I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.
Visualizzazione post con etichetta Serie tv. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Serie tv. Mostra tutti i post

lunedì 7 novembre 2016

Seria(l)mente :L'allieva ( Stagione 1 )

Provenienza : Italia

Episodi :11 da 50 minuti cadauno


Alice Allevi è una specializzanda  che sta cercando di farsi strada nel mondo medico frequentando l'Istituto di Medicina Legale nell'Università di Roma. Tra cadaveri, indagini all'acqua di rose, amori corrisposti o meno, invidie mal celate e un desiderio sempre più impellente di far carriera la nostra eroina di strada ne farà parecchia. 



Ma che davvero tu non scrivi su questo blog per 8 mesi abbondanti e poi ritorni ( non si sa come, perché e per quanto tempo ) parlando di una fiction di Rai 1 ?
Rai 1?
RAI 1?

Ebbene sì, le vie del rincoglionimento sono infinite, potrei anche rispondervi che parlare di una fiction di Rai 1 è sempre meglio che parlare di Gabriel Garko e delle sue indimenticabili interpretazioni delle serie tv targate Canale 5.
 Poi, in un periodo in cui mi sono appositamente tenuto lontano dal cinema e dal mondo della fiction in genere in preda non si sa a quale crisi di mezza età mi sono ritrovato più per caso che per vera volontà. più per noia e per mancanza di alternative credibili su come passare la serata senza autofrantumarsi gli zebedei che per altro, ebbene dicevamo mi sono ritrovato a vedere questa fiction della tanto (poco) amata Rai 1.
Ah sì non tralascerei nemmeno l'effetto salmone portato via dalla corrente con mia moglie che da subito si è appassionata alle (futili ) gesta di Alice Allevi e mi ha trascinato nel gorgo del nonsense di questa serie televisiva tratta dai romanzi di Alessia Gazzola, autrice che non ho mai avuto il piacere di leggere.
L'altro giorno poi mia moglie mi fa notare che il grande Marco Goi , alias il Cannibale ha pubblicato la sua recensione di questa serie e sono rimasto sconvolto.
Cazzo, mia moglie mi tradisce col Cannibale! blogghisticamente parlando, si intende.
E allora per puro spirito di maschio competitore, non sopportando questo tradimento...sono tornato ripeto non so come, perché e per quanto.
Anche perché sono otto mesi buoni che non vedo un film.
Io che vedevo una media di tre film al giorno facendo spesso e volentieri le ore piccole ...sono mesi e mesi che non vedo un film.
Eppure mi è successo, non so perché ma mi è successo.
Io continuo a ciurlare e a non parlare della serie : che devo dire....devo dare ragione al Cannibale, al massimo può essere un guilty pleasure ma se per lui gli ormoni sono importanti per via della caruccissima Mastronardi, i miei sono più invecchiati e tiepidi per cui il trasporto verso la moretta romana con occhioni da cerbiatto è sicuramente minore.
Naturalmente sono sensibile alle belle forme della Mastronardi che riesce anche a colorare un personaggio simpatico, un po' Miss Marple e un po' Bridget Jones ma vengo più attirato da una Roma ferragostana tutta intrighi e delitti, da un Lovelock col camice che sembra quasi una divinità per come cala ad intermittenza tra i comuni mortali, dal volto degno di un quadro cubista di Giselda Volodi che si presta con grande ironia ad un ruolo che sa più di macchietta che di realtà.
E poi c'è il gallo nel pollaio, Lino Guanciale, con la sua voce profonda e i suoi capelli impomatati che non perde occasione di rimarcare il dominio sul suo harem di specializzande , pisciando su tutti gli angoli come un gattaccio di strada in calore.
Una macchietta anche lui un po' come tutta la serie che si rifà a quel finto realismo rosa ( oppure a quel realismo finto rosa) che aveva reso molto piacevole un'altra serie di Rai 1, la fortunatissima E' arrivata la felicità.
Se amate il giallo e avrete la (s)ventura di imbattervi ne L'allieva è meglio che passiate dal vostro farmacista di fiducia e facciate incetta di gastroprotettori perché diciamo che l'intreccio criminoso non è il massimo e può rischiare di provocare una bella ulcera perforata, ma se si vuol passare un'oretta senza soverchi pensieri , allora questa serie può essere utile per evitare altre brutture televisive.
E non è poco.
Un altro motivo per cui mi sono sentito in dovere di dire la mia su L'allieva è che ha fatto riaffacciare in me dolci ricordi, si fa per dire, universitari, quando ero uno studentello interno all'Istituto di Anatomia Patologica  Veterinaria e svolgevo le più umili mansioni durante le autopsie.
Altro che registratori e macchine fotografiche.
Erano solo pulizie e appunti.
Ma questa è un'altra storia che magari racconteremo un'altra volta.



(VOTO : 6 + / 10 ) 

giovedì 11 febbraio 2016

Seria(l)mente : Candiice Renoir ( 2013-)

Provenienza : Francia

Stagioni : 3 ( 8+10+10)

Episodi: 28 da 60 minuti

Candice Renoir è un ufficiale della polizia francese che rientra in servizio dopo 10 anni di aspettativa vissuti accanto al marito e ai suoi quattro figli.
Si ritrova a capo di un'unità anticrimine della polizia di Sete, unità che non la vede precisamente di buon occhio.
Con calma, arguzia quel pizzico di fortuna e tanta , tanta simpatia,Candice riuscirà a farsi apprezzare dalla sua squadra risolvendo casi molto complicati.

Per mesi e mesi ti chiedi a cosa diavolo serva pagare profumatamente un abbonamento a SKY se poi hai cancellato il canale cinema ( e continui a rifiutare persino offerte di visione gratuita per un tot di mesi) e sfrutti pochissimo i canali Fox delle fiction quando poi all'improvviso compare Candice Renoir, serie francese che in patria sta riscuotendo un grande successo e che qui in Italia viene trasmessa quasi di soppiatto.
In questi tempi di lontananza dal blog non me ne sono stato con le mani in mano, l'occhio è sempre stato curioso, di film ne ho visti di meno ma non mi sono fatto mancare visioni seriali assortite.
E Candice Renoir è stata una di queste: fresca, disintossicante, rilassante con tutte le carte in regola per essere un guilty pleasure di quelli che quasi ti dispiace che sia finito così presto.
Una volta visionate le prime tre stagioni, 28 episodi in tutto con una quarta che è già in lavorazione e sarà trasmessa in primavera in Francia( chissà quando la vedremo in Italia, se la vedremo) si può dare un giudizio complessivo su uno show che si distacca ampiamente dallo stile classico della serie televisiva poliziesca americana per cercarne di creare uno un pochino più nuovo, sicuramente più trasversale.
Perchè in Candice Renoir conta sicuramente il caso in questione ( ed è abituata a confrontarsi con casi rognosi) ma contano di più i personaggi, il pregresso, i piccoli grandi problemi familiari che complicano la giornata di Candice e dei componenti della sua squadra, ognuno ha i suoi , conta molto la cornice in cui è incastonato ogni volta l'omicidio con cui si devono confrontare.
Si parla sia di cornice ambientale , la serie è ambientata in una piccola cittadina del sud della Francia affacciata sul mare e le riprese in esterna sono molto generose nel mostrare le bellezze del luogo, ma soprattutto di caratterizzazione dei personaggi, scandagliati con discreta profondità nel corso dei vari episodi.
La carta vincente è comunque il personaggio di Candice interpretata in modo brillante e sbarazzino da Cecile Bois, una carriera passata nelle retrovie del cinema che contava e a cui la televisione ha dato un successo meritato e inaspettato.
Candice è il classico prototipo della MILF che piace tanto ai maschi: bionda, alta, piuttosto curvy, emancipata in tutti i sensi, non ultimo quello sentimentale, ha degli occhi enormi, azzurrissimi in cui sarebbe piacevolissimo annegare.
E non corrisponde assolutamente al binomio bionda/stupida.
O meglio all'inizio ci gioca anche a far credere che sia stupidina e distratta.
Ma è solo una tattica.
E' una sorta di tenente Colombo in gonnella, sempre un po' sgualcita ( anche se tiene ai suoi accessori e agli abbinamenti di colore, diciamo che ha uno stile fashion tutto suo) , spesso abbigliata in modo inadeguato alla situazione , vedere il pilot per credere, molto perspicace e con una capacità d'osservazione fuori del comune.
In Candice Renoir si sorride anche spesso e c'è quella sorta di realismo rosa che rende tutta la serie così friendly, un po' come gettare uno sguardo sul giardino del vicino , sulla vita di tutti i giorni di una persona un po' speciale.
Attendiamo frementi la quarta stagione perché si attendono sviluppi sul rapporto tra Candice e suo bel capitano Antoine, il vice della sua squadra, una relazione ad elastico tra avvicinamenti ed allontanamenti.
Una vicenda che dura da un paio di stagioni almeno....


PERCHE' SI : ambientazione incantevole, notevole il personaggio di Candice, bravissima la Bois, discreta varietà dei casi criminali su cui indaga la squadra.
PERCHE' NO : forse un po' troppe giravolte sentimentali ma nulla di clamoroso, qualche personaggio secondario non perfettamente centrato.



( VOTO : 7,5 / 10 )


Candice Renoir (2013) on IMDb

mercoledì 17 giugno 2015

Seria(l)mente : Hellfjord ( 2012 )


Provenienza : Norvegia

Produzione e distribuzione : NRK 1, Media WVG / Polyband

Episodi : 7 da 30 minuti cadauno.

Il sergente della polizia a cavallo di Oslo Nesbit Salmander ha un piccolo incidente col suo cavallo e decide di sopprimerlo lì in strada davanti a tutti. Ma il poverino non muore subito, oltre a essere colpito da colpi di pistola e da altri corpi contundenti , Salmander gli monta sulla testa con una macchina in retromarcia, così , per essere sicuro della dipartita dell'equino.
Inevitabile che vada su tutti i giornali ma il suo capo non lo può licenziare subito: lo manda prima nell'avamposto sperduto di Hellfjord per tre mesi e poi scaduto questo tempo potrà licenziarlo.
Ma Hellfjord non è un paesino tranquillo come sembra: un operaio islandese della locale fabbrica di pesce viene ucciso e Salmander aiutato da una intraprendente giornalista e dal suo vice Kobba, deve indagare.
E fatalmente si mette nei guai...
E' la prima volta in vita mia che guardavo una serie tv norvegese e non sapevo proprio che cosa aspettarmi.
Ad un primo momento di totale disorientamento , segue quella consueta occhiata ai titoli di testa che stavolta mi conforta e anche parecchio: alla produzione c'è Tommy Wirkola ( i due Dead Snow ma anche Hansel e Gretel -Cacciatori di streghe), c'è tutto un gruppetto di attori nei ruoli di supporto che di solito lavora con Wirkola, c'è anche il cosceneggiatore di Dead Snow nel ruolo di Kobba e c'è anche Roar Uthaug che per chi non lo sapesse è il creatore della saga slasher di Cold prey.
La serie è stata cosceneggiata da Zahid Ali che ricopre il ruolo di Salmander ( vi ricorda qualcosa questo nome?).
Ora Zahid Ali è un attore norvegese di chiare origini arabe che sembra una sorta di Neri Marcorè barbuto, alto, imponente, dinoccolato, ai limiti del disarticolato, un corpo snodabile perfetto per una comicità demenziale.
Ed Hellfjord di demenzialità  ne regala proprio tanta.
Ma non regala solo questo : ci sono scene action, scene anche ai limiti dell'horror, non si lesina in sangue e violenza.
Il tutto su un impianto da sit com a cui mancano solo le odiosissime risate preregistrate.
Insomma c'è un po' di tutto .
Se dovessi dare un riferimenti filmici e televisivi penso soprattutto a Fargo ( sia la serie che il film),  a Hot Fuzz di Edgar Wright , in fondo abbiamo dei poliziotti sui generis capaci solo di fare minchiate in serie, però penso anche al voler parodiare tutto il genere del thriller nordico e non è un caso che a differenza delle altre serie nordiche qui il passo è assai svelto, succedono cose in
continuazione e ogni puntata da 30 minuti è un fuoco di fila di battute, situazioni e colpi di scena e fa pensare anche a  tutte quelle serie europee basate sulla tecnica del whodunit.
Altro influsso forte che vedo è quello delle serie targate Pemberton/ Shearsmith a partire da The League of Gentlemen per arrivare a Inside No 9, passando per Psychoville.
Il personaggio di Kobba, con la sua maschera ridicola, i denti in fuori e il suo modo strano di parlare è il punto in comune più evidente.
Hellfjord è una serie che prende in giro le altre ma è capacissima di prendere in giro se stessa, sempre sul filo della parodia, in bilico tra il gore e la risata grassa, insomma un calderone in cui non si sa mai che cosa aspettarsi.
Ed è questa la sua caratteristica vincente.
Le 7 puntate passano veloci , una tira l'altra e senza neanche accorgersene la serie si finisce in un batter d'occhio.
Nell'intenzione dei creatori questa doveva essere la prima stagione di tre inizialmente previste ma purtroppo al momento non si hanno notizie neanche della seconda stagione e sono passati ormai tre anni dalla prima.
Un peccato perché è un prodotto televisivo di valore nella sua conclamata trasversalità.


PERCHE' SI : un mix arguto di violenza , sangue, demenzialità e parodia tutto in una sit com sui generis a cui mancano solo le odiosissime risate preregistrate, un protagonista efficace e una spalla comica Kobba  di quelle che non si dimenticano, non si sa mai dove voglia andare a parare.
PERCHE' NO : l'ambientazione pittoresca è sfruttata poco, diciamo non al pieno delle potenzialità, è normale che in un fuoco di fila simile di battute qualcuna vada a vuoto, la parentesi in prigione, seppur vetta di comicità praticamente inarrivabile è ininfluente nell'economia del racconto.


LA SEQUENZA : all'inizio della serie, Salmander  cerca di uccidere il suo cavallo con tutti i mezzi che ha a disposizione.


DA QUESTA SERIE  HO CAPITO CHE :

Anche in Norvegia sanno fare televisione se ci si mettono.
Non pensavo che esistesse un sosia di Neri Marcorè.
Wirkola e il suo team ormai sono garanzia di qualità e divertimento.
Avrei preferito un ruolo maggiore per la moglie di Kobba, una bellezza da togliere il fiato.


( VOTO : 7,5 / 10 )

 Hellfjord (2012) on IMDb

sabato 23 maggio 2015

Seria(l)mente : The Enfield Haunting ( 2015 )

Provenienza : UK

Produzione : Eleven films

Distribuzione : British Sky Broadcasting ( BSkyB) , Sky Living

Episodi : 3 da 50 minuti cadauno

Questa recensione non sarebbe stata possibile senza l'ausilio dei sottotitoli forniti dai ragazzi di Subsfactory, autori di un lavoro eccellente e che merita tutto il nostro supporto.

1977 Enfield, sobborgo a nord  di Londra :la casa della famiglia Hogdson, madre con quattro figli piccoli viene sconvolta da strani avvenimenti che sembrano concentrarsi attorno all'undicenne Janet.
Visto l'acuirsi progressivo di questi fenomeni viene chiamato il mite Maurice Grosse , membro di una società non profit che si occupa di paranormale, la Society of Psychical Research, per studiare il caso e vedere se ci sono gli estremi per parlare di poltergeist.
Gli viene affiancato il più giovane e scettico Guy Playfair mentre in casa vengono installati macchinari per rivelare eventuali presenze paranormali.
Che ci sono , forti e chiare.

Sarà necessaria una medium per mettersi in contatto con queste spiacevoli presenze.
Basterà per risolvere il problema?
Se mi parlassero di una miniserie  che affronti il tema dei poltergeist, quindi una ghost story, ambientata negli anni '70, basata su una storia vera e che provenga dalla terra d'Albione, io non resisterei.
Ci devo mettere subito le mani e gli occhi sopra.
Così è stato per questa miniserie inglese di sole tre puntate ( ma perché solo tre, non ci si lascia così presto, amici miei ) per una volta non prodotta da BBC e che è basata sul libro This House is Haunted scritto da Guy Playfair, uno degli esperti del paranormale presente in tutta la vicenda.
Se già cominciaste a storcere il naso perché non c'è la classica , solita , produzione BBC alle spalle di questo progetto, fareste un errore perché questa serie ha una confezione eccellente e un look anni '70 fantastico, studiato nei minimi termini, dagli abiti di scena, agli arredamenti, alle acconciature.
Insomma sembra una produzione BBC a  tutti gli effetti, evidentemente si è arrivati a uno standard produttivo altissimo che non risente delle maestranze coinvolte.
Aggiungiamo anche un cast di livello non alto ma altissimo con un favoloso Timothy Spall nella parte del mite Maurice Grosse che si appropria del suo personaggio con una spontaneità impressionante, un incisivo Matthew Macfadyen nella parte di Guy Playfair e una incalzante Juliet Stevenson nella parte della moglie di Grosse, Betty.
A loro aggiungerei anche la bravura di Eleanor Worthington- Cox, già vista in Maleficent che dà vita al personaggio di Janet, la chiave di tutto, in modo intenso e soprattutto credibile.
La miniserie è basata sul caso del Poltergeist di Enfield ( se vi interessa saperne qualcosa leggetene qui, ma in rete ci sono numerosissimi e molto ben documentati articoli giornalistici inglesi anche molto recenti ), un caso piuttosto controverso che ha tenuto banco nell'opinione pubblica tra il '77 e il '79.
Come ho già accennato una storia con molti appassionati assertori del paranormale assolutamente convinti delle presenze "fantasmatiche" a casa Hogdson ma con altrettanti detrattori che hanno sempre sentito puzza di trucco e di imbroglio.
E in certi frangenti l'atteggiamento della vera Janet e dei suoi fratelli è stato perlomeno curioso ( per esempio fu sorpresa da Grosse a fabbricare delle prove della presenza del poltergeist).
La miniserie firmata interamente da Kristoffer Nyholm ( che ha al suo attivo la serie The Killing, quella originale scandinava) bypassa queste contraddizioni.
Dà per scontato che le presenze ci siano.
Noi siamo catapultati in una casa dove le presenze sono esplicite e innescano il terrore nei modi più disparati.
Nyholm ci racconta una ghost story piuttosto classica, con picchi di tensione elevatissimi inframezzati a pause sempre cariche di thrilling, ma su un impianto narrativo per certi versi già visto altrove riesce a creare una fitta ragnatela di suggestioni che creano un'atomosfera sulfurea, pesantissima da sopportare, dove il terrore si taglia con il coltello.
Gli effetti speciali non sono particolarmente elaborati ma sono efficacissimi e visivamente impressionano anche perché si scatenano in modo improvviso: la paura è attesa ma quando arriva è sempre una discreta mazzata nelle gengive.
Altra carta vincente di The Enfield Haunting è il non soffermarsi solo sul lato horror della vicenda ma esplorare anche il dramma familiare che c'è dietro tutta questa storia.
La famiglia Hogdson è ristretta, non ci sono uomini in casa e Janet è in quel momento delicatissimo che è il passaggio dall'infanzia all'adolescenza ( simboleggiato dal primo ciclo mestruale), gli Hogdson non sono colti né hanno molte disponibilità economiche, sono talmente fragili da poter essere facilmente manovrabili ed è proprio per questo che la loro storia risulta in più punti contraddittoria.
Nella serie lo spazio maggiore è riservato però al dramma intimo, al dolore intenso e lancinante che si porta dietro Maurice Grosse e cioè la perdita di una figlia che guarda il caso si chiamava anche lei Janet.
Spall è interprete sensibile di questo suo dramma, nella sua voce , nelle sue spalle leggermente incurvate, nel suo sguardo spento, traspare questo fardello che porta  con sé in un cuore già deteriorato dall'angina.
Se posso trovare un difetto nel come viene trattato questo aspetto nella miniserie ( da quello che ho letto non ho trovato evidenze che questa parte della storia sia vera) è il fatto che viene utilizzato come una sorta di grimaldello per chiudere il finale in pochissimi istanti, con un passaggio molto brusco dal non sapere nulla al conoscere la soluzione e il modo per allontanare il poltergeist.
Ma son quisquilie, forse è il dispiacere che finisca così presto ...
The Enfield Haunting  è una visione assolutamente consigliata, c'è veramente tanta roba in campo e se come me siete affezionati al Poltergeist di Tobe Hooper (  il primo horror vietato ai minori di 14 anni che vidi al cinema ), a cui questa miniserie rimanda in modo abbastanza esplicito pur con un look ed un ambientazione del tutto diversi, beh non ve la dovete far sfuggire.



PERCHE' SI : basato su un incredibile storia vera su cui andarsi a documentare, ottimi attori, look anni '70 da urlo, tensione sempre alta.
PERCHE' NO : l'impianto narrativo non è nuovo, i rimandi al Poltergeist di Hooper sono fin troppo evidenti, il finale è brusco, troppo breve...


LA SEQUENZA : il primo incontro con la medium: all'inizio tutti pensano che sia solo una cialtrona ( anche lo spettatore) ma poi tutti si dovranno ricredere.


DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
mai scherzare con le case infestate.
Mi piacciono i film basati sulle storie vere perché dopo vado come un ossesso a documentarmi su quello che è realmente accaduto.
Vorrei sapere perché in Inghilterra è un fiorire di queste miniserie di qualità altissima mentre da noi ci propinano sempre la solita fiction cucita su misura per la famigerata casalinga di Voghera.
Più vado avanti e più adoro le serie televisive inglesi.


( VOTO : 8 / 10 ) 


The Enfield Haunting (2015) on IMDb

sabato 7 marzo 2015

Seria(l)mente : Il segno del comando ( 1971 )

Provenienza : Italia
Produzione e distribuzione : RAI Radiotelevisione italiana
Episodi : 5 ( 4 da circa 65 minuti cadauno + episodio finale da 90 minuti)

Edward Lancelot Forster è un professore di letteratura inglese all'Università di Cambridge, di padre inglese e di madre veneziana, che arriva a Roma per partecipare a una conferenza su Lord Byron, il famoso poeta inglese romantico.In realtà è attirato più dall'invito fattogli da un pittore, Tagliaferri, che gli promette particolari sulla permanenza di Byron a Roma e su alcuni suoi scritti misteriosi, inoltre lo sfida a trovare una piazza che il poeta inglese aveva descritto in un suo carteggio.
Arrivato a Roma è accolto da Lucia, modella del pittore e viene da lei indirizzato all'hotel di una sua amica ma scopre che Lucia non è conosciuta da nessuno e soprattutto che il pittore Tagliaferri è morto esattamente 100 anni prima.
E più va avanti e più il mistero si infittisce tra simboli esoterici, trattorie ( dell'Angelo) che compaiono nei vicoli di Trastevere solo di notte, la storia di Brandani, orologiaio matto guardacaso vissuto e morto esattamente 100 anni prima di Tagliaferri, musiche del Diavolo, sedute spiritiche, evocazioni di Cagliostro e chi più ne ha più ne metta.
Una cosa al professore appare certa: lui sta vivendo esattamente 100 anni dopo Tagliaferri ( a cui somiglia in modo impressionante) e 200 anni dopo Brandani, tutti e due morti alla sua età , alla data del 28 marzo.
E il 28 marzo è il giorno della conferenza.
Che cosa accadrà al professor Forster?

Qualche giorno fa dicevamo a proposito di Mario Bava e del suo Reazione a catena che una volta non solo sapevamo fare cinema ma eravamo avanti a tutti di almeno un'incollatura.
E dispiace vedere come è ridotto in questi tempi, almeno in termini di reputazione, il nostro cinema.
La stessa cosa la potrei dire per la fiction televisiva oggi arrivata mestamente a essere un recipiente di facili suggestioni per la casalinga di  Voghera , abituata a vedere la televisione mentre sta stirando una montagna di panni, dà un'occhiata al sugo, telefona a un'amica e già sta organizzando la cena, quando ancora non ha pranzato.
E tutto contemporaneamente.
La nostra fiction è intristita, ridotta al grado zero di complicazione, una robetta for dummies, per spettatori minus habentes che devono essere presi per mano e fidelizzati puntata dopo puntata.
Almeno così credono i nostri produttori e distributori.
Una volta anche la fiction italiana ha vissuto una stagione felice, una stagione estremamente felice.
Il cosiddetto sceneggiato di mamma RAI: feuilleton in grado di coinvolgere milioni e milioni di spettatori che la sera si ritrovavano davanti alla televisione , puntuali alla stessa ora, per vedere, rielaborare il tutto e discuterne amabilmente il giorno dopo.
In questo senso uno sceneggiato come Il segno del comando apparve quasi come un fulmine a ciel sereno in quanto fu il primo che affrontò direttamente tematiche legate all'esoterismo, al gotico, al fantasy e perché no? diciamolo anche all'horror.
Il tutto rivestito da una confezione luccicante e da una patina di cospirazionismo internazionale per dargli un ancoraggio forte con la realtà.
Fu un grosso rischio ma il successo fu straordinario: in cinque domeniche tra il maggio e il giugno del 1971 una media di quindici milioni di spettatori a puntata ( ascolti record anche per quel periodo in cui non c'era la diffusione capillare degli apparecchi televisivi che c'è oggi) si riunivano la sera davanti al loro piccolo schermo casalingo per vedere Il segno del comando, un cult incontrastato che non ha perso nulla del suo fascino a più di 40 anni della sua uscita.
Non che non sia invecchiato, anzi.
A parte l'uso del bianco e nero che già dice molto sulla sua epoca di appartenenza, si  nota subito che è tutto diverso, c'è una concezione narrativa del tutto diversa.
E' differente la scrittura, i tempi sono dilatati, l'azione latita,  con abbondanza di dialoghi su dialoghi con quell'andamento un po' aulico, più da lingua letteraria che parlata, è differente la statura attoriale ( qui ci sono tutti attori al di sopra della media, tutti di solida formazione da Pagliai e Girotti, passando per Paola Tedesco, Rossella Falk e Carla Gravina e sicuramente ho dimenticato qualcuno meritevole di citazione), il loro modo di recitare più artefatto, studiato, melodrammatico nella gestualità, l'intreccio che col passare delle puntate invece di dipanare la sua matassa si rende sempre più complesso e difficile.
Si pende letteralmente dalle labbra  degli attori a cogliere ogni parola che dicono per paura che dopo non si riesca a capire più nulla di quello che succede, insomma una visione che chiede, anzi pretende, un certo impegno da parte dello spettatore.
E in quel 1971 sembravano tutti in grado di onorare quell'impegno, al contrario di molti degli spettatori di oggi che cercano solo svago e risate nello spettacolo televisivo e/o cinematografico.
Personalmente non so quale sia la ricetta del successo enorme che ottenne Il segno del comando ma posso azzardare qualche ipotesi: per prima cosa è un esperimento nuovo per la televisione italiana, una sorta di archetipo che poi servirà a sviluppare tutta una serie di sceneggiati che trattano in maniera più o meno esplicita il tema dell'occulto e del paranormale , veniva cinque anni dopo  Belfagor, Il fantasma del Louvre sceneggiato francese che si occupava di tematiche contigue,  che fu enorme successo sugli schermi italiani.
Pur con la tendenza di avvicinarsi alla terra di Albione , ritenuta forse più adatta a uno sceneggiato che maneggi misteri e fantasy allo stesso modo, forse si sentiva l'esigenza di creare qualcosa di italiano nel profondo e quale miglior set naturale da sfruttare se non quello di Roma e del suo immenso dedalo di vicoli?
Sicuramente era qualcosa di più vicino a noi , più di quanto non fosse Parigi o Londra.
Roma è infatti la protagonista vera de Il segno del comando: una città esplorata nei suoi anfratti più nascosti, nei suoi vicoli più bui e suggestivi, una città che sembra nasconderne al suo interno un'altra che vien fuori solo di notte , alla luce fioca dei lampioni, con le ombra che si allungano sui muri inghiottendo letteralmente ogni barlume di luminosità facendole così  assumere un'aria tetra e minacciosa.
Ecco, forse una Roma così non si era ancora vista e forse non si vedrà mai più.
E questa unicità rende Il segno del comando un cult intramontabile, anche a più di 40 anni di distanza.
Eppure non fu facile da realizzare : a partire da uno script tenuto nel cassetto da un po' di tempo il progetto vedeva all'inizio quattro sceneggiatori, poi rimasero in due Bollini e D'Agata e poi solo quest'ultimo a gestire tutta l'ultima parte del lavoro.
La leggenda narra che Daniele D'Anza ( importante anche il suo lavoro con una messa in scena di precisione asburgica che fa da contrappunto a una narrazione bulimica e totalmente sbilanciata, ondeggiante ad ogni colpo di scena sapientemente assestato) dovette girare ben cinque finali perché non si riusciva a trovare la quadra della chiusura e che si optò per un finale sostanzialmente aperto per farlo essere più in linea col tono magico e fiabesco ( in realtà una fiaba nerissima) di tutto lo sceneggiato.
Fu proprio per chiarire leggermente le cose che nel 1994 a partire dalla sua sceneggiatura Giuseppe D'Agata pubblicò un romanzo omonimo col finale da lui stesso concepito e poi cambiato nella produzione televisiva.
Malamente rifatto nel 1992 in una produzione televisiva diretta da Giulio Questi.
Armatevi di coraggio e fatevi catturare da questo sceneggiato.
Venite a scoprire che cosa è Il segno del comando .
Per quanto mi riguarda mi ha lasciato una pelle d'oca alta così...
E leggete qui quanto ha scritto il mio amico Nick del blog Nocturnia su questo bellissimo sceneggiato.

PERCHE' SI : fascino intramontabile, intreccio complesso e che si complica sempre di più ad ogni passaggio, una Roma così non si era mai vista, attori eccellenti, regia di precisione aburgica.
PERCHE' NO : è uno sceneggiato figlio di un'altra concezione di narrazione televisiva, molti dialoghi, poca azione , richiede impegno nella visione.E tutto ciò può scoraggiare molti che si appresteranno alla visione.

( VOTO : 8,5 / 10 ) 

Il segno del comando (1971) on IMDb

venerdì 27 febbraio 2015

Seria(l)mente : Shetland ( Stagione 1 e 2, 2013-2014 )

Provenienza : UK
Produzione e distribuzione : BBC Scotland
Episodi : 2 da 60 minuti cadauno ( Stagione 1), 6 da 60 minuti cadauno ( Stagione 2 )

Il detective Jimmy Perez è alle prese con vari casi di omicidio avvenuti nelle isole Shetland.
L'omicidio di un'anziana nativa delle Shetland vicino ad un sito archeologico e quello di una giovane ricercatrice sono legati in qualche modo alle vicende del cosiddetto Shetland Bus , una staffetta di navi che durante la Seconda Guerra Mondiale operava viaggi clandestini tra la Scozia e la Norvegia , sotto il dominio nazista, portando armi e agenti segreti dentro e fuori del Paese scandinavo. ( Red Bones , Stagione 1 ).
L'omicidio di una teenager il cui corpo è ritrovato sulla spiaggia è legato alla scomparsa di una bambina dal nome simile avvenuta una ventina di anni prima e il primo sospettato è un uomo solitario e osteggiato da tutti ( Raven Black, Stagione 2 ).
La morte in un sospetto incidente automobilistico di un giornalista investigativo , vecchio amico di Jimmy Perez, nasconde in realtà un omicidio a cui se ne aggiunge anche un altro. Esaminando le memorie del giornalista si verrà a capo della faccenda legata ad oscure manovre commerciali dopo alcuni colpi di scena ( Dead Water , Stagione 2 ).

Una scienziata viene uccisa nell'Osservatorio ornitologico sito nell'isola di Fair ( una delle Shetland, 70 abitanti in tutto ), posto in cui è nato Jimmy Perez. Lui arriva via nave assieme alla figlia e alla sua collaboratrice e deve venire a capo del mistero prima che finisca il blocco dei voli a causa delle avverse condizioni meteorologiche ( Blue Lightning , Stagione 2 ).
Gli 8 episodi ( che possono essere anche suddivisi in quattro episodi doppi, ogni caso criminoso è trattato sulla lunghezza delle due puntate ) che compongono le due stagioni di questa serie crime prodotta da BBC Scotland sono tratti dai romanzi omonimi ( e tutti bestseller) dell'acclamata scrittrice di gialli Ann Cleeves , creatrice del personaggio di Jimmy Perez e di una serie di libri in cui lui è protagonista.
E c'è anche un'altra serie di libri della succitata scrittrice che è stata già riadattata su piccolo schermo, il ciclo di Vera Stanhope, in una serie tv intitolata semplicemente Vera e con la bravissima Brenda Blethyn nella parte della protagonista ( prossimamente su queste pagine).
Shetland è una serie televisiva partita abbastanza in sordina, con una sorta di doppio episodio di prova, nel 2013 e poi approdata a una durata più canonica per la fiction inglese , cioè i 6 episodi della seconda stagione andata in onda durante il 2014 con ottimi dati di audience televisiva.
E per il 2015 è stata già confermata una terza stagione che tratterà però un solo caso, ovviando alla mancanza di una trama orizzontale delle prime due stagioni, organizzate su vicende criminose totalmente risolte in due episodi e in verità abbastanza parche di riferimenti alla vita passata di Jimmy Perez.
E' questa infatti la cosa che manca principalmente al personaggio principale della serie: una caratterizzazione più profonda del protagonista, detective ligio al suo lavoro, dotato di buona intuizione ma assolutamente non un superman o un formidabile deduttore alla Sherlock Holmes.
E' un uomo di buon senso, molto limpido, recitato con acume dal bravo Douglas Henshall , un uomo da quello che si vede senza passato e questa scelta in qualche modo ne determina una certa mancanza di profondità.
Probabilmente è anche una scelta consapevole, in fondo parliamo di una crime series, genere più che consolidato nella fiction inglese rispondente a precisi canoni formali  e sostanziali che però si svolge su uno sfondo molto particolare come quello delle solitarie isole Shetland.
Un anfratto lontano sia dalla Scozia che dalla Norvegia, isolato sia geograficamente ma anche culturalmente , poco sfruttato dagli itinerari turistici, nonostante le vestigia archeologiche,  uno di quei luoghi che ti vien voglia di preparare subito i bagagli e partire col primo mezzo di locomozione utile per vivere un'esperienza fuori del tempo.
Le isole Shetland sono proprio così, fuori del tempo, un microcosmo a parte che ha poco più di ventimila abitanti , e proprio questa loro peculiarità rende questa  serie incredibilmente affascinante ( cosa amplificata nell'ultimo episodio ambientato sull'isola di Fair che di abitanti ne conta 70 ).
Basta solo una panoramica, un campo lungo della telecamera che magari segue l'auto di Jimmy Perez che si inerpica per quelle strettissime lingue d'asfalto che tagliano il verde della brughiera ( perché di alberi non ce ne sono) per essere rapiti e cominciare a perdersi con la fantasia in un altroquando magico.
La memoria corre subito a un'altra serie inglese di cui abbiamo parlato di recente , Hinterland ( di cui abbiamo parlato qui ), strutturata alla stessa maniera, con casi che si chiudevano sulla lunghezza della puntata doppia e anch'essa che faceva leva su un'ambientazione inconsueta come l'aspra brughiera gallese, diversa anche cromaticamente dal resto dell'Inghilterra.
Parlando dell'ambientazione si rischia di sottovalutare la scrittura dei vari episodi, comunque soddisfacente all'interno di uno stile ormai consolidato da tipico crime inglese.
La durata ragguardevole di ogni caso trattato permette di dare un ampio respiro a ogni vicenda e a inserire nei punti strategici opportuni colpi di scena che vanno a ravvivare una narrazione comunque dal passo lungo, tipico della produzione nordica ma che rispetta anche tutti i caratteri di tipicità della classica serie crime inglese: quindi personaggi che fanno della normalità assoluta la loro carta vincente, una qualità tecnica ragguardevole, un paio di guest stars di spicco che svolgono egregiamente il loro lavoro ( Brian Cox in Red Bones e John Lynch in Blue Lightning) e una recitazione assolutamente al di sopra della media.
Lo standard degli episodi è piuttosto alto ma l'ultimo episodio Blue Lightning, quello ambientato sull'isola di Fair si segnala per una narrazione dal ritmo notevolmente più spedito rispetto agli altri casi criminosi trattati e per  affrontare abbastanza di petto il discorso della chiusura socioculturale degli isolani.
Ci vuole poco a diventare fan della serie Shetland: basta vedere i titoli di testa e innamorarsi di un posto incantato di cui non sapevamo nulla fino a pochi secondi prima...

PERCHE' SI : ambientazione di incredibile impatto, ottima recitazione, solita qualità tecnica molto alta al servizio di una scrittura più che soddisfacente.
PERCHE' NO :  a causa della sua struttura ( ogni caso due episodi) manca del tutto la trama orizzontale e questo toglie un po' di profondità al personaggio di Jimmy Perez recitato però con notevole applicazione da parte di Douglas Henshall, il passo talvolta è lungo e la fa somigliare più a una serie nordica che a una inglese.

( VOTO : 7,5 / 10 )

Shetland (2013) on IMDb

mercoledì 25 febbraio 2015

Seria(l)mente : The Widower ( 2014 )

Provenienza : UK
Produzione e distribuzione : Octagon Films
Episodi : 3 da 50 minuti cadauno

La storia ( vera ) di Malcolm Webster, infermiere apparentemente ligio al suo dovere, gioviale e dotato di un discreto appeal che sposa in prime nozze Claire andando a vivere con lei in un cottage nella campagna scozzese
Quando lei gli chiede il perché delle sue spese fuori controllo Malcolm non trova di meglio che cominciare a drogarla con una benzodiazepina , le fa firmare una ricca polizza assicurativa e poi organizza un finto incidente stradale in cui lui rimane ferito leggermente e lei muore carbonizzata imprigionata nell'auto.
Dopo qualche anno lo ritroviamo in Nuova Zelanda dove conosce Felicity e la sposa.
Anche qui la storia si ripete , dovrebbero comprare casa insieme ma lui adduce sempre scuse per mettere la sua parte di soldi e quando la situazione comincia ad essere pesante,  lui inizia a drogarla con le benzodiazepine e la  proposta di una ricca polizza assicurativa sulla vita , fa insospettire lei e i suoi genitori.
Malcolm è costretto a fuggire ingloriosamente.
Passa ancora qualche anno e lui, tornato alla natia Scozia non si fa scrupolo di fingersi leucemico in fin di vita per fare breccia nel cuore della bella Simone.
Ma stavolta la polizia è sulle sue tracce....
Diciamo sempre che la realtà è sempre oltre la più fervida delle immaginazioni e questa miniserie inglese  in tre puntate trasmessa di ITV Channel a marzo dell'anno scorso, ne è la prova lampante.
The Widower racconta la storia vera di un novello Barbablù, suadente e a suo modo accattivante con quel fascino un po' viscido dettato da modi estremamente gentili e attenzioni che normalmente gli uomini non prestano verso le loro donne.
E la realtà si situa comunque oltre perché la sceneggiatura della serie scritta da Jeff Pope e Jim Barton  narra solo di un minimo delle gesta del vero Malcolm Webster, implicato in molti più fatti criminosi rispetto a quelli trattati in The Widower.
Si parla addirittura di 3 bambini morti di complicanze cardiache  sotto le sue cure ad Abu Dhabi ( la religione musulmana vieta qualsiasi esame postmortem) e di relazioni con almeno altre 6 donne oltre a quelle di cui narra nella miniserie.
Se volete sul tizio in questione c'è una ricchissima pagina Wikipedia qui.
E personalmente adoro vedere su schermo questo tipo di storie e poi andare a cercare quello che è realmente accaduto.
Malcolm Webster è un demonio con la faccia d'angelo, uno che ha passato la vita a perfezionare la sua strategia criminosa arrivando a fingere persino di essere sotto trattamento chemioterapico, uno che si è potuto muovere per il mondo sfruttando le pieghe della legge e i difetti di comunicazione tra le polizie dei vari Paesi.
Un tipetto poco raccomandabile a cui dà volto Reece Shearsmith, già istrionico coprotagonista e cosceneggiatore assieme al grandissimo Steve Pemberton di due serie inglesi supercult come Psychoville e Inside No 9.
La regia di Paul Whittington è accorta e riesce a dosare ottimamente la suspense ( da manuale la sequenza in cui porta una semidrogata Felicity sul ciglio di una scogliera ) ma l'impressione è che la miniserie sia riuscita a catturare solo in parte la vera essenza di Webster e l'affinamento negli anni della sua strategia nell'affabulare giovani e piacenti donne senza soverchi problemi economici.
Questo si avverte soprattutto nella gestione della storia con Simone, l'ultima sua conquista, in cui lo vediamo di punto in bianco fingersi malato oncologico terminale , uno scarto abbastanza violento rispetto a quanto fatto in precedenza ma leggendo la sua vera storia si apprende che Simone non è stata la prima con cui si è finto malato di cancro.
Come se avesse fatto le prove generali prima di partire all'assalto della bella Simone,
E fa macchia anche il personaggio del fidanzato di lei, una specie di orso marsicano musone e silenzioso che accetta quasi senza opporre resistenza la convivenza forzata con questo strano malato di tumore.
La qualità della confezione è ottima as usual, ma qui parliamo ormai di uno standard consolidatissimo negli anni e il cast è formato da nomi abbastanza illustri.
La storia raccontata non sarà certo il massimo dell'originalità ( parliamo di argomenti già trattati a partire da Monsieur Verdoux di Chaplin e Landru di Chabrol) ma è condotta con verve , con un ritmo insolitamente alacre per essere una miniserie televisiva e con un intelligente uso della suspense.
Non colpi di scena improvvisi ma una precisa strategia della tensione che aumenta pian piano fino a deflagrare in una ragnatela di bugie e di fughe strategiche di Webster, capace di sgusciare via sempre al momento giusto.
Peccato che duri così poco...

PERCHE' SI : ritratto di un demone con la faccia d'angelo, intelligente uso della suspense, ottimo cast, confezione eccellente ma ormai non è più una sorpresa
PERCHE' NO : la miniserie racconta solo un minimo delle gesta criminali di Webster ( ma fare qualche altra puntata in più, no?), troppo breve, l'impressione è che per esigenze di sintesi non catturi la vera essenza di Webster e l'evoluzione della sua strategia negli anni...

( VOTO : 7 + / 10 ) 

The Widower (2013) on IMDb

venerdì 20 febbraio 2015

Seria(l)mente . Exile ( 2011 )

Provenienza : UK
Produzione e distribuzione : Abbott Vision, Red Production Company, BBC
Episodi : 3 da 60 minuti cadauno

Tom Ronstadt, giornalista d'assalto la cui carriera è in fase non di stallo ma di vera e propria caduta libera,  vive a Londra un'esistenza sul filo del pericolo tra droghe , alcool e sballi vari.
La sua carriera di giornalista è arrivata a un punto di non ritorno e per questo decide di tornare dal padre, in provincia, a cui hanno diagnosticato una forma molto aggressiva di Alzheimer.
Bada a lui la sorella, Nancy, che sta sacrificando tutta se stessa per assistere al meglio il padre.
Tom non è tornato per la sorella, ma per il padre, una volta giornalista d'assalto anche lui, che si ostina a nascondere un mistero di molti anni prima riguardante lui e altri bambini del posto.
E la malattia complica dannatamente il tutto.
Ma alla fine il segreto tornerà in superficie...
Exile è una miniserie in tre puntate targata BBC del 2011 creata dal signor Paul Abbott, guru della televisione inglese, autore di molte serie e passato alla storia per la creazione dell'universo variegato di Shameless , una delle poche serie che trasportate dalla terra d'Albione agli Stati Uniti non ha perso nulla della sua carica provocatoria e dissacrante.
Exile quindi sarebbe degna di attenzione solo perché scritta da Abbott ma in realtà attira anche per molto altro a partire da un cast cinquestelle extralusso capitanato da John Simm ( protagonista di Life on Mars e volto speso in tante altre produzioni , persino Doctor Who nel suo voluminoso curriculum), dal grandissimo vecchio Jim Broadbent ( una carriera spesa tra grande cinema e grande televisione) e un'intensissima Olivia Colman attrice già vista in Hot Fuzz secondo film della trilogia del cornetto del trio della meraviglie Pegg/ Wright / Frost e moltissime altre serie inglesi, tra cui il cultissimo Broadchurch.
L'idea che sta alla base di Exile è quella di raccontare una sorta di ritorno del figliol prodigo, un ritorno forzato più che altro da circostanze esterne e che si rivela molto meno facile del previsto.
Tom è costretto a tornare a casa dal padre per via della sua vita sregolata e di una carriera professionale cacciatasi ormai in un  vicolo cieco , ma sembra tornare nel posto sbagliato, a casa di un padre mai troppo amato e di una sorella forse mai conosciuta veramente a fondo.
E il padre ha una malattia bastarda come l'Alzheimer, che ti ruba le memorie ogni giorno.
Qui vorrei fare una divagazione  perché mi scatta automatico  fare un confronto sul come viene affrontato il discorso della malattia in questa miniserie inglese e l'analogo discorso fatto in Still Alice, film veicolo di una convincente candidatura all'Oscar targata Julianne Moore.
In Exile la malattia è trattata molto più realisticamente: il malato di Alzheimer non è solo un simpatico individuo che dimentica i nomi o usa l'evidenziatore per aiutarsi nella lettura.
E' una persona bisognosa di assistenza continua, capace di fare cose estremamente imbarazzanti e spiacevoli, una persona con cui è difficile instaurare un rapporto perché tanto la legge è dettata sempre dalle stravaganze obbligate da una degenerazione della sua  materia cerebrale.
Exile non nasconde nulla della sgradevolezza di questa situazione, sbatte tutto in faccia allo spettatore, cosa che Still Alice , a mio parere abbastanza furbescamente, non fa, tenendosi al di fuori dei binari di un realismo scomodo forse da rappresentare in un contesto come quello degli Oscar.
Altra cosa parecchio interessante è che la memoria che viene e che (soprattutto) va , è utilizzata come motore dell'anima thriller di questa miniserie.
Il vecchio Sam non ricorda perché è demente, almeno così sembra in talune circostanze, ma spesso si ha la sensazione che alcuni particolari legati all'infanzia di Tom e a un mistero vecchio di circa quaranta anni, li voglia tenere nascosti a forza , cercando di non farli scoprire al figlio.
Exile è una serie che si nutre del confronto psicologico tra i vari protagonisti, a tratti duro da sostenere, non c'è l'adrenalina action o un meccanismo ricco di suspense per tenere lo spettatore incollato alla poltrona.
E' il racconto senza ipocrisie di una storiaccia vecchia di decenni ma che mantiene inalterata tutta la sua carica di estrema sgradevolezza.
Ma è anche il racconto del recupero progressivo di un rapporto tra persone che in realtà sembrano non essersi mai conosciute a fondo, di una famiglia che sembra  ricongiungersi seguendo la fiammella del ricordo dei tempi andati .
Un ricordo confuso, intriso di nostalgia ma anche di paura per la sua carica di rabbia repressa e di mistero, un mistero che gradualmente verrà dipanato nelle tre , intensissime puntate.
Ad Exile forse manca quel piccolo scatto in avanti che le permetterebbe di essere un vero e proprio cult, forse anche a causa della breve distanza, dura solo 3 ore, poche per le dinamiche televisive, ma convince proprio in virtù di una qualità realizzativa al di sopra della norma.
Già solo vedere Simm, Broadbent e la Colman in azione è un gran piacere, poi c'è anche una narrazione ricca di spunti e di sorprese che convince e avvince.
Senza usare squallidi trucchetti per tenere desta l'attenzione.

PERCHE' SI : ottimo trio di protagonisti, una vicenda che nasconde molti spunti e sorprese, l'Alzheimer trattato in maniera realistica in tutta la sua sgradevolezza.
PERCHE' NO : miniserie troppo breve per sviluppare alcuni dettagli narrativi di interesse( tipo la vita della sorella del protagonista, oppure il ruolo della madre), c'è poca adrenalina che scorre in un lungo , continiuo confronto psicologico, gli manca quel piccolo scatto in avanti per farne un vero cult.

( VOTO : 7 / 10 ) 

Exile (2011) on IMDb

venerdì 13 febbraio 2015

Seria(l)mente : P'tit Quinquin ( 2014 )

Provenienza : Francia
Produzione e distribuzione: 3B Productions, Arte France, Region Nord-Pas-de-Calais e altre
Episodi : 4 da 50 minuti cadauno.

In un piccolo borgo rurale affacciato sul canale della Manica, tra le poche case e i bunker che ricordano ancora la Seconda Guerra Mondiale si svolge l'infanzia del piccolo Quinquin del titolo, della sua fidanzatina Eve e dei suoi amici piccole canaglie sempre in cerca di qualche emozione adatta alla loro età, leggasi i petardi lanciati ovunque nel momento più inopportuno.
In un bunker viene ritrovato il cadavere di una vacca e non si sa come diavolo ci sia arrivata.
Ma il peggio è che dentro le viscere della vacca ci sono resti umani.
E così in un'altra vacca ritrovata morta nelle campagne circostanti.
Omicidio passionale o serial killer? Il comandante della Gendarmeria Van der Weyden indaga coadiuvato dal fido Carpentier.
Quinquin e i suoi amici scorgono tutto da vicino.
Chi è stato?
Bruno Dumont ovvero la quintessenza del nuovo cinema autoriale europeo, uno dei pochi capaci di riscrivere precisi canoni stilistici ed estetici in un cinema sempre cangiante , fatto di momenti diversi, di differenti stati evolutivi.
P'tit Quinquin è un ulteriore passo in avanti del cinema di Dumont, una progressione che in realtà guarda al proprio passato ma arricchendolo di nuovi , spiazzanti elementi.
Si torna al suo esordio, a L'età inquieta che tracciava una linea sulla chiusura mentale e culturale che può albergare nei più sperduti borghi francesi, si torna a L'umanità e ad inquietanti fatti di sangue al di là della comprensione umana, si torna anche al vento e alla spiaggia battuta dal vento, alle fattorie in cui il tempo sembra essersi fermato a qualche decennio fa di Hors Satan, uno dei suoi titoli più enigmatici.
Qui il suo cinema procede oltre: si arricchisce della dimensione comica, sarcastica, o meglio tragicomica perché più vai avanti a ridere ( o meglio a sorridere) e più ti accorgi che in realtà c'è poco da ridere.
Al massimo si può ghignare.
A metà tra il ritratto di una fanciullezza irrequieta e un'indagine che inclina sul versante grottesco fin dall'inizio, P'tit Quinquin è un ritratto agrodolce di una comunità di freaks in cui  il polziotto incaricato dell'indagine è il più freak di tutti con i suoi innumerevoli tic e le sue battute che spesso virano decisamente al nonsense.
Van der Weyden è una maschera buffa, quasi da commedia demenziale e il suo fido Carpentier, uno che in bocca ha i denti schierati un po' a caso, non gli è da meno.
In effetti dell'indagine non interessa a nessuno, men che meno allo spettatore che è colpito più da quella immagine iconica della vacca sollevata in cielo dall'elicottero, che dai rilievi della scientifica che nell'ano della malcapitata bestia trova dita e altri resti umani.
Non è orrore , perlomeno non è percepito in questa maniera, è solo un problemuccio di una comunità sui generis in cui anche ai funerali in chiesa si ride, le vacche sono malate di BSE , la malattia della mucca pazza e anche i maiali sembrano non passarsela tanto meglio e di sottecchi vediamo anche uno Spiderman che riesce ad attaccarsi a una parete per poi passare a vedere altro.
Mai come in questa miniserie il confine è labile tra televisione e cinema. anzi inesistente visto che P'tit Quinquin è stato giudicato come miglior film francese del 2014 dai Cahiers du Cinema ed è passato senza la divisione in puntate a Cannes del 2014.
Poi il passaggio televisivo in quattro puntate dai titoli roboanti e affatto consolatori come La bestia umana, Al cuore del male, Il diavolo in persona , Allah è grande.
Insomma è cinema travasato in tv.
P'tit Quinquin è un nuovo Bruno Dumont, ritrattista di una comunità moderna eppure antica, una fotografia fedele di tutte le stranezze che la caratterizzano e contraddistinguono.
A cui stavolta aggiunge una cospicua dose di ironia.
Giusto per potersi finalmente regalare un  meritatissimo passaggio televisivo.

PERCHE' SI : ambientazione particolare quasi da crime series inglese, un piccolo protagonista eccellente, cospicua ironia che scivola spesso nel sarcasmo
PERCHE' NO :  non è una crime series a dispetto delle apparenze, l'esondazione nel grottesco potrà non piacere a qualcuno, così come le sottolineature politiche ( quarto episodio).

( VOTO 8 + / 10 )