I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.
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domenica 18 ottobre 2015

Via dalla pazza folla ( 2015 )

Bathsheba Everdene è stata cresciuta dagli zii e presto si ritrova a dirigere la loro fattoria.
Le fa la corte Gabriel Oak, pastore prestante e abbiente  ma è soprattutto il ricco vicino Bolwood che le domanda insistentemente di sposarla anche perché Oak a causa della perdita del suo gregge si trova costretto a lavorare agli ordini della donna.
Bathsheba in realtà si innamora di un poco di buono, il tenente Troy, dedito al meretricio e al gioco d'azzardo che riesce a sposarla.
Il matrimonio non può far altro che andare a rotoli e per qualcuno si presenterà una ghiotta seconda occasione.
Uno dei ricordi più belli che ho degli studi di letteratura inglese al liceo è stata la scoperta di Thomas Hardy che ho avuto la fortuna di leggere in originale oltre che tradotto nella nostra lingua.
E ho sempre apprezzato la sua prosa vigorosa, senza mezze misure, lapidaria al servizio di storie strappacuore con il loro bel fondo di ambiguità e che comunque profumavano sempre di vita vera, vissuta.
Vedendo questa nuova fatica di Thomas Vinterberg, regista che apprezzo moltissimo, ho avuto una brutta sensazione : più vedevo Carey Mulligan e compagnia cantante agitarsi da una parte all'altra dello schermo  e più avevo negli occhi l'omonimo adattamento di quasi cinquanta anni fa ad opera di John Schlesinger.
Questione di stile registico, molto leccato quello di Vinterberg con quella patinatura fastidiosa che accompagna lo spettatore per tutte le due ore, anche nelle sequenze a più alto tasso emotivo, vigoroso esattamente come la pagina scritta quello di Schlesinger, non uno qualunque, ma soprattutto questione di cast.
Confrontare il cast del film del 2015 con quello del 1967 rischia di essere ingeneroso per la pellicola di quest'anno : se Carey Mulligan è discreta nella parte ( ma è anni luce lontana dalla forza espressiva di una Julie Christie in una delle prove più convincenti della sua carriera) e Sheen si salva solo con l'enorme tecnica di cui è in possesso è totalmente improponibile il confronto di Shoenaerts e Sturridge con Alan Bates e Terence Stamp.
Shoenaerts nella parte di Oak è troppo poco inglese e un po' troppo delicato al contrario di un Alan Bates forse meno bello ma decisamente più sanguigno e credibile, Sturridge invece sembra solo una pallida imitazione fisica di Terence Stamp che nel film era fuoco e ghiaccio allo stesso tempo, il suo solo sguardo era sufficiente per far cadere schiere di donne ai suoi piedi.
Vinterberg che in carriera ha dimostrato più volte di essere interessato alla sostanza più che alla forma , qui si comporta come uno dei più impersonali calligrafi hollywoodiani perdendosi nella patinatura delle sue belle immagini , quasi scomparendo nei tramonti e nei campi lunghi di cui sembra quasi abusare.
Per chi non ha visto l'altro questo remake non è brutto , anzi , ma dà l'impressione di essere troppo calcolato, l'emozione è relegata in un angolino , perduta dietro e dentro la bella forma, rischia di essere un florilegio di pregiate ricostruzioni ambientali e costumi studiatissimi fin nei minimi termini.
Il melodramma che ne vien fuori è annacquato, quella che era una storia d'amore intensa e a suo modo inspiegabile , l'ineluttabilità del sentimento amoroso, è solo un'increspatura tra il personaggio di Bathsheba e il suo vivere per sempre felice e contenta.
Viene perso il femminismo appassionato del romanzo, perché nell'epoca vittoriana avere  una donna a capo di una fattoria era quasi disdicevole e comunque come minimo inappropriato, in favore di una semplice ronda amorosa , un ballo a più passi in cui vince il favorito del pubblico nel nome del lieto fine sempre e comunque.
Cosa ben diversa da quello che succedeva nel film di Schlesinger: vince anche qui il meno peggio ma ha il sapore di un ripiego e la malinconia unita al rimpianto regnano sovrani.
Vinterberg riesce però a donare al suo film quel tocco di modernità accattivante per gli spettatori un po' più giovani,che tuttavia non basta a creare un classico senza tempo.


PERCHE' SI : la forma è accattivante, Carey Mulligan e Sheen non escono triturati dal confronto con l'omonimo film di Schlesinger, tocco moderno per appassionare i più giovani.
PERCHE' NO : patinatura a tratti eccessiva e quindi fastidiosa, Shoenaerts e Sturridge sono asfaltati da Bates e Stamp.



LA SEQUENZA: lo sterminio del gregge di Oak



DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :

Forse è meglio non vedere remakes di film amatissimi qui a bottega.
Carey Mulligan mi lascia sempre con il dubbio.
Quella era Juno Temple?
Ma questo è lo stesso Vinterberg di Festen e del Dogma 95?


( VOTO : 5,5 / 10 )

Far from the Madding Crowd (2015) on IMDb

sabato 28 marzo 2015

A Girl Walks Home Alone at Night

A Bad City , città iraniana tetra e oscura vive Arash che con i suoi risparmi ha comprato una bellissima auto anni '50. 
Saeed spacciatore di pochi scrupoli che fornisce droga la padre di Arash gliela toglie in nome dei debiti che il padre ha , ma incontra una misteriosa ragazza che lui tenta di sedurre.
O forse è il contrario, la ragazza che indossa un lungo chador nero in realtà è un vampiro che succhia il sangue ai derelitti e un delinquente come Saeed è perfetto per essere vampirizzato e derubato.
Restituisce la macchina ad Arash e lui si innamora di lei a una festa in maschera.
Lei non sa che cosa fare, il suo è un istinto predatorio e lui le offre il suo collo su un vassoio d'argento, ma è anche attratta da lui, in fondo il sangue può cercarlo in altra maniera.
Una cosa è certa, devono abbandonare Bad City...
Ok se fino a qualche tempo fa mi avessero detto che tra le mie visioni si sarebbe inserito un film di vampiri iraniano, recitato in persiano, ebbene lo avrei escluso in maniera categorica.
E invece...non c'entra l'alcool o qualche erba proibita...ho appena visto un film di vampiri persiano, recitato in persiano in cui il protagonista è un vampiro. Donna.
Quindi un bel calcione agli estremisti e agli integralisti religiosi, un film in cui la donna è il cardine di tutto.
Se andiamo a vedere i credits c'è però qualcosa che non quadra: tra i produttori c'è Elijah Wood, è girato nei dintorni di Los Angeles, è di fatto una produzione americana fatta da attori iraniani ( o come minimo di origine iraniana) e diretta da una regista persiana trapiantanta negli USA, Amy Lily Amipour che , dopo una caterva di corti, esordisce finalmente nel lungometraggio.
Ed esordisce col botto con un film che ha fatto il giro del mondo in molti festival specializzati raggranellando parecchi premi.
A Girl Walks Home Alone at Night è un film che è riduttivo definire horror.
Girato in un bianco e nero molto contrastato, parecchio stiloso, stracolmo di citazioni intelligenti e mai pedanti , è una storia d'amore in cui il vampirismo è parte fondamentale ma viene raccontato cercando di sottolineare la sua aura romantica e decadente più che la carica orrorifica , di tensione e di paura.
Si può fare un bellissimo film appartenente formalmente al genere horror ma senza uso ed abuso di sangue e frattaglie e il film di Amy Lily Amipour ne è la testimonianza sfavillante.
Ambientato in un non luogo di perdizione , una Bad City che riecheggia da vicino una versione live action della Sin City milleriana, è un film che sceglie più il silenzio e la suggestione che i dialoghi , ridotti all'osso , o la suspense spicciola fatta di trucchi beceri per innalzare la soglia della paura.
Sequenze genuinamente paurose ce ne sono anche , vedere per credere il primo incontro tra la ragazza vampiro e il ragazzino con lo skateboard ma sembrano più un vezzo per spezzare il ritmo placido della narrazione, un ulteriore sottolineatura dell'atmosfera sulfurea che si respira in una Bad City di nome e di fatto, nascosta nei dintorni di Los Angeles, oltre l'ultima frontiera western.
Situata proprio lì dove il confine del western finisce, appena fuori delle sue colonne d'Ercole.
Amy Lily Amipour è regista cinefila e si vede, come si vede dalle sue foto che si specchia nella protagonista, Sheila Vand, bella ma di una bellezza intensa e sfuggente, ragazza emancipata , molto hipster che però non rinuncia al suo chador quando nella notte si aggira per le vie deserte della città alla ricerca di prede.
Un vampiro con lo chador, abbigliato un po' come il Belfagor del famoso sceneggiato francese anni '60, ma accompagnato da un senso di colpa che le impedisce di predare un ragazzo come Arash, conosciuto a una festa in maschera in cui lui, ironia della sorte , impersonava il vampiro supremo, Dracula.
Accompagnato da una colonna sonora che va da echi morriconiani all'indie rock riletto con melodie arabeggianti, girato con uno stile che occhiegga da una parte al Jarmusch di Dead Man ( per l'uso di un bianco e nero molto contrastato) e di Solo gli amanti sopravvivono ( altro modo originale di raccontare una storia di vampiri, intensa e rarefatta allo stesso tempo), dall'altra al Coppola di Rumble Fish ma anche alla cinematografia di Sergio Leone, fatta di silenzi e di tempi dilatati e a quella on the road di Alexander Payne ( in fondo Bad City è un non luogo come il Nebraska o come l'America che si intravede dai finestrini dell'auto di Jack Nicholson in A proposito di Schmidt), A Girl Walks Home Alone at Night è un film ad alto contenuto di meafore che riesce comunque a essere originale non  limitandosi solo a citare le influenze proposte ma  rielaborandole in uno stile nuovo con punte inaspettate di kitsch ( Arash è un appassionato di anni '50 in Iran e va in giro conciato come un James Dean dei poveri) incastonate perfettamente in un idea di cinema ben salda, rigorosa.
E poi vedere un vampiro donna con lo chador e che usa lo skateboard è qualcosa di veramente mai visto.
Così come è dannatamente puccioso quel gattone che accompagna i due nella loro fuga e nella loro improbabile storia d'amore.
Già, una storia d'amore tra una vampira e un umano.
Ricorda qualcosa?
Ebbene si , ricorda uno dei più bei film sui vampiri di questi ultimi anni, Lasciami entrare.
E questo film ci è entrato, nel mio cuore.

PERCHE' SI : un film di vampiri originale, stilosissimo, protagonista che non si dimentica tanto facilmente , ottima fotografia in bianco e nero
PERCHE' NO : il fan puro e crudo dell'horror forse si annoierà, di sangue se ne vede veramente poco

LA SEQUENZA : il primo incontro con il bambino e l'uso dello skateboard, la sequenza con loro due in macchina e il gatto in mezzo a loro.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
si può fare un film americano recitato in persiano scritto , diretto e recitato da persiani trapiantati negli USA
Il filone dell'horror vampiresco ha un nuovo modello da seguire
Sangue e frattaglie in un horror possono essere accessori non indispensabili
Vorrei sapere che cosa penserà l'ayatollah di turno dopo aver visto questo film.

( VOTO : 8 + / 10 )

 A Girl Walks Home Alone at Night (2014) on IMDb

sabato 21 marzo 2015

A Single Man ( 2009 )

30 novembre 1962 : George, professore inglese all'Università della California a Los Angeles vive una giornata come tante. Ma nelle sue intenzioni dovrebbe essere l'ultima. Sta pianificando il suo suicidio e sta sistemando tutto anche per il dopo. E tutto questo perché non riesce a superare la perdita del compagno di sedici anni vita, perito in un incidente stradale qualche mese prima. 
Forse i numerosi incontri della giornata, dal gigolò Carlos di cui rifiuta le prestazioni , da Kenny suo ex studente fino alla cena con Charlotte, sua ex fiamma che cerca di iniziare di nuovo una relazione con lui, gli fanno cambiare idea.
La vita è degna comunque di essere vissuta.
Ma il destino è in agguato.

In genere maturo le mie impressioni su un film in tempo relativamente  breve.
Con il film di Tom Ford ho avuto invece bisogno di un pò di tempo in più per riordinare le idee.
Perché per dirla tutta sono rimasto interdetto dalla visione di questo A Single Manmelodramma raffreddato e allo stesso tempo lancinante diretto da un geniale stilista qui alla sua prima regia.
Il film è dominato dal senso del distacco e dal significato che esso assume per il protagonista, un professore universitario poco più che cinquantenne che scopre improvvisamente di essere rimasto solo.Il suo compagno è tragicamente perito in un incidente automobilistico.George è ora un single man, ha una vita da riorganizzare ma non sa neanche che significato potrà avere per lui.
Gli oggetti della sua quotidianità acquistano una luce nuova, sono cagione di interrogativi e di dolore allo stesso tempo perché è inevitabile riandare con la mente ai trascorsi col proprio compagno.

Il film infatti spesso indugia in flashback in cui viene illustrata  con lievi pennellate la vita dei due innamorati. 
George vive una nuova giornata partendo dal silenzio e dalla sua perfetta solitudine, parte dalla dolorosa esclusione dal funerale del suo compagno perché il funerale " è riservato solo alla famiglia" passa per conoscenze estemporanee (il gigolò spagnolo) e una lezione all'università tenuta in una sorta di stato di trance, fino all'incontro con un giovane allievo.In mezzo a questo la cena con la vecchia amica che ha avuto sempre un debole per lui, sul filo di un malinconico rimpianto da parte di lei (rimpianto perché lui è gay) e una sorta di gentile accondiscenza da parte di lui.
George continua a elaborare il suo lutto e Ford è bravo a tratteggiare questo senso di straniamento e di distacco senza troppi orpelli, senza quelle leziosità che avrebbero appesantito il melodramma.

A Single Man è un melodramma  che indugia anche sulla bellezza del corpo maschile senza per questo eccedere in voyeurismo o particolari pruriginosi che potrebbero far gridare allo scandalo, un film che unisce i due amanti in una sorta di membrana amniotica, nel silenzio della fase liquida.
E'un film molto silenzioso, impreziosito da bellissime musiche e da un aderenza totale di Colin Firth al suo personaggio .
La vita di George si dipana nel minimalismo della routine quotidiana, quel meccanico succedersi di atti che scandiscono il ritmo di un esistenza.
La cinepresa si sofferma flemmatica su questi gesti che in questa giornata devono essere visti sotto una luce diversa.
Da qualunque parte lo si guardi non è facile giudicare un film come questo sempre in bilico tra l'estetizzazione del dolore e il male lancinante che può provocare un distacco così brutale.
Accanto a questa "violenza" emotiva c'è un senso di fatalità che incombe costantemente e che dona al tutto un aria plumbea .
Un colore affine al grigiore delle acque in cui nuotano i due amanti in quella che può essere considerata la sequenza simbolo del film... 

PERCHE' SI : melodramma virato al maschile ( novità), ottima ricostruzione ambientale, Colin Firth aderisce totalmente al suo personaggio
PERCHE' NO : il ritmo è lento, il film è silenzioso e sempre in bilico tra la pornografia del dolore e il senso del racconto.Ma forse non sono neanche difetti.

( VOTO : 7,5 / 10 )

 A Single Man (2009) on IMDb

giovedì 15 maggio 2014

Alabama Monroe- Una storia d'amore ( 2012 )

Elise di professione fa i tatuaggi e utilizza il proprio corpo come pubblicità avendoci tatuato tutta la sua storia.
Didier suona in un gruppo che fa musica bluegrass, una sorta di country purista ed è un po' scombinato esattamente come appare.
Si conoscono casualmente e si attraggono come i poli opposti di una calamita.
E' amore a prima vista, amore vero, forse per la prima volta per entrambi.
Ed è coronato dalla nascita della bellissima Maybelle , un dono che però Dio, o chi per lui, si riprende troppo presto dopo una brutta malattia.
Elise e Didier si trovano davanti a un vicolo cieco: la prova più dura a cui è stato mai messo il loro amore.

Chi segue questo blog e chi mi conosce sa benissimo che sto vivendo un momento della mia vita molto particolare.
Alabama Monroe - Una storia d'amore era forse il film che non dovevo assolutamente vedere in questo momento.
E questo perché?
Perché con tutto quello che mi è successo non riesco a mantenere la giusta distanza sulla materia narrativa di questo film, almeno su  parte di essa.
Per me è stato inevitabile specchiarmi in quelle immagini e vedermi riflesso nel dolore per la paura della perdita di un figlio e questo mi ha portato a essere praticamente una superficie anelastica su cui si è
schiantato tutto quel bailamme di sofferenza e costernazione che è l'ingrediente principale di questo film
Dico parte di essa perchè il giovane Felix Van Groeningen invece di giocarsi la carta della lacrima che bastarda ti scende sul viso, si gioca tutto sul melodramma amoroso, un vero e proprio duello all'ultimo brandello di sentimento, andando sopra e addirittura oltre le righe.
Tratta il dolore per la perdita di Maybelle come una tappa di un percorso ben più ampio, la cartina di tornasole su cui esaminare una storia d'amore tra due specialisti nel precariato sentimentale ed esistenziale.
Elise e Didier sono due diversi, due outsider che si trovano a vivere per sbaglio in un Belgio ordinato e azzimato  con i confini troppo stretti per loro.
Lei continua a disegnare la sua storia sul suo corpo ossuto e ormai sono veramente pochi i centimetri quadrati di pelle libera, lui va in giro col suo cappellone da cowboy e una faccia che sembra non avere cognizione di che cosa gli sta intorno, sognando l'America in ogni momento della sua giornata e ricreandola artificialmente nel mondo in cui vive.
Maybelle è il catalizzatore del loro ritorno a una sorta di normalità anche se papà continua lo stesso a giocare al cowboy e a fare l'americano.
Questa normalità dura poco , troppo poco e ciò vuol dire scivolare in un baratro senza fondo.
E qui veniamo a noi.
Ogni film che vediamo è irrimediabilmente segnato dalla propria sensibilità e dalle proprie esperienze personali.
Per quanto mi riguarda vedendo Alabama Monroe- Una storia d'amore il mio vissuto recente, recentissimo è entrato prepotentemente in campo mettendosi di traverso tra me e lo schermo e ha ingombrato il mio cervello non permettendomi di abbandonarmi totalmente al film e di empatizzare i personaggi di Elise e Didier.
Il dolore ti inebetisce, ti lascia svuotato, ti stordisce e ti atterra abbandonandoti lì come se un autoarticolato ti fosse appena passato addosso.
Una pellicola come questa colpisce basso, anche sotto la cintola premendo il pedale dell'acceleratore a tavoletta per evocare reazioni che provengano direttamente dai visceri.
Un film che vuole evocare reazioni istintive, di pancia ma che a un'analisi un po' più attenta si rivela costruito molto più col cervello che con la suddetta pancia.
Girato in maniera un po' fighetta, diciamolo.
Quelle scene bucoliche che simulano le praterie americane , quella frammentazione della scansione temporale che fa tanto Tarantino e che a conti fatti sembra più un vezzo autoriale che non qualcosa di sostanziale, l'uso del sonoro e della musica come maglio per arrivare direttamente al cuore, sono tutte tessere di un mosaico studiato a tavolino e che mette abilmente in campo una poetica del dolore che va molto vicina alla pornografia dello stesso, senza però mai valicare quella linea sottilissima.
E questo succede soprattutto grazie al lavoro fantastico degli attori, due emeriti sconosciuti per me fino a questo film ma che rendono assai credibile il loro scendere tutti i gradini che portano direttamente all'abisso.
Veerle Baetens recita con ogni fibra muscolare del proprio corpo, una sorta di carta geografica di storie e di sentimenti che attraversano due occhi incredibili, Johan Heldebergh che con questo film pare racconti una storia realmente avvenuta a lui, è una specie di versione etilica del Jeff Bridges di Crazy Heart, filmetto modesto che gli ha fatto  vincere un Oscar e che già di suo era propenso all'alcolismo selvaggio.
Non c 'è nulla che non vada in questo film e forse questo paradossalmente è il suo limite: non sbanda mai come era lecito aspettarsi, è tutto perfettamente controllato, il dolore di Elise e Didier scoppia improvviso ma assolutamente non inatteso.
Alabama Monroe - Una storia d'amore mantiene esattamente quello che promette: sentimenti che lacerano anime e carni , una morbosa attenzione sul rapporto tra i due protagonisti che  col passare dei minuti diventa una vera e propria autopsia di un amore.
E dopo tanto scavare nelle anime di due protagonisti devastati dalla perdita, quel finale che appare come sospeso a mezz'aria tra una dimensione e l'altra sembra quasi la certificazione dell'artificiosità del tutto....

Non riesco a giudicare questo film con un semplice voto numerico: ripeto, probabilmente l'ho visto nel momento sbagliato della mia vita e non mi è entrato dentro come magari sarebbe successo se non fossi in questo momento particolare.
Il dolore di Elise e Didier non è riuscito a scalfire tutto quello che ho vissuto in queste ultime due tre settimane e mi ha lasciato piuttosto indifferente.
O forse la mia è solo autodifesa.


The Broken Circle Breakdown (2012) on IMDb

domenica 19 gennaio 2014

Italia anni '70 - La prima notte di quiete ( 1972 )

Daniele Dominici , letterato, poeta inespresso,giocatore d'azzardo, visione della vita afflitta da un' ineluttabile malinconia si trova a fare una supplenza di lettere in un liceo di Rimini, un po' per caso e un po' per sfortuna. Senza un'autentica vocazione per l'insegnamento si lascia affliggere dall'atmosfera plumbea, livida e uggiosa  che lo circonda . Indifferente all'atmosfera di contestazione e di cambiamento che lo circonda  Daniele, malato del male di vivere e incapace di esprimerlo, si innamora di Vanina che , come dice uno delle sue compagne di scuola ha "molto passato , poco presente e niente futuro". Un po' lo stesso destino di Daniele, votato consapevolmente all'autodistruzione.
Davvero una grande sinfonia autunnale , forse la miglior prova attoriale di un Delon bello e impossibile che col suo sguardo perso nel vuoto, le sue rughe, le sue poche parole riesce a dare una profondità inusitata al professore protagonista di questa storia che inesorabilmente sfocia nella tragedia.
Siamo a Rimini, ma siamo lontani dalle spiagge affollate e dalle balere che fanno cagnara fino all'alba.
Siamo immersi in una Rimini spettrale, grigia come il suo protagonista che il più delle volte rimane indistinta tra i fumi della nebbia. E ci troviamo di fronte a una serie di personaggi che hanno il male di vivere cucito addosso come un abito sartoriale, che si perdono dietro alle futili apparenze, hanno la passione dei soldi, delle macchine veloci, delle droghe e dell'alcool in un veloce percorso di sfinimento, di delusione e di inquietudine che li attanaglia come la nebbia che nasconde i contorni della Rimini funerea in cui sono immersi. 

Il professore, supplente di letteratura, moderno o smidollato a seconda dei punti di vista, con la sua sigaretta sempre in bocca, i capelli arruffati e il suo cappotto color cammello un po' sgualcito e portato distrattamente sulle spalle,  che non ha la benchè minima  volontà di integrarsi in questo mondo di provincia, piomba in questo universo senza perchè con la sua smania di autodistruzione in aumento esponenziale quando alimenta una storia con una sua alunna dal passato torbido, Vanina (una bellissima Sonia Petrova), con i suoi bravi scheletri nell'armadio, a scapito della moglie (una bravissima disillusa Lea Massari) e delle poche relazioni sociali che è riuscito a coltivare.Daniele Dominici incarna alla perfezione la figura dell'antieroe romantico, decadente che  si distrugge poco a poco fino all'indimenticabile fiammata della sua vecchia Citroen....
Il linguaggio cinematografico di Zurlini è di grande maturita'stilistica, di notevole eleganza, di grossa suggestione, un film che oscilla tra Fellini, Visconti  e Antonioni per intenderci (sperando di non essere stato troppo superficiale), aiutato in questo da un gruppo di attori, protagonisti e non protagonisti, di bravura sicuramente sopra la media e da un'ambientazione inconsueta che contribuisce ad aumentare quel senso di ineluttabile che incombe sul film dall'inizio alla fine.
La provincia abitata dai vitelloni di Fellini incontra il male di vivere dei personaggi di Visconti e l'incomunicabilità di Antonioni......

( VOTO : 9 / 10 ) 

Indian Summer (1972) on IMDb

giovedì 21 novembre 2013

The Canyons ( 2013 )

Tara ( LIndsay Lohan ) è fidanzata da circa un anno con Christian (James Deen), produttore cinematografico che ha dei gusti sessuali piuttosto trasgressivi.Quando per un film lui ingaggia Ryan,il ragazzo della sua fedele assistente, scopre che i due si conoscono già da tempo e che hanno una relazione tra di loro. Tutto questo innesca una spirale di vendetta che ingloberà tutti  i personaggi in scena.
The Canyons è un gigantesco misunderstanding, un fraintendimento di quelli epocali. Alla regia un tipetto come Paul Schrader, uno che ha dato prova del suo immenso talento non si sa quante volte sia come sceneggiatore che come regista, alla sceneggiatura uno degli scrittori più osannati  del panorama letterario americano , Bret Easton Ellis.
Era lecito aspettarsi non dico un capolavoro ma almeno un film di quelli da ricordare: e invece The Canyons non è nè l'uno , nè l'altro.
E' un filmetto sul vuoto pneumatico che è dentro e fuori di noi mascherato da dramma, è un noir  dei sentimenti con accenti melodrammatici, un qualcosa che assomiglia più al presente inopinato di una Sofia Coppola qualsiasi che al passato glorioso di uno che ha narrato e  descritto come meglio non si potrebbe abissi metropolitani senza fondo come quelli di Taxi Driver, di Hardcore o di American Gigolò.
Forse se non ci fossero i nomi di Paul Schrader e Bret Easton Ellis dietro questo pastrocchio sarebbe scattato un qualcosa di simile all'indulgenza , ma non si può ignorare il pedigree artistico di chi ha creato The Canyons, che si maschera ben presto da veicolo per l'autodistruzione  artistica di una diva che a 27 anni ne dimostra almeno il doppio a causa di vizi e stravizi di ogni genere ( la Lohan, totalmente sfatta) che si fa accompagnare da un attore che ha nel suo curriculum oltre un migliaio di film porno e che è abitutato a recitare con una sola parte ( del resto premiatissima ) del suo corpo.
Il resto è molto meno adatto a stare davanti alla macchina da presa.
A essere buoni The Canyons è un ritratto cinico e indigesto di tutto quello che si agita nel sottobosco hollywoodiano e non, di tutto quel mondo lustrini e pailettes che orbita attorno alla fabbrica dei sogni.
Il tutto incernierato come se si stesse parlando del peggiore degli inferni, una voragine da cui è impossibile tirarsi fuori nonostante le ville milionarie, gli smartphones da migliaia di dollari e i giorni passati a rosolarsi al sole accanto alla piscina.
Un inferno precostituito mascherato da edonismo senza freni che richiama gli ultimi due film della Coppola con la sola differenza che la piccola Sofia ( piccola, si fa per dire) ha l'aria di una che sta sputando nel piatto in cui ha sempre mangiato, mentre per Schrader ( e per Ellis) è un ritorno al luogo del delitto ma senza il talento cristallino ( forse anche la voglia di stupire ) degli anni passati.
The Canyons sembra fabbricato con i materiali di avanzo di altri film e ricicla l'universo immorale dell'American Psycho di Ellis, in una forma meno esplicita.
E' una pellicola  funeraria che si rende interessante solo per il suo aspetto metacinematografico: perchè la Lohan è stata fagocitata da quel mondo fatto di alcool e di droga e ora , dopo aver trascorso vari anni tra set, galere e rehabs, ne è uscita con le ossa rotte e con un fisico ormai minato dagli eccessi.
Lindsay Lohan si trasforma nel testimonial della star hollywoodiana che ha imboccato il viale del tramonto ben prima di arrivare al successo, quello vero e duraturo, un'altra di quelle bambine prodigio ( non la prima e non sarà neanche l'ultima) stritolate dalla macchina della celebrità e della fama che come diceva Warhol in un mondo come quello , dura al massimo quindici minuti...
Nonostante l'ambientazione altolocata The Canyons flirta con lo squallore per tutta la sua durata osando anche in scene di sesso piuttosto spinte per il glamourama hollywoodiano, del resto con un esperto a disposizione....
E annoia , più che altro. E' tutto già visto altrove.

( VOTO : 4,5 / 10 )

The Canyons (2013) on IMDb

venerdì 11 ottobre 2013

The Grandmaster ( 2013 )

Storia della gloriosa tradizione del kung fu a Foshian, della lotta per il predominio delle varie scuole di pensiero riguardo a questa arte marziale con protagonista Yip Man, diventato famosissimo anche in occidente per essere stato il maestro di Bruce Lee.
Yip è scelto per succedere a Gong Baosen, colui che era stato capace di unire le scuole di kung fu del nord e del sud della Cina ma viene contrastato da sua figlia Gong Er che lo sfida in un memorabile duello. Ma è anche la storia dell'amore impossibile tra Gong Er e Yip sullo sfondo di avvenimenti storici tellurici come l'invasione giapponese, la Seconda Guerra Mondiale e la rivoluzione maoista. 
Avvenimenti a cui la scuola di Yip Man cerca orgogliosamente di sopravvivere.
The Grandmaster è un progetto travagliatissimo che ha subito vari rimaneggiamenti nel corso dei due anni e oltre di lavorazione. Un film che a un primo montaggio durava oltre quattro ore e che poi successivamente è stato ridotto ai circa 130 minuti della versione finale.
E di questo il risultato finale in parte ne risente perchè il film risulta compresso , quasi criptico in certi passaggi, e ciò è dovuto anche alla grande quantità di personaggi in campo.
La domanda che mi sono fatto approcciandomi a questo film è stata: ma che c'entra uno come Wong Kar Wai con un film di kung fu?
Soprattutto perchè ho ancora negli occhi l'altra biografia romanzato del maestro Yip Man ( Ip Man) che dava molto spazio alle arti marziali ma anche alla storia e a un sentimento di appartenenza patriottico.
Tematiche per quanto mi riguarda del tutto estranee al cinema di Wong Kar Wai.
E infatti...The Grandmaster non è un film incentrato solamente sulle arti marziali anche se contiene una delle più belle scene di combattimento mai viste al cinema, una sequenza sparata in faccia allo spettatore subito, all'inizio, un lunga, lunga lotta sotto la pioggia che cade con i corpi fluttuanti dei protagonisti che sembrano acquisire quasi spessore tridimensionale nelle loro movenze flessuose e decise con una macchina da presa mobilissima ma mai confusionaria che sembra quasi aliena alla concitazione dello scontro fisico ma che plasticamente accarezza corpi e traiettorie in un crescendo di intensità a cui è praticamente impossibile resistere.
Ma nel raccontare ( alla sua maniera ) la vita di Yip,  Wong Kar Wai  divaga e narra quello che più gli preme e non sono certo i duelli. Il maestro sembra molto più interessato a esplicare al meglio la propria idea di cinema che ad aderire agli avvenimenti in un kolossal che , accanto alle indubbie qualità figurative, mai stucchevoli ma pericolosamente vicine alla maniera perchè la regia di Kar Wai non risparmia finezze di ogni tipo coadiuvata da una fotografia magnifica, mostra il meglio di sè quando deve far emergere la relazione tra Gong Er e Yip Man, il classico amore impossibile raccontato come di consueto magnificamente dal regista cinese.
E' qui che emerge potente la grandezza del suo cinema, in quegli sguardi carichi d'amore e di infelicità, tra la speranza e l'amarezza.
Wong Kar Wai sembra quasi disinteressarsi a raccontare la Cina e la storia del '900,a mitizzare la figura di Yip come succedeva nell'altro film. E' preso dalla propria idea di cinema , nel proseguire coerentemente il proprio discorso artistico .
The Grandmaster è un affresco freddo e a tratti autocompiaciuto ma è illuminato da flash di bellezza accecante che guarda il caso coincidono quando viene fuori l'anima lacerata del melò che percorre trasversalmente il film come un sottilissimo fil rouge, quasi invisibile ma di cui si avverte sempre la presenza.
E nei duetti tra Tony Leung e la bellissima Zhang Zy yi ( attori magnifici) sta il meglio di tutto il film.
Dopo la controversa trasferta americana di Un bacio romantico , Wong Kar Wai torna ai suoi fasti con un film magari non all'altezza dei suoi film migliori ma assolutamente degno di nota nell'asfittico panorama cinematografico moderno.
Il problema è che In the mood for love  riusciva a spezzare cuori con un solo sguardo e The Grandmaster non riesce con il suo afflato epico a far dimenticare neanche per un attimo la grandezza di quel film....

( VOTO : 7 / 10 ) 

The Grandmaster (2013) on IMDb

domenica 28 luglio 2013

Green Fish ( 1997 )

Makdong sta ritornando a casa con la sua divisa militare dopo che è stato congedato. Sul trenoin un impulso da buon samaritano prova a soccorrere una donna aggredita da tre bruti ma il risultato è quello di prendere un sacco di botte e di perdere pure il treno dopo aver provato a vendicarsi. Torna al sobborgo di Seul in cui abitava con la sua famiglia e le cose non è che vadano tanto bene. Il quartiere è più degradato di quanto lo ricordi, i soldi non sono tanti, i sogni si sono infranti, non si vive, al massimo si sopravvive . Eppure per lui arriva l'occasione perchè la donna che aveva soccorso era l'amante di un piccolo gangster che gli dà un lavoro da garagista. Entra quindi nella gang e riesce anche a scalare posti  nelle gerarchie. Ma la sua passione, ricambiata a fasi alterne, per la donna del capo lo porterà irrimediabilmente alla caduta dopo un'ascesa vertiginosa.
Green Fish è un film che si discosta dallo stile degli altri film di Lee Chang Dong, scrittore che nel campo del cinema aveva solo scritto un paio di sceneggiature e passato senza alcun appredistato particolare alla regia.
E'un film meglio intellegibile ad una prima lettura, più epidermico, cristallino nel suo assunto e lineare nel suo corso. E' inserito in stilemi tipici del gangster movie da cui si distacca però con una poderosa ( dal punto di vista emozionale) parte finale e per un discorso politico che è sempre bene evidente.
Makdong vive una situazione disagiata come la vivono la maggior parte dei coreani: il malaffare impera, la polizia è corrotta( buffa la scena di quando fanno la multa a suo fratello e i poliziotti oltre a farsi corrompere lo derubano anche di 5 mila won oltre il pattuito), l'unico modo di far successo è entrare nell'underworld delle bande criminali. Il suo boss si atteggia anche a filosofo di vita ma Makdong ha la sua visione, è impulsivo, umorale, prigioniero dei suoi istinti e soprattutto si avvicina troppo alla moglie del capo.
Da questo punto di vista il film di Lee Chang Dong ci racconta qualcosa di già visto soprattutto nel cinema di Hong Kong: storia di mafia, lotte intestine, violenze e prevaricazioni ingiustificate, lotte all'ultimo sangue per sopravvivere.
Ed è proprio per la passionalità che immette nella propria vita che Makdong va incontro a un destino funesto: ha perso quell'innocenza da bambino che lo caratterizzava (il discorso al telefono sul pesce verde, simbolo della perdita di una giovinezza e di un candore) e pagherà a caro prezzo le sue azioni.
Dal punto di vista strettamente formale stupisce la maturità nell'uso dello strumento espressivo, magari meno ellittico e raffinato di quello dei film successivi però di un livello sempre molto alto.
Green Fish sembra tutto fuorchè un film d'esordio di un autore passato al cinema dopo una carriera da scrittore.
Se la parabola di Makdong è qualcosa di già visto, quello che appare nuovo nel film coreano è la malinconia che lo caratterizza, il pessimismo cosmico che lo avvolge, la critica politica che esonda allorchè sembra che l'unica possibilità di emergere per un poveraccio è quella di darsi al crimine.
E quell'ultima sequenza in cui la placida rusticità anche un pò antica del ristorante dei familiari di Makdong è contrapposta ai mostri di ferro e cemento che fendono l'aria per arrivare a "grattare" il cielo simbolo del nuovo e dell'arricchimento impazzito vale più di qualsiasi critica al rinnovamento che avanza in Corea.
Così come letteralmente trafigge il pianto catartico della donna del gangster che di nascosto si accorge che quel ristorantino che serve zuppa di pollo freschissima, è dei familiari di Makdong.
Un brano di cinema destinato a rimanere parecchio nella memoria.

( VOTO : 7,5 / 10 ) 


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martedì 18 giugno 2013

Peppermint Candy ( 1999)

Yong Ho , quarantenne un tempo di successo, partecipa a una riunione di vecchi compagni di scuola in riva la fiume Han e comincia a dare in escandescenze. Arrivato alla vicina ferrovia si mette in mezzo ai binari e mentre sta arrivando il treno urla che vuole tornare indietro.
E il film lo fa: in una serie di successivi flashback partendo da episodi più recenti della vita di Yong Ho fino ad arrivare al 1979, anno di un'analoga riunione degli stessi studenti sempre nello stesso posto in riva al foume Han, Peppermint candy narra venti anni della vita del protagonista ma soprattutto l'ultimo ventennio di storia coreana.
Ci sono diverse cose che colpiscono di Peppermint candy, tassello di bellezza cristallina da inserire nella carriera luminosa del grande Lee Chang Dong.
La prima cosa che salta all'occhio prima delle altre è il modo in cui viene gestita la scansione temporale. Il film è narrato all'indietro diviso in vari capitoli, ognuno col proprio titolo, che partono dal 1999 e finiscono nel 1979. Gli ultimi due capitoli sono speculari in quanto si tratta in entrambi i casi di una gita al fiume Han di un gruppo di amici, una classe scolastica ripresa ai tempi felici della scuola e venti anni dopo con un tono più malinconico per il tempo che è passato e ha lasciato il suo segno e per la tragedia che incombe.
Infatti uno di loro, Yong ho, si mette sulle rotaie in attesa che un treno lo investa.
Il film comincia proprio dalla sua fine e ci svela capitolo dopo capitolo la sua triste vicenda.E con la sua storia Lee Chang Dong narra la storia della Corea alla faticosa ricerca di una vera democrazia.
La vita di Yong Ho procede all'indietro sul filo della memoria in una sorta di recherche proustiana. L'uomo che troviamo all'inizio del film è confuso, annichilito dalla vita e dalle delusioni, un uomo sconfitto e disperato. Quello che troviamo alla fine del film è un giovane pieno di speranze che procedendo col tempo ha modo di sporcarsi mani e coscienza con atti deprecabili vestendo i panni del tutore della legge e non disdegnando i metodi forti del regime.
La divisione in capitoli è visivamente segnalata dalla sequenza presa da una coda di un treno che va all'indietro. In realtà se si guardano solo le rotaie c'è l'illusione di andare avanti ma a lato delle rotaie le automobili, le persone, gli animali che si stanno muovendo lo fanno all'indietro rivelando questo piccolo artificio.

 Accanto a questa sequenza ci sono un altri fil rouges emotivi che ci accompagnano per tutto il film: l'amore straziante e martoriato con Sun-Im (l'unica donna di cui Yong Ho si sia mai innamorato anche se quando ha avuto occasione lui non ha esitato ad umiliarla e quindi lei ha sposato un altro), le caramelle alla menta piperita del titolo che ritroviamo costantemente e un altro simbolo della memoria del protagonista cioè una macchina fotografica che le ha fatto avere Sun Im attraverso il marito ( lei è in ospedale malata terminale).
In realtà il simbolo della memoria è il rullino in essa contenuto ma Yong Ho rifiuta di riaprire le ferite del passato.Il film di Lee Chang Dong  oltre a narrare una storia d'amore infelice è un imponente affresco storico in cui si passa dal regime autoritario alle rivolte studentesche e  al capitalismo selvaggio per poi tornare praticamente al punto di partenza tirando idealmente le somme. 
Yong Ho è il paradigma dell'uomo sconfitto,schiacciato dagli eventi specchio di una nazione che faticosamente sta cercando la propria strada.
Peppermint candy è un connubio esaltante tra forma e sostanza, tra bellezza ed emozione, tra armonia e dolore lancinante, un melodramma di straordinaria intensità con un protagonista capace di incarnare un vasto spettro di emozioni con grande naturalezza.
Nell'ultima parte del film, quella in cui è una sorta di paria alla ricerca del suo infausto destino Kyung-gu Sol che intepreta la parte di Yong Ho è di bravura abbagliante. 

( VOTO : 9 / 10 ) 


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