I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.
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domenica 30 agosto 2015

Colt 45 ( 2014 )

Vincent, 25 enne poliziotto , preferisce la balistica e lo studio di nuove pallottole da fabbricare all'azione e ai gruppi operativi di cui non intende far parte perché di temperamento solitario e schivo. Preferisce fare l'istruttore di tiro e il consulente ma quando conosce il poliziotto corrotto Milo Cardena viene tirato dentro una guerra tra diverse fazioni di poliziotti, una guerra sangunosa che vede implicato anche il suo superiore, il comandante Chavez e che lo costringerà a venire a patti con il suo lato più oscuro.
Per sopravvivere dovrà passare per forza all'azione.
Colt 45 è un film diretto da quel diavolaccio belga di Fabrice Du Welz , uno che si è scavato un bel solco nella memoria di un  cinefilo militante come il sottoscritto con opere come Calvaire, Vinyan e Alléluia ( che trovate ambe-tre recensiti sul blog da qualche parte).
Teoricamente Colt 45 è stato realizzato prima di quest'ultimo ma varie vicissitudini produttive con annessa una post produzione in cui pare che Du Welz non abbia partecipato hanno reso il progetto più travagliato e gli hanno fatto vedere la luce dopo Alléluia.
Se dovessi definire in maniera tranchant un film come questo direi che è un'entrata a gamba tesa ( o a piedi uniti fate un po' voi, ma di quelle spaccacaviglie) nel genere del polar francese tanto caro agli spettatori di Oltralpe e figlio di quell'hardboiled che vede la sue radici oltreoceano.
Si vede un po' meno la mano autoriale del regista belga in una storia lineare nel suo essere torbida, fatta di azioni e reazioni ( anche sproporzionate se vogliamo), una sorta di furia beluina e primigenia che mette da parte sottotesti , riletture e sbriciatine tra le righe dello script.
Qui si narra principalmente della discesa  nell'abisso di Vincent , uno che non ci ha mai voluto mai gettare uno sguardo dentro a quell'abisso, uno che ha sempre preferito gli studi, fabbricare pallottole, starsene chiuso nel suo antro da solo con il suo piombo e le sue traiettorie ellittiche.
Ebbene quando Vincent uno sguardo lì dentro ce lo butta, costretto da Milo Cardena, l'abisso guarderà dentro di lui e verrà fuori un altro tipo di poliziotto.
E il sangue zampillerà copioso.
Colt 45 è un polar moderno , alla Marchal per intenderci, ha una visione del genere assai vicina a quella proposta al pubblico dal grande Olivier.
La polizia è un nido di serpi letteralmente stracolmo di banditi che si trincerano dietro l'egida dell'uniforme e del ruolo di tutore della legge.
Cosa già vista ampiamente in 36 Ouai des Orfevres ( film che a mio parere viene ampiamente citato ) oppure in quella misconosciuta serie poliziesca sempre d'Oltralpe, Braquo, creata dallo stesso Marchal.
A prima vista Colt 45 è il film meno personale di Du Welz anche perché si inoltra in lidi a lui sconosciuti fino ad ora nella sua carriera da regista, forse non è all'altezza degli altri ma per sua stessa ammissione dopo il flop commerciale di Vinyan aveva bisogno a suo modo di riconciliarsi col pubblico e con la sua idea di cinema popolare, cinema che ha sempre amato.
Ma è una full immersion senza compromessi di alcu tipo in un genere che qui a bottega viene gradito moltissimo: un film duro, cattivo, livido come la sua fotografia virata verso tonalità plumbee, con una sfilata di volti noti del cinema francese di genere che non fanno altro che aumentare il gradimento per una pellicola che fila via come una schioppettata per gli 85 minuti della sua durata.
Un po' come le traiettorie delle pallottole studiate dal giovane Vincent che non esita a sporcarsi le mani col sangue quando necessario.
Ecco , la metamorfosi del suo personaggio, abbastanza improvvisa e priva di quelle sfumature che ne avrebbero descritto meglio il travaglio è la parte del film che si digerisce meno.
E' difficile immaginare un cambiamento così repentino, la trasformazione in un assassino senza scrupoli di un uomo che rifiuta quasi il contatto fisico e che preferisce starsene rinchiuso nel suo poligono di tiro piuttosto che ritagliarsi un qualsiasi ruolo operativo.
Ma forse, tornando al discorso di prima è l'abisso che guarda dentro di te, è l'abisso bellezza!!!


PERCHE' SI : scene d'azione ben concepite, un gruppo di facce troppo giuste, ritmo invidiabile, citazioni del mio amatissimo Marchal come se piovesse.
PERCHE' NO : la trasformazione di Michel è un po' troppo repentina, viene qualche dubbio sulla verosimiglianza della trama ( possibile che questi poliziotti possano fare il comodo loro in questo modo?)


LA SEQUENZA : le sessioni di tiro, il primo incontro con Milo Cardena.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Nel polar francese si pesca sempre bene.
L'esame di Du Welz alla prova con un film non horror è decisamente superato.
Perchè i polizieschi francesi sono così cazzuti mentre quelli nostri risultano sempre o quasi mosci e poco credibili?
Ma quanto è inquietante la faccia di Joey Starr?


( VOTO : 7 + / 10 )


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sabato 6 giugno 2015

Alleluia ( 2014 )

Gloria ha un matrimonio fallito alle spalle, una figlia piccola a cui è affezionatissima e un lavoro non proprio gratificante come infermiera alla sala mortuaria dell'ospedale dove si occupa di ricomporre i cadaveri.Quando un'amica le propone di accettare un blind date con un uomo trovato su un sito per cuori solitari non ha la forza di opporsi e conosce Michel, uomo affascinante e sfuggente con cui è passione sin dalla prima notte.
La mattina dopo lui le chiede dei soldi in prestito , le dà un numero di telefono falso e sparisce nel nulla.
Gloria non si dà per vinta e lo cerca per ogni dove fino a che lo trova in un locale a fare quello che gli riesce meglio: sedurre donne e spillare loro un po' di soldi.
E perché non fare questa cosa di professione? Gloria abbandona la figlia da un'amica e da lì in poi si fingerà sorella di Michel quando troveranno donne da abbindolare e truffare.
Ma lei ha una gelosia che supera la patologia e questo le provoca forti crisi quando Michel è al lavoro sulle donne bersaglio della loro truffa.
Queste crisi di gelosia sfociano in omicidi brutali da parte di Gloria...
Di solito mi informo sempre in maniera molto parziale sulla trama di un film perché non voglio rovinarmi la sorpresa. Diciamo solo il minimo sindacale per capire se il film mi possa interessare o meno.
E questo diktat vale soprattutto per un tipino come Fabrice Du Welz , uno che ha popolato le mie notti insonni con una robetta come Calvaire ed è arrivato quasi a farmi comprendere fisicamente la sofferenza di una madre in Vinyan, uno dei film più belli e assurdamente ignorati degli ultimi anni.
Di Alleluia sapevo solo che era una storia d'amore un po' particolare.
Forse l'amour fou targato Du Welz.
Le prime sequenze mi ingannano: Gloria, una Lola Duenas che nel film assume così tanti registri interpretativi che lascia letteralmente sbigottiti, è una donna tendente alla mezza età che fa un lavoro veramente di merda.
Lava i cadaveri all'obitorio dell'ospedale: conoscendo il regista quasi quasi mi aspetto una svolta necrofila alla Nacho Cerda ma almeno su quello vengo risparmiato.
Gloria è una donna sola, che non si fida più di quei bastardi degli uomini, vive nel proprio mondo ovattato assieme a una figlia piccola e quasi accetta malvolentieri di conoscere un uomo attraverso un sito di cuori solitari.
Eppure lo fa e soprattutto non se ne pente.
E qui vorrei dire una cosa al mio caro Du Welz.
Fabrice, amico mio, sei un gran bastardo.
Prima mi fai quasi affezionare a una donna che sembra così fragile e indifesa , una che addirittura vorrebbe annullare il proprio ruolo di amante pur di stare vicino a quello che considera ora il suo uomo, una che a parole è capace di fustigarsi le carni, portare un cilicio di filo spinato per non cadere in tentazione, che accetta quasi con gioia il ruolo di subalternità nella relazione con Michel.
E poi che fai?
Mi dai talmente tanti calci in bocca e nello stomaco che io sto ancora lì in un angolo a leccarmi le ferite perché mi hai fatto entrare nel mio cuoricino cinefilo una vera e propria Erinni in cui il fuoco dell'amore, della passione ma soprattutto della gelosia patologica brucia ogni possibilità di relazione stabile e serena con Michel.
Alleluia è la storia di Gloria e della sua furia omicida incontrollata ma non è uno slasher come si potrebbe pensare in cui il regista si diverte a cesellare le sequenze più sanguinose : è l'ennesima variazione sul tema dell'amour fou , tanto frequentato nella Nouvelle Vague francese e ora rivisitato da questo belga che più va avanti e più mostra la sua sfrontatezza.
Che a noi piace tanto.
La regia di Du Welz è un caleidoscopio di stili e di colori, addirittura organizza una delle sequenze più feroci del film come se fosse un numero in un musical, la fotografia è spesso sgranata e straniante creando una sorta di limbo spazio temporale in cui vivono questi due amanti terribili.
Diviso in vari capitoli che hanno il nome delle donne che la coppia riesce a catturare nella propria tela di ragno, Alleluia coincide in massima parte con lo sguardo di Gloria concedendo un contrappunto a Michel solo nell'episodio conclusivo, quello in cui cominciano ad apparire le prime crepe nel loro rapporto.
Alleluia è un film totale che ti maltratta e ti lascia lì in un angolo, sballottato e svuotato di ogni energia.
E meno male che è un film che parla d'amore.
Sentimento asimmetrico in cui uno dei due partner è sempre il cardine di tutto.
Basato sulla storia vera dei cosiddetti "Killer dei cuori solitari", al secolo Martha Beck e Raymond Fernandez ( se interessa la loro storia la trovate qui).
Per il ruolo femminile la prima scelta di Du Welz era Yolande Moreau ( vedendo le foto della vera Martha Beck quasi una scelta obbligata) ma lei ha gentilmente non ha accettato la parte.
Ma ode a Lola Duenas, creatura almodovariana che offre un'interpretazione straordinaria.
Qui la recensione di Lucia


PERCHE' SI : l'amour fou targato Du Welz, Lola Duenas straordinaria ma Laurent Lucas non è da meno, regia eccellente , confezione accurata con l'illuminazione naturale a dare un tocco di prezioso in più...
PERCHE' NO : difficile trovare difetti: per qualcuno sarà troppo brutale, lo schema narrativo si ripete più volte, emotivamente difficile da sopportare.


LA SEQUENZA : l'ultimo omicidio, quello di Solange e la fuga della bambina.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Fabrice Du Welz è un gran bastardo ma io lo amo tanto.
I siti per cuori solitari sono l'abisso che guarda dentro di te o possono diventarlo molto facilmente.
Non avrei mai pensato che Lola Duenas potesse recitare un ruolo così eccessivo.
Non ho mai visto narrare in modo così completo l'asimmetria delle relazioni sentimentali.


( VOTO : 8 / 10 )

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mercoledì 27 maggio 2015

Third Person ( 2013 )

Michael è uno scrittore di successo che ormai ha perso il tocco magico del suo primo romanzo e sta cercando disperatamente di ritrovarlo per finire il suo nuovo libro. In crisi con la moglie per motivi imprecisati è a Parigi accompagnato dalla giovane e ambiziosa Anna, aspirante scrittrice  che tra una schermaglia amorosa e l'altra cerca di farsi dare una mano per scrivere il suo libro.
A Roma Scott perde letteralmente la testa per la rom Marika che gli racconta di sua figlia tenuta in ostaggio da un piccolo boss locale. Lui tira fuori tutti i soldi che riesce a procurarsi per pagare quello che assomiglia tanto a un riscatto ma è vittima di un continuo gioco al rialzo.
A New York Julia, ex attrice di soap operas e ora donna delle pulizie per sbarcare il lunario, lotta assieme al proprio avvocato, per ottenere l'affidamento del figlio dopo un non meglio precisato incidente domestico.
Dopo circa dieci anni Paul Haggis, forse lo sceneggiatore più famoso al soldo dell'industria hollywoodiana, torna sul luogo del delitto, si fa per dire, o meglio dalle parti del film che lo ha fatto diventare anche regista di fama, portandosi a casa  un bel gruzzoletto di premi, tra cui tre Oscar ( miglior film , miglior sceneggiatura e miglior montaggio), quindi mica pizza e fichi.
Stiamo parlando di Crash, film caleidoscopio sulle vite di vari cittadini a Los Angeles.
Qui Haggis ritenta il colpo con un film che racchiude tre storie, ma in realtà i personaggi scansionati dalla sua macchina da presa sono molti di più, ambientate in tre città profondamente diverse che sono tenuti insieme da un tema comune che è quello dell'amore.
Amore frizzante e clandestino tra un maturo scrittore in crisi e una giovane alla ricerca del successo in campo letterario, amore di una madre che cerca di rivedere il figlio che un tribunale e le vicende amare di una vita di insuccessi le hanno negato, infatuazione di un uomo per una ragazza bellissima che forse lo sta semplicemente utilizzando come bancomat personale.
Se in Crash l'effetto soap opera era attenuato da una sceneggiatura più precisa di un cronografo svizzero e non si vedeva letteralmente l'ora di vedere come andasse a finire, qui appare tutto più sfilacciato, indeciso, impreciso.
Il massimo dell'attenzione non viene catturato mai.
E'strano vedere Liam Neeson, eroe action da qualche anno a questa parte,  che mostra alla telecamera tutti i suoi anni, un po' flaccido e prigioniero di una sbarbina avvenente e che tende a prenderlo un po' per i fondelli,è triste vedere uno come Adrien Brody, uno dei migliori attori della sua generazione, cercare disperatamente il film giusto per rilanciarsi ( la maledizione dell'Oscar? ) in una carriera ricca di buoni film alternati a tanta immondizia, ci si perde quasi negli occhioni di Mila Kunis, madre disperata prigioniera di un passato inconfessabile.
Forse il problema principale di Third Person è che non si riesce ad intuire il dramma che sta dietro ad ogni personaggio, il pregresso a cui viene continuamente accennato ma che non viene mai spiegato a chiare lettere, un pregresso che condiziona pesantemente il presente  come un macigno, ma dai contorni indefiniti.
Non sono un maniaco dello spiegone a tutti i costi ma perlomeno circostanziare un minimo quello successo in precedenza per cercare di empatizzare i vari personaggi credo sarebbe stata cosa buona e giusta.
In questo modo Haggis tiene lo spettatore a (in)debita distanza impedendogli di fatto di accostarsi al film e a condividere le pene d'amore che racconta.
Amore inteso nell'accezione più larga del termine.
Un amore raccontato nelle sue varie declinazioni per 135 lunghissimi minuti.Tanti.
Troppi.
Si ha inoltre l'impressione che Haggis giochi con lo spettatore in modo un pochino disonesto: il film è fintamente corale perché le storie non  si intrecciano tra di loro sostanzialmente ma solo in un finale su cui si potrebbe stare ore a discutere ( e che personalmente non ho capito, anzi se qualcuno me lo volesse spiegare sono tutto orecchi) sulle ali dell'illusione al punto da far venire il dubbio che in realtà la storia raccontata è una sola e il resto fa parte della fantasia dello scrittore.
Un dubbio che Haggis lascia lì in bella mostra , aumentando la confusione di un film che complessivamente non convince.
Altman è lontano anni luce, ma purtroppo per lui è lontanissimo anche Crash....


PERCHE' SI : la confezione è laccatissima, qualche sussulto nella storia di Julia con Mila Kunis che sfodera una buona prova
PERCHE' NO : troppo lungo, inutilmente criptico, Neeson che abbatte a picconate il suo status da eroe di film action, finale che scatena molti dubbi, noia che affiora in più di un'occasione.


LA SEQUENZA : nella parte ambientata a Roma , stavo quasi collassando nel vedere Scamarcio barista con la maglietta della Roma e un accento coatto tutto da scoprire.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
I luoghi comuni con cui ci vedono gli americani sono durissimi a morire.
Dopo gli ultimi film non riesco proprio a vedere Neeson che si fa maltrattare così da una donna.
Mila Kunis ha degli occhi veramente enormi, quasi da Betty Boop.
Sbaglio o James Franco qui assomiglia tanto, ma proprio tanto a Orlando Bloom versione Elizabethtown?


( VOTO : 5 / 10 ) 


Third Person (2013) on IMDb

martedì 19 maggio 2015

Sarà il mio tipo? ( 2014 )

Clement giovane professore di filosofia parigino è mandato ad insegnare in una scuola superiore di Arras cittadina a nord di Parigi. Qui conosce Jennifer, parrucchiera un po' sbalestrata e , nonostante le loro differenze praticamente in tutto, nasce un sentimento.
Quello che doveva essere un esilio triste e solitario per Clement diventa qualcosa di più piacevole.
Almeno finché dura , perché le differenze socioculturali tenderanno sempre ad affiorare.
Mi piace la commedia francese, mi piace la commedia sentimentale e la sinergia di commedia sentimentale e cinema francese ha sempre avuto un posto speciale nel mio cuoricino a partire da Truffaut, passando per Rohmer e arrivando a Sautet.
E quando trovo un film che a partire dalla prima sequenza mi fa riaffiorare alla memoria tutto questo bel cinema che , ripeto, ha un posto privilegiato nel mio cuore di cinefilo, beh , la mia attenzione è catturata sin da subito.
Vedere in primissimo piano una donna che piange non riuscendo a trattenere le sue lacrime e scrutare dietro di lei il volto un po' sfocato e  praticamente impassibile di Clement ( il viso di Loic Corbery, l'attore che lo interpreta è assimilabile a quello della Sfinge e non solo qui) mi riporta come d'incanto a più di venti anni fa, ai travagli amorosi di una bellissima Camille ( Emanuelle Beart pre trattamenti chirurgia plastica) e di un glaciale Stephane ( un intenso Daniel Auteuil, dopo questo film mio idolo incontrastato) in Un cuore in inverno di Claude Sautet che posso dirlo, è uno dei film della mia vita, un film a cui sono affezionato in modo appassionato e viscerale.
E' un flash perché poi il film vira apparentemente per altri territori, quelli più consoni della commedia sentimentale pura : mediante stacchi di montaggio moderni e che donano un'aria frivola e spensierata al film assistiamo a una sorta di bignamino della vita di Clement e di Jennifer (un'inedita Emilie Dequenne).
Lui pare abbia il vizietto di trattare male le donne, ma per uno per cui non esiste una relazione sentimentale che possa aspirare a essere duratura , credo che sia abbastanza normale, è di fatto un esiliato volontario in una provincia che non gli appartiene, è diviso a metà tra le giornate lavorative ad Arras, vissute in albergo e i weekend parigini a respirare la "cultura" di cui è cantore e mentore, una vita che non nasconde il suo grigiore di fondo perché Clement è proprio così, un incolore ragioniere dei sentimenti che si nasconde dietro la maschera della filosofia esistenziale.
Lei è una parrucchiera senza tanti grilli in testa, con un figlio che sta crescendo da sola, una passione per la letteratura rosa , per il cinema hollywoodiano ( oltre che per il gossip annesso e connesso) e per il karaoke , la sua vita è uno sbruffo di colore a partire dal suo vestiario, da come è arredata la sua casa e di come vede il mondo che la circonda sempre con un sorriso radioso stampato sulle labbra.
Che cosa li attrae così profondamente?
All'inizio sembra quasi che per il professore  questa sia una storia che possa funzionare solo sotto le lenzuola, un'altra donna da aggiungere al suo carnet di conquiste, poi si capisce che c'è qualcosa d'altro.
Le differenze sociali e culturali sono lì in bella mostra ma Lucas Belvaux ( regista che avevo già conosciuto per una cupissima trilogia poliziesca di una decina di anni fa ) non si limita ad elencarle e ad evidenziarle ad uso e consumo dello spettatore.
Vengono utilizzate come barriere mobili, a volte sono percepibili a volte no, perché c'è un continuo gioco delle parti in cui entrambi cercano di avventurarsi nel territorio dell'altro, come se attraversassero un campo minato.
Lei legge Kant, ma non lo capisce, legge Dostoevskij, ma è troppo cupo, legge Steinbeck ma lo trova banale, lui si avventura al cinema a vedere un film di Jennifer Aniston e va al karaoke con lei riuscendo addirittura a scatenarsi cantando a squarciagola Life is life.
Eppure le differenze stanno ancora tutte lì e a una festa di carnevale inevitabilmente verrano fuori a causa di un gesto banale.
Clement e Jennifer sono due personaggi che non si dimenticano tanto facilmente : lui è un'intellettuale che ha la statura di un classico personaggio rohmeriano e che si ricopre del ghiaccio che circondava Stephane in Un cuore in inverno, Jennifer è un uragano biondo di gioia e sensualità che mette allegria solo a vederla zampettare da una parte all'altra della scena.
Certo che Emilie Dequenne di strada ne ha fatta parecchia: dall'acerba diciottenne all'esordio in Rosetta dei Dardenne ( film che me la rivelò) ora è diventata una splendida 33 enne che con un solo sguardo riesce ad illuminare tutto quello che la circonda.
Cosa che succede in questo film.
Sarà il mio tipo? è un film che indaga con leggerezza sulle geometrie variabili dell'amore e sull'asimmetria del sentimento amoroso.
Con un finale tutto da assaporare e metabolizzare.
Lo sapevo che Lucas Belvaux aveva in serbo il colpo di scena finale....


PERCHE' SI : due ottimi protagonisti, una bella storia d'amore e di differenze, la commedia sentimentale francese al suo meglio.
PERCHE' NO . il colpo di scena finale è difficile da metabolizzare,

LA SEQUENZA : Jennifer e le sue amiche cantano You can't hurry love: con un veloce stacco ci troviamo dal salotto di Jennifer al locale di karaoke in cui si esibiscono.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE : 
Il primo amore cinefilo non si scorda mai
E' bello abbandonarsi al ricordo di tanto bel cinema che fu.
Non avrei mai pensato che Emilie Dequenne fosse così sexy.
Non avrei mai pensato di amare così un personaggio come il suo.


( VOTO : 8 / 10 )

 Pas son genre (2014) on IMDb

venerdì 15 maggio 2015

La famiglia Belier ( 2014 )

Paula Belier è una sedicenne come tante altre , solo ha una vita molto più impegnata rispetto alle sue coetanee e non ha molto tempo da riservare a se stessa. E questo perché è l'unica udente ( e parlante) della sua famiglia composta da un padre burbero ma buono, una madre affettuosa e un fratello minore che fa sentire decisamente la sua presenza. La sua famiglia manda avanti tra mille difficoltà un'azienda agricola in Normandia e Paula è letteralmente la loro voce: tratta con le banche, gestisce le vendite al mercato, è il loro tramite verso quel mondo popolato di suoni e di rumori che a loro è negato.
Un bel giorno Paula , grazie a un professore di musica un po' estroso e al ragazzo di cui è infatuata, scopre di avere la dote del canto.
Il professore la vuole preparare per un'importante audizione a Parigi ma come fa Paula a lasciare la sua famiglia?
E questo interrogativo la fa arrovellare così tanto che preferisce tenere la cosa nascosta ai genitori...
La famiglia Belier è il blockbuster francese del Natale 2014 ( circa 50 milioni di euro incassati e numero 2 nella classifica annuale degli incassi ) e ne ha l'aspetto tipico.
Storia edificante, ma parecchio edificante, un perfetto bilanciamento di lacrime e sorrisi, qualche risata sparsa qua e là facendo leva sulla diversità, un tono sempre gaudente e riconciliatorio nella descrizione del coming of age di Paula.
Verrebbe da dire che è un film più furbo che bello e probabilmente è anche così , però a volte è bello lasciarsi cullare da storie così edificanti, ti fa sentire meglio.
Ed è questo il caso del film di Eric Lartigau, esperto artigiano di commedie, che confeziona un film a prova di bomba e che poteva avere tutte le caratteristiche per trasformarsi in un buon successo internazionale, vista l'universalità della storia che racconta.
Paula Belier ha il volto paffuto e la capigliatura fluente dell'esordiente Louane Emera, concorrente all'edizione francese di The Voice, una ragazza che appare timida e impacciata in certi frangenti, anche bruttina e acerba ma che riesce anche ad aprirsi a luminosa e improvvisa bellezza.
Non ho ancora capito se è bella o meno, però piace, piace molto ed è il motore ruggente di un film che si dimostra da subito una macchina perfettamente oliata e pronta per fare sfracelli.
Si parla di portatori di handicap, di portatori di uno degli handicap maggiori, quello che non ti permette di comunicare con tutti e condividere il mondo fatto di suoni, rumori e musiche,
Eppure la prospettiva è ribaltata : se è vero che è il numero che fa la normalità a casa Belier quella anormale è Paula, ma è un'anormale che fa parecchio comodo , visto che è quel ponte di comunicazione che manca tra loro e il resto del mondo.
I Belier sono una famiglia con i problemi di tutte le altre, si amano, focosamente, si prestano a numerose gags, soprattutto all'inizio del film che mettono in risalto la loro diversità ma in modo sereno ed esilarante, quasi oserei dire fiabesco.
Col passare dei minuti viene fuori l'altra anima del film, il personaggio di Paula, i suoi crampi amorosi e affettivi, il suo sogno di diventare una star della musica ma allo stesso tempo la paura di abbandonare a loro stessi i suoi familiari che vede poco attrezzati a fronteggiare quello che li circonda.Ed è per questo che cerca ansiosamente nella sua amica una sorta di surrogato di se stessa isegnandole il linguaggio dei segni.
Qui emerge il discorso sulla crescita di Paula , sul suo percorso di formazione che perlomeno inizia , quel coming of age simboleggiato anche da quel benedetto ciclo che non voleva saperne di arrivare.
E quando vengono fuori i contrasti interiori, il film si fa più intenso e pensoso ( termini da prendere nell'accezione più larga possibile ) proprio per permettere al brutto anatroccolo di diventare finalmente un cigno e spiegare le proprie ali.
La famiglia Belier è una favola incastonata in una Francia senza tempo, una di quelle storie che ogni tanto ci piace farci raccontare.
E ha una resa filmica dignitosissima , pur cercando di piacere al pubblico in maniera sufficientemente sfacciata, non risulta mai greve o sboccacciata.
Insomma un altro colpo mandato a segno dai nostri "amatissimi " cugini d'Oltralpe.


PERCHE' SI : storia edficante raccontata con equilibrio perfetto tra sorrisi , risate e commozione, Louane Emera è una bellissima scoperta, anche il resto del cast è eccellente, blockbuster che non rinuncia alla qualità.
PERCHE' NO : forse qualche macchietta di troppo, film furbo e pianificato per piacere al pubblico arrivando alla sua pancia più che al cervello.


LA SEQUENZA : L'audizione di Paula di fronte ai genitori che in qualche modo la "sentono".


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
Si può parlare di handicap senza essere eccessivamente seriosi
I Belier sono una famiglia di perfetti sessantottini, hippy nell'anima,
ogni tanto fa bene venire a contatto con delle belle storie,
Louane Emera forse non sarà bella bella bella, ma bella ci è.


( VOTO : 7 / 10 ) 

The Bélier Family (2014) on IMDb

sabato 2 maggio 2015

Simon Konianski ( 2009 )

La vita non va come sempre ci si aspetta e lo stralunato Simon Konianski si ritrova costretto ormai  a 35 anni suonati , a tornare a vivere con l'amato/odiato padre reduce dai lager nazisti.
Quando muore però Simon decide di esaudire le sue ultime volontà: essere seppellito nel piccolo villaggio di origine.
Parte in un viaggio tra il comico e il grottesco , assieme al figlioletto e a una bara trasportata clandestinamente per dare giusta sepoltura al padre.
Istantanee di famiglia nel nuovo millennio.Famiglia disgregata specchio ed effetto della società essa stessa causa della disgregazione.
Simon Konianski torna a casa dal padre con la sua macchina con le fiancate in finto parquet e il suo bastimento carico di fallimenti.
E' formalmente in cerca di un lavoro (in realtà cura la sua ipocondria cronica testando farmaci di nuova sperimentazione), è laureato in filosofia, scopriamo col passare dei minuti che è un ebreo ateo, che era sposato con una donna non ebrea e che ha un figlio di 6 anni.
Intanto bivacca nella casa di papà che non vede l'ora di cacciarlo (esilaranti i consulti dal rabbino che gli propone nuovi amuleti e nuove tattiche per mandarlo via come se stesse combattendo una guerra in trincea) e intanto cerca di mettere a dura prova la sua anima da ebreo filopalestinese (non a caso Simon porta per buona parte del film una felpa con la scritta Baghdad) parlandogli sempre di storie ispirate alla shoah e raccontandole al nipote sotto forma di favola.
Non va meglio col fratello del padre prigioniero di una concezione del mondo a due colori:da una parte i nazisti ,dall'altra gli ebrei.

E compagnia cantando:Simon è circondato di personaggi pittoreschi che sembrano fare a gara per negargli le ultime certezze.Dopo il gustoso ritratto d'ambiente e di caratteri con frequenti incursioni nel grottesco e nel demenziale il film di Micha Wald diventa un film on the road (sottogenere trasporto clandestino di bara attraverso tutta l'Europa) allorché Simon, il figlio e gli zii petulanti per rispettare le ultime volontà del padre partono alla volta dell' Ucraina per seppellirlo accanto non alla moglie ma al primo e mai dimenticato amore della sua vita, una ragazza morta a diciassette anni nel primo dopoguerra.
A questo punto da acida ricognizione di usi e costumi ebraici (compresa una cena per far conoscere a Simon una donna presunta adatta per lui finita in rissa verbale) che mescola suggestioni grottesche alla Louise MIchel, umorismo trasversale alla Coen, poetica del surreale alla Wes  Anderson il film si trasforma in una sorta di figlio naturale del bellissimo film di Liev Schreiber (Ogni cosa è illuminata) ibridato con lo stile Sundance di Little Miss Sunshine.
.Da tutto questo gran calderone di influenze, Simon Konianski trae la sua linfa vitale ma non si rivela essere sterile replica citazionista bensì coraggioso collage creativo per un'opera curiosa ed originale.

Un pò come il protagonista (vero e proprio alter ego del regista 35 enne all'epoca del film e occhialuto come lui) vero e proprio work in progress a volte trattato come un cartone animato, a volte come un isterico militante di ideologia antiebraica.
Da antologia gli inserti demenziali come quando va a prendere il figlio a scuola, quando immagina la moglie in acrobazie sessuali con il suo nuovo amico, quando affida la guida della sua macchina allo zio Maurice che tratta i poliziotti tedeschi che lo hanno fermato come i nazisti, le traversie con una lapide riciclata.
Ma è assolutamente toccante anche lo sguardo che Simon rivolge alla memoria collettiva ebrea quando si guarda intorno nel campo di concentramento.
Per la prima volta ci accorgiamo del tentativo di sdrammatizzare sulla shoah. 

Pur lacerati da diversi modi di pensare sulla storia recente, c'è grande unità nella valutazione del passato e finalmente si rende evidente l'eredità che il padre ha lasciato a Simon:un messaggio di ritorno all'unità familiare e soprattutto un estremo tentativo di impedire che la memoria vada perduta.....

PERCHE' SI :  la shoah vista in modo ironico, road movie stralunato come il suo protagonista, originale galleria di personaggi, numerose gags comiche
PERCHE' NO : la giungla di citazioni è ben evidente, forse anche troppo

LA SEQUENZA :  L'arrivo a casa di Simon con la sua vetursta statuon wagon con le fiancate rivestite di parquet.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE : 
Sugli ebrei si può anche ironizzare senza che se la debbano prendere troppo
Il road movie con bara trasportata clandestinamente mi mancava dai tempi di Django.
La memoria storica deve essere sempre conservata contro i revisionismi di ogni sorta.
Non so se avrei il coraggio di andare in giro con una station wagon con le fiancate rivestite di finto parquet.

( VOTO : 7,5 / 10 ) 

Simon Konianski (2009) on IMDb

venerdì 27 marzo 2015

CUB-Piccole prede

Un gruppo di boyscout parte con il loro camion vecchio e scassato verso il campo estivo. Lo trovano occupato da due giovinastri per cui per non avere problemi si spostano in un bosco adiacente , una volta teatro di misteriosi fatti di sangue ( suicidi di operai di una vecchia fabbrica di autobus).Tra i boyscout c'è il dodicenne Sam , vittima di scherzi da parte dei suoi compagni e umiliato più volte in pubblico da Peter, uno dei tre adulti del gruppo, assieme a Chris e Jasmine.Parlano della leggenda di un bambino licantropo, Kai, ma Sam scopre che non si tratta di leggenda.
Il problema è che non gli crede nessuno che ci sia un mostro nel bosco.
Anche se i ragazzi cominciano a morire...
Man mano che vado avanti vedo che la cinematografia belga di genere, dal thriller all'horror, sta inanellando tutta una serie di buoni film e  che stanno avendo buona risonanza internazionale.
Non esistono solo di Dardenne , insomma.
CUB-Piccole prede si inserisce in quella fascia di horror francofoni che vede in titoli come Calvaire, Frontiers e molti altri che hanno rianimato la scena horror europea.
Non è un caso che sia ambientato in un bosco al confine tra la Francia e il Belgio, non è un caso che la componente ambientale sia fondamentale per la costruzione del meccanismo orrorifico e che si inserisca in quegli stilemi che vanno dallo slasher al torture porn che hanno caratterizzato questa nuova ondata di horror all'europea.
Tutte pellicole con aspetto brutto , sporco e cattivo,  peculiare, immediatamente riconoscibili dagli omologhi di oltroceano.
Non abbiamo come protagonisti i soliti fancazzisti idioti che sono perfetti per incarnare il ruolo di carne da macello e che continuano a fare minchiate in serie nella loro casetta dispersa nei boschi.
Qui ci sono dei bambini, esseri che per definizione fanno dell'innocenza il loro tratto distintivo.
Teoricamente.
E invece no: la parte che svicola di più e meglio dai soliti cliché di genere è la prima in cui viene descritta la quotidianità di questo gruppo di boyscout che non sono proprio l'epitome dell'innocenza.
Ok, ammetto di avere un certo pregiudizio verso i boyscout : mi hanno fatto sempre abbastanza paura con il loro aspetto da piccoli soldatini in divisa, tutti sincronizzati nei movimenti e sempre ordinatissimi in fila per due.
Ma la cosa che mi faceva più paura ( e mi fa paura anche oggi ) non erano tanto i bambini ma gli adulti che guidavano il gruppo, abbigliati come bambini, una tenuta che messa su un corpo adulto francamente oltrepassa la soglia del ridicolo e che cercavano di dare ai bambini che li seguivano un ordine, un'educazione civica ed ecologica.
Ecco, uno che cerca di darmi determinati insegnamenti abbigliato in quel modo ,  diciamo che non riesco a prenderlo sul serio.
Ma stiamo divagando e non stiamo parlando del film dell'esordiente al cinema Jonas Govaerts.
Sicuramente non faccio testo ma  a causa dei miei pregiudizi mi ha suscitato molta più inquietudine la prima parte che descrive da vicino tutti i piccoli e grandi rituali che compongono la giornata tipo del boyscout rispetto alla seconda parte, quella in cui la deriva slasher e torture  è ormai innescata e non c'è via di ritorno.
E soprattutto appare riuscita la caratterizzazione del personaggio di Sam che ha un trascorso tragico di cui intuiamo solo la portata e che ha un presente fatto di confusione ormonale ( il sentimento appena abbozzato che prova per Jasmine), vessazioni assortite e spirito di rivalsa che passa necessariamente attraverso il rapporto con il bau bau dei boschi, quel Kai che diventa la sua nemesi e il suo futuro tutto insieme.
Nella seconda parte CUB- Piccole prede abbandona quasi del tutto le sue ambizioni psicologiche , sociali ( il discorso sulla fabbrica degli autobus e sulla crisi economica) e metaforiche in favore di un meccanismo horror canonico, senza troppi guizzi che si muove all'interno di canoni estetici già codificati da altri.
Il tutto è scenograficamente d'impatto, con il solito spargimento di sangue e liquidi organici oltre la media, ma con un retrogusto che sa molto di deja vu.
E anche il finale si intuisce con un buon quarto d'ora d'anticipo.
Rimane la sensazione di aver conosciuto un regista promettente che sa dosare le varie anime del racconto e che appare decisamente consapevole dell'uso del mezzo espressivo.
Lo aspetto al varco.

PERCHE' SI : la prima parte è quella più inquietante, ambizioni psicologiche e metaforiche di un certo spessore, scenograficamente efficace anche dal punto di vista orrorifico, regia di buon livello
PERCHE' NO : a me ha fatto più paura la prima parte che la seconda che si presenta senza particolari guizzi di originalità, finale che si intuisce con un buon quarto d'ora d'anticipo.

LA SEQUENZA : il magazzino con tutte le vittime di anni e anni di omicidi

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE
Ho sempre avuto una paura matta dei boy scout e questo film me lo conferma
Il campeggio non fa per me
Puoi trovare il bullismo dappertutto.
Non iscriverò mai i miei figli ai boyscout.
Continuo a credere che in Belgio siano discretamente malati( con affetto naturalmente!).

( VOTO : 6 + / 10 )

 Cub (2014) on IMDb

mercoledì 18 marzo 2015

The Treatment ( aka De Behandeling , 2014 )

L'ispettore Nick Cafmeyer è quello che si suol dire un uomo di successo. Bello, intelligente, realizzato nel lavoro ma si porta dietro uno scheletro nell'armadio grosso così : la scomparsa di suo fratello Bjorn all'età di nove anni, un caso mai risolto.
E lui era lì anche lui bambino.
E il pedofilo sospettato di aver rapito e fatto scomparire Bjorn, Ivan Plettincks, è libero, abita vicino a lui e non esita a fargli sentire la sua presenza giusto per torturarlo un po'.
Quando Nick si deve occupare di un nuovo caso di sospetta pedofilia , la scomparsa di un bambino di nove anni e il successivo ritrovamento del suo corpo orrendamente seviziato, i fantasmi del suo passato tornano a perseguitarlo...
Tratto dall'omonimo romanzo del 2001 della scrittrice britannica  Mo Hayder, questo thriller belga arriva come una fucilata sul mio schermo.
E chi l'avrebbe detto che dal  Belgio ( terra non precisamente nota per il genere) sarebbe venuto uno dei thriller più cazzuti e senza compromessi di questi ultimi tempi ?
Nessuno, men che meno io.
The Treatment si presenta bene, benissimo.
Dopo un breve flashback ci introduce il personaggio di Nick, uno che avrebbe tutte le ragioni per condurre una vita di successo e invece abbiamo di fronte un uomo traumatizzato , ferito, ancora non in grado di superare la perdita di suo fratello Bjorn, scomparso quando entrambi erano bambini.
E il caso di cui si sta occupando ora lo fa precipitare di nuovo nella depressione del ricordo.
In più quello che è considerato da tutti il colpevole lo perseguita con la sua sola presenza.
Probabilmente The Treatment non sarà il thriller più innovativo del decennio ma è girato con tutti i crismi del buon cinema da un regista attivo più che altro in televisione , è ben ambientato in periferie impersonali e soffocanti in cui tutte le case sono uguali e il condominio ideale è un casermone con decine e decine di appartamenti, è confezionato in maniera egregia e poi soprattutto affronta un tema difficile come quello della pedofilia senza troppi eufemismi, lo prende di petto e senza troppi giri di parole.
I pedofili sono tra noi, così come i serial killer, si nascondono sotto sembianze normalissime ma possono essere spietati e sanguinari come pochi, trasportati da quella che è una vera e propria psicopatologia.
Fatta la tara a una certa convenzionalità nel tratteggiare la figura del poliziotto, un personaggio in linea con certo cinema americano recente( il classico poliziotto con una zavorra che si porta dietro dall'infanzia e che condiziona il suo presente) e fatta la tara anche all'accenno di  rapporto tra Nick Cafmeyer e Plettinckx che forse ricorda un po' troppo da vicino il rapporto tra la Clarice Starling e l'Hannibal Lecter de Il silenzio degli innocenti ( ma è solo un accenno, Cafmeyer vuol sapere da Plettinckx ma lui si guarda bene dall'aiutarlo), The Treatment è un thriller torbido che lascia poco spazio alla speranza e che non esita a mettere in campo tutta la sua sgradevolezza quando si tratta di tratteggiare la figura del pedofilo.
Per il finale, tutto giocato sul thrilling e che non fa implodere quanto di buono costruito in precedenza, bisogna armarsi di stomaco foderato di cemento.
I colpi di scena durante la narrazione sono ottimamente gestiti e arrivano quando meno te lo aspetti , la regia e la fotografia preferiscono il realismo a qualsiasi laccatura della confezione.
The Treatment è visione praticamente obbligatoria per gli appassionati, uno dei film più disturbanti visionati in questi ultimi tempi.
E, viste le questioni lasciate aperte,  sarebbe stato un pilot eccezionale per una serie televisiva a dir poco  terremotante

PERCHE' SI : confezione eccellente, realistico fino alla sgradevolezza, ottimamente ambientato e diretto oltre che interpretato, disturbante.
PERCHE' NO : non il thriller più originale del decennio,qualche tratto di convenzionalità nella descrizione di Cafmeyer e nell'utilizzo dei flashback, fa un po' il verso ( giusto un accenno ) a Il silenzio degli innocenti.

( VOTO : 7,5 / 10 )

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mercoledì 11 febbraio 2015

Filth - Il lercio ( 2013 )

Bruce Robertson è un sergente di polizia di stanza ad Edimburgo col vizio della droga, dell'alcool, malato di sesso e anche di disturbo bipolare. Forza malamente la legge e utilizza tutti i trucchi possibili per cercare di avanzare di grado ai danni del suo collega Ray Lennox, sicuramente più meritevole di lui.
Pensa che guadagnando la promozione sul campo riesca a fargli riguadagnare indietro la stima della moglie e l'amore della figlia.
Ma agendo così innesca semplicemente una spirale autodistruttiva da cui è impossibile liberarsi...
Erano venti anni o giù di lì che un romanzo di Irvine Welsh non aveva una trasposizione cinematografica degna di questo nome.
Si, da Trainspotting, film spartiacque di un certo tipo di cinematografia inglese , che ha delineato un nuovo modo di fare cinema e spettacolo, votato verso l'eccesso verbale e gestuale, un fiume in piena di chiacchiere , trivialità e nichilismo esasperati.
Filth- Il lercio risponde esattamente a questo tipo di connotato stilistico, arricchendosi dello stile allucinato e contorto di un Guy Ritchie sotto metamfetamine.
Il colpo di genio di questo film è la scelta del protagonista, James Mc Avoy, attore scozzese di belle speranze dotato di un musetto adorabile, di quelli che piacciono sia alle figlie che alle madri, la classica faccia da bravo ragazzo, di quelli che passano il loro tempo libero a far attraversare le vecchiette sulle strisce pedonali o a portar loro le sportine della spesa.
Qui il nostro dà il peggio di sé in un personaggio che va al di là dell'eccesso: la leggenda narra che si sia sottoposto a una specie di training preparatorio per entrare meglio nella parte di questo film a base di alimentazione con junk food, hamburger, fish and chips, whisky e birra .
E il peggio di se stesso equivale a un'adesione totale a un ruolo talmente eccessivo che si rischiava facilmente di esondare nella caricatura: Bruce Robertson è un maniaco ma di quelli pericolosi, drogato e alcolizzato, fortemente misogino e con nessun codice morale che possa fermarlo quando è il caso di arretrare un attimo di fronte alle brutture che gli propone la sua esistenza sempre sul filo del rasoio.
Del resto non ha nulla da perdere e cerca solo di guadagnare posizioni nella scala gerarchica calpestando etica e tutto quello che può per arrivare al suo scopo.
Non si tira dietro di fronte a nulla: nella malvagità ci sguazza.
Filth- Il lercio è un film che parte da uno scheletro da crime movie e divaga sul tema seguendo la lotta contro i demoni del suo protagonista.
E infatti l'indagine si perde tra i fumi dell'alcool e della droga, facendo venire fuori l'anima acida e allucinata di un film che vive dei suoi eccessi.
Ancora non importato in Italia è uno di quei film che se lo vedi doppiato godi meno della metà e dopo non ti lecchi neanche le dita per parafrasare una famosa pubblicità.
Filth- Il lercio non è il prossimo Trainspotting ma gli è fortemente debitore, diciamo che gli manca
un'unghietta per diventare un piccolo cult nonostante un McAvoy in stato di (dis)grazia, che da solo vale il cosiddetto prezzo del biglietto e un cast di supporto di quelli che fanno girare la testa ( tipo Jamie Bell ed Eddie Marsan).
L'unghietta che gli manca è quella di Danny Boyle perché con tutta la buona volontà Jon S. Baird al momento non è Danny Boyle.
Poi magari il ragazzo si farà e mi smentirà ampiamente....

PERCHE' SI : MacAvoy in una performance esagerata, eccellente cast di supporto, nichilista senza essere caricaturale
PERCHE' NO : sicuramente un film non per tutti, Baird non vale Boyle e non ci troviamo di fronte a un nuovo Trainspotting, ancora non importato in Italia.

( VOTO : 7 / 10 )

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mercoledì 4 febbraio 2015

Vampires ( 2010 )

La comunità vampirica del Belgio accetta di farsi riprendere nella sua quotidianità da una crew della tv nazionale. La famiglia prescelta dopo numerosi tentativi ( non andati troppo a buon fine con la perdita di diverse vite tra le maestranze televisive) è quella di Georges e di Bertha .Hanno due figli, Samson che vuole fare sesso con la moglie del capo della comunità belga ( l'unico tabù sessuale , sono concessi anche accoppiamenti incestuosi) mentre Grace che adora le casse da morto rosa , vuole a tutti i costi diventare umana.
Hanno anche una collaboratrice umana che li aiuta nelle incombenze di tutti i giorni e la polizia fornisce loro immigrati per nutrirli.
A causa delle intemperanze di Samson , Georges e la sua famiglia devono andare in esilio in Canada.
Terra in cui sono addirittura costretti a lavorare....
Qualche tempo fa parlando del piccolo cult neozelandese What We Do in the Shadows ( di cui abbiamo parlato qui ) avevo detto che era il primo mockumentary comedy horror sui vampiri che era comparso sulla scena cinematografica internazionale.
Ebbene sbagliavo perché alla fine del 2010 arrivò questo Vampires del belga Vincent Lanno, che ebbe un fugace passato italico al Torino Film Festival, vera e propria fucina di cinema alternativo.
Il film parte col botto narrando dei tentativi della televisione belga di girare questo documentario.
Sangue e risate in egual misura.
Poi si entra nella famiglia di Georges che se non fosse per le particolari abitudini alimentari e sessuali sarebbe una famiglia normalissima della media alta borghesia belga.
Si ride ancora ma dopo un po' la risata diventa una specie di spasmo sardonico , la mascella si contrae e si ride a denti strettissimi: questi vampiri si nutrono di bambini abbandonati, di prostitute, addirittura la polizia fornisce loro degli immigrati freschi di giornata che loro "allevano" per i loro banchetti serali.
E per loro il sangue è come il vino.
Vediamo la loro scuola in cui una delle materie fondamentali è la storia ( non siamo nulla senza la nostra storia) e assistiamo anche a un'esilarante lezione di anatomia impartita al giovane Samson, studente di asineria conclamata, che non riesce a trovare la carotide da mordere sul collo di un manichino in un'esercitazione.
Se all'inizio il tono del film è comico e beffardo, poi gradualmente si scivola nella satira e nel grottesco.
Ma non satira di altri film di vampiri ( nel 2010 siamo in piena bufera Twilight) anche se è netta la sensazione di voler superare i paletti del genere abbattendoli con l'arma dell'ironia, in realtà  la satira è ad alzo zero su una società sempre più chiusa.
La grana è grossa e il film nella seconda parte si inceppa nel voler essere semplicemente latore del messaggio di satira sociale ( vedi l'ultima parte del film, quella del Canada) ma rimane negli occhi quanto brillantemente esposto prima.
Il film di Lannoo evidenzia che la cinematografia belga tende a essere sempre al di fuori di certi confini e riporta in auge una pellicola proveniente sempre dal Belgio, dimenticata dai più, come Il cameraman e l'assassino ( di cui abbiamo parlato qua ) e che era incentrato su una troupe televisiva che seguiva un killer seriale abituato a fare piazza pulita di tutti quelli che per lui erano i "pesci piccoli" della società.
L'eco di quel film del '92 è forte ma nel mockumentary di Lannoo è tutto visto con una dose maggiore di ironia, lì c'erano solo i brividi nel vedere in azione un uomo che sembrava nato solo per fare del male agli altri.
Astenersi fanatici duri e crudi di splatter e gore. qui siamo sotto il minimo sindacale.
Si cerca di buttarla a ridere ma le gags sulle difficoltà dei vampiri nella vita di oggi ( e la condanna all'immortalità, peso gravosissimo per Grace) col passare dei minuti cominciano ad accusare il peso della ripetitività e si ha la netta sensazione che  la comicità non abbia la  benzina sufficiente per arrivare alla fine del film.
Lannoo ci prova allora con la satira e la metafora sociale centrando più o meno il bersaglio.
L'impressione è che l'espediente del mockumentary poteva essere tranquillamente lasciato da parte: la messa in scena volutamente povera tende con i minuti a esporre tutta la sua piattezza e questo si risente sul risultato finale di un film comunque originale e che cerca di rielaborare i clichè dei film di vampiri semplicemente parodiandone gli stereotipi.
Cosa che in What We Do in the Shadows è semplicemente venuta meglio dall'alto di una scrittura e di una struttura filmica molto meglio collaudata.

PERCHE' SI : ironia sul mondo dei vampiri, originale, si ride a denti strettissimi perché grottesco e satira sociale vanno a braccetto
PERCHE' NO : film che non ha la benzina sufficiente per tutti gli 88 minuti, splatter e gore sotto il minimo sindacale satira e metafora di grana grossa

( VOTO : 6,5 / 10 ) 

Vampires (2010) on IMDb