I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.

mercoledì 17 settembre 2014

Redemption ( 2013 )

Joey Smith è un militare reduce da una traumatica esperienza in Afghanistan . Fugge dall'ospedale militare in cui è rinchiuso e per evitare la corte marziale vive in mezzo a un gruppo di homeless londinesi dove conosce suor Cristina che fa volontariato presso di loro, una giovane religiosa col sogno del balletto.
Una sera per fuggire a dei balordi Joey forza la finestra di un appartamento e scopre che è di un tizio che tornerà di lì a qualche mese. Si appropria dell'appartamento, gli ruba anche del denaro per mettersi un po' a posto e comincia a lavorare come lavapiatti in un ristorante affiliato alla mafia cinese.
Si accorgono delle sue qualità e comincia a far carriera nella gang cinese , fa un sacco di soldi ed evolve anche il suo rapporto con suor Cristina.
Ma non è quello che cerca .
 La catarsi , la redenzione non passa per il lavoro che ha....
Redemption è l'esordio alla regia di Steven Knight, già sceneggiatore di uno dei migliori Cronenberg degli ultimi anni, La promessa dell'assassino, prima di Locke, film che lo ha fatto notare in quel di Venezia nell'edizione del 2013.
Sullo sfondo di una Londra marcia, livida e oscura si dipana la storia di due solitudini che si infrangono l'una sull'altra.
Da una parte Joey che ha un armadio pieno di scheletri grossi così che gli provocano inestricabili crisi di coscienza, dall'altra c'è suor Cristina, una giovane suora a cui la conoscenza con Joey fa venire sempre più dubbi sulla propria vocazione religiosa.
Redemption è un film denso di tematiche importanti ( la ricerca delle propria identità, il senso di giustizia, il bisogno assoluto di redimersi ) in cui Statham si trova di fronte senza dubbio al personaggio più difficile e sfaccettato mai interpretato nella sua carriera che ormai conta numerosi film.
E come se la cava Giasonuccio nostro?
Beh, come dire, non sembra affatto tagliato per parti in cui è necessaria tale profondità di recitazione e di adesione al personaggio.
Del resto è fatto anche fisicamente per essere uno spaccaculi, magari con un accenno di sorriso a increspargli le labbra, ecco credo che a chi ci vuole bene ( e io ci voglio un sacco di bene a Giasonuccio) piaccia soprattutto perché mena come un fabbro e se ne infischia di dare troppe sfumature ai suoi personaggi.
Qui accade il contrario: di spaccare culi neanche l'ombra ( tranne una bella rissa davanti al ristorante cinese) e lui si trova a interpretare un personaggio intenso e aperto ad un ampia gamma di emozioni.
Forse addirittura un po' troppe per le sue doti attoriali.
Si vede che Steven Knight pretende tanto da lui e lui, poverino, cerca di dargli tutto quello che ha.
Ma se quando è semplicemente un taciturno homeless sempre con la testa bassa o fa il picchiatore per la mafia cinese, la cosa gli riesce bene, nel finale in cui è costretto a esibirsi in scene drammaturgicamente molto più intense ( anche scene di pianto, con quelle lacrime che neanche con la forza gli vengono estorte dai canali lacrimali ) la situazione precipita a un millimetro dal baratro del ridicolo e del grottesco.
Giasonuccio nostro non è fatto per piangere in scena, un po' come il Clint dei bei tempi.
Ma ciò non deve distogliere dal valore che comunque ha Redemption che nelle mani di uno sceneggiatore rozzo e involuto sarebbe diventato la solita storia di un giustiziere solitario, Steven Knight invece si dimostra poco interessato alle dinamiche action ma molto più incline a raccontare l'evoluzione dei due protagonisti e soprattutto a colorare di tonalità quasi dark un sottobosco londinese in cui le attività criminose fioriscono a dispetto di una polizia distratta e perlopiù assente.
I cadaveri delle prostitute vengono scaricati nei fiumi e orde di cinesi arrivano clandestinamente nei camion in scatoloni accatastati gli uni sugli altri.
In tutto questo bailamme Joey rinuncia a una vita confortevole proprio perché aspira a redimersi dalle colpe che gli hanno causato tanto dolore.
E vendicare l'omicidio di una prostituta è il modo migliore per redimersi.
Dall'altra parte una suora che è un po' la sua cartina di tornasole.
Anche lei in cerca di qualcosa si rifugia nella religione e nel volontariato ma Joey la fa dubitare di tutto questo.
Ecco entrambi troverebbero l'uno nell'altra un qualcosa che non hanno mai provato prima.
Eppure il loro bisogno di redenzione assegna loro un altro destino....

PERCHE'SI : Knight si dimostra ancora una volta sceneggiatore di razza, una Londra livida e oscura come raramente se ne vedono al cinema, film denso emotivamente
PERCHE' NO : Statham fa vedere tutti i suoi limiti di attore, poca azione

( VOTO : 7 / 10 )

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martedì 16 settembre 2014

Kristy ( 2014 )

Justine è costretta per cause di forza maggiore ( leggasi assenza di denaro per comprarsi il biglietto dell'aereo ) a rimanere nel suo campus universitario per la festa del Ringraziamento.
Sfrutterà il weekend per studiare visto che anche il suo ragazzo va a trascorrere il giorno di festa coi genitori e non resta nessuno, proprio nessuno, nel dormitorio.
Solo lei e un paio di addetti alla sicurezza.
La prima sera arriva al supermercato per prendere un po' di schifezze da mangiare e incrocia lo sguardo di una darkettona che comincia a chiamarla inspiegabilmente Kristy.
Va via ma la ragazza e i loschi figuri incappucciati come lei che la accompagnano la seguono fino al campus.
Comincia una lunga notte d'orrore perché la gang non ha intenzioni amichevoli.
Anzi vogliono uccidere quella che continuano a chiamare Kristy....
Ogni tanto fa piacere recuperare degli onesti prodotti di genere, realizzati senza tanti fronzoli e con un andamento lineare senza troppe complicazioni.
E' questo il caso di Kristy, secondo film per il cinema di Oliver Blackburn, opera con un budget dignitoso ( 7 milioni di dollari  circa ) e dotato di una confezione più che adeguata.
Il genere di appartenenza è quello del survival, un po' come The Strangers o You're next.
Ovvero una notte di lotta selvaggia tra buoni e killer mascherati.
La differenza fondamentale è l'ambientazione: se i due film succitati erano degli home survival , qui la home acquista una dimensione molto più ampia diventando un grandissimo campus universitario, location ricca di mille angoli ed anfratti e di ambienti da sfruttare ( la piscina, la biblioteca, il dormitorio).
E sta qui la bravura del regista: sfrutta a meraviglia le locations a disposizione e riesce a creare un clima ansiogeno pesantissimo, da tagliare col coltello.
Bravo anche ad alternare le varie ambientazioni con una regia vivace e volitiva che riesce a bypassare l'unità di spazio esplorando tutto l'immenso campus universitario e trovando sempre occasione per creare il thrilling partendo dal nulla, vuoi che sia una corsia della biblioteca , la piscina o uno spogliatoio.
Tutto diventa il teatro di una selvaggia lotta per la sopravvivenza con una vittima che non ci sta per nulla a fare l'agnello sacrificale e dei carnefici incappucciati e mascherati  animati da moventi sconosciuti e che presto capiranno che uccidere Justine non è così facile.
Pochi attori ma una protagonista assoluta, la Haley Bennett che interpreta Justine che passa quasi tutto il tempo del film al centro della scena correndo, fuggendo oppure combattendo per la propria vita.
Una figura vigorosa e riuscita che è contrapposta alla darkettona piena di piercings( la Ashley Greene di Twilight, qui veramente inquietante) che incontra al supermercato, quella che si ostina a chiamarla Kristy.
Un incontro da brividi, non farebbe piacere a nessuno incontrare una tizia che dice frasi sconnesse come lei ed è agghindata con felpa e cappuccio a coprire gran parte della faccia.
Kristy ha un meccanismo semplicissimo di azione e reazione, non ha i soliti personaggi
bimbominkieschi che dopo 5 minuti che stanno in scena li vorresti vedere morti nei modi più atroci, per la quasi totalità del minutaggio ( piuttosto contenuto stiamo ampiamente sotto i 90 minuti, saggiamente direi) si astiene dal produrre spiegazioni su quello che succede.
E mi starebbe più che bene così : mi andrebbe benissimo che Justine abbia incontrato una manica di psicopatici che uccidono solo per il piacere di uccidere ( come succedeva in The Strangers) e non perché dietro c'è un piano preordinato ( la cospirazione dietro You're next).
E invece negli ultimi tre minuti si spiega, troppo, perché Justine viene ostinatamente chiamata Kristy dalla darkettona a capo dei killer incappucciati.
Ecco, se si rimaneva così nell'indeterminazione era molto meglio.
Peccato ma rimane sempre la sensazione di aver visto un buon film, di piacevolissimo intrattenimento, figlio delle logiche del genere che si astiene dal rielaborare, ma decisamente solluccheroso.
Questo film circola anche con il titolo Random ( che forse è anche più spoileroso).

PERCHE' SI : bella ambientazione, ottima protagonista , la darkettona fa venire i brividi, ottima regia
PERCHE' NO : la sceneggiatura non è proprio a prova di bomba, ci si poteva astenere dallo spiegone finale.

( VOTO : 7- / 10 )

lunedì 15 settembre 2014

The Expendables 3 ( 2014 )

Barney Ross raduna la vecchia squadra per recuperare dalla prigionia uno dei membri originali della squadra, Doc, ex medico e lanciatore di coltelli. Il tutto perché manca un membro per organizzare una spedizione e stroncare un traffico d'armi.
Il capo dei trafficanti non è altri che Stonebanks, cofondatore degli Expendables, Barney vorrebbe ucciderlo per vendicarsi, lo cattura anche ma dopo una cruenta lotta è costretto a mollarlo.
Anzi Stonebanks prende in ostaggio alcuni nuovi membri della squadra di Barney , reclutati per non far rischiare la vita ai suoi amici di sempre, un po' attempatelli.
Finale in Armenia: rendez vous in cui ci sarà finalmente lo scontro finale tra Barney e Stonebanks, i vecchi Expendables finalmente accetteranno i nuovi e insieme lotteranno per la vittoria....
The Expendables 3 ovvero il film dalla locandina più affollata di star ( più o meno ) di tutta la storia del cinema.
Continua imperterrito per la sua strada di cinema ostentatamente anacronistico ( ma con brio) il brand creato da Stallone che del vintage cinematografico, diciamo dell'action anni '80 e relativi eroi, ha operato una mitizzazione attraverso questi tre film.
Il timone registico stavolta è passato nelle mani del giovane Patrick Hughes forse per distaccare un po' dalla sua creatura la mano un po' troppo partecipe di Stallone.
Il film mantiene esattamente tutto quello che promette, anzi pure di più.
Si recede dall'ironia sbracata che caratterizzava il secondo episodio in favore di un meccanismo action consolidato, non inedito , ma funzionale al ritmo alacre che contraddistingue tutto il film.
Ci sono però dipartite dolorose all'interno della squadra: quella più sanguinosa in assoluto è quella di Van Damme che in questo gruppo di star un po' in là con gli anni ci stava splendidamente anche per le sue condizioni fisiche scintillanti , poi non c'è più Bruce Willis ( pare per ragioni di vile denaro: aveva chiesto 4 milioni di dollari per 4 giorni di riprese mentre la produzione era arrivato ad offrirgliene 3 , sempre un botto di soldi per così poco lavoro) e non c'è più neanche Chuck Norris, l'expendable ad honorem, che solo con la sua presenza dava un senso a tutto il progetto.
Passando al capitolo new entries siamo messi piuttosto bene: Harrison Ford in un personaggio nato dopo la rinuncia a Brice Willis, c'è Antonio Banderas che per un po' ha smesso di parlare con le galline o a misurare fette biscottate producendosi in un personaggio logorroico e fuori di testa che spesso la ruba la scena ai suoi compari e c'è infine Wesley Snipes ( notare le battute ironiche che lo vedono protagonista: in un impeto metacinematografico, il buon Wesley è al primo film che gira dopo essersi fatto tre anni di carcere per evasione fiscale).
Con un cast così affollato è normale che molti abbiano uno spazio limitato o insufficiente, anzi la perizia della scrittura doveva proprio bilanciare le istanze delle varie stars presenti.
E non sempre ci si riesce. Che senso ha vedere Jet Li per solo una manciata di secondi?
Altra operazione tentata dal film è quella del rinforzamento dell'effetto nostalgia . si va al confronto tra una squadra di vecchi Expendables, anzianotti, usurati dagli anni e dalle missioni, dalle tecniche di combattimento decisamente obsolete ( vedere i piani d'assalto sempre al grado zero di complicazione, si va e si assalta ) e di nuovi mercenari, tecnologici, dai muscoli guizzanti e dalla capacità atletiche e tecniche nettamente superiori.
Eppure l'affetto va verso i vecchietti, come è normale del resto, così come al fan del cinema di quegli anni si scalda il cuore a rivedere su grande schermo un cinema che si richiama così espressamente e orgogliosamente a quel tempo che fu ...e poi che diamine vedere Schwarzy, Stallone e Harrison Ford nella stessa inquadratura è qualcosa da raccontare ai nipotini.
The Expendables 3 concede meno in ironia ( ma c'è sempre, è semplicemente più sotterranea) ma si dà sempre spazio all'autoreferenzialità, pure troppo.
Come succedeva negli altri due film se lo spettatore non è esperto del pregresso delle stars in campo, si diverte la metà.
Ma anche così basta....

PERCHE' SI : il più grande affollamento di star action anni '80 mai visto in un solo film, stile vintage, ironia contagiosa .
PERCHE' NO : non ci sono Van Damme e Willis, un po' troppo autoreferenziale, i nuovi Expendables sono personaggi usa e getta

( VOTO : 6, 5 / 10 ) 

The Expendables 3 (2014) on IMDb

domenica 14 settembre 2014

Empire State ( 2013 )

Chris tenta senza successo di entrare all'Accademia di Polizia e si ritrova a fare la guardia di sicurezza in una ditta che trasporta denaro per conto di supermercati e varie attività commerciali, la Empire State.
Commette un errore capitale: accortosi che la sua compagnia ha un concetto della sicurezza molto "alternativo" confida al suo miglior amico Eddie, un debosciato della peggior specie, quanto sarebbe facile fare un colpo milionario ai danni della Empire State e farla franca.
Ma Eddie mette in mezzo anche le persone sbagliate e un detective è sulle loro tracce.
Intanto il più grande furto di denaro della storia del crimine americano viene commesso, i soldi spariscono  e tutti li cercano, sia i boss della malavita locale che la polizia.
Paradossalmente l'FBI è dalla loro parte: li ritiene troppo stupidi per organizzare un colpo simile.
Basato su una curiosa storia vera, di un furto commesso nel 1982 in quel di New York, Empire State si rivela il film delle occasioni mancate.
La storia è stuzzicante, parecchio , il cast è formato da fratelli di attori famosi ( Liam Hemsworth è ancora il fratellino di Chris "Thor", ancora si deve costruire una sua strada convincente nello show biz nonostante le indubbie qualità fisiche), da nipoti di attrici famose ( Emma Roberts è la nipote della ben più famosa Julia), c'è una faccia , quella di Michael Angarano che abbiamo visto in decine di posti (cinematografici e televisivi si intende) ma facciamo fatica a ricordarla nonostante a neanche 27 anni abbia un curriculum ricchissimo con quasi 60 titoli da attore, poi c'è Dito Montiel , scrittore prestato alla sceneggiatura e alla regia che ha esordito col botto ( Guida per riconoscere i tuoi santi) per poi adagiarsi in una carriera al ribasso.
E last but not least , c'è The Rock, al secolo Dwayne Johnson, uno degli spaccaculi preferiti dal sottoscritto quando si vuole inoculare un po' di cinema tamarro endovena.
Qui già subentra il primo problema : di culi spaccati da The Rock, qui nelle parti di un esperto detective, neanche l'ombra a parte una piccola sparatoria a metà film, cruenta, certo ma di durata brevissima.
Il resto sono solo chiacchiere.
Amo l'heist movie, mi piace far prendere un po' di ossigeno ai miei neuroni usurati con cinema tamarro e fracassone e pensavo che con Empire State potevo trovare un po' tutto questo fuorviato anche da una locandina che lasciava presagire ben altro.
E invece siamo all'ennesimo capitolo di Locandine Truffaldine: sembra che The Rock sia il protagonista assoluto e invece è semplicemente un personaggio di seconda schiera.
La trama promette ben altro, promette anni '80 e una rapina messa a segno da una specie di armata Brancaleone e non la solita incursione di Montiel nelle minoranze etniche forse per far fede al suo meticciato cinematografico , del resto ha fatto fino ad ora sempre dei film troppo trasversali per farli appartenere pienamente a un genere solo.
Altra questione da prendere in considerazione è che il film si concentra sulla comunità d'origine greca di stanza a New York: ora se un tipo piccolo e smilzo come Angarano ( una specie di giovane Al Pacino ancora più schizzato e sudaticcio) si può far passare per greco anche se sulla fronte ha scritto "ITALIANO"  a caratteri cubitali e lampeggianti, come si può far passare per greco uno come Liam Hemsworth, biondo e bello come il sole, alto quasi due metri,occhi azzurri come il cielo e tratti somatici indiscutibilmente scandinavi?
Empire State è senza mezzi termini una delusione abbastanza cocente perché non mantiene nulla di quello che promette.
Uno si aspetta crimine, rapine, mafia greca ecc ecc e invece ci sono solo un sacco di chiacchiere e la solita illustrazione cartolinesca di un pezzo della New York disagiata degli anni '80.
Insomma vecchio e stantio ancor prima di uscire....
Interessanti le interviste sui titoli di coda: pare che la metà di tutto il malloppo non sia stata mai ritrovata...

PERCHE' SI : c'è The Rock, ambientazione anni '80 e poco altro
PERCHE' NO : troppe chiacchiere e pochi culi spaccati, Hemsworth improponibile come greco, locandina truffaldina.

( VOTO : 5 / 10)

Empire State (2013) on IMDb

sabato 13 settembre 2014

Seria(l)mente : Orange is the new Black ( Stagione 1, 2013 )

Paese d'origine : USA
Episodi : 13 da 55 minuti cadauno circa ( Stagione 1 )
Produzione : Tilted Productions, Liongate Television per Netflix

La storia di Piper Chapman , fidanzata a un passo dalle nozze con Larry, scrittore di belle speranze, che si ritrova a dover scontare una pena di quindici mesi di carcere per un reato commesso dieci anni prima: traffico di narcodollari per compiacere la sua amante di allora.
Si, amante al femminile.
Tra amicizie disinteressate e no, nemici temibili, secondini con le mani lunghe , amplessi rubati nella chiesa del penitenziario, baci fugaci nei sottoscala , prevaricazioni e tutto l'armamentario di avvenimenti che fanno da corollario alla permanenza in prigione, Piper cerca di sopravvivere e di far sopravvivere la sua storia d'amore.
Eh si perché la sua ex, quella che l'ha tradita, è nella stessa prigione e il diavolo tentatore è sempre più forte...
Orange is the new Black è una di quelle poche serie americane che quasi quasi mi fanno dubitare dell'assioma English Do it Better!
Anche perché gli ingredienti per farmelo piacere non c'erano: è vero che il sottogenere carcerario mi garba abbastanza ( come non farsi piacere una roba come Fuga da Alcatraz, tanto per citare un caposaldo del genere se non IL caposaldo ?) ma la sua declinazione al femminile non mi ha mai attirato più di tanto soprattutto per la svolta pseudoerotica del genere che a suo tempo definiì tetta, chiappa e sbarra.
Ma se anche un califfo del cinema americano , Jonathan Demme, esordì nel 1974 con un film Femmine in gabbia...tutte le mie idiosincrasie diventano quisquilie.
appartenente a quel filone, intitolato
Diciamo che mi sono avvicinato a Orange is the new Black sulla scorta di pareri entusiastici letti per ogni dove: è vero che a volte bisogna diffidare di tanti facili entusiasmi, ma stavolta mi sento di concordare al 100 %.
La serie creata da Jenji Kohan,  già creatrice  di Weeds e di sceneggiatrice di episodi in alcune delle serie tv americane più conosciute, riesce a dare un punto di vista convincente al travaglio di Piper Chapman.
Un punto di vista femminile senza essere femminista, uno sguardo affilato e lucido dell'intimità di queste donne dietro alle sbarre senza falsi pietismi o deliranti ipocrisie.
Dentro quella prigione ci sono pulsioni sessuali o semplici richieste d'aiuto e d'amicizia, guerre intestine a cui non far vedere mai la luce del sole, rapporti irrisolti e forse irrisolvibili che aggiungono dolore al dolore e poi c'è lei Piper , una specie di corpo estraneo che deve fare di tutto ( e anche velocemente) per uniformarsi al resto delle detenute.
A partire da quella divisa arancione che poi diventerò avana quando acquisirà sufficiente "anzianità".
Una parola su Taylor Schilling, attrice che non conoscevo anche se ho letto che ha avuto una parte in Argo di Ben Affleck: è un'attrice strepitosa capace di cambiare registro recitativo in un nonnulla passando dal pianto dirotto al sorriso di felicità per poi ritornare al pianto, capace di reggere la scena madre anche per istanti lunghissimi, insomma un volto e un corpo da cui i registi della serie ( tra cui Jodie Foster che ha diretto due episodi) pretendono tanto, tantissimo, sapendo di poterlo ottenere.
Anche fisicamente fa uno strano effetto: con l'abito della prigione sembra una mazza di scopa vestita ma ha dei momenti in cui anche con quella immonda tuta di nylon è di un sexy inaspettato.
Poi quando è truccata e sistemata è tutta un'altra cosa, non sembra sbattuta come appare più volte in prigione.
Quegli occhi, quello sguardo sempre in bilico tra vari sentimenti, il suo linguaggio del corpo, colorano un bellissimo personaggio, memorabile direi.
E faccio ingiustizia non nominando le altre del  numeroso cast femminile, tutti volti giusti al posto giusto, tutti personaggi che riescono in qualche maniera a sfuggire sempre allo stereotipo della carcerata, tutte con le loro storie pregresse che man mano vengono raccontate attraverso numerosi flashback.
La trovata geniale di Orange is the new Black è quella di creare un universo sempre  in espansione  pur essendo rinchiuso per la quasi totalità del tempo tra quattro pareti asfissianti.
Un universo potenzialmente infinito e in grado di autoalimentarsi con personaggi e storie sempre nuove che una regia attenta riesce sempre a bilanciare perfettamente.
Ogni personaggio è un microcosmo a sé stante e se Piper è il centro di questo universo , tutti i satelliti che le ruotano attorno hanno storie da raccontare che sono interessanti e profonde almeno quanto quella di Piper.
Orange is the new Black è un miracolo di forma e sostanza costantemente in bilico tra dramma personale e commedia, crudo realismo e inaspettata delicatezza, a un passo dalla blasfemia ma profonda abbastanza per parlare di religione, una serie che sorprende continuamente con i suoi sbalzi di umore che vanno dal nerissimo al felicissimo senza necessariamente passare per tutti gli stadi intermedi e questo permette di affrontare la visione senza alcun cedimento, tanto la sorpresa è sempre dietro l'angolo.
Una serie in cui non ci sono santi ma solo peccatori, in cui non si scaglia mai la prima pietra perché tutti i personaggi hanno il loro lato nascosto, in cui non si dà mai all'untore perché sono un po' tutti untori....
L'unica cosa che mi ha convinto poco è l'evoluzione del personaggio di Healy, il direttore della prigione che diventa un nemico temibilissimo di Piper per motivazioni un po' troppo leggere per giustificare tale suo cambiamento.
Ma è una stupidaggine di pochissimo conto.
La serie è tratto da un libro che racconta una curiosa storia vera ed è stata confermata per altre due stagioni.
Visione assolutamente consigliata. Anzi obbligatoria.

PERCHE' SI : sempre sorprendente, attrici bravissime, non ci si annoia proprio mai
PERCHE' NO. evoluzione del personaggio di Healy un po' troppo repentina e senza troppe spiegazioni, astenersi bacchettoni religiosi .

( VOTO : 8 + / 10 ) 

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venerdì 12 settembre 2014

Colpo di fulmine- Il mago della truffa ( 2009 )

Steven Russell è felicemente sposato con Debbie. Almeno così sembra fino a quando un incidente stradale gli fa capire definitivamente quanto gli piacciano gli uomini.
Cambia radicalmente stile di vita e questo lo porta anche ad infrangere al legge.
In prigione conosce Philip Morris , mite e gentile ,
E' l'amore della sua vita a tal punto che , quando Philip viene rilasciato, Steven tenta più volte la fuga solo per stare assieme al suo innamorato....
La realtà supera sempre la più fervida delle immaginazioni e la storia(vera) di Steven Russell ne è la palese testimonianza. Prima di parlare del film vorrei ancora una volta stigmatizzare il talento tutto italiota dei distributori del nostro Belpaese a stravolgere titoli originali e soprattutto a far passare per pubblicizzare il prodotto un trailer che non c'entrava nulla col film.
Come se fossimo esseri inferiori incapaci di accettare un film un po'diverso dai soliti schemi preordinati.
A vedere il trailer sembra di trovarsi di fronte al classico prodotto semidemenziale targato faccia-di-gomma-Carrey buono per il prime time della domenica sera di Italia uno.
Il film è invece incentrato su tutti altri argomenti pur pagando dazio nei primi dieci minuti al concetto che il pubblico ha di Carrey e sembrando debitore della commedia stile Farrelly bros .
Vedendolo il primo accostamento filmico che mi è venuto in mente è Prova a prendermi  di Spielberg in quanto le storie di Frank Abbagnale jr e di Steven Russell hanno diversi punti di contatto .
E'differente solo il modo di raccontarle.
Mentre a Spielberg interessa l'idealizzazione del Sogno Americano narrando una vicenda agrodolce, i registi e sceneggiatori Requa e Ficarra del Sogno Americano non sanno che farsene, anzi lo prendono letteralmente a picconate.

Il sogno borghese del poliziotto alla ricerca della propria madre naturale si infrange in un brutto incidente automobilistico in cui finalmente comprende cosa vuole per il suo futuro.
I love you Phillip Morris , questo il titolo originale è un film multiforme , camaleontico come il suo protagonista che oscilla continuamente tra vari registri e vari generi raccontando le gesta di un drop out che non riesce ad adeguarsi, a conformarsi a ciò che lo circonda.
E'un mago del travestimento che rivendica orgogliosamente la propria diversità, uno Zelig più malandrino, un cervello sempre in funzione capace di sfruttare le minime debolezze del sistema, usandone le simbologie (il camice che simboleggia il medico del carcere oppure il walkie talkie simbolo della sua appartenenza al corpo di polizia nonostante l'abbigliamento piuttosto vistoso) e le consuetudini per confondersi e uniformarsi all'ambiente circostante.
Tutto pur di scardinare le regole imposte dalla società di cui si prende costantemente gioco e pur di vivere la propria storia d'amore con il Phillip Morris del titolo.
Tra i vari generi toccati dal film infatti c'è anche il melò di una storia d'amore in cui il destino (e un bel pò di libero arbitrio)  si accanisce a dividere i due amanti.
Ed è proprio l'amore disperato  di Steven per Phillip la causa del suo modus operandi (pur essendo un mago della fuga e del travestimento viene sempre riacciuffato poco tempo dopo).
Non è capace di stare lontano dal suo Phillip.

Carrey si impadronisce della materia filmica con impressionante partecipazione.
E se non sorprendono la sua faccia di gomma e la sua mimica nei numerosi siparietti comici ai quali assistiamo, sorprende la sua grande capacità di trattenere la propria recitazione in molti segmenti di questo film.
Quelli in cui la vicenda inevitabilmente si ingarbuglia e la società si appresta a presentare il conto di tutte le malefatte operate dal nostro.
La maschera di Carrey diviene tutta ad un tratto patetica,un clown condannato a non ridere più, una rivisitazione del Truman Show che resta ben impressa nella memoria. A rileggere le note biografiche di Steven Russell viene naturale pensare che la sua sia una vita da film.
Del resto come ho detto all'inizio,la realtà batte sempre la fantasia,anche la più fervida, di qualsiasi sceneggiatore....

PERCHE' SI . impressionante Jim Carrey , come un rullo compressore, incredibile storia vera
PERCHE' NO : il trailer faceva credere che era il solito Carrey demenziale, inevitabili confronti con Prova a prendermi di Spielberg, Carrey schiaccia le performances del resto del cast, McGregor compreso.

( VOTO : 7 / 10 )

 I Love You Phillip Morris (2009) on IMDb

giovedì 11 settembre 2014

Walking on sunshine ( 2014)

Taylor, fresca fresca di laurea, viene invitata dalla sorella Maddie su quelle stesse spiagge pugliesi dove anni prima aveva sacrificato quello che poteva ( e magari era ) l'amore della sua vita per terminare gli studi.
Maddie ha una notizia sconvolgente per lei: si sposa e ha bisogno della sorella per ultimare tutti i preparativi, festa di addio al nubilato compresa.
E il fatto sconvolgente non è che si sposa con un ragazzo conosciuto appena cinque settimane prima ma è che il suo promesso sposo non è altri che l'ex ragazzo di Taylor, lo stesso sedotto e abbandonato tre anni prima su quelle stesse spiagge..
Complicazioni varie ed eventuali ma l'amore trionferà....
Perché mi sono messo a vedere questo film sfornato nientepopodimeno che dalla stessa coppia di registi autori di un paio di film della saga di  Street Dance( Max Giwa e Dania Pasquini) ?
Diciamo che questo film rientra nell'ambito delle visioni coniugali, scelte dalla bradipa.
Del resto se la sera prima l'avevo addolorata e anestetizzata all'istante con Under the Skin ,rivelatosi un sedativo potentissimo,  aveva tutto il diritto di imporre lei la sua scelta.
E siccome le piacciono le commedie che cosa di meglio se non un film che promette leggerezza( in tutti i sensi) e musica anni '80?
Per quanto riguarda la leggerezza devo dire che ne siamo ottimamente forniti, forse ne abbiamo anche troppa.
Anzi direi che la sceneggiatura è così leggera che si taglia anche con un grissino per parafrasare una famosa pubblicità.
Una storiella esile esile a cui appiccicare canzoni e balletti a tema con una cornice ambientale accattivante come quella fornita dalla Puglia e dalle sue spiagge.
Questo offre e nulla di più.
L'operazione ricorda a più riprese quella messa in atto con Mamma Mia ! , musical balneare anche quello ma ambientato in una splendida isola greca, in cui attori famosi prestavano la loro voce ( in molti casi orrida, praticamente un raglio asinino) alle canzoni degli ABBA.
Qui al posto del repertorio del famosissimo gruppo svedese  c'è la musica anni '80 con pezzi della Houston e poi Roxette, Wham!, Duran Duran, Human League, Cindy Lauper oltre naturalmente quello che dà il titolo al film, Walking on Sunshine di Katrina and The Waves, tormentone di metà anni '80.
Insomma perfetto per una serata all'insegna del revival, un film da vedere coi neuroni spenti e le corde vocali pronte all'utilizzo.
Bellina Hanna Arterton( sorella della ben più nota Gemma )  nella parte della protagonista Taylor ma mi permetto di dubitare sulle sue abilità canore e da ballerina ( in fondo le coreografie sono piuttosto semplici, ad uso e consumo di attori non particolarmente predisposti al ballo), molto bella Annabel Scholey nei panni di Maddie che , tirando le somme, è la migliore del cast che per il resto è piuttosto sbiadito e troppo incline allo stereotipo.
Inutile però fare i sofisiticati con un 'operazione nostalgia di questo tipo, fatta esclusivamente per divertimento e per ricordare ai giovani degli anni '80 la musica che si ascoltava in quelle estati ora impreziosite dalla magia del ricordo.
E per i giovani di fine millennio scorso e nati all'alba del millennio in corso è l'occasione per conoscere musica che forse non avevano mai ascoltato prima, forse....

PERCHE' SI :musica anni '80 sparata a tutto volume, bellissime locations pugliesi, neuroni zero e ugola al massimo
PERCHE' NO : sceneggiatura esilissima, di cinema ce n'è ben poco, Giulio Berruti inespressivo come un totano lessato in pentola a pressione.

( VOTO : 5 / 10 )

 Walking on Sunshine (2014) on IMDb

mercoledì 10 settembre 2014

Under the skin ( 2013 )

Un motociclista misterioso recupera il corpo esanime di una donna ai lati di una strada.
Trascina quello che sembra un cadavere sul cassone di un camion dove, al riparo da occhi indiscreti, un'entità aliena si appropria di quel corpo letteralmente indossandolo.
E in questa nuova veste la "donna", viaggiando per la Scozia col suo camiocino adesca uomini soli, preferibilmente senza affetti familiari e complicazioni varie, e li fa scomparire.
Ma non le va sempre bene,incontra anche chi non si rassegna al suo destino e lei comincia a provare sentimenti un po' troppo umani...
Basato sul romanzo omonimo di Michael Faber, Under the skin nell'intenzione dell'autore doveva essere un road movie allucinato in cui un entità biologica di un altro mondo, pianeta o universo parallelo che sia  guarda con occhi vergini quello che succede sul pianeta Terra, vagando in scenari cinematograficamente non troppo frequentati come quelli delle Highlands scozzesi o delle periferie urbane di quella regione.
Doveva.
E , dopo la visione attenta di questo film, l'unica cosa che vien da dire è che non bastano degli scorci pittoreschi del paesaggio aspro e meraviglioso delle Highlands scozzesi per fare un bel film.
Non basta nemmeno la Johansson.
E non bastano nemmeno le sue tette, per tutti coloro che si sono apprestati alla visione di questo film con il solo scopo di vedere le scene di nudo in cui la piccola Scarlett è protagonista.
Johnathan Glazer è un regista che si è fatto conoscere con videoclip ( Karma Police dei Radiohead) oppure per documentari su Blur e Massive Attack.
In Under the skin sembra abiurare del tutto dallo stile registico da videoclip fatto di un montaggio veloce e sincopato e di stacchi frenetici.
Qui le sequenze acquistano in durata e profondità, si preferisce il campo lungo e si spoglia il film di tutti gli orpelli ritenuti non necessari.
Il problema è che il film viene spogliato praticamente quasi del tutto dai dialoghi e quei pochi che si sentono sono all'insegna della più trita banalità del quotidiano.
Under the skin è un film silenzioso che passa farraginosamente da un capitolo all'altro senza alcuna spiegazione, quasi consegnando allo spettatore l'onere della elaborazione e della comprensione del tutto.
E tutto questo si traduce in snodi narrativi spesso incomprensibili ad uno spettatore anche smaliziato che dopo un po' è costretto giocoforza a rinunciare.
Insomma è un film senza parole che lascia senza parole in cui la sexy aliena Johansson, ultracorpo senza baccellone al seguito, cerca di conoscere la razza umana dopo aver cercato di sterminarne parte per il sostentamento suo e , presumo, degli altri suoi simili.
I modelli di Glazer sono alti e ben identificabili , abbiamo citato L'invasione degli ultracorpi, ma potrei anche citare Kubrick, Lynch o L'uomo che cadde sulla Terra ma anche per tornare in basso L'alieno, storia sci fi ottimamente incastonata in un contesto action, ma il suo modo di fare cinema appare presuntuoso e pretestuoso.
E' un luogo comune ma girare videoclip non è fare cinema.
Sono due arti ben distinte.
In Under the skin tutto questo è più che evidente.
Come detto prima non basta un bello scorcio di Highlands scozzesi ( paesaggio di bellezza primordiale, poco addomesticato, selvaggio ed affascinante) per fare un bel film.
E non basta nemmeno inanellare una serie di sequenze visivamente notevoli  e metterle in serie.
Ed è un peccato anche per la Johansson che si aggira per tutto il film  con una sola espressione: occhio aperto e languido, labbra leggermente dischiuse e un'orrida parrucca nera che ne uccide letteralmente il sex appeal.
E tutte queste sbandierate scene di nudo che dovevano essere incendiare sono poco più di un mortaretto giocato sul vedo non vedo.
Tanto rumore per nulla.
Due palle così, signora mia....

PERCHE' SI : le Highlands scozzesi fanno sempre la loro porca figura, c'è Scarlett Johansson nuda..
PERCHE' NO : noia mortale, snodi narrativi poco comprensibili, la Johansson ha una sola espressione.

( VOTO : 3 / 10 ) 

martedì 9 settembre 2014

The act of killing ( 2012 )

Anwar Congo ed Herman Koto, uomini indonesiani di una certa età , benestanti, accettano l'invito da parte di un documentarista di far parte di numeri musicali e di rievocazioni di scene del crimine da cinema americano per ricordare il loro passato, di come nel 1965 , a causa del colpo di Stato in Indonesia, si trasformarono da volgari bagarini dediti al traffico di biglietti del cinema, in spietati assassini al servizio della giunta militare salita al potere, torturatori di poveri contadini ed intellettuali accusati tutti indistintamente , di etnia cinese o meno, di essere comunisti e solo per questo crimine degni di essere giustiziati.
Il documentario è una discesa in un abisso grottesco in cui il ricordo sembra ancora dolce e il rimorso è un qualcosa di sconosciuto....
Appena partiti i titoli di coda di questo documentario , diretto da Joshua Oppenheimer, da Christine Cynne da un regista indonesiano anonimo ( anzi a scorrere i credits colpisce quella lunghissima sfilza di maestranze il cui nome resta volutamente misterioso, a testimoniare la scomodità del tema trattato dal film e il suo materiale narrativo più che scottante) si è come liberati da un incubo.
Non per la qualità del film, altissima, ma si rimane veramente senza parole ad assistere impotenti allo sfoggio di tanta malvagità, a toccare quasi con mano quanto possa essere pericoloso l'animale uomo , l'unico al mondo capace di sterminare altri esponenti della sua specie praticamente senza motivo.
Oppenheimer e i suoi coregisti scelgono l'assoluta neutralità: nessuna voce off, solo qualche didascalia all'inizio per inquadrare il contesto storico, poi è un assolo di questi due nonnetti , apparentemente miti e inoffensivi , che snocciolano come se fosse la cosa più normale del mondo tutte le atrocità che hanno commesso in quel 1965.
Si rimane straniati, senza parole, perché assieme ad altri componenti degli squadroni della morte di quegli anni , miti vecchietti come loro, accettano di far parte di una sorta di rappresentazione storica che. partendo dai loro racconti di tortura e di morte , rievoca un periodo storico fondamentale della storia indonesiana.
Il corto circuito è completo quando addirittura , questi ometti ormai piuttosto in là con gli anni accettano di recitare nella parte delle vittime.
Un gioco grottesco con il regista che diventa responsabile di una loro caratterizzazione oltre i confini del ridicolo.
Il regista diventa quindi un deus ex machina che riesce a comporre e scomporre un quadro storico come se tutto fosse un mosaico e lui fosse in possesso di tutte le tessere.
Ed è qui, rivedendosi , che Anwar Congo, ha un minimo atto di cedimento, quando abbracciato ai nipoti, orgoglioso di farsi vedere nelle vesti di attore, quasi fosse a Hollywood, si domanda se pagherà mai un prezzo per tutte le nefandezze che ha commesso nel suo passato.
Rimorso no. Quello è assolutamente fuori contesto.
The act of killing sconvolge per quello che non è poi accaduto nella storia indonesiana: dopo il massacro di un milione di presunti comunisti, nessuna revisione storica ha cercato di assicurare i colpevoli alla giustizia terrena ( forse sperando solo in quella divina), nessun rimorso per il passato neanche a livello istituzionale , visto che gente come Anwar Congo, Herman Koto e tutti quelli come loro responsabili fisici di quel genocidio, oggi siano stimati vecchietti, benestanti e considerati anche saggi, una sorta di memoria storica di un paese giovane come l'Indonesia.
Non solo Michael Moore nel documentario di denuncia: non solo le sue spettacolarizzazioni per dimostrare le sue tesi,
Esiste un modo altro per raccontare tremende storie vere, ferite ancora aperte .
E questo è The act of killing , l'atto di uccidere, il racconto, grottesco e metacinematografico, di come a metà degli anni '60, in un popoloso Paese asiatico, la vita dell'uomo non valesse nulla.
Un modo come un altro per svuotare di significato l'omicidio e la tortura, l' atto fisico dell'uccisione e mettere a tacere eventuali sensi di colpa.
Che a distanza di quasi 50 anni ancora faticano ad affiorare.
Anzi sono ancora ben sepolti.

PERCHE' SI :  si resta senza parole, sconvolgente, rappresentazione metacinematografica di grande impatto visivo ed emotivo
PERCHE' NO: può essere insostenibile per qualcuno, altrimenti non riesco a trovargli difetti...

( VOTO : 8,5 / 10 ) 

The Act of Killing (2012) on IMDb

lunedì 8 settembre 2014

Dragon trainer 2 ( 2014 )

Sono passati cinque anni dalla lotta che vide i vichinghi dell'isola di Berk combattere una battaglia contro i draghi e ora umani e sputafuoco alati , grazie soprattutto a Hiccup e Sdentato, vivono in pace, perfettamente integrati gli uni agli altri.
Hiccup e Sdentato in una delle loro gite scoprono però un gruppo di umani che traffica in draghi: vengono catturati e  portati a un vecchio nemico del padre di Hiccup che vuole conquistare il mondo conosciuto .
Intanto i due conoscono un posto dove vivono in pace, nascosti ad occhi indiscreti , moltissimi draghi , protetti da una vecchia conoscenza di Hiccup.
La battaglia finale per il predominio però è vicina e avrà conseguenze per tutti....
Quattro anni fa il primo Dragon Trainer fu un'inaspettata boccata di aria fresca un un mondo difficile , cinematograficamente parlando, come quello dell'animazione.
Un film di rottura col passato, con una trimidimensionalità esplorata come meglio non si poteva, ma anche un qualcosa di concettualmente nuovo con l'introduzione di tematiche adulte come quelle dell'integrazione  e delle diverse abilità.
Dragon Trainer 2 raccoglie un po'furbescamente  i frutti di quanto seminato dal film precedente: sicuramente manca l'effetto sorpresa, le tematiche che costituivano la trave portante del film precedente sono assodate e non ulteriormente sottolineate o sviluppate, la storia narrata in questa seconda puntata delle vicende di Hiccup e Sdentato, è molto più convenzionale rispetto alla pellicola precedente.
Mancando l'effetto sorpresa manca un po' quell'effetto di rottura e di novità ma , nonostante questo, è sempre bello naufragare in questo mare di effetti speciali e 3 D, in corse a perdifiato sulle ali del vento o in battaglie che ti fanno salire il cuore in gola.
Si, Dragon Trainer 2 è decisamente un bellissimo spettacolo per gli occhi, un angolo di mondo incantato in cui incontrare di nuovo vecchi amici e farsene di nuovi, una specie di passaggio di testimone tra vecchi e nuovi personaggi ricordando un po' la regola matematica commutativa dell'addizione, quella in cui cambiando gli addendi la somma non cambia.
Succede un po' questo in Dragon Trainer 2, si cambiano gli addendi ma il totale non cambia, o meglio si cerca di non cambiarlo proprio per creare una sorta di fidelizzazione al brand.
C'è un po' meno del villaggio di Berk ma ci sono altre locations superbe come la caverna di ghiaccio in cui vivono i draghi selvaggi, se nel primo film i protagonisti erano questi diavoletti sputafuoco alati , ora sono accoppiati a dei padroni anche in base alle loro caratteristiche fisiognomiche ( un po' come succedeva ne La carica dei 101 in cui ogni cane era uguale al suo padrone, anche qui ogni drago somiglia molto al suo padrone) e si erge a protagonista la nuova generazione di Berk, quella formata da Hiccup e dai suoi amici che hanno più o meno la sua età.
Dal punto di vista tecnico siamo all'eccellenza pura: per una volta il 3 D non è solo mero accessorio ma qualcosa di veramente integrante la visione, la fluidità delle movenze e le espressioni facciali sono molto migliorate rispetto al primo film pur mantenendone l'impronta, ci sono tanti nuovi draghi al cui design appassionarsi ( è forse una delle cose più belle del film scoprire nuovi draghi un po' come si faceva con i vecchi cartoni animati giapponesi in cui si aspettava spasmodicamente il momento in cui arrivava il mostro alieno solo per vedere come era disegnato e che poteri avesse) e poi ci sono due draghi zannuti giganti che lottano tra di loro che sembrano un chiaro riferimento ai vari Godzilla e Pacific Rim.
Tirando le somme Dragon Trainer 2 è un sequel abbastanza riuscito : certo , è molto più contenitore che contenuto al contrario di quello che succedeva nel primo capitolo in cui forma e sostanza miracolosamente trovavano il loro equilibrio in un'armonia pressoché perfetta, ma di questi tempi è già ottimo avere un film che ha un senso dello spettacolo così sviluppato.
E pazienza se temi importanti come la crescita, l'autodeterminazione, la tolleranza della diversità o anche l'elaborazione del lutto finiscano tutti in una specie di gigantesco tritacarne mediatico....
Già in cantiere un ulteriore seguito che uscirà nelle sale americane nel giugno del 2016.

PERCHE' SI : visivamente eccellente, nuovi personaggi ma soprattutto nuovi draghi al cui design appassionarsi, il 3 D integra veramente la visione.
PERCHE' NO : più forma che sostanza, le tematiche che costituivano l'architrave del primo film qui sono immesse in una specie di gigantesco tritacarne mediatico...

( VOTO : 7 / 10 ) 

How to Train Your Dragon 2 (2014) on IMDb