I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.

mercoledì 22 maggio 2013

Il grande Gatsby ( 2013 )

Primavera 1922:l'aspirante scrittore Nick Carraway lascia il Midwest per trasferirsi a New York in quel tempo culla del vizio e dell'edonismo più sfrenati. Va ad abitare in una piccola casa malmessa che però è vicina all'immensa villa del ricchissimo e misteriosissimo Jay Gatsby, un milionario dagli affari oscuri che è diventato famoso per le affollatissime feste all'insegna dell'eccesso che si tengono nella sua villa. Quasi non volendo gli diventa amico e lui piano piano gli svela chi veramente è Jay Gatsby: un uomo segnato da un passato ingrato: un amore intenso ma impossibilitato dalle sue condizioni economiche di quel tempo per Daisy,pusillanime moglie di un riccone che non la ama e che non perde occasione di maltrattarla. I nodi vengono al pettine, gli incroci amorosi vengono allo scoperto, ma l'ineluttabile tragedia è dietro l'angolo.
Se questa di Luhrmann è la quarta riduzione cinematografica del romanzo di Francis Scott Fitzgerald , credo che un motivo si debba essere e risiede senza dubbio in quell'alone di fascino e di mistero che è racchiuso nel carsmatico personaggio di Jay Gatsby, l'ennesimo declinatore del Sogno Americano, l'uomo fatto da sè, quello apparentemente disonesto e corrotto e che invece svela la sua personalità a suo modo candida, prigioniero di un amore impossibile che per lui è diventato allo stesso tempo ossessione e unica ragione di vita.
L'impressione che ho avuto vedendo Il grande Gatsby di Luhrmann è che il regista australiano abbia usato il romanzo di Scott Fitzgerald come un semplice trampolino per raccontare il proprio universo fatto di eccessi visivi ( i costumi da soli valgono il prezzo del biglietto), scenografie pantagrueliche, musiche dissonanti dal contesto nel tentativo continuo, forse anche pretenzioso di rielaborare , ma soprattutto di dare un'aura di nobiltà al concetto di kitsch applicato al cinema.
La pellicola nelle oltre due ore diventa una sorta di caleidoscopio itinerante della carriera di Luhrmann caratterizzata da riletture sempre al limite, se non oltre , dell'iconoclastia.
E da buon australiano demolisce alla base il Sogno Americano dipingendo la New York degli anni '20 come la culla mondiale della perversione, un piccolo mondo a parte in cui se non infrangi la legge o le regole del buon costume non sei nessuno.
La figura di Jay Gatsby ( un DiCaprio eccellente per misura e carisma) proprio per questo giganteggia, unico personaggio tridimensionale in un mondo di figurine piatte, sfocate e schiacciate da un mondo di sola apparenza e dal carisma del misterioso magnate che affascina e manipola come pochi.
Ma che, ironia della sorte, pur potendo ottenere tutto ( o quasi) con le sue immense ricchezze non riesce a ottenere quello che desidera di più nella vita: la sua amata Daisy, una Carey Mulligan ridotta alla statura infima di una pusillanime bambola di pezza inutilmente ciarliera e incapace di distaccarsi dalle sue sicurezze immanenti per fare un salto nel buio di un nuovo amore.
E proprio questa parte del film, quella che deve raccontare l'amore di Jay e Daisy , sembra quella che interessa di meno a Luhrmann, quasi la maltratta risolvendola in modo abbastanza sbrigativo ( vedi la sequenza alla suite del Plaza a New York in cui Jay finalmente confessa a tutti il suo amore, mentre Daisy mostra una volta ancora la sua codardia, oppure tutta l'affannosa corsa verso il gran finale) e toccando il cuore del melodramma in una sola fugace sequenza in cui non c'entrano Jay e Daisy ma  Myrtle che da dietro una finestra versa lacrime amare e silenziose quando finalmente capisce che è solo un sollazzo per Buchanan ( il marito di Daisy) abituato ad avere tutto e subito solo grazie al suo conto in banca.
Ecco se Il grande Gatsby avesse esplorato meglio questo lato melodrammatico della vicenda con lo stile fatto di allusioni e sottintesi di Fitzgerald forse starei qui a parlare di un capolavoro.
E invece manca quel qualcosina in questa storia che non riesce a essere una di quelle vicende larger than life che arrivano a strapparti il cuore dal petto.
Il cinema di Luhrmann si dimostra ancora una volta un unicum nel panorama internazionale: non solo lustrini e pailettes, non solo un 3 D usato poco ma bene, non solo uno stordimento multisensoriale per il bombardamento massiccio con suoni e colori.
C'è invece molto altro che sicuramente dividerà critica e pubblico proprio per il suo rifuggire dal canonico, per la sua volontà di sorprendere sempre e comunque.
Il grande Gatsby è un film bello da vedere che arriva agli occhi, forse un po' meno al cuore. Ma il modo di raccontare di Luhrmann è qualcosa che affabula, anzi affascina proprio per il suo stile postomoderno mediante il quale si sforza a fare un cinema che più classico non si può.
Sotto la patina della tecnologia Il Grande Gatsby è uno di quei classiconi che si facevano una volta e ora non si fanno più, forse anche più della versione del '74, quella con Redford e Mia Farrow che aveva la griffe di Francis Ford Coppola in sede di sceneggiatura che a mio parere soffriva di una certa inerzia soprattutto dovuta a una regia un po' piatta di un calligrafo competente come Jack Clayton che però a parte Suspense non ha mai avuto le stimmate del grande regista.
Più mi perdevo nelle stordenti scene di massa di questo film, nel suo pantagruelismo visivo e più pensavo a come Luhrmann sia avanti rispetto a tutti gli altri in quanto a scrittura e stile, per esempio anni luce avanti rispetto a un Cameron che continua a essere tanto progredito tecnologicamente quanto deteriore( se non vecchio) nel suo modo di scrivere e narrare.
Quello del folle Baz  è cinema classico e postmoderno allo stesso tempo.
E ci vuole una bella faccia tosta per proporlo in tempi di cinema usa e getta come quelli odierni.
Perchè l'epopea di Jay Gatsby non finisce con i titoli di coda ma continua.
Gatsby, l'ultimo grande eroe romantico.
Il grande Gatsby.

( VOTO : 7,5 / 10 ) The Great Gatsby (2013) on IMDb

martedì 21 maggio 2013

Aftershock ( 2012 )

Gringo, americano thirtysomething in cerca di emozioni, sta trascorrendo qualche giorno di vacanza in Cile assieme ai suoi amici Kylie e Pollo. Una sera in un locale conoscono delle ragazze e decidono di trascorrere tutti assieme una giornata nella bella località balneare di Valparaiso. La sera stanno tutti in discoteca quando un terribile terremoto rade praticamente al suolo la città.Il gruppetto si trova a lottare per la sopravvivenza sia contro la furia degli elementi naturali, sia contro altri nemici ( evasi , gangs o semplicemente altri umani che cercano di proteggere la propria incolumità) che mano mano gli si parano davanti.
E le sirene avvertono del pericolo di un imminente tsunami.
Eli Roth ha una faccia da pirla che più pirlesca non si può e questo film da lui cosceneggiato  in cui si diverte a recitare ( male) ne è testimonianza inoppugnabile. Eppure questo signore ha fatto arrivare la sua longa manus anche in Cile, si è riuscito a procurare un assegnuccio da dieci milioni di dollari , magari non tantissimi per gli standard americani ma andatelo a dire a gente come Zuccon o i Manetti bros che con un budget del genere farebbero letteralmente faville, per far dirigere Aftershock a Nicolas Lopez, un trentenne ( ma che ne dimostra il doppio) con un brillante avvenire dietro le spalle e con una faccia da pirla che rivaleggia con quella di Roth a vedere le foto su imdb.com.
L'ideuzza che sta alla base di Aftershock è semplicissima: girare un disaster movie come se fosse un horror.
Se nei film su catastrofi naturali la riuscita è direttamente proporzionale alla tenuta ansiogena delle scene di massa e relativi effetti speciali che simulano la distruzione totale , in Aftershock è tutto girato in campo più stretto, quasi a voler privatizzare l'apocalisse e renderla tale solo per il gruppetto di personaggi che ne è protagonista e per quello che sta loro intorno a corto raggio. E il tutto viene girato con abbondanza di effetti splatter , cosa che in genere nel disaster movie viene evitata proprio per dargli carattere il più universale possibile.
Il problema di Aftershock è che soffre di tutti quei difetti endemici al nuovo cinema horror americano: si parte con la solita mezz'ora in cui non succede praticamente nulla , anzi sembra di trovarsi a una versione cilena di Una notte da leoni ( c'è anche tale Nicolas Martinez, nella parte di Pollo, che sembra una versione in scala ridotta di Zach Galifianakis in panza e barbona) e vengono introdotti personaggi uno più detestabile dell'altro, si cerca addirittura di dotarli di una parvenza di background, i dialoghi sono sul filo dell'inascoltabilità come se regista e sceneggiatori sapessero che di questa prima parte non interessa a nessuno.
Poi quando parte la mattanza ( e in fondo noi siamo qua per questo ) il film sale di giri mostrando un'apprezzabile fotografia notturna che dona al tutto un aspetto livido ed emaciato in cui risalta il sangue, sembra quasi percepibile l'olezzo di morte in una città praticamente rasa al suolo e letteralmente stracolma di belve ( gangs, evasi dalle prigioni, sciacalli che fanno incetta di merci di ogni genere).
Il ritmo è alacre, morte e mutilazioni sono in bella mostra ( forse pure troppo) e il film procede spedito verso il suo finale spiazzante che per un attimo fa dimenticare le numerose assonanze di questo Aftershock con l'horror di stampo rothiano, vero e proprio deus ex machina di questa operazione.
Gli attori non sono propriamente all'altezza ( addirittura c'è un'algida Andrea Osvart nella parte dell'unica nella compagnia che mostra un briciolo di cervello, certo è un triplo salto mortale partire dal palco di  Sanremo e trovarsi in  un horror cileno) trattati più o meno come carne da macello e poi c'è Eli Roth : sarà un bravo ragazzo , sarà anche simpatico ma credo che quella dell'attore non sia la professione che fa per lui.
Forse neanche quella del regista ma almeno in questo campo qualcosa di decente ha fatto.
Aftershock è stato un disastro al box office americano( nella prima settimana ha raccolto poco più di 40mila dollari ) anche perchè incappato in un divieto per i minori di 17 anni che ha costretto i produttori a tagliarlo per arrivare a una fetta più consistente di pubblico.
Ma in fondo ha una sua sciocca piacevolezza: se si eliminasse la prima mezz'ora sarebbe anche un bel film.
Oddio bello forse no. Ma almeno divertente.

( VOTO : 5,5 / 10 )  Aftershock (2012) on IMDb

lunedì 20 maggio 2013

The Resident ( 2011 )

Juliet è un medico del pronto soccorso che sta cercando una nuova casa a New York. Per caso ( o forse no) arriva nel palazzo di proprietà del bel tenebroso Max che vi abita con il nonno, ultraottuagenario. Juliet affitta l'appartamento perchè è a condizioni vantaggiose( pare che a Brooklyn 3800 verdoni al mese siano un buon prezzo; ma quanto guadagna un medico del pronto soccorso?) e trova finalmente un rifugio in cui riprendersi dalla rottura della relazione con Jack, il suo precedente ragazzo che l'ha tradita con un'altra. Max è bello e simpatico.
" Fraternizzano" ma qualcosa va storto e così Juliet accetta di nuovo la corte di Jack. Lei non sa che Max ha sviluppato una pericolosa ossessione nei suoi confronti e che presto tutta la sua follia verrà fuori.
E le conseguenze saranno catastrofiche.
Quando vedo una pellicola che si presenta con l'effigie Hammer films, un pochino il cuore mi si gonfia e la lacrimuccia spinge quasi per esondare dal canale lacrimale.Dall'adolescenza in poi ho letteralmente divorato le opere della factory inglese con il suo cast fisso, le sue ricostruzioni in studio e la sua atmosfera british semplicemente impareggiabile.
The Resident è un film che si fregia di questo marco glorioso ma a tirar le somme non ha nulla che lo possa accomunare agli altri prodotti Hammer, forse solo la partecipazione di un Christopher Lee che ormai mostra tutti i suoi anni ( il nostro ha passato i 90 del resto) e vederlo che regge l'anima coi denti non è un bello spettacolo.
Per il resto è un film girato in suolo americano, con esterni naturali, attori statunitensi e soprattutto non ha nulla di quell'atmosfera inimitabile che aveva reso grandi i film della factory britannica.
Il regista è finlandese ed è al suo esordio nel lungometraggio al cinema dopo una carriera spesa tra televisione e videoclip( e la sua estrazione videoclippara è evidente in quel segmento al fastforward in cui prima della metà del film leva qualsiasi dubbio allo spettatore riguardo al personaggio di Max).
The Resident è un thrilleraccio anni '80/'90 arrivato fuori tempo massimo con il classico maniaco della porta accanto che ti rovina la vita .
Diretto senza nerbo, senza suspense e con una sceneggiatura che sembra una chiamata intercontinentale per quanto è telefonata riesce ad annoiare profondamente anche se non arriva neanche ai 90 minuti di durata.
Tutto è ampiamente prevedibile con almeno un paio di sequenze d'anticipo e anche il dignitoso lavoro fatto dal direttore della fotografia ( Guillermo Navarro) viene sprecato malamente.
Vogliamo poi parlare degli attori? Hillary Swank è scandalosamente brava , veramente troppo brava per questo genere di film e ti chiedi perchè sceglie in maniera così poco oculata i suoi copioni. Dovrebbe essere un valore aggiunto e invece la voglia di mostrare la sua tecnica la fa apparire assolutamente stonata rispetto al contesto. E' come se mettessimo il motore di una macchina di Formula Uno in una city car.
Jeffrey Dean Morgan con la barba brizzolata finalmente  sembra come al solito il gemello separato alla nascita di Javier Bardem.
Fa quello che può ma con quella sua aria piaciona è tutto fuorchè inquietante.
Lo si confronti con il Luis Tosar di Bed Time ( il film di Balaguerò disegna come questo la figura di un maniaco della porta accanto) : beh, non c'è gara, l'attore spagnolo lo batte su tutta la linea.
Basta solo il suo sguardo per renderlo pauroso cosa che a Morgan non riesce in questo film.
Costato circa 20 milioni di dollari è una brutta sagra del deja vu: scene di doccia come se piovesse ( e il corpo di Hillary Swank è un fascio di muscoli e terminazioni nervose, non una roba così sexy) con l'immancabile bicchiere di vino rosso, l'immancabile buco nella parete in cui lui la spia, l'uso dello spazzolino elettrico di lei ( più che specchio della sua mania è una zozzeria innominabile), la solita lotta finale in cui lei cazzutissima non crollerebbe neanche se fosse picchiata da Tyson e lui che resuscita un paio di volte giusto per fare un po' di BUUUUU! allo spettatore.
Ma per piacere!

( VOTO : 4 / 10 ) The Resident (2011) on IMDb

domenica 19 maggio 2013

La casa nel vento dei morti ( 2012 )

Nell'immediato dopoguerra, Attilio, attore caduto in disgrazia per aver lavorato a braccetto col regime fascista , assieme ad altri tre spiantati e disperati come lui, fa una rapina in un ufficio postale. Dovrebbe essere un colpo facile e pulito ma in realtà si trasforma in un bagno di sangue: muore una guardia giurata e rimane ferito anche uno dei componenti della banda, un ex circense. Che viene soppresso perchè altrimenti rallenterebbe la fuga dei complici attraverso l'Appennino tosco emiliano.I tre, dopo aver ucciso un paio di cacciatori che potevano danneggiarli, esausti, arrivano in una fattoria in cui ci sono solo donne che a pagamento li possono ospitare. Mal gliene incoglie.
E intanto la polizia continua a stare sulle loro tracce.
La casa nel vento dei morti ( eccessivamente ridondante a partire dal titolo troppo lungo e non particolarmente pregnante) di ambizioni ne ha tante: diretto da Francesco Campanini al suo secondo lungometraggio ,coadiuvato in alcune sequenze dall'unico professionista affermato del cast, Francesco Barilli impegnato nella parte del ruvido Ugo e cosceneggiato da un altro dei protagonisti, Luca Magri, una carriera spesa tra corti, poco cinema e tanta televisione, si presenta come un giallo agreste con una fotografia parecchio patinata e che nelle intenzioni vorrebbe rimandare a quel capolavoro di Ossessione di Visconti, non avvicinandosi minimamente, oppure a quelle atmosfere rurali che hanno fatto la fortuna di certo cinema di Avati, quello meno leccato e sentimentale.
Questo nella prima metà del film: perchè poi quando i tre arrivano nella casa del titolo il tono e il genere cambiano drasticamente: La casa nel vento dei morti si trasforma in una sorta di torture porn in cui le vittime sono i rapinatori. E le donne si rivelano un manipolo di assatanate che fanno assaggiare loro tutte le ultime frontiere del dolore fisico.
Che poi questa svolta sorprende e normalmente una cosa del genere qui a bottega è molto gradita ma qui arriva un po' troppo tardi e nonostante un bel pacchetto di sequenze ad alto tasso ematico alla fine non è che le sinapsi , soprattutto quelle che gradiscono sangue e frattaglie varie, vengano smosse più di tanto.
E poi quell'eccessiva ricercatezza nella cura dell'immagine, quella fotografia così patinata, stonano apertamente col genere proposto , creando un qualcosa di abbastanza originale ma che allo stesso tempo mostra dei deficit piuttosto vistosi a partire dalla sceneggiatura che definire sgangherata è un eufemismo, dall'effettistica, molto artigianale ( ma ci sono alcune soluzioni intriganti nel mostrare ai tre le ultime frontiere del dolore fisico) per arrivare a un livello generale di recitazione piuttosto bassino.
Tutto questo ( effetti speciali rustici e recitazione non proprio all'altezza) sarebbe una bella cosa da vedere e apprezzare in un B movie, ma in un qualcosa che usa uno stile ai limiti dello sterile calligrafismo accademico, diventa un limite piuttosto evidente.
La casa nel vento dei morti è un film che comincia un po' alla maniera del realismo italiano anni '40 e finisce come una riedizione tortellinesca del massacro texano a colpi di motosega reso famoso da Hooper e relativi epigoni.
Troppa carne al fuoco, troppa puzza di bruciato, troppo fumo, ma di arrosto ce n'è pochino.
E lo dico con costernazione perchè sono un fermo sostenitore del cinema italiano al di fuori di certi schemi commerciali fin troppo collaudati che hanno appiattito definitivamente lo spirito creativo di molti autori di talento che non trovano il modo di mostrare quello che sanno fare.
Ma stavolta più che vento è un'alitata rancida.

( VOTO : 4,5 / 10 )  La casa nel vento dei morti (2012) on IMDb

sabato 18 maggio 2013

Broken City ( 2013 )

Billy Taggart è un poliziotto della Grande Mela che per una brutta faccenda è costretto a dimettersi dalla polizia ( o meglio lo consigliano caldamente di dimettersi e lui non è nelle condizioni di rifiutare) e si riconverte a detective privato. Sette anni dopo la storiaccia, il sindaco lo chiama per seguire la moglie e scoprire la sua tresca con un misterioso amante. Che viene ucciso.Taggart si accorge ben presto di essere stato incastrato in un gioco più grande di lui in cui c'è in gioco, oltre alla sua vita, anche il futuro politico di New York City.
E per risolvere tutto dovrà avere una drammatica resa dei conti col proprio passato.
E' sbagliato approcciarsi a un film con molte aspettative perchè al loro aumento corrisponde un rischio proporzionalmente elevato di delusione.
Ma quando uno si trova davanti a  un film con questo cast tecnico e artistico come questo, che aspira a ricreare le atmosfere hard boiled del noir o dei romanzi di Ellroy, come fai a non averne?
E invece Broken City nonostante le premesse e nonostante lo sfavillio di tutta la confezione si rivela una delusione: è la classica montagna che partorisce il topolino.
Se la figura di Taggart è ricalcata su quella del classico detective da film noir e pur essendo totalmente derivativa in quelche modo funziona anche per via dell'evoluzione che subisce durante il film, quello che non convince è tutto quello che gli sta intorno, un castello di carte che crolla miseramente nel finale a causa di un ritratto della politica troppo schematico e soprattutto demagogico affidato a personaggi che sembrano di cartone per quanto sono piatti e che si muovono secondo dinamiche trite e ritrite.
Se l'aspirazione del fratello gemello Hughes in libera uscita ( che firma da solo la regia) era quella di creare una specie di remake di un noir anni '40 consegnando allo schermo un ritratto caustico della corruzione politica che impera a tutti i livelli, il risultato è una ben più modesta imitazione del Lumet metropolitano più politico ma senza averne l'arguzia nè lo stile.
Dicevamo che il problema è nei personaggi che fanno da contorno al Taggart recitato da Wahlberg, figura di detective mutuata da tanti altri film ma che perlomeno cresce con il passare dei minuti visti gli scheletri che letteralmente fanno a spinte per uscire dai suoi armadi.
Come può essere credibile una figura di sindaco come quella tratteggiata in questo film recitata da un Russel Crowe poco credibile a partire dalla pettinatura, che riesce a svolgere impunemente tutti i suoi traffici in un'epoca come quella odierna e in un Paese come quello americano in cui i giornalisti fanno il pelo e il contropelo ai potenti? E come fa a nascondere il poco amore per la sua first lady( cosa imperdonabile agli occhi dell'opinione pubblica) , una Zeta Jones anche lei dall'acconciatura improbabile ( ma allora è una fissa!) che scorrazza in giro per la città fregandosene di quello che fa il marito?
E poi parole, parole , parole: in certi frangenti sembrano quasi che i vari personaggi vogliano uccidersi a parole ( o vogliano sfiancare lo spettatore) per quanto parlano e si perdono in chiacchiere interminabili che hanno la funzione di spiegare tutto quello che per esigenze di spettacolo non viene mostrato allo spettatore.
E proprio per questo il ritmo è lasso, condizionato da una sceneggiatura con troppi coni d'ombra per essere plausibile e che vanifica il lavoro certosino che fa Hughes alla regia per ricostruire atmosfere da hard boiled.
Un peccato perchè un film con tutti questi ingredienti avrebbe dovuto essere molto più saporito e invece si dimostra insipido.
Il (non) sapore di un'occasione sprecata.

( VOTO : 5 / 10 )  Broken City (2013) on IMDb

venerdì 17 maggio 2013

Killing Bono ( 2011 )

La storia del giovane Neil McCormick e della sua lotta per avere un successo musicale pari o anche superiore a quello del suo amico Paul David Hewson ( non vi dice niente il nome: e se vi dicessi Bono Vox ?ecco è lui!). Dal primo concerto in una scuola di Dublino a metà anni '70 è un festival di occasioni perdute per il povero Neil che volontariamente affossa anche le ambizioni del fratello Ivan, che avrebbe potuto e dovuto essere il quinto U 2 , si mette nei guai per debiti con un boss della mala dublinese ( i soldi servono loro per trasferirsi a Londra a cercare un contratto discografico per sfondare definitivamente) e continua a rifiutare le occasioni che il destino gli propone, compreso un concerto di apertura che l'amico Paul, ormai celebre, gli ha proposto in nome della vecchia amicizia.Ma lui preferisce suonare di fronte a 500 fans del suo gruppo un po' scalcinato,gli Shook up!, piuttosto che farlo di fronte a 50 mila fans degli U 2 ( che poi a quel concerto saranno 80 mila).
 La storia di un perdente, insomma,  che dopo l'ennesima porta sbattuta in faccia  si mette in testa di uccidere il suo rivale inconsapevole.
Ma non è capace di fare neanche quello.
Pur avendo un titolo abbastanza trucido, non c'è nulla di macabro in questo film di Nick Hamm tratto dall'autobiografia scritta dallo stesso Neil McCormick e intitolata Killing Bono: I was Bono's Doppelganger.
E' un film divertente e divertito che descrive come il libero arbitrio sia una gran fregatura.
Neil ha un talento particolare nel fare scelte sbagliate, vuoi per stupido orgoglio, vuoi perchè crede veramente in quello che fa e nello scegliere sempre la porta sbagliata nelle continue sliding doors che il destino beffardamente continua a proporgli nell'ambito di un bastardo disegno divino, affossa anche il fratello Ivan, un bastimento carico di sogni anche lui, ma inconsapevolmente condizionato da tutto quello che Neil sciaguratamente decide per entrambi.
Non è solo una questione di porte sbattute in faccia a Neil: è come se lui si divertisse a prendere a facciate quella porta chiusa facendosi malissimo.
Tutto è incernierato in maniera abbastanza comica se non fosse che c'è poco di comico mettendosi nei panni di Ivan e trovarsi a vivere di rimpianti semplicemente perchè vittima delle ambizioni di un fratello che egoisticamente arriva a condizionargli la vita presente e futura.
Killing Bono vale anche come bella ricostruzione d'epoca di una Londra non più tanto swinging nel cui sottobosco si muovono loschi affaristi che cercano di fare soldi con la fatica degli altri.
La storia di questo periodo è scandito dai continui cambi di costumi , dagli stili musicali mutevoli ( consigliabile prestare orecchio alla colonna sonora veramente valida)  atti a rincorrere le mode del momento ma soprattutto dalle copertine dei dischi degli U 2 che ogni volta ricordano a Neil un viaggio per lui terminato appena dopo la partenza , mentre per il suo amico Paul ( Bono Vox) ancora non è terminato.
Non avrei mai pensato di dire che Ben Barnes è bravo, ma funziona egregiamente  nella parte di un esagitato Neil e si distingue pure uno stralunato Robert Sheehan nella parte di Ivan.
Killing Bono se non altro sarebbe da vedere per la curiosità di scoprire da dove e come  sono nati gli U 2, di come prima avessero un altro nome, quindi per i fans del supergruppo è consigliatissimo.
Altro motivo per vederlo è che questo film è stato l'ultimo della carriera di Pete Postlethwaite venuto a mancare appena dopo averlo finito di girare.
E la sua ultima performance nella parte di un gayo amico dei fratelli McCormick che cerca di introdurli nei canali giusti delle notti londinesi ( giusti almeno secondo il suo punto di vista un po' alternativo) vale da sola il cosiddetto prezzo del biglietto.
Ah, da bravo musicista che ha fallito l'appuntamento con il successo Neil McCormick ora è un apprezzato scrittore e critico musicale.
Ha trovato anche lui la sua strada per il successo.


( VOTO : 7 + / 10 )  Killing Bono (2011) on IMDb

giovedì 16 maggio 2013

Il comandante e la cicogna ( 2012 )

In una città imprecisata ( ma dovrebbe essere Torino), un gruppetto di personaggi incrocia le proprie vite sotto gli occhi di statue parlanti e che riflettono sulla condizione sociale odierna ( soprattutto un Garibaldi pensoso e un Cazzaniga ultraliberista che non esita a dare del comunista all'altro). Leo, idraulico di origine meridionale si rivolge a un disonesto avvocato per far rimuovere  dal web un video compromettente della figlia, l'altro suo figlio alleva una cicogna finendo addirittura in Svizzera per recuperarla .Dall'avvocato Leo conosce Diana che sta affrescando un muro dello studio per riuscire a pagare l'affitto allo scorbutico misantropo Amanzio. E intanto entra in casa di Leo anche un misterioso investigatore privato ...
Sono di parte quando giudico il cinema di Silvio Soldini perchè ho sempre adorato il suo sguardo intenso eppure sfuggente e la sua gentilezza nel tocco in una carriera costellata di tanti bei film.
Non ho gradito più di tanto la svolta "hot" di Cosa voglio di più proprio perchè in parte era andato perduta quella " delicatezza" che aveva caratterizzato  altre sue pellicole.
Il comandante e la cicogna rappresenta un po' un ritorno al passato a quell'atmosfera un po' fantasy, ma calata nella profondità del disagio sociale odierno, a quella sorta di realismo magico/fiabesco che caratterizzava il suo film di più grande successo al botteghino, quel Pane e Tulipani che lo aveva fatto conoscere al pubblico, ma anche il film successivo , cioè quell'Agata e la tempesta il cui valore è stato messo in ombra dalla fama conquistata dalla pellicola precedente di cui era considerato una sorta di seguito ideale.
Attorno a un gruppetto di personaggi sopra ( e a volte anche oltre) le righe viene costruita una vicenda ad incastri in cui tutti sono in qualche maniera legati tra di loro.
Leo ( che sembra ispirarsi al Michele Placido di Romanzo popolare di Monicelli), vedovo ma che parla con la moglie che gli appare quasi ogni notte vestita solo di un bikini, conosce tramite l'avvocato Diana, legata dall'affitto di casa ad Amanzio che è a sua volta diventato amico di Elia , figlio piccolo di Leo, per via della cicogna che sta allevando in semiclandestinità.
Accanto a queste vicende reali ,ma raccontate in modo naif un po' come l'affresco di Diana nello studio dell'avvocato, si aggiungono le riflessioni delle statue della piazze, pietre, marmi e bronzi parlanti ma soprattutto pensanti che un po' come il grillo parlante di Pinocchio , dicono tutto quello che hanno in corpo senza tanti problemi o filtri.
Il film funziona per gran parte ma si avverte una sorta di ingorgo nel finale dove la "magia" prende il sopravvento sul realismo di una storia che finisce in modo normale, forse anche un po' banale.
La banalità della vita quotidiana.
Mastandrea stupisce ancora una volta per come lavora su voce, accento e postura, la Rohrwacher sotto parrucca e occhiali sembra quasi una maschera di un film per bambini, Zingaretti esibisce una parrucca da levriero afghano, mentre Battiston anche fisicamente assomiglia sempre di più al vecchio Paolo Villaggio.
Il comandante e la cicogna è un esempio raro di commedia italiana che non mette a nanna i neuroni, evita la volgarità come scorciatoia per avere la risata facile, più che ridere ha l'ambizione di far sorridere su una situazione sociale odierna in cui ci sarebbe solo da piangere.
E non è poco.

( VOTO : 7 / 10 )  The Commander and the Stork (2012) on IMDb

mercoledì 15 maggio 2013

Iron Man 3 ( 2013 )

Tony Stark, vive ormai da recluso di lusso nella sua dimora principesca  a Malibu, una schifezzuola architettonica a picco sul mare, assistito dalla sua ex segretaria, ora sua fidanzata Pepper Potts. Occupa la maggior parte del tempo nel suo laboratorio nel seminterrato a modificare i suoi giocattoli preferiti, le sue armature e ha lasciato il proscenio al suo amico , il colonnello Rhodes che scorrazza in giro per il mondo con la sua armatura di Iron Man ed è stato ribattezzato dal presidente Iron Patriot. A Tony sta bene così, rimane nell'ombra anche perchè ha scoperto di soffrire di attacchi di panico. Ma questa situazione di apparente inattività dura solo fino a quando un nemico che viene dal suo passato comincia a seminare il panico nella popolazione e a toccare i suoi affetti più cari.
E' il temibile Mandarino e naturalmente alla fine della lotta ne dovrà rimanere soltanto uno....
Il primo Iron Man era stato una bella sorpresa, quasi un fulmine a ciel sereno perchè aggiornava con un'ironia contagiosa l'assioma Marvel del supereroe con superproblemi, sembrando quasi un contraltare al primo Spider Man di Raimi, quello in cui Peter Parker doveva abituarsi con effetti comici ai suoi nuovi poteri.
Il secondo film sull'uomo d'acciaio invece con la sua svolta seriosa aveva deluso profondamente un po' tutti.
Che fare allora? Si retrocede Jon Favreau a produttore , lo si conferma nel ruolo di Happy ( che praticamente viene ospedalizzato per tutto il film, sarà un messaggio subliminale?)Si chiama poi uno degli sceneggiatori/registi  più brillanti di Hollywood, tale Shane Black, specializzato in buddy movies e in dialoghi con battute fulminanti al limite ( e talvolta anche oltre ) del genio, gli si mette in mano un assegno da 200 milioni di dollari da spendere in effetti speciali superiori alla media del genere, mentre a tutto il resto pensa lui con la sua verve ironica e dissacrante che arriva a inserire riflessioni piuttosto argute in un prodotto per le masse urlanti e ululanti che si presentano al cinema armate di bibite e popcorn.
Il risultato è che Iron Man 3 soddisfa un po' tutti , chi cerca solo azione ed effetti speciali, ma  anche chi cerca qualcosa di più con le sue suggestioni su maschera e identità al punto di creare uno specchio per le allodole dal vago sapore iconoclasta del mondo Marvel.
E soddisfa anche i produttori visto che ad appena due settimane dalla sua uscita è quasi arrivato al ragguardevole incasso worldwide di un miliardo di dollari.
E' vero che la statura del supereroe si misura attraverso quella del suo antagonista ( e qui siamo messi bene perchè il Mandarino è qualcosa che fa veramente paura, lui e la sua masnada di piccoli terminators) ma qui svetta anche la personalità di un protagonista complesso e tormentato, prigioniero della sua immagine ma soprattutto della sua armatura senza la quale è vulnerabilissimo. E questo sentirsi indifeso, inadeguato a un ruolo da ricoprire lo rende vittima di pericolosi attacchi di panico.
E se Tony Stark vive solo grazie alla sua armatura, perchè non moltiplicarle in una lotta finale che è un tripudio di esplosioni e acciaio luccicante?
Magari questo Iron Man 3 farà storcere ai puristi della saga, forse è troppo attento a dare una botta al cerchio e una alla botte per essere il più "piacione" possibile, probabilmente è anche un po' troppo sbilanciato verso il suo protagonista a scapito di comprimari usati come tappezzeria e di un villain carismatico ma che soccombe un po' troppo facilmente,  ma è uno spettacolo valido, divertente e che può agevolemente coprire la fascia di pubblico che va dai 6 ai 99 anni.
Robert Downey jr poi conferma di aver ritrovato la sua seconda giovinezza artistica: ormai non sbaglia più un colpo ed è diventato uno dei più richiesti in quel di Hollywood perchè il suo nome equivale a incasso sicuro.
Non male per uno che ha passato vari anni sul marciapiede in attesa della chiamata che non arrivava visti i suoi noti problemi di inaffidabilità....
L'altra cosa da notare è che ormai queste produzioni Marvel da quando hanno avuto l'idea della gangbang di The Avengers hanno ormai acquisito un aspetto familiare, sembrano tutti figli della stessa penna , anche se non è così....

( VOTO : 7 / 10 )  Iron Man 3 (2013) on IMDb

martedì 14 maggio 2013

Fire with Fire ( 2012 )

Jeremy, vigile del fuoco con una vita normalissima , è il testimone dell'omicidio a sangue freddo di un negoziante e di suo figlio ad opera della gang di un pazzo scatenato neonazista e sociopatico di nome Hagan. Decide di testimoniare ma questo vuol dire entrare nel programma protezione testimoni che equivale a cancellare tutta la sua vita precedente,a trasferirsi da Long Beach in California a New Orleans ed essere sotto costante sorveglianza da parte degli agenti federali. Ma Hagan lo trova lo stesso e tenta di uccidere lui e Talia, il federale , tiratore scelto con cui ha iniziato una storia sentimentale. Jeremy allora decide di scomparire sul serio, fugge anche dalla protezione dei federali perchè da "fantasma" può fare molto più male ad Hagan.
La lotta sarà naturalmente all'ultimo sangue.
Per prima cosa un plauso a chi ha voluto distribuire in sala questo filmone condannandolo a un sicuro insuccesso. Ma se negli USA è uscito straight to video circa un annetto fa, ma un motivo ci sarà o no?
E' un film con un budget di 27 milioni di dollari, con un cast attoriale piuttosto variegato e noto ( poi per la maggior parte è buttato via in malo modo ma questo è un altro paio di maniche) e un regista con una carriera spesa in televisione , mentre al cinema si è occupato nella coordinazione degli stunts o nella direzione delle seconde unità.
Ora con un regista del genere uno si aspetta un action rutilante, tamarro quanto basta e che non lascia un attimo di tregua neanche per respirare.
E invece partono quasi subito gli sbadigli per un prodotto confezionato con cura ma in modo anonimo perchè uguale a decine di migliaia di altri prodotti dello stesso genere e che si perde in chiacchiere inutili specchio delle sua ambizioni mal celate.
Fa macchia un villain talmente sovraccarico da essere una caricatura come Vincent D'Onofrio  nella parte di Hagan con una svastica rossa tatuata sul petto, mentre uno dei suoi sgherri ce l'ha addirittura tatuata in fronte ( su , ma dove vivete? uno fa apologia di reato con la fronte?), è delittuoso usare così poco uno che ha la faccia di Vinnie Jones, è trasparente per quanto anodino Josh Duhamel , uno che è arrivato tardi quando hanno distribuito il carisma, è sprecata per la parte della poliziotta innamorata Rosario Dawson che mette in mostra le sue labbrucce gonfiate a 2,2 atmosfere, fa macchissima il tenente della polizia da salotto interpretato da un Bruce Willis al minimo sindacale delle espressioni ( intendo più del solito).
Fire with fire è un action di nome ma non troppo di fatto, banale all'inverosimile e che scivola via lentamente nella noia e nell'indifferenza.
Unica nota positiva è una sequenza in cui si utilizza una sorta di soggettiva dei proiettili che fischiano numerosi in un'imboscata al povero , si fa per dire, Jeremy.
Il film pecca proprio in quelli che dovrebbero essere i suoi punti di forza e cioè le sequenze action ( banali e senza nerbo a parte quella appena nominata ) e la regia che non riesce a dare un ritmo accettabile al film, riducendo il tutto a un polpettone abbastanza soporifero.
E poi basta con queste storie d'ammmore appiccicate a caso come post it  sul frigorifero!
Un'ultima cosa: da non credere il manifesto del film che mette in primo piano un Bruce Willis che ha una parte assolutamente marginale.
Cosa non si fa per attirare qualche allocco in più al cinema!

( VOTO : 4,5 / 10 ) Fire with Fire (2012) on IMDb

lunedì 13 maggio 2013

Contre toi ( aka In your hands , 2010 )

Anna,ginecologa in carriera, torna  a casa un po' trafelata e comincia a fare un giro di telefonate in cui dice di essere tornata da una breve vacanza. Si scopre subito che non è così. Anna è stata rapita da Yann, un giovane che l'ha accusata senza mezzi termini di aver ucciso sua  moglie per un intervento chirurgico sbagliato.Va alla polizia e comincia a raccontare quello che le è successo ma poi in preda a chissà cosa rinuncia e torna a casa. Ma non è finita qui. In un continuo gioco di flashback vedremo dipanarsi la vicenda di Anna e del suo rapitore.
Con annesso colpo di scena finale.
Kristin Scott Thomas è attrice inglese che però da anni ha deciso di trasferirsi in Francia. Questo le ha permesso di avere in pratica una doppia carriera: da una parte i film recitati in inglese che hanno più potenziale commerciale e le permettono di conservare la sua notorietà internazionale, dall'altra parte c'è tutta una serie di partecipazioni a piccoli film francesi che raramente vengono visti all'estero e che mettono in mostra un accento francese perfetto, la sua bravura nel dipingere personaggi scossi da emozioni forti e il suo immutato sex appeal nonostante abbia passato le 50 primavere.
Ed è bellissima anche in  questa pellicola della giovane Lola Doillon (anche sceneggiatrice), figlia del regista Jacques Doillon e della montatrice Noelle Boisson , nonchè moglie di Cedric Kalpisch, astro luminoso del nuovo firmamento registico francese.
Insomma una predestinata.
Contre toi ( titolo internazionale In your hands , per una volta più centrato dell'originale in quanto i due personaggi si affidano entrambi all'altro nelle due parti distinte che compongono il film) narra una storia  incentrata sul rapporto che si viene a instaurare tra la rapita e il rapitore. Esplora le varie sfaccettature della cosiddetta sindrome di Stoccolma in un rapporto fatto di prevaricazioni, crudeltà assortite ma che poi si trasforma in una comprensione crescente tra due individui masticati e poi risputati dalla vita.
Un uomo e una donna soli, a condurre una  vita arida segnata dal senso di perdita  e dalla solitudine.
Il loro rapporto evolve lentamente ma costantemente all'interno di quattro mura spoglie in un gioco delle parti in cui i ruoli poi fatalmente si ribaltano.
Kristin Scott Thomas pur sgualcita e vestita malissimo espone abbondantemente il suo sex appeal luminosissimo e il suo sguardo evocativo capace di disegnare una gamma emotiva ampissima.
Suo contraltare è l'altro protagonista , il bravo Pio Marmai che colora un personaggio tanto vigoroso fisicamente quanto fragile psichicamente. Esattamente tutto il contrario del personaggio di Anna, uno scricciolo con un carattere indomito.
Contre toi non si ferma solo a questo ma cerca di esplorare anche il dopo di una relazione ispida, difficile , fatta di attrazioni e respingimenti.
E il finale a sorpresa si inserisce alla perfezione in un rapporto difficile proprio per la psicologia contorta e provata dei due protagonisti.
Alla fine si resta anche con un bel carico di farfalle nello stomaco e ci si chiede: ma perchè ci si deve continuare comunque a far male?
La risposta dovrebbe essere in quello sguardo di Anna, perso in un punto indeterminato e che lascia comunque molti sottintesi.
Film d'apertura al Torino Film Festival del 2010.

( VOTO : 7 / 10 )  In Your Hands (2010) on IMDb