I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.
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giovedì 21 maggio 2015

Forza maggiore ( 2014 )

Tomas ed Ebba sono una bella coppia con due bellissimi bambini, Vera ed Harry.
Dopo un periodo particolarmente intenso di lavoro si stanno godendo una bella vacanza in montagna sulle Alpi francesi  quando succede un fatto che incredibilmente mina l'armonia di una coppia che fino a quel momento era perfetta.
Una valanga si stacca dalla montagna mentre loro stanno mangiando tranquillamente al ristorante all'aperto e li investe o perlomeno sembra investirli con tutta la sua forza.
Tomas prende il telefonino e scappa a gambe levate , mentre Ebba pensa ai bambini e cerca di fare loro scudo con il suo corpo.
La valanga in realtà si ferma prima, non sposta neanche i piatti che stanno sui tavoli, ma in realtà ha spostato moltissimo nell'unione familiare.
E sembra che i problemi tra i due causino una sempre crescente tensione nei figli e anche nella coppia di amici che è venuta fin sulle Alpi Francesi per fare loro compagnia.
Se dovessi spiegare a qualcuno di che cosa parla questo Forza maggiore , ammetto che sarei in una certa qual difficoltà, perché la vicenda narrata è chiarissima, addirittura adamantina nel suo assunto, quello che invece si deve cercare tra le pieghe della sceneggiatura, tra il detto e il non detto, è decisamente più difficile.
Quando ero adolescente si favoleggiava che la Scandinavia, la Svezia in particolar modo, fosse una terra di assoluta libertà ed emancipazione sessuale, di estrema elasticità nelle relazioni sentimentali e sociali in genere, una terra dove il benessere era talmente radicato da essere persino inquietante.
Ma c'era la vocina dentro che ti diceva che non poteva essere tutto rose e fiori, che sicuramente dietro il funzionamento apparentemente perfetto di uno Stato sociale tentacolare e assai accurato nel fornire il miglior servizio possibile, ci doveva essere qualcosa che non andava , perlomeno ci doveva essere qualche granello di sabbia che arrivava non dico a inceppare tutto il meccanismo ma riusciva a farlo cigolare.
Nel 2011 Ruben Ostlund, il regista di Forza maggiore, aveva firmato Play ambientato nella periferia di Goteborg , un film che spazzava via in un sol colpo l'idea della perfezione asburgica della vita svedese ( se interessa ne parlammo qui ) , in cui come un entomologo esaminava la vita di una piccola gang di ragazzi neri che commetteva vari reati e atti di bullismo.
Si era basato sugli atti della polizia di Goteborg raccolti tra il 2006 e il 2008.
E questo lavoro da entomologo lo ha fatto anche in Forza Maggiore in cui ha esaminato le reazioni di vari gruppi di persone di fronte a una catastrofe naturale.
Però se in Play era tutto terribilmente serio e aveva l'aria di un reportage giornalistico, qui la narrazione è filtrata attraverso una lente deformante che rende tutto grottesco e che evoca quasi il trisma mandibolare per come si ride a denti strettissimi.
Perché si ride , si ride a denti serrati, si serra talmente la bocca che arriva a far male perché più si va avanti e più ci si accorge che c'è poco da ridere.
Anzi nulla.
Forza maggiore è una disamina acida su quanto possa arrivare a essere misero e gretto l'animo umano, è come se Vinterberg avesse preso tutta la congrega e la cattiveria di Festen e l'avesse portata in settimana bianca da qualche parte sulle Alpi Francesi, è la dissezione chirurgica, asettica e ferocissima di una famiglia che improvvisamente scopre la crisi, un baratro senza fondo che divide Tomas ed Ebba,
Ostlund sembra un piccolo Von Trier all'opera per come (non) muove la telecamera e per come pretende in termini emotivi dai suoi attori.
Ma forse tutto è partito da Scene da un matrimonio di Bergman,  il primo film che ha dissezionato chirurgicamente in maniera così precisa il rapporto tra due coniugi.
Dopo quella fuga ingloriosa e vagamente fantozziana  di Tomas vengono meno i requisiti minimi che tengono insieme una coppia, soprattutto la stima e la fiducia reciproci.
Oscar Wilde , supremo cantore di amore e di altri sentimenti, diceva che non si può passare una vita accanto a una persona che si stima solamente ( perché ci deve essere l'amore).
Figuriamoci se viene a mancare anche la stima, se il cosiddetto uomo di casa si comportasse come un coniglio, se piangesse come una donnicciola per implorare il perdono, se ammettesse tutte le sue colpe e anche oltre.
Forse basterà un gesto riparatore o forse no.
Rimane tutto fuori campo.
Ed è questa indeterminazione che ti uccide giorno dopo giorno.


PERCHE' SI : Ostlund si dimostra ancora una volta un ottimo regista anche quando si infiltra nel territorio del grottesco, film di cattiveria difficile da raccontare, da vedere per credere.
PERCHE' NO : è un film che se ne infischia delle logiche commerciali, si prende tutto il suo tempo e si presta a talmente tante letture che sfuggiranno al grosso pubblico, ma in fondo per me non c'è problema.


LA SEQUENZA : la sequenza della valanga e quella del pianto disperato di Tomas fuori della sua stanza alla vista di tutti.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

La Svezia della mia adolescenza credo che sia definitivamente cambiata.
Il cinema scandinavo si rivela una fucina di inaspettati talenti
La settimana bianca non fa per me.
Per adesso la vacanza sulle Alpi francesi non la prenotiamo.


( VOTO : 7,5 / 10 )

Force Majeure (2014) on IMDb

sabato 28 febbraio 2015

Dead Snow 2 : Red vs Dead ( 2014 )

NB iL PRESENTE POST è SENZA FOTOGRAFIE PERCHé MI è STATA NOTIFICATA UNA VIOLAZIONE DEL COPYRIGHT SU QUESTO POST.
ESSENDO TUTTO PARTORITO DALLA MENTE DEL  SOTTOSCRITTO, PRESUMO SI TRATTASSE DELLE FOTOGRAFIE CHE CORREDAVANO IL POST.

Martin , l'unico sopravvissuto alla strage dei suoi amici perpetrata dai nazizombie agli ordini del comandante Herzog, riesce a fuggire in maniera rocambolesca e a costo di un braccio.
Si risveglia in ospedale e si ritrova attaccato il braccio zombie di Herzog che naturalmente fa il comodaccio suo fino a che non riesce a dominarlo e scopre quello che vuole fare il comandante nazista: ricostruire un armata di zombie per conquistare prima Tavlik, la città norvegese dove cadde per mano dei sovietici e poi partire alla conquista del mondo. Herzog si arma con gli oggetti trovati al locale museo della Seconda Guerra Mondiale, addirittura rimette in funzione un carro armato e comincia la sua marcia .
L'incapace polizia locale non fa altro che accusare Martin di tutte le stragi senza sapere che è lui l'unico che può fermare Herzog assieme a una fantomatica squad anti zombie ( in realtà tre nerd americani).
L'idea è quella di risvegliare l'armata russa che fermò Herzog e lui con il braccio zombie può farlo....
Dead Snow 2 : Red vs Dead comincia esattamente dove finiva il primo Dead Snow, film che aveva rivelato il talento di Wirkola, appena prima che partisse per Hollywood e girare la sua personalissima versione della fiaba di Hansel e Gretel
Un film che decollava dopo una prima parte di noia mortifera e si elevava sulla media a furia di ironia, sangue e frattaglie in quantità industriali.
In questo sequel è tutto amplificato, l'esperienza multisensoriale ( il piacere per occhi, orecchie e stomaco , per chi ce l'ha foderato di cemento armato) è rafforzata in un film in cui il budget è nettamente superiore al primo ma è solo un decimo rispetto al film girato in quel di Hollywood ( siamo sui cinque milioni di euro più o meno, ridicolo per gli standard americani ma più che adeguato per quelli europei e stratosferico per il cinema norvegese).
Le citazioni raimiane si sprecano ( e il gioco divertente sta proprio nell'individuarle) in una pellicola che è girata soprattutto in esterni e si permette numerose sequenze di massa con zombie e senza l'aiuto della computer grafica: sono zombie veri, in carne putrida e ossa decomposte e si menano come ossessi con qualsiasi oggetto a loro disposizione.
Direi che WIrkola si butta più sulla commedia rispetto al primo film ma la risata che ne scaturisce è qualcosa di estremamente scorretto ( vedere quello che accada al povero bambino che aiuta Martin all'ospedale o le azioni del braccio zombie nella prima mezz'ora di film) o il trattamento riservato alla polizia, composta di una massa di deficienti che fanno a gara a chi è più decerebrato con gli zombie.
Il pregio maggiore di Dead Snow 2 : Red vs Dead è il ritmo veramente indiavolato: la danza macabra comincia fin da subito senza troppi preamboli e il divertimento che ne scaturisce è massimo.
Inoltre il film è infarcito di trovate pazzesche , spunti originali che ravvivano un film che è praticamente una gita al luna park assieme ai nazi zombie.
E abbiamo spazio anche per un chirurgo zombie che ripara i putridi colleghi danneggiati con paglia o impiantando ventose al posto degli arti mancanti, per intestini tirati all'inverosimile buoni per fare il tiro alla fune e c'è spazio anche per il personaggio dello zombie puccioso ( il sidekick zombie), il primo zombie resuscitato dal braccio di Martin, che lo segue come un cagnolino affezionato ed è disposto a tutto pur di salvarlo, anche a farsi passare sopra da un carro armato, letteralmente.
Finale all'insegna dell'amore , ma un amore che non aveva immaginato neanche Buttgereit in Nekromantik.
Amore interspecie che si tinge di melodramma.
Una cosa è sicura: Tommy Wirkola ha spostato ancora più su l'asticella della qualità nella commedia horror in un film che espande la dimensione del divertimento a confini raramente toccati dal genere.
Fidatevi : Dead Snow 2 : Red vs Dead è un nuovo punto di riferimento del genere.
E se non credete a me passate a leggere quello che ne scrisse a suo tempo Lucia


PERCHE' SI . il top nella commedia horror con zombie, se c'è la CGI non si vede, divertimento assicurato , mega rissa tra zombie nazisti e russi, ottima regia
PERCHE' NO : difficile trovare difetti, forse l'ipercitazionismo da nerd cinefilo o la dose cospicua di sangue e frattaglie che allontaneranno più di qualcuno.

( VOTO : 7,5 / 10 ) 

Dead Snow 2: Red vs. Dead (2014) on IMDb

martedì 9 settembre 2014

The act of killing ( 2012 )

Anwar Congo ed Herman Koto, uomini indonesiani di una certa età , benestanti, accettano l'invito da parte di un documentarista di far parte di numeri musicali e di rievocazioni di scene del crimine da cinema americano per ricordare il loro passato, di come nel 1965 , a causa del colpo di Stato in Indonesia, si trasformarono da volgari bagarini dediti al traffico di biglietti del cinema, in spietati assassini al servizio della giunta militare salita al potere, torturatori di poveri contadini ed intellettuali accusati tutti indistintamente , di etnia cinese o meno, di essere comunisti e solo per questo crimine degni di essere giustiziati.
Il documentario è una discesa in un abisso grottesco in cui il ricordo sembra ancora dolce e il rimorso è un qualcosa di sconosciuto....
Appena partiti i titoli di coda di questo documentario , diretto da Joshua Oppenheimer, da Christine Cynne da un regista indonesiano anonimo ( anzi a scorrere i credits colpisce quella lunghissima sfilza di maestranze il cui nome resta volutamente misterioso, a testimoniare la scomodità del tema trattato dal film e il suo materiale narrativo più che scottante) si è come liberati da un incubo.
Non per la qualità del film, altissima, ma si rimane veramente senza parole ad assistere impotenti allo sfoggio di tanta malvagità, a toccare quasi con mano quanto possa essere pericoloso l'animale uomo , l'unico al mondo capace di sterminare altri esponenti della sua specie praticamente senza motivo.
Oppenheimer e i suoi coregisti scelgono l'assoluta neutralità: nessuna voce off, solo qualche didascalia all'inizio per inquadrare il contesto storico, poi è un assolo di questi due nonnetti , apparentemente miti e inoffensivi , che snocciolano come se fosse la cosa più normale del mondo tutte le atrocità che hanno commesso in quel 1965.
Si rimane straniati, senza parole, perché assieme ad altri componenti degli squadroni della morte di quegli anni , miti vecchietti come loro, accettano di far parte di una sorta di rappresentazione storica che. partendo dai loro racconti di tortura e di morte , rievoca un periodo storico fondamentale della storia indonesiana.
Il corto circuito è completo quando addirittura , questi ometti ormai piuttosto in là con gli anni accettano di recitare nella parte delle vittime.
Un gioco grottesco con il regista che diventa responsabile di una loro caratterizzazione oltre i confini del ridicolo.
Il regista diventa quindi un deus ex machina che riesce a comporre e scomporre un quadro storico come se tutto fosse un mosaico e lui fosse in possesso di tutte le tessere.
Ed è qui, rivedendosi , che Anwar Congo, ha un minimo atto di cedimento, quando abbracciato ai nipoti, orgoglioso di farsi vedere nelle vesti di attore, quasi fosse a Hollywood, si domanda se pagherà mai un prezzo per tutte le nefandezze che ha commesso nel suo passato.
Rimorso no. Quello è assolutamente fuori contesto.
The act of killing sconvolge per quello che non è poi accaduto nella storia indonesiana: dopo il massacro di un milione di presunti comunisti, nessuna revisione storica ha cercato di assicurare i colpevoli alla giustizia terrena ( forse sperando solo in quella divina), nessun rimorso per il passato neanche a livello istituzionale , visto che gente come Anwar Congo, Herman Koto e tutti quelli come loro responsabili fisici di quel genocidio, oggi siano stimati vecchietti, benestanti e considerati anche saggi, una sorta di memoria storica di un paese giovane come l'Indonesia.
Non solo Michael Moore nel documentario di denuncia: non solo le sue spettacolarizzazioni per dimostrare le sue tesi,
Esiste un modo altro per raccontare tremende storie vere, ferite ancora aperte .
E questo è The act of killing , l'atto di uccidere, il racconto, grottesco e metacinematografico, di come a metà degli anni '60, in un popoloso Paese asiatico, la vita dell'uomo non valesse nulla.
Un modo come un altro per svuotare di significato l'omicidio e la tortura, l' atto fisico dell'uccisione e mettere a tacere eventuali sensi di colpa.
Che a distanza di quasi 50 anni ancora faticano ad affiorare.
Anzi sono ancora ben sepolti.

PERCHE' SI :  si resta senza parole, sconvolgente, rappresentazione metacinematografica di grande impatto visivo ed emotivo
PERCHE' NO: può essere insostenibile per qualcuno, altrimenti non riesco a trovargli difetti...

( VOTO : 8,5 / 10 ) 

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sabato 13 aprile 2013

Beyond ( 2010 )

Leena sta festeggiando assieme a suo marito e alle loro figlie il giorno di Santa Lucia. Una telefonata a casa avverte che sua madre è ricoverata in gravissime condizioni all'ospedale e ha espresso il desiderio di rivederla un'ultima volta. Se per Leena questo vuol dire profonda crisi perchè ha passato gran parte della sua vita a cancellare con grande pervicacia il suo passato, il marito prende l'iniziativa di portarla dalla madre.E intanto affiorano i ricordi di infanzia di Leena, lei figlia di immigrati finlandesi in Svezia ( integrazione difficile sia linguistica che sociale) , costretta suo malgrado a tutelare un fratellino più piccolo ed evitare che i genitori , vittime della dipendenza da alcool , facciano più danni di quelli che fanno già.
Fino a quel brutto giorno in cui i servizi sociali portano via lei e il fratellino per affidarli a una struttura protetta. Intanto oltre al riaffiorare di questi ricordi, Leena si confronta al capezzale con la vecchia madre morente in un crescendo di dolore....
Beyond rappresenta l'esordio dietro la macchina da presa di Pernilla August, già attrice bergmaniana, già ex moglie del più famoso ( o famigerato a seconda dei punti di vista ) Bille August e con questo film ha vinto ha vinto il Premio Settimana Internazionale della critica al festival di Venezia del 2010.
Un premio che non sorprende non perchè ci troviamo di fronte a un capolavoro, perchè così non è, ma perchè ci troviamo di fronte al classico film da festival specializzato, un drammone a tinte fosche con una struttura fatta con flashback a incastro in cui si fa un ampio excursus della vita di una ragazzina, Leena, a cui hanno rubato troppo presto l'infanzia e lo si alterna alla sua vita di adulta normale medioborghese, mediamente felice, con una bella famiglia, un marito amorevole, senza troppi problemi economici e una riconciliazione mancata con il suo passato doloroso.
Il fulcro del film è tutto qui: se i figli sono pezzi 'e core anche le mamme lo sono e Beyond descrive in modo anche un po' artificioso il travaglio della Leena adulta che quasi non si vuol far contaminare dal ricordo della sua infanzia, lo tratta come un qualcosa da rimouovere totalmente dalla propria vita.
Il film della August naturalmente urla Bergman ad ogni inquadratura ma anche Ibsen nel suo essere caratterizzato da duelli all'ultimo sangue tutti giocati all'interno di quattro mura soffocanti.
La storia che appassiona di più è senza dubbio quella della Leena bambina e del suo essere così responsabile a un'età così verde, colpisce il suo amore per un fratellino meno attrezzato di lei a sopportare le brutture che la vita gli propone e la sua delicatezza nel cercare di nascondere in che brutta situazione entrambi vivano.
E il segreto che la Leena adulta si porta dentro è proprio il rimorso per non essere riuscita a fare di più per quel fratellino tanto amato e da cui è stata divisa a forza.
Naturalmente un film di attori come questo vive sulle performances dei protagonisti e qui sono tutti di ottimo livello: da Noomi Rapace qui al suo ultimo film prima di fare il definitivo salto dell'Oceano Atlantico per andare a Hollywood per girare il secondo capitolo di Sherlock Homes, a Ola Rapace ( marito,ormai ex,  di Noomi, stesso nome d'arte, che aggiunge al tutto un tocco di spontaneità in più ), fino alla prova della giovane Tehilla Blad, nella parte della Leena bambina, recitata con grande intensità a trasporto.
Curioso che la giovane Tehilla abbia già nel suo curriculum varie apparizioni nella serie Millennium, quella che ha dato la notorierà a Noomi Rapace, recitando nella parte della giovane Lisbeth Salander...
Beyond non è sicuramente un film imprescindibile ma è notevole il lavoro della August sugli attori e sulle emozioni che scoppiano violente in una parte finale che ha il sapore di una chiusura definitiva col passato senza essere per questo troppo consolatorio.
Perchè talvolta l'amore non riesce a vincere su tutto.

( VOTO : 6,5 / 10 ) 

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sabato 2 febbraio 2013

Kon-Tiki

Thor Heyerdahl , esploratore di lungo corso, nell'immediato dopoguerra è alla ricerca di finanziatori per riuscire a verificare la sua teoria: secondo lui gli abitanti della Polinesia sono dei discendenti di una civiltà precolombiana arrivati su  quelle isole partendo da est e non da ovest come sempre creduto.Per fare questo vuole dimostrare che è possibile fare lo stesso loro viaggio, con gli stessi loro mezzi , a bordo di una zattera , chiamata Kon-Tiki, uno degli antichi nomi del dio Inca del sole. Trovati i soldi, partirà dalle coste del Perù assieme ad altri cinque temerari per un viaggio di circa 8000 mila kilometri tra tempeste e incontri che sfiorano la poesia.
Un viaggio di 101 giorni prima di riuscire a toccare di nuovo terra.
La vicenda di Thor Heyerdahl è una storia vera da lui stesso raccontata in un libro tradotto in moltissime lingue e in un documentario che vinse l'Oscar nel 1951.
Questa versione cinematografica arriva a rinfrescare una storia probabilmente ignota per i più, soprattutto alle nostre latitudini.
E cerca di farlo nel migliore dei modi: per essere un film europeo si respira aria di kolossal ( budget stimato circa 16 milioni di dollari secondo imdb.com), nella prima parte le ricostruzioni ambientali sono piuttosto curate  mentre nella seconda parte è la bellezza del mare e delle sue profondità che la fa da padrona.
Aiutato da una fotografia magnifica, il film riesce a evitare quasi del tutto le trappole della retorica e dell'agiografia in una narrazione che non fa mai sentire il peso che potrebbe avere un film ambientato all'interno di una zattera.
La regia invece riesce a mantenere alto il climax emotivo bilanciando al meglio tutto quello che succede nella zattera, con i vari conflitti che sorgono tra i componenti dell'equipaggio, tenuti assieme però dalla volontà incrollabile di portare a termine la missione, e le insidie ( o gli incontri straordinari) che vengono proposte dall'immensità del mare che stanno solcando, armati solo di vele e di una zattera coi rami legati e incollati.
Il viaggio del Kon-Tiki diventa così un sogno da far diventare realtà, un esempio dell'abnegazione totale, della passione e della forza di questi sei eroi per caso che in un contesto storico particolare ( siamo nel 1947, è appena finita la Seconda Guerra Mondiale con tutto il suo carico di morte e di distruzione, per rinascere occorrono storie dall'afflato epico come queste) firmano un'impresa leggendaria che da una parte rinnova il mito legato agli esploratori norvegesi e dall'altra dimostra che è possibile partire da zero per ottenere la realizzazione dei propri sogni.
Proprio quello che serviva a un mondo sull'orlo del tracollo economico e alla disperata ricerca di un appiglio per tirarsi fuori dalle secche della povertà.
Per questo Thor Heyerdahl e i suoi colleghi di avventura non sono più solo norvegesi ma  illustri cittadini del mondo.
Kon- Tiki è il viaggio di un sogno che si tramuta in realtà grazie a uomini coraggiosi e determinati , consapevoli che questa impresa che per il suo enorme valore scientifico non appartiene solo a loro ma a tutta l'umanità.
Eppure non è solo scienza: questa è la storia di un gruppo di uomini che hanno saputo lanciare il cuore oltre l'ostacolo aspettando la tredicesima onda per riuscire a galleggiare sopra la barriera corallina.
Stavolta l'epica non lascia spazio alla retorica.
Per fortuna esiste altro cinema oltre Hollywood.

( VOTO : 7,5 / 10 ) 

Kon-Tiki (2012) on IMDb

mercoledì 23 gennaio 2013

Dead Snow ( 2009 )

Otto studenti universitari si stanno dirigendo verso una baita immersa nel candore della natura innevata in un remoto fiordo norvegese. Giusto per passare un weekend a rilassarsi e a cazzeggiare con una motoslitta di cui sono dotati. Aspettano un'altra collega che però non arriva. La prima sera ricevono la visita di uno strano figuro che li avverte che lì' intorno è infestato di fantasmi dei nazisti che avevano occupato la zona nella Seconda Guerra Mondiale. Naturalmente la prendono tutti a ridere ma quando in un vano nascosto sotto il pavimento trovano un piccolo tesoro in monete d'oro antiche si accorgono che non sono soli. Ci sono dei nazisti zombies che li assediano e che vogliono un pezzo di loro...
Non so quanti horror la Norvegia sforni ogni anno ma non credo che siano molti: se poi a tutti accade come a me di vederne due in pochi mesi e accorgersi che per la prima metà sono praticamente identici, beh non è una bella cosa. L'altro film di cui sto parlando è Cold Prey ( di cui abbiamo già parlato qui ) in fondo una simulazione di slasher americano niente male.
Dead Snow per la prima metà si comporta da simulazione della simulazione: totalmente derivativo, anche noiosetto , con una serie di personaggi poco o nulla interessanti capaci solo di ascoltare canzonette alla radio e sfondarsi di birra i rispettivi fegati.
Poi la situazione cambia: dopo una scena abbastanza scult di sesso in latrina ( e guarda caso la signorina che concede le sue grazie lo fa a l'unico poco appetibile sessualmente, con una bella panzetta in fuorigioco e addominali scolpiti a forza di braciole di renna e birrette ) finalmente la mattanza ha inizio. E siamo già a metà film.
Ora la trovata è talmente ridicola ( quella di zombie vestiti di tutto punto con la divisa nazista) da essere metabolizzata senza problemi: alla fine tutto è meglio di una prima parte indigeribile.
Le cose vanno molto meglio perchè Tommy Wirkola la cinepresa la sa usare in modo veramente degno , crea un efficace contrasto tra riprese in campo lunghissimo e scontri ravvicinati dove volano sangue frattaglie e fegatini in grande quantità e soprattutto non perde mai di vista una certa ironia sbracata che è sempre presente anche nelle scene più concitate.
Certo la verosimiglianza è una chimera perchè come al solito i cellulari non prendono e i ragazzotti pensano bene che dividersi sia la cosa migliore di fronte all'assalto dei nazizombies.
Così abbiamo degli idioti che sanno come confezionare una molotov casalinga ma non sanno neanche tirarla bruciando la casa in cui sono rifugiati, amputazioni di braccia per non diventare zombie appena prima di essere morsi proprio lì dove fa più male e tante altre amenità assortite che si pongono a mezza strada tra la commedia becera e l'horror.
Il fan dello zombie movie e dello splatter ha comunque pane per i suoi denti perchè i trucchi sono molto ben realizzati , la computer grafica se c'è non si vede e si preferiscono soluzioni più caserecce , tipo la buona vecchia cotenna del maiale per una scena di autosutura.
Rinforzata poi con il nastro adesivo, non si sa mai.
C'è poi una raffica di citazioni che vanno da Die Hard a La casa di Raimi ma tanto che lo dico a fare, ognuno avrà piacere a trovarne più possibili.
Dead Snow è il classico filmetto da popcorn, birra e rutto libero con gli amici che decolla con la classica mezz'ora di ritardo.
Eppure gli americani ( e i tedeschi con la borsa piena  di euri ) hanno visto qualcosa in Tommy Wirkola visto che gli hanno affidato sceneggiatura e regia di Hansel e Gretel: Cacciatori di Streghe , budget 60 milioni di dollari, che da noi uscirà a fine febbraio.

( VOTO : 5,5  / 10 )  Dead Snow (2009) on IMDb

lunedì 1 ottobre 2012

Naboer (2005 )

John , grigio impiegato che fa della mediocrità la sua qualità dominante, riceve la visita di Ingrid, sua ex convivente che è venuta solo per ritirare la sua roba che lui diligentemente ha inscatolato. Tutto avviene senza problemi anche se è evidente che la loro rottura è stata qualcosa di traumatico soprattutto per lui. Intanto conosce le sue vicine di casa, Anne e Kim, forse sorelle o forse no, comunque  a prima vista poco raccomandabili che in breve lo mettono al centro di un sadico gioco di seduzione ed inganno. Forse.
Ho scoperto Pal Sletaune col suo ultimo film Babycall e , nonostante un finale in cui si sente puzza di imbroglio , ho apprezzato la sua capacità di costruire atmosfera e suspense.
In Naboer  tutto questo è elevato all'ennesima potenza. In un crescendo di eros e di  masochismo  viene innalzata sempre più l'asticella della perversione fino al climax raggiunto in una sequenza raggelante di sesso e violenza, girata in maniera molto asciutta e senza compiacimento.
Naboer è una scheggia d'orrore psicologico  girata tutto in interni in cui la tensione è assicurata per tutti i 72 minuti della sua durata. Sia la casa di John che quella delle sue due vicine di casa diventano dei labirinti inestricabili che sottintendono che ci sia qualcosa che non è dato sapere allo spettatore.
E questo qualcosa mano mano diventa più chiaro con il passare dei minuti.
John è sottoposto a un'odissea fisica in appartamenti che sembrano vasi comunicanti tra di loro in cui  ogni porta si apre alternativamente su mondi nuovi e a una vera e propria odissea mentale in cui la sua psiche è stravolta da suggestioni sempre più difficili da metabolizzare.
Un gioco al massacro con la tecnica delle scatole cinesi in cui nulla e nessuno vengono risparmiati.
Il film di Sletaune usa gli ambienti come strumenti di tortura, i corridoi sembrano dei cunicoli asfissianti mentre  lo squallore domina incontrastato, la claustrofobia diventa ben presto la sensazione dominante .
E John gira in lungo e in largo lungo degli itinerari obbligati che come in un percorso a cerchi concentrici lo riportano sempre al punto di partenza o a qualcosa che gli  somiglia molto.
L'unico risultato che si ottiene è l'implosione della sanità mentale di John, al centro di un vortice di  fatti accaduti o forse no, omicidi e incontri occasionali con personaggi surreali.
O forse sono tutte proiezioni mentali.
Come in Babycall da un certo momento in avanti ( e il bello è scoprire quando sarà questo momento) diventa difficile disitinguere tra realtà e fantasia di John ma stavolta la rivelazione finale ha quella plausibilità che manca all'ultimo film di Sletaune che chissà perchè imbocca la strada del soprannaturale per spiegare tutto in un finale shyamalanesco.
Qui invece nessuna scorciatoia.
Naboer ha molto del Repulsion di Polanski : gli oggetti della routine quotidiana diventano davanti alla cinepresa delle possibili fonti di orrore , il loro decadimento ( la carne nel film di Polanski ) diventava una sorta di misurazione empirica dello stato di decadimento psicofisico della protagonista, una indimenticabile Catherine Deneuve.
Sletaune invece usa lo squallore sempre crescente degli ambienti per arrivare a una conclusione che rimette in discussione tutto quanto visto nei 70 minuti precedenti.
La sequenza finale è un qualcosa che non si dimentica tanto facilmente.
Naboer è un film girato con un pugno di corone norvegesi, tutto in interni e con meno di dieci attori , povero di budget ma con una grande idea, anche se non originalissima,  alla base.
Testimonianza ulteriore che il cinema non necessita del grande budget per appassionare le platee.
Questo thriller norvegese ha dalla sua una forza centripeta talmente prorompente che è impossibile resistere.
Appena iniziato anche lo spettatore viene irrimediabilmente catturato nella ragnatela tesa ad arte da Sletaune  e dalle sue fide sacerdotesse.
Un po'come John.

( VOTO : 7 + / 10 )  Next Door (2005) on IMDb

martedì 11 settembre 2012

Cold prey ( Fritt vilt , 2006 )

Di questo Cold prey ne ho letto un gran bene quasi per ogni dove per cui mi sono apprestato alla visione carico di una certa aspettativa.
La storia è quella di cinque ragazzi  che su una station wagon stanno andando nell'Eldorado dello snowboarding, almeno a sentire uno di loro. Un posto nascosto, sconosciuto praticamente a tutti e su cui fare evoluzioni acrobatiche con la propria tavola in mezzo a pendii invitanti.
Il problema è che uno di loro pensa bene di rompersi una tibia , il telefonino naturalmente non prende ( altrimenti invece di trovarsi di fronte a un film dopo 20 minuti era finito tutto) e loro cercano un riparo per la notte anche perchè si sono allontanati troppo dalla macchina.
Cammina cammina e arrivano a una specie di cattedrale nel deserto di neve, un albergo abbandonato e che sembra aver visto giorni migliori. L'idea è che uno di loro alla mattina successiva parta per cercare i soccorsi.
Intanto prendono confidenza con l'albergo, cercano di familiarizzare tra loro in senso biblico ( sono due coppie e il quinto incomodo è quello che si è rotto la gamba) e si apprestano a passare la notte, chi meglio e chi peggio.
Il problema è che non sono soli. C'è qualcuno che li vuole sterminare a uno a uno.
La trama appena riportata fa pensare al solito stupido slasher americano popolato di personaggi che agiscono sempre ad minchiam e che favoriscono in tutti i modi l'azione del mostro.
E invece no. E' un film norvegese. E devo dire che a livello di confezione non ha nulla da invidiare rispetto ai colleghi americani.
La regia è la cosa migliore di questo film: per prima cosa gli attori sono sopra la media del genere, inoltre  giocando con le ambientazioni polverose degli interni e su esterni che lasciano ben poca speranza di fuga , il regista Roar Uthaug all'esordio nel lungometraggio dimostra grande padronanza del mezzo espressivo e ha buon gioco nel creare un efficace clima ansiogeno fondato sull'alternanza tra efferatezze ( niente sangue a secchiate o fegatini e frattaglie varie sparse per ogni dove, il tasso di stravaso ematico è al minimo sindacale ) e attese delle mosse che farà il mostro ad opera dei superstiti.
Il prodotto quindi è di assoluta competenza tecnica anche se manca quasi del tutto di originalità.
In fondo sappiamo benissimo che i nostri "eroi "( si fa per dire, normalmente in questo tipo di film i protagonisti sono talmente decerebrati che a un certo punto si fa il tifo per il mostro affinchè completi la strage nel più breve tempo possibile) saranno (s)terminati  in gran parte perchè non sono così' attrezzati per sopravvivere e quindi la curiosità sta nel come moriranno piuttosto che nel se  nel quando.
Occorre dire che però , almeno in questo caso, questo pugno di ragazzotti norvegesi agisce con un minimo di coerenza a parte qualche deviazione dalla logica per ragioni ormonali.
Questo alla fine ce li rende un po' più simpatici.
Il killer è abbastanza ordinario, la sua psicopatologia viene inquadrata tramite brevi flash ma non spiegata ( anzi l'assenza di spiegoni è da annoverare tra i pregi del film) è senza volto perchè mascherato per il freddo, gigantesco il giusto e dotato anche di una certa intelligenza nel cercare di far fuori i suoi ospiti indesiderati.
L'albergo in mezzo alla neve non può far altro che richiamare alla memoria l'albergo più famoso della storia del cinema, almeno nella stagione invernale, l'Overlook Hotel di kinghiana e kubrickiana memoria.
Ma King e Kubrick non c'entrano con questo film.
Cold prey è una discreta visione disimpegnata, senza lampi di genio ma solido e senza troppi cedimenti.
Certo c'è sempre la tara della regola non scritta del genere in cui per la prima mezz'ora non deve succedere assolutamente nulla.
Però qui vale la pena aspettare. Una certa dose di divertimento è assicurata.

( VOTO : 6,5 / 10 )

giovedì 6 settembre 2012

Babycall ( 2011 )

Anna ( Noomi Rapace) fugge assieme a suo figlio Anders da un padre violento  che ha cercato di uccidere il bambino, annegandolo. Si nasconde in un palazzone sterminato, un mostro di cemento con le finestre e le porte tutte uguali, perfetto per sparire nell'anonimato, in un appartamento arredato con gli scarti dell'IKEA e freddo come un secchio di ghiaccio nei vestiti.
I servizi sociali le impongono di portare il figlio a scuola e lei suo malgrado deve accettare.
La sua smania di controllare il figlio si spinge al punto che in un negozio di elettrodomestici compra un "babycall"  che permette di controllare i rumori che fa un bambino a distanza  .
Il problema è che comincia a sentire voci provenire dal piccolo walkie talkie.
Interferenze probabilmente come le dice l'addetto del negozio in cui lo ha acquistato.
Oppure fantasmi di un passato inconfessabile che sta riaffiorando in una psiche devastata.
Babycall è un thriller con venature horror che non nasconde le sue ambizioni autoriali : la fotografia che privilegia i toni insaturi rende tutto  tendente al grigio, la messa in scena spartana, il senso di alienazione che traspira dagli ambienti, il senso di oppressione degli sfondi urbani, perlopiù anonime periferie,  creano una sorta di cortocircuito con tutto il malestrom che si agita nella mente di Anna.
Ben presto diventa chiaro che nel mondo di Anna è impossibile distinguere realtà dall'immaginazione e anche la frequentazione con il mansueto Helge non migliora certo la situazione.
Sono due individui affetti da solitudine perniciosa e forse per questo si intendono.
Almeno così sembra.
E' però la mente di Anna la chiave di tutto, la sua paranoia ossessivo /compulsiva diventa sempre più grave , lei sembra essere pienamente consapevole dei suoi problemi e cerca di combattere con tutte le sue forse la negatività che sente dentro e fuori di sè.
Il film di Pal Sleutane funziona per buona parte della sua durata perchè riesce a mantenere una tensione costante legata alla nevrilità di Anna e alle sue ansie che la condizionano pesantemente.
E' umano empatizzare  una madre sfuggita a un marito violento, è normale indentificarsi nella paure di una donna sola che ha come unico appiglio un figlio da crescere e da amare con tutta se stessa.
Il problema è che nel finale, nel tentativo estremo di svincolarsi dalle logiche del cinema di genere, il copione inanella una serie di colpi di scena che lasciano abbastanza perplessi.
Sleutane non è chirurgico come lo Shyamalan dei primi film e appena partiti i titoli di coda viene il sospetto di essere stati in qualche modo ingannati e anche in modo abbastanza disonesto.
Per non parlare dei coni d'ombra lasciati da alcuni interrogativi che rimangono in sospeso ( a cui non si può accennare per spoilerare).
Se molto spesso è positivo non essere sottoposto a estenuanti spiegoni finali, in un film come questo che alla luce del finale costringe a ripercorrere mentalmente tutto quanto visto nei novanta minuti precedenti, è necessaria una precisione cronometrica affinchè tutto fili perfettamente.
Purtroppo Babycall non dà questa impressione, anzi si ha la sensazione che Pal Sleutane mischi le carte in modo anomalo cercando di depistare lo spettatore ( vedi il personaggio  del portiere del condominio).
In un film dove tutto è tenuto appositamente sotto le righe ( compresa la recitazione ) risalta  una Noomi Rapace intensa , forse anche sovraccarica che ha addirittura vinto per questo film il premio per la migliore attrice alla Festa del Cinema di Roma nel 2011.
Babycall ha tutti i crismi dell'occasione sprecata, probabilmente per eccesso di ambizioni da parte del suo regista e sceneggiatore: affronta tematiche importanti ( la violenza domestica ma anche il disagio sociale che in questi tempi di crisi è sempre più presente al cinema) ma non le sviscera, non va in profondità.
E' il classico film in cui il contenitore vale più del suo contenuto.

( VOTO : 6- / 10 ) 

sabato 17 marzo 2012

Happy Happy ( 2010 )



Una famiglia con figlio adottato d'origine africana si trasferisce nella campagna norvegese poco prima di Natale.
I proprietari di casa (loro unici vicini) sono una coppia con figlio ma appare evidente dopo poche battute che c'è qualcosa che non va nelle due coppie.
Silenzi e sottintesi che saranno spiegati durante il procedere del film.
Happy Happy è un curioso oggetto filmico. E' un gioco al massacro delle coppie che scoppiano e che talvolta si ricompongono così come per magia o forse perchè non c'è altra alternativa.
Eppure il tono non è così greve, si respira la provvisorietà della situazione in evoluzione, c'è la malinconia data da uno sfondo ambientale uniforme nel suo candore accecante, ci sono semplici attrazioni sessuali che si travestono da amori e sentimenti profondi che finalmente riescono a prendere il sopravvento.
Il dato comune è che tutti i quattro protagonisti cercano affetto probabilmente nel luogo sbagliato e con la persona sbagliata.
In più c'è un complicato rapporto padre /figlio da ricostruire.
Gelosia?  Anche,  ma la reazione è come anestetizzata.
Sarà il freddo ma sembra che il concetto di coppia sia abbastanza sfumato in questo film norvegese vincitore del Premio per il miglior film straniero al Sundance del 2011.
C'è ironia e tristezza, c'è un mondo dominato dalla neve che nasconde i contorni delle cose , c'è il gelo che da dentro corrode i protagonisti e poi ci sono i bambini con i loro strani giochi a cui si assiste ridendo a denti stretti, quasi ghignando.
Uno bianco (Theodor) e uno nero (Noa) con il primo biondo di innegabile discendenza ariana  che dice al secondo (di origine africana) che fino a qualche anno prima i neri erano schiavi dei bianchi.
Da qui i loro strani giochi fatti di ogni tipo di vessazioni (finte), in cui l'ariano domina sul nero.
Altra curiosità è la presenza di numerosi intermezzi musicali ad opera di un quartetto vestito di tutto punto in giacca nera , camicia bianca e cravatta del color della giacca, che canta pezzi folk o blues della tradizione americana.
Non credo che abbiano una funzione specifica, credo che servano solo per dividere il film in capitoletti autoconclusivi vista la molteplicità di sottotrame che la regista segue.

Pellicola di ambientazione natalizia, della felicità della festa ha ben poco nonostante sprazzi di ironia surreale e un titolo che sembra indicare il contrario.
A questo proposito è utile notare che il significato letterale del titolo originale (Sykt Lykkelig) è Incredibilmente Felice. Però sykt è termine ambivalente da intendere sia nel senso positivo(da cui il titolo internazionale Happy Happy) che negativo(felice,ma in modo quasi patologico).
Molto ben recitato,Happy Happy non è certamente un capolavoro ma illustra con sagacia uno stato di precarietà sentimentale in cui si possono specchiare in parecchi.
Selezionato come rappresentante norvegese per la corsa all'Oscar 2011 per  il miglior film straniero.

( VOTO : 7 / 10 ) 
Happy, Happy (2010) on IMDb

venerdì 9 marzo 2012

Headhunters ( 2011 )



Norvegia oggi.
Roger Brown si vanta di essere alto 1 e 68 , di avere una casa da 30 milioni di corone (curiosamente è il budget del film), di avere una moglie molto più alta e più bella di lui e di essere il migliore nel sottrarre opere d'arte a ricchi facoltosi sostituiendole con delle copie.
All'inizio del film ci viene presentata in poche battute la sua filosofia di vita, un colletto bianco che seleziona dirigenti d'azienda e che per mantenere il suo tenore di vita si è specializzato in un'attività criminosa ben remunerata.
La sua vita cambia quando la moglie gli presenta Clas Greve una specie di Big Jim olandese che da poco si è trasferito in Norvegia e si propone a Roger per un lavoro in un'azienda che sta selezionando classe dirigente.
Clas ha addirittura un Rubens in casa e quindi non ci si può sottrarre alla tentazione del furto.E al furto vero e proprio.
Il problema è che Clas sa tutto di lui ,(è un ex militare addestratissimo solo per farlo fuori?), sa dove si trova, i suoi movimenti e non è così raccomandabile come sembra. Da qui parte la lotta senza esclusione di colpi tra i due che attraverso continue sorprese arriverà a un esito abbastanza scontato.
Headhunters, tratto da un romanzo omonimo del giallista norvegese Jo Nesbo, è un thriller ad alta velocità dalle evidenti connotazioni hollywoodiane.
Dopo un inizio lento e anche abbastanza letargico, il film accumula situazioni  paradossali una dietro l'altra tenendo alta la tensione ma allo stesso tempo dando l'impressione di non prendersi mai totalmente sul serio.
Ne è prova il personaggio di Ove, il complice di Roger nei furti di quadri che preferisce giocare nudo a spararsi colpi di pistola a piombini con la prostituta russa noleggiata per il weekend piuttosto che mettersi in moto per il Rubens da 100 milioni, la coppia di gemelli poliziotti oversize che  piantona in ospedale Roger dopo un primo scontro con Clas, una scena in cui lo stesso Roger letteralmente affonda nella cacca fin sopra la cima dei capelli nascondendosi in una latrina, oppure anche il modo in cui avviene l'esito del duello finale tra lui e Clas.
Accanto a queste scene che sfiorano il demenziale c'è anche una certa dose di gore inaspettata e comunque per i tanti twists contenuti nell'articolata sceneggiatura è meglio non dare nulla per scontato.

Headhunters è un solido prodotto di intrattenimento che non ha nulla da invidiare a produzioni hollywoodiane ben più blasonate, un film giocato sull'ambizione smodata e sulla filosofia dell'apparire che sovrasta le vite di molti. Per un motivo o per un altro nessuno dei personaggi in campo è quello che sembra.Tutti hanno il loro lato oscuro da tenere debitamente nascosto , a costo di  raccontare bugie a chi si ama.
Anche il personaggio di Diana, la moglie di Roger, che sembra il più cristallino non è esente da ombre.
Difficile credere a un amore così grande in mezzo a tante tentazioni, difficile credere a una così spiccata voglia di maternità in una donna in carriera e difficile credere anche che una donna così bella sia affascinata da uno come Roger e non dal lusso che lo circonda. Però è meglio non dare nulla per scontato.
La sorpresa in questo film è sempre in agguato.
Grandissimo successo al box office norvegese di quest'anno( primo per quattro settimane di seguito e terzo negli incassi del 2011 dietro solo al nuovo Harry Potter e alla quarta puntata dei Pirati dei Caraibi) è stato venduto in più di 50 Paesi e pare che se ne stia approntando un instant remake americano.
Una domanda mi frullava per la testa mentre vedevo questo film: ma è possibile che sappiano fare thriller validi come questo in Norvegia e noi con la nostra tradizione non riusciamo neanche ad avvicinarci a un genere che esuli dalla commedia?

( VOTO : 7+ / 10 )
Headhunters (2011) on IMDb

venerdì 2 marzo 2012

Trollhunter ( 2010 )


Se riescono anche in Norvegia a fare un mockumentary ( quasi) horror discretamente congegnato come questo e con un budget tuttaltro che limitato per il tipo di operazione(3 milioni di dollari fonte Imdb) vorrei sapere perchè qui in Italia non è possibile fare una cosa del genere.
Trollhunter riprende la tecnica del mockumentary senza esagerare troppo con la camera a mano e l'effetto mal di mare connesso: nella narrazione vengono inserite intellgentemente molte variazioni che hanno il compito di spezzare la tensione e soprattutto di far riposare gli occhi e lo stomaco allorchè il film segue i cacciatori di troll alla ricerca delle loro prede.
Prede che vengono mostrate interamente, addirittura di fronte per averne una fugace quanto completa visualizzazione. Cosa che di solito non avviene durante questo tipo di film in cui il "mostro" viene nascosto con tutta una serie di trucchi e artifici registici.
Personalmente avrei preferito qualcosa di più misterioso ma probabilmente questa scelta va inserita nel contesto non particolarmente serioso del film che spesso indugia in parentesi più "leggere"(per modo di dire). 
A vederlo il troll non si sa se mette paura o fa solo ridere,è a metà tra il brutto e il buffo e non so se era questo l'effetto che gli autori avevano intenzione di evocare. C'è però un ottimo lavoro di computer grafica nella loro caratterizzazione e nella loro differenziazione, perchè ne vengono mostrati di diversi tipi ( addirittura!).
Il debito principale si deve pagare alla strega di Blair perchè in fondo andare a cercare un troll basandosi su documenti redatti da altri, avvistamenti e cose simili è l'espediente usato come spunto per The Blair Witch project.
Ma qui l'aspetto è molto meno amatoriale che nel film americano, del resto anche i costi di produzione sono diversi. Belle le riprese notturne ad infrarossi chiaramente ispirati alla scheggia orrorifica di [Rec].
Interessanti spunti di folklore norreno si hanno nella descrizione delle abitudini dei troll, delle loro caratteristiche fisiologiche (stile documentario National Geographic) e decisamente curioso metterli in relazione a molti delle sciagure che si sono abbattute sull'uomo degli ultimi anni.E poi ci sono gli inseguimenti di questi mostri informi che sono il nucleo pulsante del film, gli unici che evocano quel minimo di adrenalina che ogni horror dovrebbe evocare. 
Ma il punto sta sempre lì.

Probabilmente non stiamo parlando di un horror ma di un divertissment cinefilo che un'azzeccato marketing ha permesso di esportare oltre i propri meriti all'esterno dell minuscolo mercato cinematografico norvegese.
Prodotto professionale in cui il divertimento ha alcune pause, molto migliore di tanti corrispettivi oltreoceano si avvale di scenari naturali favolosi che non potrebbero essere ricreati con nessun effetto speciale.
Gli attori che danno il volto ai tre studenti non sono eccezionali mentre è buona la prova di Otto Jespersen nella parte del "trollhunter" Hans,uomo dal passato sofferto e misterioso che vive la caccia al mostro come missione ineludibile.E non riconosciuta da nessuno.
Mi sembra anche chiaro un messaggio ecologista che percorre neanche tanto sotterraneamente il film: la natura dovrebbe essere sempre rispettata.
Soprattutto  dagli umani perchè i  troll,in fondo, sono poco più che  colossali divoratori di tutte le schifezze che è in grado di produrre quello strano animale che è l'uomo.

( VOTO : 7 / 10 )  Trollhunter (2010) on IMDb