I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.
Visualizzazione post con etichetta Cinema canadese. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cinema canadese. Mostra tutti i post

martedì 29 settembre 2015

Mommy ( 2014 )

In un Canada di finzione, appena un anno in avanti nel futuro, i ragazzi con problemi psicologici e relazionali possono essere internati in istituti specializzati nella cura di malattie mentali senza troppe complicazioni. Ed è per questo che Steve, figlio adolescente della madre single Diane, entra ed esce dai vari istituti.
Diane lo riprende con sé per un ulteriore tentativo ma il rapporto con Steve è veramente fuori da ogni schema nonostante la presenza della vicina balbuziente Kyla che costituisce una sorta di terzo polo magnetico per smussare tutte le tempeste che si scatenano tra i due...
Non conoscevo il cinema di Xavier Dolan, da qualcuno definito il regista bambino, prima di questo film , ma anche senza vedere gli altri suoi film non posso fare altro che inchinarmi di fronte a un tizio che a 26 anni ( ma quando ha fatto Mommy non ne aveva neanche 25) ha un curriculum così nutrito come il suo , sia come film diretti che interpretati.
E , a vedere questa sua ultima opera, il ragazzo ne ha di cose da dire: animato da una generosità narrativa difficile da riscontrare altrove , Dolan racconta un rapporto madre / figlio che più che una normale dialettica tra esponenti di diversa generazione , sembra essere la tempesta perfetta, un irripetibile conglomerato di perturbazioni che insieme determinano il caos totale.
Diane è una madre single che sopravvive più che vivere: piacente e sa di esserlo, dal look aggressivo e giovanilistico a tutti i costi deve fare i conti con una quotidianità che è poco generosa con lei e un figlio di cui ha paura.
Paura perché sa di non conoscerlo completamente, sa che l'accesso ai più profondi recessi della mente di Steve le è sostanzialmente negato, con un rapporto sempre in bilico tra amore e odio.
Steve ha problemi relazionali , psicologicamente è un campo minato in cui se tocchi la zolla di terreno sbagliata esplodi e vieni miseramente smembrato, è un collage di emozioni e pulsioni brutali, suggestioni ormonali e semplice incapacità di esprimere il caos che ha dentro.
E' evidente che due personalità così sono destinate a scontrarsi, è difficile per loro stare persino nella stessa stanza senza causare disastri, insieme sono un fuoco che brucia a fiamma altissima e che carbonizza tutti quelli che osano avvicinarsi loro.
Beh, proprio tutti no. C'è una vicina , Kyla , che forse è incasinata più di loro ed è per questo che riesce a stare con Diane e Steve senza bruciarsi, anzi quasi riesce a modulare l'ispido rapporto tra madre e figlio con i suoi silenzi legati alla sua difficoltà di esprimersi, è balbuziente.
Questo strano e fantasmagorico menage a trois è il filo conduttore di un film che si segnala , come detto prima, per una generosità rara nell'esporre sentimenti e sensazioni in modo ultrarealistico quasi a voler provocare shock programmatico nello spettatore.
A Dolan riesce il ritratto di tre personaggi a loro modo indimenticabili con tutte le loro imperfezioni e le loro piccole e grandi psicopatologie, tre persone più che personaggi in cui è facile trovarsi motivo per specchiarsi, oppure riconoscere una qualche sfumatura di se stessi.
Quello che forse mi piace di meno è il suo voler giocare con i formati cinematografici, non per reale fastidio di una visione stretta e alta che raramente si apre in un formato più cinematografico, ma per l'impressione che ricavo di un fighetto che vuole fare il sofisticato giocando con la forma.
Mommy ha il profumo acre e coinvolgente della verità, flirta con la sgradevolezza quasi a voler respingere qualsiasi forma di pietismo da parte di chi guarda, ha nella mente di Steve un mistero irrisolvibile per la madre e per noi tutti.
E se noi non abbiamo la soluzione per capire compiutamente i nostri figli nella vita di tutti i giorni, a Diane la soluzione, nel suo Canada di finzione , è data da una legge infida e bastarda che le permette di tirarsi indietro e di nascondere la polvere sotto il tappeto.
Steve non è fatto per vivere con lei e lei non è pronta a vivere con Steve.
Non si può restare indifferenti di fronte a questo film.
Dirò una cazzata , ma lasciatemela passare: per me questo film è il Qualcuno volò sul nido del cuculo del nuovo millennio.
Due film totalmente diversi ma che nella mia memoria cinefila sono stretti l'uno all'altro,
Vicini vicini.
E quel ballo silenzioso a tre sulle note di On ne Change Pas  a diversi giorni di distanza dalla visione , ce l'ho ancora davanti agli occhi.


PERCHE' SI : film di incredibile generosità narrativa, personaggi indimenticabili , come il finale
PERCHE' NO: leggero fastidio nel giocare con i formati cinematografici, sembra un orpello autoriale non necessario.


LA SEQUENZA : il ballo a tre sulle note di On ne Change Pas


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Xavier Dolan è un altro nome da appuntare sul mio taccuino.
Raramente ho prestato così attenzione alla colonna sonora.
E chi se lo immaginava che On ne Change Pas fosse cantata da Celine Dion?
Se avessimo una legge del genere , quanti manicomi sarebbero pieni di figli problematici?


( VOTO : 8,5 / 10 ) 


Mommy (2014) on IMDb

lunedì 3 agosto 2015

Left Behind ( 2014 )

Chloe sta tornando a casa per festeggiare il compleanno della madre sperando di riunirsi alla sua famiglia ma scopre che il padre , pilota di aerei, ha accettato un volo per Londra proprio per quel giorno e in più sembra avere una liason con una bella hostess.
Questo forse è dovuto al fatto che la madre da un po' di tempo si è dedicata un po' troppo alla lettura e all'interpretazione letterale delle Sacre Scritture, risultando per lui ( ma anche per i figli) un attimo, come dire, pesante.
Chloe torna a casa, il padre parte per Londra e sembra tutto procedere bene fino a quando milioni e milioni di persone scompaiono dalla faccia della Terra, tra cui la madre di Chloe.
Il padre si trova a governare una situazione di panico sull'aereo, inverte la rotta  e deve trovare un posto dove atterrare prima che finisca il carburante.
Ma gli aeroporti sembrano tutti chiusi...
A volte succede che non prendo alcuna informazione sui film che andrò a vedere , così per partito preso, ma anche per paura di scoprire troppo e troppo presto.
E' successo con questo Left Behind di cui prima della visione sapevo solo che c'era Nicolas Cage e che raccontava della sparizione improvvisa di milioni di persone.
Che, detta così, pare anche una cosa parecchio intrigante.
Se non fosse uno spunto già usato da una serie tv, The Leftovers che non mi ha proprio entusiasmato e trattava di roba simile anche  un filmaccio, The Remaining di cui un giorno dovevo parlare qui sul blog e poi non ce l'ho fatta...
Leggo i credits e vabbè vedo Vic Armstrong, noto soprattutto per gli stunts di parecchi film di James Bond e per essere uno dei registi di seconde unità più impiegati ad Hollywood e dintorni.
E se nella sua carriera c'è un solo film da regista ed è stato realizzato più di venti anni fa, beh un motivo ci deve essere.
E siccome, come dice il saggio, non si può cavare sangue da una rapa, il motivo c'è, eccome se c'è.
Che c'entra Vic Armostrong con argomenti science fiction o fantasy?
Nulla.
E con la lettura pedissequa dei libri dell'Apocalisse?
Meno di niente.
Sta tutto qui il nocciolo della questione: a livello registico non c'è una chiave di lettura convincente di una storia che non è facilissima da raccontare senza incorrere nel ridicolo involontario.
Anzi non c'è proprio.
Le persone spariscono e lo fanno per un determinato motivo, gli altri restano a "soffrire" nella dimensione terrena.
E già dicendo questo ho spoilerato troppo.
Si parla di Apocalisse insomma ma se pensavate che tipo in 2012 di Emmerich casualmente o no, tutti i cattivi sparivano dalla scena in un modo o nell'altro, bene qui più o meno succede la stessa cosa ma con i buoni ( i bambini) e in modo ancora più manicheo.
Chi decide sulla bontà o meno delle nostre azioni?
Diviso sostanzialmente in due filoni che si alternano in modo che definire televisivo è abbastanza eufemistico, quello che succede sull'aereo e quello che succede a Chloe, Left Behind è un film inutile, noioso, con l'aria posticcia , senza senso e che sembra realizzato in maniera superficiale oltre che frettolosa.
Cage ci mostra un'altra delle sue capigliature vere come una banconota da tre euro e comincia a far venire dubbi che possa essere imparentato con Pippo Baudo più che con Coppola, il resto del cast si dimena nell'anonimato più completo alle prese con un film che non è altro che il nulla sotto vuoto spinto.
Quel votaccio assegnato dagli utenti di imdb.com per una volta è più che giustificato.
Evitate questo film come la peste bubbonica.
Candidato sin da ora a essere uno degli scult dell'anno e le numerose nomination ai Razzie Awards ne sono tangibile testimonianza.


PERCHE' SI : lo spunto iniziale pareva intrigante ma c'era l'inghippo...
PERCHE' NO : tutto, dal cast , alla storia raccontata , al ridicolo involontario che viene fuori subito e resta lì per tutto il film.


LA SEQUENZA : Chloe sta cercando di trovare un posto per fare atterrare l'aereo del padre, gli crea spazio ma il padre non individua la direzione in cui andare e lei che fa? Comincia a lampeggiare con la macchina per farsi vedere...


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Ne ho abbastanza di questa sci fi a sfondo pesantemente religioso
La prossima volta mi documento prima e poi intraprendo la visione.
Cage ha sempre più i capelli alla Pippo Baudo( o è diventato il testimonial della sua ditta di parrucchini).
Mi chiedo il perché accetti di recitare in questa immondizia.


( VOTO : 2 / 10 )


Left Behind (2014) on IMDb

giovedì 16 luglio 2015

Babadook ( 2014 )

Oggi voglio a celebrare a modo mio l'uscita in sala cinematografica avvenuta sul suolo italico in data 15 luglio 2015 di quello che è stato il mio horror del 2014, The Babadook di Jennifer Kent , una scoperta di fine 2014 proveniente dalla terra dei canguri e che arrivò praticamente come un fulmine a ciel sereno nonostante se ne parlasse , anzi se ne favoleggiasse da molto tempo in giro per la rete.
Eppure, nonostante le aspettative altissime il film d'esordio di Jennifer Kent seppe andare addirittura oltre , diventando , per quanto mi riguarda , l'horror dell'anno anche se mi rendo conto che affibbiare a questa pellicola l'etichetta di genere è assolutamente riduttivo.
The Babadook ieri è uscito in sala anche qui da noi: ha perso l'articolo ma almeno il malvagio titolista italiano non ha messo frasette stupide dopo il titolo.
Andate in massa al cinema a godervelo, come farò io.
Se lo merita assolutamente.
Qui di seguito quello che scrissi a suo tempo.
E' la prima volta che ripropongo una mia opinione di un film qui sul blog.
Ma l'occasione direi che è troppo ghiotta per non essere sfruttata.
Dook! Dook! Dook!


Amelia è la madre vedova del piccolo Samuel. Ha perso il marito in un incidente stradale proprio mentre stava andando in ospedale per dare alla luce il piccolo .
Amelia deve fare i conti con la sua condizione di parziale emarginata anche in famiglia ( vittima della micidiale accoppiata vedova + lavoro umile ), inoltre Samuel ha seri problemi di relazione e manifesta a volte anche delle crisi epilettiche.
Un giorno mentre sono assieme a letto leggendo, incappano in un libro che Samuel trova spaventoso, che narra di un baubau, il Babadook.

Da quel momento in poi la loro vita non  sarà più la stessa perché strane presenze infestano la casa e il limite tra sanità mentale e pazzia si fa sempre più labile.
Il Babadook è ovunque.....
The Babadook è il film di esordio di Jennifer Kent, un passato non troppo brillante da attrice nelle lande australiane da cui proviene.
Il tutto a partire da un suo corto di circa 10 minuti , Monster, uscito quasi dieci anni fa nel 2005 e notato finalmente da qualche produttore..
Un percorso che hanno fatto tanti altri film ma stavolta è diverso: se infatti la cosa che si teme di più è la perdita della genialità dello spunto iniziale , fondamentale per ogni cortometraggio che si rispetti, nel marasma di una durata più ampia, vedendo Monster si ha l'impressione tangibile di un lavoro di limatura certosino, estenuante  che ha portato a un film che è solo ispirato alla lontana al corto da cui è tratto.
Nonostante duri 9 volte di più c'è un lavoro di asciugatura degli stereotipi usati nel corto ( quel fantasma coi capelli corvini davanti agli occhi che fa tanto J-horror ) per arrivare a un risultato molto diverso, un qualcosa che è riduttivo definire horror.
The Babadook non è la solita storia del babau, dell'Uomo Nero , dello spauracchio che sta chiuso nell'armadio o dietro la porta della cantina chiusa a doppia mandata, è qualcosa di più intenso, perturbante, un qualcosa che ti entra sottopelle e diventa più disturbante ogni minuto che passa.
Jennifer Kent, a proposito, una regista donna e noi che continuiamo a dire che  l'horror non è un genere per donne, non utlizza i soliti trucchi da Luna Park per spaventare, non smanetta sul volume della musica ma costruisce un orrore molto più complesso e stratificato e , pur senza usare le tecniche di cui sopra, ci regala un film che mette fottutamente paura, ma paura vera.
Un disagio che aumenta col passare dei minuti e che arriva ad essere disturbante nel profondo anche solo prendendosi tutto il tempo necessario per inquadrare il mondo in cui vivono Amelia e Samuel.

Sono due emarginati: lei vedova costretta a fare un lavoro umile, lui, un bimbo con seri problemi relazionali perché perso nel suo mondo di illusionismi e trucchi da mago fai-da-te.
Il loro è un mondo grigio, senza colori (  e tutto questo viene sottolineato da una stupenda fotografia dai toni plumbei ad opera del polacco Radek Ladczuk) che non viene rischiarato dalla gentilezza di un collega di lei e nemmeno dalla vicina di casa, un'anziana signora che a volte si prende cura di Samuel quando Amelia non c'è.
In questo contesto tuttaltro che felice, in un rapporto ricco di contraddizioni tra madre e figlio ( anche se non lo ammetterebbe mai, Amelia inconsapevolmente vede il figlio come la ragione per cui ha perso l'amatissimo marito) ha presa facile la suggestione operata da un libro di fiabe illustrato con protagonista questa creatura oscura e minacciosa, in tuba, mantello e unghioni alla Freddie Krueger.
E' reale?
O è solo una proiezione della mente di Amelia e Samuel?
L'eco delle loro paure più inconfessabili?
Come detto prima The Babadook pur lavorando sugli stereotipi alla base del genere horror e pur citando a piene mani i maestri ( vedere su uno schermo I tre volti della paura di Mario Bava fa veramente un gran piacere) ne rielabora costantemente la lezione dando luogo a un maelstrom di suggestioni e fobie che ha un aspetto nuovo, originale.
Facile rintracciare tra i meandri di questa casa spettrale gli echi di Suspense di Clayton, forse il miglior adattamento cinematografico del Giro di vite di Henry James, forse è facile anche intuire la psicopatologia che affligge la protagonista come in Repulsion di Polanski, o anche rintracciare il Kubrick di Shining soprattutto per il lavoro sopraffino sulla voce che fa Essie Davis ( attrice favolosa che fino a ieri mi era colpevolmente sfuggita) capace di passare dal sussurro all'urlo disumano senza soluzione di continuità , mettendo i brividi addosso.
Così come è rimarchevole il lavoro del piccolo Noah Wiseman nella parte di Samuel, occhi grandissimi in un viso che sa essere angelico e inquietante allo stesso tempo, a seconda dell'angolazione da cui è inquadrato.
The Babadook non è un horror o solo un thriller psicologico ( altro genere  a cui è molto vicino) ma è uno struggente apologo su una mancata elaborazione di un lutto e sul rapporto contrastato con un figlio a cui si è fatto sempre festeggiare il compleanno in una data diversa da quella vera.

Per non ricordare.
Parte integrante di questa costruzione ai limiti della perfezione è anche un'intelaiatura visiva di grande raffinatezza, fatta di scenografie che inquietano non poco nel loro aspetto ordinario e di un uso dell'illuminazione che ha del pittorico pur parlando di una pellicola che appare desaturata di ogni forma di colore.
Jennifer Kent che ha una consapevolezza rara nell'utilizzo del mezzo espressivo, ancora più sorprendente se si pensa che questo è il suo esordio nel lungometraggio ,crea un personaggio di quelli che si fanno fatica a dimenticare, non la solita figurina monodimensionale che spesso affligge il cinema di genere.
E rielabora con grande sensibilità un'iconografia di genere ben rintracciabile ma che magicamente assume una valenza diversa, un'impronta quasi nuova.
I detrattori vi diranno che in The Babadook non succede nulla ma non credete loro.
L'adrenalina scorrerà a fiumi, il sangue no.
E quel finale , mutuato dal corto, è un ulteriore colpo di genio.
Chapeau ! Jennifer Kent.
Hai fatto l'horror dell'anno.
Ma forse anche il film dell'anno.
E la bomba stavolta viene dall'Australia.

PERCHE' SI :  film disturbante che rielabora gli stereotipi dell'horror per trarne qualcosa di nettamente diverso, ottima confezione, fotografia straordinaria, eccellenti Essie Davis e Noah Wiseman.
PERCHE' NO : l'unica pecca è forse nella velocità con cui vengono tratteggiati alcuni personaggi secondari, i detrattori vi diranno che non succede nulla in questo film ma non credetegli....

( VOTO : 8,5 / 10 ) 

The Babadook (2014) on IMDb

mercoledì 8 luglio 2015

Insidious 3 : L'inizio ( 2015 )

Quinn, un'adolescente che ha perso la mamma a causa di un cancro l'anno prima, va a casa di Elise, medium per mettersi in contatto con lo spirito della madre. Elise accetta dopo molta indecisione e rischia di morire durante l'evocazione .
Interrompe la seduta ma da quel momento in poi Quinn è assediata da uno spirito che si finge sua madre ma che in realtà non lo è.
Elise aiutata dai suoi nuovi amici Specs e Turner decide di aiutarla  e riesce a riportarla tra i vivi dal limbo in cui si era venuta a trovare.
Elise, felice , torna a casa...
Perché parlare di Insidious 3 - L'inizio senza aver parlato dei primi due capitoli che ho di recente "ripassato" per poterli passare qui sul blog?
Perché si può, visto che questo è il prequel degli altri due film, quindi se per caso aveste intenzione di farvi una maratona Insidious potete cominciare benissimo da questo poi proseguire col primo e quindi col secondo.
Oppure partite direttamente dal primo perché non vi perdete nulla.
In realtà Insidious 3 - L'inizio rispetto agli altri due film della serie è un po' quello che è Annabelle per The Conjuring.
Una rimasticatura, fatta male, della stessa storia, con gli stessi ingredienti a cui manca però l'armonia, il sale della vita , manca l'anima per far diventare il tutto un bel film.
Non che i primi due esponenti della serie fossero due capolavori però a loro modo erano film onesti che portavano avanti un loro stile in maniera genuina.
Ora è vero che i primi due film erano sceneggiati da Leigh Whannell, qui attore nella parte di Specs e promosso regista sul campo e quindi non c'è tutto quello stravolgimento , ma se il buon Leigh è stato sempre uno sceneggiatore e non un regista come Wan, una ragione ci deve essere pure stata.
E la ragione è che questo Insidious 3 : L'inizio è la saga dello spavento indotto meccanicamente, del colpo di scena telefonato e dello smanettamento sul volume degli effetti per provocare un po' di thrilling dall'altra parte dello schermo.
Tutti trucchi ampiamente visti, rivisti e stravisti che nelle mani di un regista al suo esordio gli fanno fare la figura del pivello che prova a imitare quello che fanno i grandi.
Certo bisogna riconoscere a Whannell una certa cura nella costruzione della prima parte del film, quella che introduce alle apparizioni "spettrali", il personaggio di Quinn pur rientrando nello stereotipo evoca un che di empatizzazione e anche i dubbi di Elise creano un efficace substrato al suo personaggio .
Il problema è che Whannell manda tutto in vacca con una seconda parte semplicemente inguardabile che si inserisce nello stesso alveo tracciato dai primi due film ( il viaggio nel mondo dei morti, un altroquando spettrale) però senza neanche un  minimo di originalità anzi a un certo punto viene il dubbio che si tratti di una parodia.
Succede ad esempio una cosa che io in tanti anni di onesta militanza nel cinema horror non avevo mai visto : Elise, la medium , che per far valere le sue ragioni sullo spettro, gli rifila una bella capocciata in fronte, o almeno su quella che una volta era la sua fronte.
Ecco io non avevo mai visto prendere a capocciate uno spettro, la risata diciamo che mi è sorta spontanea.
E la comicità involontaria in un film che dovrebbe essere horror è un grosso difetto.
Insidious 3 : L'inizio è un film più che evitabile, Whannell conosce bene la sua creatura e forse per questo la prima parte non naufraga come fosse un Ouja qualsiasi ( e non è un caso che nomini Ouja, teen horror prodotto da Jason Blum che ha messo la sua longa manus anche nei tre Insidious dandogli un'impronta stilistica "familiare") a cui tende un pochino a somigliare.
l'immondo
Ma la seconda parte è veramente pessima , al di sotto del livello di decenza.
Fatevi un favore.
Evitate questo prequel e andate a rivedervi i primi due: la vostra estate ne guadagnerà.


PERCHE' SI : la prima parte è costruita con discreta cura, il personaggio di Quinn provoca empatia e anche quello di Elise convince, la stessa aria di famiglia degli altri due Insidious ( e di tutte le produzioni  targate Jason Blum)
PERCHE' NO : la seconda parte naufraga miseramente nel ridicolo involontario oltre che nel già visto, non si può vedere una medium che prende a capocciate uno spettro.


LA SEQUENZA :  mi devo ripetere , quella in cui Elise assesta una bella capata in fronte allo spettro.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

A volte repetita non juvant.
Bisogna avere il buon gusto di sapere dove fermarsi.
E' inquietante come tutti i film di Jason Blum si assomiglino tra di loro.
Visti gli incassi arrivo quasi a temere un quarto capitolo anche se la storia non sembra avere troppi sbocchi.


( VOTO : 4 / 10 )

 Insidious: Chapter 3 (2015) on IMDb

sabato 4 luglio 2015

Poltergeist ( 2015 )

I Bowen, padre , madre e tre figli sono appena arrivati nella loro nuova casa in un quartiere residenziale periferico.Subito accadono strani avvenimenti fino a che una sera che i genitori sono a cena fuori la piccola Madison scompare al culmine di attacchi soprannaturali perpetrati anche sugli altri due figli.
E' in un'altra dimensione, in un limbo tra i vivi e i morti.
I Bowen accettano che una squadra di studiosi del paranormale si installi a casa loro ma la svolta decisiva sarà l'arrivo di Carrigan Burke, medium televisivo da molti ritenuto un semplice ciarlatano, che studierà un piano per tentare di recuperare la piccola Madison.
La domanda a cui mi preme rispondere prima di tutto è questa: era necessario il remake di un film bello come Poltergeist di Tobe Hooper che dopo più di 30 anni è ancora vivo, moderno e scalcia con noi?
La risposta è no. ASSOLUTAMENTE NO.
Ma appena uscito questo remake mi sono fiondato subito a vederlo e il perché è presto detto: per me Poltergeist - Demoniache presenze ( un po' meno i due seguti) è stato ed è tuttora un film imprescindibile, una pellicola che ha marchiato a fuoco la mia adolescenza cinefila e anagrafica, un ricordo indelebile.
E' il film dei miei 14 anni, il primo film vietato ai minori di 14 anni che andai a vedere , orgogliosissimo del mio attestato d'identità nuovo di zecca, pronto a sventolarlo sotto il naso della cassiera al cinema se solo lei lo avesse chiesto.
E lei me lo doveva chiedere, io ero così raggiante di poter vedere quel film legalmente e di provarlo al mondo intero.
Invece lei mi guardò , guardò la banconota che le avevo passato per pagare il biglietto , mi diede il resto e non mi chiese nulla, gettandomi quasi nello sconforto.
All'epoca il film  mi mise molta paura ma trovai la cosa eccitante, anzi dirà di più ci fu una scena che si trasformò per me e per i miei ormoni impazziti da quattordicenne in un'icona erotica, quasi al pari del momento in cui , in Alien, Ripley rimane in mutandine e maglietta .
Ecco con i miei ormoni che cavalcavano come la cavalleria prussiana o meglio come quella polacca che si va a scontrare con i carri armati tedeschi, in Poltergeist c'è una scena in cui JoBeth Williams, che all'epoca era veramente un bel donnino e a me piaceva molto, è a testa all'ingiù spiaccicata contro una parete in slippini e maglietta , una shirt che non ne vuole sapere di obbedire alle leggi della gravità come speravo ardentemente.
Eppure ciò è bastato per accompagnarmi per anni e anni e ogni volta che vedevo JoBeth Williams , beh io pensavo a quella scena.
Come supponevo.
Sto parlando del film di Hooper molto più del film di Kenan, braccia  talentuose rubate al cartone animato dalle venature horror ( Monster House ) e al fantasy formato famiglia ( Ember- Il mistero della città di luce ).
La seconda domanda che guardando questo film uno si deve porre penso che sia questa:
se non si fosse trattato di un remake inutile e posticcio, quindi se non ci fosse stato l'ingombro dell'originale, avrebbe funzionato come film?
Ecco, temo che anche a questa domanda sono costretto a rispondere con un bel no.
Poltergeist di Kenan anche facendo finta che non esista l'originale è un film che non funziona.
Assomiglia a troppa paccottiglia horror che passa sugli schermi cinematografici in questi ultimi tempi, non ha quel guizzo visivo nonostante effetti speciali costosi ( il budget è consistente, 62 milioni di dollari), ha una scrittura piatta popolata di battute che starebbero meglio in bocca a un cowboy piuttosto che a un onesto padre di famiglia.
E volevamo farci mancare il riferimento alla crisi economica?
E non che non ce lo potevamo far mancare non dimenticando che il film di Hooper era una neanche tanto velata critica al capitalismo d'assalto che non esitava a costruire su cimiteri indiani, simbolo delle radici di una terra di fatto espropriata ai legittimi proprietari.
No, non funziona: sono piatti i personaggi, è inefficace dare profondità alla figura del fratellino traumatizzato per essere stato inavvertitamente perso in un centro commerciale, funziona poco anche l'idea di trovare una piccola clone dai capelli scura della bionda e sfortunata Heather O' Rourke.
E' come se Kenan, o chi per lui, leggasi il produttore dalla longa manus Sam Raimi, abbia riletto il vecchio Poltergeist alla luce delle nuove tendenze dell'horror contemporaneo, con generose dosi di Raimi ( che naturalmente non potevano mancare tipo la visualizzazione del mondo dei morti) , ma anche molto di già visto negli horror di Wan ( vedi il discorso del clown e dei pupazzi che si animano, oppure come viene trattato il tema della casa infestata).
E se l'originale , James Wan, è ancora in giro, che senso ha surrogarne la visione?
In questo nuovo Poltergeist sembra tutto di seconda mano e non mi riferisco al fatto che sia un remake, non ha idee nuove da proporre anche se si trattasse di una produzione originale.
Sinceramente non riesco a capire neanche la presenza di un attore bravo e versatile come Rockwell che scompare in un personaggio svogliato e a tratti irritante come la sua recitazione mentre funziona meglio l'iconico Jared Harris che tuttavia non riesce a far dimenticare la piccola grande Zelda Rubenstein nel ruolo di Tangina.
Altra cosa che ho trovato insopportabile è quella timidezza che caratterizza alcune sequenze che potrebbero far incorrere in film in spiacevoli divieti che ne abbasserebbero drasticamente gli incassi.,
Sotto questo profilo l'origjnale è molto più spinto.
Qua non sono neanche stati in grado di far vomitare scheletri dalla nuda terra, ossa e liquame.
Nel 2015 c'è spazio solo per la  grafica computerizzata che ripulisce e addirittura rassicura.
Che le mamme non debbano pentirsi di aver mandato il loro figlio dodicenne a vedere un film troppo horror...
Con il nuovo Poltergeist non corrono questo rischio: brutto se preso singolarmente, inutile se preso come remake.


PERCHE ' SI : poco o nulla, il budget che si vede, qualche effetto speciale, Jared Harris iconico
PERCHE' NO : idee originali zero, sembra un surrogato di James Wan più che un remake di Hooper, Rockwell irritante, poco coraggio per evitare divieti.


LA SEQUENZA : Papà Bowen vomita vermi e liquame nerastro nel lavandino.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

I capolavori dovrebbero essere lasciati in pace.
Perché fare un remake quando nessuno ne sentiva il bisogno?
Per un pugno di dollari si può fare di tutto, vero Rockwell?
Devo , ho bisogno impellente, fisico di tornare a guardare l'originale.


( VOTO : 4 / 10 ) 

Poltergeist (2015) on IMDb



domenica 7 giugno 2015

GirlHouse ( 2015 )

Kylie è una studentessa universitaria che ha bisogno urgente di denaro per continuare gli studi.
Decide allora di risiedere per i weekend nella GirlHouse, una specie di casa del Grande Fratello on line 24 ore su 24, 7 giorni su 7, in cui bellissime ragazze discinte danno il meglio di sé in spogliarelli, spettacoli erotici e performances bollenti ad uso e consumo degli iscritti al sito.
Kylie che sta cercando di costruirsi una vita con il denaro guadagnato in questo modo è adocchiata da uno dei frequentatori più assidui del sito, tale Loverboy.
Quando lui non la trova e vede una foto che lo ritrae e in cui è preso ferocemente in giro decide di individuare la casa  grazie a tutte le sue competenze informatiche e di entrarci per incontrare Kylie e farsi giustizia nella sua ottica distorta.
Ma prima che riesca a trovarla provocherà molti danni collaterali.
Per Kylie è appena cominciato un incubo, una lotta per la sopravvivenza che durerà tutta la notte.
Da quello che si evince dalla sinossi appena riportata ci troviamo di fronte a un film che sembra girato negli anni '80 , congelato all'epoca e scongelato per l'occasione di un qualsiasi Halloween del nuovo millennio.
Originalità della storia pari quasi a zero, un killer in maschera, un gruppo di bellissime ragazze assaltate, mutilate  e uccise nei modi più disparati da un pazzo furioso che abbiamo modo di conoscere prima che entri in azione.
Un qualcosa di molto basic , quindi, che non dovrebbe essere in grado di far alzare neanche il sopracciglio a uno spettatore un minimo avveduto e che nella sua adolescenza cinematografica si è nutrito, come in  preda a bulimia, di slasher girati in tutte le salse.
Un po' come me.
Eppure GirlHouse cattura l'interesse, ti poni alla visione annoiato aspettandoti il solito horroruccio per teenager brufolosi senza capo né coda e invece pian piano riesce a intrufolarsi e  ti ritrovi a guardarlo con molta attenzione.
Il merito principale va al regista, l'esordiente Trevor Matthews che partendo da un canovaccio consunto riesce a elaborare una pellicola dal look accattivante e moderno pur raccontando una storia già vista e sentita un sacco di volte.
Merito va alla casa ipertecnologica con telecamere piazzate ovunque che permettono spunti vivaci nel trovare sempre nuove fonti di visione ( le telecamere delle ragazze, gli schermi dei computer collegati al sito, le telecamere del sistema di sicurezza della casa , ma tranquilli niente derive found footage o telecamere tremanti che fanno venire il mal di mare) e va anche al ritmo alacre impostato da Matthews soprattutto a partire dal momento in cui Loverboy riesce ad entrare nella casa.
Interessante anche il tentativo di colorare il personaggio di Kylie non relegandola al solito ruolo di scream queen ( è una ragazza anche timida se vogliamo, non così disinibita ma che si trova a fare cose che non vorrebbe mai fare perché ha urgente bisogno di soldi per vivere e continuare a studiare) ed è ancora più interessante lo spazio regalato al personaggio di Loverboy prima che venga fuori tutta la sua furia omicida, un disadattato malato di solitudine che ha come unica compagnia il computer e quelle ragazze così belle e disponibili.
Insomma è una figura abbastanza credibile e forse per questo fa ancora più paura.
Altra ragione per cui il maschietto appassionato può dedicarsi alla visione di questo film è la dose abbondantissima di gnocca che lo pervade.
Per non incappare in divieti è tutto piuttosto "castigato", diciamo più suggerito che mostrato ma c'è di peggio in giro.
Da menzionare al brutalità di alcuni omicidi con annesse mutilazioni, il ricorrere ad effetti speciali "tradizionali" senza eccessivo uso di computer grafica ( e per uno slasher girato nell'età digitale  è un contrappunto intelligente) e una tensione che viene tenuta sempre alta dal primo all'ultimo minuto.
Visto con aspettative sotto zero si è rivelato una piacevolissima visione estiva, senza pretese ma molto molto divertente.


PERCHE' SI : slasher anni '80 girato nell'era digitale, tanta gnocca, regia vivace e volitiva, omicidi e mutilazioni brutali, interessante la caratterizzazione del villain
PERCHE' NO :la storia è molto basic, per non incorrere in spiacevoli divieti è piuttosto "castigato", l'originalità non è il suo forte.


LA SEQUENZA : Devon con le dita mutilate da Loverboy cerca di scrivere l'indirizzo della GirlHouse per farsi aiutare dall'amico di Kylie.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
visto una decina d'anni fa credo che questo film mi sarebbe piaciuto molto di più.
Forse sono ormai vecchio per queste cazzate.
Che però mi divertono ancora tanto.
Ma perché i registi devono fare i miracoli per non inquadrare una tetta o una chiappa per aggirare i divieti? In televisione non passa di peggio e senza alcun divieto?


( VOTO : 6,5 / 10 )

 Girl House (2014) on IMDb

sabato 2 maggio 2015

Simon Konianski ( 2009 )

La vita non va come sempre ci si aspetta e lo stralunato Simon Konianski si ritrova costretto ormai  a 35 anni suonati , a tornare a vivere con l'amato/odiato padre reduce dai lager nazisti.
Quando muore però Simon decide di esaudire le sue ultime volontà: essere seppellito nel piccolo villaggio di origine.
Parte in un viaggio tra il comico e il grottesco , assieme al figlioletto e a una bara trasportata clandestinamente per dare giusta sepoltura al padre.
Istantanee di famiglia nel nuovo millennio.Famiglia disgregata specchio ed effetto della società essa stessa causa della disgregazione.
Simon Konianski torna a casa dal padre con la sua macchina con le fiancate in finto parquet e il suo bastimento carico di fallimenti.
E' formalmente in cerca di un lavoro (in realtà cura la sua ipocondria cronica testando farmaci di nuova sperimentazione), è laureato in filosofia, scopriamo col passare dei minuti che è un ebreo ateo, che era sposato con una donna non ebrea e che ha un figlio di 6 anni.
Intanto bivacca nella casa di papà che non vede l'ora di cacciarlo (esilaranti i consulti dal rabbino che gli propone nuovi amuleti e nuove tattiche per mandarlo via come se stesse combattendo una guerra in trincea) e intanto cerca di mettere a dura prova la sua anima da ebreo filopalestinese (non a caso Simon porta per buona parte del film una felpa con la scritta Baghdad) parlandogli sempre di storie ispirate alla shoah e raccontandole al nipote sotto forma di favola.
Non va meglio col fratello del padre prigioniero di una concezione del mondo a due colori:da una parte i nazisti ,dall'altra gli ebrei.

E compagnia cantando:Simon è circondato di personaggi pittoreschi che sembrano fare a gara per negargli le ultime certezze.Dopo il gustoso ritratto d'ambiente e di caratteri con frequenti incursioni nel grottesco e nel demenziale il film di Micha Wald diventa un film on the road (sottogenere trasporto clandestino di bara attraverso tutta l'Europa) allorché Simon, il figlio e gli zii petulanti per rispettare le ultime volontà del padre partono alla volta dell' Ucraina per seppellirlo accanto non alla moglie ma al primo e mai dimenticato amore della sua vita, una ragazza morta a diciassette anni nel primo dopoguerra.
A questo punto da acida ricognizione di usi e costumi ebraici (compresa una cena per far conoscere a Simon una donna presunta adatta per lui finita in rissa verbale) che mescola suggestioni grottesche alla Louise MIchel, umorismo trasversale alla Coen, poetica del surreale alla Wes  Anderson il film si trasforma in una sorta di figlio naturale del bellissimo film di Liev Schreiber (Ogni cosa è illuminata) ibridato con lo stile Sundance di Little Miss Sunshine.
.Da tutto questo gran calderone di influenze, Simon Konianski trae la sua linfa vitale ma non si rivela essere sterile replica citazionista bensì coraggioso collage creativo per un'opera curiosa ed originale.

Un pò come il protagonista (vero e proprio alter ego del regista 35 enne all'epoca del film e occhialuto come lui) vero e proprio work in progress a volte trattato come un cartone animato, a volte come un isterico militante di ideologia antiebraica.
Da antologia gli inserti demenziali come quando va a prendere il figlio a scuola, quando immagina la moglie in acrobazie sessuali con il suo nuovo amico, quando affida la guida della sua macchina allo zio Maurice che tratta i poliziotti tedeschi che lo hanno fermato come i nazisti, le traversie con una lapide riciclata.
Ma è assolutamente toccante anche lo sguardo che Simon rivolge alla memoria collettiva ebrea quando si guarda intorno nel campo di concentramento.
Per la prima volta ci accorgiamo del tentativo di sdrammatizzare sulla shoah. 

Pur lacerati da diversi modi di pensare sulla storia recente, c'è grande unità nella valutazione del passato e finalmente si rende evidente l'eredità che il padre ha lasciato a Simon:un messaggio di ritorno all'unità familiare e soprattutto un estremo tentativo di impedire che la memoria vada perduta.....

PERCHE' SI :  la shoah vista in modo ironico, road movie stralunato come il suo protagonista, originale galleria di personaggi, numerose gags comiche
PERCHE' NO : la giungla di citazioni è ben evidente, forse anche troppo

LA SEQUENZA :  L'arrivo a casa di Simon con la sua vetursta statuon wagon con le fiancate rivestite di parquet.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE : 
Sugli ebrei si può anche ironizzare senza che se la debbano prendere troppo
Il road movie con bara trasportata clandestinamente mi mancava dai tempi di Django.
La memoria storica deve essere sempre conservata contro i revisionismi di ogni sorta.
Non so se avrei il coraggio di andare in giro con una station wagon con le fiancate rivestite di finto parquet.

( VOTO : 7,5 / 10 ) 

Simon Konianski (2009) on IMDb

lunedì 13 aprile 2015

Backcountry ( 2014 )

Alex e Jenn due ragazzi di città si prendono qualche giorno per trascorrere una vacanza all'insegna del camping estremo in un parco nei pressi di un lago nella regione canadese dell'Ontario.
La natura incontaminata la fa da padrona e anche qualche incontro occasionale ( quello con una  guida irlandese  che dialoga con Alex sul filo di una tensione palpabile) non fa altro che vivacizzare il tutto.
Finché i due perdono ogni riferimento, non hanno il telefonino , il GPS e neanche una semplice cartina.
A questo punto sono in balia degli eventi e un gigantesco orso è sulle loro tracce.
La loro vacanza in mezzo alla natura si trasforma in una selvaggia lotta per la sopravvivenza.
Adam McDonald è un attore canadese che si è costruito una solida carriera televisiva che sta cercando di esplorare altri lati della sua professione , segnatamente quello della scrittura e della regia.
Backcountry rappresenta il suo esordio nel lungometraggio e devo dire che mi ha abbastanza sorpreso.
Intendiamoci non è un capolavoro, probabilmente al massimo è solo discreto però da un film che parte come centinaia di altri horror e che dopo 10 minuti mi stava facendo venire voglia di spegnere il video, arrivare senza problemi fino alla fine , anzi con voglia crescente di vedere quello che succede e come evolverà la situazione, devo dire che è una bella conquista.
Dicevamo dell'incipit: a proposito di Lord of tears dicevamo di non giudicare mai un film dalla locandina e ora devo aggiornare questa mia proposizione: mai giudicare un film dal suo incipit perché se io lo avessi fatto con questa pellicola ora non starei qui a parlarne.
Esterno giorno, lacustre, due trentenni o giù di lì con lui che sembra molto convinto della sua full immersion nella natura e lei un po' meno visto che sta sempre trafficando col telefonino in mano.
E qui stavo già pensando: uhssignur ora questo ricaccia che ha una bella baita nel bosco e io me ne vado a tagliare l'erba in giardino.
Invece no : i due che non sono proprio l'epitome della simpatia cominciano a girare per il bosco e fanno anche strani incontri, tipo quello con una belloccia guida irlandese tutto muscoli che fa gli occhi dolci a Jenn.
E da questo punto in poi la tensione si fa sempre più palpabile: sia tra i due , perché lui si sente un po' becco e non ci sta a voler fare il cornuto della situazione, sia perché praticamente cominciano a girare in tondo perdendo qualsiasi punto di riferimento.
Bella a questo proposito una sequenza in cui i due scalano una collina e una volta arrivati in cima, convinti di riuscire ad individuare il lago attraverso cui sono arrivati , scoprono solo un mare multicolore di vegetazione tutto intorno che certifica ufficialmente che sono nei guai , guai grossi.
E siccome per la legge di Murphy quando una cosa ti va male allora stai sicuro che ti va anche peggio compare pure l'orso.
Una presenza di pochi minuti ma gestita molto bene, con oculatezza da MacDonald che riesce a costruire un'atmosfera ricca di suspense evocandone solo la presenza, i due dentro la tenda e l'ungulato fuori a odorare tutto per individuarli.
Ma purtroppo per i due l'orso non si limita solo a questo.
Tensione ad esempio che in una situazione molto simile non era stata ben costruita in Willow Creek, tristerrimo found footage in cui due malcapitati andavano alla ricerca del Bigfoot.
Tirando le somme Backcountry si rivela una visione ai limiti del piacevole, un film d'avventura girato con sguardo quasi documentaristico che si tinge sempre più di survival horror col passare dei minuti e con la caratteristica , non tanto comune in film che flirtano con il genere horror e affini, di essere costantemente in crescendo.
Quasi ti dispiace che finisca, proprio nel momento in cui ti stavi quasi appassionando.
Peccato perché con una gestione migliore della narrazione e un po' meno tempi morti all'inizio forse ora staremmo qui a parlare di un piccolo cult.
Ma la seconda parte del film ruba decisamente lo sguardo ed è sufficiente per tenere d'occhio MacDonald per le prossime uscite.

PERCHE' SI : natura incontaminata e bellissima, ottima seconda parte con una meritoria gestione della suspense, un film in crescendo,roba rara per horror e affini.
PERCHE' NO : l'inesperienza non permette a MacDonald di bilanciare meglio la narrazione, prima parte noiosa, incipit che quasi fa venir voglia di spegnere il video.

LA SEQUENZA : Alex e Jenn dentro la tenda terrorizzati mentre sentono l'orso che odora la tenda in cerca di loro...

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
mai giudicare un film dall'incipit.
Il campeggio estremo non fa per me.
In Canada la natura ti lascia senza fiato
Gli orsi non sono solo quelli che ti rubano le merende nelle visite guidate ai parchi.

( VOTO : 6,5 / 10 )

 Backcountry (2014) on IMDb

sabato 14 marzo 2015

Clown ( 2014 )

Kent , agente immobiliare, amorevole padre di famiglia una sera per allietare la festa del figlio, a cui il clown ingaggiato aveva tirato il bidone, decide di indossare un costume da clown trovato in una villetta che sta facendo ristrutturare per venderla.
La festa va bene, Kent si addormenta col costume ma la mattina dopo quando deve andare al lavoro ha una brutta sorpresa: non riesce a togliersi più il costume, neanche il naso rosso.
Anzi la moglie per toglierlo gli strappa via un pezzo di naso.
E col procedere del tempo quel costume sembra fondersi sempre più con lui e comincia anche ad avere una strana fame.
La moglie indaga su quel costume e trova il proprietario: il quale racconta di una storia di una figura inquietante che veniva dal nord per placare la sua fame di bambini. fame che veniva placata dopo aver ucciso cinque bambini.
Non ho mai avuto una fobia particolare per i clown ( pare che ci sia una patologia apposita: la fobia dei clown si chiama coulrofobia e ne sarebbe affetto Johnny Depp) ma posso dire che non mi hanno mai divertito o fatto ridere in particolare modo: ho sempre visto, forse più che visto percepito la tristezza dietro quella parrucca e quel trucco coloratissimi, un certo senso di solitudine per uno che doveva essere o meglio sembrare sempre felice e sorridente per contratto.
E mi sono chiesto sempre se tutto ciò era vero. Se quel tizio vestito in maniera buffa che faceva cose stupide era veramente felice di fare tutto quello che faceva .
La mazzata finale poi è stato il Pennywise di It, mostro che ha abitato la mia adolescenza di lettore, una compagnia che forse non mi sono scrollato ancora oggi che di anni ne sono passati abbastanza.
E nel 2012 un piccolo horror irlandese, Stitches, mi ha riportato alla mente tutto, dopo vari anni in cui non ci avevo più pensato.
L'anno scorso poi, quasi di soppiatto, è arrivato , realizzato con pochi soldi, distribuito poco e male ( addirittura un passaggio su grande schermo anche da noi,  chissà per quale errore ), questo film del carneade Jon Watts, prodotto dal prezzemolino Eli Roth che non sarà sicuramente il mio regista preferito ( anzi ) ma lo cosidero un grande appassionato e da produttore spesso va a scoprire delle piccole chicche che forse sono addirittura meglio di quello che propone lui da regista.
E Clown in un certo senso lo è.
Film realizzato in maniera artigianale, un po' come le buone vecchie cose di una volta, ha il pregio di collocare l'iconografia del clown in un contesto ancestrale , di mito nordico e questo gli dà tutta un'altra aria.
L'idea del vestito " pericoloso" non è nuova, ricordo un vecchio tv movie di Tobe Hooper , Il vestito che uccide, che però purtroppo non supportava troppo bene quell'idea con una realizzazione piuttosto piatta e poco ansiogena.
Spunto iniziale che invece viene supportato a dovere in Clown: Watts ci fa vivere, quasi sentire sulla nostra pelle quel dannato costume, la metamorfosi di Kent da amorevole padre di famiglia a essere demoniaco è dolorosa, lacerante e anche nel finale vediamo dei rari sprazzi del vero Kent , insomma se è l'abito che fa il  monaco , ebbene Kent cerca di opporsi con tutte le sue forze, riuscendoci con esiti alterni.
Insomma il protagonista di questo film  non è la solita carne da macello da cucinare a puntino per un film horror, è un personaggio che all'inizio ispira simpatia e poi addirittura compassione fino alla sua trasformazione.
Perché Kent ha fame di bambini, li uccide , li smembra, compie uno dei crimini più odiosi che possa essere commesso da un uomo, forse il più odioso perché i bambini non si devono mai toccare.
Eppure dentro a quel costume non perdiamo mai di vista il rimasuglio umano che vi è incastrato, imprigionato.
Kent è prigioniero suo malgrado, la trasformazione anche fisica che sta vivendo è un qualcosa che trasuda dolore e sofferenza e tutto ciò riesce in qualche maniera ad esondare dal personaggio.
Non dico che lo empatizziamo perché è una parola grossa ma abbiamo un minimo di comprensione per lui.
Così come è convincente il personaggio della moglie, anche lei lacerata da una parte dall'amore per la propria famiglia e per il marito, dall'altra dalla volontà di risolvere una volta per tutte il problema.
Clown è un film che non si perde in chiacchiere o in preamboli inutili: già dopo pochi minuti è tutto chiaro, lo spettatore ha in mano tutti gli elementi per giudicare, la storia è già incanalata in un determinato binario da cui non si schioda nemmeno con le cannonate e non si esagera nemmeno nelle classiche boo sequences che di solito fanno la fortuna di questi film.
Non servono trucchi o smanettamenti sul volume:
Clown fa discretamente paura di suo.
E in tutta sincerità non credevo ci riuscisse.

PERCHE' SI : buona idea quella di collocare in un mito nordico l'iconografia del clown, due protagonisti tratteggiati discretamente, effetti speciali artigianali di buon impatto, il film entra subito nel vivo senza tanti preamboli inutili
PERCHE' NO : sconsigliato agli affetti da coulrofobia, forse un po' troppo vecchio stampo per i fan più giovani, qualche snodo narrativo un po' troppo facile per non dire banale.

( VOTO : 7 / 10 )

 Clown (2014) on IMDb