I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.
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giovedì 5 marzo 2015

Italia anni '70 : Reazione a catena ( 1971 )

In una villa che domina una baia in una località imprecisata, una vecchia signora su una sedia a rotelle viene uccisa per strangolamento cercando di simulare un suicidio.
L'autore del delitto viene subito ucciso da una mano imprecisata e il suo corpo viene gettato nello specchio di mare davanti alla baia.
La polizia derubrica subito la morte dell'anziana signore come un suicidio perché trova un biglietto in cui la donna aveva scritto che non aveva più senso vivere e intanto un architetto che era in contatto con l'anziana signora si mette subito in moto credendo che così possa cominciare una speculazione edilizia sulla zona.
Ma i morti cominciano a fioccare e la situazione si fa sempre più ingarbugliata.
Reazione a catena ( ma di titoli ne ha tanti questa pellicola da Ecologia del delitto fino a Bay of blood o Bahia de Sangre che dir si voglia) è il film che consegna il cineasta Mario Bava, supremo conoscitore dell'artigianato cinematografico, uomo praticamente in grado di svolgere qualsiasi mansione tecnica su di un set cinematografico, alla storia del cinema.
E lo fa in maniera curiosa , quasi paradossale.
Lui che aveva svezzato una generazione di giovani registi ( un nome su tutti? Dario Argento, quando ancora sapeva fare cinema ), lui che aveva creato , non volendo, i canoni stilistici del giallo all'italiana usando la tecnica del whodunit, lui che aveva esplorato tanto e bene il versante horror del cinema , genere in Italia che all'epoca era seguito da un manipolo piuttosto ristretto di appassionati, e che lo aveva portato alla grande distribuzione pur con tutti i problemi produttivi che ha avuto sempre con quasi tutti i suoi film, con questo Reazione a catena sembra tornare indietro sui suoi passi ed esplorare altri sentieri di cinema possibile.
Non più horror tout court, non più whodunit, non più il giallo all'italiana in cui dopo l'esordio di Argento, altri volenterosi e talentuosi registi si stanno muovendo in quegli inizi di anni '70 (  Aldo Lado, Lucio Fulci, Umberto , De Martino e altri) ma un nuovo modo di condurre la narrazione di un'efferata vicenda criminale.
Non si usa la suspense, non più la tensione che sale attimo dopo attimo, ma  delitti violenti e sanguinari, tutti perpetrati a favore di camera e che intrinsecamente contengono quel quid di grottesco che li fa diventare a loro modo beffardi, quasi che Bava volesse farsi beffe di personaggi che sembrano più che altro antipatiche caricature, trattati alla stessa stregua della carne da macello  come se il set cinematografico fosse un gigantesco mattatoio.
Il grande Mario non lo sapeva, forse non lo ha mai saputo , ma con questo film ha creato l'archetipo dello slasher, sottogenere horror esploso a fine anni '70 e  che da Halloween di Carpenter e dal seminale Venerdì 13 (soprattutto i primi due film della saga cresciuta intorno a Crystal Lake, che sembrano una ricopiatura di sana pianta del film di Bava) in avanti , fa ancora parlare di sé   a quasi quaranta anni di distanza.
Così come parliamo ancora di questo Reazione a catena che di anni ne ha quasi quarantaquattro e che non ha nessuna voglia di invecchiare.
Per il cinefilo e per il maniaco dell'horror che abiura totalmente dalla CGI che plastifica tutto nell'estetica cinematografica di oggi, Reazione a catena è una successione di orgasmi filmici, uno dietro l'altro.
La contessa fatta fuori impiccandola da una sedia a rotelle , lo sgozzamento con la roncola della ragazza bionda che fuggendo cerca di avvertire i propri amici , la stessa roncola che spacca in due la faccia di un suo amico, una decapitazione in piena regola, un omicidio doppio mentre una coppia è alle prese con un amplesso furioso e così via, siamo alla sagra dell'omicidio all'arma bianca ma ogni volta Bava ci stupisce per dettaglio, per prospettiva, per il modo in cui gira il tutto, quasi volesse mettere in primo piano anche un lato ironico che sa tanto di sarcasmo.
Bava si prende gioco dei suoi personaggi, tutti simboli della grettezza e dell'avidità umana ( l'unico che manifesta un briciolo di umanità è paradossalmente la contessa, tra i personaggi principali quello che sta meno in scena, per via del suo rapporto col figlio naturale Simone che vuole in qualche modo proteggere), si prede gioco delle regole cinematografiche del genere e forse anche degli spettatori, pur rispettando come pochi il suo pubblico, con un film dalla sceneggiatura a prima vista intricatissima ma che in realtà  si muove seguendo logiche semplicissime, oserei dire newtoniane, di azione e reazione.
E il finale , il ghigno finale di una Nicoletta Elmi bambina , è il simbolo perfetto della grande beffa ordita da un Mario Bava che non aveva mai usato così sapientemente l'arma del sarcasmo.
Reazione a catena è il film da far vedere ai ragazzini italiani che dicono che in Italia non siamo mai stati capaci di fare cinema.
Perchè noi il cinema lo sapevamo fare.
Anzi eravamo di un incollatura avanti a tutti.

PERCHE' SI : archetipo di un nuovo genere, violenza ed efferatezza ai massimi livelli ma anche sarcasmo e ironia macabra, quasi tutte le sequenze di omicidio sono da ricordare, ultracitato
PERCHE' NO : la sceneggiatura , pur intricata , è solo un canovaccio su cui improvvisare, il bagno di sangue può non essere adatto a tutti gli stomaci, difficile trovare difetti in un film che si ama alla follia...

( VOTO : 8 / 10 )

 A Bay of Blood (1971) on IMDb

domenica 12 ottobre 2014

Italia anni '70 - Il profumo della signora in nero ( 1974 )

Roma anni '70 : Silvia lavora , forse un po' troppo, in un laboratorio di chimica ed è travagliata da un trauma infantile, il pensiero di aver causato la morte della madre.
Ma è serena, è fidanzata ed è realizzata professionalmente. Una sera a casa di amici è sconvolta dal discorso che intraprende il professore di sociologia Andy, il quale afferma che in Africa ancora si è dediti a culti oscuri e a sacrifici umani.
Tutto questo le fa riaffiorare nella memoria alcuni momenti della sua infanzia tra cui il ricordo della figura della madre nell'atto di cospargersi di profumo.
Per Silvia comincia la discesa nell'abisso, una bambina si trasferisce a casa sua , terrorizzandola , accadono altri sanguinosi accadimenti e per lei è sempre più difficile distinguere la realtà dall'incubo.
Si suicida ma il suo corpo viene recuperato da una setta di individui di grigio vestiti che la mette al centro del loro culto.
E in questa setta ci sono tutti coloro che facevano parte della sua vita, dal fidanzato, al professore, allo svampito vicino di casa....
In un tempo di thriller a sfondo mitologico animale come quelli di Argento e di una quasi infinita serie di filmacci nati sulla scia dei primi lavori del regista romano , il film di Barilli si erge nettamente sopra la media per gusto figurativo e per rifuggire quasi del tutto quel gusto grandiguignolesco che caratterizzava il genere.
Il punto di riferimento è ben evidente ed è il Polanski di Rosemary's Baby ma anche quello di Repulsion.
Silvia vive apparentemente felice , ha una bella casa, un bel lavoro, un fidanzato che la ama e si lamenta perché la vede troppo poco, non ha problemi economici.
Ha tutto quello che una giovane donna come lei può desiderare:
Eppure c'è qualcosa che non va in lei..... o forse c'è qualcosa che non va in quello che la circonda.
La Roma inquadrata da Barilli è assolata, svuotata come può esserlo nella canicola agostana , ha un aspetto vagamente spettrale  un po' come la casa di Silvia e il condominio in cui abita.
Sembra che tutto faccia a gara per opprimerla o per disseminare la sua psiche di dubbi.
E questi dubbi diventano sempre più grandi, dei macigni che condizionano la vita di Silvia a tal punto che non è più in grado di discernere quale sia la realtà e quale sia l'incubo.
Lo spettatore vede tutto con gli occhi di Silvia , quindi è portato ad empatizzare fortemente la sua figura fragile e tormentata e anche lui, come lei, è inerme di fronte alle sue visioni e alla presenza ingombrante di quella bambina che fa da cassa di risonanza a tutte le sue fobie e dà voce a tutto il pregresso traumatico della sua infanzia.
Se sono innegabili le influenze polanskiane , andando un po' più in fondo si possono notare analogie anche con un altro thriller " cospirazionista" come il bel La corta notte delle bambole di vetro di Aldo Lado, ancora più ardito sotto il profilo stilistico, e non si possono sottacere le similitudini tra questo Il profumo della signora in nero con Macchie Solari , film di Armando Crispino uscito l'anno successivo ( in comune una Roma spettrale come non mai e la biondissima Mimsy Farmer) e anche quell'aroma , sempre polanskiano, de L'inquilino del terzo piano, comunque successivo a questa pellicola di Barilli.
A differenza dei suoi contemporanei, thriller nati sull'onda del successo di Dario Argento, Il profumo della signora in nero, è un film dal ritmo piuttosto compassato, che punta poco o nulla sul sangue o sull'effettaccio fine a se stesso, ma indugia sull'atmosfera, sulla suggestione , suggerendo l'orrore più che mostrarlo.
E quando lo mostra , nelle ultime, bellissime sequenze, il pugno allo stomaco è garantito.
Il finale è qualcosa di raggelante, senza speranza, bello figurativamente ma terribile.
E' un vero peccato che Barilli non abbia proseguito su questa strada ma sia rimasto invischiato in una carriera da attore di secondo piano e regista di documentari o di fiction televisive.
Il talento c'era e aveva una vita davanti per dimostrarlo , quando fece questo film aveva appena 31 anni.
Nel 2012 è comparso come attore e come guest director nel film La casa nel vento dei morti di Francesco Campanini.

PERCHE' SI : thriller a tinte orrorifiche che punta tutto sull'atmosfera, ottima Mimsy Farmer, grande gusto figurativo di Barilli
PERCHE' NO : ritmo forse un po' compassato, qualche attore comprimario non all'altezza

( VOTO : 7 / 10 ) 

domenica 8 giugno 2014

Italia anni '70 - Milano violenta ( 1976 )

Raul Montalbani, detto il Gatto, organizza assieme ad altri complici e a un basista una rapina alla ASPEX. Però non tutto va come dovrebbe perché la polizia li individua subito e loro sono costretti a fuggire lasciando dietro di loro una cospicua scia di sangue.Due dei rapinatori fuggono con il malloppo, altri due sono inseguiti dalla polizia e sono costretti a prendere degli ostaggi.
Il Gatto però sopravvive e , una volta calmate le acque , va alla ricerca dei due complici con la refurtiva per dividersela .
Ma non è così semplice perché lui si sente tradito e loro non vogliono dividere. Tentano di ucciderlo nel mattatoio dove si sono dati appuntamento per riprendere i soldi da dove li avevano nascosti  e fuggono in una villa dell'hinterland milanese.
Il Gatto però sopravvive e aiutato da una prostituta li trova per vendicarsi.
La polizia è però sulle sue tracce....
Milano violenta è un poliziottesco targato Mario Caiano, uno che si era distinto con alcuni titoli nel genere action all'italiana.
Diciamo che pur essendo messo nel calderone del poliziottesco,  a causa soprattutto di un titolo inequivocabile che riprende lo stilema classico del genere in cui le città sono violente ,sparano o si incazzano, perché in realtà se si va a raffrontare con altre pellicole ad essa assimilabili, si colgono innegabili differenze stilistiche.
E' vero, c'è violenza con un certa propensione per il gore ed è anche piuttosto esibita , in special maniera
nella prima parte, ci sono sequenze spettacolari di inseguimento ( anche se molte meno della media del genere), ci sono figure tratteggiate a colpi di accetta come quella del commissario, che non è il fulcro del film, anzi è una figurina di cartone monodimensionale e vagamente caricaturale e questo già marca una differenza piuttosto sostanziale con i "colleghi" di genere, o quella classica della puttana dal cuore d'oro ( una Silvia Dionisio bellissima anche se meno discinta del solito) uno dei luoghi comuni più difficili da erodere in cinema di un certo tipo.
Presto la pellicola di Caiano assume altre caratteristiche: è un film fondamentalmente di vendetta e di resa dei conti tra rapinatori che in realtà sono le uniche figure che sembrano avere un certo spessore e una certa considerazione nella sceneggiatura.
Proprio questo suo concentrarsi evidentemente sui "cattivi" fa spostare l'asse del film dal genere poliziottesco verso il noir o il gangster movie.
Naturalmente tutto riletto alla maniera sbrigativa di come si facevano questi film , fabbricati in serie col male e peggio, soprattutto in sede di sceneggiatura e dialoghi, perché dovevano consegnare al pubblico che affollava le sale cinematografiche di quel periodo solo quello che voleva: evasione, violenza, sequenze spettacolari fatte con l'unico scopo di far salire il cuore in gola, immediatamente dietro alle tonsille.
Milano violenta riesce parzialmente nello scopo perché se è vero che è dotato di qualche scena adrenalinica  , è anche vero che nella seconda parte si trasforma in un film di attese richiamandosi alle atmosfere del noir gangster movie americano e a quelle del polar francese.
Con tutte le distinzioni del caso perché, come più volte affermato la sceneggiatura non pare tutto questo granché e anche la logica in molti momenti va proprio a farsi benedire.
I punti di forza di questo film risiedono nel cast di tutto rispetto con diversi volti noti del genere che sembrano al posto giusto nel momento giusto, in una fotografia sgranata e autunnale che si rivela azzeccata e quel suo voler essere diverso nonostante un titolo che lo rende immediatamente ascrivibile al genere poliziottesco.
Il titolo era ( ed è) se non tutto , molto quando si tratta di far incassare.
E questi film dovevano solo incassare, non perdersi di fronte a tanti sofismi d'autore.
Altro particolare, una curiosità più che altro: a parte il segmento iniziale, quello della rapina , questo film con Milano c'entra poco o nulla essendo stato girato in gran parte a Roma, al mattatoio di Testaccio e in una villa bellissima ma che potrebbe essere situata in qualsiasi parte d'Italia....

( VOTO : 6 / 10 )

Milano violenta (1976) on IMDb

domenica 23 marzo 2014

Italia anni '70 - Roma a mano armata ( 1976 )

Il commissario Tanzi è un poliziotto che usa metodi piuttosto rudi quando ha a che fare con i malviventi mosso da un'animosità fuori dal comune. Questo lo mette in cattiva luce presso i superiori e lo rende bersaglio della criminalità. Quando dopo una rapina va a cercare al mattatoio un criminale di mezza tacca, il Gobbo , lo picchia selvaggiamente e lui architetta un finto suicidio durante l'interrogatorio. Ma non è innocente , architetta il rapimento della compagna di Tanzi per minacciare lui e uccide un altro criminale mentre sta dando al commissario informazioni preziose.
Il duello finale si avvicina...
Roma a mano armata nacque per sfruttare al massimo dal punto di vista economico l'enorme successo commerciale riportato dal precedente Roma Violenta.
Al produttore Luciano Martino, ma anche ad altri, sembrò di avere trovato la gallina dalle uova d'oro e riempirono le sale cinematografiche di città violente ( Roma, Napoli, Milano,Genova, Torino), a mano armata o che si incazzavano.
Film osannati dal pubblico e osteggiati apertamente dalla critica che li definiva senza mezzi termini ricchi di rigurgiti fascistoidi e inutilmente violenti.
Ma era proprio quella l'intenzione: colpire alle viscere con personaggi che incarnavano la sete di giustizia fai da te di un pubblico che rifuggiva ogni catalogazione politica.
La squadra vincente non si cambia , al massimo si arricchisce di nuovi, valenti elementi: è questo il caso di Roma a mano armata la cui regia viene affidata alle mani esperte del toscanaccio Lenzi, uno specialista del genere action, ideale per una pellicola veloce e spettacolare come doveva essere questa, reduce da uno dei film considerati precursori del genere poliziottesco, quel Milano odia : la polizia non può sparare che arrivava ad avere la statura del noir.
Come protagonista è confermato Merli in un personaggio sostanzialmente identico a quello del film precedente solo che qui si chiama Tanzi e lì si chiamava Betti.
A dirla tutta Tanzi è ancora più fascista , incazzato e reazionario di Betti che perlomeno qualche dubbio etico nell'amministrazione della "sua " giustizia se lo poneva.
Tanzi invece picchia come un fabbro ferraio, si fa beffe delle regole e dei diritti dei detenuti, è un giustiziere fatto e finito che non esita neanche a picchiare un disabile, cattivissimo ma sempre disabile, come il Gobbo.
Ecco Roma a mano armata è importante anche per l'introduzione del personaggio del Gobbo che poi sarà ripreso da altri film e che darà il via alla creazione di un personaggio che poi avrà successo incredibile, quello del Monnezza , che nella finzione è il fratello del Gobbo, il suo alter ego e la sua nemesi allo stesso tempo.
Anche il cast di contorno è di primissima qualità con vari volti noti del cinema di genere che qui si prestano in parti secondarie ed è da ricordare anche la partecipazione del bravo Giampiero Albertini, che aveva prestato e all'epoca stava prestando la voce al Peter Falk di Colombo.
La sceneggiatura fu scritta in pochissimo tempo da Dardano Sacchetti, altra superstar del genere, dopo che Lenzi ne aveva rifiutata un'altra a suo modo di dire farraginosa e di poco impatto.
Il film naturalmente fu un successo e nella gente a dispetto di qualsiasi correttezza politica rimase molto più simpatico il personaggio del Gobbo, un proletario a suo modo di successo, anche se ottenuto illegalmente, piuttosto che il paladino della giustizia Tanzi, bello, con una bella fidanzata e appartenente a un mondo in cui il cittadino normale si riconosceva poco.
La struttura del film è rapsodica, non viene raccontata una sola vicenda ma ne vengono raccolte insieme tante, a mosaico, anche se è ben chiaro sin da subito che il Gobbo e Tanzi avranno un sanguinoso rendez vous finale.
Il film può essere tacciato di schematismo, di essere rozzo nei personaggi e nelle ideologie e sarà tutto vero ma è anche indubitabile che è tutto voluto, pianificato dall'alto.
Lenzi, Sacchetti e tutta la produzione volevano questo: un film che colpisse le viscere, qualcosa che suscitasse reazioni di pancia, qualcosa ben lontano dal cinema intellettuale di sinistra.
E tutto questo senza politicizzazioni di sorta: pur accostato a idee destrorse, questo tipo di cinema era fatto da uomini che se ne infischiavano bellamente della politica.
Gli importava solo di fare più soldi possibili...

(VOTO :  7 / 10 )

Roma a mano armata (1976) on IMDb

domenica 23 febbraio 2014

Italia anni '70 - Roma violenta ( 1975 )

Il commissario Betti, fortemente segnato dalla morte violenta di un fratello diciottenne si trova ad indagare sull'omicidio di un ragazzo diciassettenne ucciso durante la rapina ad un autobus. Le indagini condotte grazie all'ausilio di infiltrati permettono di scoprire i colpevoli. Betti ama poco le scartoffie, vuole azione e giustizia anche con metodi piuttosto spicci. Ed è per questo che viene allontanato dalla polizia quando uccide un rapinatore colto in flagrante, detto il Chiodo, che per coprirsi la fuga non aveva esitato neanche un secondo a uccidere a colpi di mitra tre bambini, oltre ad aver ridotto a vita su una sedia a rotelle il collega di Betti intervenuto assieme a lui per sventare la rapina. Uscito dalla polizia Betti viene reclutato da una piccola organizzazione di professionisti e commercianti vittime di violenze e stanchi di essere rapinati , che organizzano ronde notturne per cogliere i furfanti sul fatto. 
Il capo di questo gruppetto di cittadini amanti della giustizia fai-da-te è l'avvocato Sartori che sarà vittima di una vendetta atroce da parte di una coppia di malviventi. 
Betti capisce che neanche questo è il modo ideale per fare giustizia....
C'era un tempo agli inizi degli anni '70 in cui il cinema italiano aveva cominciato a guardare voluttuosamente all'action di Oltreoceano, ai vari Steve McQueen , a Il braccio violento della legge e più precisamente alla saga dell'ispettore Callaghan che già era una variazione "vitaminica " del genere che era stato sdoganato da poco anche in sede di premi Oscar( i 5 Oscar vinti proprio da Friedkin con Il braccio violento della legge).
In Italia fu la volta di un film di Enzo G.Castellari con protagonista Franco Nero , La polizia incrimina la legge assolve, che dava una nuova credibilità al film poliziesco italiano. I produttori dell'epoca , dopo il successo di quel film cominciarono a pensare a una sorta di sequel apocrifo diretto dallo stesso regista e con lo stesso protagonista, Franco Nero, nel ruolo del commissario Belli.
Ma Castellari litigò con la produzione, Franco Nero costava troppo perchè ormai era attore di successo consolidato, così intervenne Marino Girolami ( regista di lungo corso che aveva fatto un po' di tutto nella sua carriera, dai musicarelli ai film di Franco e Ciccio per finire con Alvaro Vitali e i film di Pierino, l'ultimo suo film è Gigi il bullo) , padre di Enzo G. Castellari, nato Enzo Girolami, che girò il film con lo pseudonimo di Franco Martinelli.
Come attore protagonista fu ingaggiato una specie di surrogato di Franco Nero, almeno dal punto di vista fisico: si trattava di Maurizio Merli, aspetto nordico, capello biondo e mustacchio scuro, atletico, ben messo fisicamente e sprezzante del pericolo tanto da girare anche le scene più pericolose senza controfigura.
Era nato il mitico commissario Betti ( anche il nome è simile a quello del commissario de La polizia incrimina , la legge assolve), protagonista di un ideale trilogia che vede assieme a questo film  un altro paio di titoli veramente cult come Napoli violenta , che per me è l'apice del genere, e Italia a mano armata.
Il successo di pubblico fu straordinario, oltre due miliardi e mezzo di lire che per un film uscito nel pieno della canicola estiva agostana erano un risultato eccezionale.
Era stato creato un nuovo genere, ribattezzato un po' per gioco e un po' per denigrarlo, poliziottesco, un'estremizzazione del concetto di genere poliziesco però tutto italiano.
E all'epoca noi italiani dal punto di vista tecnico non avevamo niente da invidiare a nessuno e chi vedrà Roma violenta se ne potrà rendere conto molto agevolmente.
Sbertucciati senza pietà dai critici dell'epoca ( però riempivano le sale ) e oggetto di una rivalutazione molto accesa in epoca più moderna, forse anche eccessiva per certi versi e soprattutto acritica verso titoli appartenenti al genere e assolutamente non all'altezza  , Roma violenta e i suoi figliocci putativi erano il frutto del fermento sociale che si agitava all'epoca.
Roma violenta è accusato senza termini di essere un prodotto populista e fascistoide , come altri polizieschi dell'epoca : ok, in apparenza è così perchè i poliziotti sono tutti belli e buoni, mentre i malviventi sono tutti brutti, vestiti male ( e vagamente sinistrorsi all'apparenza) e spietati, è così anche perchè il tema della giustizia fai-da-te, era  molto sentito da una certa frangia politica e c'era una contrapposizione selvaggia tra destra e sinistra.
Nel mio piccolo mi permetto di dubitare: questi film erano prodotti esclusivamente per fare soldi, era stato creato un nuovo genere in cui le sequenze dovevano essere spettacolari e spericolate, in cui la parte action doveva prevalere su quella poliziesca non lesinando sulla violenza.
La struttura narrativa di Roma violenta ne è testimonianza lampante: c'è un filo conduttore in tutto il film ma l'andamento è rapsodico, non c'è una storia che ha un inizio e una fine , è solo un frame di divenire colto nei 90 minuti di proiezione che prendono in considerazione vari casi passati tra le mani del cazzutissimo commissario Betti, il terrore della criminalità romana di basso e medio cabotaggio, un mito per i suoi colleghi e un incubo per i suoi superiori, costretti a coprire loro malgrado le gesta di un poliziotto che ha un concetto tuo suo del tema della giustizia e del metodo di indagine.
Queto film doveva essere qualcosa di forte da dare in pasto alle fauci fameliche del pubblico italiano in cerca di emozioni.
Roma violenta lo era. E' forte ancora oggi.
Si veda la lunga scena dell'inseguimento nella parte centrale del film: il commissario Betti a cavallo della sua Giulia amaranto insegue per tutta Roma la BMW grigia in cui c'è il rapinatore detto il Chiodo.
Che ha da invidiare ad analoghe scene del cinema action americano? Assolutamente nulla.
Vogliamo parlare poi delle soggettive di cui Girolami fa ampio uso durante i dieci-minuti-dieci di questo inseguimento o di quella inquadratura particolare ad altezza asfalto con la  ruota sinistra della Giulia in primissimo piano?
E quanto è figo Betti quando col piede destro, in un'azione altamente acrobatica rompe con vari colpi del suo piede destro il parabrezza incrinato della sua auto continuando l'inseguimento come se nulla fosse ed evitando di fermarsi?
Vedete voi se ci riuscite: come minimo vi parte una rotula, l'articolazione coxofemorale e anche un paio di vertebre sacrali.
Roma violenta e i poliziotteschi in genere probabilmente non erano ritratti oggettivi e realistici di quello che succedeva in Italia in quel periodo. Erano estremizzazioni spettacolari che partendo da un sentire comune e dalla sensazione continua della precarietà della sicurezza ( che ancora oggi c'è anche se i reati , statisticamente parlando sono in calo).
Gente come Girolami, Castellari, Lenzi ecc ecc se ne fregava della politica.
A loro interessava fare soldi.
E Roma violenta ne fece un mucchio.
Rivisto con gli occhi di oggi fa ancora un certo effetto vedere Betti che picchia come un fabbro e spara come un pistolero, fa effetto anche trovare una scena parecchio forte per l'epoca come la violenza sessuale perpetrata sulla procace figlia dell'avvocato Sartori , proprio sotto gli occhi del padre o anche la scena dell'ostaggio preso durante la rapina in banca che viene scaricato sull'asfalto senza pietà , uccidendolo sul colpo.
Si vuole colpire intenzionalmente sotto la cintola e ci si riesce.
E in più si aggiunge il fattore nostalgia perchè oggi non siamo più capaci di fare film di questo tipo.
Non ci sono più i grandi artigiani che avevamo prima.
Forse è per questo che facciamo solo commedie....

( VOTO : 7 + / 10 )   

Violent City (1975) on IMDb

domenica 16 febbraio 2014

Italia anni '70 - L'etrusco uccide ancora ( 1972 )

Jason Porter, archeologo è in Italia , vicino Spoleto per fare degli scavi nella locale necropoli etrusca. Fotografa l'interno di una necropoli un affresco in cui riconosce il dio Tuculca, un dio terribile che uccide a colpi di bastone. E sembra che una coppietta ritrovata barbaramente massacrata a colpi di bastone sia stata uccisa proprio seguendo il rituale del dio etrusco. Porter è sospettato anche per via del suo passato oscuro da alcolista che torna con le fattezze della sua ex fidanzata Myra , ora assieme all'umorale direttore d'orchestra Samarakis che è a Spoleto per un concerto.
L'accostamento degli omicidi al rito del dio Tuculca fa guadagnare al serial killer un 'aura quasi soprannaturale. Porter , il sospettato numero uno, comincia ad indagare per conto suo....
L'etrusco uccide ancora è la prima delle due incursioni di Armando Crispino nel campo del giallo / thriller che allora stava per affermarsi su larga scala.
Ma lo fa sempre partendo da un'ottica più alta rispetto al genere in cui si cala , mettendosi nella scia del giovane Argento ma allo stesso tempo usando delle soluzioni poi mutuate da lui e da altri in anni successivi ( lo stesso utilizzo della musica, il Requiem di Verdi, che sottolinea con la sua forza espressiva la brutalità degli omicidi, sarà condiviso anche da Argento in Profondo Rosso come anche in altri suoi film successivi).
L'etrusco uccide ancora deve molto del suo fascino ad un ambientazione peculiare ritrovata anche in altri gialli all'italiana ma che qui viene sfruttata a dovere.
Spoleto è un set naturale bellissimo utilizzato con una certa generosità,  fa da sfondo a un lungo inseguimento in automobile che non ha nulla da invidiare a quello che faranno successivamente i registi dei poliziotteschi e in una sua chiesa medievale è ambientato il gran finale.
Crispino , regista non prolifico e sicuramente non specializzato nel genere non ha la stessa capacità di costruire suspense come i vari Argento o Mario Bava, anzi talvolta si perde in disquisizioni che annacquano la narrazione ( vedi le schermaglie sentimentali, veramente inutili per l'appassionato , che in questo film fanno da riempitivo forse un po' troppo presente ) ma ha delle trovate registiche che lo pongono assolutamente al di sopra della media dei registi, artigiani a tutto tondo ma spesso con la mano un po' greve, che andavano per la maggiore nel genere del thriller all'italiana.
 Il cast è internazionale, il doppiaggio ha qualche incertezza ( troppo impostata la voce italiana di Alex Cord, attore piuttosto mediocre, la voce spesso non c'entra nulla con la faccia inespressiva dell'attore americano, ha troppe sfumature ), c'è una certa ambiguità , forse non mantenuta a lungo come succedeva nel successivo Macchie Solari con il suo incipit horror ( ho ancora davanti agli occhi la cicciona zombie che, completamente nuda  va in giro per la sala autopsie) che cerca di far galleggiare il film tra il normale giallo/thriller e un qualcosa che sembri soprannaturale, la storia semplice semplice si dipana senza troppe complicazioni e può accadere di indovinare subito chi è l'assassino.
Interessante anche la figura del commissario, scevro da regionalismi di sorta , che ha una caratterizzazione molto britannica, forse troppo per essere un poliziotto di una piccola città di provincia.
A distanza di oltre 40 anni L'etrusco uccide ancora mantiene ancora un certo fascino e comunque resta un documento d'epoca molto interessante, senza dimenticare la sua importanza storica per il genere.

( VOTO : 7 / 10 )  

The Dead Are Alive (1972) on IMDb

domenica 9 febbraio 2014

Italia anni '70 - Macchie solari ( 1975 )

Simona , medico che sta preparando la sua tesi per la specializzazione in anatomopatologia sulla distinzione tra suicidi veri e simulati ( cioè omicidi mascherati da suicidi ), si trova a fronteggiare assieme agli altri medici dell'obitorio una strana ondata di suicidi avvenuti nella canicola della Roma agostana.E' talmente stressata che per lei i cadaveri si animano ma lei è in pericolo soprattutto a causa di una storiaccia riguardante il padre, una sua fiamma ritrovata morta sulla spiaggia e un prete assai improbabile, fratello della vittima, che asserisce che la ragazza è stata uccisa e non si è suicidata come pensano tutti....
Macchie solari è la seconda ( e ultima ) escursione di Armando Crispino nel genere del giallo / horror / thriller all'italiana dopo il meritorio L'etrusco uccide ancora ( prossimamente su questi schermi) che gli aveva fatto meritare una discreta fama internazionale e che aveva anticipato alcuni dei temi estetici poi ritrovati in Profondo Rosso di Dario Argento.
Quindi sarebbe frettoloso catalogare Crispino come un semplice emulatore che si è messo nella scia del cinema di Argento.
Anche Macchie solari ha le stigmate del film che non è semplicemente derivativo , ma un qualcosa che cerca di andare oltre e fa estremo piacere che in tema di revival di un certo periodo del nostro cinema, anche questi due film siano stati rivalutati adeguatamente.
Parte come un horror in cui sequenze ad alto tasso adrenalinico accolgono e sorprendono uno spettatore che forse si aspettava altro e poi si mette nel ben più confortevole alveo del giallo all'italiana in cui quello che più conta non è tanto la storia ( che in fin dei conti non è così brillante ed originale, impossibile da raccontare altrimenti si spoilera selvaggiamente) ma l'atmosfera che viene creata in una Roma torrida e assolata flagellata da morti sospette che avvengono tutte alla luce del sole, anzi viene scardinata la suspense che potrebbe essere creata con l'uso del buio e delle ombre in favore di qualcosa di diverso.
Si crea un parallelismo tra i brillamenti solari ( quelli che si vedono nelle varie sequenze che accompagnano i decessi non sono macchie solari) e le morti, si vuol portare lo spettatore a credere alla teoria che le attività solari condizionino la vita degli uomini sulla Terra, teoria fascinosa , esoterica ma mai dimostrata compiutamente, almeno a quanto ho letto io.
Macchie solari non è un film perfetto ma piace , ha un fascino malsano,  si nota a tratti la volontà di compiacere il grosso pubblico semplificando al massimo l'intrigo e mostrando generosamente( molto generosamente)  le grazie di una Mimsy Farmer ormai abbonata a un certo tipo di personaggi border line, o pazze o sul limite di esserlo.
Però si vede che a Crispino sembra interessare altro, anche la soluzione del giallo è quasi buttata là con noncuranza, si ha la sensazione che quasi l'anima gialla di questo film venga maltrattata nonostante la soluzione venga svelata solo alla fine e abbia la più classica delle strutture whodunit.
E non è neanche una sorpresa.
Il film ha avuto una discreta risonanza internazionale circolando col titolo di Autopsy, calcando quindi sull'anima horror manifestata soprattutto all'inizio e in tutte le scene riguardanti l'obitorio ( guardare anche le varie fotografie della dottoressa e del suo amico fotografo che hanno tutta l'aria di essere vere e che ritraggano veri casi anatomopatologici , ben prima delle copertine degli album dei Carcass) .
Musiche di Morricone, minimali e stranianti e memorabile la scena della cicciona nuda che se ne va in giro per l'obitorio nonostante abbia i segni di 16 coltellate addosso.
Ecco, anche sotto il profilo del mostrare corpi nudi, Armando Crispino non si fa alcun problema...anzi.

( VOTO : 6,5 / 10 ) 

  Autopsy (1975) on IMDb

domenica 2 febbraio 2014

Italia anni '70 - Il deserto dei Tartari ( 1976 )

Il giovane tenente Drogo viene inviato in missione in una fortezza ai margini del deserto. Qui attende, come tutti gli altri, dal più alto in grado tra gli ufficiali all'ultimo soldato della truppa, il fatidico momento del combattimento con i nemici, i famigerati Tartari. Ma questo momento tarda ad arrivare, la fortezza sembra inglobare Drogo e i suoi colleghi in un limbo in cui non accade nulla. Drogo invecchia e i suoi sogni miseramente cadono nell'oblio uno dietro l'altro.
E i Tartari.....
Il deserto è tutto tranne che è immobile.
Cambia la conformazione ad ogni alito di vento, la sabbia offusca lo sguardo e cambia quasi magicamente di posto.
Eppure nel romanzo di Buzzati come anche nella trasposizione di Zurlini il  deserto è usato come metafora dell'immobilità.E' un non luogo da monitorare continuamente con i binocoli per attendere qualcosa che ha contorni talmente sfumati che sconfina agevolmente nel mito.
I Tartari, nemici invisibili sono attesi da tempo immemore  da tutti gli abitanti della fortezza Bastiano, dall'ultimo della truppa al primo degli ufficiali.
Inutilmente.
E tra gli altri c'è anche Govanni Battista Drogo sottotenente di prima nomina che lascia una vita confortevole, una madre e una fidanzata pur di coltivare il proprio sogno. 
In realtà una suggestione increspata dell'inquietudine di chi non sa.
Drogo vuole fuggire dalla fortezza ma rimane come avvinto in un incantesimo, una tela di ragno che lo  imprigiona sempre di più. Come se la fortezza fosse un'entità pensante che ipnotizza i suoi occupanti. Un pò come l'oceano pensante di Solaris.
E con lui imprigiona le giovinezze che sono leste ad andare via. 
Drogo sciupa il suo tempo finche il tempo sciupa lui.
Tutto a consumarsi nell'attesa di un nemico che non compare mai.

E quando finalmente manifesta la propria presenza per il capitano Drogo, fu sottotenente di prima nomina, è troppo tardi.
I suoi occhi si chiuderanno prima di riuscire a vederli ma almeno avvertirà la loro presenza, saprà della loro esistenza.
Zurlini riesce a trasporre il romanzo di Buzzati con l'eleganza che da sempre ha contraddistinto il suo cinema.
E' costretto a rinunciare a molta dell'ambiguità del romanzo (che raccontava una storia in un tempo e in un luogo imprecisati), si avvale di un set naturale di meravigliosa bellezza (una vera fortezza nel sud dell'Iran, fatta di terra e di argilla, parzialmente distrutta come la città sottostante da un terremoto di qualche anno fa) che sembra proprio essere partorito dalla fantasia di Buzzati, riunisce un cast prestigioso in un film che racconta il nulla che avvolge la fortezza e i suoi soldati.
Il progetto era stato accarezzato anche da altri (Antonioni per esempio) ma Zurlini riesce a realizzarlo perchè il protagonista  Jacques Perrin si impegna personalmente nel reperire i fondi. Ne esce un film dai tempi dilatati, che ti entra sottopelle riuscendo a trasferire al di là dello schermo la sottile e indecifrabile inquietudine che lo permea costantemente. Decisamente una gioia per gli occhi perchè dal punto di vista formale Zurlini quasi supera se stesso.
La parabola della vita dell'ufficiale Drogo che piano piano viene consumato dalla tisi è intarsiata sull'immutabilità della fortezza Bastiano, un colosso d'argilla destinato a sopravvivere ai suoi occupanti e alla furia degli elementi naturali.
In lontananza finalmente si vede un muro di polvere alzarsi, dieci, cento, mille sagome si stagliano all'orizzonte.
Sono arrivati i Tartari ma Drogo non può essere lì a combatterli.

( VOTO : 8,5 / 10 ) 

The Desert of the Tartars (1976) on IMDb

domenica 19 gennaio 2014

Italia anni '70 - La prima notte di quiete ( 1972 )

Daniele Dominici , letterato, poeta inespresso,giocatore d'azzardo, visione della vita afflitta da un' ineluttabile malinconia si trova a fare una supplenza di lettere in un liceo di Rimini, un po' per caso e un po' per sfortuna. Senza un'autentica vocazione per l'insegnamento si lascia affliggere dall'atmosfera plumbea, livida e uggiosa  che lo circonda . Indifferente all'atmosfera di contestazione e di cambiamento che lo circonda  Daniele, malato del male di vivere e incapace di esprimerlo, si innamora di Vanina che , come dice uno delle sue compagne di scuola ha "molto passato , poco presente e niente futuro". Un po' lo stesso destino di Daniele, votato consapevolmente all'autodistruzione.
Davvero una grande sinfonia autunnale , forse la miglior prova attoriale di un Delon bello e impossibile che col suo sguardo perso nel vuoto, le sue rughe, le sue poche parole riesce a dare una profondità inusitata al professore protagonista di questa storia che inesorabilmente sfocia nella tragedia.
Siamo a Rimini, ma siamo lontani dalle spiagge affollate e dalle balere che fanno cagnara fino all'alba.
Siamo immersi in una Rimini spettrale, grigia come il suo protagonista che il più delle volte rimane indistinta tra i fumi della nebbia. E ci troviamo di fronte a una serie di personaggi che hanno il male di vivere cucito addosso come un abito sartoriale, che si perdono dietro alle futili apparenze, hanno la passione dei soldi, delle macchine veloci, delle droghe e dell'alcool in un veloce percorso di sfinimento, di delusione e di inquietudine che li attanaglia come la nebbia che nasconde i contorni della Rimini funerea in cui sono immersi. 

Il professore, supplente di letteratura, moderno o smidollato a seconda dei punti di vista, con la sua sigaretta sempre in bocca, i capelli arruffati e il suo cappotto color cammello un po' sgualcito e portato distrattamente sulle spalle,  che non ha la benchè minima  volontà di integrarsi in questo mondo di provincia, piomba in questo universo senza perchè con la sua smania di autodistruzione in aumento esponenziale quando alimenta una storia con una sua alunna dal passato torbido, Vanina (una bellissima Sonia Petrova), con i suoi bravi scheletri nell'armadio, a scapito della moglie (una bravissima disillusa Lea Massari) e delle poche relazioni sociali che è riuscito a coltivare.Daniele Dominici incarna alla perfezione la figura dell'antieroe romantico, decadente che  si distrugge poco a poco fino all'indimenticabile fiammata della sua vecchia Citroen....
Il linguaggio cinematografico di Zurlini è di grande maturita'stilistica, di notevole eleganza, di grossa suggestione, un film che oscilla tra Fellini, Visconti  e Antonioni per intenderci (sperando di non essere stato troppo superficiale), aiutato in questo da un gruppo di attori, protagonisti e non protagonisti, di bravura sicuramente sopra la media e da un'ambientazione inconsueta che contribuisce ad aumentare quel senso di ineluttabile che incombe sul film dall'inizio alla fine.
La provincia abitata dai vitelloni di Fellini incontra il male di vivere dei personaggi di Visconti e l'incomunicabilità di Antonioni......

( VOTO : 9 / 10 ) 

Indian Summer (1972) on IMDb

domenica 12 gennaio 2014

Italia anni '70 - L'uccello dalle piume di cristallo ( 1970 )

Sam Dalmas, giovane scrittore americano che vive a Roma, una sera assiste all'accoltellamento di una donna nella vetrina di una galleria d'arte. E' il primo che interviene , chiama la polizia ma fatalmente finisce in cima alla lista dei sospettati.Sam decide di indagare per conto suo perchè l'autore del tentativo di omicidio è forse un serial killer autore di altri omicidi. Intanto i morti cominciano a fioccare attorno a Sam ma la soluzione dell'enigma sembra avvicinarsi sempre di più....
La distorsione della visione, la teorizzazione dell'apparenza che inganna.
O meglio è l'occhio che inganna, fa vedere cose che non sono quello che sembrano.
L'esordio alla regia dell'allora giovane Dario Argento è un giallo impostato secondo il classico schema del whodunit (chi è il colpevole) in cui ha la massima importanza il ruolo della percezione visiva nella risoluzione dell'enigma.
Convince tutto di questo esordio di Argento: è talmente compiuto stilisticamente che non sembra un semplice esordio.La notevolissima sequenza del tentato omicidio posta quasi in apertura di film ci fa scivolare subito dentro un incubo agghiacciante.
E ruota tutto attorno a questa bellissima sequenza fatta rivedere più volte durante il film e che ogni volta si arricchisce di piccoli particolari. Ma come detto, mai come in questa occasione le apparenze ingannano.
 Il tema principale è quello dell'inganno dato dalla percezione sensoriale, visiva in questo caso ma accanto a ciò che si vede qui colpisce molto anche quello che si sente: versi di animali ,suoni distorti, rumori di fondo indecifrabili, effetti sonori che accrescono l'atmosfera ansiogena, il silenzio assoluto quando lo scrittore è sulla scena del primo tentato omicidio.
E funziona anche una Roma notturna e deserta, bella e terribile , fotografata da un giovane che si farà le ossa, tale Vittorio Storaro,che le conferisce un aria quasi spettrale, testimoniando un uso creativo delle locations che Argento riprenderà e amplificherà nei film successivi toccando l'apice in quello che è considerato da molti il suo capolavoro ,Profondo Rosso , girato tra Roma e Torino.

L'esordio di Dario Argento è un thriller efferato dagli squillanti accenti gotici che crea un modello da imitare per molti altri registi senza dimenticare che parecchie delle soluzioni visive e sostanziali usate per L'uccello dalle piume di cristallo come l'assassino in cappello e impermeabile, l'arma da taglio, l'uso particolare delle locations per conferire un aspetto ancora più maligno sono mutuati in larga parte dal seminale Sei donne per l'assassino di Mario Bava, l'archetipo a cui tutti più o meno si sono ispirati.
Già qui Argento si segnala per un pugno di ottime sequenze, girate tecnicamente con stile abbacinante, la sceneggiatura regge senza troppi scricchiolii (qui siamo ancora dalle parti del giallo quindi è d'uopo una sceneggiatura con meno vuoti possibili),i dialoghi sono plausibili (molte volte i dialoghi sono stati tra i punti deboli di molti film di Argento), le figure di contorno sono tratteggiate in modo discreto (vedi la figura del commissario Morosini recitato con voluta noncuranza da Enrico Maria Salerno) con l'eccezione dell'apparizione di un Mario Adorf totalmente sopra le righe che nella parte del pittore Berto Consalvi sembra uscito più da L'armata Brancaleone o da Brutti,sporchi e cattivi che da un thriller.
Confrontando gli ultimi film di Argento con questo suo pregevolissimo esordio aumenta in maniera esponenziale il rammarico.....

( VOTO : 8 / 10 ) 

The Bird with the Crystal Plumage (1970) on IMDb

domenica 5 gennaio 2014

Italia anni '70 - ...e tanta paura ( 1976 )

Un uomo è strangolato da un'aitante prostituta all'interno della propria abitazione e poco dopo una donna viene uccisa su un tram con un corpo contundente. L'unica relazione che sembra esserci tra i due omicidi è la presenza sulla scena del crimine di una figurina tratta dal libro "Pierino Porcospino". Il giovane ispettore Lomenzo indaga e scopre che i due omicidi come altri delitti avvenuti successivamente sempre caratterizzati da una figurina del libro di cui sopra lasciata sul luogo del delitto, sono legati a un club, quello de Gli Amici della Fauna, che non è altro una congrega di vecchi viziosi. Sarà dura venirne a capo ma l'ispettore Lomenzo è giovane, ambizioso e soprattutto molto curioso....
...e tanta paura è la seconda incursione di Paolo Cavara ( che esordì come coregista nel tanto vituperato Mondo Cane assieme al suo sodale Gualtiero Jacopetti) nel giallo /thriller  dopo l'oscuro La tarantola dal ventre nero immesso forse un po' troppo frettolosamente nella scia dei titoli zoologici sdoganata da Dario Argento nei suoi primi film.
Vanta un cast di tutto rispetto , una confezione da cinema di serie A e una sceneggiatura firmata oltre che dallo stesso Cavara e da Enrico Oldoini, presente anche come attore nei panni dell'assistente di Lomenzo, dal felliniano Zapponi ( che oltre ad alcuni film di Fellini aveva appena cosceneggiato Profondo Rosso assieme a Dario Argento).
E, forte di cotanto pedigree artistico , non delude .
In tempi di poliziotteschi, di thriller erotici discinti, di polizie che non possono sparare, di città violente, che s'incazzano , di gobbi e infami , il film di Cavara fa la figura del cristallo Swarovski in mezzo alle chincaglierie.
Scevro da un approccio autoriale al genere ...e tanta paura si dimostra un elegante mix di thriller argentiano, giallo all'italiana con qualche spruzzata generosa di eros regalata da una giovane e ancor bella Corinne Clery e qualche spunto di critica sociale inserito in un contesto quasi metafisico ( le feste a villa Hoffman, antesignane dei famigerati bunga bunga odierni, oppure il finale presso la futuristica sede dell'agenzia di investigazione piena di telecamera e superfici riflettenti di ogni tipo).
Si legge in filigrana un certo disprezzo per gli autoproclamatisi giustizieri che amministrano la giustizia da sè, uno schifo totale verso un certo tipo di classe sociale ricca e immorale e ci sono anche un paio di gags in cui vengono fuori le idee di sinistra di Lomenzo che maltratta sistematicamente la copia de Il Secolo d'Italia che trova sempre sulla scrivania del suo capo, interpretato da un Tom Skerritt che gesticola più di un
pescivendolo al mercato, ostacolato dalla difficoltà linguistica, mentre Eli Wallach marpioneggia alla grande.
C'è una grande attenzione riservata al personaggio del protagonista recitato da un Michele Placido ben calato in una parte che era stata la sua professione fino a qualche tempo prima.
La sua non è una figura supereroistica  in netta controtendenza con i superpoliziotti che riempivano le sale cinematografiche dell'epoca, privilegia il cervello all'azione e per quanto riguarda l'azione la preferisce in orizzontale, non so se mi spiego....soprattutto con Corinne Clery e con la meteora nera Mary Ruth League, scolpita nell'ebano.
...e tanta paura è da accostare più al thriller che al poliziesco ma Cavara sembra disinteressarsi all'overdose di suspense caratteristica del genere: anzi si notano più le divagazioni e le notazioni a margine, la caratterizzazione di un'aristocrazia corrotta e marcia moralmente, anche la violenza è quasi centellinata, mentre l'eros è presente in dosi maggiori, anche forzatamente ( vedi la sequenza dell'infermiera nel bagno assolutamente gratuita).
Si vede che interessa altro, del resto il passato da documentarista non mente e non si usa il maglio della violenza troppo esibita per arrivare al grosso pubblico.
Pur essendo ormai irrimediabilmente datato ...e tanta paura conserva ancora notevoli spunti di interesse...

( VOTO : 6,5 / 10 )

Plot of Fear (1976) on IMDb

domenica 15 dicembre 2013

Italia anni '70 - Holocaust 2000 ( 1977 )

Robert Caine è un'ingegnere americano che ha progettato di costruire una centrale termonucleare in Oriente, un qualcosa di potenza inaudita ma anche molto pericoloso. La moglie si oppone strenuamente (come altri, tipo un sacerdote che vede in quella centrale l'adempimento del progetto dell'Anticristo), ma viene uccisa in circostanze misteriose durante un party e sembra che il bersaglio dovesse essere proprio Robert il quale , sostenuto dal figlio Angel , prosegue nel suo progetto. Angel è a capo dell'azienda ma Robert si accorge che c'è qualcosa che non va in tutta la faccenda. E tutte le persone che cercano di mettere in dubbio l'attuazione del progetto muoiono. Anche Robert è in pericolo ed è sempre più convinto che Angel sia l'Anticristo e che compirà i suoi progetti malvagi al compimento del trentatreesimo anno di età.
L'unica salvezza è il figlio che Robert ha avuto da Sara, una giornalista. E' lui il Salvatore...
C'era un tempo in cui gente come Alberto De Martino e tanti altri facevano del cinema che quasi si può definire " a orecchio". Sentivano l'aria che tirava nel cinema internazionale di genere e poi replicavano in maniera più o meno creativa e su scala ridotta ( ma non tanto, ad esempio un film come Holocaust 2000 è realizzato con un cospicuo budget) grazie anche all'ausilio di sceneggiatori di talento come è il caso di Sergio Donati, che ha cosceneggiato questo film scritto a più mani e che vanta nel suo curriculum artistico alcuni  western di Sergio Leone e tante altre cosette gustose come ad esempio L'orca assassina scritto praticamente in contemporanea a questa produzione internazionale.
Era anche un tempo in cui dollaroni facili facili attiravano stars americane che avevano ormai imboccato la via del tramonto a fare una vacanza gita premio in Europa e mettere il loro professionismo da divo americano a disposizione del cinema europeo. E questo è il caso di gente come Kirk Douglas, divo tra i più grandi che nella seconda fase della sua carriera decise di darsi al cinema di genere, sia in Europa che negli USA.
Holocaust 2000 è un mix mefistofelico tra L'esorcista e Omen - Il presagio, realizzato appena un anno prima ma da semplice rip off dei due film citati la pellicola di De Martino ha avuto la fortuna ( voluta?) di anticipare i sequels di The Omen che a loro volta rimasticano alcune cose viste qui.
E forse è questa la ragione del suo successo a livello internazionale, della sua eco che ancora persiste.
Non perchè sia un gran film, perchè non lo è ma è riuscito da semplice rip off a elevarsi a precursore di produzioni americane sicuramente non memorabili  ma comunque importanti.
In Holocaust 2000 ci sono tanti temi ammassati che lo rendono abbastanza ambiguo pur nella sua ostentata superficialità: dopo un inizio in Oriente stile L'Esorcista il film tutto sembra fuorchè un horror anzi espone istanze sociali , ecologiste e cospirazioniste che hanno poco a che fare col genere di partenza.
E questo per una lunga prima parte in cui a tratti affiora anche un po' di noia ( il film ha un minutaggio importante, siamo sopra i 100 minuti).
Poi quando viene fuori la vera natura di Angel , Holocaust 2000 rivela la sua vera natura di horror che parla di Anticristo e affini e , grazie a una regia efficace oltre che a una confezione più che all'altezza ( musiche di Ennio Morricone, fotografia di Erico Menczer ) , finalmente riesce  a solleticare perlomeno il fan più irriducibile.
Ma forse è poco e tardi anche se la sequenza di Kirk Douglas  nel manicomio,  bloccato in una camicia di forza, chiuso in una stanza piena di manifestanti contro la sua centrale e che vogliono farlo letteralmente a pezzi, vale da sola il prezzo del  biglietto.
Holocaust 2000 è un prodotto alimentare , una coproduzione italoinglese assemblata con un cast di tutto rispetto ( ci sono anche Agostina Belli, Simon Ward e Adolfo Celi che fa la parte del medico, quasi a riecheggiare il mitico professor Sassaroli ) e confezionata a dovere ma che si rivela debole e confusa a livello di scrittura con ambizioni mal celate di critica sociale.
Ma ad Alberto De Martino bisogna esser grati non fosse altro perchè ci ha regalato qualche anno prima una piccola chicca come L'Anticristo.
Encomiabile Kirk Douglas che si impegna parecchio ma manca una storia convincente che sostenga il suo impegno.

( VOTO : 5 + / 10 )

Holocaust 2000 (1977) on IMDb

domenica 8 dicembre 2013

Italia anni '70 - Roma ( 1972 )

Un viaggio apparentemente senza una meta precisa attraverso la città eterna intrapreso da un italiano famoso, Federico Fellini, in una suggestiva alternanza tra passato e presente: dall 'arrivo nella Roma fascista, alle scene in un bordello,fino al presente simboleggiato da un gigantesco ingorgo sul Grande Raccordo Anulare e poi ancora una gita nella Roma notturna, praticamente una trattoria a cielo aperto , in quella sotterranea e una grottesca sfilata di moda in cui sono protagonisti gli abiti talari....
Fellini ritorna sul luogo del delitto una dozzina di anni dopo La dolce vita e a poca distanza dal Satyricon che quasi può essere considerato un corposo prologo a questo film per come getta il suo sguardo critico alla Roma pantagruelica dell'antichità.
Il regista riminese ci prende per mano e ci porta a spasso per Roma nelle varie epoche dal 1939 in avanti e con varie storie del tutto slegate tra di loro. Il trait d'union è lei, la città eterna che viene raccontata e filtrata attraverso le precedenti esperienze di vita e di cinema del grande autore riminese.
Sarà poco elegante dirlo ma Roma per chi conosce il cinema di Fellini ne rappresenta un ideale antologia cinematografica in cui il nostro ripercorre tutta la sua carriera a dieci anni di distanza da 8 e 1/2.
Però qui non è un bilancio della propria attività artistica, è più che altro l'esposizione di un rapporto tormentato che il regista ha con la città del titolo. Non c'è una struttura narrativa unitaria, si procede a compartimenti stagni ma se questo in Satyricon mi aveva lasciato più che perplesso (e sto usando un eufemismo), qui acquista una sorta di armonia interna che secondo me l'altro film non aveva.
E poi a livello visivo soprattutto nella ricostruzione della Roma del ventennio siamo a livelli di eccellenza: Fellini non si fa schiacciare dalla sua prorompente visionarietà e disegna sequenze memorabili che si pongono idealmente a metà strada tra l'onirismo di molte sue opere e il realismo oserei dire fiabesco (perdonate l'ossimoro) di Amarcord.

La macchina da presa si muove leggera a disegnare ghirigori sull'ingorgo gigantesco sul Grande Raccordo Anulare fin davanti al Colosseo, c'è una gustosa sezione di numero di avanspettacolo in cui gli spettatori "interagiscono" con l'artista sul palco, una doppia versione (per clienti danarosi e non) di bordello del ventennio che si segnala per lo squallore degli ambienti e l'aggressività delle signorine protagoniste del mercimonio della propria carne da vendere un tanto al kilo, la splendida scalinata di piazza di Spagna invasa dagli hippies, la macchina da presa allontanandosi  inquadra un intera strada trasformata in trattoria all'aperto dove tutti gozzovigliano oziosamente, nel finale c'è addirittura una sfilata di moda per abiti talari.
Fellini ne ha per tutti ma il suo film, di genere indefinibile,un sorta di documentario grottesco, non è totalmente denigratorio verso la città che lo ha ospitato per tutti quegli anni.
E'lo specchio del suo rapporto contraddittorio con una città agli antipodi rispetto alla Romagna provinciale da cui proveniva. 
E il finale suggerisce ancora quella mestizia funeraria che incombe su molte opere di Fellini.
Forse è più di una suggestione. Del resto l'ossessione di Fellini per la morte era già ben chiara ai tempi di 8 e 1/2....
Una curiosità: Roma fu presentato al festival di Cannes in una versione lunga circa 130 minuti. Poi Fellini per il mercato internazionale decise in maniera del tutto autonoma (la versione integrale aveva passato il visto censura con un divieto ai minori di 14 anni ) di tagliare alcune scene e di rimontarne altre e venne fuori una versione da circa 115 minuti (tra le altre vennero tagliate anche le parti con Sordi e Mastroianni) che è quella che passa in tv. Molto raramente.

( VOTO : 7,5 / 10 ) 

Roma (1972) on IMDb

domenica 1 dicembre 2013

Italia anni '70 - Revolver ( 1973 )

Vito Cipriani è il vice direttore di un penitenziario di Milano in cui è stato appena rinchiuso un delinquente di mezza tacca, Milo Ruiz. Viene rapita la moglie di Cipriani e la banda di rapitori chiede come pedina di scambio proprio la liberazione di Ruiz. Il vice direttore aiuta allora il delinquente a fuggire ma si mette con lui alla ricerca della moglie. Scopre ben presto che entrambi sono pedine piccole e sacrificabili in un complesso intrigo di giochi politici che coinvolgono anche un imprenditore del petrolio contro cui stanno organizzando un attentato.Vito e Milo si ritrovano così dalla stessa parte della barricata per smascherare chi sta tenendo le fila di questo gioco pericoloso....e naturalmente rischiano la vita ad ogni istante.
Revolver è un poliziesco italiano di ottimo mestiere, a quei tempi in Italia si sapeva fare cinema e alla grandissima, diretto da un Sollima sempre all'altezza e interpretato da due protagonisti in ottima vena.
Se Oliver Reed, pur appesantito dagli eccessi di una vita sempre al limite e forse anche oltre, ha nello sguardo il pezzo forte del suo repertorio (valorizzato da molti intensi primi piani), impossibile non citare Fabio Testi che pur non all'altezza dell'altro  è bello come il sole ha  un volto e un corpo assolutamente esportabili all'estero con orgoglio, recita decentemente anche se un po' fa il verso al bel tenebroso per eccellenza, Alain Delon.
Il film è una stimolante mescolanza di generi: inizia come un poliziesco continua come un road movie sui generis finisce come un noir cupissimo.
In più si introduce neanche troppo velatamente una tematica politica, contro i soliti poteri forti e oscuri che tutto regolano dall'alto della stanza dei bottoni occupata dal potente burattinaio di turno.
I due protagonisti sono solo le ultime rotelle di un ingranaggio troppo più grande di loro.
L'ambizione di creare una via italiana al noir è palpabile ma probabilmente questo film non ha la statura drammaturgica di must del genere come Milano calibro 9La mala ordina o altri ancora.
Ma è da considerare un 'ottima risposta italiana al successo sempre crescente del polar francese.

Siamo ancora agli albori del poliziottesco, sottogenere in cui successivamente sarebbe scivolato parecchio cinema italiano (ma Revolver non ne fa parte, è un prodotto di elite in un certo senso ) mentre per certi versi, soprattutto nella parte finale prettamente politica ci si avvicina alle teorie complottiste di  certe opere di Damiani.
Con Revolver ci si trova di fronte ad  alto artigianato cinematografico capace di conferire dignità a un genere catalogato sempre come serie B.
Alcuni personaggi non sono messi a fuoco (come il personaggio caricaturale della rockstar figlia del suo tempo,gli anni 70 più liberi e sfrenati), anche il discorso politico alla fine sfiora il didascalismo (del resto il discorso politico per Sollima era di primaria importanza,basti pensare ai suoi western sessantottini).
Resta però la sensazione di un film non banale e con una scena finale che svicola decisamente dai luoghi comuni del'happy end.
Una delle scene migliori del film. 
Peccato che Sollima da lì a poco verrà fagocitato dall'immenso successo televisivo del suo Sandokan.
Poteva dare ancora tanto al cinema di genere.

( VOTO : 7 / 10 ) 

Blood in the Streets (1973) on IMDb