I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.

sabato 25 aprile 2015

The Tower ( 2012 )

Il miliardario Jo, proprietario di due grattacieli altissimi collegati da un ponte al 70esimo piano, decide di organizzare una festa per Natale per i residenti e per i VIP di Seul.
Il manager dell'edificio Dae -Ho, vedovo, con una figlia piccola è costretto a lavorare invece che passare il Natale con la sua piccola.
Ispezionando l'edificio scopre delle gravi mancanze nel sistema antincendio e prontamente le denuncia al signor Jo.
Che però non se ne cura , la festa deve andare avanti comunque.
Un elicottero si schianta contro l'edificio e scoppia un incendio che mieterà molte vittime.
Dae Ho e una eroica squadra di pompieri si adopereranno per salvare più vite possibili...
Vi suona familiare questa trama?
Infatti, suona mooolto familiare, è praticamente ricalcata con la carta carbone su L'inferno di cristallo, un all star movie hollywoodiano che da molti viene considerato il capostipite del genere catastrofico.
Chi segue questo blog sa che io vado letteralmente fuori di melone per il cinema coreano, ripeto sempre fino allo sfinimento che i thriller coreani al momento sono molto meglio degli omologhi hollywoodiani, l'industria cinematografica coreana è molto forte anche perché dal punto di vista legislativo è molto tutelata ( non vorrei sbagliare ma credo che ci sia addirittura una legge che prevede che almeno il 50% dei film proiettati nelle sale debba essere prodotto autoctono) , è un Paese che come numero di abitanti è paragonabile al nostro con i suoi 50 milioni di abitanti contro i 56 e rotti della nostra Italietta, ma che stacca molti più biglietti al cinema di quanto succeda da noi.
E si staccano molti biglietti per il cinema coreano.
Però talvolta i nostri amici orientali giocano a fare gli americani e così facendo tendono a perdere la forte identità del loro cinema.
Non che sfornino brutti prodotti, per carità, anzi la confezione è sempre inappuntabile e anche gli effetti speciali ( fatta la tara al budget molto più basso rispetto ai film hollywoodiani) non sono poi così lontani dall'eccellenza perché i nostri sanno usare la computer grafica in modo veramente sopraffino.
E' il caso di questo The Tower, blockbuster natalizio uscito in Corea il 25 dicembre del 2012 ( mentre da noi per Natale si tirano fuori commedie superbuoniste o trashate da risata grassa, loro se ne escono con un film catastrofico che non lesina in morti e feriti) che , a parte le caratteristiche fisiche degli attori, sembra più americano dei film americani.
E' costruito esattamente come il manualetto del cinema catastrofico comanda: una prima parte in cui si introducono i vari personaggi, varie storie che si incrociano sullo sfondo di questo edificio ipertecnologico a prima vista indistruttibile, un po' come era inaffondabile il Titanic, qualche esondazione nel melodramma familiare e nella critica sociale ( si veda la storia della madre che fa le pulizie nell'edificio , umiliata dalla riccastra di turno, che lavora per far studiare il figlio, oppure la famiglia di umile estrazione sociale che ha vinto un appartamento alla lotteria e che si sente a suo agio in quell'ambiente come un pesce fuor d'acqua), un'esilissima storiella d'amore da far crescere con i minuti, la solita bambina strappalacrime, una squadra di vigili del fuoco comandata da un capitano che sembra avere degli scheletri nell'armadio grossi così e a cui non sembra importare molto della propria vita.
Tutto mediamente scorrevole , alleggerito da qualche situazione comica e senza alcun lampo di genio.
Anche perché , non occorre sottolinearlo, il piatto forte è la catastrofe, l'incendio con tutto il suo bastimento carico di morti, feriti ed effetti speciali.
Sotto questo profilo il film non delude: certo c'è ancora distanza con gli omologhi prodotti americani, anzi emmerichiani, ma lo spettacolo è più che decoroso.
Peccato che tutto sia stato già ampiamente visto , rivisto e stravisto al di là dell'Oceano.
Non bastano quelle spruzzate di melodramma tipicamente coreane o la ricerca del lirismo in alcuni personaggi ( quello del capitano dei vigili del fuoco).
The Tower è una perfetta simulazione di blockbuster americano che è diventato un perfetto blockbuster coreano facendo staccare diversi milioni di biglietti.
Del resto , esattamente come succede in quel di Hollywood, anche qui il cast è formato di nomi extralusso in apparizione breve ma intensa, ognuno con la propria microstoria.
Personalmente preferisco il cinema coreano quando fa il coreano e non vuole fare l'americano.
Ma come guilty pleasure ci sta ampiamente.

PERCHE' SI : la confezione è accurata e l'uso della computer grafica è assai intelligente, non male le scene di distruzione e il ritmo impartito al film
PERCHE' NO : tutto ampiamente visto, rivisto e stravisto, remake apocrifo de L'inferno di cristallo ( The Towering Inferno), imitazione di blockbuster americano più vera del vero.

LA SEQUENZA : il crollo del ponte tra le due torri.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
meglio diffidare dei mega party di Natale, qualcosa di brutto succede sempre.
Seul, a vedere le generose panoramiche che ci regala il regista, è una città immensa.
Non credo che salirò mai su un elicottero.
I coreani quando vogliono fanno gli americani meglio degli americani.

( VOTO : 5,5 / 10 )

 The Tower (2012) on IMDb

venerdì 24 aprile 2015

Humandroid ( 2015 )

Johannesburg: un futuro così prossimo che è parente strettissimo del presente. Ormai la criminalità ha raggiunto vette inimmaginabili e la polizia ha armi spuntate per controbattere.
La Tetravaal fornisce al governo dei robot umanoidi atti al controllo della legge e dell'ordine ideati da Deon, ingegnere indiano che lavora da tempo al suo sogno di sempre, un robot dotato di un'intelligenza artificiale il più possibile umana.
A contrapporsi a lui c'è la presidentessa della ditta e l'ingegnere Moore che invece ha ideato dei robot comunque guidati dall'uomo.
Chappie il robot umano a cui sta lavorando Deon e che lui sta cercando di proteggere dalla scorrettezza di Moore, viene rubato da una gang di spiantati.
Chappie è come un bambino che deve imparare a vivere e Deon cerca di insegnargli tutto.
Ma si ritrova ben presto all'interno di una lotta molto più grande di lui e del suo robot.
Occorre fare scelte drastiche e esplorare nuove forme di vita.
Eccoci qua dopo una settimana e più a parlare nuovamente di cinema, era giovedì scorso che soccombevo miseramente alle armate delle tenebre virali del mio computer che mi impedivano di fatto di scrivere e di collegarmi al blog.
Allora , vediamo, devo riprendere un attimo gli automatismi e naturalmente non avevo appuntato nulla di quello che volevo scrivere la settimana scorsa.
Quindi per una volta questo è uno dei pochi film che ho lasciato sedimentare per un po' di tempo, cosa che in genere tendo a fare poco perché prediligo scrivere le mie opinioni di pancia , senza starci troppo a pensare.
A questo Humandroid invece sono stato a pensare per una settimana abbondante.
La prima cosa che mi vien da dire è che per una volta i titolisti italiani, pur nella loro totale insipienza sono riusciti a migliorare un titolo originale che francamente non si può sentire.
Perchè diciamolo: Chappie più che il titolo di un film sembra una marca di cibo per cani, anzi esisteva una marca di cibo per cani che si pronunciava alla stessa maniera anche se si scriveva in modo diverso, italianizzato.
E tu Blomkamp non puoi intitolare il tuo film come la marca di un cibo per cani.
La seconda cosa che si nota in questo film è che Blomkamp ritorna alla sua amata/odiata Johannesburg per consegnarci l'ennesimo quadro di un futuro distopico che somiglia tanto al presente deteriore che stiamo vivendo e a quello scenario semi apocalittico paventato dai vari Robocop ( sia i tre film della saga originale , sia il reboot di poco tempo fa).
E questo non depone a favore di un regista che si era fatto notare con uno spot favoloso ( quello della Citroen) e che aveva esordito col botto con un film, District 9, che mostrava tutto il suo talento.
Talento che al momento sembra che gli si stia ritorcendo contro: è indubbio che le animazioni dei robot siano favolose, i loro movimenti sono di una fluidità e di una naturalezza impressionanti ma è altrettanto indubbio che a livello di scrittura siamo dalle parti della retorica hollywoodiana di grana grossa, infarcita di citazioni più o meno manifeste che faranno la gioia dei palati cinefili.
Altra cosa che a mio parere non funziona come dovrebbe è la caratterizzazione dei personaggi: sarà sicuramente tutto intenzionale ma i personaggi umani sono figurine di cartone monodimensionali che devono lasciare obbligatoriamente il passo ai sentimenti e all'"umanità" dell'unico personaggio che umano non è, quell'assemblaggio di titanio e circuiti prestampati che risponde al nome di Chappie.
Meglio stendere un velo pietoso sul personaggio affidato alla Weaver, di inutilità megagalattica e su quello di Hugh Jackman , un cattivo da barzelletta con un acconciatura da barzelletta.
Dicevamo di Chappie :un personaggio puccioso a cui non ci si può non affezionare, il motore e l'unica nota di estro nonché di colore di un film che narra la sua storia in maniera lineare, forse troppo lineare e semplice come se dovesse arrivare a tutti i costi al grosso del pubblico.
Cosa che personalmente gradisco molto poco, perché quando un autore si fa condizionare dalla pancia del pubblico allora ha imboccato una via che sarà avara di soddisfazioni , una via che condurrà all'oblio se non baciata dal successo al botteghino.
Eppure Blomkamp è giovane e ha talento ma al terzo film non ha ancora manifestato quella progressione che molti, e mi ci metto pure io tra questi, attendevano.
Humandroid è un compitino eseguito in bello stile, con quelle riprese sporche e aggressive che fanno tanto cinema di guerra, ma manifesta poca anima e quella poca che ha è inserita dentro il software di Chappie, robottino con l'anima che esplora quella linea grigia tra intelligenza artificiale e umana..
Che ha una voce insopportabile nel doppiaggio italiano.
Ma che si muove da Dio.
Per chi si accontenta.

PERCHE' SI : eccellenti le animazioni di Chappie e la crescita del suo personaggio, lo stile di ripresa è accattivante, i personaggi dei due gangsta rappers sono simpatici., i 50 milioni di budget si vedono tutti.
PERCHE' NO . personaggi umani piatti come figurine di cartone, storia troppo lineare , la voce di Chappie  nel doppiaggio italiano è irritante, film che non lesina furbizia per arrivare al grosso del pubblico con la sua retorica hollywoodiana di grana grossa.

LA SEQUENZA : le prime parole pronunciate da Chappie.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
Blomkamp ha talento da vendere ma sapere che sta girando il nuovo Alien mi ha fatto venire un brivido lungo la schiena.
Chappie è un robottino talmente puccioso che lo avrei voluto nella mia collezione di giocattoli.
Il parrucchiere di Jackman in questo film si faceva sicuramente di anfetamine.
Anche i robot hanno un'anima e Chappie è l'ultimo di una lunga serie.


( VOTO : 5 / 10 )

 Chappie (2015) on IMDb

giovedì 23 aprile 2015

Stupidario veterinario : un tranquillo venerdì 17 da paura nell'ambulatorio del bradipo

Ogni un racconto di un ordinario delirio in una mattinata piuttosto affollata nel mio ambulatorietto.
La ferita era fresca: il computer a riparare e senza scrivere nulla la mattina prima di andare al lavoro.
Non sono scaramantico ma ci credo: ho i miei rituali la mattina.
La sveglia quando da poco si è fatto giorno, un sorso di yogurt da bere gusto cocco e ananas , intanto che ho già acceso il computer, quindi un giro per internet per vedere le ultime novità.
Poi la lettura della trama del film di cui ho intenzione di parlare e infine comincio a confezionare il post mentre la casa si sta svegliando, i figli si cominciano a vestire e danno fastidio alla nostra cagnetta Bea che abbaia , ringhia e sbatte i denti per mordere che in confronto un piranha è un pucciosissimo pesce rosso.
Questa mattina ho chirurgia, tutto di routine, devo sterilizzare un gattino maschio e poi si è aggiunta una gattina femmina all'ultimo momento .
Di solito non prendo mai un doppio appuntamento di chirurgia nella mattinata: mi stresso troppo perché sento sempre terribilmente la responsabilità di avere una vita tra le mani che è legata alla mia pratica chirurgica.
Perché per gli altri saranno anche animali ma per me sono esseri viventi e per chi me li affida sono qualcosa di molto di più che semplici amici.
La responsabilità si sente, eccome se si sente.
Quando ho chirurgia la mattina, se la posso programmare prendo appuntamenti solo di mattina, tutto il mio rituale viene stravolto: devo andare leggermente prima in ambulatorio per preparare la sala operatoria, per avere già tutto pronto e in ordine, per non lasciare alcuno spazio all'imprevisto che di solito è sempre in agguato.
Anche il viaggio in macchina è fatto nel silenzio assoluto: spazio vietato alla musica e alla radio, solo concentrazione per quello che mi attende appena arriverò in ambulatorio.
In tutto questo ha parte fondamentale la mia dolce metà, anzi il mio quartino, viste le mie dimensioni antropometriche.
Lei è mia moglie, la madre dei miei figli ( anzi dei nostri figli), la mia migliore amica, la mia confidente ed è anche la mia collaboratrice principale.
Senza di lei non sarei in grado di fare nulla: è lei che si occupa di tutto quello che gravita attorno alla mia attività, è lei che si occupa di preparare tutto, di mettere tutto in ordine in modo che quando entro in sala operatoria sia tutto pronto , dal ferro chirurgico , alla garza , al filo di sutura.
E lei è anche il mio calmante mentre opero oltre ad essere il mio antidepressivo naturale.
Dicevo calmante mentre opero: beh non c'è operazione chirurgica in cui non si moccola almeno un pochino, almeno nella mia sala operatoria succede così, lei è sempre lì a calmarmi e a cercare di mettermi di buon umore.
A proposito di scaramanzia oggi è venerdì 17 e come ho detto prima non è vero ma ci credo.
E quella mattina mi ha attraversato la strada anche uno dei millemila gatti neri dell'architetto che abita all'inizio della mia via.
I gatti neri portano fortuna in tutti i Paesi tranne che nel nostro : siccome portano fortuna e non voglio che qualsiasi cosa poi succeda in sala operatoria sia connesso all'attraversamento o meno di quel gatto , decido di fare inversione a U e cambiare strada con tanti saluti al gatto nero e all'architetto.
Nel tragitto che va da casa all'ambulatorio, quindici minuti di macchina, dico a mia moglie che non so se ho preso l'appuntamento per fare le analisi del sangue a un pastore tedesco.
E non mi ricordo se la signora mi aveva parlato anche di una possibile visita al suo coniglio.
Se così fosse mi slitta tutta la scaletta delle attività della mattina.
Arrivo in ambulatorio e proprio mentre sto quasi gioendo perché non vedo la signora con il pastore tedesco....Caz ..è lì...e c'è anche il coniglio.
Faccio velocemente il prelievo dopo aver aiutato la signora a sollevare la piccola Sissi ( 50 kg di cane a momenti per alzarla dovevamo chiamare un carro attrezzi) che trema come una foglia , un po' come le mie vertebre lombari al solo pensiero che la devo riprendere in braccio per rimetterla giù.
E poi passiamo al coniglio: ecco quel coniglio in particolare è un concentrato di pucciosità senza limiti, è della razza ariete nano , ha delle lunghissime orecchie che gli ricadono ai lati della testa ed è lì buonissimo che aspetta la visita con pazienza e riesce a stare fermo anche quando su richiesta della signora devo fargli un po' di manicure e di pedicure, le unghie sono lunghissime e bisogna accorciarle.
Intanto è arrivata la signora del gatto maschio da operare ma prima di lei sono arrivate anche altre persone che hanno riempito la mia sala d'attesa con un brusio di sottofondo che diventa sempre più forte e che innervosisce me e i piccoli pazienti che stanno aspettando.
La signora del gatto è anche senza trasportino ma tiene il micio dentro una borsa da ginnastica da cui esce solo la sua testa.
Ma quella dei trasportini strani è un'altra storia.
Dopo aver visitato e vaccinato un lagotto di due mesi, anche questo di un puccioso ai limiti della commozione, arriva Argo, un cucciolone di American Staffordshire che ha problemi con le zampe posteriori.
Ecco, dire arriva è piuttosto improprio perché la ragazza che lo porta pesa meno di lui e sta ficcato talmente dentro la macchina che quasi non riesco a disincastrarlo.
Per evitare di stressarlo ulteriormente e di fargli male seppure involontariamente opto per una visita in situ: nel bagagliaio della macchina. E alla signora dico che non faccio pagare nemmeno la domiciliare.
Argo ha un dolore alla zona lombare molto forte ma fortunatamente tutti i riflessi spinali sono presenti e quindi non dovrebbero esserci problemi nel rivederlo in piedi sulle quattro zampe a breve.
La signora del gatto da sterilizzare intanto comincia a dire che ha fretta e lo fa ogni volta che passo nella sala d'attesa quando entro ed esco dall'ambulatorio per vedere Argo.
Il nervosismo mio sale perché detesto fare aspettare la gente e perché detesto affrettare le cose: del resto se mi chiamo bradipo e se il mio ambulatorio si chiama così una ragione ci deve essere.
Riesco a guadagnare un po' di tempo segnando la terapia domiciliare ad Argo e appena dopo faccio entrare finalmente la signora.
Lei è in vena di battute e io normalmente non sono da meno: sono carico come una molla ma anche il suo gatto non scherza, non si vuole far toccare neanche per una veloce preanestesia.
La signora comincia a dirmi:" Dottore , non è che si sbaglia e che la puntura la fa a me?"
E io prontamente " Signora non si preoccupi, se sente la puntura dell'ago basta che alza la mano e mi avverte e io mi fermo subito"
Il terrore cala come una mannaia sul suo sguardo: " Dottore ma le è mai successa una cosa simile?"
E qui mi vendico mentendo spudoratamente : " Solo un paio di volte in quasi venti anni di attività...."
La signora ormai me la sono giocata, deve subentrare il marito e a nulla valgono le mie rassicurazioni, capisce che stavo scherzando ma non si sa mai...
Riesco a sedare il gatto e a portarmelo in sala operatoria e mentre sto ultimando l'intervento mia moglie se ne esce : " Che ne dici oggi se mangiamo la pasta in bianco con asparagi e speck?"
Ecco non so perché ma ogni volta che faccio un intervento si finisce a parlare di cibo.
Aspetto il risveglio del gatto e lo metto nella gabbietta e ho la brutta idea di avventurarmi nella sala d'attesa che trovo molto più piena di quanto l'avessi lasciata prima.
Ci sono due cani da vedere , ma fanno talmente tanto casino che sembrano venti, e la gattina da sterilizzare che da dentro il suo trasportino guarda tutti con occhio terrorizzato.
Il primo cane è una bracchetta tedesca che devo solo vaccinare ma siccome abita nel mio stesso paese e le votazioni si stanno avvicinando ci scappa la chiacchiera sul sindaco e sulla situazione politica nella città.
Abitando in un paese di poco più di diecimila anime ci si conosce praticamente tutti per nome e quindi la chiacchiera procede spedita fino a che mia moglie, il vero direttore sanitario dell'ambulatorio, mi richiama all'ordine.
Devo far entrare l'altro cane, Achille che è quello che sta facendo più casino di tutti: poco tempo fa gli ho suturato una brutta ferita sulla zampa anteriore , l'ho costretto a portare uno scomodissimo collare elisabettiano ( dal padrone ribattezzato collare tibetano) e quindi il nostro rapporto è andato un attimo a sud.
E gli devo mettere il microchip, pratica semplicissima ma in un cane che si impunta come un cavallo allo stato brado e che scalcia come un mulo , diventa un filino più difficile.
Il microchip si applica mediante iniezione sulla parte sinistra del collo e Achille non sembra molto d'accordo nel farselo mettere.
Mi ringhia , ma ormai ci ho fatto il callo, mentre non esita a mordere le mani della padrona, così tanto per spiegarle che non ha nessunissima voglia di farsi toccare.
A questo punto la lotta diventa una questione d'onore: Achille scenderà dal tavolo dell'ambulatorio solo con il suo bel microchip.
I suoi padroni sono due placidi vecchietti, pensionati che lo trattano come un nipotino e lui un po' se ne approfitta. Di me invece , che sono più brutto, più grosso e più cattivo di loro ha un po' paura e per questo gli rifilo un paio di urlacci per mettergli non dico paura ma almeno per renderlo un po' dubbioso sulle mie reali intenzioni.
Messa la museruola e immobilizzato per un attimo finalmente riesco a mettere il microchip e lui mentre la padrona gli toglie la museruola che fa? la morde di nuovo e la signora , stoica, sopporta tutto.
E' il suo nipotino.
Intanto in sala d'attesa si sta consumando un dramma: la proprietaria della gatta da sterilizzare è ormai nel panico totale. E' una mia amica con cui c'è una certa confidenza per cui mi dispiace parecchio che la prenda così.
Un po' è anche colpa mia e del suo fidanzato: qualche anno fa abbiamo sterilizzato un suo gatto maschio e  le facemmo uno scherzo veramente crudele ideato dal ragazzo.
Mentre il gatto riposava nella gabbietta placido e tranquillo, mi misi un fonendoscopio a tracolla come il George Clooney di E.R., presi un panno verde e lo avvolsi in modo da far sembrare che ci fosse qualcosa dentro e poi facendoci vedere da lei passammo da una stanza all'altra al grido di "Lo stiamo perdendo! Lo stiamo perdendo!" esattamente come succedeva nella serie americana.
Devo ammettere uno scherzo veramente stronzo, di pessimo gusto.Lei quasi svenne e al ragazzo non perdonò mai uno scherzo così crudele.
Mi perdonò solo perché la burla non l'avevo ideata io.
Addormentiamo la gattina e procediamo con l'intervento.
Va tutto bene, mi siedo su uno sgabello, stanco, con i piedi che fanno un po' male e leggermente sudato.
Si è fatta l'una ormai, la mattinata è finalmente finita e tutto è andato nel migliore dei modi.
E mia moglie : " Ma allora ti va bene la pasta con asparagi e speck?"
" Va bene, amore, va benissimo. Tutto quello che vuoi tu."

mercoledì 22 aprile 2015

La mia vita senza cinema

Son tornato!
Prima che partano le salve a suon di " e sti caz.." ehm ci siamo capiti, volevo dirvi quanto ho apprezzato i vostri messaggi a cui cercherò di rispondere, lentamente , come mio costume.
In questi tre anni di attività quotidiana è la terza volta che sono costretto a fermarmi per cause di forza maggiore e devo dire che ogni volta la sensazione di vuoto che ho la mattina è sempre peggiore.
E questo depone a favore della durata del blog, perché è evidente che ancora sono supportato da sufficiente passione per fare il piccolo sacrificio mattutino di alzarsi un po' prima, mettersi davanti alla tastiera e organizzare le mie quattro parole in croce per parlare di film appena visti.
Questa settimana ho avuto modo di riflettere sia sul mio modo di essere un blogger, assolutamente sui generis, a cui sfugge probabilmente anche la grammatica di base per potersi definire tale.
Mancare la routine della mattina presto fatta di scrittura e giro per i vari blog che conosco, oltre che l'immancabile pellegrinaggio per i vari social, mi ha fatto vivere una brutta sensazione di inutilità, il vuoto di cui parlavo prima, il mio blog sempre pimpante e aggiornato tutti i giorni che vagava per la blogosfera come un'astronave abbandonata alla deriva spaziale, cristallizzato nel suo ultimo momento di vita virtuale.
La domenica è stato il giorno peggiore.
Di solito uso la domenica per riposare letteralmente le stanche membra dopo la settimana lavorativa ( e chi dice che fare il veterinario è un lavoro leggero gli farei provare un po' del delirio , bellissimo e che mi auguro accada tutti i giorni, da cui vengo assalito normalmente) e per recuperare visioni oltre che per scrivere dei posts che normalmente mi prendono più tempo del solito tipo le famose playlist con cui vi ho flagellato per numerose domeniche.
Questa domenica qui l'ho vissuta sulle ali del nervosismo come se avessi intrapreso una nuova dieta superipocalorica che mi ha dosato anche l'aria che respiro.
Brutta giornata meteorologicamente parlando, di quelle in cui stare a casa,  con scarsa voglia di combinare alcunché e la noia che ha regnato sovranamente.
Un giorno in cui la mancanza del blog ha fatto sentire, amplificata a un milione di decibel, il suo vocione.
In questa settimana non ce l'ho fatta neanche a vedere film, come se vedere film e scriverne per me fosse una cosa sola.
Mi ha fatto ritornare a una decina di anni fa quando non so bene per quale motivo decisi di prendermi un anno sabbatico dal cinema ( che poi durò un anno e mezzo) e da buon maniaco compulsivo cominciai a vedere solo serie televisive, dalle classiche a quelle più moderne.
Un rifiuto totale della narrazione stringata di un film in favore di serialità verticale e orizzontale come se avessi bisogno di storie dal respiro più ampio.
Il respiro che mi verrebbe a mancare ora se decidessi di non vedere più film.
Sono stato una settimana senza, anche per cause concomitanti, e ora sono come un tossico in crisi di astinenza, non riesco a immaginare la mia vita senza cinema.
Devo ricominciare il solito ritmo di visioni.
Ma una domanda mi frulla per la testa: che cosa sarebbe la mia vita senza cinema?
Perché non provare anche voi a rispondere a questa domanda?
Ci sentiamo domani: visto che molti si sono lamentati della mancanza di racconti inerenti la mia professione domani vi racconterò un tranquillo venerdì 17 da paura nell'ambulatorio del bradipo.

giovedì 16 aprile 2015

Pit stop : una sosta forzata.

Purtroppo per il persistere di noie informatiche sono costretto a fermarmi di nuovo: questo computer non ne vuole sapere di prendere in carico le mie quattro parole in croce e si è riammalato di nuovo.
O è stanco di sentirmi vaneggiare ogni mattina di cinema e di altre amenità annesse e connesse oppure questi dannati virus ne hanno davvero minato la salute e l'integrità.
Non vorrei dover operare un cambio drastico.
Ma l'età c'è.
Chiedo scusa a quei due o tre che mi leggono abitualmente.
Ritrasmetteremo su questi schermi il prima possibile.
Vediamo il dottore che ci dice.
Intanto continuo a studiare e ad aggiornarmi.

mercoledì 15 aprile 2015

Haunted 3 D ( 2011 )

Rehan viene mandato da suo padre a controllare una proprietà , una casa in stile vittoriano con un enorme parco in una posizione incantevole, per prepararne la vendita.
Chi precedentemente se ne occupava è morto in circostanze misteriose, pare un attacco di cuore e Rehan scopre presto che la casa è infestata da due fantasmi che ogni notte sono impegnati nel recitare la stessa scena.
Sono un maestro di musica e la sua procace allieva, lui tenta di usarle violenza e lei per difendersi lo uccide.
E il maestro infesta la casa da oltre settanta anni.
Rehan cerca di fermare la maledizione ma ogni tentativo risulta vano fino a quando non viene trasportato magicamente nel 1936 , appena prima che avvenisse il fatto incriminato.
Ha quindi una chance di fermare tutto.
Ci riuscirà?
Devo dire di non avere grosso feeling con Bollywood e il suo modo di fare cinema ma ogni tanto mi piace avventurarmi in questo mondo cinematografico alternativo, dove tutto è veramente esagerato, sia formalmente che sostanzialmente , dove i lustrini e le pailettes ti entrano veramente dentro i vestiti con musiche e balletti ogni tre per due che ti stordiscono mentre sei intento ad arrivare alla meta dopo un minutaggio che definire generoso è poco più di un gentile eufemismo.
Però per numero di produzioni è nettamente la prima industria cinematografica al mondo quindi , fatalmente, ogni tanto bisogna farci i conti.
E oggi ci occupiamo di un film bollywoodiano molto particolare, un horror, genere poco frequentato in quella parte di mondo, il primo horror stereoscopico mai fatto in India, come suggerisce la locandina.
Il film di Vikram Bhatt, uno che ha 45 anni ha già un curriculum lungo un paio di kilometri, in realtà si dimostra come una commistione, a volte riuscita , a volte un po' meno, di cinema bollywoodiano, soprattutto la seconda parte e di cinema di gusto più occidentale.
Il racconto della casa infestata è l'occasione per mettere in mostra degli effetti speciali piuttosto artigianali ma che non sfigurano affatto e ha un'andatura spedita pur nella reiterazione delle stesse scene che il povero Rehan si deve gustare suo malgrado ogni sera.
La cosa che un po' stupisce è che il nostro Rehan non manifesta mai neanche un briciolo di paura di fronte a cotante manifestazioni del Male Assoluto
.
Non è il classico bimbominkia che reagisce a fava di segugio a ogni apparizione fantasmatica: ragione, vuole lottare e risolvere la cosa grazie all'intelligenza.
Insomma questa casa infestata non gli incute nessun sentimento di terrore.
Il film fa molto leva sulla stereoscopia, cosa che di fatto ci viene negata a una visione su piccolo schermo ma si nota una certa cura nel design  anche se quel persistente uso di fondali prerenderizzati gli dà un look più da videogame che da film.
Ma è un qualcosa a cui si fa l'abitudine col passare dei minuti.
Nella seconda ora (il film dura due ore e venti) c'è la svolta in senso bollywoodiano: melodramma di grana grossa, grossissima, la classica storia d'amore impossibile anche se i due amanti per un sortilegio riescono a vivere nella stessa epoca( ma il loro unico scopo è annientare il fantasma cattivo), fanno capolino anche un paio di numeri musicali, ovvero scene dilatate all'inverosimile giusto per far ascoltare la canzone strappalacrime di turno.
Tutto molto bollywoodiano e lontano dal mio gusto.
Per fortuna che c'è un finale rutilante in cui la lotta selvaggia col fantasma risolleva il livello della pellicola in un diluvio di effetti speciali.
Pur con tutti i suoi difetti comunque Haunted 3 D mi ha divertito parecchio,si è dimostrata una visione molto disimpegnata che  in certe sequenze arriva a essere anche paurosa, mentre in altre ti strappa il sorriso per tanta beata ingenuità che viene mostrata con sommo sprezzo del rischio di cadere nel ridicolo involontario
Il protagonista maschile Mimoh Chaskraborty è attore meno che mediocre mentre la protagonista femminile almeno ha da mostrare una bellezza fuori del comune.
Haunted  3 D è un prodotto ad alto budget per gli standard indiani ( un milione e mezzo di dollari di budget) e anche l'incasso è stato un record ( circa 8 milioni e mezzo di dollari).
Se vi volete avvicinare a un horror bollywoodiano....a vostro rischio e pericolo.

PERCHE' SI : l'ambientazione è notevole, effetti speciali che fanno la loro figura, ridotto al minimo l'apporto di numeri musicali e balletti vari.
PERCHE' NO : dopo un'ora viene fuori l'anima bollywoodiana tramite il melodramma di grana grossa, l'uso della stereoscopia su piccolo schermo gli dà un look da videogame, i protagonisti sono attori mediocri.

LA SEQUENZA : la lotta selvaggia col fantasma nel finale.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
Bollywood non sarà mai la mia cup of tea ma posso gustarne i prodotti a piccole dosi
L'India deve essere un posto bellissimo da visitare
A livello di recitazione stanno ancora tanto indietro mentre la confezione è all'altezza
Vorrei avere io una casa e una tenuta come quella del film. E pazienza se è infestata da un fantasma.

( VOTO : 6 + / 10 )

 Haunted - 3D (2011) on IMDb

martedì 14 aprile 2015

Stuck in love ( 2012 )

Bill Borgens è un acclamato romanziere che è separato da tre anni dalla moglie Erica, da quando lei si è messa insieme a un altro, più giovane e muscoloso. Ad ogni giorno del Ringraziamento però pretende che venga apparecchiato un posto anche per la moglie nonostante le riserve del figlio, Rusty, sedicenne romantico che sta aspettando il grande amore, il primo della sua vita,
Samantha , invece, diciannovenne, non ne vuole sapere della madre e dell'amore passando con grande disinvoltura da un partner all'altro.
Bill invece di lavorare al suo nuovo romanzo passa le giornare a seguire di nascosto la vita della moglie e intanto ha una relazione di stampo esclusivamente sessuale con una bella vicina di casa.
Quando Samantha dà il party per la presentazione del suo primo romanzo, Erica si va a congratulare con lei scontrandosi con il rifiuto netto da parte della figlia.
Ma da qui in avanti qualcosa cambierà....
Finalmente il disclaimer di una locandina che in una riga sola riassume brillantemente il senso di un film: una storia su primi amori e seconde possibilità.
Lo ammetto, a giudicare dalla sinossi mi sembrava tanto una cannibalata, ovvero un polpettoncino indie che parlava d'amore e di tristezza in proporzioni variabili a seconda del retrogusto che si voglia dare al cocktail in oggetto.
Il classico film che mi attira meno di un discorso di Mattarella alle Camere in riunione plenaria ma vuoi perché alla fin fine Colpa delle stelle ( il secondo film di Boone dopo questo esordio da lui scritto oltre che diretto) non mi è così dispiaciuto pur avendo le premesse per farmi venire un attacco di orticaria, vuoi perché  ho letto qualche recensione positiva, vuoi perché comunque la valutazione media su imdb.com è nettamente sopra la media di questo genere di pellicola, mi sono messo di buzzo buono per vederlo, senza tanti pregiudizi.
E devo dire di essere rimasto abbastanza spiazzato, in senso positivo.
Stuck in love non è la classica mielosa storia d'amore in cui a parte qualche fisiologico crampo tutto fila alla perfezione, non è il più trito dei polpettoni generazionali in cui prevale un dolciastro volemose bene collettivo, non c'è neanche la classica famiglia da pubblicità del Mulino Bianco, periodo pre Banderas  e non ha la pretesa di dire che l'amore funziona esattamente così come viene descritto.
E' un film che racconta con stile genuino di primi amori e seconde possibilità, esattamente come c'è scritto sulla locandina.
Bill è una specie di stalker gentile che cerca la sua seconda possibilità ( e chi vedrà il film saprà alla fine perché), i suoi due figli sono i paradigmi di come l'amore possa essere concepito in modi antitetici.
Romantico e appassionato lui, alla ricerca di un primo amore che possa essere memorabile , cinica e disillusa lei, dall'alto dei suoi diciannove anni e di uno status di di indipendenza a cui è arrivata pubblicando il suo primo romanzo.
Mentre Rusty è in cerca del sentimento che lo travolga, Samantha invece ha paura e per questo passa con disinvoltura da un ragazzo all'altro.
In fondo anche lei come suo padre è alla ricerca di una seconda chance.
Stuck in love, nonostante un titolo che flirta apertamente con la banalità, riesce a non essere banale e allo stesso tempo raccontare una normalità destruente, fatta di momenti vuoti e di ripartenze da zero, esattamente come la vita di ciascuno di noi.
La normalità senza la pretesa di insegnare qualcosa a qualcuno o di pontificare su nuove strade per arrivare alla felicità.
In fondo la felicità può essere anche tutta racchiusa in un attimo, in uno sguardo, in un battito di ciglia.
Stuck in love è un film che ti conquista fin da subito con dei personaggi credibili, vivi che sembrano fatti di carne ed ossa , con pregi e difetti e non le solite figurine cartonate che spesso vediamo raccontate al cinema.
E c'è un alto rischio di identificazione.
Eccellente il comparto attoriale , ottimi i dialoghi mai pretenziosi e che profumano di verità, bello anche il finale , ruffiano quanto si vuole ma gestito in maniera ottimale, senza troppa retorica e senza abusare dei canali lacrimali degli spettatori.
Insomma nonostante non sia proprio la mia cup of tea, un film che mi sento di consigliare.
Col cuore.

PERCHE' SI : ottimi attori, bei dialoghi, personaggi a tutto tondo per raccontare una storia credibile di primi amori e seconde possibilità.
PERCHE' NO : qualche svolta narrativa un po' troppo semplice per amore della bella storia, il personaggio di Kate viene perso di vista  prima del finale.

LA SEQUENZA : Erica si presenta davanti alla figlia per complimentarsi per li libro e farsi autografare una copia e Samantha le chiede il nome e a chi vuole che sia indirizzata la dedica.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
L'amore spesso è fatto di seconde e terze possibilità
Il primo amore non si scorda mai, neanche gli ormoni riescono a fartelo dimenticare
Anche io vorrei una vicina di casa così "espansiva"
Jennifer Connelly è bella da togliere il fiato. Nonostante passino gli anni.

( VOTO : 7 / 10 ) 

Stuck in Love (2012) on IMDb

lunedì 13 aprile 2015

Backcountry ( 2014 )

Alex e Jenn due ragazzi di città si prendono qualche giorno per trascorrere una vacanza all'insegna del camping estremo in un parco nei pressi di un lago nella regione canadese dell'Ontario.
La natura incontaminata la fa da padrona e anche qualche incontro occasionale ( quello con una  guida irlandese  che dialoga con Alex sul filo di una tensione palpabile) non fa altro che vivacizzare il tutto.
Finché i due perdono ogni riferimento, non hanno il telefonino , il GPS e neanche una semplice cartina.
A questo punto sono in balia degli eventi e un gigantesco orso è sulle loro tracce.
La loro vacanza in mezzo alla natura si trasforma in una selvaggia lotta per la sopravvivenza.
Adam McDonald è un attore canadese che si è costruito una solida carriera televisiva che sta cercando di esplorare altri lati della sua professione , segnatamente quello della scrittura e della regia.
Backcountry rappresenta il suo esordio nel lungometraggio e devo dire che mi ha abbastanza sorpreso.
Intendiamoci non è un capolavoro, probabilmente al massimo è solo discreto però da un film che parte come centinaia di altri horror e che dopo 10 minuti mi stava facendo venire voglia di spegnere il video, arrivare senza problemi fino alla fine , anzi con voglia crescente di vedere quello che succede e come evolverà la situazione, devo dire che è una bella conquista.
Dicevamo dell'incipit: a proposito di Lord of tears dicevamo di non giudicare mai un film dalla locandina e ora devo aggiornare questa mia proposizione: mai giudicare un film dal suo incipit perché se io lo avessi fatto con questa pellicola ora non starei qui a parlarne.
Esterno giorno, lacustre, due trentenni o giù di lì con lui che sembra molto convinto della sua full immersion nella natura e lei un po' meno visto che sta sempre trafficando col telefonino in mano.
E qui stavo già pensando: uhssignur ora questo ricaccia che ha una bella baita nel bosco e io me ne vado a tagliare l'erba in giardino.
Invece no : i due che non sono proprio l'epitome della simpatia cominciano a girare per il bosco e fanno anche strani incontri, tipo quello con una belloccia guida irlandese tutto muscoli che fa gli occhi dolci a Jenn.
E da questo punto in poi la tensione si fa sempre più palpabile: sia tra i due , perché lui si sente un po' becco e non ci sta a voler fare il cornuto della situazione, sia perché praticamente cominciano a girare in tondo perdendo qualsiasi punto di riferimento.
Bella a questo proposito una sequenza in cui i due scalano una collina e una volta arrivati in cima, convinti di riuscire ad individuare il lago attraverso cui sono arrivati , scoprono solo un mare multicolore di vegetazione tutto intorno che certifica ufficialmente che sono nei guai , guai grossi.
E siccome per la legge di Murphy quando una cosa ti va male allora stai sicuro che ti va anche peggio compare pure l'orso.
Una presenza di pochi minuti ma gestita molto bene, con oculatezza da MacDonald che riesce a costruire un'atmosfera ricca di suspense evocandone solo la presenza, i due dentro la tenda e l'ungulato fuori a odorare tutto per individuarli.
Ma purtroppo per i due l'orso non si limita solo a questo.
Tensione ad esempio che in una situazione molto simile non era stata ben costruita in Willow Creek, tristerrimo found footage in cui due malcapitati andavano alla ricerca del Bigfoot.
Tirando le somme Backcountry si rivela una visione ai limiti del piacevole, un film d'avventura girato con sguardo quasi documentaristico che si tinge sempre più di survival horror col passare dei minuti e con la caratteristica , non tanto comune in film che flirtano con il genere horror e affini, di essere costantemente in crescendo.
Quasi ti dispiace che finisca, proprio nel momento in cui ti stavi quasi appassionando.
Peccato perché con una gestione migliore della narrazione e un po' meno tempi morti all'inizio forse ora staremmo qui a parlare di un piccolo cult.
Ma la seconda parte del film ruba decisamente lo sguardo ed è sufficiente per tenere d'occhio MacDonald per le prossime uscite.

PERCHE' SI : natura incontaminata e bellissima, ottima seconda parte con una meritoria gestione della suspense, un film in crescendo,roba rara per horror e affini.
PERCHE' NO : l'inesperienza non permette a MacDonald di bilanciare meglio la narrazione, prima parte noiosa, incipit che quasi fa venir voglia di spegnere il video.

LA SEQUENZA : Alex e Jenn dentro la tenda terrorizzati mentre sentono l'orso che odora la tenda in cerca di loro...

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
mai giudicare un film dall'incipit.
Il campeggio estremo non fa per me.
In Canada la natura ti lascia senza fiato
Gli orsi non sono solo quelli che ti rubano le merende nelle visite guidate ai parchi.

( VOTO : 6,5 / 10 )

 Backcountry (2014) on IMDb

domenica 12 aprile 2015

Fast & Furious 7 ( 2015 )

Dom Toretto e la sua squadra sono tornati alle loro vite normali dopo aver sconfitto un terrorista di nome Owen Shaw. Destino vuole che il tizio in questione abbia un fratello che voglia vendicarsi di Dom Toretto e di tutta la sua squadra , sterminandoli a uno a uno e che intanto un terrorista somalo Jackande  abbia messo le mani su un localizzatore ultrasofisticato chiamato " L'occhio di Dio" che , nelle mani sbagliate,potrebbe trasformarsi in un ' arma pericolosissima.
Toretto con la sua squadra deve fronteggiare tutti questi nemici ed evitare il tracollo della sicurezza mondiale.
Si lo so , sono una brutta persona.
Un blogger ( ma de che? toglierei nobiltà al termine definendomi tale, diciamo un appassionato) inaffidabile che non riesce a programmare nemmeno uno straccio di calendario per scrivere le sue quattro parole in croce sui film che vede, non tutti, perché di qualcuno di quelli che vede c'è poco o nulla da dire e verrebbe tristezza solo a sprecarci pensieri e parole.
Ma ieri sera dopo aver mangiato un delizioso filetto al pepe verde, fatto veramente come il dio della cucina comanda e dopo una robusta dose di ottimo caffè, sono andato a vedere Fast & Furious 7, saga ormai tra le più longeve e che ha accompagnato una discreta fetta della mia crescita cinematografica da una quindicina di anni a questa parte.
Il mio cuore cinefilo batte per altri generi , lo sapete bene, ma io a questi tamarri sono affezionato sin dal primo film, una sana ventata di serie B portata al cinema dei grandi .
E a me la serie B al cinema è sempre piaciuta.
Ho guardato questa saga inizialmente sprofondare e poi improvvisamente risorgere e ora di punto in bianco ci troviamo di fronte al settimo capitolo e a Paul Walker che non c'è più.
Almeno non è più tra noi: mi piace immaginarlo al volante di una fuoriserie che corre ancora per strade senza fine e panorami incantati , ma forse è una visione troppo infantile.
Romantica ma infantile.
Veniamo al film: dopo il quinto e il sesto capitolo era difficile fare meglio.
Cambio di regista per divergenze artistiche con lo specialista in horror e affini Wan che prende il posto di Lin ( e non è uno scioglilingua) e la morte di Walker a scompaginare tutto, costringendo a fermare la produzione e a rimaneggiare la sceneggiatura.
Già la sceneggiatura: ma siamo sicuri che in un film come questo sia necessario avere una sceneggiatura?
Restando in tema di macchine , parlare di script in una pellicola come questa è come disquisire di uno di quegli optional a pagamento fighissimi di cui però la nostra macchina può fare tranquillamente a meno.
In fondo siamo al cinema non per pendere dalle labbra degli attori , non stanno recitando Shakespeare e le loro battute non sono da fini dicitori.
Andiamo per vedere altro: inseguimenti, fracasso, sparatorie, qualche battuta di grana grossa che alleggerisca l'atmosfera, risse da strada e mazzate cecate come dicono in grembo al Vesuvio.
Soprattutto vediamo icone di un certo tipo di fare cinema e in questo film il piatto è ricchissimo: Jason Statham, The Rock, Vin Diesel, addirittura Kurt Russell.
Posso dire che è veramente una goduria vedere The Rock e Statham( un villain dotato di carisma inconfutabile, da Olimpo immediato) darsele di santa ragione rompendo vetri e pareti e rimanendo praticamente intonsi?
Astenersi puristi della verosimiglianza perché qui non ce n'é: Fast & Furious 7 è una sorta di Avengers a 99 ottani in cui il rombo delle macchine sovrasta tutto.
I nostri eroi sono praticamente immortali, la morte non li sfiora perché tutto gli rimbalza addosso.
La morte è di pertinenza esclusiva solo delle figure secondarie o di quei tristi soldatini delle squadre speciali che nascosti sono una divisa integrale che li copre da capo a piedi , sono svuotati di tutta la loro umanità.
Al massimo sembrano dei robottini sacrificabili.
Dicevamo della verosimiglianza che va a farsi benedire: una scelta evidente, ponderata, una ricerca di innalzare sempre più in alto l'asticella del filmabile, cercando di arrivare dove nemmeno mai James Bond è riuscito ad arrivare in cinquanta anni  e oltre di carriera.
Macchine che vengono lanciate dal ventre di aerei in volo senza che gomme e ammortizzatori subiscano il benchè minimo danno, Dom Toretto che sperona un elicottero con una macchina lanciata a volo d'angelo, The Rock che abbatte un drone a colpi di autoambulanza e potrei procedere oltre.
Sinceramente alla fine te ne sbatti proprio del realismo, è solo un overdose di adrenalina, come andare al luna park stando bene ancorati al sedile del cinema.
Anzi dopo un po' controlli anche se il seggiolino sia dotato di cintura di sicurezza.
E' proprio così Fast & Furious 7 è un parco divertimenti completo di tutte le attrazioni, un giocattolone ipertecnologico in cui la trama è solo un dettaglio, un'apostrofo di inchiostro tra un inseguimento e una scazzottata.
Un giocattolone che nel finale si apre alla malinconia e alla lacrima: ora io da un film che fa della tamarreide il suo tratto distintivo dominante ( e a noi ce piace proprio per questo) non avrei mai immaginato un omaggio così sentito e toccante a Paul Walker, l'amico a cui un tragico destino ha imposto un'altra strada da seguire.
Qualche minuto in cui lo vediamo lungo tutto il suo tragitto nella saga assieme al suo fratello putativo Vin.
E nel 2001 era proprio un pischelletto.
Non l'avrei mai detto ma la lacrimuccia m'è scappata.
Che film bastardo!!!

PERCHE' SI : luna park completo di tutti i divertimenti, squadra consolidata, villain dal carisma inconfutabile,ritmo indiavolato.
PERCHE' NO : astenersi puristi della verosimiglianza, la sceneggiatura è importante come un inutile optional a pagamento sulla macchina nuova.

LA SEQUENZA : l'omaggio a Paul Walker, commosso e sentito lontano dalla retorica.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
Posso andare al cinema anche dopo una buona cena ( in genere per evitare abbiocchi si va al cinema rigorosamente digiuni), probabilmente dipende dal film.
Vin Diesel non è cambiato minimamente in questi quindici anni
Vedere Jason Statham che fa a mazzate prima con The Rock e poi con Vin Diesel è puro godimento cinematografico.
Non avrei mai pensato che questo film mi avrebbe fatto versare la lacrimuccia.

( VOTO : 7 / 10 )

Furious 7 (2015) on IMDb

sabato 11 aprile 2015

Maicol Jecson ( 2014 )

Nella canicola estiva del 2009 i due fratelli  Andrea e Tommaso, rispettivamente 15 e 9 anni , devono partire per il campo estivo. Ma Andrea ha altri programmi: è riuscito a ottenere un appuntamento a casa sua con la bellona della scuola allo scopo di perdere la verginità e quindi deve liberare il campo ( leggasi casa) da presenze indesiderate come quella del fratellino.
Andrea si imbatte alla fine in Cesare anziano signore che forse non ha più tutte le rotelle al posto giusto ma lui non vede l'ora di avere due nipoti da spupazzarsi.
Inutile dire che , a causa degli amici, il tentativo di perdere la verginità va a ramengo ma Andrea non si dà per vinto e parte con Cesare e Tommaso per riconquistare la ragazza perduta.
E road movie fu.
Genere pochissimo frequentato dal cinema italico ma moltissimo dal cinema americano, soprattutto quello indie che è interessato più ai  percorsi emotivi e personali che a quelli fisici.
Perché non è importante il posto da cui si parte e quello in cui si arriva ma importa come si parte e come si arriva.
Fa piacere trovare del piccolo cinema italiano che piace e che vuole uscire da quello schematismo provinciale che sembra essere l'unico sbocco per avere un minimo di successo qua in suolo nostrano.
E fa piacere che un film con un titolo strano come questo, qualcosa che suona un po' tarocco non sia uno di quegli esempi di instant movie molto finti e costruiti col male e peggio che devono sdoganare al cinema il divo televisivo di turno.
Maicol Jecson è sostanzialmente un'emulazione di road movie americano, una sorta di Little Miss Sunshine ambientato sul suolo italico e con una sensibilità tutta nostra, con un umorismo più lunare del modello americano e con una caratterizzazione dei protagonisti che sembra quasi un atto di affetto.
Spicca l'assenza dei genitori , Tommaso e Andrea  sono lasciati quasi allo stato brado, in una provincia italiana che non somiglia per nulla a se stessa entrambi vanno alla ricerca di qualcosa.
Uno del proprio idolo musicale e fa niente che proprio in quell'estate Michael Jackson passa a migliore vita , l'altro alle prese con il proprio percorso di crescita, quel coming of age argomento principe di tanto cinema indie a stelle e strisce, rappresentato dalla prima volta , dalla perdita della verginità, vista quasi come un ossessione.
Ma il percorso di crescita è comune a tutti e tre i protagonisti perché anche il nonno putativo, Cesare, un Remo Girone insolito che si immola anima e soprattutto corpo a un personaggio curioso ed originale, è costretto suo malgrado a "crescere" durante il viaggio.
I due registi e sceneggiatori, Enrico Audenino e Francesco Calabrese, qui al loro esordio, danno alle stampe un film giovane dentro e fuori con una regia frizzante che spesso esonda nel videoclip ma non disturba più di tanto e che esamina tematiche che di rado sono prese in considerazione nel cinema italiano di questi ultimi anni.
Anzi Maicol Jecson non sembra per niente un film italiano.
Forse è questo il suo pregio migliore, così come concentrarsi su un ipotetico rapporto nonni/ nipoti, un filo transgenerazionale che lega gli anziani con i giovanissimi senza passare per quella generazione di mezzo, i genitori di oggi che sono per lo più attori di una famiglia disfunzionale.
Macol Jecson è visione consigliatissima.
Diffidate dalle imitazioni e diffidate di un titolo così chiaramente tarocco.
Il film è un'altra cosa.

PERCHE' SI : un film che non sembra italiano e che scavalca il provincialismo del nostro cinema, simulazione di road movie americano, tre ottimi protagonisti e una regia frizzante che a volte esonda nello stile da videoclip.
PERCHE' NO : forse c'è un eccesso nell'uso della voce fuori campo, il modello americano talvolta è un po' troppo invadente, a tratti c'è un po' troppo MTV mode settato su on.

LA SEQUENZA : Andrea è alle prese con la sua ragazza per perdere la verginità e lo spettacolo è in diretta ad uso e consumo dei suoi amici piazzati fuori della finestra.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
Anche io avrei voluto avere una prima volta così. o almeno un tentativo.
La provincia italiana può fare da controfigura a quella americana, anzi è più bella.
Remo Girone, si quello de La Piovra, ora è un placido nonnetto che non esita a mettere le chiappe al vento.
Avere capelli come quelli sfoggiati da Andrea nel film , gli farebbe cadere ai piedi frotte di donne nei Paesi scandinavi perché lì , geneticamente, hanno tutti i capelli lisci.

( VOTO : 7 / 10 )

 Maicol Jecson (2014) on IMDb