I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.

sabato 29 novembre 2014

These Final Hours ( 2013 )

Un asteroide ha impattato sulla Terra nel nord dell'Atlantico e a partire da lì si è innescata una reazione a catena che porterà alla cancellazione del mondo nelle prossime 12 ore, almeno dalle parti di Perth , Australia, l'ultimo continente che sarà interessato dalla colata di lava che sommergerà tutto.
James sta facendo l'amore con l'amata Zoe ma intraprende lo stesso un viaggio per andare da quella che dovrebbe essere la sua fidanzata, Vicky , in una festa in cui bere, sballarsi ed esagerare in tutto e per tutto. Nel tragitto salva una bambina dalle grinfie di due pedofili e cerca di riportarla dal padre come richiesto da lei.
E poi trova anche il tempo per ritornare da Zoe e aspettare la fine di tutto in riva all'Oceano....
These Finale Hours è un film di genere apocalittico proveniente dall'Australia , passato a Cannes quest'anno e al Sitges dove il protagonista,Nathan Phillips , si è portato a casa il premio come miglior attore.
A me piace abbastanza il genere anche se penso che ormai sia uno spartito su cui è quasi impossibile improvvisare qualcosa di nuovo ed originale ma questo film proviene dall'Australia.
E i film apocalittici o post apocalittici provenienti dall'Australia ai miei occhi è come se acquisissero quel quid di credibilità in più proprio in virtù della loro provenienza.
Proprio perché vengono un po' dalla fine del mondo anche loro, una specie di mondo a parte che infatti può racimolare quel pugno di orette in più da sfruttare per fare baccanali e quanto altro, tipo dare corda ai propri istinti più bassi.
Mentre vedi questo film è inevitabile porsi le stesse domande che sono alla base di tutto quello che fa il protagonista e gli altri personaggi che mano mano vediamo nel film nel suo percorso.
Che cosa faresti se ti rimanessero solo dodici ore da vivere?
Ehm, brutta , bruttissima domanda a cui rispondere.
Leggere, vedere un film, fare l'amore, stare con la propria famiglia ad aspettare che succeda l'inevitabile oppure non avere neanche il coraggio di aspettare e far finire tutto prima , con un bel colpo di pistola alla tempia?
Non saprei, meglio non pensare ad un'eventualità del genere , però ripenso a quando andai a vedere Melancholia di Von Trier e dopo una prima parte in cui dalla sala provenivano rumori fisiologici di chiacchiericci e risatine, nella seconda parte, ricordo il mutismo assoluto, si pendeva tutti dallo schermo e da quello che succedeva con quel pianeta che diventava sempre più grande.
Ecco, These Final Hours non arriva alle vette filosofiche di Melancholia ma nel suo piccolo si difende assai bene esplorando un'ampia gamma di situazioni in quello che si trasforma in un percorso fisico ed esistenziale di un protagonista sempre più perplesso riguardo a quello che gli sta succedendo intorno.
E la sua perplessità è anche la nostra, anche noi siamo frullati in una specie di acceleratore
gravitazionale di sensazioni da comprimere in poco , pochissimo tempo e già che ci stiamo è meglio anche compiere buone azioni per dare una candeggiatina alla coscienza.
These Final Hours è il ritratto di un'umanità non preparata a scrivere la parola fine su tutto e proprio per questo capace di mostrare tutti i suoi lati nascosti, da quello puramente infantile ( di bere fino a scoppiare , sballarsi e fornicare come conigli) a quello più problematico( il poliziotto che vuole far fuori se stesso e la sua famiglia perché non ha la forza di aspettare) a quello più dolce e poetico perché forse aspettare in riva all'Oceano che finisca tutto, abbracciati alla persona che si ama, è il modo migliore per andarsene.
These Final Hours opera una crasi ideale tra L'ultima spiaggia di Kramer ( film del '59 che è un cult forse ancora insuperato nel genere) e Cercasi amore per la fine del mondo di cui riprende molte della dinamiche, soprattutto quelle sentimentali ( di cui abbiamo parlato qua ) ma ricorda da vicino anche un piccolo misconosciuto film di qualche anno fa, quel Carriers dei fratelli Pastor ( se interessasse, ne parlammo qui) in cui un gruppo di amici percorrevano l'America devastata da una pandemia per arrivare all'Oceano e trovare il proprio mercoledì da leoni.
Ecco , come loro, James capisce come vuole trascorrere i suoi ultimi momenti terreni strada facendo.
E noi non possiamo che essere d'accordo con lui.
Ottima la confezione con una fotografia che vira su tonalità sabbiose e molto saggio tenere il minutaggio sotto l'ora e mezza.
Avanza più tempo per fare altro...

PERCHE' SI : ottima confezione, un protagonista che cresce col passare dei minuti, ritratto convincente di un'umanità che sembra presa alla sprovvista.
PERCHE' NO : genere da prendere con le molle, qualche personaggio oltre l'eccesso, difficile essere originali in un genere come questo...

( VOTO : 6,5/ 10 )

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venerdì 28 novembre 2014

Seria(l)mente : Fargo ( 2014 )

Provenienza : USA
Produzione : MGM Television, FX Productions
Episodi : 10 (1 pilot da 70 minuti , gli altri episodi da 50 minuti circa cadauno)

2006 : un criminale astuto e manipolatore, capace di toccare inaspettate vette filosofiche, Lorne Malvo, è arrivato a Bemidji, fredda cittadina del Minnesota in cui tutti conoscono tutti, e nella sala d'attesa del locale pronto soccorso ha modo di conoscere Lester Nygaard,pavido assicuratore abituato agli insuccessi nella vita e lo convince ( una specie di silenzio/assenso) che lui può vendicarlo dell'ennesima angheria a cui è stato sottoposto da Sam Hess, suo ex compagno di liceo che ha provocato la rottura del suo setto nasale.
Lorne si mette in azione e uccide Sam Hess senza che Lester ne sappia nulla.
Ma Lester una brutta sera ha un diverbio con la moglie e accade qualcosa di molto brutto.
E deve chiamare Lorne per risolvere tutto....
Nel 1996 arrivò quasi come un fulmine a ciel sereno un film diretto da due fratelli fino ad allora conosciuti solo nei circuiti festivalieri, tali Joel e Ethan Coen, che con questa pellicola ambientata tra i ghiacci del Minnesota, una storiaccia di un rapimento andato male e di criminali da strapazzo su cui indaga una poliziotta quasi al termine della gravidanza, si fecero conoscere un po' in tutto il mondo.
Anche, anzi soprattutto dalla gente che non sapeva manco che cazzo fosse il Minnesota.
Sono passati quasi venti anni e quel film è ancora inciso a fuoco( o meglio a ghiaccio) nell'immaginario collettivo.
Pericoloso farne una serie televisiva e la leggenda narra che molti ci hanno provato durante gli anni.
Fino a che Noah Hawley, uno che si è fatto le "ossa " scrivendo vari episodi di Bones, serial arrivato ormai alla decima stagione, riuscì a far leggere il copione di Fargo agli attori che aveva in mente di scritturare e ai fratelli Coen che pare gradirono molto e diedero la loro benedizione ritagliandosi il ruolo di produttori esecutivi.
Nelle intenzioni degli autori Fargo doveva essere una serie antologica , cioè con una storia che si sviluppasse e avesse un finale nell'arco della stessa stagione e lo stesso Hawley parlò di una serie concepita come un film lungo 10 ore.
Chiaramente non c'era bisogno di trarre una serie da un film di culto come quello dei Coen e mi sono accostato anche con un po' di diffidenza a questo progetto ( che comunque ha sbancato alla notte degli Emmy, segno di un indubbio successo di critica e di pubblico) ma le mie riserve sono definitivamente cadute dopo pochi minuti che stavo vedendo il pilot.
Fargo la serie tv, non è un remake del film, nè un sequel.
E' un qualcosa che si ispira da molto vicino a quell'universo sbilenco e grottesco che i Coen avevano disegnato con tanta abilità nel loro film.
Una scritta ( falsa) dice , come nel film originale , che sono narrati i fatti di sangue accaduti realmente tra Bemidji e Duluth nel 2006, quindi dieci anni dopo quelli del film introdotto alla stessa maniera da questa didascalia non veritiera.
Poi si scivola senza quasi accorgersene nel mondo di Lorne Malvo, criminale multiforme, astuto e manipolatore per il gusto di farlo, un angelo venuto su dall'inferno solo per fare più male possibile.
E quell'ometto col naso rotto, dalla faccia non particolarmente sveglia , che conosce nella sala d'attesa del locale pronto soccorso è il soggetto ideale per giocarci un po'.
Perchè' un killer professionista come Malvo si avvicina a Lester?
Solo per il gusto di manipolarlo.
E poco importa se da quell'incontro verrà fuori una lunghissima scia di sangue.
Come già succedeva al cinema , Fargo è uno sfondo ghiacciato su cui si agita varia umanità.
Gente non abituata agli omicidi , neanche i poliziotti che non sanno da dove cominciare per le indagini, eccetto la brillante agente Solverson, un corpo inadeguato attorno a una mente fervida, che però è continuamente frenata nelle indagini dai suoi superiori che invece sono veramente di coccio.
Malvo è una sorta di deus ex machina che tira fuori il male nascosto dentro Lester, un catalizzatore del male che incombe su questo angolo di mondo dimenticato da Dio, uno che fa quello che fa semplicemente per rispondere a non precisate istanze personali che vanno dalla bassa macelleria alla filosofia esistenziale senza passare necessariamente per tutti gli stadi intermedi.
Un personaggio vincente, sbilenco come l'universo coeniano di cui è protagonista, a cui Billy Bob Thornton da un volto e una fisicità assolutamente prorompenti.
Una delle migliori interpretazioni di sempre  del vecchio Bob, apparso poco e un po' troppo ingessato ultimamente.
Lorne Malvo è un gigante che si aggira in un mondo di nani, una mente fottutamente superiore che si prende gioco di tutto e di tutti e che trova in quel pavido ometto col naso rotto che incontra al pronto soccorso, un terreno fertile su cui far attecchire il suo complesso di superiorità.
Ma la serie vive anche del continuo confronto tra Lester ( una magnifico Martin Freeman, perfetto nel colorare il suo personaggio che evolve in maniera cospicua nell'arco delle puntate) e l'agente Solverson ( brava anche la Tomlin, non esattamente un fisico da fotomodella) che crede nella sua colpevolezza al contrario dei suoi superiori che credono stolidamente che quell'assicuratorucolo da strapazzo non sia capace di far male nemmeno a una mosca.
Ma anche gli altri personaggi sono caratterizzazioni riuscite, dei perfetti esponenti del mondo dei Coen, normotipi che mentalmente stanno anche al di sotto della soglia di decenza ( vedi i poliziotti di Bemidji abituati più a far lavorare gli spazzaneve che il cervello), ma anche personaggi che virano al grottesco sin dalla prima scena in cui appaiono ( il personaggio di Stavros recitato da un Oliver Platt debordante in tutti i sensi, i suoi due figli talmente stupidi da poter essere facilmente manipolati, i due killer di cui uno sordomuto e l'altro che comunica con lui a gesti che appaiono durante la seconda puntata).
Insomma il classico mondo dei Coen ridisegnato per l'occasione e attualizzato.
Fargo è un non luogo, uno stato dell'anima, una serie continuamente in bilico tra il thriller , la black comedy ( perché l'humour che la pervade è nero, nerissimo) e il noir con una violenza esibita drammaticamente ma allo stesso tempo stilizzata, quasi per alleggerirne l'impatto che può avere sullo spettatore .
Viene sparso molto sangue su quel ghiaccio perenne ma quasi scompare per come si è presi dalla catena di eventi che si succedono a gran ritmo in quell'avamposto di inferno che è il Minnesota, che per trovarlo bisogna scavare a fondo in quella neve.
Fargo è una serie terapeutica per chi è afflitto dalla mancanza dei Coen a questi livelli, ma anche per chi soffre di astinenza da serial tv.
Rinnovata per una seconda stagione che sarà pronta durante il 2015.
E comunque Fargo non si trova neanche nel Minnesota.
Si trova nel North Dakota.
L'ultimo, ulteriore sberleffo.
Tiè.

PERCHE' SI : una perfetta riattualizzazione del mondo descritto dai Coen nel loro film, attori di grande talento che recitano al loro meglio, un personaggio di culto fin da subito( Lorne Malvo), un intrigo carico di colpi di scena che non ti stancheresti mai di seguire
PERCHE' NO: a conti fatti l'esito finale risulta un filo frettoloso ( dopo 10 ore di film...), alcuni personaggi li perdiamo di vista, se non vi piacciono i Coen, allora non è per voi....

( VOTO : 8 + / 10 )

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giovedì 27 novembre 2014

Crawl or Die ( 2014 )

In un futuro non troppo lontano un virus ha spazzato via la maggior parte dell'umanità distruggendo di fatto l'unica possibilità di perpetuare la specie , cioè le donne in età fertile.
Ne è rimasta solo una e una squadra di militari delle Forze Speciali viene chiamata per andarla a recuperare.
Cinque militari superaddestrati e un medico per recuperare quella che viene indicata col nome di Pacco ( The Package) per portarla sul nuovo pianeta colonizzato dopo la Terra, Terra 2 .
Credono che la loro sia una missione senza complicazioni e invece si trovano catapultati in una specie di bunker con cunicoli sempre più stretti e una creatura li comincia ad uccidere uno a uno...
E portare in salvo The Package ha l'aria di essere una cosa davvero complicata....
Credo che a livello mainstream oggigiorno sia sempre meno probabile trovare prodotti realmente originali in campo horror e sci fi. Sarà la crisi economica ma i produttori ad un certo livello sono sempre meno inclini a rischiare con lavori a medio alto budget.
Per trovare gente che rischi veramente occorre quindi rivolgersi verso l'underground, l'unico che si dimostra miniera di cinema a zero soldi e ad alto tasso di creatività.
Sia ben chiaro, nulla di particolarmente innovativo ma la necessità aguzza l'ingegno e per fare un film con budget irrisorio di ingegno ce ne vuole parecchio.
Quello che usa il per me sconosciuto Oklahoma Ward ( sembra che davvero si chiami così), una figura che si richiama a quella dei vecchi artigiani di una volta, capace di tutto, dalla regia , al montaggio ,alla fotografia e non solo quelli , basta vedere quante volte ricorre il suo nome nei titoli di coda.
Scrittura la fidanzata, Nicole Alonso e una crew fidata molto ristretta e con meno di 7000 dollari ( leggansi settemila) realizza un lungometraggio che arriva a sfiorare i 90 minuti.
Ambientato in una serie di cunicoli sempre più stretti Crawl or Die ( Striscia o muori, raramente titolo è stato così calzante) riesce a dare una nuova forma alla claustrofobia.
Prima di questo film ritenevo di non avere alcuna fobia, ora mi sono scoperto claustrofobico.
Nicole Alonso ( Tank nel film) regge quasi da sola tutta la scena ed è costretta a strisciare in spazi sempre più stretti in cui rischia ad ogni secondo di rimanere incastrata ed essere balia di una creatura che non si sforza nemmeno di essere troppo originale, una specie di Alien gigeriano che però ha  anche le zampe e gli unghioni.
E visto che ci siamo non possiamo non notare una certa somiglianza di Tank con la Ripley originale , un militare tutto di un pezzo nascosto dietro forme accattivanti ( e per metà film mostra generosamente il suo lato B, visto che striscia in reggiseno e mutandine).
Nulla a che fare con Buried in cui comunque un certo spazio d'azione c'era e molta più ansia di Necropolis , di cui parleremo tra un paio di giorni, anche questo ambientato in un dedalo di cunicoli sotto le strade di Parigi, anche questo che gioca con la sensazione di claustrofobia che intende provocare.
In Crawl or Die siamo a livelli massimi e proprio per l'ansia e il fastidio fisico che procura all'inerme spettatore si perdona un montaggio iperframmentato ( diciamo anche abbastanza ad cazzum in certe circostanze visto che fa solo confusione e non permette di capire quello che sta succedendo,ma può essere anche una precisa scelta stilistica visto che con il budget che si ritrova Oklahoma Ward è costretto più a suggerire che a mostrare) e una certa ripetitività che affiora nella seconda parte.
Forse qualche sforbiciata avrebbe giovato ma probabilmente avrebbe nuociuto all'impatto fisico che il film ha sullo spettatore.
Si, impatto fisico.
Non dico che si esce stremati come i protagonisti del film ma la visione non lascia indenni.
E già solo questo basta per promuovere un film come questo che su Imdb.com  ha una votazione bassa ma raccoglie recensioni lusinghiere.
Claustrofobia portami via.
Già che ci siete leggetevi la rece di Simone che mi ha fatto scoprire questa piccola perla nascosta nell' underground.

PERCHE' SI : piccolo cult claustrofobico, una protagonista efficace e che riecheggia la Ripley che fu, cinema fatto con zero soldi e tante idee
PERCHE' NO  : a volte il montaggio genera confusione ( scelta voluta?), affiora una certa ripetitività nella seconda parte, qualche sforbiciata avrebbe giovato.

( VOTO : 7 / 10 ) 

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mercoledì 26 novembre 2014

Common ( 2014 )

JohnJo O' Shea è un bravo ragazzo, diciassettenne con una famiglia più che normale alle sue spalle.
Una sera come tante viene chiamato da degli amici per andare a prendere una pizza al takeaway.
Non scende neanche dalla macchina e non può sapere quello che in realtà sta succedendo.
I suoi amici sono andati lì per compiere una specie di spedizione punitiva ( sulla quale è stato tenuto all'oscuro, a loro serviva solo una macchina e JohnJo ce l'aveva) e nella rissa che ne era seguita un suo conoscente, il rozzo Kieran Gillespie aveva pugnalato a morte Tommy, un ragazzo che in realtà non c'entrava nulla con il loro tentativo di vendetta. 
Si trovava semplicemente nel luogo sbagliato nel momento sbagliato. 
JohnJo ritorna a casa venendo a conoscenza di tutto ma non va dalla polizia per le minacce ricevute.
Ma non ce la fa a tacere e parla con un detective: in men che non si dica si ritrova a processo e , nonostante l'ottimo lavoro del suo avvocato che dimostra che lui non c'entrava nulla con l'omicidio, viene accusato secondo la legge del Joint Enterprise, vecchia di almeno tre secoli e che era stata promulgata per scoraggiare i duelli tra i nobili e qualsiasi rigurgito di  giustizia fai-da-te.
In pratica anche la sola presenza sulla scena del delitto , pur senza nessun ruolo attivo , era sufficiente per essere colpevoli del crimine ascritto al diretto responsabile.
JohnJo si dovrà dichiarare colpevole di un crimine non commesso per non rischiare di passare tutta la vita dietro le sbarre. 
Scritto da Jimmy McGovern ( sceneggiatore e creatore di molte serie tv inglesi , per il cinema tra gli altri ha scritto la sceneggiatura di Liam di Stephen Frears) e diretto da David Blair, esperto regista attivo soprattutto in televisione, Common è un film per la tv prodotto dalla BBC e trasmesso da BBC one nel luglio di quest'anno.
Prima di passare a parlarne qualche considerazione , diciamo, tecnica.
Ogni volta che guardo un prodotto televisivo inglese rimango letteralmente basito.
Hanno un modo di fare televisione totalmente diverso da come la fanno gli americani ( più inclini alla spettacolarizzazione per motivi di cassetta) ma anche differente da come si fa qui da noi in cui sembra che pure le fiction risentono della mancanza della voglia di rischiare da parte di produttori e masterminds televisivi.
Anche se ne abbiamo i mezzi e le potenzialità la nostra è una fiction for dummies perché sembra scritta e prodotta per un pubblico di minus habentes che non abbia capacità di elaborare trame un po' più complesse della solita storia lui-ama-lei-ma-lei-è-sposata-e-il-cornutone-del-marito-s'incazza.
Se al cinema impera la commedia, nei nostri palinsesti televisivi regna incontrastata la fiction che parla solo di storie d'ammmmore coi crampi.
Che tristezza!
Poi ti siedi e ti vedi un film come Common, una produzione che non avrebbe sfigurato nel curriculum di un Loach o di un Leigh.
Un atto di accusa contro un sistema giudiziario, quello inglese che oltre a non riuscire ad andare oltre le toghe, le palandrane e le ridicole parrucche messe ai giudici e agli avvocati, non riesce nemmeno a superare leggi vecchie di tre secoli.
Leggi che semplificano il lavoro ai poliziotti e ai giudici senza scrupoli calpestando i più elementari diritti umani , rovinando giovani incolpevoli e famiglie che , impotenti, assistono a questo massacro.
Common è la storia della sconfitta del diritto e della giustizia simboleggiata dall'odissea di JohnJo e della sua famiglia, la cui unica colpa è stata quella di aver paura di fare la stessa fine di Tommy.
Ed è un prodotto in cui forma e sostanza si amalgamano alla perfezione, bello da vedere ( perché fotografato da Dio e con un regia che più cinematografica non si può nonostante l'abbondanza di interni, di dialoghi e di primi piani) con dei dialoghi assolutamente calzanti che non fanno avvertire per nulla lo scollamento che spesso c'è tra quello che si dice sceneggiature e come si parla veramente nella realtà e recitato alla grandissima da un cast per me di illustri sconosciuti se si eccettuano Michelle Farley ( già vista ne Il trono di spade), il grande vecchio Michael Gambon nel ruolo del giudice e l'esperto Robert Pugh in quello del detective.
Common ti tiene incollato allo schermo dal primo all'ultimo minuto, facendoti quasi toccare con mano il dolore che lo attraversa.
Quello della madre di Tommy ma anche quello di JohnJo e della sua famiglia tirati dentro una storiaccia senza averne la minima responsabilità.
E ti fa scappare anche una lacrimuccia , sempre tra la rabbia e il dolore, semplicemente leggendo una lettera che JohnJo spedisce dal carcere.
In Common non c'è spazio sufficiente per il pentimento di coloro che hanno fatto del male e neanche per un lieto fine che regali ossigeno a una materia narrativa incandescente.
Perché la possibilità di accettare di essere colpevoli di un reato minore , non commesso, è una sconfitta per chi quella pena la deve comunque scontare ma anche per chi quella pena l'ha assegnata per una legge vecchia di trecento anni.
Trecento anni e fa danni ancora oggi.....

PERCHE' SI : confezione di altissimo livello, recitato benissimo, sceneggiatura perfetta con dei dialoghi assolutamente verosimili e spontanei
PERCHE' NO : qualche personaggio secondario è un po' tralasciato ma sono quisquilie....

( VOTO : 8  / 10 )

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martedì 25 novembre 2014

Jessabelle ( 2014 )

Jessie è felice, è fidanzata con un ragazzo che ama, aspettano il loro primo figlio ma proprio mentre si stanno trasferendo per andare a vivere da lui un terribile incidente automobilistico si porta dietro il suo amore e il bimbo che portava in grembo.
Rimasta sola, orfana di madre e temporaneamente paraplegica, Jessie è costretta a riallacciare i rapporti col padre con cui non aveva contatti da tempo e ritorna a vivere nella casa dove aveva trascorso l'infanzia in Louisiana.
Le sue giornate trascorrono nella solitudine e nella noia finchè trova in un cassetto delle videocassette che la madre aveva registrato proprio per la figlia.
Ma allo stesso tempo comincia a essere perseguitata da una presenza fantasmatica in casa che sembra non voglia lasciarla tranquilla.
Il padre cerca di bruciare le videocassette della madre ma rimane intrappolato nel capanno degli attrezzi e muore nell'incendio da lui stesso provocato.
Jessie comincia ad indagare sul passato suo e della madre aiutata da Preston, suo amico di infanzia da sempre innamorato di lei.
E la presenza nella casa si fa sempre più minacciosa mentre Jessie e Preston scopriranno l'atroce verità...
Da Kevin Greutert, montatore di buona esperienza e regista degli ultimi due film della saga della sega ( Saw VI e Saw 3 D - Il capitolo finale),entrambi assolutamente dimenticabili, e da Robert Ben Garant, sceneggiatore attivo sia in tv che al cinema ma specializzato soprattutto in commedie, non ci si aspetta certo un capolavoro in un genere inflazionato come l'horror moderno.
Però questo Jessabelle mi intrigava a partire dalla locandina che esplicita senza mezzi termini il tema del doppio, dall'ambientazione, in una Louisiana paludosa, limacciosa, una specie di sabbia mobile che ingoia tutto e dal sempiterno tema delle case infestate, uno dei miei preferiti in questo ambito
Magari cercavo anche qualche spavento a buon mercato senza la consueta esplosione di sangue e frattaglie sparse per ogni dove.
Cercavo.... e non ho trovato se non molto parzialmente.
L'unica cosa che ho trovato di quello che mi aspettavo è l'ambientazione in una provincia del profondo sud degli Stati Uniti, uno di quei posti in cui basta avere la pelle un po' più scura del solito e già ti guardano storto, una di quelle risacche reazionarie in cui il razzismo non è mai veramente morto.
Greutert l'ambientazione l'azzecca alla grande e cerca anche di sfruttarla il più possibile cercando di portare Jessabelle molto più all'aperto che nel chiuso della vecchia casa d'infanzia di Jessie, tentando anche con parziale successo di creare una claustrofobia che vive e pulsa all'aria aperta e non confinata dalle quattro mura della casa che comunque fa la sua porca figura.
E infatti le parti con le apparizioni "fantasmatiche", tenute comunque saggiamente seminascoste, sono quelle meno eccitanti in quanto derivative da millemila film visti.
La cosa curiosa di questo film americano fin nel profondo è il suo guardare ad Oriente sia per l'espediente della videocassetta da cui sembra originino tutti i mali cui deve far fronte Jessie ( vedere la scena della madre che fa i tarocchi), ma anche l'apparizione della creatura che si richiama senza mezzi termini ( e non fa neanche nulla per nasconderlo) alla gloriosa tradizione del J -horror giapponese.
Quindi sporcizia, marcio e capelli corvini che coprono un viso tenuto nascosto per ragioni che verranno intuite nel finale.
Greutert non si preoccupa neanche di metter paura allo spettatore, del resto abituato alle logiche di Saw in cui le sollecitazioni vanno in senso contrario, ma imbastisce una sorta di thriller a tinte decisamente fosche che pesca nel sovrannaturale e specificamente nella tradizione caraibica.
Quindi dagli con gli zombie, col vodoo e compagnia cantante.
E , come in tutti i casi, il troppo storpia perché anche questo aspetto, trattato nella seconda parte del film, è buttato un po' via, giusto per dare un po' di plausibilità al colpo di scena finale, definitivo, che almeno riesce a sorprendere,seppur parzialmente.
Quella che resta è la sensazione di un film dalle potenzialità inespresse, recitato al di sopra della soglia minima sindacale della decenza, fotografato con una discreta cura ma che non riesce a sollevarsi dal marasma dell'horror odierno, incapace di distinguersi da millemila altri prodotti.
Ed è un peccato perché l'occasione per farlo c'era.

PERCHE' SI : ottima ambientazione, discreta la fotografia, attori al di sopra del minimo sindacale di decenza
PERCHE' NO : Greutert maneggia male la materia, non sa creare suspense e ficca nel suo film un po' di tutto, storpiandolo

( VOTO : 5 / 10 )

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lunedì 24 novembre 2014

Seria(l)mente : The Leftovers ( Stagione 1, 2014 )

Provenienza : USA
Produzione e distribuzione: Warner Bros, HBO
Episodi : 10 da 60 minuti cadauno

In un brutto 14 di ottobre scompare il 2 % della popolazione mondiale.
Così , senza ragione e senza lasciare tracce.
A occhio e croce 140 milioni di persone.
Nella piccola cittadina di Mapleton, profonda provincia americana, le perdite si aggirano attorno ai 100 elementi.
E in più c'è una specie di setta , vestita di bianco, che si rifiuta di parlare e in cui tutti fumano come ciminiere, che si aspettano l'apocalisse in capo a pochissimo tempo.
E fanno ogni giorno nuovi adepti.

In particolare nella prima stagione viene seguito la famiglia Garvey, implosa dopo quell'avvenimento.
Kevin , sceriffo, deve fronteggiare la scomparsa della moglie ( che sta nella setta di cui sopra) e la pazzia del padre. Ma ha modo di conoscere Nora , a cui è scomparsa tutta la famiglia e che ora lavora per il Governo.
Per non parlare di tutte le altre cose strane che succedono in un paese che , nonostante tutto sta cercando di ripartire.
C'era molta attesa per questo show, l'ultimo parto seriale di un signorino a cui è bastata una sola serie, Lost, per riscrivere tutta la grammatica televisiva da quel giorno in avanti.
Stiamo parlando di Damon Lindelof che prende un romanzo omonimo del per me sconosciuto Tom Perrotta e ne tira fuori un prodotto televisivo seriale carico di intrighi, misteri e suspense.
Forse addirittura troppi per poter essere metabolizzati tutti assieme.
E' inevitabile, anche se scorretto e superficiale, confrontare la scrittura e la struttura di questo The Leftovers  con il succitato Lost.
Credo che sia inevitabile perché ci sono alcuni trait d'union tra le due serie che lasciano intravedere che dietro di loro c'è la stessa mente ( bacata?) ad ideare tutto.
Entrambe hanno un'idea di base forte, fortissima , sconvolgente: il disastro aereo in Lost e la scomparsa del 2 % della popolazione mondiale in The Leftovers.
Entrambi si focalizzano su quello che succede ai superstiti e su come cercano di superare quanto successo.
Hanno un'ambientazione piuttosto chiusa, da cui si evade usando alcuni escamotages ( i flashback in Lost) e prendono in considerazione un gruppo di personaggi che risalta sugli altri.
In più trovate sghembe ( i cani che non sia che ruolo abbiano e in che cosa sono cambiati dopo quel fatidico 14 ottobre, la setta di bianco vestita) e notazioni a margine che cercano di colorare meglio la fitta ragnatela di relazioni tra i vari avvenimenti e i personaggi.
In Lost tutto questo era un meccanismo ai limiti della perfezione, quasi scandito da un metronomo, tutto cronografato in una perfetta sintesi di contenuto e forma corroborata dall'ampio respiro delle varie stagioni che alzavano sempre di più l'asticella del mistero.
Nella prima stagione di The Leftovers non succede propriamente così.
Non avendo ancora l'ampio respiro dato da più stagioni, tutto questo appare come in embrione e a riprova di questo si può notare che , dopo un pilot di pregevole fattura che introduce alla grande tutto quello che sta succedendo a Mapleton, nelle puntate successive la narrazione si incarta in vari rivoli dominati da personaggi come minimo incolori che per un po' non si capisce dove vadano a parare.
Di questo ne risente la fluidità nella fruizione della serie che a tratti diventa verbosa e farraginosa, in attesa del coup de theatre che risollevi l'attenzione.
Colpo di scena che tarda ad arrivare, anzi c'è addirittura un episodio, il nono, che riassume brevemente quello che è successo precedentemente come a tirare le fila di un racconto sfilacciato, che è possibile interpretare come una parziale ammissione di colpa di una serie che non decolla almeno fino alle ultime puntate.
E ci sono un paio di episodi, il terzo e il quarto , praticamente monografici, il primo dedicato alle gesta del reverendo interpretato dall'ex Dr Who Christopher Eccleston ( che, detto tra noi, sta invecchiando maluccio) e il secondo a Nora Durst a cui è scomparsa tutta la famiglia.
Quasi a voler mettere benzina in un motore che fa fatica a carburare correttamente anche in virtù di un protagonista, Justin Theroux , con cui è difficile empatizzare.
The Leftovers è dominato da un mistero inesplicabile e mette di fronte l'uomo, inteso come entità minima, di fronte a un universo infinito che lo sovrasta in tutto e per tutto e che lui può arrivare a capire molto parzialmente grazie alla scienza e alla fede.
Soprattutto alla fede che è l'ultima risposta quando la scienza non ne fornisce.
The Leftovers non fornisce risposte, anzi carica ancora di più il suo bastimento infittendo le domande in un ultimo episodio che lascia impotenti, basiti, di fronte a quell'ineluttabilità che forse avrà soddisfazione nelle stagioni successive.
Credo che sia quasi impossibile giudicare un prodotto come questo sulla distanza della singola stagione.
Meglio attendere.
Arrivederci al 2015.

PERCHE' SI : confezione di altissimo livello, cast all'altezza, un'idea di base fulminante
PERCHE' NO : a tratti verboso e farraginoso, sulla distanza di una sola stagione appare incompleto, praticamente ingiudicabile, troppe notazioni a margine, nessuna risposta ai misteri messi sul tavolo.

( VOTO : 6 / 10 )

 The Leftovers (2014) on IMDb

domenica 23 novembre 2014

Into the Storm ( 2014 )

Intorno a Silverton, cittadina dell'Oklahoma a malapena segnata sulle carte geografiche si sta verificando un evento meteorologico pazzesco: una serie di tornado sta convergendo su di essa preannunciando morte e distruzione.
Il film segue parallelamente ( ma tanto poi si sa da un certo punto in avanti si incrociano e convergono) le storie di Gary, insegnante nel locale liceo, vedovo, e dei suoi figli Donnie e Trey, la storia di Pete, un cacciatore di tornadi che con un suo team e un paio di furgoni attrezzati di tutto punto ( di cui uno che teoricamente dovrebbe anche essere in grado di sopportare la furia di un tornado ancorandosi al terreno con degli uncini), cerca di girare un documentario su questi particolari eventi meteorologici da vendere alla miglior televisione offerente e in più ci sono anche due mentecatti , anche loro con la fissa dei tornado che girano immagini con i loro telefonini e le loro telecamerine rischiando la vita più del dovuto.
I tornado arrivano.
Non uno, non due e neanche tre.
Addirittura dieci!
E ce n'è anche uno di fuoco! ( ma senza squali!)
Per parlare di questo film occorre andare ad esaminare i credits: da chi è diretto?
Il regista si chiama Stephen Quale che uno si sta ancora a chiedere dove ha sentito questo nome.
A questo punto ti chiedi chi è quel tizio ( genio o coglione ancora lo devi stabilire ) che gli ha firmato un assegno da 50 milioni di dollari per fare Into the Storm.
Perché questo filmetto ha un budget da 50 milioni  e un cast composto da mestieranti raccattati di qua e di là ( eccetto Walsh che è l'unico che dà un po' di spessore al suo personaggio, quello di Pete).
Vai quindi su Imdb.com e scopri che Quale ha diretto Final Destination 5 oltre a  qualche altra cosetta trascurabile e il mistero si infittisce.
Poi l'occhio ti si sofferma su Aliens of the Deep documentario esperimento di quasi 10 anni fa codiretto da James Cameron e da un tale Stephen Quale, il quale ( ah ah scusate l'allitterazione) , ha anche diretto le seconde unità di Avatar e Titanic.
E a questo punto il mistero è spiegato.
E' James la chiave di tutto.
Ecco come un illustre sconosciuto ottiene un budget milionario per fare un film di genere catastrofico e che arriva ad essere anche una mezza catastrofe di film.
Into the Storm è una specie di film della Asylum però fatto coi soldini, dollaroni fruscianti.
I personaggi sono talmente piatti da sembrare piallati da un falegname, talmente irritanti che vorresti vederli portati via dal primo tornado di passaggio, le scene di raccordo si rivelano un inutile escamotage per fare minutaggio ( alla fine 'sto coso dovrà arrivare almeno a sfiorare i 90 minuti, no?), l'espediente del found footage, o meglio della moltiplicazione delle sorgenti visive , è usato in maniera piuttosto maldestra e soprattutto utilizzato a intermittenza.
In certi passaggi sembra che Quale se ne dimentichi proprio e giri normalmente senza tremori di sorta.
E allora perché mi devi frantumare i testicoli con le solite scenette tremebonde e con le prospettive sghembe da dilettanti( ebbasta con 'sta gente che sta per essere risucchiata nel tornado eppure continua a tenere la telecamera accesa!) che servono solo a far venire il mal di mare?
Se vuoi fare un found footage fallo fino in fondo!
Insomma tra una catastrofe e l'altra non c'è molto da segnalare se non una noia pazzesca.
Però poi scendono in campo ( letteralmente) i  tornado che sono i veri protagonisti della pellicola.
Beh le sequenze in cui i disastri meteorologici la fanno da padroni ti fanno realmente vedere la differenza tra fare un film di questo genere con i soldi e farlo come lo farebbero all'Asylum.
Diciamo che quei 50 milioni di budget cominciano ad avere un senso perché stare in poltrona a vedere questi tornado che impazzano è come andare sulla giostra del luna park, stai imbragato lì sulla poltrona contento che non ti possa accadere nulla mentre gli occhi cercano di arraffare tutto quello che possono in termini di emozioni e divertimento..
Into the Storm cerca di campare sugli effetti speciali di primissima qualità di cui è dotato ma ancora non basta.
Il problema è che regista e sceneggiatore hanno dimenticato di costruirci un film attorno.
Eppure roba come questa riesce a passare attraverso le nostre sale cinematografiche.
Allora è proprio una congiura contro i cinefili.
Un gombloddo.
Tornado portali via.

PERCHE' SI : effetti speciali da primissima qualità, Matt Walsh è l'unico che dà un po' di spessore al suo personaggio.
PERCHE' NO : hanno dimenticato di costruire il film attorno agli effetti speciali, attori al di sotto della soglia di decenza.

( VOTO : 4,5 / 10 )

 Into the Storm (2014) on IMDb

sabato 22 novembre 2014

The Town That Dreaded Sundown ( 2014 )

Texarkana, città che come ricorda il nome è esattamente al confine tra Texas e Arkansas : come ogni anno si tiene la proiezione all'aperto ( praticamente un drive in ) del film The town that dreaded sundown, diretto da Charles B. Pierce nel 1976 basato sull'ondata di omicidi ad opera di un serial killer chiamato The Phantom ( per via di quel lenzuolo che porta sulla testa) che avvenne nel paese nel 1946.
Jami e Corey sono al loro primo appuntamento, si stanno conoscendo e gradendo reciprocamente quando hanno l'idea di appartarsi un po' con la macchina.
Mal gliene incoglie perché vengono attaccati da un tizio agghindato come The Phantom che uccide il ragazzo mentre lascia fuggire la ragazza.
Ricomincia la paura perché altri muoiono nella stessa maniera in cui vennero uccise le vittime del 1946.
Le indagini , affidate anche ai federali , non cavano un ragno dal buco mentre Jami assieme a un bibliotecario da sempre innamorato di lei , comincia a indagare sul film e sulle sue ispirazioni andando anche a fare qualche domanda al figlio del regista.
E qualcosa trovano ma la nonna di Jami si convince di trasferirsi in California per la loro sicurezza.
Ma non sarà così facile andarsene....
Come già si evince dalla sinossi The Town That Dreaded Sundown è il remake di una pellicola del '76 ( che purtroppo non ho visto), una di quelle produzioni viste da pochi che però ha gettato le sue ombre su molti film futuri, una specie di slasher ante litteram girato da gente specialista nel girare western.
Questo fatto di non aver visto l'originale ho l'impressione che mi abbia levato parte del divertimento anche se a quanto letto in giro il lavoro fatto su questo remake in molte parti prescinda totalmente dall'originale.
Se nel 1976 il genere slasher ufficialmente non esisteva ancora , ha senso riproporre uno slasher nel 2014 con tutta la deriva qualitativa che vira irrimediabilmente al basso nell'horror contemporaneo?
Diciamolo subito la risposta è no.
Figuriamoci un remake, il refugium peccatorum di produttori, sceneggiatori e registi in fase di stallo creativo.
Poi ti capita tra le mani un film che non gli daresti un centesimo bucato e che vedi più perché hai voglia di vedere schizzare snague e frattaglie che non altro lasciando i neuroni a nanna.
E ti accorgi che ti stai sbagliando: se quello che stai vedendo è solo uno slasher , allora ha un senso proporlo al pubblico anche nel 2014.
Per cominciare un po' di credits : in regia c'è Alfonso Gomez Rejon, un passato da assistente di Scorsese, Ephron e Inarritu , nonchè regista di vari episodi di American Horror Story e Glee, alla sceneggiatura Roberto Aguirre Sacasa , visto dalle parti di Glee e sceneggiatore dell'orrido remake del Carrie di De Palma che ha infestato i nostri schermi qualche mese fa, alla produzione c'è Ryan Murphy, ideatore di Nip /Tuck, anche lui visto dalle parti di Glee e American Horror Story per non parlare di Jason Blum , uno che ha prodotto di tutto da una decina di anni a questa parte , una specie di re Mida delle piccoli produzioni poi trasformate in denaro sonante ( un esempio? Paranormal Activity).
Come vedete è una sorta di piccola squadra , una special team unit abituata a lavorare a contatto di gomito e questo si rivela di fatto molto importante a livello qualitativo.
Diciamo subito che i meriti maggiori da riconoscere a The Town That Dreaded Sundown sono esclusivamente tecnici: è un film fottutamente bello da vedere, con una fotografia ai limiti dell'espressionismo fornita da Michael Goi ,un asso nelle sequenze notturne,  un montaggio serrato ma mai asfissiante di Joe Leonard e una regia di altissimo profilo che stupisce sia ad opera di un esordiente al cinema.
Non bisogna dimenticare però l'apprendistato importante fatto dal nostro e il suo incessante lavoro in televisione ( e oggi la tv fornisce prodotti di qualità anche superiore rispetto a quelli cinematografici) che lavorerà con logiche diverse , più stringenti e che appiattiscono la creatività, ma che a conti fatti si dimostra un'ottima palestra in cui affinare lo stile.
Che in questo film c'è e ce n'è anche parecchio, tante finezze presenti in ogni dove, una macchina da presa che si muove fluida e sinuosa valorizzando sequenze che in mano ad anonimi mestieranti sarebbero state piatte e poco originali.
Insomma la grammatica registica di Alfonso Gomez Rejon riesce a riscattare una sceneggiatura che , a parte l'idea del meta remake veramente pregevole, si incarta in personaggi poco interessanti ( anche la protagonista è tratteggiata in modo un po' maldestro nonostante Addison Timlin sia brava) e in scene di raccordo assolutamente al di sotto della media in quanto a scrittura e questo rischia di penalizzare l'adrenalina che dovrebbe scorrere a fiumi nelle sequenze dei vari omicidi.
E' come se presentassimo un piatto di un grande chef facendolo servire da un cameriere un po' sgarrupato in un ristorante meno che ordinario.
Però il piatto resta buono e degno di essere non solo mangiato ma direttamente vissuto.
E questo lo si deve soprattutto all'idea del metaremake che  permette di evidenziare la competenza della regia e di tutto il settore tecnico, facendo spiccare il volo a un film che altrimenti finirebbe nei cartoni delle offerte dei megastore .
Americani.
Perché da noi non si sono degnati di importarlo a differenza di tanta immondizia con cui tappezzano le sale cinematografiche nostrane.
Ritorniamo alla domanda fatta all'inizio.
Ha senso fare e/o guardare uno slasher nel 2014 ?
Se sono tutti sorretti dalle idee e dalla tecnica di The Town That Dread Sundown, beh allora ha un senso.
Un fottuto senso.
E passate a leggere ( di più e meglio ) di questo film da Lucia.

PERCHE' SI : ottima regia , ottima confezione , una protagonista brava anche se ingabbiata in un personaggio mal tratteggiato, vincente l'idea del metaremake.
PERCHE' NO : la sceneggiatura a parte l'idea di base del metaremake è deficitaria, personaggi piatti e mal delineati.

( VOTO . 7 / 10 )

The Town That Dreaded Sundown (2014) on IMDb

venerdì 21 novembre 2014

Resta anche domani ( 2014 )

Mia è una ragazza abbastanza introversa che cerca di comunicare col mondo attraverso le note del suo violoncello. In compenso è fidanzata con Adam , frontman di una rock band in ascesa che ha appena firmato il suo primo contratto discografico.
Lei deve scegliere se accettare , dopo aver superato un provino, di continuare il suo sogno musicale alla Juilliard , lontano dal suo Adam o continuare al fianco di lui che sta aprendosi la strada nel music business.
Un brutto giorno però un incidente automobilistico farà diventare questa scelta più pressante: perde i familiari e in una straniante esperienza extracorporea dovrà scegliere se restare o meno....
Caro RJ Cutter, documentarista e produttore, regista televisivo che sceglie l'omonimo romanzo di Gayle Forman per debuttare nel cinema, ma chi te l'ha fatto fare?
Ma ritornatene bello, bello alla tua amata televisione e girati i tuoi bei documentari, produci le tue serie televisive ma lascia perdere il cinema, ok?
Se volevo un candidato autorevolissimo al titolo di scult dell'anno, beh con Resta anche domani l'ho trovato.
Si, d'accordo, io parto prevenuto con questi teen dramas che fanno a gara per estorcere le lacrime facendole esondare a pressione dal canale lacrimale ma se Colpa delle Stelle  osava con l' amore che faceva rima con tumore, riuscendo anche a farsi apprezzare parzialmente dal sottoscritto, senza bestemmioni in austroungarico, qui si osa solo col frantumamento testicolare.
Un film che parte male sin dall'inizio, con quei suoi colori accesi, quel fastidioso flou della fotografia  che lo rende subito strano, avulso dalla contemporaneità che pretende di raccontare.
E' come se raccontasse un mondo di sogno, colorato con tonalità irreali e poi quando entra in scena una famiglia che sembra presa di peso da uno spot del Mulino Bianco, il corto circuito è completo.
E' un film che pretende di raccontare personaggi giovani nel passaggio più delicato della loro vita, dall'adolescenza a quell'età adulta in cui devono prendere decisioni fondamentali per il futuro, ma ha la sventura di incappare in due protagonisti vecchi dentro che sono molto più vecchi dei genitori di Mia, lui ex batterista e lei hippie, due genitori così ideali per apertura mentale e vicinanza generazionale coi loro figli ( e a 'sto punto ti chiedi pure come da loro possa essere uscita una figlia che suona il violoncello e che ama la musica classica) da essere per forza relegati in un mondo ideale che ha poco a che spartire con la realtà.
Lei, la Moretz è veramente carina ma vederla vestita e truccata da trentenne in calore è un insulto, vuol fare la timida e l'insicura  ma è fidanzata col maschio più ambito di tutta la scuola ( succede sempre così nella vita reale, no?), lui , Adam, che dovrebbe rispettare lo stereotipo del rocker insofferente alle regole ed essere circondato da un'aura di maledettismo che aiuta molto nella carriera musicale, è invece quanto di più deteriore si possa immaginare : fidanzato fedele e superprotettivo, come ogni rocker che si rispetti ( perdonate l'ironia) e assoluto seguace del credo "  l'omo è omo e ha da puzza' mentre le femmina deve sta a casa a fa' la calzetta".
Praticamente due protagonisti di questo genere sarebbero un colpo mortale per qualsiasi film e infatti colpiscono e affondano questo Resta anche domani che diventa un insopportabile teen drama mieloso, improbabile e capace da solo di provocare crisi iperglicemiche per il caramello sparso a piene mani durante tutti i 100 minuti che lo compongono.
Un caramello appiccicoso, insopportabile, che non viene via neanche col candeggio.
La Moretz si sforza ma si segnala solo per il suo essere piagnucolosa e per le innumerevoli corse su e giù per l'ospedale a ricevere quanti più insulti dal destino possibili.
Un vero peccato per un'attrice sulla rampa di lancio come lei.
Resta anche domani è una lunga agonia cinematografica , una discesa in basso quasi senza termine in attesa della solita catarsi liberatoria.
Perché tanto sai che prima o poi arriva prima dei titoli di coda.
Perché due cuori e una capanna fanno sempre scena.
Perché Resta anche domani.
Ma anche no.

PERCHE' SI : la Moretz è bella anche se truccata e vestita malissimo, nulla da segnalare
PERCHE' NO: due protagonisti vecchi dentro, piagnucoloso e mieloso oltre i limiti del sopportabile, oltra alla Moretz praticamente il nulla....

( VOTO : 3 / 10 ) 

If I Stay (2014) on IMDb

giovedì 20 novembre 2014

Oltre il guado ( 2013 )

Marco Contrada è un etologo che è solito addentrarsi negli impenetrabili boschi del Friuli per osservare gli animali selvatici. Una sera per seguire uno di quegli animali nota un borgo diroccato oltre un torrente nelle vicinanze. Col furgone munito di tutte le attrezzature per l'osservazione attraversa il fiumiciattolo che si sta ingrossando sempre più a causa della pioggia e comincia a esplorare il vecchio borgo abbandonato dove trova carcasse di animali orrendamente mutilati forse a causa di un non ben precisato predatore.
E' solo ma strani rumori e fenomeni misteriosi accadono mentre lui è lì.
Il torrente rende impraticabile la via del ritorno e in sovrappiù misteriosamente gli sparisce anche il furgone.
Marco è imprigionato nel borgo e sente delle presenze che non sembrano molto amichevoli nei suoi confronti....
Lorenzo Bianchini è un regista friulano che si è ormai costruito una carriera rispettabilissima all'interno del circuito indipendente.
Specializzato in film ultra low budget ( praticamente no budget) è uno di quei nomi della scena italiana che è più rispettato e conosciuto all'estero rispetto all'Italia.
Delittuosamente , perché Bianchini è dotato di talento e ha dimostrato nelle sue opere di avere una sua maturità nell'approccio al genere che predilige, l'horror.
Oltre il guado ( che all'estero circola con il titolo di Across the River) è il suo ultimo film, una produzione che ha fatto il giro dei Festival specializzati raccogliendo pareri positivi un po' ovunque e vincendo tra gli altri anche un paio di premi al Fantafestival del 2014 e al Fantasia Film Festival del 2013.
Voglio solo sperare che il suo encomiabile lavoro di oltre 10 anni di carriera venga notato da un produttore sufficientemente coraggioso da affidargli un budget adeguato per realizzare qualcosa di più corposo.
Non che i suoi film siano manchevoli di qualcosa, perché la regia fluida e matura di Bianchini riesce sempre a bypassare i problemi dati dalla mancanza di budget ma c'è curiosità nel vederlo al lavoro con un capitale adeguato a disposizione.
Il solito problema di cui parlavamo un paio di giorni fa riguardo a The Canal : anche in un Paese piccolo come l'Irlanda, in profonda crisi economica , si spendono soldi per finanziare film di genere, in Italia si finanziano sempre i soliti noti perché amici o amici degli amici....
Ma veniamo a Oltre il guado: mi viene da definirlo  horror atmosferico in quanto Bianchini fa parlare soprattutto le immagini prescindendo del tutto o quasi dai dialoghi, praticamente extradiegetici in quanto al massimo riportano l'attività lavorativa del protagonista e raccontano molto parzialmente la storia di quel borgo nelle parole di due vecchi che parlano in sloveno.
Oltre il guado è un film sull'attesa in cui Bianchini non usa squallidi mezzucci da film de paura ma colora un mondo notturno ricchissimo di suggestioni, un vero e proprio concerto macabro di versi di animali e di rumori che Marco non riesce a distinguere ( ma gli fanno paura) rendendo di fatto inutile qualsiasi tipo di effetto speciale .
Si arguisce da quanto detto che l'ultima opera di Bianchini  ha un approccio originale al genere e sposta l'occhio della cinepresa su quanto accade attorno al protagonista , solo, in un borgo abbandonato con un aspetto talmente spettrale da far vacillare ogni certezza nell'animo di un uomo votato alla scienza e che quindi cerca di affrontare tutto razionalmente, a mente fredda.
Ma stavolta non è possibile.
La scienza non c'entra.
Il vero protagonista di tutto è quindi il borgo fantasma che incombe su Marco, una presenza maligna che man mano lo ingloba in un abisso senza fondo.
Un po' come era successo in uno dei film precedenti, quel Custodes Bestiae che nell'ultima parte era ambientato proprio come Oltre il guado in una specie di paesello fantasma.
Bianchini, pur essendo specialista nel far le nozze coi fichi secchi non ha nulla da invidiare a colleghi (stranieri) ben più quotati di lui, almeno nell'opinione dei fans.
Non gira un mockumentary come sarebbe stato molto più comodo ma propone un'opera probabilmente di nicchia ( quanti fan puri e crudi dell'horror sopportano la quasi totale assenza di dialoghi?) che però sprigiona talento e voglia di dire qualcosa di nuovo in un genere inflazionato come l'horror.
Guardate questo film, non ve ne  pentirete! Si trova anche facilmente in vendita per un pugnetto di euro.
Support Lorenzo Bianchini! Support italian cinema!
E già che ci siete leggete anche la recensione di Lucia, nostra signora dell'horror, è molto meglio della mia.

PERCHE' SI : horror atmosferico, esperienza multisensoriale, ambientazione riuscitissima
PERCHE' NO: film realizzato con buidget ridicolo , la fotografia non è sempre all'altezza.

( VOTO : 7 / 10 )