I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.

domenica 28 febbraio 2016

Oscar 2016 : qualche pensiero sparso

Stanotte ci sarà la cerimonia d'assegnazione degli Oscar 2016 e in giro per il web è tutto un fiorire di anticipazioni, previsioni e investiture.
Come tutti gli anni sarò lì...nel mio letto a dormire perché il lunedì mattina ho il cattivo gusto di dover lavorare , non mi posso permettere una notte insonne in previsione di una giornata impegnativa fisicamente  e chi oserà sostenere che fare il medico veterinario è un lavoro di tutto riposo , sarà gentilmente omaggiato di una capocciata sulla base del naso, così, in amicizia.
La mattina presto mi informerò di tutti i premi assegnati.
A dir la verità mi interessa solo quello, tutte le volte che ho avuto modo di assistere alla cerimonia , il giorno dopo in differita, mi sono sempre fatto due palle così, alla faccia del gossip, del red carpet e di tutto lo sfoggio di abiti fatto dalle varie stars.
Quest 'anno non mi eserciterò nell'arte del pronostico per un paio di buoni motivi.
La ragione fondamentale è che non ho visto la maggior parte dei candidati all'ambita statuetta e quindi il mio sarebbe solo esercizio di fondo schiena.
La seconda ragione è che l'anno scorso li ho presi praticamente tutti e quindi fare di meglio è praticamente impossibile.
A leggere in giro mi sembra di poter affermare che quest'anno siamo partiti col piede sbagliato.
Il signor Spike Lee , per tanti anni uno dei miei registi preferiti, ha tuonato contro il "presunto" razzismo che c'è alla cerimonia degli Oscar, parlando di una sorta di preclusione ai candidati di pelle scura.
Ora, signor Spike, andiamo bene ma non benissimo.
E' qualche anno che ti fai notare più per farla fuori del vaso che per il grande cinema...ma dico , ti accorgi adesso che le nominations sono quasi esclusiva dei bianchi?
Sei caduto dal pero? o dal seggiolone ?
Il risultato comunque l'hai ottenuto: cambieranno un po' di cose dall'anno prossimo...speriamo solo che cambino in meglio ...
Passiamo ad altro: tutti dicono che questo è l'anno di Leo Di Caprio : quest'anno riceverà il tanto agognato premio a sentire tutti i pronostici.
Ma siamo sicuri che stavolta lo meriti per davvero?
A mio parere gli accadrà la stessa cosa che è accaduta al suo mentore/ padre putativo Martin Scorsese: essere premiato per il film sbagliato per ovviare alle ingiustizie ricevute negli anni precedenti.
A me Leo piace e credo che sia un attore validissimo ma , detto in confidenza, la prova che ha offerto in The Revenant non mi ha entusiasmato più di tanto.
Se l'Oscar deve essere un premio all'abnegazione dell'attore che si sottopone a un vero e proprio tour de force in senso fisico, beh allora Leo dovrebbe vincere a mani basse perché deve essere stato massacrante girare in condizioni ambientali così difficili.
A mio parere però l'Oscar dovrebbe premiare l'attore e la sua capacità , la varietà di registri recitativi, il trasformismo, la tecnica.
In The Revenant questo non succede: Leo è impostato sul rage mode, ringhia le sue battute, soffre fisicamente ma recita molto meno che in altri film da lui interpretati.
Ma vincerà l'Oscar lo stesso.
Un sogno ce l'avrei : spero che il vecchio Sly si porti a casa la statuetta come miglior attore non protagonista.
In vecchiaia dimostra che è capace di recitare e anche bene.
La classe operaia va in Paradiso.
E spero anche che il nuovo Mad Max spacchi il culo a tutti quanti.
Ma non succederà : troppo proletariato tutto insieme.
The Revenant è il favorito d'obbligo.

domenica 21 febbraio 2016

Creed - Nato per combattere ( 2015)

Adonis Creed è il figlio naturale di Apollo Creed, nato da una relazione extraconiugale poco prima che morisse sul ring. Dopo un'infanzia difficile tra orfanotrofi , botte e crudeltà assortite, la vedova Creed decide di accoglierlo e crescerlo come se fosse suo. Adonis è attratto dal pugilato e dalla figura paterna, soprattutto dal suo rapporto con Rocky Balboa. Combatte da pugile in Messico, lascia il suo comodo lavoro impiegatizio e si trasferisce a Philadelphia per diventare pugile professionista. 
Ma per farlo deve convincere Rocky a diventare il suo allenatore.
C'era bisogno di un nuovo film della saga Rocky che aveva trovato una sua degna chiusura con il crepuscolare Rocky Balboa?
La risposta è no, lo diceva anche lo stesso Stallone che non ci pensava proprio a tornare dalle parti di Rocky : ma se hai una buona storia da cui far uscire potenzialmente un buon film, beh, perché non provarci?
Questo si devono essere detti Sly, a cui comunque ci voglio un sacco di bene, Ryan Coogler che gli ha proposto la sceneggiatura di Creed - Nato per combattere e Irwin Winkler, lo storico produttore che assieme a un altro stuolo di colleghi ha dato il via all'operazione.
Per Coogler praticamente un salto nel buio dopo il militante Prossima fermata Fruitvale Station che aveva rivelato il talento di Michael B.Jordan.
Che , non certo casualmente è il protagonista di questo film.
Ora confrontarsi con una saga impressa a fuoco nella memoria cinefila di una generazione ( ma anche più di una) è un rischio non da poco ma devo dire che tutti i soggetti in campo, da Jordan, a Coogler per arrivare allo stesso Sly, hanno vinto la scommessa.
Coogler scrive ( assieme allo sceneggiatore esordiente Aaron Covington ) e dirige il classico film sportivo americano, da una prospettiva black, occhieggiando alla retorica ma riuscendo quasi sempre a tenerla a bada
E questo riesce a farlo ponendosi lateralmente alla saga, rispettandola e venerandola il giusto, carpendone lo spirito ed effettuando una sintesi brillante di tutto quello successo in precedenza.
Mutuandone soprattutto lo spirito e ponendo dei riferimenti iconici precisi ( il pantaloncino a stelle e strisce, la scalinata, l'allenamento con metodi casalinghi) che non dispiaceranno a chi ha ormai i capelli bianchi, se gli sono rimasti.
L'eco di Rocky, di Rocky 4 e di Rocky Balboa è forte ma non è mai stordente, è una sorta di musica dolce che accompagna lo spettatore in una storia che non sfrutta solo il becero effetto nostalgia ma cerca di raccontare la crisi socio economica, l'inquietudine di un ragazzo che ha voglia di arrivare a essere qualcuno e non un semplice colletto bianco al servizio di una banca di provincia.
E' contagiosa la determinazione Michael B.Jordan nei panni di Adonis Creed alias Donnie Johnson, è un piacere vedere Sly che recupera i toni sommessi e autunnali di Copland ( grande e misconosciuto), piace anche l'aura malinconica che pervade la seconda parte del film.
E Coogler è talmente bravo che riesce a far ingoiare al pubblico un ribaltamento dei personaggi, praticamente un salto carpiato, in cui il pugile cattivo e antipatico è il proletario venuto dalla strada e che chissà per quali crimini dovrà trascorrere un bel pezzetto della propria vita in galera, mentre Creed è il buono pur essendo il classico fighetto americano a cui non manca certo la moneta.
Il finale non riserva sorprese, forse una piccola piccola, la regia del combattimento è in linea con quella dei precedenti capitoli ( per i puristi della nobile arte è un po' difficile da digerire) più che con quella del resto del film.
La critica e il pubblico hanno apprezzato parecchio, l'incasso è stato molto superiore alle attese.
E già si comincia a parlare di un possibile proseguimento.
Perché no?


PERCHE' SI : non solo operazione nostalgia, ottima la regia e la prove di Jordan e Sly, degno proseguimento di una saga che sembrava giunta ad una degna conclusione.
PERCHE' NO: qua e là qualche punta di retorica, la regia del combattimento nel finale è un po' troppo effettistica.


LA SEQUENZA: il primo incontro tra Donnie e Rocky.



( VOTO : 7 + / 10 )



Creed (2015) on IMDb

venerdì 12 febbraio 2016

Ho 4 anni! Buon bloggheanno a me!!!

L'età sta avanzando inesorabile.
E anche il criceto che,girando sulla ruota, manda avanti i pochi neuroni rimasti cercando di annullare le distanze tra l'uno e l'altro, ha un po' meno verve di prima.
Tutto questo per dire che oggi stavo quasi dimenticando la ricorrenza del bloggheanno di questa pagina.
Era il 12 febbraio di 4 anni fa che la mia mente bacata partorì Le maratone di un bradipo cinefilo.
Come dico sempre il tutto derivò dalla scazzo del confinamento a casa per via di una nevicata epica.
Per più di 3 anni sono andato avanti scrivendo praticamente ogni giorno.
In questo momento non sento di avere forza sufficiente per scrivere tutti i giorni ma sto provando a rientrare in questo magico mondo che è la blogosfera dove ho conosciuto menti e penne brillanti, che molti siti di cinema professionali se le sognano.
I miei ringraziamenti vanno sempre a tutti voi che avete la pazienza e la costanza di leggere le mie opinioni, siete voi che con i vostri commenti e la vostra presenza aiutate a rinsaldare la mia passione.
E un pensiero come al solito lo rivolgo a mio padre: senza di lui non sarei diventato il cinefilo che sono, la sua passione contagiosa mi ha accompagnato fin da piccolo e per questo non finirò mai di ringraziarlo.
E sono sicuro che ha trovato il modo di leggermi da lassù.
La ricorrenza del bloggheanno è anche l'occasione per fare il punto sui numeri: siamo arrivati a 501 piacitori su Facebook, 213 lettori fissi ,835 500 visualizzazioni, 15350 commenti di cui la metà sono i miei.
Anzi perdonate se talvolta non rispondo soprattutto sui post più vecchi, è solo che mi accorgo troppo tardi dei commenti.
Per oggi è tutto.
Ci sentiamo presto!

giovedì 11 febbraio 2016

Seria(l)mente : Candiice Renoir ( 2013-)

Provenienza : Francia

Stagioni : 3 ( 8+10+10)

Episodi: 28 da 60 minuti

Candice Renoir è un ufficiale della polizia francese che rientra in servizio dopo 10 anni di aspettativa vissuti accanto al marito e ai suoi quattro figli.
Si ritrova a capo di un'unità anticrimine della polizia di Sete, unità che non la vede precisamente di buon occhio.
Con calma, arguzia quel pizzico di fortuna e tanta , tanta simpatia,Candice riuscirà a farsi apprezzare dalla sua squadra risolvendo casi molto complicati.

Per mesi e mesi ti chiedi a cosa diavolo serva pagare profumatamente un abbonamento a SKY se poi hai cancellato il canale cinema ( e continui a rifiutare persino offerte di visione gratuita per un tot di mesi) e sfrutti pochissimo i canali Fox delle fiction quando poi all'improvviso compare Candice Renoir, serie francese che in patria sta riscuotendo un grande successo e che qui in Italia viene trasmessa quasi di soppiatto.
In questi tempi di lontananza dal blog non me ne sono stato con le mani in mano, l'occhio è sempre stato curioso, di film ne ho visti di meno ma non mi sono fatto mancare visioni seriali assortite.
E Candice Renoir è stata una di queste: fresca, disintossicante, rilassante con tutte le carte in regola per essere un guilty pleasure di quelli che quasi ti dispiace che sia finito così presto.
Una volta visionate le prime tre stagioni, 28 episodi in tutto con una quarta che è già in lavorazione e sarà trasmessa in primavera in Francia( chissà quando la vedremo in Italia, se la vedremo) si può dare un giudizio complessivo su uno show che si distacca ampiamente dallo stile classico della serie televisiva poliziesca americana per cercarne di creare uno un pochino più nuovo, sicuramente più trasversale.
Perchè in Candice Renoir conta sicuramente il caso in questione ( ed è abituata a confrontarsi con casi rognosi) ma contano di più i personaggi, il pregresso, i piccoli grandi problemi familiari che complicano la giornata di Candice e dei componenti della sua squadra, ognuno ha i suoi , conta molto la cornice in cui è incastonato ogni volta l'omicidio con cui si devono confrontare.
Si parla sia di cornice ambientale , la serie è ambientata in una piccola cittadina del sud della Francia affacciata sul mare e le riprese in esterna sono molto generose nel mostrare le bellezze del luogo, ma soprattutto di caratterizzazione dei personaggi, scandagliati con discreta profondità nel corso dei vari episodi.
La carta vincente è comunque il personaggio di Candice interpretata in modo brillante e sbarazzino da Cecile Bois, una carriera passata nelle retrovie del cinema che contava e a cui la televisione ha dato un successo meritato e inaspettato.
Candice è il classico prototipo della MILF che piace tanto ai maschi: bionda, alta, piuttosto curvy, emancipata in tutti i sensi, non ultimo quello sentimentale, ha degli occhi enormi, azzurrissimi in cui sarebbe piacevolissimo annegare.
E non corrisponde assolutamente al binomio bionda/stupida.
O meglio all'inizio ci gioca anche a far credere che sia stupidina e distratta.
Ma è solo una tattica.
E' una sorta di tenente Colombo in gonnella, sempre un po' sgualcita ( anche se tiene ai suoi accessori e agli abbinamenti di colore, diciamo che ha uno stile fashion tutto suo) , spesso abbigliata in modo inadeguato alla situazione , vedere il pilot per credere, molto perspicace e con una capacità d'osservazione fuori del comune.
In Candice Renoir si sorride anche spesso e c'è quella sorta di realismo rosa che rende tutta la serie così friendly, un po' come gettare uno sguardo sul giardino del vicino , sulla vita di tutti i giorni di una persona un po' speciale.
Attendiamo frementi la quarta stagione perché si attendono sviluppi sul rapporto tra Candice e suo bel capitano Antoine, il vice della sua squadra, una relazione ad elastico tra avvicinamenti ed allontanamenti.
Una vicenda che dura da un paio di stagioni almeno....


PERCHE' SI : ambientazione incantevole, notevole il personaggio di Candice, bravissima la Bois, discreta varietà dei casi criminali su cui indaga la squadra.
PERCHE' NO : forse un po' troppe giravolte sentimentali ma nulla di clamoroso, qualche personaggio secondario non perfettamente centrato.



( VOTO : 7,5 / 10 )


Candice Renoir (2013) on IMDb

lunedì 8 febbraio 2016

Last Shift (2014 )

Jessica è una poliziotta novizia che si trova a fare il suo primo turno in una stazione di polizia che è stata appena dismessa.Dovrebbe essere una nottata tranquilla senza scocciature ma in realtà comincia a ricevere strane telefonate. E la nottata diventa lunghissima.
Finalmente riesco a scrivere quattro parole in croce su questo film che ha rischiato davvero di essere la recensione più annunciata e mai scritta sul blog.
E si che a questo filmetto fatto con un pugnetto di dollari, un set e meno di dieci attori non si riesce a voler male neanche per sbaglio.
Sono rimasto volutamente sul vago riguardo alla sinossi perché lo so che un lettore un minimo smaliziato che sappia contare almeno fino a tre mangerebbe subito la foglia.
Poliziotto + Stazione di polizia dismessa = Carpenter.
E il regista, tale Anthony DiBiasi ( anche sceneggiatore), mai incrociato prima nonostante un curriculum che comincia a essere lunghetto, colpa mia naturalmente, dimostra di avere le idee chiare in testa.
Poche ma chiare: prendi Carpenter e quel film che non sto neanche a nominare perché diventerei noioso , ci metti un paio di Wannate ( leggasi colpi di scena stile James Wan, vale a dire qualche spavento a buon mercato ma confezionato come il dio del cinema horror comanda), condisci con un paio di Shyamalanate che sono anche meglio di quelle che ormai escono dalla mente del suo creatore originale e hai un filmetto agile e spedito che corre come un assatanato per i 90 minuti scarsi della sua durata.
E diverte. Diverte assai ed è questo quanto gli era stato chiesto.
Intendiamoci, il signor DiBiasi non è affatto uno sprovveduto e questo film non è la botta di culo del principiante o una ciambella riuscita incredibilmente col buco ben oltre le intenzioni del suo autore.
E' un film ordinato, meticoloso che non fa pesare mai la sua assenza di budget ovviando con una capacità ai limiti del prodigioso di creare un'atmosfera che man mano che passano i minuti diventa sempre più irrespirabile.
La stazione di polizia da sfondo amorfo si erge a vera e propria coprotagonista (un po' come succedeva con Ripley e i corridoi della Nostromo) accanto a Jessica, recluta cazzuta eppure fragile con un passato nebuloso quanto il suo presente , per non parlare del futuro.
Le sue visioni diventano il pane e salame di un film che sa spaventare senza riscrivere alcuna regola, citando classici ma senza fossilizzarsi o incancrenirsi nelle sabbie mobili della deferenza fine a se stessa.
Un film in cui più passa il tempo più si fa fatica a distinguere il vero dalla visione, la realtà dall'incubo, ed è questo che mette ansia nello spettatore anche se si sa fin da subito dove più o meno si andrà a parare.
Eppure quelle pareti spoglie diventano sempre più opprimenti e la mente di Jessica un rebus la cui soluzione si allontana sempre più.
Tutte cose che su pagina scritta rendono poco l'idea: il consiglio è di vedere per credere, o meglio per non credere a tutto quel bastimento di visioni che si porta dietro la mente sempre più offuscata di Jessica.
Una visione fresca e disintossicante, lontana dal bailamme plastificato che caratterizza tanto cinema di genere odierno.
Film di citazioni oneste, confezionato in modo impeccabile ( anche il montaggio è da manuale con tutti quegli stacchi a filo con l'orrore che è lì lì per invadere l'inquadratura ma spesso gli rimane solo tangente) che assolve perfettamente al suo compito.
Intrattiene e spaventa.


PERCHE' SI : atmosfera irrespirabile, protagonista convincente, scenografie inquietanti, citazioni intelligenti.
PERCHE' NO : DiBiasi non rischia quasi nulla , a tratti si respira un po' troppo Carpenter.,brutta locandina, titolo spoileroso...


LA SEQUENZA: l'incontro di Jessica con  il collega che aveva fatto l'ultimo turno col padre



DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Mai giudicare un film dalla locandina



(VOTO : 7 / 10 )


 Last Shift (2014) on IMDb

lunedì 1 febbraio 2016

In Absentia...

Quasi mi vergogno un po'...
Aver lasciato tutto sospeso, un po' a mezz'aria, senza una ragione, senza uno straccio di motivazione ad uso e consumo di quei (pochi) volenterosi che continuano a leggere il muro di parole ed opinioni su oltre mille film che ho inserito in questo blog che tra qualche giorno compirà quattro anni, si, quattro anni, anche se da qualche mese l'attività non è più frenetica come era prima, mi fa vergognare.
Pietoso eufemismo.
A vedere le visualizzazioni però noto con estremo piacere che la mia non presenza sia stata ben ammortizzata.
Il blog sembra possa fare a meno del suo creatore per andare avanti.
Ma sento l'urgenza di non lasciare che finisca tutto così...
Il problema è che da qualche tempo ho perso il piacere di scrivere, di mettermi qui davanti a questo schermo che col passare dei giorni diventa sempre più piccolo, anche di commentare o essere presente in qualche modo sui social.
Ecco perché mi vergogno ma con questo post voglio fare un po' di chiarezza, la stessa che ho faticato a fare a me stesso in questi mesi di attività a singhiozzo del blog.
I motivi per cui non riesco più a mettermi la mattina davanti al computer ed incanalare i miei pensieri ( perché i film continuo a vederli e con loro anche le serie tv, anche se a un ritmo molto inferiore rispetto a prima) sono essenzialmente due.
Il primo , fondamentale è che ormai il mio notebook ha fatto il suo tempo e nonostante varie pulizie, formattazioni e continue soste dal tecnico , scrivere e navigare è uno slalom speciale attraverso finestre e finestrelle, pubblicità non volute e pagine che si aprono a caso facendomi perdere un sacco di tempo.
E questo già mi pare un ottimo motivo.
Il secondo motivo ed è quello che non avrei mai voluto ammettere a me stesso è che sto diventando vecchio: sono sempre stato miope eppure è da qualche tempo che sto assaporando una nuova condizione clinica della mia vista: la presbiopia.
Continuo a non vederci da lontano ma ora non ci vedo neanche da vicino: anzi per vederci da vicino devo togliere gli occhiali , ad esempio nella mia attività professionale, quella di veterinario, è qualche mese ormai che faccio chirurgia togliendomi gli occhiali mentre prima senza occhiali avrei proceduto a tentoni.
Voi direte: meglio!!!!
E invece no....perché continuo a vederci poco da lontano e questo schermo per i miei occhi nudi, senza occhiali è un po' troppo piccolo, mentre mettendo gli occhiali da miope sono arrivato a non distinguere una mazza.
Sto cercando di mettere mano a questo problema : farsi gli occhiali da presbite è assolutamente escluso, non mi voglio piegare ....ma posso fare qualcosa per il computer.
A breve avrò un nuovo sistema che non mi farà più dannare , spero, tra finestre , finestrelle e pop up vari.
E soprattutto avrà uno schermo adeguato alle mie nuove capacità di visione.
E con quello spero di riuscire a tornare,
Magari non presente come prima che forse era un po' troppo, ma vorrei garantire un minimo di presenza.
Non sapete che grado di sofferenza fisica io stia provando in questo momento per scrivere questo post....
Brutta bestia la vecchiaia.
E' per questo che io voglio rimanere sempre gggiovane!!!!!
Speriamo di sentirci presto.

mercoledì 6 gennaio 2016

Top of the flops. I peggiori horror del 2015. Per me.

Dopo la classifica del meglio horror del 2015 non poteva certo mancare il rovescio della medaglia perché per tanti buoni titoli arrivati sui nostri schermi , ce ne sono altrettanti, se non più che fanno rimpiangere o quasi l'affiliazione al genere.
Complessivamente l'anno però è stato molto soddisfacente , sono uscite delle vere e proprie perle che faranno parlare di loro anche nei prossimi in termini di carica innovativa e linguaggio cinematografico.
Solite istruzioni per l'uso: classifica assolutamente personale che non ha alcuna pretesa di essere oggettiva e inevitabilmente c'è qualche titolo del 2014...
Passiamo alla monnezza...o quasi.

10 ) FROM THE DARK

Dispiace che il regista di Stitches sia stato poi costretto a lavotare con un budget miserrimo e con un copione che puzzava di stantìo a prima vista.
Dopo un quarto d'ora di film è già tutto sul piatto: il morsicato che certamente si trasformerà, la brughiera irlandese buia e minacciosa, una fattoria che sembra piazzata nel centro esatto del nulla, due idioti che non vedono altra soluzione che dividersi per cercare aiuto.Il problema del film non è tanto nella sua realizzazione che pure è apprezzabile, McMahon sa come piazzare la macchina da presa, sa creare la giusta tensione, sa dosare le sequenze più spaventose piazzandole nei punti strategici del film.
Il problema è che tutto questo è stato già visto migliaia e migliaia di volte, potrei mettermi a citare decine di film che hanno preso le mosse da questo spunto  e che lo hanno sviluppato praticamente alla stessa maniera, ma sinceramente mi viene noia solo a scrivere i vari titoli.
E poi abbiamo il buio, buio a strafottere.
Certo per un film con questo titolo non mi sarei dovuto aspettare altro ma qui è veramente troppo , devi strizzare gli occhi in molte occasioni per cercare di capire qualcosa di quello che sta succedendo.
A dir la verità di sorprese non ce ne sono poi tante, tutto è abbastanza prevedibile e scontato e questo è veramente un peccato per un regista vecchio stampo come McMahon ( uno di quegli uomini di Stitches sembra tornare indietro , alle sue origini, ma in maniera infruttuosa, deteriore.
cinema capaci di fare un po' tutto dalla scrittura, alla regia, al montaggio e agli effetti speciali visivi e sonori ) che dopo

9) THE LAZARUS EFFECT

Jason Blum con la sua politica del minimo budget e del massimo profitto ha messo in circolazione robetta buona e meno buona. Questo film fa parte del reparto ciambelle uscite senza buco.
Peccato perché la prima parte era intrigante.Il film poi invece precipita in una seconda parte che spesso esonda nel ridicolo involontario, scivola nello stereotipo  e nella caciara dell'effettaccio facile , non c'è più approccio scientifico che tenga e anche quel barlume di intelligenza che si riscontrava in dialoghi non sempre banali, viene spento definitivamente , immolato all'altare dello spavento preconfezionato ad esclusivo uso e consumo del teenager brufoloso che affolla le sale cinematografiche americane.
Meno male che l'agonia dura meno di 80 minuti.

8) THE GREEN INFERNO

Eli Roth mi sta simpatico, davvero e trovo meritoria la sua attività di produttore per possibili new sensations del firmamento horror. Ma quando si posiziona dietro la macchina da presa cominciano i problemi. Soprattutto quando si vuol far passare un messaggio politico.
Ecco la politica in The Green Inferno.
Parliamone.
Il film pone sullo stesso piano la mostruosità dello sfruttamento della foresta amazzonica e della distruzione delle popolazioni che lì vivono da millenni, a quella degli autoctoni che non si fanno scrupolo a mangiare propri simili, a essere dediti alla pratica del cannibalismo.
Anzi. forse quello che uccidono per denaro per rubare chilometri quadrati di verde al pianeta sono peggiori.
Ora va bene tutto, il messaggio che si legge tra le righe posso anche parzialmente approvarlo ma sembra veramente tutto scritto con i piedi, talmente grossolano da esondare nel ridicolo involontario tutto talmente esibito da risultare sovraccarico e fastidioso.

7) POLTERGEIST 

E' il remake di uno dei miei horror preferiti.Ed essendo pedestre, nonostante il budget non è passato indenne sotto le mie forche caudine.
La domanda a cui mi preme rispondere prima di tutto è questa: era necessario il remake di un film bello come Poltergeist di Tobe Hooper che dopo più di 30 anni è ancora vivo, moderno e scalcia con noi?
La risposta è no.
ASSOLUTAMENTE NO.
La seconda domanda che guardando questo film uno si deve porre penso che sia questa:
se non si fosse trattato di un remake inutile e posticcio, quindi se non ci fosse stato l'ingombro dell'originale, avrebbe funzionato come film?
Ecco, temo che anche a questa domanda sono costretto a rispondere con un bel no.
Poltergeist di Kenan anche facendo finta che non esista l'originale è un film che non funziona.
Assomiglia a troppa paccottiglia horror che passa sugli schermi cinematografici in questi ultimi tempi, non ha quel guizzo visivo nonostante effetti speciali costosi ( il budget è consistente, 62 milioni di dollari), ha una scrittura piatta popolata di battute che starebbero meglio in bocca a un cowboy piuttosto che a un onesto padre di famiglia.Altra cosa che ho trovato insopportabile è quella timidezza che caratterizza alcune sequenze che potrebbero far incorrere in film in spiacevoli divieti che ne abbasserebbero drasticamente gli incassi.,
Sotto questo profilo l'origjnale è molto più spinto.

6) INSIDIOUS 3 - L'INIZIO

Per quanto mi riguarda una saga che non ha più nulla da dire. Forse già non aveva più nulla da dire a partire dal primo film. In realtà Insidious 3 - L'inizio rispetto agli altri due film della serie è un po' quello che è Annabelle per The Conjuring.
Una rimasticatura, fatta male, della stessa storia, con gli stessi ingredienti a cui manca però l'armonia, il sale della vita , manca l'anima per far diventare il tutto un bel film.
Non che i primi due esponenti della serie fossero due capolavori però a loro modo erano film onesti che portavano avanti un loro stile in maniera genuina.Insidious 3 : L'inizio è la saga dello spavento indotto meccanicamente, del colpo di scena telefonato e dello smanettamento sul volume degli effetti per provocare un po' di thrilling dall'altra parte dello schermo.
Tutti trucchi ampiamente visti, rivisti e stravisti che nelle mani di un regista al suo esordio gli fanno fare la figura del pivello che prova a imitare quello che fanno i grandi.
E quando la medium prende letteralmente a capocciate uno spettro, cosa mai vista in tanti anni di onesta militanza nel genere, allora abbiamo raggiunto il fondo e forse siamo andati anche un po' più in basso....

5) HEADLESS

A differenza degli altri questo è un titolo parecchio di nicchia ma di cui molto si è parlato nell'underground horror, molto spesso in termini più che lusinghieri, anche entusiastici.
Termini che non ho condiviso per nulla.Diciamolo subito, Headless è un film per pochi, pochissimi, per tutti quei fan dell'ultra gore , dell'ultra splatter e di tutti quei film in cui si cerca di alzare a livelli siderali l'asticella del filmabile.
Ecco in Headless la cinepresa non si sottrae di fronte a nulla.
La novità di Headless , se di novità si tratta, è il risalire alle radici della psicopatologia che ha portato il protagonista a diventare cotanta macchina di morte e un necrofilo della peggiore specie.
La storia narrata nel film è piuttosto elementare, episodica e spesso si ha la sensazione che , come in un film porno, le parti in cui non c'è lo splatter, la necrofilia o il gore, siano meri riempitivi di nessuna importanza che hanno solo il compito di traghettare lo spettatore da una sequenza shockante all'altra.
E per uno spettatore poco smaliziato oppure poco abituato a certe brutalità assortite , l'effetto è assicurato.Headless che fa dell'eccesso il suo verbo, ai miei occhi appare come una pacchianata gratuita interessante solo per il tentativo di indagare sulla genesi del disagio che porta a diventare dei killer seriali sanguinari e perversi ( ed è interessante come vengono confezionate queste sequenze sempre in un limbo tra l'onirico e il grottesco) in cui la dose di perversione sessuale è piuttosto cospicua ma anche questa a tratti esonda nella caricatura.

4) OUIJA

Altro giro sull'ottovolante di Jason Blum e altro buco nell'acqua, peggiore del precedente.E che cosa si può cavare da una ditta di giocattoli che commercializza un suo prodotto,la Hasbro che pubblicizza la sua tavoletta Ouija, da Michael Bay che fa il produttore ( e che guarda casa deve la sua fortuna cinematografica a una saga di film imperniata su giocattoli) e da Jason Blum che con la sua Blum House fa un tot di film al kilo mettendo sul piatto per ogni film solo cinque milioni di dollari?
La cosa che esce è Ouija, diretto dal carneade degli effetti speciali Stiles White , qui al suo esordio alla regia e che il film se lo è anche cosceneggiato.
Un (falso) horror che spaventa meno di un telegiornale di Italia Uno e che non è degno neanche di essere trasmesso in terza serata nel palinsesto estivo della peggior tv via cavo americana
Quindi uno slasher sotto mentite spoglie ( mascherato da film di fantasmi) in cui il meccanismo narrativo cigola ad ogni twist di sceneggiatura con più buchi logici che una forma di groviera svizzero e questo è testimoniato anche dalla confessione che ha fatto la protagonista costretta assieme agli altri attori del cast a rigirare praticamente metà film dopo l'ufficiale fine delle riprese per tappare qualche falla che nel frattempo si era aperta a una revisione del materiale...

3) THE GALLOWS

Ancora Jason Blum e ancora monnezza in formato panoramico. Ma anche no perché qui siamo di fronte all'ennesimo found footage realizzato con i piedi.
Che dire dell'ennesimo found footage mandato al macero nella calura estiva come fosse il peggiore dei fondi di magazzino?
Direi che per una volta hanno avuto ragione, anzi non dovevano neanche farlo arrivare in sala, essendo l'ennesimo filmetto girato con la telecamera imbracciata in malo modo da un malato di delirium tremens e che oltre al mal di testa non ha nulla da regalare all'ignaro spettatore.
Ora io a uno come Jason Blum ci voglio anche bene ma ormai per trovare buoni film nelle sue
produzioni li dobbiamo cercare col lanternino e quindi comincio un po' a stufarmi di questa ricerca.
Dal suo punto di vista lui fa un lavoro splendido: con soli 100 mila dollari di budget incassa la bellezza di 22 milioni solo negli USA e vuoi che non continui a produrre tale monnezza?
Anche io lo farei al posto suo.
Alla vergogna non c'è mai fine e questi si presentano con un film che è la fotocopia di millemila altri film, costruito con la stessa tecnica e lo stesso menefreghismo nel cercare di costruire un minimo di suspense degna di questo nome o una-sequenza-una che ti faccia almeno sollevare un minimo la palpebra o risvegliarti dal torpore che inevitabilmente ti ha attanagliato nella prima metà del film in cui succede veramente poco.
Per non dire nulla.

2) THE HUMAN CENTIPEDE III ( FINAL SEQUENCE)


Ho apprezzato parecchio i primi due film della serie e aspettavo questo con una certa trepidazione. che si è trasformata in un diludendo cosmico.The Human Centipede III ( Final Sequence) esattamente come faceva il secondo film col primo, sceglie di non essere un sequel ma di raccontare tutta un'altra storia impantanandosi , ma di brutto , nella acque malmostose della metacinematografia , è di una noia mortale per come non sappia dove andare a parare e che il famoso millepiedi umano è solo uno specchietto per le allodole che nel film ha un ruolo risicatissimo.
In più c'è l'aggravante della recitazione: fatta la tara alla segretaria di Bill Boss che viene dal porno e quindi in un certo qual modo può essere anche giustificata, fatta anche la tara al cameo di Eric Roberts che quasi scompare in un abito di qualche taglia più grande( ma trovare qualcosa che gli stesse un po' meglio era così difficile?)  si sopporta poco il  personaggio untissimo di Dwight recitato da un Laurence R . Harvey ( il protagonista del secondo capitolo , film che gli ha dato notorietà e gli ha fatto iniziare la sua carriera di attore) caricaturale con quel baffetto hitleriano e l'occhio perennemente pallato e non si sopporta affatto un Dieter Laser , nella parte di Bill Boss, che sembra incapace di recitare una battuta senza urlare e senza gesticolare come un ossesso.
The Human Centipede ( Final Sequence) non si riesce a salvare neanche con l'apparizione del millepiedi umano che compare troppo poco e troppo tardi.
Per quanto mi riguarda è da evitare come la peste bubbonica.

1) AREA 51

Per fortuna sui nostri schermi non è arrivato ma si sa che i nostri distributori sono sempre attratti dalla m...come le mosche.
Formato : found footage.
Regista : Oren Peli
Produzione : Blum Productions.
Ecco, credo di avere già detto tutto.
Quando un miracolato ( da Spielberg) come Oren Peli che ancora sfrutta il successo dell'infame saga di Paranormal Activity incontra un produttore senza scrupoli come Jason Blum che per principio investe nei film che produce al massimo 5 milioni di dollari, beh allora l'infamata cinematografica è dietro l'angolo.
E si chiama Area 51.
Mi rifiuto di credere che questa cosa, chiamarlo film è un po' troppo, sia costata cinque milioni, se così fosse bisognerebbe allertare l'FBI per sapere nelle tasche di chi sono andati a finire questi milioncini.Area 51 è un found footage nel senso deteriore del termine che per quasi un'ora mena continuamente il cane per l'aia annoiando perniciosamente e cercando di confezionare il più elegantemente possibile il vuoto pneumatico che lo caratterizza , per l'ultima mezz'ora si comporta come un Chernobyl Diaries qualunque. quindi confusione a manetta, buio e immagini sfocate che dovrebbero incutere timore ma in realtà si rivelano presto per quello che sono: una grandiosa presa per il culo dell'ignaro spettatore.
A livello cinematografico non c'è nulla di cui parlare, è un film che dura 90 minuti scarsi ma sembra che duri il doppio, si guarda in continuazione l'orologio giusto per vedere quando finirà l'agonia.
E comunque vada , finirà sempre troppo tardi.
Per me è il peggiore dell'anno...senza rivali.


E per oggi mi fermo qui...ci sentiamo presto per le classifiche dei film un po' più seri....

sabato 2 gennaio 2016

Top of the tops. La mia horror list del 2015

Lo so che è un po' che sono assente ma , in attesa di tempi migliori , non potevo certo esimervi dal compilare una di quelle pallosissime classifiche di fine anno che trovate ovunque in questo periodo.
Quest'anno un po' in tono minore perché se è vero che normalmente queste liste sono incomplete per definizione , beh , questa è più incompleta del solito.
Parlerò di film visti nel 2015 quindi è inevitabile che dentro ci finisca anche roba del 2014 che qui da noi arriva con solito eone di ritardo.
Bando alle ciance e cominciamo.

10) WHEN ANIMALS DREAM
Un piccolo film danese che coniuga un'ambientazione nordica da urlo , l'horror e il genere del coming of age. In ogni caso un piccolo gioiellino a cui fare molta attenzione.
Probabilmente l'horror non è neanche il genere a cui guarda Amby, perché in realtà When Animals Dream ( titolo che occhieggia a Philip K Dick) è da considerare più che altro un romanzo di formazione.
O meglio di deformazione , la giovane Marie sta andando incontro a modificazioni del suo corpo indipendenti dalla sua volontà e scopre che , suo malgrado, c'è qualcosa di misterioso che la lega alla malattia della madre.


9) MUSARANAS

L'orrore stavolta vien dalla Spagna franchista ed è racchiuso in quattro mura domestiche.Musarañas  ( toporagno ) è il film d'esordio di due giovani registi, Juanfer Andres ed Esteban Roel, anche cosceneggiatori, ed è stato prodotto da Alex de la Iglesia con la sua neonata casa di produzione deputata alla scoperta di nuovi talenti, la Pokeepsie Films.Se Juanfer Andres ed Esteban Roel sono la mente, Macarena Gomez è un braccio perfetto, già il solo vederla con quegli spilloni che in mano sua possono diventare un'arma mortale ( un'arma molto hitchcockiana a dire il vero), fa correre neri brividi lungo la schiena.
E la seconda parte del film  è un lungo gioco al massacro che coinvolge in primis il rapporto tra le due sorelle, enigmatico fin dall'inizio.


8) GOODNIGHT MOMMY

Austria , credo che basti solo la parola.Goodnight Mommy è l'esordio nel lungometraggio di fiction di
Veronika Franz ( moglie di Ulrich Seidl e sceneggiatrice di alcuni suoi film) e di Severin Fiala.Quello che salta all'occhio è anche il debito estetico che il film paga a uno dei film di Almodovar più criticati degli ultimi anni, La pelle che abito, a sua volta ispirato ai melodrammi fiammeggianti di Sirk, alle storie d'amore asfissiante alla Fassbinder, ma soprattutto a quella maschera immota, dagli occhi sempre mobili e dall'aspetto inquietante che era il punto focale di un magnifico film di Georges Franju, Occhi senza volto , che riesce ancora a sorprendere e terrorizzare a più di cinquanta anni di distanza.E' un film dalla superficie patinata, dai contrasti accesi ( i colori neutri dell'interno casa che sembrano la cartina di tornasole attraverso cui guardare la vegetazione lussureggiante che c'è intorno casa , ingentilita dai caldi colori dell'estate) , dal cromatismo studiato nei minimi termini ( vedere per credere l'abbinamento dei vestiti dei gemelli) che poi nel finale lascia vedere allo spettatore quell'abisso che aveva solamente intravisto tra le righe, tra le pieghe di una narrazione avara di dialoghi ma ricca lo stesso di sfumature.

7) WE ARE STILL HERE

Un tuffo nel vintage horror di quelli che ti scaldano il cuore.Ambientato nel 1979 , We Are Still Here mette subito in chiaro il suo gioco: casa infestata , fantasmi, difficile elaborazione del lutto,una comunità chiusa che dietro l'apparente simpatia mostra segni di ostilità senza preoccuparsi di nasconderli,  un'ambientazione innevata, immacolata che aspetta solo di essere colorata col rosso del sangue.We Are Still Here dimostra ancora una volta che si possa fare del bel cinema di genere pur lavorando su un canovaccio consunto.
Merito di una regia che scandisce i tempi come un metronomo, merito di una recitazione più che all'altezza, cosa non scontata per il genere.

6) DEAD SNOW 2 : RED VS DEAD

Una bomba assoluta che va ben oltre il primo film della serie: raramente ho visto un helzapoppin horror così divertente, autoironico e trascinante.In questo sequel è tutto amplificato, l'esperienza multisensoriale (
il piacere per occhi, orecchie e stomaco , per chi ce l'ha foderato di cemento armato) è rafforzata in un film in cui il budget è nettamente superiore al primo ma è solo un decimo rispetto al film girato in quel di Hollywood ( siamo sui cinque milioni di euro più o meno, ridicolo per gli standard americani ma più che adeguato per quelli europei e stratosferico per il cinema norvegese).
Le citazioni raimiane si sprecano ( e il gioco divertente sta proprio nell'individuarle) in una pellicola che è girata soprattutto in esterni e si permette numerose sequenze di massa con zombie e senza l'aiuto della computer grafica: sono zombie veri, in carne putrida e ossa decomposte e si menano come ossessi con qualsiasi oggetto a loro disposizione.


5 ) WHAT WE DO IN THE SHADOWS

Ancora una volta i neozelandesi dimostrano di stare mediamente male e lo fanno di un film che si prende allegramente gioco di tutti i topoi dei film di vampiri e dei mockumentaries.What We Do in the Shadows è una fucina continua di trovate comiche che ogni volta sorprende per il suo situarsi continuamente tra i clichè horror ( tutta l'iconografia vampiresca è presente e c'è anche copioso sangue che zampilla da carotidi e giugulari) e la comicità che arriva al demenziale puro.
.Effetti speciali volutamente artigianali con sporadiche apparizioni della computer grafica danno al film un look vintage assai accattivante e che si adatta perfettamente all'età degli occupanti della casa.
L'utilizzo della tecnica del mockumentary non è sinonimo di economia realizzativa oppure di un aspetto della pellicola impreciso e trasandato, in realtà la confezione è scintillante, non da mockumentary, diciamo che la presenza dei documentaristi permette ai protagonisti di ammiccare alla macchina da presa per avere un contatto più diretto col pubblico.
E' un espediente narrativo usato brillantemente.


4) SPRING 

Amore e horror su uno sfondo incontaminato di Puglia. E per una volta noi italiani non siamo visti solo come pizza e mandolino.L'interrogativo che sta alla base del film è sempre il solito: si può fare veramente tutto per amore?
Una questione non da film horror ma più da melodramma ed effettivamente nell'ultima parte del film, quella in cui l'orrore dovrebbe venire finalmente fuori secondo tutti gli stilemi del genere, Benson e Moorhead abbandonano la via maestra per raccontare altro.Spring è comunque un film importante, un horror che vuole parlare di sentimenti senza per questo essere sciocco e stucchevole , anzi con quella intrigante ambizione di raccontare una di quelle storie larger than life che qui a bottega piacciono tanto.
E' bella la storia d'amore tra Evan e Louise, è raccontata in modo splendido ed incorniciata ottimamente su uno sfondo da favola.

3) IT FOLLOWS

Uno dei titoli più sorprendenti dell'anno in quanto a stile e contenuti.
David Robert Mitchell guarda esteticamente indietro agli anni '80, regala cospicui riferimenti allo slasher degli anni che furono, rifiuta in toto l'estetica preconfezionata dell'horror moderno, plasticoso e troppo ricco di computer grafica per essere realmente terrorizzante.
Anzi , dirò di più : in alcune sequenze ( vedi quelle della piscina o quella della fuga dalla battigia) si ha l'impressione che il nostro non voglia calcare la mano fino in fondo.Vuole suggerire orrore, non vuole mostrarlo ma anche nella suggestione è come se ponesse un freno.

2) A GIRL WALKS HOME ALONE AT NIGHT 

Può esistere una simulazione di film di vampiri iraniano realizzato interamente negli USA?
Esiste, esiste.
A Girl Walks Home Alone at Night è un film che è riduttivo definire horror.
Girato in un bianco e nero molto contrastato, parecchio stiloso, stracolmo di citazioni intelligenti e mai pedanti , è una storia d'amore in cui il vampirismo è parte fondamentale ma viene raccontato cercando di sottolineare la sua aura romantica e decadente più che la carica orrorifica , di tensione e di
paura.Amy Lily Amipour è regista cinefila e si vede, come si vede dalle sue foto che si specchia nella protagonista, Sheila Vand, bella ma di una bellezza intensa e sfuggente, ragazza emancipata , molto hipster che però non rinuncia al suo chador quando nella notte si aggira per le vie deserte della città alla ricerca di prede.E poi vedere un vampiro donna con lo chador e che usa lo skateboard è qualcosa di veramente mai visto.

1) THE FINAL GIRLS

Per me l'horror dell'anno in termini di linguaggio cinematografico e stile.Andando ad esaminare i credits del film non si può non rimanere sorpresi: e chi si aspetta un gioiello di metacinema di siffatta bellezza dalle menti di due sceneggiatori praticamente esordienti ( Fortin e Joshua Miller ma costui è stato attore con un discreto curriculum) e da un regista, Todd Strauss-Schulson, molto attivo in tv, con molti corti nella sua carriera e pochissimo cinema?
The Final Girls prende spunto, linfa vitale da questo per mettere in campo tutta la sua genialità.
Cita palesemente uno degli slasher più famosi della storia del cinema, ogni riferimento in questo film a Venerdì 13 è puramente voluto, lo disseziona vorticosamente ma non come farebbe l'allegro chirurgo in un gioco da tavolo, ma proprio come un anatomo patologo attento a studiare il suo reperto, a rispettarlo profondamente  non rovinando nulla e consegna al pubblico un piccolo The Final Girls un film vincente sotto tutti i punti di vista è la sua ironia, o meglio la sua autoironia.
capolavoro di cinema nel cinema.Altra cosa che rende
Siamo nel metacinema puro ma non ci prendiamo affatto sul serio si ride e non ci sono spiegoni trituranti.
E usciamo di scene sulle note di Bette Davis Eyes.
Chiusura perfetta.


Chiusura perfetta anche per questa classifica.
A presto, folks!!!

domenica 6 dicembre 2015

Everest ( 2015 )

La mattina del 10 maggio del 1996 , due spedizioni turistiche si accingono ad arrivare sulla vetta dell'Everest.Una tempesta di neve li colpisce nella strada per il ritorno e per i due gruppi di scalatori sarà una lotta per la sopravvivenza contro la furia primigenia degli elementi naturali.
Non tutti ce la faranno.
Non ho mai scalato neanche una collinetta ma devo dire che questi film d'avventura girati ad altezze proibitive a prova di vertigini mi hanno sempre attirato, così come i film ambientati in scenari montuosi aspri ed inospitali.
E poi vuoi mettere l'epica della lotta del piccolo uomo contro il gigantismo della furia della natura?
Il raggiungere ed oltrepassare i propri limiti?
L'interesse che scaturisce dall'apprendere che comunque quella che ci apprestiamo a vedere è una storia sostanzialmente vera che , finito il film, andremo a rileggere avidamente su Wikipedia o cose del genere?
Ecco, nelle mie aspettative, alte devo ammettere, Everest doveva contenere tutto questo e anche di più.
E invece , come mi succede di sovente negli ultimi tempi, tutte queste aspettative vanno in gran parte deluse.
Intendiamoci Everest è il perfetto blockbuster hollywoodiano fabbricato in serie , confezionato con grande professionalità e con una storia " giusta" per un'audience in vena di emozioni forti.
Oddio, blockbuster perfetto forse no visto che non ha incassato moltissimo e quindi evidentemente c'era qualcosa nel film che non gli ha permesso di sfondare come avrebbe dovuto.
Il mio modesto parere è che al film manca proprio l'ingrediente principale; l'epica del racconto, gli manca quella grinta che gli avrebbe permesso di essere molto più intenso e vibrante, difetta di personalità  risultando piatto nella descrizione dei protagonisti e nel procedere di un racconto che avrebbe dovuto suscitare veri e propri fiotti di emozioni.
Per dirla in una parola sola, vocabolo che a Napoli conoscono piuttosto bene, gli manca la cazzimma, quello scatto in avanti che gli permetta di primeggiare e non di essere un film tra tanti , come tanti, anzi anche peggio di tanti.
E poi vedere la tanto favoleggiata, mitica cima dell'Everest che si riduce ad essere una specie di pianerottolo con tante belle bandierine, beh, viene smontata in due secondi tutta quella aura tra sogno e mito che la succitata cima si era creata in tanti anni di incontri, non reciproci, sui libri di scuola.
Si arriva anche a sfiorare il paradosso quando in un film come questo si vede poca montagna e troppo impianto strappalacrime ( il professorino che deve piantare la bandierina a tutti i costi per la sua scuola, un paio di mogli lasciate a casa in trepidante attesa, qualche scontro sparso tra maschi alfa ad alta quota che si mettono a fare a cornate come gli stambecchi e fanno a gara a chi ce l'ha più lungo il curriculum di alpinista , o si dovrebbe dire everestista , solo per avere un diritto di precedenza nella scalata).
E se l'emozione non è assicurata dalla scalata ( inquadrata o troppo da vicino o con campi lunghissimi finti come una banconota da tre euro) ma solo dall'interazione e dalle dinamiche di personaggi come minimo stereotipati, beh, allora siamo messi male, malissimo.
Baltasar Kormakur si rivela essere l'ennesimo talento registico europeo cooptato in quel di Hollywood e appiattito in nome del dio dollaro.
Jason Clarke come protagonista non ha statura sufficiente, almeno per quanto mi riguarda.


PERCHE' SI  : i 55 milioni di budget si vedono, bene o male.Buon cast di supporto, quel poco di montagna che si vede riempie l'occhio.
PERCHE' NO : blockbuster fabbricato in serie che difetta di personalità, Jason Clarke non ha la statura da protagonista, si vede troppa soap opera e poca montagna.



LA SEQUENZA : l'arrivo della tempesta con brevissimo preavviso.



DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Mai avere aspettative troppo alte per un blockbuster.
Non mi sarebbe dispiaciuto vedere molta più montagna.
Mi sono appassionato molto più alla storia vera letta su internet che al film.
Jason Clarke non mi dice assolutamente nulla.



(VOTO :  4,5 / 10 ) 


 Everest (2015) on IMDb

lunedì 30 novembre 2015

The Visit ( 2015 )

Rebecca, quindicenne, sta girando un documentario inerente la sua famiglia e raccoglie in video le confidenze della madre che proprio prima della sua nascita, , per amore, aveva troncato i rapporti con i suoi genitori e futuri nonni di Rebecca e Tyler, di due anni più piccolo.
Ora i nonni hanno espresso il desiderio di vedere i nipoti, la madre ha bisogno di riposo per concedersi una crociera con il suo nuovo compagno, così Rebecca e Tyler vengono messi su un autobus e vanno a stare qualche giorno da quei nonni che non hanno mai conosciuto.
Rebecca è sempre con la telecamera accesa e si trova a documentare le stranezze di una coppia di anziani appena appena sopra le righe.
E ne succederanno delle brutte...
Oggi avrei dovuto parlarvi di Everest, che c'ho la recensione proprio qui sulla punta della lingua ma ieri morivo dalla voglia di vedere il nuovo di M. Night Shyamalan e così stamattina mi scappa urgentemente di parlarne.
C'è stato un periodo in cui ho nutrito una forte ammirazione per M.Night Shyamalan alla luce dei suoi primi film. Poi qualcosa si è rotto , sarò stato io che ho cambiato gusti o lui che si è semplicemente bevuto il cervello ( e a giudicare da quello che si dice e si pensa in giro, la seconda che ho detto) e il suo nome è diventato garanzia di disastro annunciato.
Almeno fino a questo The Visit, salutato come un graditissimo ritorno alle radici da parte del nostro.
All'horror.
Appunto.
Il secondo indiano più famoso di Hollywood (anni luce dopo Hrundi V. Bakshi di Hollywood Party) si mette nelle mani di Jason Blums, vero guru del cinema a basso costo ed alto incasso in ambito horror e ci consegna un found footage in piena regola , costato cinque milioni di dollari ( il massimo budget che viene concesso da Blums ai film della sua factory ) e che nei soli USA ne ha portati a casa più di 65 rivelandosi un vero affare per i produttori e un'incoraggiante pacca sulle spalle per il regista e sceneggiatore che , diciamola tutta, erano anni che non azzeccava un progetto degno di questo nome.
Ecco, la vox populi ci parla di un grande ritorno alle origini e di un film che ci consegna di nuovo il talento di un regista che si era perso durante gli anni.
Io non faccio parte della vox populi, la mia voce conta meno di zero, ma mi permetto di non essere così soddisfatto di questo suo ritorno al genere natìo.
Come dicevamo prima The Visit è un found footage in piena regola, girato con tutti i crismi del genere, tecnicamente non fastidioso perché , a parte qualche momento piuttosto concitato, evita l'effetto mal di mare con la telecamera sempre ben salda, forse anche troppo .Anzi qualche volta c'è l'impressione che come found footage sia un po' troppo scritto e rifinito per evocare veramente quell'orrore di cui vuole fregiarsi.
E qui mi viene da pensare che M. Night Shyamalan si sia approcciato al genere come un ragioniere, lavorando su pesi e contrappesi, equilibrando il tutto usando una sorta di bilancino di precisione.
Insomma mi gira un found footage come un professorino che debba rimarcare la sua bravura,la sua superiorità e la sua tecnica al cospetto di tanti mestieranti che hanno già detto la loro in questo campo.
Non si sporca il nostro con la logica di genere e perde nettamente il confronto ad esempio con un Barry Levinson che , con il vibrante The Bay, un paio di anni fa si era messo ventre a terra sbucciandosi gomiti e ginocchia per dire la sua nello stesso genere in cui ora si è cimentato il regista di origine indiana.
E parliamo di un settantenne che in bacheca ha anche un Oscar vinto, mica pizza e fichi.
Per essere un found footage la recitazione è di buon livello ma si ha l'impressione che il meccanismo orrorifico non sia oliato a sufficienza, scricchioli vistosamente facendo arrivare il colpo di scena un pochino troppo presto nell'economia del racconto ( siamo lontani dai finali shyamalaneschi in cui la rivelazione nell'ultimo minuto di film ribaltava tutto) e non riuscendo a evocare tutta quella paura e quell'inquietudine che per esempio riusciva a garantire un piccolo cult come The taking of Deborah Logan ( sottogenere vecchia che sbrocca durante la notte).
E poi non riesco a passare sopra un'incongruenza narrativa che a me sembra gigantesca: ma chi metterebbe su un autobus i propri figli per mandarli da nonni con cui non ci si parla da quindici anni senza neanche contattarli?
Altra cosa che mi ha lasciato piuttosto perplesso è la ricerca continua, direi al limite dell'ossessione del bilanciamento tra orrore primigenio, dramma familiare, romanzo di formazione, commedia e fiaba ( la nonna che vuol mettere nel forno la nipote) a cui assistiamo durante tutto il film.
Vogliamo poi parlare di quel ridicolo rap finale, quasi a voler fare i simpatici a tutti i costi?
Sicuramente meglio rispetto alle sue ultime uscite, The Visit spero che rappresenti un nuovo punto di partenza per un regista che prometteva molto e che per ora non ha mantenuto.
Per quanto mi riguarda è cinema ombelicale, M.Night Shyamalan riguarda se stesso e cerca di rimettersi in gioco, ma non voglio essere scettico per partito preso.
Lo aspetto fiducioso alle prossime prove.



PERCHE' SI : buon livello degli attori, la telecamera non balla più di tnato, la cosa migliore di M.Night Shyamalan degli ultimi anni.
PERCHE' NO : confezione troppo luccicante e inadatta al genere, meccanismo orrorifico non oliato a sufficienza, il colpo di scena arriva un po' troppo presto.



LA SEQUENZA: il momento in cui i ragazzi vengono a conoscenza della verità...



DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Ennesimo found footage che presta il fianco a numerose critiche.
Eppure ha avuto rimarchevole successo.
M.Night Shyamalan si doveva mettere nelle mani di Jason Blums per tornare al successo.
Ora lo aspetto fiducioso.



( VOTO : 5,5 / 10 )


The Visit (2015) on IMDb