
Le sue scelte professionali stanno andando tutte in questo senso, vedi il personaggio eccessivo interpretato in Cattivi vicini , e vedi anche la caratterizzazione di questo Jason, ormai lontano dai pruriti adolescenziali, vero e proprio t(r)ombeur de femmes, cialtrone quanto basta.
Si diverte anche un mondo in scene plastiche di nudo ( non integrale, a scanso di equivoci, tengano gli ormoni a bada le ragazzine che affronteranno la visione) volutamente ironiche, quando non ridicole proprio per abbattere alla base la sua reputazione da ragazzino santarellino dalla faccia pulita.
Il problema per lui è che le battute migliori del film le ha il suo collega Miles Teller, icona del cinema indie che sta sbarcando su produzioni importanti, faccia da schiaffi come ce ne sono poche e un talento naturale per la commedia.
Il suo Daniel è decisamente irresistibile.
Un po' schiacciato invece è il talento di Michael B. Jordan, bravissimoo protagonista di Prossima fermata Fruitvale Station, forse un po' troppo giovane per la parte e comunque in questo film non sembra sfruttato a dovere.
Un paio di considerazioni anche su due personaggi femminili: brilla lo sguardo di ghiaccio di Imogen Poots bionda intelligente che demolisce un vecchio stereotipo sempre di moda al cinema e brilla di luce propria anche Mackenzie Davis, nella parte di Chelsea , veramente adorabile ( oltre che bellissima).
Quel momento imbarazzante è un po' come quei vini gradevoli al primo impatto con le papille gustative e che poi non lasciano traccia di sé perché hanno poco corpo.
E' un cinema che sfrutta gli angoli più cinegenici di una New York che si dimostra sempre a misura di innamorato per prendere slancio e snocciolare le battute che perlomeno sono un minimo elaborate e non sono un semplice coacervo di banalità assortite e ammassate le une sulle altre in pessima lingua.
Forse anche in questo si dimostra retro': i suoi personaggi parlano una lingua sufficientemente evoluta e non solo un ammasso di vocaboli gergali di nuovo conio.
Tom Gormican che il film lo ha sceneggiato e diretto è al suo esordio e come in tanti esordi si occupa più che altro di omaggiare il cinema che gli piace.
Certo Harry ti presento Sally è un'altra cosa , ma un'altra possibilità la merita....
PERCHE' SI : per chi gradisce l'articolo c'è Zac Efron nudo ( o quasi ), retrò, Miles Teller è irresistibile, Mackenzie Davis bellissima
PERCHE' NO : aria di deja vù, Zac Efron continua a voler demolire la sua aura da bravo teenager, Michael B. Jordan sfruttato poco e male.
( VOTO : 6 + / 10 )
Stringono un patto tra di loro per solidarietà a Mickey: quello di rimanere single, senza relazioni stabili " punendo" il più possibile il gentil sesso.
Ma non sarà facile perché Jason conosce la bella e intelligente Ellie, Daniel e Chelsea si accorgono di stare troppo bene insieme per dividere il loro tempo con altri e Mickey ha di nuovo una relazione con l'ex moglie....
Mettersi a vedere Quel momento imbarazzante è come accettare un passaggio su una macchina del tempo, magari con Dr Who al comando, e tornare a due / tre decenni indietro in pieno edonismo reganiano e crisi di fine millennio.
Tre uomini che cercano di farsi beffe di quella consistente fetta di universo rappresentata dalle donne fanno tanto una specie di Sex and the City al contrario.
E' un film a cui manca l'effetto sorpresa, una sorta di deja vu continuativo, ma non per questo non ci si diverte a seguire le vicende di questi tre scavezzacollo, che , per un motivo o per l'altro, cinematografico o meno, fanno simpatia.
Per prima cosa Zac Efron: il figliolo sta cercando di staccarsi in tutte le maniere dallo stereotipo di teen star che si è ritrovato attaccato addosso con il successo di High School Musical.
Le sue scelte professionali stanno andando tutte in questo senso, vedi il personaggio eccessivo interpretato in Cattivi vicini , e vedi anche la caratterizzazione di questo Jason, ormai lontano dai pruriti adolescenziali, vero e proprio t(r)ombeur de femmes, cialtrone quanto basta.
Si diverte anche un mondo in scene plastiche di nudo ( non integrale, a scanso di equivoci, tengano gli ormoni a bada le ragazzine che affronteranno la visione) volutamente ironiche, quando non ridicole proprio per abbattere alla base la sua reputazione da ragazzino santarellino dalla faccia pulita.
Il problema per lui è che le battute migliori del film le ha il suo collega Miles Teller, icona del cinema indie che sta sbarcando su produzioni importanti, faccia da schiaffi come ce ne sono poche e un talento naturale per la commedia.
Il suo Daniel è decisamente irresistibile.
Un po' schiacciato invece è il talento di Michael B. Jordan, bravissimoo protagonista di Prossima fermata Fruitvale Station, forse un po' troppo giovane per la parte e comunque in questo film non sembra sfruttato a dovere.
Un paio di considerazioni anche su due personaggi femminili: brilla lo sguardo di ghiaccio di Imogen Poots bionda intelligente che demolisce un vecchio stereotipo sempre di moda al cinema e brilla di luce propria anche Mackenzie Davis, nella parte di Chelsea , veramente adorabile ( oltre che bellissima).
Quel momento imbarazzante è un po' come quei vini gradevoli al primo impatto con le papille gustative e che poi non lasciano traccia di sé perché hanno poco corpo.
E' un cinema che sfrutta gli angoli più cinegenici di una New York che si dimostra sempre a misura di innamorato per prendere slancio e snocciolare le battute che perlomeno sono un minimo elaborate e non sono un semplice coacervo di banalità assortite e ammassate le une sulle altre in pessima lingua.
Forse anche in questo si dimostra retro': i suoi personaggi parlano una lingua sufficientemente evoluta e non solo un ammasso di vocaboli gergali di nuovo conio.
Tom Gormican che il film lo ha sceneggiato e diretto è al suo esordio e come in tanti esordi si occupa più che altro di omaggiare il cinema che gli piace.
Certo Harry ti presento Sally è un'altra cosa , ma un'altra possibilità la merita....
PERCHE' SI : per chi gradisce l'articolo c'è Zac Efron nudo ( o quasi ), retrò, Miles Teller è irresistibile, Mackenzie Davis bellissima
PERCHE' NO : aria di deja vù, Zac Efron continua a voler demolire la sua aura da bravo teenager, Michael B. Jordan sfruttato poco e male.
( VOTO : 6 + / 10 )
martedì 2 settembre 2014
Afflicted ( 2013 )
Derek e Clif, amici da una vita, decidono finalmente di intraprendere quel viaggio intorno al mondo che avevano programmato da lungo tempo.
E questo anche perché Derek ha un problema di salute serio: una situazione complessa a carico della sua vascolarizzazione cerebrale che lo rende a rischio di morte improvvisa causa aneurisma.
Clif è un documentarista , quindi riprenderà tutto con le sue fide telecamere , in più il tutto sarà riportato anche su un blog aperto per l'occasione.
La prima tappa è j'Europa, Barcellona, Parigi dove hanno una specie di notte brava e poi si trasferiscono sulla riviere ligure, a Vernazza.
E qui cominciano i problemi: Derek non tollera il cibo , il sole lo ustiona e sta deperendo sempre più.
Inoltre mostra delle doti fisiche straordinarie, un po' troppo per essere solo un uomo.
Assieme scoprono che Derek tollera solo sangue umano: cercano di procurarselo ma sarà un insuccesso. Clif si sacrifica per l'amico ma non basta.
La natura "altra" di Derek sta venendo fuori sempre più prepotentemente.
Ebbene si , mi ci sono tuffato un'altra volta.
Trattasi di horror, di famigerato mockumentary ( ma come qui il confine tra mockumentary e found footage è così labile, vedere questo film fa chiedere se in realtà sia proprio necessaria una distinzione tra i due sottogeneri in quanto è evidente che uno compenetri l'altro) e trattasi di film che comunque mi ha fatto godere in maniera suina durante la visione.
A scanso di ogni equivoco.
Che cosa ha Afflicted che gli altri mocks non hanno?
Bella domanda, me lo stavo chiedendo anche io mentre lo guardavo avidamente.
Direi che come mockumentary è girato decisamente bene: le sequenze che fanno venire il mal di mare sono decisamente limitate ma hanno anche il pregio di essere ben inserite nella narrazione e questo le rende decisamente fruibili per non dire necessarie.
Quella più significativa è quella dell'inseguimento per le strade di Vernazza, girato tutto in soggettiva in alternanza tra buio e luce con Derek che fugge tra una pallottola e l'altra.
Un pugno di sequenze che ti fa salire il cuore in gola.
Per dare una patina più consistente di cinema verità i due protagonisti ( che sono anche i registi e gli sceneggiatori di tutta l'operazione ) così come la maggior parte dei personaggi in scena, conservano il loro nome.
D'altra parte però abbiamo un look molto più "ricco " di quello che di solito ci viene propinato nel genere.
Abbiamo molte locations stuzzicanti ( vedi la notte parigina, la sezione girata a Vernazza e La Spezia, per non parlare di quella girata a Nizza) , quasi da film normali, sembra fatto tutto con dovizia di mezzi e non con i quattro soldi che di solito caratterizzano queste produzioni.
Insomma sembra che il girare un mockumentary, termine da prendere nell'accezione più larga possibile perché durante la visione a volte appare veramente duro giustificare la presenza della telecamera, sia più che altro un espediente, una scelta espressiva ed artistica e non una necessità dettata da un budget irrisorio.
E questa dovizia di mezzi si appalesa anche nel reparto degli effetti speciali : tralasciando la parte in cui Derek prende confidenza con i suoi superpoteri che assomiglia tanto a Chronicle, visivamente notevole, è eccellente anche il reparto trucco con il protagonista che avvizzisce in modo molto convincente, quasi fastidioso per quanto realistico.
Afflicted affronta poi il tema ( SPOILER SPOILER SPOILER)del vampirismo ( e diciamolo che Derek è un vampiro, in fondo si scopre quasi subito) da una prospettiva discretamente originale, non proprio inedita , ma non è così frequente vedere il vampirismo trattato come malattia, infettiva e trasmissibile.
Peccato per il finale che appare un po' povero di idee rispetto al resto.
Insomma Afflicted appare come un film di serie A mascherato da B movie.
Ha vinto numerosi premi nei Festival internazionali specializzati in cui ha partecipato ( Toronto e Sitges tra gli altri).
In Italia circola con un titolo vomitevole, brutto e spoileroso: Videoblog di un vampiro.
PERCHE' SI : tante locations, ottimi effetti speciali, finalmente un mockumentary che vale la pena vedere.
PERCHE' NO : finale un po' deludente, duro giustificare la presenza della telecamera in cerri frangenti.
( VOTO : 7 / 10 )
E questo anche perché Derek ha un problema di salute serio: una situazione complessa a carico della sua vascolarizzazione cerebrale che lo rende a rischio di morte improvvisa causa aneurisma.
Clif è un documentarista , quindi riprenderà tutto con le sue fide telecamere , in più il tutto sarà riportato anche su un blog aperto per l'occasione.
La prima tappa è j'Europa, Barcellona, Parigi dove hanno una specie di notte brava e poi si trasferiscono sulla riviere ligure, a Vernazza.
E qui cominciano i problemi: Derek non tollera il cibo , il sole lo ustiona e sta deperendo sempre più.
Inoltre mostra delle doti fisiche straordinarie, un po' troppo per essere solo un uomo.
Assieme scoprono che Derek tollera solo sangue umano: cercano di procurarselo ma sarà un insuccesso. Clif si sacrifica per l'amico ma non basta.
La natura "altra" di Derek sta venendo fuori sempre più prepotentemente.
Ebbene si , mi ci sono tuffato un'altra volta.
Trattasi di horror, di famigerato mockumentary ( ma come qui il confine tra mockumentary e found footage è così labile, vedere questo film fa chiedere se in realtà sia proprio necessaria una distinzione tra i due sottogeneri in quanto è evidente che uno compenetri l'altro) e trattasi di film che comunque mi ha fatto godere in maniera suina durante la visione.
A scanso di ogni equivoco.
Che cosa ha Afflicted che gli altri mocks non hanno?
Bella domanda, me lo stavo chiedendo anche io mentre lo guardavo avidamente.
Direi che come mockumentary è girato decisamente bene: le sequenze che fanno venire il mal di mare sono decisamente limitate ma hanno anche il pregio di essere ben inserite nella narrazione e questo le rende decisamente fruibili per non dire necessarie.
Quella più significativa è quella dell'inseguimento per le strade di Vernazza, girato tutto in soggettiva in alternanza tra buio e luce con Derek che fugge tra una pallottola e l'altra.
Un pugno di sequenze che ti fa salire il cuore in gola.
Per dare una patina più consistente di cinema verità i due protagonisti ( che sono anche i registi e gli sceneggiatori di tutta l'operazione ) così come la maggior parte dei personaggi in scena, conservano il loro nome.
D'altra parte però abbiamo un look molto più "ricco " di quello che di solito ci viene propinato nel genere.
Abbiamo molte locations stuzzicanti ( vedi la notte parigina, la sezione girata a Vernazza e La Spezia, per non parlare di quella girata a Nizza) , quasi da film normali, sembra fatto tutto con dovizia di mezzi e non con i quattro soldi che di solito caratterizzano queste produzioni.
Insomma sembra che il girare un mockumentary, termine da prendere nell'accezione più larga possibile perché durante la visione a volte appare veramente duro giustificare la presenza della telecamera, sia più che altro un espediente, una scelta espressiva ed artistica e non una necessità dettata da un budget irrisorio.
E questa dovizia di mezzi si appalesa anche nel reparto degli effetti speciali : tralasciando la parte in cui Derek prende confidenza con i suoi superpoteri che assomiglia tanto a Chronicle, visivamente notevole, è eccellente anche il reparto trucco con il protagonista che avvizzisce in modo molto convincente, quasi fastidioso per quanto realistico.
Afflicted affronta poi il tema ( SPOILER SPOILER SPOILER)del vampirismo ( e diciamolo che Derek è un vampiro, in fondo si scopre quasi subito) da una prospettiva discretamente originale, non proprio inedita , ma non è così frequente vedere il vampirismo trattato come malattia, infettiva e trasmissibile.
Peccato per il finale che appare un po' povero di idee rispetto al resto.
Insomma Afflicted appare come un film di serie A mascherato da B movie.
Ha vinto numerosi premi nei Festival internazionali specializzati in cui ha partecipato ( Toronto e Sitges tra gli altri).
In Italia circola con un titolo vomitevole, brutto e spoileroso: Videoblog di un vampiro.
PERCHE' SI : tante locations, ottimi effetti speciali, finalmente un mockumentary che vale la pena vedere.
PERCHE' NO : finale un po' deludente, duro giustificare la presenza della telecamera in cerri frangenti.
( VOTO : 7 / 10 )
lunedì 1 settembre 2014
The Stag - Se sopravvivo mi sposo ( 2013 )
Fionnan è in procinto di sposarsi e il suo migliore amico / testimone di nozze Davin organizza come addio al celibato una gita in montagna a cui prenderanno parte il fratello di Fionnan , Kevin, il suo compagno, il maturo Kevin e l'amico Simon.
All'ultimo momento si unisce al gruppo il fratello della sposa, l'unico che non avrebbe mai dovuto sapere di questo particolare addio al celibato.
Nessuno conosce il suo nome ma solo il suo soprannome, The Machine, ed è veramente un tizio insopportabile.
Tra monumenti funerari sfasciati, tende andate a fuoco, viaggi in autobus in abiti adamitici e altre amenità assortite, il matrimonio s'avra da fare come previsto....
Storia di un piccolo film che ha fatto sfracelli al piccolissimo box office irlandese: un gruppo di maschietti oltre i 30 che , sulla falsariga delle varie notti da leoni americane, organizza un addio al celibato da paura.
Ma questo film ha un'idea geniale: se gli americani vanno a Las Vegas o a qualche altra famosa meta di divertimento e trasgressione, il gruppetto di irlandesi che fa?
Va in locations che parlano d'Irlanda e solo di Irlanda, tra l'inimitabile verde dei prati e l'azzurro di un cielo così terso che sembra dipinto.
L'idea di trasgressione è quella di andarsene in montagna a fare un campeggio sotto le stelle e a parlare di se stessi, a ricordare, a rielaborare il proprio vissuto.
Nessun hangover, solo una sana voglia di stare insieme prima di cominciare una vita matrimoniale che permetterà raramente di ritagliarsi questi momenti insieme.
A questo quadro idilliaco va aggiunto però un fattore di perturbazione, una vera e propria tempesta che si chiama The Machine, l'unico che non doveva essere presente e che si è aggregato nella disapprovazione generale.
Tipo spigoloso, diverso dagli altri però col passare dei minuti si trasforma in un fattore di crescita per gli altri visto che li sottopone continuamente a prove da superare , oltre a rappresentare una sorta di ideale spalla su cui piangere.
E' la chiave di tutto con le sue divagazioni, follie ma anche protagonista con gesti di inaspettata umanità.
The Stag - Se sopravvivo mi sposo è ricco di situazioni paradossali che strappano la risata di situazioni esilaranti, di battute acide che lasciano il segno ( anche squisitamente politiche, anche questo film parla della crisi, in fondo The Stag è il cervo maschio senza femmina e quindi castrato nelle sue velleità, un po' come è successo all'Irlanda con l'Europa quando è sopravvissuta alla tremenda crisi economica che l'ha colpita anni fa), un film di ottimi attori che caratterizzano con grande bravura le loro rispettive parti.
E poi nella parte di Fionnan ritrovo quell'Hugh O' Conor che avevo letteralmente amato in un cult movie di metà anni '90, Il manuale del giovane avvelenatore, storia di un ragazzo che usava il tallio per risolvere i propri problemi con parenti e amici.
Insomma The Stag - Se sopravvivo mi sposo riprende le tematiche di certo cinema americano d'evasione ma riesce a parlare di Irlanda agli irlandesi , senza volgarità e mostrandosi molto meno sciocco di quello che sembra.
Sarà che amo l'Irlanda ma io di questo piccolo film mi sono letteralmente innamorato....
PERCHE' SI : si ride, si riflette, ottimi attori e poi c'è l'Irlanda. Non basta?
PERCHE' NO : inizio un po' lento e poi non riesco a trovargli altri difetti...
( VOTO : 7,5 / 10 )
All'ultimo momento si unisce al gruppo il fratello della sposa, l'unico che non avrebbe mai dovuto sapere di questo particolare addio al celibato.
Nessuno conosce il suo nome ma solo il suo soprannome, The Machine, ed è veramente un tizio insopportabile.
Tra monumenti funerari sfasciati, tende andate a fuoco, viaggi in autobus in abiti adamitici e altre amenità assortite, il matrimonio s'avra da fare come previsto....
Storia di un piccolo film che ha fatto sfracelli al piccolissimo box office irlandese: un gruppo di maschietti oltre i 30 che , sulla falsariga delle varie notti da leoni americane, organizza un addio al celibato da paura.
Ma questo film ha un'idea geniale: se gli americani vanno a Las Vegas o a qualche altra famosa meta di divertimento e trasgressione, il gruppetto di irlandesi che fa?
Va in locations che parlano d'Irlanda e solo di Irlanda, tra l'inimitabile verde dei prati e l'azzurro di un cielo così terso che sembra dipinto.
L'idea di trasgressione è quella di andarsene in montagna a fare un campeggio sotto le stelle e a parlare di se stessi, a ricordare, a rielaborare il proprio vissuto.
Nessun hangover, solo una sana voglia di stare insieme prima di cominciare una vita matrimoniale che permetterà raramente di ritagliarsi questi momenti insieme.
A questo quadro idilliaco va aggiunto però un fattore di perturbazione, una vera e propria tempesta che si chiama The Machine, l'unico che non doveva essere presente e che si è aggregato nella disapprovazione generale.
Tipo spigoloso, diverso dagli altri però col passare dei minuti si trasforma in un fattore di crescita per gli altri visto che li sottopone continuamente a prove da superare , oltre a rappresentare una sorta di ideale spalla su cui piangere.
E' la chiave di tutto con le sue divagazioni, follie ma anche protagonista con gesti di inaspettata umanità.
The Stag - Se sopravvivo mi sposo è ricco di situazioni paradossali che strappano la risata di situazioni esilaranti, di battute acide che lasciano il segno ( anche squisitamente politiche, anche questo film parla della crisi, in fondo The Stag è il cervo maschio senza femmina e quindi castrato nelle sue velleità, un po' come è successo all'Irlanda con l'Europa quando è sopravvissuta alla tremenda crisi economica che l'ha colpita anni fa), un film di ottimi attori che caratterizzano con grande bravura le loro rispettive parti.
E poi nella parte di Fionnan ritrovo quell'Hugh O' Conor che avevo letteralmente amato in un cult movie di metà anni '90, Il manuale del giovane avvelenatore, storia di un ragazzo che usava il tallio per risolvere i propri problemi con parenti e amici.
Insomma The Stag - Se sopravvivo mi sposo riprende le tematiche di certo cinema americano d'evasione ma riesce a parlare di Irlanda agli irlandesi , senza volgarità e mostrandosi molto meno sciocco di quello che sembra.
Sarà che amo l'Irlanda ma io di questo piccolo film mi sono letteralmente innamorato....
PERCHE' SI : si ride, si riflette, ottimi attori e poi c'è l'Irlanda. Non basta?
PERCHE' NO : inizio un po' lento e poi non riesco a trovargli altri difetti...
( VOTO : 7,5 / 10 )
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